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AFRICA/CONGO RD - “Le proteste guidate dai laici cattolici continueranno”; la Nunziatura: “spari con pallottole reali contro i dimostranti”

Kinshasa - “Il governo sta cercando di rigettare sugli organizzatori della marcia di protesta la responsabilità delle violenze di domenica” riferiscono all’Agenzia Fides fonti della Chiesa della Repubblica Democratica del Congo dove domenica 21 gennaio in diverse città del Paese le forze dell’ordine hanno represso nel sangue le manifestazioni di protesta indette dal Comité Laic de Coordination per chiedere al Presidente Josesph Kabila una dichiarazione con il quale si impegna a non si candidarsi alla propria successione in conformità alla Costituzione e il rispetto degli accordi di San Silvestro del 31 dicembre 2016.Nonostante la repressione i laici cattolici non demordono perché come riferiscono le fonti di Fides “ vogliono organizzare altre manifestazioni di protesta”. “Questo perché - spiegano le fonti- si ha ormai la netta impressione che chi sta al potere non vuole cederlo. Le marce dunque rimangono l’unica forma di protesta, sia pure debole, per fare pressione e sperare che qualcosa cambi all’interno del regime presidenziale”.“Sulla decina di sacerdoti arrestati domenica 21 gennaio non si ancora nulla” affermano le nostre fonti. “Si sa solo che uno dei sacerdoti arrestati è stato accusato da un ministro di tentativo di aggressione perché questi, insieme ad altre persone, per sfuggire al lancio dei lacrimogeni della polizia, si è rifugiato in una casa, che appartiene proprio al ministro in questione. Questi ha accusato quindi il sacerdote e le persone che erano con lui di tentativo di aggressione, ma si tratta di una versione falsa”.“In conclusione i laici cattolici hanno preso la guida delle proteste contro Kabila. Diversi parroci hanno aderito alle iniziative di protesta ma queste non sono partite dalla CENCO o dai singoli Vescovi. Si tratta è bene ribadirlo di iniziative assunte dai laici” concludono le fonti. In una “Nota tecnica” rilasciata ai media la Nunziatura Apostolica a Kinshasa conferma che le forze dell’ordine hanno sparato pallottole reali, quindi potenzialmente mortali, contro i manifestanti nella capitale Kinshasa, e nella città di Kisangani , Goma e Bukavu , Lubumbashi e Mbuji-Mayi . Nella nota intitolata “parrocchie sconvolte dalla forze dell’ordine” si accusa la polizia di aver circondato chiese e di aver sparato lacrimogeni e proiettili veri. Secondo la Nota della Nunziatura “almeno un prete è stato ferito e almeno tre altri sono stati arrestati a Kinshasa”. Una delle sei vittime confermate della Nunziatura è stata uccisa davanti alla chiesa di San Francesco ed “era un’aspirante alla vita religiosa”.

AFRICA/TOGO - Le donne, in nero, scendono in piazza per manifestare contro il potere del Presidente

Lomé – Le donne del Togo sono in prima linea nella protesta popolare contro il potere del presidente Faure Gnassingbe. Migliaia di donne hanno manifestato sabato 20 gennaio a Lomé e sono molto attive nelle marce che, quasi a ritmo settimanale, si susseguono dal settembre scorso per protestare contro un sistema che vede una sola famiglia detenere il potere da oltre 50 anni . “Qualche giorno fa le donne, e solo loro, sono scese in massa per le strade di Lomè. E’ un fatto dal forte significato simbolico”, racconta all’Agenzia Fides p. Silvano Galli, missionario della Società Missioni Africane in Togo.“Di fronte al rifiuto del potere di andare avanti, le donne hanno deciso di entrare in gioco”, ha dichiarato il leader dell’opposizione, Jean-Pierre Fabre, durante la marcia che ha salutato come una “grande iniziativa”. Accompagnate da molti uomini e leader dell’opposizione, le donne, per lo più vestite di nero, sono partite da tre punti di incontro diversi e hanno camminato per diverse ore nella capitale togolese. « Ora prenderemo il nostro destino in mano perché siamo quelle che soffrono di più nelle nostre famiglie a causa di questa situazione”, hanno dichiarato le manifestanti. “Siamo scese in strada per affermare il nostro ruolo nella società togolese. Abbiamo scelto il colore nero per mostrare davvero che siamo in lutto, che le cose non stanno andando bene. Quando la donna nera indossa il colore nero, significa che è veramente in lutto. I nostri figli, i nostri fratelli sono ingiustamente in prigione. Le richieste rimangono le stesse di quelle della coalizione. Vogliamo il ritorno della costituzione del ‘92, il rispetto dei nostri diritti, vogliamo che le cose cambino davvero. Siamo pronte a tornare in strada per altri eventi. Non resteremo più in seconda fila. È in gioco il futuro dei nostri figli”, hanno detto al corteo.Diversi paesi dell’Africa occidentale, preoccupati per l’instabilità che la crisi del Togo può causare, hanno chiesto un dialogo tra il potere e l’opposizione, con la mediazione del presidente del Ghana Nana Akufo-Addo e quello della Guinea, Alfa Condé. I due capi di stato la scorsa settimana hanno ricevuto una delegazione dell’opposizione togolese a Conakry e Accra per cercare di avviare i dialoghi, che restano ancora bloccati. L’opposizione chiede “misure di pacificazione”, incluso il rilascio dei manifestanti ancora detenuti e il ritiro delle forze di sicurezza nel Nord del paese, prima dell’inizio dei negoziati. Al termine dell’incontro, il presidente Alpha Condé ha promesso di inviare una delegazione a Lomé “per esaminare le richieste dell'opposizione”, e ha proposto che il dialogo si tenga dal 23 al 26 gennaio.

AFRICA/EGITTO - Parlamento egiziano respinge il memorandum della risoluzione USA sulle discriminazioni contro i copti

Il Cairo – La Commissione per gli affari esteri del Parlamento egiziano ha redatto una risposta al memorandum allegato alla bozza di risoluzione sull'allarme “per gli attacchi contro i cristiani copti in Egitto”, sottoposta lo scorso 21 dicembre alla discussione del Congresso USA da sei parlamentari statunitensi. Lunedì 22 gennaio, il capo della commissione parlamentare egiziana, Tarek Radwan, ha reso noto che il documento redatto, lungo sei pagine, sarà inviato al Congresso degli Stati Uniti per confutare le affermazioni contenute nel memorandum statunitense, che mira ad accreditare l'esistenza di una discriminazione sistematica dei copti dell'Egitto guidato dal Presidente Abdel Fattah al Sisi. Il documento predisposto dalla Commissione parlamentare egiziana - riferiscono i media nazionali – punta a documentare la convergenza di musulmani e copti nella “rivoluzione” del 25 gennaio 2011, che portò alla caduta del regime di Hosni Mubarak. La responsabilità dei conflitti settari seguiti a quel passaggio storico - sostiene il testo redatto dalla Commissione egiziana – va attribuita in toto ai Fratelli Musulmani, giunti al potere democraticamente nel 2012, e il cui governo, guidato da Mohamed Morsi, fu rovesciato nel giugno 2013, dopo le manifestazioni di protesta appoggiate da decine di milioni di egiziani, cristiani e musulmani. La rivoluzione del 30 giugno 2013 - si legge nel testo - ha rappresentato una reazione al tentativo di trasformare l'Egitto in uno stato settario, ma dopo tale svolta, la rabbia dei gruppi estremisti si è scatenata con più ferocia contro i cristiani copti, facendo registrare un aumento impressionante delle violenze settarie e anche delle stragi di cristiani copti perpetrate dalle bande jihadiste. Dopo la rimozione del regime dei Fratelli Musulmani – insiste il testo predisposto dalla commissione parlamentare egiziana - il governo egiziano, sotto la guida del Presidente al Sisi, ha puntato a riaffermare i pieni diritti di cittadinanza per tutti gli egiziani, ponendo fine a violenze e discriminazioni contro i copti. L'esercito egiziano - si legge tra l'altro nel documento - “ha intrapreso la ricostruzione e il rinnovamento di ben 83 chiese in tutto l'Egitto”, mente l'articolo 244 della nuova Costituzione “ha aiutato i cristiani a guadagnare 39 seggi in parlamento per la prima volta", e una legge è stata approvata nell'agosto 2016 per rendere più facile la costruzione di nuove chiese. Inoltre, una legge predisposta dalla Commissione anti-discriminazione sarà presto discussa per garantire che nessuna minoranza religiosa in Egitto sia discriminata o penalizzata nella distribuzione delle cariche pubbliche. La risposta della commissione parlamentare egiziana riporta anche una frase pronunciata dal Patriarca copto Tawadros II per attestare come i copti rivendichino in ogni occasione la loro fisionomia di Chiesa autoctona e di componente costitutiva della nazione egiziana.La bozza di risoluzione sull'allarme “per gli attacchi contro i cristiani copti in Egitto”, sottoposta alla discussione del Congresso USA da sei parlamentari statunitensi lo scorso 21 dicembre, aveva già provocato reazioni polemiche in Egitto, anche da parte di parlamentari egiziani di fede copta . Nel testo di quella bozza di risoluzione parlamentare, dopo una sommaria descrizione di fatti e vicende riguardanti le comunità cristiane in Egitto, si chiedeva al Congresso di richiamare il governo egiziano “ad attuare riforme serie e legittime per garantire ai cristiani copti gli stessi diritti e le stesse opportunità di tutti gli altri cittadini egiziani”. In particolare, viene richiamata l'urgenza di provvedimenti da parte delle autorità egiziane a favore di una riforma dell'istruzione che garantisca “l'insegnamento di tutte le religioni” e per “una riforma politica che garantisca i diritti umani, le libertà fondamentali e allo stato di diritto”. L'egiziano Hafez Abu Saada, membro del Consiglio nazionale per i diritti umani, conosciuto anche fuori dall'Egitto per le sue campagne in difesa dei diritti di cittadinanza nella propria Patria, aveva affermato che la risoluzione USA andava considerata come uno strumento utilizzato dagli Stati Uniti per fare pressione politica sul governo egiziano. Secondo Hafez Abu Saada, nell'Egitto di oggi non esistono discriminazioni “istituzionalizzate” nei confronti dei cristiani, e il persistere di violenze e intimidazioni di carattere settario contro i copti non può essere imputato all'attuale leadership politica .

ASIA/INDIA - I leader della Chiesa ritirano la denuncia contro gli estremisti indù

New Delhi - I leader della Chiesa nel Madhya Pradesh, nell'India centrale, hanno ritirato un ricorso legale depositato nei giorni scorsi all'Alta Corte del Madhya Pradesh contro un gruppo di gruppi radicali indù che aveva cercato di entrare con la forza nel collegio cattolico di St. Mary per eseguire rituali indù all'interno .I cristiani nel Madhya Pradesh hanno attraversato di recente un periodo difficile. Gruppi fondamentalisti indù hanno messo gli occhi sul St. Mary's College a Vidisha. Nelle scorse settimane, giovani del movimento "Akhil Bharatiya Vidyarthi Parishad" , corpo studentesco del "Bharatiya Janata Party" , e altre organizzazioni con idee simili hanno minacciato di eseguire con la forza il rito "Aarti di Bharat Mata" nei locali del collegio.Dopo la denuncia dei cristiani locali, il magistrato distrettuale ha negato a questi gruppi il permesso di eseguire il rito e disposto lo stanziamento di forze dell'ordine davanti al campus, che cura l'istruzione per oltre 9.500 studenti.Come confermano a Fides i leader cattolici responsabili del Collegio, "il ministero federale degli interni, il governo dello stato del Madhya Pradesh, lo stato e la polizia locale hanno agito in modo efficace, fornendo protezione completa al collegio". I messaggi offensivi e le minacce al collegio, però, non sono finiti e ancora il 16 gennaio sui social media si stava organizzando un altro tentativo di irruzione, anch'esso sventato. A causa delle ripetute minacce, i responsabili del St. Mary's College sono stati costretti a presentare una ricorso ucfficiale davanti all'Alta Corte del Madhya Pradesh per ottenere protezione dei diritti costituzionalmente garantiti . E l'Alta Corte ha accolto l'istanza, assicurando la tutela di quei principi. I leader della Chiesa cattolica hanno anche inviato lettere a di versi ministri ed esponeti politici, membri del BJP, chiedendo di usare i loro "buoni uffici" per riportare serenità nell'area."Siamo lieti di affermare che, come assicurato dall'avvocato generale dell'Alta Corte, lo Stato ha agito in modo equo e adottato misure per fornire protezione al nostro istituto a Vidisha", ha detto all'Agenzia Fides l'Arcivescovo Leo Cornelio SVD, alla guida della diocesi di Bhopal, presidente del Consiglio regionale dei Vescovi di Madhya Pradesh. "Grazie all'azione decisiva della polizia, la folla non è stata in grado di portare a termine il piano violento desiderato", nota. Considerando il sostegno delle autorità, i responsabili del St. Mary's College "hanno deciso di ritirare il ricorso presentato all'Alta Corte del Madhya Pradesh", conferma a Fides l'Arcivescovo Cornelio, come segnale di buona volontà e di pacificazione. "Esprimiamo gratitudine a tutte le autorità statali che hanno dimostrato la volontà politica e il coraggio di proteggere la nostra Costituzione e diritti democratici", aggiunge a Fides il Vescovo di Sagar Anthony Chirayath, presidente della "St. Mary's College Educational Society". "Il nostro staff e gli studenti si sentono sollevati e desiderano continuare pacificamente il compito educativo loro affidato", rileva p. Devassy, ​​direttore del Collegio

AFRICA/KENYA - Nomina del Direttore nazionale delle POM, d. Bonaventure Luchidio

Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 16 novembre 2017 ha nominato Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Kenya per un quinquennio , il rev. d. Bonaventure Luchidio, del clero diocesano di Kakamega. Il nuovo Direttore nazionale è nato il 18 giugno 1975 ed è stato ordinato sacerdote il 18 febbraio 2012. Dopo aver conseguito un Master in Education all’università di Nairobi, ha studiato filosofia e teologia presso la Pontificia Università Urbaniana, a Roma. E’ sempre stato impegnato nel campo della formazione dei giovani, dell’insegnamento e della promozione del loro impegno ecclesiale, ricoprendo diversi incarichi. E’ stato anche incaricato della Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria. Attualmente è parroco, rappresentante del decanato di Mukumu nel consiglio presbiterale, di cui è vicesegretario, della diocesi di Kakamega, e vicario foraneo di Mukumu.

AMERICA/PORTO RICO - I redentoristi scrivono a Trump: "Ingiuriose le sue parole sui paesi poveri"

San Juan - "Ci rivolgiamo a lei Sig. Presidente, per descrivere l’impatto negativo delle parole denigratorie da Lei usate giovedì 11 gennaio 2018 in presenza di alcuni membri del Congresso degli USA, quando ha definito Haiti, El Salvador e i Paesi poveri dell’Africa come “Paesi Shithole”. Con queste parole inizia una lettera indirizzata dai redentoristi di Porto Rico al Presidente USA Donald Trump. Nella missiva, i firmatari si presentano come “un gruppo di missionari cattolici della Congregazione Redentorista, membri della Provincia di San Juan, che comprende i popoli di Porto Rico, Repubblica Dominicana e Haiti. La missione della nostra Congregazione è di evangelizzare i poveri, e questo comprende proclamare esplicitamente il Vangelo, mostrando solidarietà e promuovendo i diritti fondamentali di giustizia e libertà per i più bisognosi. L’amore per questa missione”prosegue la lettera “ha spinto i fratelli di Spagna e Stati Uniti a servire in Porto Rico e nella Repubblica Dominicana cento anni fa. Questo stesso amore ci ha guidato a servire le persone che Lei disprezza, l’Africa, Haiti e El Salvador”. Confermando la propria fedeltà "alla nostra chiamata di essere testimoni del Redentore in un mondo ferito”. i Redentoristi di Porto Rico respingono con forza come ingiuriose le espressioni usate da Trump: “rifiutiamo le sue parole come ingiuste, offensive e denigratorie” si legge nella lettera da loro inviata al Presidente USA “perché sfigurano l’immagine e la dignità degli uomini e delle donne, creati ad immagine e somiglianza di Dio” e “contraddicono il Vangelo di Gesù Cristo, che guarda con rispetto alla dignità dei poveri”. Nell’ottavo anniversario del terremoto – ricordano tra l’altro i Redentoristi al Presidente Trump –, mentre Haiti piange i suoi 200mila morti, le sue parole calpestano la sensibilità di un popolo e di un Paese che ha mandato 800 dei suoi uomini a combattere per l’indipendenza degli Stati Uniti". I figli di Sant’Alfonso mettono a confronto le parole di Trump, che “oscurano l’orizzonte e seminano inquietudine nei sentimenti del nostro popolo”, con le incoraggianti espressioni dedicate agli afro-americani da Papa Giovanni Paolo II il 13 ottobre 1992, a Santo Domingo, all’apertura dei lavori della IV Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano: ”Non potevo” disse in quell’occasione Papa Wojtyla “non essere vicino con il mio messaggio di vivissimo affetto alle popolazioni afroamericane, che costituiscono una parte rilevante di tutto il continente e che con i loro valori umani e cristiani, e anche con la loro cultura, arricchiscono la Chiesa e la società di tanti Paesi. A questo proposito, mi ricordo di quelle parole di Simon Bolivar che affermano che “l’America è il risultato dell’unione dell’Europa e dell’Africa con elementi aborigeni. Perciò, in essa non vi possono essere pregiudizi razziali e, se vi nascessero, l’America ritornerebbe al caos primordiale” Link correlati :Lettera dei Redentoristi:

ASIA/PAKISTAN - Ennesima vittima cristiana tra i lavoratori delle fogne

Karachi - Shehzad Mansha Masih era un ragazzo cristiano residente del quartiere di Korangi a Karachi. Come tanti cristiani pakistani, era addetto alla pulizia della rete fognaria. Mentre era impiegato per la ripulitura della linea fognaria principale, senza alcuna attrezzatura specifica o altra misura di sicurezza, durante la pulizia di un pozzetto, una fuoriuscita di gas tossico ha riempito la rete. Shehzad ha inalato gas velenoso, ha perso i sensi ed è morto. Data la presenza di tali gas, nessuno ha potuto soccorrere Shehzad immediatamente e solo dopo diversi minuti si è potuto recuperare il ragazzo e portarlo in ospedale, dove se ne è constatato il decesso. Gli addetti alla pulizia delle reti fognarie pubbliche come Shehzad sono spesso esposti a gas mefitici. Shehzad non è la prima vittima: incidenti di questo genere avvengono spesso, ma i dipartimenti competenti non si preoccupano di fornire misure precauzionali per salvare le vite degli operai, quasi tutti cristiani. A giugno del 2017 ha fatto scalpore il caso del trentenne cristiano Irfan Masih, anch'egli lavoratore pubblico, tramortito per aver inalato gas tossici nella città di Umerkot nel Sindh, morto in ospedale perchè un dottore musulmano aveva rifiutato di curarlo. A luglio del 2017 altri tre operai cristiani sono deceduti a Lahore per aver respirato fumi tossici mentre stavano ripulendo un canale ostruito, in un sobborgo della città. Anch'essi erano privi di attrezzature adeguate e le operazioni non rispettavano alcuno standard di sicurezza. Gli operai sono spesso mal equipaggiati e rimangono esposti a condizioni potenzialmente letali. Il 90% dei lavoratori impegnati nella pulizia dei luoghi pubblici, incluse la fognature, in Pakistan sono cristiani. Sono lavori che i musulmani rifiutano. Si tratta di un “doppio standard”, afferma la Commissione “Giustizia e Pace” dei Vescovi pakistani e di “un trattamento discriminatorio riservato alle minoranze religiose”. “Per i non musulmani, la vita in Pakistan è un doppio smacco. Non sono solo cittadini di seconda classe per il semplice fatto che non sono musulmani - anche se il fondatore della nazione Ali Jinnah non avrebbe mai condiviso questo approccio - ma anche perché un gran parte di loro appartiene alle caste più basse, in una società dove è tuttora presente la discriminazione castale”, spiega all’Agenzia Fides Yaqoob Khan Bangash, docente musulmano all'Università di Lahore. La Commissione “Giustizia e Pace” della Conferenza dei Superiori Maggiori del Pakistan, a Multan, fornisce assistenza legale gratuita a centinaia di operai cristiani impegnati nel servizio di pulizia e ha contribuito a fondare delle associazioni per tutelare i loro diritti. Le società di gestione dei rifiuti o di pulizia dei luoghi pubblici spesso li assumono con salari giornalieri, negando loro i diritti di un lavoratore a tempo indeterminato. Le paghe sono solitamente ritardate. La legge sulla sicurezza sociale garantirebbe un risarcimento per quanti muoiono “per cause di servizio”, ma spesso questa legge viene aggirata e non rispettata in casi di vittime cristiane. La pratica di riservare tali posti di lavoro ai non musulmani viene pubblicamente promossa anche negli annunci di lavoro delle pubbliche amministrazioni . Due Ong, la "Commissione per i diritti umani del Pakistan" e la "Organizzazione per i diritti umani dei bambini e dei lavoratori" stanno conducendo una specifica ricerca sulla discriminazione delle minoranze religiose sui luoghi di lavoro pubblici in Pakistan .

AFRICA/CONGO RD - Violenta repressione delle manifestazioni: almeno 6 morti, una decina di preti sequestrati

Kinshasa - Almeno 10 preti e due suore sono stati sequestrati dalla forze dell’ordine negli scontri avvenuti ieri, domenica 21 gennaio, in diverse località della Repubblica Democratica del Congo, per la violenta repressione di una nuova iniziativa di protesta promossa dai laici cattolici, dopo quella del 31 dicembre 2017, anche questa repressa nel sangue. “Siamo a conoscenza di dieci preti arrestati, tra cui don Dieudonné Mukinayi, della parrocchia di Saint Christophe de Binza Ozone. È stato sequestrato in una residenza di un membro del governo, insieme ad otto parrocchiani” ha denunciato Georges Kapiamba, Presidente dell’Association Congolaise pour l’Accès à la Justice , secondo il quale anche due religiose sono scomparse. “I preti arrestati potrebbero essere addirittura 12 oltre alle due suore” dicono all’Agenzia Fides fonti della Chiesa congolese. “A differenza del 31 dicembre, questa volta le proteste hanno interessato numerose città in tutta la RDC” dicono le nostre fonti. “Nella capitale, Kinshasa, da dove è stato lanciato, l’appello a manifestare è stato accolto in tutti i comuni. A Goma , dove il 31 dicembre l’appello a manifestare non era stato rilanciato a livello locale, questa volta invece si è svolta una manifestazione dopo la messa nella cattedrale, che è stata repressa dalla polizia. Nel capoluogo del Sud Kivu, Bukavu, la polizia ha soffocato sul nascere la protesta impedendo alla gente di radunarsi. A Mbuji-Mayi, capoluogo del Kasai Orientale, fin dalla prima mattina le chiese erano circondate dai militari. Una situazione talmente tesa che il Vescovo locale ha dovuto pubblicare un comunicato per chiedere ai sacerdoti di avere coraggio e di svolgere le funzioni religiose. Ma proprio nella cattedrale di Mbuji-Mayi i militari hanno interrotto la messa, impedendo la consacrazione dell’Eucaristia” affermano le fonti di Fides.“I morti accertati che si conoscono sono almeno 5, ma potrebbero essere di più, forse 6 o 7. Tra questi vi è la figlia di un dirigente della polizia, che è morta proteggendo alcune bambine quando i militari hanno iniziato a sparare nella parrocchia di Saint Kizito a Kinshasa”.Il bilancio provvisorio della repressione presentato dalla MONUSCO è di 6 morti, 57 feriti e più di 100 persone arrestate. Anche la manifestazione di ieri è stata indetta dal laicato cattolico per esercitare pressioni sul presidente Joseph Kabila perché rispetti gli Accordi di San Silvestro del 31 dicembre 2016 e soprattutto per ottenere da lui il solenne impegno a non ricandidarsi alle elezioni del 23 dicembre 2018.Ieri Papa Francesco ha lanciato un appello “chiedendo alle autorità, ai responsabili e a tutti in questo amato Paese, che mettano il massimo impegno e il massimo sforzo per evitare ogni forma di violenza e cercare soluzioni a favore del bene comune. Tutti insieme, in silenzio, preghiamo per questa intenzione, per i nostri fratelli nella Repubblica Democratica del Congo” ha detto il Santo Padre dopo l’Angelus.

ASIA/TERRA SANTA - Vescovi cattolici a Israele:l'espulsione espone profughi eritrei e sudanesi a pericoli e guerre

Gerusalemme – Le autorità israeliane stanno imponendo ai richiedenti asilo eritrei e sudanesi di scegliere tra il carcere o l'esodo in altri Paesi, e tale scelta politica rischia di esporre “tante vite al pericolo e ad un futuro incerto”. Lo affermano i Capi delle Chiese cattoliche di Terra Santa, in un testo diffuso nei giorni scorsi in cui esprimono riserve e perplessità riguardo alla recente disposizione messa in atto dal governo israeliano. Lo scorso 1° gennaio l'Autorità israeliana per la popolazione e l'immigrazione ha reso nota la disposizione con cui - rilevano i Capi delle Chiese cattoliche di Terra Santa - viene lasciata ai richiedenti asilo del Sudan e dell'Eritrea presenti in Israele, soltanto l'opzione di scegliere tra il trasferimento in altri Paesi e l'incarcerazione. Per incentivare le partenze, coloro che lasceranno Israele entro la fine di marzo 2018 riceveranno una somma di 3.500 shekel israeliani in aggiunta al biglietto aereo, mentre quelli che rimarranno in Israele dopo la data indicata potranno essere sottoposti a misure detentive. Tutti i rifugiati presenti in Israele e provenienti da Sudan e Eritrea – si legge nella disposizione delle autorità israeliane –, quando si recheranno a richiedere il rinnovo dei loro permessi di soggiorno, dal prossimo 2 febbraio verranno informati di avere solo 60 giorni di tempo per lasciare il Paese, trasferendosi nella propria nazione d'origine o in un altro Stato africano. La misura non si applica a donne, bambini, genitori di figli a carico e vittime di schiavitù, lavoro forzato e violenze sessuali. “Pur riconoscendo la necessità di controllare il flusso di richiedenti asilo nel nostro Paese, come altrove” scrivono i Vescovi cattolici, “non possiamo rimanere indifferenti alla difficile condizione di tanti profughi in fuga dalla dittatura, dalla guerra e da altre condizioni orribili. Il benessere della società israeliana” aggiungono i Vescovi” non può essere raggiunto a spese di così tante persone respinte insieme e di così tante vite esposte al pericolo e ad un futuro molto incerto”. Al riguardo, i Vescovi riportano anche un versetto del Levitico: “Lo straniero che risiede tra voi, lo tratterete come colui che è nato tra voi; tu l'amerai come te stesso, poiché anche voi foste stranieri nel Paese d'Egitto. Io sono il Signore, Dio tuo”. “Speriamo” concludono i Vescovi, “che l'Amministrazione prenda in considerazione l'angoscia dei richiedenti asilo presenti in Israele, e trovi soluzioni più umane da offrire”. Il documento dei Capi delle Chiese cattoliche di Terra Santa è firmato, tra gli altri, dall'Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, Amministratore apostolico del patriarcato latino di Gerusalemme, e da padre Fancesco Patton, Custode di Terrasanta. .

AFRICA/KENYA - Assalita la protocattedrale di Marsabit

Nairobi - Saccheggiata la procattedrale di Our Lady of Consolata di Marsabit, nel nord del Kenya, al confine con l’Etiopia, nel corso di violente manifestazioni per l’arresto di un predicatore musulmano. Il saccheggio risale a sabato 13 gennaio quando la squadra speciale della polizia ha arrestato Sheikh Guyo Gorsa, accusandolo di avere legami con gli Shabaab somali.Appena saputo del suo arresto almeno 400 giovani sono scesi per le strade della città, cercando di impedire al convoglio della polizia dove era stata caricato lo Sheikh di andarsene. Ne sono nati scontri con le forze dell’ordine mentre i giovani hanno assalito la stazione di polizia dove credevano fosse stato recluso Sheikh Guyo Gorsa.I giovani hanno bloccato le strade e creato barricate con copertoni dati alle fiamme, sfogando poi la loro rabbia sulla vicina banca commerciale del Kenya che è stata vandalizzata."Quando la polizia li ha dispersi da lì, si sono diretti verso la chiesa cattolica, e dopo aver picchiato il guardiano e distrutto completamente il cancello, sono entrati all'interno del complesso, rompendo le finestre a sassate. Fortunatamente, non sono riuscita a entrate nella cattedrale” ha detto p. Ibrahim Racho, Vicario Generale della diocesi di Marsabit. Anche tre automobili appartenenti alla diocesi parcheggiate all'interno del complesso della chiesa sono state distrutte.P. Racho riporta che la polizia è arrivata in tempo e ha disperso i rivoltosi ma questo non ha impedito che saccheggi e atti vandalici abbiano causato enormi perdite e gravi danni alla proprietà, in particolare a negozi, alberghi e ristoranti.Negli scontri sono state uccise tre persone e diverse altre ferite. Tuttavia, nel complesso della protocattedrale nessuno è rimasto ferito tranne il guardiano che ha subito lesioni non letali.P. Racho ha spiegato che non c'era alcuna tensione religiosa tra cristiani e musulmani in Marsabit. "Prima di questo episodio si coesisteva pacificamente. Spero che quanto accaduto non derivi un'animosità religiosa, ma solo dalla rabbia dei giovani musulmani per l’arresto dello Sheikh”.La magistratura ha sentenziato che questi rimarrà in custodia cautelare per 30 giorni in attesa del completamento delle indagini sul suo conto.

ASIA/BANGLADESH - I cristiani sono discriminati nella società ma hanno un ruolo prezioso

Dacca - I cristiani in Bangladesh, esigua minoranza in un paese a maggioranza musulmana, devono spesso affrontare discriminazioni: lo rileva all'Agenzia Fides il sacerdote cattolico p. David Bipul Das, viceparroco della Church of Our Lady of Guidance nella diocesi di Barisal. "I cristiani vivono in mezzo ai vicini musulmani in molte parti del paese. Pregiudizi verso i cristiani persistono sulla base di linee socio-religiose ed anche economiche", riferisce all'Agenzia Fides p. David Bipul Das, che è missionario della Santa Croce .Inoltre vi sono casi in cui "estremisti musulmani continuano a molestare i cristiani, con motvi pretestuosi, per fomentare un litigio e incitare l'odio religioso nella società", conferma a Fides p. Das . Un altro fenomeno da rilvare è il "land grabbing", ovvero la pratica con cui alcuni musulmani sottraggono con la violenza la terra dei cristiani, attraverso minacce e intimidazioni. "Questo è un problema grave per i cristiani" afferma.Nella cornice di tali sfide sociali, la Church of Our Lady of Guidance "si impegna ad accompagnare la vita dei fedeli cattolici per mantenere pace e armonia con i musulmani nella società", osserva p. Das, che guida una parrocchia con circa 250 famiglie cattoliche, su un territorio di circa 10.000 abitanti.La comunità cristiana in Bangladesh rappresenta lo 0,2% in un paese che ha 162 milioni di abitanti. Tuttavia, il suo impatto positivo va al di là della dimensione numerica. La comunità cristiana, rileva il sacerdote "è considerata come una comunità amante della pace, e portatrice di un alto senso di valori morali e spirituali, molto visibili nella testimonianza di vita". Il popolo del Bangladesh e il suo governo apprezzano questa presenza e hanno un atteggiamento generalmente positivo nei confronti dei cristiani.La nazione riconosce il contributo e i sacrifici che i cristiani bangladesi hanno compiuto soprattutto durante il periodo della lotta di liberazione, nel 1971 e, negli anni seguenti all'indipendeza, per la ricostruzione del paese. Il contributo della Chiesa cattolica nel settore dell'istruzione, della salute, dello sviluppo sociale, delle opere caritative, della crescita socio-economica della popolazione è tutt'oggi ampiamente riconosciuto e apprezzato. La comunità cristiana gestisce alcune delle migliori istituzioni educative del paese che hanno generato cittadini molto competenti e qualificati, molti dei quali ora ricoprono ruoli di leadership nel paese e negli uffici governativi.La Chiesa cattolica e le altre comunità cristiane rilevano e presentano alle istituzioni alcune questioni: la necessità di concedere visti ai missionari che vengono dall'estero; il bisogno di concedere alcune eccezioni ai regolamenti pubblici, per gli istituti educativi gestiti dai cristiani, così come alle disposizioni che regolano le donazioni dall'estero; alcuni casi di ingiustizie e violenze verso le minoranze religiose.

AMERICA/PERÚ - Il portavoce dei Vescovi: “Papa Francesco ha valorizzato le tradizioni religiose locali”

Lima - Un invito a ritornare alle proprie radici culturali e familiari e a vivere la fede con gioia, come “servitori grati”: è questo, in sintesi, il messaggio che Papa Francesco ha lasciato al Perù. Lo afferma, in un colloquio con l’Agenzia Fides, il gesuita don Victor Hugo Mirando, portavoce della Conferenza episcopale del Perù. L'intensa visita apostolica si è conclusa con una messa con oltre un milione di fedeli in una base aerea di Lima. Ripercorrendo a grandi linee le tre giornate della visita apostolica, don Miranda sottolinea all'Agenzia Fides il “potentissimo messaggio” costituito dal fatto che “un leader del peso del Papa abbia posto a Puerto Maldonado i martoriati popoli indigeni tra le questioni importanti nell'agenda del paese e della Chiesa”. La Chiesa e il paese, aggiunge, “se vorranno essere fedeli a ciò che ha detto il Santo Padre, dovranno cambiare”. Alla nazione, Francesco ha indicato che non è tollerabile continuare a considerarli una “dispensa” da depredare, e alla Chiesa – impegnata da sempre al loro fianco, ma solo localmente – ha chiesto maggiore partecipazione alla loro causa. Il secondo giorno, in una Trujillo colpita dalle inondazioni, Francesco ha scongiurato di non lasciarsi “rubare la speranza, mentre ha criticato la poca attenzione delle autorità ai problemi della gente”, osserva il portavoce. Venerdì aveva ammonito contro la corruzione, chiedendo al popolo di essere partecipe della propria storia. Al clero e al mondo religioso “ha offerto parole motivatrici e di sana critica, come quando ha raccomandato di accompagnare da vicino il popolo, che sa distinguere tra funzionari, professionisti del sacro e veri pastori”. Infine domenica, a Lima, nel santuario del Signore dei Miracoli, Francesco ha ringraziato le religiose contemplative per la loro vita, invitandole a pregare per “l'unità della Chiesa peruviana”. Una richiesta che don Miranda interpreta “alla luce della divisione politica che coinvolge anche la Chiesa”. “Il Papa – rileva il portavoce dei Vescovi – invita a non sentirsi superiore agli altri”. La religiosità popolare è stata oggetto di attenzione nell'atto mariano compiuto in piazza De Armas. Lì il Papa ha benedetto le immagini sacre con cui si venera la Madre di Dio del nord del paese, “affermando che Dio e Maria che – ricorda don Miranda - parlano il dialetto della gente e cercano sempre il modo di essere vicini ad ogni villaggio, ad ogni famiglia”. “È un tema presente nella formazione di Bergoglio”, spiega don Miranda, anch'egli gesuita, “attraverso la teologia del popolo”. In Perù le immagini sacre hanno molta importanza: “Sono oggetto di feste patronali dove il prete appare solo nella messa”. Attraverso di loro, “il popolo avverte che Dio cammina al suo fianco. Il pontefice, allora, ha dato un riconoscimento e valorizzato queste tradizioni”, sottolinea don Victor Hugo. Ai religiosi ed anche ai bambini dell'orfanotrofio “Il Piccolo Principe”, Francesco ha raccomandato di tornare alle radici da cui ciascuno è nato, ai giovani “ha consigliato di avere fiducia in Dio, perchè Lui ha fiducia in voi”, conclude.

AMERICA/ PERÙ - Il Papa a Trujillo: non siamo noi il Messia. La fede si trasmette per "contagio”

AMERICA/ PERÙ - Il Papa a Truijllo: non siamo noi il Messia. La fede di trasmette“per contagio”Trujillo – La vita, la fede e la Chiesa non cominciano con noi. Al discepolo cristiano fa bene riconoscere “che non è lui e non sarà mai lui il Messia”. E soprattutto i sacerdoti, le persone consacrate e tutti quelli coinvolti nell’annuncio apostolico della Chiesa non devono avere la pretesa di “sostituire il Signore” con le loro opere, le loro attività e missioni. La loro chiamata si compie piuttosto quando camminano nella gioia dietro a Cristo, sapendo anche “sorridere di se stessi”, facendo memoria del giorno e dell’ora in cui sono stati “toccati dallo sguardo del Signore”, e riconoscendo che la fede si comunica “per contagio”, anche “nel mondo frantumato in cui ci è dato di vivere”. È stato pieno di accenni liberanti e suggerimenti concreti il discorso rivolto da Papa Francesco a sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi del nord del Perù, nell’incontro avvenuto presso il Colegio Seminario san Carlos y San Marcelo, nel pomeriggio di sabato 19 gennaio. Una fede “memoriosa”“La nostra fede, la nostra vocazione” ha detto il Papa, ricordando san Toribio de Mogrovejo e le generazioni di “evangelizzatori” formatisi nel Seminario San Carlos y San Marcelo “è ricca di memoria, perchè sa riconoscere che nè la vita, nè la fede, nè la Chiesa comincia con la nascita di qualcuno di noi: la memoria si rivolge al passato per trovare la linfa che ha irrigato nei secoli il cuore dei discepoli, e in tal modo riconosce il passaggio di Dio nella vita del suo popolo”. “Non siamo noi il Messia”Come accadde già a San Giovanni Battista – ha proseguito il Vescovo di Roma – ogni discepolo cristiano sa che “non è e non sarà lui il Messia, ma solo uno chiamato a segnalare il passaggio del Signore nella vita della sua gente… Noi consacrati non siamo chiamati a soppiantare il Signore, né con le nostre opere, né con le nostre missioni, né con le innumerevoli attività che abbiamo da fare”. Ai sacerdote e ai religiosi si chiede solo di “lavorare con il Signore, “fianco a fianco, ma senza mai dimenticare che non occupiamo il suo posto”. La missione di annunciare il Vangelo porta proprio a operare senza dimenticare mai “che siamo discepoli dell’unico Maestro. Il discepolo sa que asseconda e sempre asseconderà il Maestro. Questa è la fonte della nostra gioia. Ci fa bene sapere che non siamo noi il Messia!”. Tale riconoscimento libera dal tentazione di “crederci troppo importanti”. E anche il saper sorridere di sé è un segno che non si è vittime “neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri”. Toccati dal Suo sguardoSulle orme degli apostoli, che - come attestano i Vangeli - ricordavano il giorno e l’ora del loro primo incontro con Gesù, Papa Francesco ha invitato i suoi interlocutori a “ricordare sempre quell’ora, quel giorno chiave per ciascuno di noi, nel quale ci siamo accorti che il Signore si aspettava qualcosa di più. La memoria di quell’ora in cui siamo stati toccati dal suo sguardo.Quando ci dimentichiamo di questa ora” ha aggiunto il Successore di Pietro “ci dimentichiamo delle nostre origini, delle nostre radici; e perdendo queste coordinate fondamentali mettiamo da parte la cosa più preziosa che una persona consacrata può avere: lo sguardo del Signore”. I “primi passi” nella spiritualità del popoloL’invito a far memoria della storia alla quale si appartiene e della prima chiamata ricevuta da Cristo – ha sottolineato il Papa – abbraccia anche la gratitudine per le preghiere imparate da bambino. “Molti, nel momento di entrare in Seminario o nella casa di formazione” ha ricordato Papa Bergoglio ai suoi interlocutori “eravamo formati con la fede delle nostre famiglie e delle persone vicine. Così abbiamo fatto i nostri primi passi, appoggiati non di rado alle manifestazioni di pietà popolare” Il popolo peruviano – ha aggiunto il Vescovo di Roma - ha espresso il suo vincolo di affetto con Gesù, Maria e i Santi nelle “forme stupende” della devozione popolare, nelle visite ai santuari, dove spesso i pellegrini prendono decisioni “che segnano la loro vita”. Il Papa ha invitato i sacerdoti e i religiosi peruviani a non trasformarsi in “professionisti del sacro” che si dimenticano del proprio popolo, perdendo la memoria e il rispetto “di quelli che vi hanno insegnato a pregare”. il Papa a braccio ha ricordato che il mese scorso, durante una riunione con maestri di novizi e padri spirituali, «è uscita la domanda: come insegniamo a pregare a quelli che entrano? Si può usare un manuale, oppure dire ‘prima fare questo, poi quell’altro’; ma in generale gli uomini e le donne più saggi che hanno questo incarico di maestri dei novizi o di padri spirituali - ha spiegato Papa Francesco - devono continuare a pregare come hanno imparato a casa loro e poi poco a poco farlo avanzare in un altro tipo di preghiera”. Pregare, cioè, “come ha insegnato la mamma o la nonna. Questa è la fede da seguire, non disprezzate la preghiera di casa perché è la più forte”. Il “segno” della gratitudine Un tratto che conferma la bontà e l’autenticità del cammino compiuto dai sacerdoti e dai consacrati – ha institito Papa Francesco – è il dono di una coscienza grata. “Senza gratitudine” ha notato il Papa “possiamo essere buoni esecutori del sacro, ma ci mancherà l’unzione dello Spirito per diventare servitori dei nostri fratelli, specialmente dei più poveri. Il Popolo fedele di Dio possiede l’olfatto e sa distinguere tra il funzionario del sacro e il servitore grato. Sa distinguere chi è ricco di memoria e chi è smemorato. Il Popolo di Dio sa sopportare, ma riconosce chi lo serve e lo cura con l’olio della gioia e della gratitudine” La fede contagiosaGuardando alle vicende dei primi discepoli, di Andrea che corre a raccontare al fratello Simon Pietro l’incontro con Gesù, il Successore di Pietro ha ricordato che da allora e per sempre la fede cristiana si comunica per contagio di grazia, e non per sofisticate strategie di proselitismo: “La fede in Gesù” ha ripetuto Papa Bergoglio “è contagiosa, non può essere confinata né rinchiusa; qui si vede la fecondità della testimonianza: i discepoli appena chiamati attraggono a loro volta altri mediante la loro testimonianza di fede, allo stesso modo in cui, nel brano evangelico, Gesù ci chiama per mezzo di altri. La missione scaturisce spontanea dall’incontro con Cristo. Andrea inizia il suo apostolato dai più vicini, da suo fratello Simone, quasi come qualcosa di naturale, irradiando gioia. Questo è il miglior segno del fatto che abbiamo ‘scoperto’ il Messia”.“Nel mondo frammentato in cui ci è dato di vivere”Il miracolo di una fede che si comunica per contagio può accadere anche “nel mondo frammentato in cui ci è dato di vivere”. E la frammentazione – ha notato riconosciuto Papa Francesco – non riguarda solo il mondo, ma anche la Chiesa: “le divisioni, le guerre, gli isolamenti li viviamo anche dentro le nostre comunità, e quanto male ci fanno!” Per arginare le ferite e i conflitti nella compagine ecclesiale – ha suggerito il Papa, concludendo il suo intervento – occorre tener presente che la comunione “non equivale a pensare tutti allo stesso modo, fare tutti le stesse cose”. Riconoscendo che “solo il Signore ha la pienezza dei doni, solo Lui è il Messia. E ha voluto distribuire i suoi doni in maniera tale che tutti possiamo offrire il nostro arricchendoci con quelli degli altri”. .

AMERICA/ PERÙ - Il Papa a Trujillo: non siamo noi il Messia. La fede di trasmette per "contagio”

AMERICA/ PERÙ - Il Papa a Truijllo: non siamo noi il Messia. La fede di trasmette“per contagio”Trujillo – La vita, la fede e la Chiesa non cominciano con noi. Al discepolo cristiano fa bene riconoscere “che non è lui e non sarà mai lui il Messia”. E soprattutto i sacerdoti, le persone consacrate e tutti quelli coinvolti nell’annuncio apostolico della Chiesa non devono avere la pretesa di “sostituire il Signore” con le loro opere, le loro attività e missioni. La loro chiamata si compie piuttosto quando camminano nella gioia dietro a Cristo, sapendo anche “sorridere di se stessi”, facendo memoria del giorno e dell’ora in cui sono stati “toccati dallo sguardo del Signore”, e riconoscendo che la fede si comunica “per contagio”, anche “nel mondo frantumato in cui ci è dato di vivere”. È stato pieno di accenni liberanti e suggerimenti concreti il discorso rivolto da Papa Francesco a sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi del nord del Perù, nell’incontro avvenuto presso il Colegio Seminario san Carlos y San Marcelo, nel pomeriggio di sabato 19 gennaio. Una fede “memoriosa”“La nostra fede, la nostra vocazione” ha detto il Papa, ricordando san Toribio de Mogrovejo e le generazioni di “evangelizzatori” formatisi nel Seminario San Carlos y San Marcelo “è ricca di memoria, perchè sa riconoscere che nè la vita, nè la fede, nè la Chiesa comincia con la nascita di qualcuno di noi: la memoria si rivolge al passato per trovare la linfa che ha irrigato nei secoli il cuore dei discepoli, e in tal modo riconosce il passaggio di Dio nella vita del suo popolo”. “Non siamo noi il Messia”Come accadde già a San Giovanni Battista – ha proseguito il Vescovo di Roma – ogni discepolo cristiano sa che “non è e non sarà lui il Messia, ma solo uno chiamato a segnalare il passaggio del Signore nella vita della sua gente… Noi consacrati non siamo chiamati a soppiantare il Signore, né con le nostre opere, né con le nostre missioni, né con le innumerevoli attività che abbiamo da fare”. Ai sacerdote e ai religiosi si chiede solo di “lavorare con il Signore, “fianco a fianco, ma senza mai dimenticare che non occupiamo il suo posto”. La missione di annunciare il Vangelo porta proprio a operare senza dimenticare mai “che siamo discepoli dell’unico Maestro. Il discepolo sa que asseconda e sempre asseconderà il Maestro. Questa è la fonte della nostra gioia. Ci fa bene sapere che non siamo noi il Messia!”. Tale riconoscimento libera dal tentazione di “crederci troppo importanti”. E anche il saper sorridere di sé è un segno che non si è vittime “neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri”. Toccati dal Suo sguardoSulle orme degli apostoli, che - come attestano i Vangeli - ricordavano il giorno e l’ora del loro primo incontro con Gesù, Papa Francesco ha invitato i suoi interlocutori a “ricordare sempre quell’ora, quel giorno chiave per ciascuno di noi, nel quale ci siamo accorti che il Signore si aspettava qualcosa di più. La memoria di quell’ora in cui siamo stati toccati dal suo sguardo.Quando ci dimentichiamo di questa ora” ha aggiunto il Successore di Pietro “ci dimentichiamo delle nostre origini, delle nostre radici; e perdendo queste coordinate fondamentali mettiamo da parte la cosa più preziosa che una persona consacrata può avere: lo sguardo del Signore”. I “primi passi” nella spiritualità del popoloL’invito a far memoria della storia alla quale si appartiene e della prima chiamata ricevuta da Cristo – ha sottolineato il Papa – abbraccia anche la gratitudine per le preghiere imparate da bambino. “Molti, nel momento di entrare in Seminario o nella casa di formazione” ha ricordato Papa Bergoglio ai suoi interlocutori “eravamo formati con la fede delle nostre famiglie e delle persone vicine. Così abbiamo fatto i nostri primi passi, appoggiati non di rado alle manifestazioni di pietà popolare” Il popolo peruviano – ha aggiunto il Vescovo di Roma - ha espresso il suo vincolo di affetto con Gesù, Maria e i Santi nelle “forme stupende” della devozione popolare, nelle visite ai santuari, dove spesso i pellegrini prendono decisioni “che segnano la loro vita”. Il Papa ha invitato i sacerdoti e i religiosi peruviani a non trasformarsi in “professionisti del sacro” che si dimenticano del proprio popolo, perdendo la memoria e il rispetto “di quelli che vi hanno insegnato a pregare”. il Papa a braccio ha ricordato che il mese scorso, durante una riunione con maestri di novizi e padri spirituali, «è uscita la domanda: come insegniamo a pregare a quelli che entrano? Si può usare un manuale, oppure dire ‘prima fare questo, poi quell’altro’; ma in generale gli uomini e le donne più saggi che hanno questo incarico di maestri dei novizi o di padri spirituali - ha spiegato Papa Francesco - devono continuare a pregare come hanno imparato a casa loro e poi poco a poco farlo avanzare in un altro tipo di preghiera”. Pregare, cioè, “come ha insegnato la mamma o la nonna. Questa è la fede da seguire, non disprezzate la preghiera di casa perché è la più forte”. Il “segno” della gratitudine Un tratto che conferma la bontà e l’autenticità del cammino compiuto dai sacerdoti e dai consacrati – ha institito Papa Francesco – è il dono di una coscienza grata. “Senza gratitudine” ha notato il Papa “possiamo essere buoni esecutori del sacro, ma ci mancherà l’unzione dello Spirito per diventare servitori dei nostri fratelli, specialmente dei più poveri. Il Popolo fedele di Dio possiede l’olfatto e sa distinguere tra il funzionario del sacro e il servitore grato. Sa distinguere chi è ricco di memoria e chi è smemorato. Il Popolo di Dio sa sopportare, ma riconosce chi lo serve e lo cura con l’olio della gioia e della gratitudine” La fede contagiosaGuardando alle vicende dei primi discepoli, di Andrea che corre a raccontare al fratello Simon Pietro l’incontro con Gesù, il Successore di Pietro ha ricordato che da allora e per sempre la fede cristiana si comunica per contagio di grazia, e non per sofisticate strategie di proselitismo: “La fede in Gesù” ha ripetuto Papa Bergoglio “è contagiosa, non può essere confinata né rinchiusa; qui si vede la fecondità della testimonianza: i discepoli appena chiamati attraggono a loro volta altri mediante la loro testimonianza di fede, allo stesso modo in cui, nel brano evangelico, Gesù ci chiama per mezzo di altri. La missione scaturisce spontanea dall’incontro con Cristo. Andrea inizia il suo apostolato dai più vicini, da suo fratello Simone, quasi come qualcosa di naturale, irradiando gioia. Questo è il miglior segno del fatto che abbiamo ‘scoperto’ il Messia”.“Nel mondo frammentato in cui ci è dato di vivere”Il miracolo di una fede che si comunica per contagio può accadere anche “nel mondo frammentato in cui ci è dato di vivere”. E la frammentazione – ha notato riconosciuto Papa Francesco – non riguarda solo il mondo, ma anche la Chiesa: “le divisioni, le guerre, gli isolamenti li viviamo anche dentro le nostre comunità, e quanto male ci fanno!” Per arginare le ferite e i conflitti nella compagine ecclesiale – ha suggerito il Papa, concludendo il suo intervento – occorre tener presente che la comunione “non equivale a pensare tutti allo stesso modo, fare tutti le stesse cose”. Riconoscendo che “solo il Signore ha la pienezza dei doni, solo Lui è il Messia. E ha voluto distribuire i suoi doni in maniera tale che tutti possiamo offrire il nostro arricchendoci con quelli degli altri”. .

AMERICA/PERU - L'abbraccio del Papa agli inondati del Niño Costero

Trujillo - “A voi è toccato affrontare il duro colpo del 'Niño costero', le cui conseguenze dolorose sono tuttora presenti in tante famiglie, specialmente quelle che non hanno ancora potuto ricostruire le loro case. Anche per questo sono qui a pregare con voi”. Così le prime battute dell'omelia di Papa Francesco nella messa celebrata sabato sulla costa del Pacifico peruviana, a Trujillo. Si riferiva alle inondazioni fangose causate dalle tormente tropicali del “Nino costero”, che hanno colpito il litorale oceanico in Perù e Colombia tra dicembre 2016 e maggio 2017, provocando almeno 141 morti e danni materiali a oltre 600mila persone. Per superare queste e altre dure circostanze della vita, il Santo Padre ha suggerito: “non c’è altra via d’uscita migliore di quella del Vangelo, e si chiama Gesù Cristo. Riempite sempre la vostra vita di Vangelo. Voglio esortarvi ad essere una comunità che si lasci ungere dal suo Signore con l’olio dello Spirito. Lui trasforma tutto, rinnova tutto, consola tutto”. Dopo la messa, il Pontefice ha percorso in papamobile il quartiere “Buenos Aires”, tra i più colpiti, dove la Caritas locale ha consegnato finora 182 moduli di abitazione temporanei prefabbricati. Ciò è stato possibile grazie a donazioni “di persone di buona volontà” e al “lavoro nascosto” dei volontari della Caritas diocesana, come ebbe a sottolineare l'arcivescovo Miguel Cabrejos, in occasione dell'ultima consegna. La direttrice aggiunta di Caritas Trujillo, Myrena Silva, ha spiegato all'Agenzia Fides che ben sette valli della zona hanno subito il 14 maggio la violenza delle acque fangose. Sulla costa del quartiere Buenos Aires, nella periferia del capoluogo, un precedente tsunami derivato dal terremoto in Giappone aveva cancellato per sempre la spiaggia, e gli argini costruiti in seguito per trattenere il mare hanno in realtá causato il formarsi di un lago dal lato opposto con il liquido fangoso franato dalle montagne, aggravando notevolmente la situazione. “Tantissime famiglie hanno perso tutto”, racconta la Silva. “L'acqua trascinava fuori dalla loro casa i mobili, i vestiti...: tutto!”. La gente si è subito fatta in quattro per portare assistenza in cibo e alloggio alle vittime, ma ciò non poteva durare per sempre, e così la Chiesa, molto prima dello Stato, è intervenuta, specie nelle aree più remote, “dove nessuno era ancora arrivato”, con l'istallazione dei moduli prefabbricati, di servizi igienici, e la consulenza tecnica alle comunitè per i progetti di ricostruzione. Dopo l' “abbraccio” agli inondati, a Trujillo il Santo Padre ha visitato la cattedrale, ha incontrato sacerdoti, religiose, religiosi e seminaristi del nord del Paese e ha pregato l'amatissima Madonna della Porta nella piazza de Armas del centro città.

AMERICA/PERU - Rispetto dei diritti umani e ripercussioni in ambito politico: gli auspici dopo la visita del Papa

Puno - “La presenza e la voce del Papa sono una consolazione per tutti noi, e siamo pienamente d’accordo quando egli dice che il grido dei poveri è il grido della Pachamama, la Madre Terra. Noi andini pensiamo che la terra sia un essere vivo, che si prende cura di noi e ci accoglie fino alla morte. Dato che non si da’ ascolto ai popoli indigeni, alle ONG e a tutte quelle istituzioni che, nonostante molti limiti, cercano di dare voce a questi popoli, speriamo che almeno venga ascoltata la voce del Santo Padre”: è il commento rilasciato all’Agenzia Fides da suor Patricia Ryan, dell’equipe di Diritti Umani e Medio Ambiente , un organismo non governativo di ispirazione cristiana della Chiesa del Sud Andino. Questo gruppo – spiega una nota del DHUMA - trova ispirazione nella Parola di Dio ed è impegnato nella difesa della vita e della dignità umana, compresa la difesa e i diritti delle popolazioni indigene e della madre terra.Spiega la religiosa: “L’attività mineraria informale, ma anche quella legale o formale, non provoca soltanto una contaminazione ambientale, ma contamina tutto l’essere umano, contamina l’intelligenza delle persone, ed è un vero è proprio maltrattamento”, come accade in alcune di queste zone dove i diritti umani delle persone vengono violati costantemente. “Essere una bambina di 12 anni ed essere bella, in questi contesti – spiega con dolore suor Patricia – vuol dire spesso essere sequestrata e vivere schiavizzata. Noi stiamo cercando di portare il nostro aiuto, con i mezzi che abbiamo, e la voce del Santo Padre è senz’altro un aiuto enorme per questo grido della nostra terra, dei nostri popoli, perché potrà avere ripercussioni nell’ambito politico”. Secondo la religiosa resta prioritario far conoscere a livello internazionale la dura realtà che sono costretti a vivere i popoli Quechua e Aymara di queste regioni.“Tutti noi appartenenti alla reti che si dedicano a questi temi legati all’estrazione mineraria e delle comunità rurali siamo ricorsi al Papa come massima autorità della Chiesa, gli abbiamo portato la nostra voce, la nostra esperienza nella lotta per i diritti in questa parte di America, per aggiornarlo di ciò che accade in questi luoghi, per cui abbiamo grandi aspettative rispetto a quello che potrà succedere dopo della visita, e dei cambiamenti che potranno verificarsi anche a livello politico”, aggiunge suor Patricia, mostrando speranza per la visita del Papa e il suo interesse per queste terre. “Anche se non è arrivato fino a Puno – conclude suor Patricia, spiegando che molti degli abitanti della zona, che sono appunto contadini e minatori di villaggi molto piccoli e distanti, vedono molto lontano il Papa – in fondo è arrivato nei nostri cuori perché siamo molto grati per tute le sue parole e per la Laudato Si’ e tutto ciò che sta facendo in favore dei popoli indigeni e la madre terra”.

AMERICA/PERU - Auspici e ripercussioni in ambito politico dopo la visita del Pontefice in Perù

Puno - “La presenza e la voce del Papa sono una consolazione per tutti noi, e siamo pienamente d’accordo quando egli dice che il grido dei poveri è il grido della Pachamama, la Madre Terra. Noi andini pensiamo che la terra sia un essere vivo, che si prende cura di noi e ci accoglie fino alla morte. Dato che non si da’ ascolto ai popoli indigeni, alle ONG e a tutte quelle istituzioni che, nonostante molti limiti, cercano di dare voce a questi popoli, speriamo che almeno venga ascoltata la voce del Santo Padre”, lo ha commentato all’Agenzia Fides suor Patricia Ryan, dell’equipe di Diritti Umani e Medio Ambiente , un organismo non governativo di ispirazione cristiana della Chiesa del Sud Andino. Questo gruppo – spiegano loro stessi - trova ispirazione nella parola di Dio ed è impegnato nella difesa della vita e della dignità umana, compresa la difesa e i diritti delle popolazioni indigene e della madre terra.“L’attività mineraria informale, ma anche quella legale o formale, non provoca soltanto una contaminazione ambientale, ma contamina tutto l’essere umano, contamina l’intelligenza delle persone, ed è un vero è proprio maltrattamento”, come accade in alcune di queste zone dove i diritti umani delle persone vengono violati costantemente. “Essere una bambina di 12 anni ed essere bella, in questi contesti – spiega con dolore suor Patricia – vuol dire spesso essere sequestrata e vivere schiavizzata. Noi stiamo cercando di portare il nostro aiuto, con i mezzi che abbiamo, e la voce del Santo Padre è senz’altro un aiuto enorme per questo grido della nostra terra, dei nostri popoli, perché potrà avere ripercussioni nell’ambito politico”. Secondo la religiosa resta prioritario far conoscere a livello internazionale la dura realtà che sono costretti a vivere i popoli Quechua e Aymara di queste regioni.“Tutti noi appartenenti alla reti che si dedicano a questi temi legati all’estrazione mineraria e delle comunità rurali siamo ricorsi al Papa come massima autorità della Chiesa, gli abbiamo portato la nostra voce, la nostra esperienza nella lotta per i diritti in questa parte di America, per aggiornarlo di ciò che accade in questi luoghi, per cui abbiamo grandi aspettative rispetto a quello che potrà succedere dopo della visita, e dei cambiamenti che potranno verificarsi anche a livello politico”, aggiunge suor Patricia, mostrando speranza per la visita del Papa e il suo interesse per queste terre. “Anche se non è arrivato fino a Puno – dice suor Patricia spiegando che molti degli abitanti della zona, che sono appunto contadini e minatori di villaggi molto piccoli e distanti, vedono molto lontano il Papa – in fondo è arrivato nei nostri cuori perché siamo molto grati per tute le sue parole e per la Laudato Si’ e tutto ciò che sta facendo in favore dei popoli indigeni e la madre terra”.

AMERICA/PERU - “Speriamo che almeno venga ascoltata la voce del Santo Padre” auspicando ripercussioni nell’ambito politico dopo la visita del Pontefice in Peru

Puno - “La presenza e la voce del Papa sono una consolazione per tutti noi, e siamo pienamente d’accordo quando egli dice che il grido dei poveri è il grido della Pachamama, la Madre Terra. Noi andini pensiamo che la terra sia un essere vivo, che si prende cura di noi e ci accoglie fino alla morte. Dato che non si da’ ascolto ai popoli indigeni, alle ONG e a tutte quelle istituzioni che, nonostante molti limiti, cercano di dare voce a questi popoli, speriamo che almeno venga ascoltata la voce del Santo Padre”, lo ha commentato all’Agenzia Fides suor Patricia Ryan, dell’equipe di Diritti Umani e Medio Ambiente , un organismo non governativo di ispirazione cristiana della Chiesa del Sud Andino. Questo gruppo – spiegano loro stessi - trova ispirazione nella parola di Dio ed è impegnato nella difesa della vita e della dignità umana, compresa la difesa e i diritti delle popolazioni indigene e della madre terra.“L’attività mineraria informale, ma anche quella legale o formale, non provoca soltanto una contaminazione ambientale, ma contamina tutto l’essere umano, contamina l’intelligenza delle persone, ed è un vero è proprio maltrattamento”, come accade in alcune di queste zone dove i diritti umani delle persone vengono violati costantemente. “Essere una bambina di 12 anni ed essere bella, in questi contesti – spiega con dolore suor Patricia – vuol dire spesso essere sequestrata e vivere schiavizzata. Noi stiamo cercando di portare il nostro aiuto, con i mezzi che abbiamo, e la voce del Santo Padre è senz’altro un aiuto enorme per questo grido della nostra terra, dei nostri popoli, perché potrà avere ripercussioni nell’ambito politico”. Secondo la religiosa resta prioritario far conoscere a livello internazionale la dura realtà che sono costretti a vivere i popoli Quechua e Aymara di queste regioni.“Tutti noi appartenenti alla reti che si dedicano a questi temi legati all’estrazione mineraria e delle comunità rurali siamo ricorsi al Papa come massima autorità della Chiesa, gli abbiamo portato la nostra voce, la nostra esperienza nella lotta per i diritti in questa parte di America, per aggiornarlo di ciò che accade in questi luoghi, per cui abbiamo grandi aspettative rispetto a quello che potrà succedere dopo della visita, e dei cambiamenti che potranno verificarsi anche a livello politico”, aggiunge suor Patricia, mostrando speranza per la visita del Papa e il suo interesse per queste terre. “Anche se non è arrivato fino a Puno – dice suor Patricia spiegando che molti degli abitanti della zona, che sono appunto contadini e minatori di villaggi molto piccoli e distanti, vedono molto lontano il Papa – in fondo è arrivato nei nostri cuori perché siamo molto grati per tute le sue parole e per la Laudato Si’ e tutto ciò che sta facendo in favore dei popoli indigeni e la madre terra”.

AMERICA/PERU’ - Dai martiri peruviani nuova spinta alla missione

Chimbote – Il 9 agosto 1991 p. Michal Tomaszek e p. Zbigniew Strzalkowski, due giovani Frati conventuali polacchi di Cracovia, che da un paio d’anni vivevano sulle Ande peruviane, portando il Vangelo alla gente di Pariacoto, furono sequestrati da un commando di una ventina di guerriglieri dell’organizzazione rivoluzionaria maoista “Sendero Luminoso”. Fecero irruzione nel villaggio e nel loro piccolo convento, li portarono via e subito dopo, al termine di un processo sommario, li uccisero nella campagna poco distante, nel luogo che loro stessi avevano chiamato “San Damiano” e dove si ritiravano in preghiera. I guerriglieri motivarono con queste parole l'uccisione dei due frati: “ingannano il popolo perché distribuiscono alimenti della Caritas, che è imperialismo; con la recita del rosario, il culto dei Santi, la Messa e la lettura della Bibbia predicano la pace e così addormentano la gente”.Pochi giorni dopo, a non molta distanza da questo luogo, nella stessa diocesi di Chimbote, un altro missionario, il sacerdote italiano don Alessandro Dordi, 60 anni, da 11 in Perù, appartenente alla Comunità missionaria del Paradiso, subì la stessa sorte, cadendo vittima di un’imboscata di Sendero Luminoso. Dopo aver celebrato la messa a Vinzos, paesino della Valle del fiume Santa, sulla strada la sua macchina venne fermata da uomini incappucciati, i due catechisti che lo accompagnavano furono fatti allontanare e don Alessandro venne ucciso. Era il 25 agosto 1991. Il sangue di due giovani francescani polacchi, insieme a quello di un sacerdote diocesano italiano, venuti da altre terre ad annunciare Cristo, si è quindi mescolato a quello di decine di migliaia di vittime innocenti del conflitto interno che dal 1981 ha opposto le formazioni di Sendero Luminoso di ispirazione maoista, alle operazioni militari dell’esercito.I tre missionari, accomunati dal martirio, considerati i protomartiri del Pesù, sono stati uniti anche nel riconoscimento della Chiesa, e sono stati beatificati il 5 dicembre 2015 a Chimbote, dinanzi ad una folla di trentamila fedeli. Nel suo messaggio per la circostanza, il Vescovo di Chimbote, Sua Ecc. Mons. Angelo Francisco Simon Piorno, spiegò l’espressione scelta per il logo della beatificazione: “Martiri della fede e della carità, testimoni di speranza”. “Martiri della fede, perché questa è stata ciò che ha dato loro la forza di affrontare la morte imminente e martiri della carità, perché tutta la loro vita è stata dedita alle comunità rurali, con la gente che vive in povertà ed emarginazione. Per queste ragioni, diventano non solo per la nostra diocesi, ma per tutta la Chiesa del Perù, testimoni di speranza".Nella sua visita in Perù Papa Francesco non potrà recarsi sul luogo del martirio, tuttavia ben conosce la vicenda, e il 3 febbraio 2015 ha approvato il loro martirio “in odio alla fede”. Durante la Giornata Mondiale della Gioventù celebrata a Cracovia nel luglio 2016, il Papa ha compiuto una breve visita nella chiesa di San Francesco, dove si venerano le reliquie dei due martiri Francescani, pronunciando in questo luogo una preghiera per la pace: “resi forti dall’esempio dei beati martiri del Perù, Zbigniew e Michele, che hai reso valorosi testimoni del Vangelo, al punto che hanno offerto il loro sangue, chiediamo il dono della pace e l’allontanamento da noi della piaga del terrorismo”.“I due missionari francescani possono a giusto titolo essere considerati dei modelli da proporre ai giovani nel cammino verso il Sinodo di ottobre, dedicato proprio ai giovani, alla fede e al discernimeno vocazionale” sottolinea all’Agenzia Fides Alberto Friso, giornalista che ha approfondito la vita, la formazione, la scelta vocazionale e la morte violenta dei due religiosi polacchi. “Si tratta infatti di due giovani, poco più che trentenni, da poco ordinati sacerdoti, che hanno fondato la presenza dei Frati Conventuali in Perù. La loro scelta radicale, il desiderio di seguire Cristo, il significato di una vita spesa per gli altri possono dire molto ai giovani di oggi”.Un altro aspetto di sintonia con il magistero di Papa Francesco Friso lo coglie nel tema delle periferie e della povertà: “le Ande peruviane erano senza dubbio la periferia della periferia del mondo, e questi missionari hanno scelto di vivere poveri tra i poveri, ma sempre forti nella fede e pieni d’amore”. Si dedicarono al difficile compito di prendersi cura, sotto tutti i punti di vista, della popolazione di diversi villaggi. Dovunque hanno lasciato il ricordo della loro umiltà, povertà, affabilità, capacità di impegnarsi per il bene comune, per la vita comunitaria, per la pace e per la promozione dell’uomo, per la speranza autentica che viene dal Vangelo. Sulla stessa linea anche don Alessandro, che con l'aiuto della Caritas spagnola aprì un centro per la promozione della donna, organizzò un'associazione per le madri, fornendo loro gli strumenti per piccoli lavori manuali di taglio e cucito, ma anche corsi di pronto soccorso, igiene e salute. Dall’attenta analisi della documentazione che ha portato alla loro beatificazione, è chiaramente emerso che furono uccisi poiché i guerriglieri di Sendero Luminoso consideravano l’opera pastorale e la fede un ostacolo alla loro propaganda. Don Alessandro aveva più volte ricevuto minacce di morte, ma non abbandonò la sua missione. "Una terra che è stata innaffiata con il sangue dei martiri, è chiamata a generare nuovi cristiani sotto l'esempio del Vangelo" ha affermato il Vescovo di Chimbote, e quella terra continua a dare al mondo nuovi missionari che proseguono l’opera di evangelizzazione e di promozione dell’uomo, oggi confermata dal Successore di Pietro.

AMERICA/PERÙ - Con la visita di Papa Francesco, al via la preparazione del Sinodo per l'Amazzonia

Puerto Maldonado - Papa Francesco ha fatto storia: “Il Papa aveva avuto incontri di forte vicinanza con le identità culturali indigene, soprattutto nei suoi incontri con i movimenti popolari e in alcuni suoi viaggi”, dice all'Agenzia Fides Mauricio López, Segretario Esecutivo della Rete Ecclesiale Panamazzonica . "Ma l'incontro con circa 3.000 leader – uomini e donne – dei popoli amazzonici, avvenuto a Puerto Maldonado, ha una portata capitale". Il Papa ha confermato la piena cittadinanza dei popoli indigeni amazzonici nella Chiesa, suggellando l'alleanza per la salvaguardia delle loro culture, delle risorse naturali e della loro stessa sopravvivenza. “Il riconoscimento di questi popoli – che non possono mai essere considerati una minoranza, ma autentici interlocutori”, ha detto Francesco, “ci ricorda che non siamo i padroni assoluti del creato. E' urgente accogliere l’apporto essenziale che offrono a tutta la società” poiché “la loro visione del cosmo e la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi. Tutti gli sforzi che facciamo per migliorare la loro vita saranno sempre pochi”. Lopez rileva a Fides: “Già come di redattore del documento finale del grande consesso dei Vescovi latinoamericani di Aparecida - dove il tema dell'Amazzonia appare con profondità e chiarezza - Bergoglio aveva manifestato attenzione e prossimità a queste problematiche”. Dato che i segni, nelle culture indigene, contano molto, la distribuzione degli spazi nel palazzetto dello sport di Puerto Maldonado mostrava plasticamente il valore assegnato dalla Chiesa a questa istanza, che d'altra parte il Papa stesso ha enfatizzato . “Il Santo Padre, come rappresentante della Chiesa - spiega Lopez - era accompagnato e circondato dagli anziani saggi di questi popoli. Poi, in un secondo anello di prossimità, aveva attorno a sè i membri dei diversi popoli indigeni amazzonici, e solo dopo, in un terzo anello, i rappresentanti della Chiesa e del governo”. A Puerto Maldonado, la Chiesa “ha reso possibile un incontro tra le diverse spiritualità e identità delle nazionalità amazzoniche con la fede cristiana”, illustra il dirigente laico ecclesiale, che considera il messaggio di “una forza straordinaria”. Francesco ha denunciato di nuovo, riassume López, “un modello di sviluppo economico che produce morte e 'scartati'”, ed ha rivolto un “appello per il riconoscimento e l'affermazione delle culture originarie” che costituiscono “un modello di sviluppo umano integrale”. Per la Chiesa, quest'impegno non è nuovo, ma è sostenuto nel tempo, spesso in solitudine, contro tutti e con numerosi martiri, sin dall'arrivo dei primi missionari. In serata, come annunciato pubblicamente dal Papa, si è compiuto il primo passo nella preparazione del Sinodo speciale per l'Amazzonia: un consiglio pre-sinodale di un giorno e mezzo, per il quale il card. Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, membro della delegazione vaticana, ha convocato attraverso la Repam i vescovi dell'Amazzonia , rappresentanti del Celam , della Conferenza latinoamericana dei religiosi e della Caritas, per raccogliere opinioni in vista del Sinodo, che si realizzerà nell'ottobre 2019.

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