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ASIA/IRAQ - In una chiesa liberata ritrovate le 14 “regole di comportamento” imposte dai jihadisti alla popolazione di Mosul

Mosul – Pene per chi fuma e per chi beve, proibizione per le donne di uscire da casa se non è necessario, pena di morte per chi bestemmia: sono alcune delle 14 “regole di comportamento” che i miliziani dell'auto-proclamato Stato Islamico avevano tracciato sulle colonne e sui muri della chiesa caldea dedicata alla Madonna del Perpetuo soccorso, a Mosul. Dopo aver conquistato la città nord-irachena, i jihadisti avevano scelto la chiesa come base operativa. Nei giorni scorsi la chiesa è stata riconquistata dall'esercito iracheno. I militari l'hanno trovata spogliata di qualsiasi statua e segno cristiano. Solo l'altare sembra essere stato risparmiato dalla devastazione. .

AFRICA/MALI - Suor Cecilia: a quasi due mesi dal rapimento i Vescovi lanciano nuove iniziative per la sua liberazione

Bamako - I Vescovi del Mali hanno lanciato un’iniziativa per ottenere la liberazione di Cecilia Narváez Argoti, la religiosa di nazionalità colombiana della Congregazione delle Suore Francescane di Maria Immacolata, sequestrata il 7 febbraio a Karangasso nel sud del Mali .“I Vescovi stanno esplorando tutte le strade possibili per ottenere la liberazione di Suor Cecilia” spiega all’Agenzia Fides don Edmond Dembele, Segretario generale della Conferenza Episcopale del Mali. “Vengono lanciati appelli attraverso i media per sollecitare la ricerca di contatti con i rapitori” dice don Dembele. “La diocesi di Karangasso inoltre cerca di trovare degli intermediari per trovare un contatto con i sequestratori, sui quali non si hanno ancora informazioni precise”.Secondo il sacerdote rimangono ancora in piedi le due ipotesi avanzate al momento del rapimento. “Secondo alcuni si tratta di banditi della zona che hanno rapito la religiosa nella speranza di ottenere un riscatto e che ora non sanno come gestire la situazione. Altri pensano che sono effettivamente dei jihadisti che aspettano che le cose si calmino per farsi vivi. Ma fino a quando non si avranno dei contatti con loro non si potrà accertare l’identità dei rapitori”.“In attesa di un contatto concreto la Conferenza Episcopale del Mali, insieme alla diocesi di Karangasso, sta lanciando appelli nei confronti dei sequestratori e di coloro che possono offrire piste concrete, invitando allo stesso tempo la comunità dei fedeli a intensificare la preghiera per la liberazione di Suor Cecilia” conclude don Dembele.

ASIA/TERRA SANTA - L'allarme degli esperti: Santo Sepolcro a rischio crollo

Gerusalemme – La Basilica del Santo Sepolcro rischia di crollare, se non ci saranno interventi adeguati per consolidare le sue fondamenta instabili. L'allarme giunge dallo stesso team di archeologi e esperti che hanno appena terminato con successo il restauro dell'Edicola . L'intero complesso del Santo Sepolcro – ha dichiarato al National Geographic l'archeologa greca Antonia Moropoulou, docente alla National Technical University di Atene e coordinatore scientifico del progetto di restauro appena concluso – potrebbe essere minacciato da “un significativo cedimento strutturale”. E se l'eventualità dovesse realizzarsi – ha aggiunto l'archeologa greca “non sarebbe un processo lento, ma catastrofico”. Le allarmanti ipotesi sono hanno preso forma proprio durante gli studi e i sondaggi condotto sul Santo Sepolcro dalla squadra di esperti incaricata del restauro dell'Edicola. Al termine dei lavori, le ricerche compiute da quell'equipe, e riferite da National Geographic, hanno messo in luce che l'intero complesso, la cui ultima risistemazione risale al XIX secolo, sembra essere in gran parte costruito su una base instabile di resti malfermi di strutture precedenti, con un sottosuolo attraversato da gallerie e canali. Il santuario fatto costruire dall'Imperatore Costantino, costruito sui resti di un precedente tempio romano intorno a quella che veniva venerata come la tomba di Gesù, era stato parzialmente distrutto dagli invasori persiani nel VII secolo, e poi dai Fatimidi nel 1009. La chiesa fu ricostruita alla metà dell'XI secolo. I dettagli tecnici del dossier, raccolti anche grazie all'uso di georadar e telecamere robotizzate, descrivono una situazione allarmante riguardo alla stabilità del luogo santo, visitato ogni anno da milioni di pellegrini e turisti: molti dei pilastri da 22 tonnellate che reggono la cupola risultano essere poggiati su un metro e venti di macerie non consolidate. I restauri appena conclusi intorno all'edicola, e celebrati mercoledì 22 marzo durante una cerimonia ecumenica, che ha visto anche la partecipazione del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I – hanno registrato la cooperazione tra le tre compagini ecclesiali che condividono la responsabilità della Basilica .All'inizio dei lavori, il progetto aveva un costo programmato di circa 3,3 milioni di dollari. Al finanziamento dei lavori hanno contribuito anche il Re di Giordania Abdallah II - che nell'aprile 2016 aveva fatto pervenire sottoforma di “beneficienza reale” una consistente donazione personale a favore del progetto – e anche il Presidente palestinese Mahmud Abbas, con un “contributo personale” reso noto lo scorso ottobre. . Adesso, l'equipe greca che, dopo la conclusione dei lavori di restauro dell'edicola, ha lanciato l'allarme sulle condizioni di debolezza strutturale dell'intero complesso, ha stimato a almeno sei milioni di euro la cifra da stanziare per i lavori necessari ha mettere in sicurezza la Basilica. Sabato 18 marzo, un comunicato diffuso dalla Custodia di Terrasanta ha riferito che “la Santa Sede ha stanziato 500mila dollari come contributo alla nuova fase dei lavori di consolidamento e restauro da avviare presso il Santo Sepolcro. Tale contributo “sarà erogato dopo che le comunità titolari dello Status Quo avranno costituito di comune accordo un apposito Comitato”.

AMERICA/REPUBBLICA DOMINICANA - “Due paesi ma una sola Chiesa, impegnata per i migranti”: incontro delle diocesi di frontiera

Barahona – Attraverso un comunicato pubblicato ieri, il gruppo dei rappresentanti delle diocesi di frontiera di Haiti e della Repubblica Dominicana, che si sono riuniti il 21 marzo per analizzare i problemi comuni , ha dichiarato che la Chiesa cattolica ribadisce il suo impegno a fornire ai migranti irregolari quei servizi che contribuiscono a far ottenere loro i documenti. Tale impegno è motivato dalla comunione con Papa Francesco e dal suo messaggio in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2017.Il Vescovo della diocesi di Barahona, Sua Ecc. Mons. Andrés Napoleón Romero Cárdenas, che ha ospitato l’incontro, è stato incaricato di leggere il documento, e ha detto: "La nostra Chiesa ha la missione di lavorare per il benessere dei due popoli, di lottare per preservare l'armonia e il rispetto per la dignità dei migranti, in particolare dei bambini indifesi e senza voce", che sono stati al centro del messaggio del Papa di quest’anno.I Presidenti delle Commissioni episcopali per la Pastorale per i Migranti delle Conferenze episcopali di entrambi i paesi, Sua Ecc. Mons. Launay Saturné e Diómedes Espinal de León , hanno sottolineato che, anche se si tratta di due paesi diversi, questi costituiscono una sola Chiesa, e tale impegno non entra nel campo politico ma è un servizio ai fratelli, perché siamo tutti figli di Dio.Il documento pervenuto a Fides esprime la ferma speranza dei Vescovi e della Chiesa locale che sia il Presidente Danilo Medina Sánchez , come il suo omologo haitiano, Jovenel Moïse, mantengano le loro promesse elettorali, così il popolo di Haiti non dovrà emigrare in cerca di migliori condizioni di vita e il paese riuscirà a debellare l'impunità, la corruzione e gli altri problemi sociali. Un altro impegno importante è legato all'insegnamento nelle scuole gestite dalla Chiesa cattolica, sempre nella prospettiva dell'accoglienza e del sostegno ai migranti.

ASIA/INDIA - Dopo il Giubileo: in cerca di quel “13° prigioniero-apostolo” innocente

Bangalore – Nell'Anno della misericordia la comunità dei battezzati in India ha moltiplicato le iniziative di vicinanza pastorale e di solidarietà nelle carceri dell'India. Centinaia di prigionieri sono stati rilasciati o hanno beneficiato di pene alternative grazie al sostegno di molte diocesi, congregazioni e istituzioni ecclesiastiche. Kuriakose Bharanikulangara, Arcivescovo della diocesi siro-malabarese di Faridabad, lo scorso anno celebrò la Messa del Giovedì santo nel carcere di Tihar, nell'area di Delhi. Terminato il rito della lavanda dei piedi a 12 detenuti, un altro prigioniero si presentò all'altare chiedendo di essere anch’egli tra gli apostoli. L’Arcivescovo accettò, lavando i piedi al 13° prigioniero. L’uomo confidò poi al Vescovo di essere vittima di false accuse e di essere in carcere da innocente. Ricordando questo significativo episodio, il Vescovo Peter Remigius, presidente dell’organizzazione cattolica di volontariato “Prison Ministry India”, che si occupa specificamente di pastorale carceraria, dice a Fides: “Sta a noi cercare quel 13° prigioniero che chiede conforto e sostegno”, affermando che “in seno alla Chiesa ci sarà sempre un luogo di accoglienza e solidarietà e misericordia per chi è in carcere”.Sulla scia delle preziose esperienze del Giubileo, l’organizzazione “Prison Ministry India” invita ora giovani e adulti a vivere un anno di impegno volontario. “In 1.382 carceri indiane oltre 400mila persone languono senza amore, speranza e aiuto. L’impegno è una opportunità per coinvolgersi per il recupero e la riabilitazione dei detenuti, dentro e fuori le carceri indiane”, spiega a Fides p. Sebastian Vadkumpadan coordinatore nazionale di “Prison Ministry India”.I nuovi volontari seguiranno un intenso programma di formazione che si terrà al Camilian Pastoral Health Center di Bangalore nel maggio prossimo. Il corso si rivolge a sacerdoti, suore, laici che “desiderano impegnarsi in quest’opera di misericordia per continuare a mostrare compassione e cura verso i fratelli dietro le sbarre”, spiega il sacerdote.“Prison Ministry India” è un'organizzazione di volontariato nazionale, nata nel 1986 e riconosciuta dalla Conferenza episcopale, che opera per la cura, la riabilitazione e il reinserimento sociale dei detenuti. Attualmente conta oltre 6.000 volontari che mettono entusiasmo, competenze ed energie per dare speranza e migliorare la qualità della vita dei detenuti nelle carceri indiane.

AFRICA/MOZAMBICO - Oltre un milione di bambini lavoratori: denuncia del Governo

Maputo - Il Governo del Mozambico ha denunciato la presenza nel Paese di un milione e 400 mila bambini lavoratori a causa della povertà e con un salario inferiore al minimo applicato nel Paese. Nel corso della presentazione di una indagine condotta sullo sfruttamento dei minori, elaborata dall’Università locale Eduardo Mondlane, le autorità hanno chiesto una lista di lavori pericolosi dai quali tutelare i bambini. Secondo i dati dello studio, il 44% di bambini e adolescenti consultati ha affermato che la maggior parte del lavoro minorile si concentra nel commercio illegale, il 14% lavora per aiutare la famiglia. Circa il 12% degli intervistati ha dichiarato di lavorare in bar e ristoranti, l’11% nei campi di famiglia, il 6% nel settore della pesca e il 5% nelle attività domestiche. In Mozambico l’età minima per lavorare è stabilita a 18 anni, tuttavia la legge sul lavoro prevede che, eccezionalmente, si possano svolgere attività lavorative a partire dai 15 anni.

AMERICA/MESSICO - Messico in festa: saranno canonizzati i bambini Martiri di Tlaxcala, protomartiri dell'America

Città del Messico – "Con felicità e gioia condividiamo la notizia che il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza Sua Eminenza il Cardinale Angelo Amato, S.D.B., Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Durante l'udienza, il Santo Padre ha approvato i voti favorevoli della Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi Membri della Congregazione circa la canonizzazione dei seguenti Beati: Cristobal, Antonio e Juan, adolescenti, martiri, uccisi in odio alla fede in Messico nel 1529". E’ il testo del comunicato della Conferenza Episcopale Messicana pubblicato ieri pomeriggio e pervenuto a Fides."I bambini Martiri di Tlaxcala, sono martiri di tutta l'America Latina, perché sono stati i primi a dare testimonianza della fede" aveva detto Sua Ecc. Mons. Francisco Moreno Barron, Vescovo di Tlaxcala, il 14 novembre 2015 alla celebrazione del V Centenario della nascita dei tre bambini .Il processo di beatificazione era stato concluso da San Giovanni Paolo II il 6 maggio 1990 presso la Basilica di Guadalupe, durante la sua seconda visita pastorale in Messico. Sono tra i primi nativi di etnia americana convertiti alla fede cattolica e sono anche i Promartiri dell'America, i primi a versare il loro sangue per Cristo in questo continente. Cristobal nacque probabilmente nell'anno 1514, Antonio e Juan intorno al 1516. Vennero crudelmente uccisi dai loro conterranei perché, in nome della fede cattolica, rifiutavano l’idolatria e la poligamia: Cristobal morì nel 1527, Antonio e Juan nel 1529. L'Arcivescovo Moreno Barron, venuto a Roma il 29 giugno 2016 per la benedizione del Pallio da parte di Papa Francesco, come nuovo Arcivescovo di Tijuana, ha ricevuto copia del Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, con cui i Bambini Martiri di Tlaxcala sono dichiarati Patroni dell’infanzia messicana .

ASIA/AFGHANISTAN - Il Paese è in grave crisi economica e milioni di bambini non vanno a scuola

Kabul - Quasi un terzo dei bambini afghani non va a scuola e, in un Paese in guerra come l’Afghanistan, questo fattore aumenta il rischio che cadano vittime del lavoro minorile, che vengano reclutati dai gruppi armati, che vengano costretti a matrimoni precoci o subiscano qualsiasi altra forma di sfruttamento. Secondo le cifre raccolte da Save the Children, pervenute a Fides, oltre 400 mila minori afghani hanno abbandonato la scuola quest’anno per via delle crescente instabilità e del rimpatrio forzato di 600 mila rifugiati afghani dal Pakistan. La ong segnala che circa la metà dei bambini che rientrano non va a scuola e spesso finiscono per lavorare per la strada perchè i genitori non trovano lavoro.

VATICANO - Riconosciuto il martirio di una religiosa impegnata per le donne e il rispetto dei diritti

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante il martirio della Serva di Dio suor Regina Maria Vattalil , suora professa della Congregazione delle Suore Clarisse Francescane, uccisa in India, in odio alla fede, il 25 febbraio 1995.Suor Maria, 41 anni, era originaria del Kerala, e da due anni e mezzo lavorava ad Udaynagar, nella diocesi di Indore, nello stato indiano del Madhya Pradesh. Venne uccisa mentre viaggiava in autobus da Udaynagar a Indore. Due uomini la costrinsero a scendere dal mezzo e, davanti ai passeggeri, la colpirono con più di 50 coltellate. La polizia arrestò tre persone, tra cui gli esecutori materiali del crimine.Secondo le informazioni diffuse allora dall’Agenzia Fides , la religiosa era impegnata soprattutto a favore dei contadini e delle donne dei villaggi. Mons. George Anathil, al tempo Vescovo di Indore, ricordò che suor Maria svolgeva attività di assistenza sociale, insegnando i diritti civili alle popolazioni tribali di Udaynagar, in una zona dominata da grandi proprietari terrieri e da usurai. Dopo i suoi funerali si svolsero manifestazioni pubbliche cui presero parte migliaia di persone, tra cui alcuni Vescovi e membri di organizzazioni cristiane e non-cristiane. Tutte le istituzioni e le scuole cattoliche dello stato del Madhya Pradesh rimasero chiuse in segno di lutto.

ASIA/SIRIA - L'Arcivescovo siro cattolico di Hassakè: non aiutiamo solo i cristiani

Hassakè – I miliziani dell'auto-proclamato Stato Islamico si sono ritirati dai dintorni di Hassakè. Per anni, avevano postazioni a meno di venti chilometri dalla capitale dell'omonima provincia, nella Siria nord-orientale. Adesso si sono allontanati di almeno sessanta chilometri. La città respira, ma le conseguenze del conflitto continuano a pesare sulla vita quotidiana: “A sud del capoluogo” riferisce all'Agenzia Fides Jacques Behnan Hindo, Arcivescovo siro-cattolico di Hassakè Nisibi “ci sono villaggi di beduini dove si soffre la fame. Avevano accettato il dominio di Daesh, che garantiva loro il necessario per vivere. Adesso molti di loro appoggiano i miliziani curdi. Ma tanti non hanno da mangiare. Come diocesi, abbiamo appena finito di distribuire anche tra loro tremila tra capre e capretti, così potranno avere latte e provare a far nascere piccoli allevamenti a gestione familiare o comunitaria. Saranno risorse per garantire la sopravvivenza. I cristiani di qui hanno sofferto tanto, durante la guerra. Ma c'è chi ha sofferto come e più dei cristiani. E noi aiutiamo tutti”. L'Arcidiocesi siro-cattolica – aggiunge l'Arcivescovo Hindo – ha anche restaurato 25 abitazioni nei quartieri a sud di Hassakè, e le ha distribuite a nuclei familiari non cristiani. L'intento è quello di contribuire col tempo ad affievolire le contrapposizioni settarie. A questo riguardo, l'Arcivescovo siro cattolico continua a considerare ambiguo il comportamento di alcuni gruppi curdi militarizzati: “da quasi un anno” riferisce l'Arcivescovo “continuano a mantenere il controllo dell'ospedale in costruzione che avevano promesso di sgomberare già nel giugno scorso, per far avviare i lavori di restauro e consentire a quella struttura sanitaria di entrare in funzione”.

ASIA/FILIPPINE - La Chiesa: "Sulla pena di morte, ai politici chiediamo coerenza e coscienza"

Manila – “Quello che chiediamo ai nostri politici è la coerenza e di votare sulla pena di morte secondo coscienza. Chiediamo di non usare la fede per convenienza politica. Molti politici scendono in campo per dire sì alla vita, poi votano a favore della pena di morte. La coscienza illuminata dalla fede è molto importante in politica, come in ogni altra scelta della vita umana. Le scelte nella vita personale o privata non possono essere in contraddizione con quelle nella vita pubblica": lo dice all’Agenzia Fides p. Melvin Castro, Segretario esecutivo della Commissione “Famiglia e vita” nella Conferenza episcopale, mentre il Senato filippino si prepara a votare la legge sul ripristino della pena di morte, già approvata dal Congresso. Il voto in Senato è previsto il 2 maggio e nell'assemblea la maggioranza è detenuta da membri del partito del presidente Duterte, promotore della legge. "La Chiesa insegna questo, la sacralità di ogni vita. Vogliamo vivere in una nazione che tenga sempre presente il principio del rispetto della dignità inalienabile di ogni uomo e ogni donna e dei diritti umani fondamentali", rimarca p. Castro a Fides. La Conferenza episcopale delle Filippine, in una recente dichiarazione pubblica, letta in tutte le chiese, ha presentando diverse buone ragioni per respingere il disegno di legge sulla pena capitale. I vescovi affermano che la pena di morte “non è necessaria”, “non assicura maggiore giustizia”, “non aiuterà il paese”.Infatti, ogni pena, osservano i presuli, deve avere un valore rieducativo e deve avere come obiettivo la "guarigione e il cambiamento di vita" di chi commette un reato, e non avere carattere di vendetta. Inoltre, secondo dati della Corte Suprema, gli errori giudiziari nei casi di condanne alla pena capitale sono oltre il 70%, mentre "nessuno studio dimostra che l'imposizione della pena di morte è un efficace deterrente contro il crimine", nota il messaggio dei vescovi. Per questo l'appello chiede esplicitamente ai senatori di "respingere la reintroduzione della pena di morte”. I vescovi, infine, invitano i fedeli a pregare costantemente perchè" lo Spirito santo illumini e guidi le menti e le coscienze dei legislatori", chiamati a compiere una scelta che avrà ripercussioni sulla vita di molte persone e sul futuro del paese.

AFRICA/NIGERIA - “I nostri politici sono corrotti e spesso gli aiuti non vanno a chi ne ha bisogno” denuncia un Vescovo

Abuja - “Molte delle offerte provenienti dal mondo occidentale non vanno direttamente alle persone a cui sono destinate. Per qualsiasi intervento, insistono che le donazioni devono passare attraverso le agenzie governative e attraverso queste finiscono nelle tasche di alcuni individui. Molti dei nostri politici sono corrotti” ha denunciato Sua Ecc. Mons. Oliver Dashe Doeme, Vescovo di Maiduguri, capitale dello Stato di Borno, nel nord della Nigeria, parlando con una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre. Maiduguri è al centro degli attacchi di Boko Haram e la delegazione era in visita in segno di solidarietà con le popolazioni colpite.Mons. Doeme nel ringraziare gli ospiti, ha sottolineato che la Chiesa ed altre denominazioni religiose hanno creato delle strutture efficienti per distribuire gli aiuti alle vittime di Boko Haram.La delegazione, composta da 14 persone provenienti da Corea del Sud, Asia, America ed Europa, ha invitato alla riconciliazione e al dialogo interreligioso per superare le tensioni.Tensioni che spesso sono di origine politica, come ha sottolineato P. John Bakeni, ricordando che nel nord della Nigeria comprare un terreno per edificare una chiesa è diventato un compito difficile, mentre il governo non ha offerto compensazioni per le chiese distrutte da Boko Haram. La Chiesa - ha rimarcato p. Bakeni – ha sempre aiutato tutti indipendentemente dalla fede religiosa. “La Chiesa cattolica ha visitato tutti i campi profughi di Maiduguri, offrendo un immediato aiuto umanitario ai nostri fratelli musulmani” ha detto.La delegazione ha incontrato alcuni dei sopravissuti alle violenze di Boko Haram sotto la guida di p. Gideon Obasogie, Direttore dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali.

AFRICA/CONGO RD - I massacri nel Nord Kivu opera di veri jihadisti?

Kinshasa - Dall’inizio di ottobre 2014, la popolazione del territorio di Beni è vittima di una serie di sequestri di persone e di massacri, in cui più di mille persone hanno perso la vita.Il governo congolese attribuisce tali violenze a un gruppo di ribelli ugandesi di ispirazione islamica, le Forze Democratiche Alleate , qualificandoli come gruppo terrorista jihadista. Sempre secondo il governo, le ADF sarebbero in contatto con altri gruppi jihadisti come Al Shabaab della Somalia e Boko Haram della Nigeria. Tale tesi sarebbe comprovata dalla presenza, nelle file delle ADF, di ugandesi, somali, kenyani, ciadiani e sudanesi. “Ma la tesi jihadista del governo non è affatto convincente. Potrebbe essere un semplice espediente per accattivarsi la simpatia della Comunità internazionale, anch’essa "vittima" di una certa forma di terrorismo internazionale” afferma una nota inviata all’Agenzia Fides dalla Rete Pace per il Congo.I massacri infatti non sono mai rivendicati come invece quelli commessi da gruppi jihadisti in altre parti dell’Africa, ad esempio Boko Haram in Nigeria o gli Shabaab in Somalia. Gli ADF non fanno comunicati né sono attivi sui siti Internet jihadisti. Essi non seguono una logica di reclutamento di nuovi credenti in vista dell’espansione di un califfato nella regione dei Grandi Laghi d’Africa, ma una logica di insediamento territoriale. In loro, si può osservare una strategia di insediamento in certe zone del territorio di Beni cui la popolazione locale non può più accedere. Per quanto riguarda i presunti membri stranieri, risulta difficile pensare che si tratti di "Foreign Fighters" arrivati in Congo per arruolarsi in una ipotetica jihad. Si tratta piuttosto di stranieri già presenti sul suolo congolese da diversi anni, se non da decenni, per motivi politici, economici o professionali. “Secondo un’altra tesi, i veri responsabili di questi crimini sarebbero lo stesso governo e delle popolazioni di origine ruandese il cui obiettivo sarebbe quello di balcanizzare la regione” afferma la nota. “Questo era il punto di vista anche di P. Vincent Machozi, religioso assunzionista assassinato nella notte del 20 marzo 2016 . Poco prima di essere ucciso, sul suo sito web Beni-Lubero, egli aveva accusato il Presidente congolese Joseph Kabila e il Presidente rwandese Paul Kagame di essere i veri mandanti dei massacri. Secondo lui, i due Presidenti favorirebbero un clima di terrore, al fine di costringere la popolazione locale ad abbandonare le sue terre, ricche di legname e minerali, per insediarvi una nuova popolazione proveniente dal Rwanda. Nel suo ultimo messaggio prima di essere assassinato, Padre Machozi aveva scritto: «le tuniche musulmane contribuiscono a creare la confusione per nascondere il volto ruandese dell’occupazione, già troppo visibile agli occhi di tutti»”.

ASIA/MYANMAR - Lavoro minorile: manodopera a basso costo che alimenta la crescita nel Paese

Naypyidaw – In Myanmar i minori possono iniziare a lavorare legalmente all’età di 14 anni, ma la giornata di lavoro non può superare le quattro ore. La legislazione consente di entrare nel mercato del lavoro a 14 anni, ma alcuni arrivano anche a falsificare la documentazione per iniziare prima. Pur essendo vietata ogni forma di lavoro pericolosa, gli esperti sostengono che si la legislazione è poco conosciuta e molti bambini, ancora più piccoli, vengono mandati a lavorare. Secondo le informazioni pervenute a Fides, in Myanmar lavora un bambino su 5, nella fascia di età tra 10 e 17 anni: uno dei peggiori Paesi del mondo in materia di lavoro minorile dove una persona su quattro vive al di sotto della soglia di povertà. Molti dei bambini che lavorano per aiutare le loro famiglie vendono fiori, servono il tè o fanno i domestici. Altri lavorano nelle sempre più numerose fabbriche straniere stabilite nel Paese per trasformare l’economia nella più dinamica della regione, facendo prevedere quest’anno una crescita del 7%. Le imprese occidentali cercano di approfittare del basso costo della manodopera. Il salario minimo è infatti di circa 33 centesimi di dollaro all’ora, meno rispetto a Thailandia, Cambogia, Cina e Indonesia.

AMERICA/REPUBBLICA DOMINICANA - Incontro dei Vescovi di frontiera di Haiti e Rep. Dominicana sui problemi comuni

Barahona – Vescovi, sacerdoti e delegazioni di parrocchie di Haiti e della Repubblica Dominicana si sono riuniti a Barahona il 21 marzo, per analizzare i problemi sociali ed economici che interessano il confine e contemporaneamente scambiare esperienze pastorali in un clima di comunione. Secondo le informazioni pervenute a Fides, l'incontro si è concluso con la Messa presieduta da uno dei Vescovi haitiani e concelebrata da tutti i Vescovi, tra cui l'Arcivescovo Jude Thaddeus Okolo, Nunzio Apostolico nella Repubblica Dominicana. Le delegazioni che hanno partecipato sono state accolte da Mons. Andrés Napoleón Romero Cárdenas, Vescovo della diocesi di Barahona.

AFRICA/SUD SUDAN - Nello Unity State la gente sta morendo di fame, chi può fugge in cerca di salvezza

Yirol – “Erano 6 anni che un paese dell’Africa non precipitava in una situazione così drammatica: 'stato di fame'. L’ultima volta era capitato in Somalia. Da poco più di un mese invece il dramma della morte per fame sta falcidiando il Sud Sudan e più specificamente lo Stato di Unity, circa 100 mila persone, al confine con quello dei Laghi, dove stiamo lavorando da quasi dieci anni”. Lo racconta a Fides don Dante Carraro, Direttore di Medici con l’Africa CUAMM. “Le conseguenze della siccità e della carestia, che dall’anno scorso stanno colpendo queste aree, si sono aggravate a causa della accresciuta e diffusa insicurezza che pervade il Paese e mina il lavoro, le attività e la fiducia di famiglie e comunità locali. Non ci si sposta più con le auto, le piste sono troppo pericolose. Si usano solo piccoli aerei o elicotteri delle Nazioni Unite. Quando la povertà non ti consente di dar da mangiare ai tuoi figli tiri fuori le armi e fai anche quello che altrimenti non faresti. Le comunicazioni sono bloccate, i trasporti impossibili, sementi e cibo non arrivano. E ora si comincia a morire di fame. Prima le capre e le vacche, poi i bambini e le mamme, poi gli anziani e infine i giovani e gli adulti. La gente che non muore scappa. Dallo Stato di Unity fuggono verso le zone interne del Paese, più a Sud, nello Stato dei Laghi oppure fuori del Paese, verso oriente, in Etiopia. La situazione politica e sociale è fragilissima, i rischi quotidiani per la sicurezza, ogni spostamento un’impresa. Ma la situazione della popolazione, mamme e bambini in particolare, è drammatica” prosegue don Dante. “Noi del CUAMM abbiamo deciso di farci prossimi a tanta sofferenza e umiliazione. Accogliamo e ci facciamo carico di chi riesce a fuggire e ad arrivare più a sud, verso lo Stato dei Laghi: mamme, bambini e famiglie che cercano rifugio, cibo e cura negli ospedali di Cuibet, Rumbeck, Yirol e nei vari centri sanitari sparsi sul territorio. Stiamo intervenendo lì, dove più acuta è l’emergenza, nelle aree centro-meridionali del vicino Stato di Unity, dove migliaia di persone, silenziosamente e drammaticamente stanno morendo di fame. C’è bisogno di assistenza nutrizionale e cure sanitarie, cibo, farmaci, equipaggiamento e personale garantendo anche un servizio di trasporto dei casi urgenti e gravi verso strutture più attrezzate. Le Nazioni Unite intervengono come possono supportando le attività da Juba” conclude don Dante.

AMERICA - REPAM: il diritto al territorio è condizione preliminare per l'esercizio di altri diritti

Washington – La Rete Ecclesiale Pan-Amazzonica , considerando la violazione dei diritti territoriali dei popoli indigeni e delle comunità amazzoniche in Sud America, ha proposto alla Commissione Internazionale dei Diritti Umani di valutare la possibilità, attraverso il relatore per i diritti delle popolazioni indigene, di preparare e pubblicare una relazione sulla situazione dei diritti territoriali di questi popoli. "Crediamo che tale documento sarebbe uno strumento giuridico utile per la difesa, a livello nazionale e internazionale, delle comunità indigene e non indigene in Amazzonia" ha commentato la REPAM riguardo all'udienza svoltasi il 17 marzo a Washington .I rappresentanti delle popolazioni indigene e Mons. Pedro Ricardo Barreto Jimeno, S.J., Arcivescovo di Huancayo e portavoce del CELAM, hanno illustrato i gravi danni che l'estrazione dei minerali ed altre attività legali e illegali in Amazzonia, hanno arrecato e continuano ad arrecare non solo all'ambiente e alle risorse naturali, ma anche ai diritti umani dei popoli indigeni e non indigeni locali, in particolare al diritto del territorio. Hanno quindi fatto appello alle autorità perchè ricerchino nuovi modi in grado di armonizzare il rispetto dei diritti umani e dell'ambiente con lo sviluppo economico e produttivo.Nell'udienza la REPAM ha focalizzato l'attenzione sul diritto al territorio, come condizione preliminare per l'esercizio di altri diritti, identificando il problema più grande della regione amazzonica con l'espansione delle industrie estrattive e con un nuovo modello economico, cui gli Stati hanno indirizzato le loro normative e politiche pubbliche.

AMERICA/PORTO RICO - Leader religiosi chiedono agli Stati Uniti di prevenire le crisi finanziarie nel paese

San Juan – L'Arcivescovo di Puerto Rico, Sua Ecc. Mons. Roberto González, e la Società Biblica guidata dal reverendo Heriberto Martínez, chiedono al Congresso degli Stati Uniti d’America di approvare i benefici fiscali per i bambini e l'assistenza sanitaria per il Puerto Rico, richiesta presentata da una task force bipartisan dello stesso Congresso. La Camera dei deputati sta infatti discutendo alcuni aspetti della legislazione sulla sanità, che una volta approvati, secondo i leader religiosi, contribuiranno ad alleggerire il debito dell'isola. L’isola di Puerto Rico è politicamente associata agli Stati Uniti. "Siete al Congresso per agire per Puerto Rico" hanno scritto i due leader religiosi in una lettera inviata alla leadership repubblicana e democratica della Camera dei Rappresentanti e del Senato. "Poiché la nostra isola si prepara a ristrutturare il suo debito, abbiamo bisogno di voi".Oltre a concentrarsi sulla crisi finanziaria dell’isola, sempre più grave, l'Arcivescovo González e il reverendo Martínez, incoraggiano il Congresso ad adottare ulteriori misure per fermare future crisi del debito non solo a Puerto Rico ma anche nei paesi in via di sviluppo di tutto il mondo. "Vogliamo prevenire le crisi finanziarie che hanno un impatto su tutti i bambini – scrivono -. Molti paesi, come il Puerto Rico, sono in crisi perché manca una legge statunitense che promuova, in modo sicuro, il prestito responsabile e la sua restituzione".I leader religiosi nella loro lettera, pervenuta a Fides, ricordano di lavorare alla soluzione della crisi di Puerto Rico dal 2015 ), avendo come partner Jubilee USA e realtà religiose nazionali come la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti e la United Church of Christ.

AFRICA/NIGERIA - Otto morti in un attentato contro un campo profughi nel nord-est del Paese

Abuja - Almeno otto morti sono il bilancio di un attacco suicida avvenuto nella notte del 22 marzo, a Maiduguri, capitale dello Stato di Borno, nel nord-est della Nigeria. Secondo le prime informazioni cinque attentatori suicidi si sono fatti esplodere nel campo per sfollati di Muna Garage nei pressi della città.Il campo ospita centinaia di migliaia di sfollati in fuga dalle violenze di Boko Haram, che ha già commesso altri attentati suicidi contro la struttura umanitaria. È quindi probabile che anche questo ultimo attacco sia stato perpetrato dalla setta islamista, che nonostante i severi colpi ricevuti dall’esercito, continua ad effettuare attentati per dimostrare che non è stata sconfitta.La situazione della sicurezza rimane precaria anche in altre aree della Nigeria. Il 20 marzo, 18 persone sono rimaste uccise in un mercato nella regione centrale di Benue. Il Presidente Muhammadu Buhari ha ordinato un’inchiesta su questo massacro ed ha condannato la recente ondata di uccisioni che colpisce diverse regioni della Federazione.Nella loro ultima dichiarazione pubblica , i Vescovi nigeriani hanno messo in guardia sulla “perdita della sacralità della vita” e sulla “diffusione, in diverse aree, di milizie etniche e della loro crescente violenza distruttiva contro la comunità”. “Stiamo assistendo alla crescita di politiche identitarie con la nostra gente che si ritira nel seno dell’etnicità” hanno avvertito i Vescovi sottolineando che “dalla fine della tragica guerra civile , in nessun momento della storia del nostro amato Paese, la questione della cittadinanza è stata soggetta ad una prova così dura”.

ASIA/LIBANO - Il Sinodo della Chiesa siro-ortodossa sospende a divinis due dei suoi vescovi

Beirut - La crisi interna emersa in seno alla Chiesa siro ortodossa, dopo le accuse di “tradimento della fede” rivolte da sei Metropoliti contro il Patriarca Mor Ignatius Aphrem II, ha provocato per ora la sospensione a divinis di due dei Vescovi, mentre per gli altri quattro è stato proposto di sottoscrivere entro il trenta aprile una lettera di scuse e di pentimento per le loro scelte compiute in passato, considerate laceranti per la comunione ecclesiale. Le misure sono state disposte durante l'assemblea straordinaria del Sinodo, svoltasi presso la residenza patriarcale di Atchaneh, in Libano, dal 14 al 16 marzo 2017, e sono state lette nelle chiese siro ortodosse di tutto il mondo durante le messe celebrate domenica 19 marzo. I due metropoliti sospesi sono Sewerios Ishak Zaka e Eustatius Matta Roham. Quest'ultimo, un tempo alla guida dell'arcieparchia siriana di Jazirah e dell'Eufrate, era espatriato in Europa già alla fine del 2012, e non aveva fatto più ritorno nel suo Paese dilaniato dalla guerra. Prima del Natale 2013, un commando di uomini incappucciati aveva fatto irruzione nella sede metropolitana di Qamishli e aveva messo in scena una plateale azione di ricusazione del Prelato, doverosamente filmata e diffusa su youtube. I membri della squadra lessero un comunicato in cui si presentavano come portavoce del “popolo cristiano” e accusarono l'Arcivescovo di essere fuggito mentre la sua gente era sottoposta a sofferenze e minacce.I sei Metropoliti entrati in conflitto con il Patriarca avevano diffuso l’8 febbraio una dichiarazione in cui sostenevano che il Primate della Chiesa siro-ortodossa non meritava più il titolo di «defensor fidei», visto che a loro giudizio aveva seminato dubbi e sospetti nel cuore dei credenti, con dichiarazioni e gesti «contrari agli insegnamenti di Gesù Cristo, secondo il suo Santo Vangelo». Tra i gesti imputati al Patriarca come “tradimento della fede” c'è anche quello di aver sollevato il Corano. Le accuse dei sei Metropoliti contro il Patriarca avevano provocato la risposta compatta degli altri 30 Metropoliti e Vicari patriarcali siro-ortodossi. In un comunicato, diffuso in data 10 febbraio, i trenta Vescovi avevano definito come «ribellione contro la Chiesa» le accuse rivolte al Patriarca di essersi allontanato dal «dogma cristiano ortodosso».

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