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Le notizie dell'Agenzia Fides
Updated: 1 hour 25 min ago

AFRICA/REPUBBLICA CENTRAFRICANA - Le milizie imperversano: attaccate anche le Ong e le truppe Onu

20 June 2018
Bangui - A Bambari la situazione è drammatica. La popolazione è in balia delle milizie. Mancano acqua, cibo, medicine. I bambini non riescono a frequentare le scuole. È questo il quadro tracciato dal team del Jesuit Refugee Service della situazione della seconda città della Repubblica centrafricana, a nord di Bangui, da mesi centro di scontri. “A Bambari - spiega Aurora Mela operatrice del JRS - c’è un mix di combattenti. Gli Anti Balaka sono posizionati sulla riva sinistra del fiume, gli ex Seleka su quella destra. I due gruppi generano poi bande criminali che sfruttano il caos per arricchirsi con i saccheggi”. Quando le fazioni si scontrano, la popolazione è costretta a fuggire cercando rifugio. Queste fughe causano perdite umane, stress e lasciano le case vuote . Per gli operatori umanitari è molto complicato portare avanti programmi che abbiano una certa continuità, anche perché loro stessi e le loro strutture sono oggetto di esazioni, saccheggi, minacce.Almeno un terzo delle Ong presenti ha lasciato la città. Altre hanno ridotto il personale al minimo. La maggior parte delle Ong internazionali si sono raggruppate in un solo luogo per poter meglio organizzare la propria sicurezza. “Il JRS - osserva Jean François Alain Ospital, direttore del JRS nella nazione - è stato pesantemente attaccato e saccheggiato nei primi giorni del conflitto. La nostra base è stata saccheggiata completamente e non abbiamo più la possibilità materiale di inviare il personale sul luogo, anche a causa della situazione di insicurezza che continua. Abbiamo quindi dovuto riorganizzare le attività attorno a una strategia di controllo a distanza, pilotata a partire de Bangui”.Anche la Chiesa cattolica lavora tra molte difficoltà. “Buona parte dei religiosi sono rimasti sul luogo, ma continuando a ricevere minacce” continua Jean François Alain Ospital. “Una comunità di suore è rimasta e continua a gestire una scuola. I responsabili della diocesi sono rimasti, continuando le attività alla scuola Michel Maitre. La Caritas diocesana continua le azioni umanitarie , servizi di acqua , igiene e latrine . Ecac continua le attività educative. Durante i momenti di crisi, il Vescovo è rimasto a Barbari”.Di fronte a queste tensioni, i caschi blu dell’Onu, dopo un’iniziale immobilità, sono passati all’azione, riconquistando alcuni quartieri. Una parte della città di Bambari è stata liberata, ma le pattuglie Onu sono spesso attaccate dai gruppi armati.

AFRICA/REPUBBICA CENTRAFRICANA - Le milizie imperversano: attaccate anche le Ong e le truppe Onu

20 June 2018
Bangui - A Bambari la situazione è drammatica. La popolazione è in balia delle milizie. Mancano acqua, cibo, medicine. I bambini non riescono a frequentare le scuole. È questo il quadro tracciato dal team del Jesuit Refugee Service della situazione della seconda città della Repubblica centrafricana, a nord di Bangui, da mesi centro di scontri. “A Bambari - spiega Aurora Mela operatrice del JRS - c’è un mix di combattenti. Gli Anti Balaka sono posizionati sulla riva sinistra del fiume, gli ex Seleka su quella destra. I due gruppi generano poi bande criminali che sfruttano il caos per arricchirsi con i saccheggi”. Quando le fazioni si scontrano, la popolazione è costretta a fuggire cercando rifugio. Queste fughe causano perdite umane, stress e lasciano le case vuote . Per gli operatori umanitari è molto complicato portare avanti programmi che abbiano una certa continuità, anche perché loro stessi e le loro strutture sono oggetto di esazioni, saccheggi, minacce.Almeno un terzo delle Ong presenti ha lasciato la città. Altre hanno ridotto il personale al minimo. La maggior parte delle Ong internazionali si sono raggruppate in un solo luogo per poter meglio organizzare la propria sicurezza. “Il JRS - osserva Jean François Alain Ospital, direttore del JRS nella nazione - è stato pesantemente attaccato e saccheggiato nei primi giorni del conflitto. La nostra base è stata saccheggiata completamente e non abbiamo più la possibilità materiale di inviare il personale sul luogo, anche a causa della situazione di insicurezza che continua. Abbiamo quindi dovuto riorganizzare le attività attorno a una strategia di controllo a distanza, pilotata a partire de Bangui”.Anche la Chiesa cattolica lavora tra molte difficoltà. “Buona parte dei religiosi sono rimasti sul luogo, ma continuando a ricevere minacce” continua Jean François Alain Ospital. “Una comunità di suore è rimasta e continua a gestire una scuola. I responsabili della diocesi sono rimasti, continuando le attività alla scuola Michel Maitre. La Caritas diocesana continua le azioni umanitarie , servizi di acqua , igiene e latrine . Ecac continua le attività educative. Durante i momenti di crisi, il Vescovo è rimasto a Barbari”.Di fronte a queste tensioni, i caschi blu dell’Onu, dopo un’iniziale immobilità, sono passati all’azione, riconquistando alcuni quartieri. Una parte della città di Bambari è stata liberata, ma le pattuglie Onu sono spesso attaccate dai gruppi armati.

AMERICA/NICARAGUA - Nuovamente sospeso il dialogo nazionale, Mons. Báez: “Non si può continuare ad uccidere”

20 June 2018
Managua – “Questo governo deve dimostrare volontà politica. Non è un gioco, è una cosa seria per il futuro del Nicaragua. Non si può continuare ad uccidere le persone” ha affermato Mons. Silvio Báez, Vescovo ausiliare di Managua, annunciando che ieri, martedì 19 giugno, non si sarebbe aperto il tavolo del Dialogo Nazionale, come programmato. La nuova sospensione durerà fino a quando il governo di Ortega non presenterà a tutti i membri del Dialogo le prove di aver invitato ufficialmente gli organismi internazionali che si occupano dei diritti umani, come concordato nell'ultima sessione .“La plenaria del Dialogo nazionale è sospesa, se queste organizzazioni non mostrano l'invito che il governo ha inviato loro" ha scritto a Fides Mons. Báez, che fa parte della Commissione di mediazione della Chiesa cattolica che partecipa a questo dialogo tra Alleanza Civica ed esecutivo.Ieri almeno cinque morti e più di settanta feriti sono il risultato degli scontri con cui la polizia antisommossa e i paramilitari, che poco prima avevano attaccato il vicino comune di Ticuantepe, hanno preso la città di Masaya, a est della capitale del Nicaragua.Il Card. Leopoldo Brenes, Arcivescovo di Managua, dopo essere stato informato della situazione direttamente dai parroci di Masaya, attraverso un comunicato ha chiesto al governo e alla polizia di fermare gli attacchi contro la popolazione. Attraverso i social media Mons. Báez ha insistito sul fatto che il regime del presidente Daniel Ortega deve fermare la repressione a Masaya.

AFRICA/SUD SUDAN - Incontro tra Kiir e Machar ad Addis Abeba: speranze per mettere fine alla guerra civile?

20 June 2018
Juba - I due protagonisti di una delle più drammatiche e dimenticate guerre civili in corso nel mondo, quella del Sud Sudan, si incontrano ad Addis Abeba oggi, 20 giugno. Il Presidente sud-sudanese Salva Kiir, e l’ex Vice Presidente Riek Machar si sono dati appuntamento nella capitale dell’Etiopia, per cercare di trovare un’intesa per porre fine al conflitto civile esploso nel dicembre 2013, che ha provocato almeno due milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi, Uganda in particolare, e più di quattro altri milioni di sfollati interni. L’incontro, che avviene nel giorno nel quale si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, è il primo da quando nel luglio 2016 un precedente accordo per porre fine alle ostilità è fallito, dando vita ad un nuovo ciclo di combattimenti.Il Sud Sudan è diventato indipendente dal Sudan nel 2011. Ma dopo oltre quattro anni di guerra civile, il governo di Juba è alla bancarotta e l'iperinflazione - che ha raggiunto il picco del 500 per cento nel 2016, decrescendo fino al 155 per cento nel 2017 - ha fatto impennare i prezzi. La sterlina sud sudanese è crollata. La produzione di petrolio - da cui il Sud Sudan riceve il 98% delle sue entrate - è crollata a circa 120.000 barili al giorno da un picco di 350.000, secondo la Banca Mondiale.Juba, che ha ereditato tre quarti delle ex riserve petrolifere del Sudan, dipende dalle infrastrutture petrolifere del vicino settentrionale - raffinerie e condotte - per le sue esportazioni. Il conflitto ha inoltre pesantemente bloccato la produzione agricola, che a sua volta ha provocato una grave crisi alimentare. Nel 2017 il Sud Sudan ha attraversato quattro mesi di carestia, che hanno colpito circa 100.000 persone. Quest’anno, secondo le Nazioni Unite, sette milioni di sud sudanesi, più della metà della popolazione, avranno bisogno di aiuti alimentari.

ASIA/PAKISTAN - Le minoranze religiose: necessari leader politici che si prendano cura dei diritti umani

20 June 2018
Karachi – “Dobbiamo cercare leader politici disposti a prendersi cura dei nostri diritti, delle sfide, dei problemi, dello sviluppo delle nostra comunità e che lavorino per fornire protezione, tutela e promozione integrale delle minoranze”: lo ha detto il cattolico Peter Jacob, Direttore del “Centro per la giustizia sociale”, in occasione di un Seminario tenutosi di recente a Karachi sul tema “Elezioni 2018 e diritti delle minoranze religiose”, in vista delle elezioni politiche previste in Pakistan a luglio 2018.Come appreso da Fides, oltre 80 persone tra sacerdoti, leader politici, assistenti sociali, attivisti per i diritti umani, hanno partecipato all’incontro co-organizzato dalla Commissione nazionale “Giustizia e pace” della Conferenza episcopale cattolica .Jacob ha rilevato: “Le nostre aree cristiane non sono ancora sviluppate. I problemi sono ancora gli stessi da decenni. Dovremmo esprimere un voto ai candidati e ai partiti politici che si occupino realmente dei problemi dei diritti delle minoranze”. I partecipanti hanno sottolineato le sfide che le minoranze si trovano ad affrontare nelle rispettive regioni: indifferenza dei governi, carenza di acqua, problemi di pulizia e igiene, abusi dei diritti fondamentali, paura di essere accusati ingiustamente in base alle leggi sulla blasfemia.Riaz Nawab, assistente sociale, ha evidenziato le questioni riguardanti le assemblee legislative: "I membri selezionati per occupare i posti riservati alle minoranze in Parlamento non sono utili per la comunità. Non visitano le aree delle minoranze. Scelti dai partiti politici, lavorano solo per loro”.I presenti hanno chiesto maggiore partecipazione delle minoranze religiose al processo elettorale e un impegno significativo dei candidati a farsi carico delle questioni in sospeso.Jaipal Chabbria, un politico indù, ha detto a Fides: "Se non sono considerato un cittadino del Pakistan perché sono indù, questa è discriminazione. Tutti noi dovremmo essere trattati allo stesso modo, non come minoranze cristiane, indù o di altra religione”.Si è anche discusso della attuazione della sentenza della Corte Suprema del 19 giugno 2014 sulle minoranze religiose e, tra le proposte emerse, si è chiesto di costituire una Commissione nazionale autonoma che esamini le questioni relative alle minoranze religiose. Per promuovere la tolleranza religiosa e la coesione nazionale, il Seminario ha indicato alcuni punti essenziali: riesaminare la bozza del curriculum scolastico e universitario e della politica di istruzione 2017 per eliminare la discriminazione sulla base della religione; istituire un organismo di regolamentazione per l'attuazione completa della quota del 5% dell'occupazione nei posti di lavoro pubblici riservata alle minoranze religiose; istituire commissioni a livello federale e provinciale per assicurare il rispetto e l'applicazione dell'ordinanza della Corte suprema del 19 giugno 2014, sulla promozione della pace e sull’urgenza di costruire una cultura di tolleranza religiosa e sociale.

AMERICA/STATI UNITI - I Vescovi: sì a una legge sull’immigrazione, no agli impatti negativi su famiglie e vulnerabili

20 June 2018
Washington – “Mentre vogliamo davvero una soluzione legislativa per i Dreamer, non possiamo, in buona fede, approvare grandi cambiamenti strutturali al sistema dell’immigrazione che hanno un impatto negativo sulle famiglie e sui vulnerabili, come quelli contenuti in questa legislazione. Auspichiamo che ci sia l’opportunità di dialogare con i legislatori e discutere le possibili opportunità per ulteriori compromessi, in particolare per quanto riguarda gli effetti sulle famiglie e sui più vulnerabili". E’ quanto ha scritto Mons. Joe S. Vásquez, Vescovo di Austin, in Texas, Presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale americana , nella lettera che ha inviato a tutti i membri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, riguardo a due leggi sull'immigrazione che dovrebbero essere discusse questa settimana dal Parlamento.I cosiddetti “Dreamer” sono circa 800.000 immigrati portati negli Stati Uniti quando erano bambini da genitori clandestini, per tutelare i quali Barack Obama aveva istituito il programma Daca , programma sospeso dall’amministrazione Trump. Mons. Vasquez aveva scritto una prima lettera già nel gennaio scorso, opponendosi al disegno di legge H.R. 4760, anch’esso in discussione questa settimana, che prevede la riduzione dei visti per i lavoratori del settore agricolo, la riduzione dei visti di ricongiungimento familiare, i finanziamenti per edificare il muro di confine con il Messico e l’aumento degli agenti impiegati nel Dipartimento di sicurezza.Nella sua lettera di ieri, pervenuta all’Agenzia Fides, Mons. Vásquez precisa: “I miei fratelli Vescovi e io apprezziamo lo sforzo dei Rappresentanti di trovare una soluzione legislativa per i Dreamer, portando misure sull’immigrazione alla Camera dei Rappresentanti. Crediamo che tale legislazione debba essere bipartisan, offrire ai Dreamer un percorso verso la cittadinanza, essere a favore della famiglia, proteggere i vulnerabili ed essere rispettosi della dignità umana per quanto riguarda la sicurezza e il rafforzamento delle frontiere”. Intanto hanno fatto scalpore in tutto il mondo i video con i pianti dei bambini stranieri, divisi dai genitori e rinchiusi in centri di detenzione, in seguito alle nuove norme sulla stretta all'immigrazione, conseguenza della “tolleranza zero”, al confine messicano. Il tema è ampiamente dibattuto a tutti i livelli, come testimonia anche l’iniziativa della United Methodist Church, che condanna il Procuratore generale Jeff Sessions per la politica del governo Trump di separare le famiglie di immigrati privi di documenti al confine meridionale degli Stati Uniti. La lettera, firmata da 640 fedeli, sacerdoti e dirigenti della chiesa metodista, afferma: “Ai sensi del paragrafo 2702.3 dello United Methodist Discipline Book 2016, accusiamo Jefferson Beauregard Sessions, Procuratore generale degli Stati Uniti di crimini riguardanti abusi sui minori, immoralità, discriminazione razziale e diffusione di dottrine contrarie agli standard della dottrina della Chiesa metodista unita". Nella lettera si afferma che "mentre altri individui del governo federale sono coinvolti in ognuno di questi esempi", Jeff Sessions, per essere un metodista, si trova “in una posizione pubblica tremendamente potente" della quale i firmatari si sentono responsabili: "abbiamo un obbligo etico di parlare con coraggio quando uno dei nostri membri è coinvolto nel causare danni significativi".

ASIA/ISRAELE - Capi cristiani a Netanyahu: il governo punta ancora a confiscare le proprietà ecclesiastiche

19 June 2018
Gerusalemme – Il disegno di legge israeliano che mira alla confisca di proprietà ecclesiastiche in Israele non è stato bloccato o archiviato: tale disegno di legge, che prosegue il suo iter verso l'approvazione, si configura come “un attacco sistematico e senza precedenti contro i cristiani di Terra Santa”, capace di violare “i diritti più elementari” e minare “il delicato tessuto di relazioni” costruito lungo decenni tra le comunità cristiane locali e lo Stato ebraico. Lo scrivono i Capi cristiani responsabili della gestione condivisa del Santo Sepolcro in una lettera inviata a Benjamin Netanyahu, in cui chiedono al premier israeliano di “agire in modo rapido e deciso per bloccare il disegno di legge la cui promozione unilaterale costringerà le Chiese a rispondere allo stesso modo”. La missiva porta le firme di Theophilos III – Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme –, Nurhan Manougian - Patriarca armeno apostolico di Gerusalemme – e di padre Francesco Patton ofm, Custode di Terra Santa.La lettera dei tre capi cristiani sembra far riaffiorare la controversia con il governo israeliano che a fine febbraio spinse le Chiese locali a utilizzare come forma di protesta la “serrata” del Santo Sepolcro, rimasto chiuso da domenica 25 a martedì 27 febbraio. A quel tempo, il disegno di legge che aveva provocato la reazione dei capi cristiani puntava a garantire al governo israeliano la possibilità di confiscare quelle proprietà immobiliari ecclesiastiche che in passato erano state cedute in affitto per lunghi periodi – fino a 99 anni – al Fondo Ebraico Nazionale, e che in tempi recenti gli stessi soggetti ecclesiali, per far fronte ai propri debiti, avrebbero venduto a grandi gruppi immobiliari privati. Il Parlamento israeliano stava lavorando da tempo a tale progetto di legge, che autorizzando l'esproprio di tali terre da parte dello Stato d'Israele, puntava a sottrarre tali proprietà a possibili contese legali, per tutelare i proprietari di case e immobili costruiti nel frattempo su quelle terre. A febbraio, i responsabili delle Chiese locali avevano sospeso le proteste dopo che il governo israeliano aveva promesso di avviare un negoziato con i soggetti ecclesiali interessati in merito alla controversa questione. Adesso i tre firmatari della lettera a Netanyahu riferiscono di aver appreso dei media che il disegno di legge da loro contestato non è stato archiviato, e sta per essere sottoposto al Comitato ministeriale in vista della futura approvazione. Alle preoccupazione dei capi ecclesiali ha risposto sui media israeliani la parlamentare israeliana Rachel Azaria, responsabile del progetto di legge. Secondo Azaria, il disegno di legge punta solo a proteggere i residenti che vivono in case costruite sui terreni appartenenti alle Chiese, sottraendo tali immobili a possibili speculazioni. La parlamentare ha anche sottolineato che la nuova bozza del disegno di legge intende offrire garanzie generali di tutela dei piccoli proprietari di case sorte su terreni potenzialmente soggetti a contese legali, senza contenere riferimenti specifici alle proprietà ecclesiastiche.

AMERICA/BRASILE - “La vita è fatta di incontri”: no alla criminalizzazione di migranti e rifugiati

19 June 2018
Brasilia – L'obiettivo della 33a Settimana nazionale del Migrante, che si celebra in tutto il Brasile dal 17 al 24 giugno, è quello di promuovere “la cultura dell'incontro”, “facendo crescere spazi e opportunità per gli immigrati e le comunità locali di incontrarsi, dialogare e agire": a sottolinearlo è Mons. José Luiz Ferreira Sales, Vescovo di Pesqueira e referente del Settore pastorale della mobilità umana della Conferenza Episcopale Brasiliana . Secondo le informazioni diffuse dalla CNBB, pervenute all’Agenzia Fides, diverse comunità e parrocchie di tutto il paese hanno organizzato attività per aprire la Settimana, che ha per tema “La vita è fatta di incontri” e come slogan “Braccia aperte senza paura di accogliere". L’Arcivescovo di Brasilia, il Card. Sergio da Rocha, che è anche Presidente della CNBB, ha presieduto la celebrazione di apertura nella Cattedrale metropolitana, con una rappresentanza di migranti e rifugiati che hanno partecipato attivamente alla liturgia. Nell’omelia ha ricordato che la capitale del Brasile è stata costruita da migranti e ha richiamato il reiterato appello di Papa Francesco sulla necessità di una accoglienza fraterna dei migranti, in particolare dei rifugiati.Caritas Brasile nei giorni precedenti, dal 12 al 14 giugno, aveva promosso un seminario internazionale su “Migrazione e rifugiati – Strade per una cultura dell’incontro”, sotto la guida del Card. Luis Antonio Tagle, Presidente di Caritas Internationalis, cui hanno preso parte migranti e rifugiati provenienti da vari Paesi di Africa, Europa, Asia e America Latina, operatori pastorali, organizzazioni ecclesiali, istituzioni della società civile, organizzazioni internazionali e di governo.Nel documento conclusivo, pervenuto a Fides, si sottolinea in primo luogo che “la presenza di migranti e rifugiati tra noi è una preziosa opportunità per sviluppare la nostra intelligenza culturale delle relazioni interreligiose, fondamentale per la nostra maturazione come umanità e comunità che crede che siamo figli e figlie di Dio”. Si ricorda poi che in Brasile, “un paese costituito e costruito storicamente anche dalla partecipazione degli immigrati, la cultura dell'incontro si forma giorno dopo giorno nelle relazioni interpersonali, nella routine del lavoro, nella condivisione tra vicini e nella solidarietà con il fratello e la sorella, per capire la cultura dell'altro e per essere ponti di solidarietà e di integrazione”.I partecipanti al Seminario, consapevoli delle caratteristiche del contesto migratorio globale e regionale, che richiede “un lavoro articolato, agile e tempestivo di tutte le organizzazioni ”, invitano le comunità religiose, i gruppi e le organizzazioni a promuovere esperienze interculturali “nelle varie forme di accoglienza dei fratelli e delle sorelle migranti e rifugiati, con creatività nel promuovere la loro effettiva e piena integrazione nella vita della comunità”.I firmatari del documento finale denunciano “la criminalizzazione delle migrazioni, la xenofobia, il razzismo, il linguaggio discriminatorio con stereotipi e pregiudizi, gli allarmismi infondati, l'uso e la diffusione di disinformazione sulle questioni relative alla migrazione e ai rifugiati, e tutte le violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati, tra cui la tratta di persone e il lavoro analogo alla schiavitù”. Convinti del potenziale personale e comunitario di migranti e rifugiati, scommettono “sul loro protagonismo creativo e corresponsabile nella costruzione di relazioni e di esperienze interculturali di solidarietà nelle comunità, con una presenza e un contributo positivo”, e li incoraggiano “a credere in sé stessi, nella loro fede e nel suo potere di trasformazione e di organizzazione nel perseguire i loro sogni e progetti di vita”. E’ infine urgente che gli stati, le Chiese e la società civile continuino a promuovere “riflessioni interculturali e interreligiose sul fenomeno migratorio nella regione Latinoamericana, realizzando analisi dei contesti che permettano di comprendere e affrontare cause e tendenze, e di progettare risposte coordinate tra tutti”.

AMERICA/ECUADOR - “La violenza è il frutto dell'albero dell’ingiustizia”: allarme del Vescovo di Esmeraldas per la situazione dei giovani

19 June 2018
Esmeraldas – Sarebbe ora di pensare seriamente a ciò che accade nel paese, in particolare alla situazione di violenza che aumenta nella zona nord, proprio alla frontiera, dove molti giovani sono vittime di questo scontro armato in un territorio di guerra: è l’opinione allarmata del Vescovo della diocesi di Esmeraldas e Presidente della Conferenza Episcopale, Mons. Eugenio Arellano."La violenza è un frutto che viene dell'albero dell’ingiustizia - ha detto il Presule domenica 17 giugno -, nessun altro albero dà quel frutto, e la violenza che stiamo raccogliendo alla nostra frontiera nord nasce dall’ingiustizia e dall’abbandono a cui è stato lasciata da molti governi quella parte del nostro popolo chiamato Pueblo Negro, hanno sofferto l'abbandono più terribile!Quanti giovani di Esmeraldas, di San Lorenzo, di Mataje, vorrebbero avere le possibilità economiche di quanti vivono nella zona del Huacho, per poter aiutare la propria famiglia! Proprio perché non ne hanno, le devono cercare nella violenza della guerriglia offerta loro dal narcotraffico, non abbiamo saputo offrirgli nient’altro! Abbiamo sempre pensato che sono negritos, parte del folklore. Quanti giovani hanno voluto tentare, ma trovano le porte chiuse. Ci sono alcuni che dopo anni e anni di studio e sacrificio, perfino dopo l'università, devono cedere alla corruzione per avere un qualsiasi posto di lavoro! E noi stiamo zitti, lo sappiamo tutti! E questo fa diventare anche noi complici di questa grande ingiustizia sociale! Ci sono bravi ragazzi che forse sono i primi laureati della propria famiglia, e dopo anni senza lavoro, devono pagare cifre alte per poter lavorare in una impresa pubblica a Esmeraldas! E noi continuiamo a rimanere in silenzio. Questa è l'ingiustizia che pesa sul povero popolo di Esmerladas. Tutto questo fa crescere l'impunità, il peccato. Dobbiamo fare qualcosa!” ha concluso Mons. Arellano, secondo il testo pervenuto a Fides.Ieri, 18 giugno, il Presidente equatoriano Lenin Moreno, ha avvertito che le forze di sicurezza del suo paese "non permetteranno ai gruppi armati irregolari della Colombia di attaccare la sovranità dell'Ecuador con azioni al confine tra le due nazioni, come quelle accadute nelle ultime settimane".Il Presidente ha fatto riferimento agli attacchi armati e con esplosivi e perfino al rapimento di civili alla frontiera con la Colombia, che hanno causato 7 morti e circa 40 feriti. Secondo una fonte locale, questi azioni sono state attribuite al fronte "Oliver Sinisterra", composto da dissidenti del gruppo di guerriglia ormai estinto delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia .Il Presidente Moreno ha detto: "nell'Ecuador di oggi, nessun nostro cittadino deve vivere con la paura, solo i criminali devono temere, quelli che spaventano la popolazione, perché li perseguiremo senza tregua, senza riposo, non dubitate di questo". Il Presidente ha fatto queste dichiarazioni durante una cerimonia militare nella provincia di Esmeraldas, dove il governo ha presentato la sua politica di difesa, sicurezza e sviluppo per il confine settentrionale.

ASIA/FILIPPINE - Revocata l'espulsione: l'australiana suor Patricia Fox potrà continuare la sua opera missionaria

19 June 2018
Manila - Il Ministero della Giustizia del governo filippino, con un provvedimento emanato il 18 giugno, ha accolto il ricorso e annullato l'ordine dell'Ufficio per l'Immigrazione che aveva cancellato il visto di permanenza nelle Filippine alla missionaria australiana suor Patricia Fox, dell'ordine delle Suore di Nostra Signora di Sion. Come appreso da Fides, la religiosa 71enne, che si occupa dei poveri soprattutto nelle aree rurali da 27 anni, ha accolto con gioia la notizia, insieme a tutta la sua congregazione e alla comunità cattolica. Il suo visto per motivi pastorali è stato rinnovato e potrà restare nel paese. Interpellata dall'Agenzia Fides, la religiosa ha detto: "Continuerò a donare la mia vita per le popolazioni indigene, per i poveri nelle aree urbane e per gli agricoltori oppressi. Continuerò l'opera missionaria poiché questa è la mia vita, è la mia missione". Suor Patricia prosegue: "Vivo il mio impegno come urgenza di portare il Vangelo e come mandato della Chiesa, che mi invia in missione nelle periferie".Il 25 aprile, su richiesta del Presidente filippino Rodrigo Duterte, l'Ufficio per l'immigrazione aveva revocato il visto missionario a suor Fox, ordinandole di lasciare il paese entro un mese per il suo presunto coinvolgimento in "attivismo politico". La religiosa ha presentato ricorso al Ministero della Giustizia e le era stato concesso di rimanere nel paese in attesa di un pronunciamento sul suo caso.Tra le accuse presentate contro la religiosa c'erano alcune foto - scattate durante una sua visita a un carcere nelle Filippine meridionali - che la ritraevano con uno striscione che recitava "Stop agli omicidi dei contadini". La suora era anche coinvolta in una indagine sugli abusi dei diritti umani commessi contro agricoltori e popolazioni tribali nelle Filippine meridionali.Vescovi, leader ecclesiali, sacerdoti, suore, assistenti sociali e attivisti per i diritti umani, avevano espresso solidarietà a suor Fox, invitando il governo a rinnovarle il visto di permanenza. Suor Elenita Belardo, coordinatrice nazionale dei "Missionari rurali" nelle Filippine, ha espresso gioia e soddisfazione per la decisione del Ministero, "soprattutto da parte di tutti quei poveri che la religiosa aiuta e accompagna".

AFRICA/SUDAFRICA - Forte condanna dei Vescovi per l’assalto ad una moschea: è il secondo in un mese

19 June 2018
Johannesburg - Forte condanna della Chiesa in Sudafrica per l’assalto alla moschea di Malmesbury, una cittadina che si trova 65 km a nord di Città del Capo, avvenuto il 14 giugno. “A nome dei Vescovi cattolici dell'Africa australe e della Chiesa cattolica, desideriamo esprimere il nostro profondo shock e l'orrore per le atrocità alla moschea di Malmesbury” afferma un comunicato giunto all’Agenzia Fides a firma di Sua Ecc. Mons. Stephen Brislin, Arcivescovo di Città del Capo e Presidente della Southern African Catholic Bishops’ Conference . “Presentiamo le condoglianze alle famiglie di coloro che hanno perso la vita in questo brutale attacco e preghiamo affinché l'Onnipotente dia loro conforto e consolazione. Preghiamo inoltre perché la comunità della moschea di Malmesbury, sconvolta per la violazione di questo luogo sacro, riceva forza e conforto”.L’assalto è stato commesso da un uomo armato di coltello che è penetrato nella moschea nella prime ore del mattino del 14 giugno. L’aggressore ha colpito quattro persone, delle quali due, tra cui l’imam di 74 anni, sono decedute, per poi essere ucciso dalla polizia. Questo è il secondo attacco in un mese ad una moschea sudafricana. Il 10 maggio, poco dopo la preghiera di mezzogiorno, tre uomini armati con pistole e coltelli erano entrati nella moschea dell'Imam Hussein a Verulam, Durban, e dopo aver accoltellato tre persone, hanno dato fuoco al locale . L’iman era rimasto ucciso, mentre le altre due persone sono state ferite.“È passato un mese dall'attacco alla Moschea a Verulam e incoraggiamo i servizi di polizia a continuare a lavorare instancabilmente per portare i colpevoli di fronte alla giustizia” rimarca Mons. Brislin. “Anche se le circostanze dell'attacco di Malmesbury sembrano essere diverse da quelle di Verulam, tuttavia, si deve fare un'indagine minuziosa sulla motivazione di entrambi gli attacchi”. Il Presidente della SACBC conclude lanciando un appello perché questi episodi non siano strumentalizzati per gettare il Paese nel caos attizzando violenze confessionali. “Non permetteremo a coloro che hanno motivazioni sinistre di mettere una fede contro un'altra, né di esacerbare le tensioni all'interno dei gruppi religiosi. Facciamo appello a tutti i sudafricani affinché esprimano il loro rispetto incondizionato per la vita umana e il loro impegno a lavorare per la pace”.

AFRICA/SUDAFRICA - Forte condanna dei Vescovi per il l’assalto ad una moschea: è il secondo in un mese

19 June 2018
Johannesburg - Forte condanna della Chiesa in Sudafrica per l’assalto alla moschea di Malmesbury, una cittadina che si trova 65 km a nord di Città del Capo, avvenuto il 14 giugno. “A nome dei Vescovi cattolici dell'Africa australe e della Chiesa cattolica, desideriamo esprimere il nostro profondo shock e l'orrore per le atrocità alla moschea di Malmesbury” afferma un comunicato giunto all’Agenzia Fides a firma di Sua Ecc. Mons. Stephen Brislin, Arcivescovo di Città del Capo e Presidente della Southern African Catholic Bishops’ Conference . “Presentiamo le condoglianze alle famiglie di coloro che hanno perso la vita in questo brutale attacco e preghiamo affinché l'Onnipotente dia loro conforto e consolazione. Preghiamo inoltre perché la comunità della moschea di Malmesbury, sconvolta per la violazione di questo luogo sacro, riceva forza e conforto”.L’assalto è stato commesso da un uomo armato di coltello che è penetrato nella moschea nella prime ore del mattino del 14 giugno. L’aggressore ha colpito quattro persone, delle quali due, tra cui l’imam di 74 anni, sono decedute, per poi essere ucciso dalla polizia. Questo è il secondo attacco in un mese ad una moschea sudafricana. Il 10 maggio, poco dopo la preghiera di mezzogiorno, tre uomini armati con pistole e coltelli erano entrati nella moschea dell'Imam Hussein a Verulam, Durban, e dopo aver accoltellato tre persone, hanno dato fuoco al locale . L’iman era rimasto ucciso, mentre le altre due persone sono state ferite.“È passato un mese dall'attacco alla Moschea a Verulam e incoraggiamo i servizi di polizia a continuare a lavorare instancabilmente per portare i colpevoli di fronte alla giustizia” rimarca Mons. Brislin. “Anche se le circostanze dell'attacco di Malmesbury sembrano essere diverse da quelle di Verulam, tuttavia, si deve fare un'indagine minuziosa sulla motivazione di entrambi gli attacchi”. Il Presidente della SACBC conclude lanciando un appello perché questi episodi non siano strumentalizzati per gettare il Paese nel caos attizzando violenze confessionali. “Non permetteremo a coloro che hanno motivazioni sinistre di mettere una fede contro un'altra, né di esacerbare le tensioni all'interno dei gruppi religiosi. Facciamo appello a tutti i sudafricani affinché esprimano il loro rispetto incondizionato per la vita umana e il loro impegno a lavorare per la pace”.

ASIA/FILIPPINE - I Vescovi: niente armi ai sacerdoti

19 June 2018
Manila - Un sacerdote è un "Buon Pastore", pronto a donare la vita per il suo gregge; è uomo mite, pacifico e non violento. Per questo, nonostante gli omicidi di tre sacerdoti negli ultimi sei mesi, essi non devono possedere nè portare armi, da usare per legittima difesa: lo affermano i Vescovi filippini, mentre circolano allarmanti notizie su alcuni preti filippini che, temendo per la loro vita, si sono dotati di armi. L'Arcivescovo di Davao, Romulo Valles, presidente della Conferenza episcopale delle Filippine , ha ufficialmente respinto l'idea di un "clero armato" che detenga legalmente armi da fuoco. "Siamo uomini di Dio, uomini di Chiesa, ed è parte del nostro ministero affrontare i pericoli, affrontare anche la morte, se Dio vuole", ha detto.Anche il vicepresidente della Conferenza Episcopale, il Vescovo Pablo Virgilio David, della diocesi di Kalookan, ha respinto l'idea che i preti possano portare armi da fuoco, anche solo per eventuale autodifesa. "I sacerdoti che desiderano avere armi da fuoco come autodifesa possono prendere in considerazione l'idea di lasciare il sacerdozio e unirsi all'esercito o alla polizia", ha detto Mons. David, dicendosi "deluso" da quanti nel clero hanno prospettato questa soluzione.Come appreso da Fides, almeno quattro sacerdoti della diocesi di San Pablo, nella provincia meridionale di Laguna, hanno iniziato ad armarsi per autodifesa.Il Direttore generale della Polizia nazionale filippina, Oscar Albayalde, ha detto che i sacerdoti, in quanto cittadini del paese, possono detenere pistole come auto-protezione - diritto costituzionalmente sancito - a condizione che richiedano formale licenza alle autorità competenti. Secondo il dirigente "potrebbero avere una sensazione di maggiore sicurezza, portando armi da fuoco, legalmente autorizzate". P. Jerome Secillano, Segretario esecutivo dell'ufficio affari pubblici dell'Episcopato filippino, ha ribadito la posizione della Chiesa secondo cui i preti e gli operatori pastorali non sono armati.I sacerdoti filippini uccisi negli ultimi mesi sono: p. Richmond Nilo, 44 ​​anni, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco mentre si preparava per una messa il 10 giugno nella città di Zaragoza, nella provincia di Nueva Ecija; p. Mark Ventura, 37 anni, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco dopo aver celebrato la messa nella città di Gattaran, provincia di Cagayan, il 29 aprile; p. Marcelito Paez, 72 anni, è stato ucciso il 5 dicembre 2017 a Jaen, in Nueva Ecija. Solo ferito e tuttora sotto cure p. Rey Urmeneta, 64 anni, ex cappellano della polizia, colpito il 6 giugno scorso nella città di Calamba, a sud di Manila.

AFRICA/ETIOPIA - Il Patriarca Matthias: la Chiesa contrasterà il fenomeno delle “spose bambine"

18 June 2018
Addis Abeba – La Chiesa ortodossa Tawahedo d'Etiopia intensificherà gli interventi e i corsi di formazione e sensibilizzazione per mettere in guardia le famiglie rispetto agli effetti nefasti prodotti dalla prassi sociale dei cosiddetti “matrimoni precoci”, che ancora sopravvive in diverse aree rurali del Paese. Lo ha riferito Abuna Matthias I, Patriarca di quella compagine ecclesiale etiope, una delle antiche Chiese orientali cosiddette “precalcedoniane” . Abuna Matthias ha rilanciato l'impegno della sua Chiesa per contrastare il fenomeno delle “spose bambine” presentando nei giorni scorsi un nuovo libro in lingua amarica che espone i criteri con cui la Chiesa considera la questione dei matrimoni precoci. La pubblicazione del libro è parte di una campagna di sensibilizzazione finanziata anche con fondi ottenuti dall'Organizzazione delle Nazioni Unite e dalla Chiesa di Norvegia. In passato, a causa soprattutto dell'ignoranza e della sprovvedutezza – ha dichiarato tra l'altro il Patriarca - non c'erano precauzioni sufficienti per porre freno a tale prassi e ai suoi effetti dannosi. Ma adesso la Chiesa ha intenzione di sensibilizzare in maniera adeguata i fedeli, per far sì che tale usanza venga del tutto abbandonata e non trovi modo di perpetuarsi tra le giovani generazioni. "Dio” ha sottolineato Abuna Matthias “ha creato il genere umano con una dignità superiore a tutte le altre creature. Pertanto, coloro che cercano di abbassare tale dignità si oppongono alla legge di Dio".Secondo i dati rilanciati anche dall'Unicef, il numero annuo dei matrimoni precoci è sceso a 12 milioni all’anno. Negli ultimi dieci anni, un terzo dei matrimoni precoci globali sono avvenuti nell'Africa subsahariana, mentre nel decennio precedente la quota registrata in Africa era pari a un quinto del totale. Ma in Etiopia – che in passato era fra i 5 Stati africani con più elevata incidenza di matrimoni precoci – già si registrano dati positivi, e il numero di tali matrimoni è diminuito del 30% nell'ultimo decennio. .

AFRICA/UGANDA - “Stiamo curando le ferite lasciate dall’LRA” dice l’Arcivescovo di Gulu

18 June 2018
Roma - “Il nord dell’Uganda vive ora nella calma. La minaccia dell’LRA riguarda il passato, dato che questo gruppo di guerriglia non è più presente in Uganda ma si è spostato in alcune aree dei Paesi vicini come la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana” dice all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. John Baptist Odama, Arcivescovo di Gulu e Presidente della Conferenza Episcopale dell’Uganda, a Roma per la visita Ad Limina. “Questo non significa però che dobbiamo abbassare la guardia. La situazione va costantemente seguita per evitare che l’LRA ritorni in Uganda” aggiunge l’Arcivescovo.L’Esercito di Resistenza del Signore ha per decenni imperversato nel nord Uganda, specie nell’area dell’Arcidiocesi di Gulu, terrorizzando la popolazione civile, costretta per lungo tempo a rifugiarsi in chiese e campi protetti per sfuggire alle violenze dei guerriglieri. L’LRA è tristemente famoso per la cattura di bambini costretti a diventare soldati dopo aver subito pesantissimi condizioni psicologici.Per questo, dice Mons. Odama, “la Chiesa continua ad assistere le popolazioni per guarire le ferite profonde inferte in tutti questi anni dall’LRA, sia a livello materiale sia soprattutto sul piano psichico e spirituale. Organizziamo seminari di peace building, e gruppi di lavoro interreligiosi per offrire supporto alle persone che necessitano di assistenza. Stiamo investendo nell’Università cattolica del Sacro Cuore di Gulu per affrontare le problematiche più gravi del dopoguerra: i traumi psicologici e psichiatrici. Non riguarda solo la popolazione del nord Uganda ma dell’intero Paese e persino di quelli vicini come il Sud Sudan, la RDC e il Centrafrica. Stiamo quindi cercando di potenziare l’insegnamento universitario per formare psicologi che operino in supporto alla popolazione.”“Le cause che hanno provocato la nascita dell’LRA riguardano il cattivo governo che abbiamo avuto nel passato” dice Mons. Odama. “Grazie agli sforzi dei nostri militari l’LRA è stato scacciato dal Nord Uganda, ma sono in gran parte rimaste le condizioni che ne hanno decretato la nascita, soprattutto l’estrema povertà dell’area che va affrontata con decisione. Vi sono però segni concreti di miglioramento che fanno ben sperare, come ad esempio la costruzione di nuove strade e il potenziamento della rete elettrica” conclude Mons. Odama.

ASIA/COREA DEL SUD - Marcia per la vita: "No" alla legalizzazione dell'aborto

18 June 2018
Seul - I cattolici coreani si mettono in in marcia per la difesa della vita: è questo lo spirito della "Marcia per la Vita", manifestazione tenutasi per le strade di Seul il 16 giugno per dire "no" alla legalizzazione dell'aborto e ribadire l'impegno per la tutela della vita umana nascente.Il popolo coreano è in attesa della decisione della Corte costituzionale sulla costituzionalità della legge che vieta l'aborto in Corea del Sud. Come appreso da Fides, i presenti alla "Marcia per la vita" hanno dichiarato la legalità e la legittimità del provvedimento e si sono detti "pronti ad opporsi all'abrogazione del divieto di abortire", nello spirito di difendere la vita della madre e del bambino in grembo.Giunti nella cattedrale di Seul, i dimostranti hanno ascoltato il Cardinale Andrew Yeom Soo-jung, Arcivescovo di Seul, che si è rivolto al popolo della Corea con un messaggio che invita ad accogliere e rispettare la vita. Il Cardinale Yeom ha detto: "La vita, che sembra così fragile e insignificante, ha un potere estremamente forte. Siamo tutti responsabili dei limiti e delle condizioni sociali che costringono le donne a prendere decisioni irreversibili. L'aborto, tuttavia, non è la scelta migliore e nemmeno una questione di scelta. Dovremmo cercare di costruire una cultura che insegni a rispettare e amare la vita tutti insieme".La "Marcia per la vita" è un movimento pro-life globale, avviato negli anni '70 negli Stati Uniti, per opporsi alla legalizzazione dell'aborto e per la tutela della vita nascente. In Corea esiste una Federazione di organizzaizoni con lo scopo di stabilire la giusta "cultura per la vita", sottolineando il valore e la dignità della vita. Alcune organizzazioni della società civile insistono per abrogare il divieto di aborto in base ai diritti per l'autodeterminazione delle donne. Secondo la comunità cattolica coreana l'abrogazione del divieto di aborto non è il modo giusto per rispettare i diritti delle donne.

AMERICA/NICARAGUA - Sì alla Commissione di indagine sulle violenze, ma i massacri continuano

18 June 2018
Managua – I Vescovi del Nicaragua e i membri dell'Alleanza Civica che partecipano al tavolo del Dialogo Nazionale, si sono detti "molto soddisfatti" del risultato dei negoziati su verità, giustizia e diritti umani con il governo di Daniel Ortega, la cui intransigenza stava per far fallire il dialogo.Al termine di una sessione di lavoro tesa e prolungata, venerdì 15 giugno , è stata concordata la creazione di una Commissione che indaghi sui massacri e le altre violazioni dei diritti umani commesse dal 18 aprile. L'esecutivo ha quindi accettato l'ingresso nel paese di una nuova missione della Commissione interamericana per i diritti umani , nonché delle delegazioni dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e dell'Unione Europea. Il governo ha comunque voluto includere anche l'Organizzazione degli Stati americani , mentre Ortega, in una lettera indirizzata ai Vescovi, ha rifiutato di accettare la richiesta principale della popolazione: la sua immediata uscita di scena e le elezioni anticipate. Il Nicaragua comunque continua a vivere la sua peggiore crisi degli ultimi quarant'anni, mentre non si arresta l'ondata di terrore che ha già lasciato più di 160 morti. Il clima di sfiducia nelle autorità, malgrado il tavolo di Dialogo, aumenta sempre di più. Nello stesso giorno di venerdì 15, a solo 2 ore dall’accettazione da parte del governo della Commissione di Verifica e Sicurezza, un gruppo armato ha appiccato il fuoco ad una casa, facendo morire tra le fiamme un’intera famiglia di quattro adulti e due bambini, solo perché si erano opposti a far usare l’abitazione ai franchi tiratori. Secondo i testimoni, il gruppo era composto da uomini della polizia e delle forze paramilitari.Sabato mattina, 16 giugno, l'arcidiocesi di Managua ha inviato a Fides il comunicato con cui condanna quest'orribile fatto criminale: "Ci rammarichiamo in modo particolare come Pastori, per questo atto di terrore esecrabile che ha causato la morte di sei persone, tra cui due bambini innocenti e indifesi, per i quali esprimiamo con affetto il nostro sentimento di vicinanza e solidarietà ai parenti. Esortiamo alla fine delle violenze e delle morti perpetrate da coloro che si nascondono, codardi, nell'anonimato. Nel nome di Dio chiediamo che mettano immediatamente fine all'uccisione di un popolo indifeso."

AMERICA/COLOMBIA - Eletto Ivan Duque, il più giovane presidente colombiano

18 June 2018
Bogotà – Il candidato di centrodestra Ivan Duque è il nuovo presidente della Colombia. Leader del Centro democratico, ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali che si è svolto ieri, domenica 17 giugno, sconfiggendo il candidato della sinistra radicale, l’ex guerrigliero Gustavo Petro Urrego. In base al dato definitivo, diffuso dalla Commissione elettorale al termine dello spoglio, Duque ha raccolto il 54,07 per cento di voti, contro il 41,7 di Gustavo Petro.La Conferenza Episcopale della Colombia aveva insistentemente ripetuto in questi ultimi giorni l’invito a votare con “coscienza, libertà e responsabilità”, in un Paese dove l’astensionismo è storicamente superiore al 50%.In modo molto simile a quanto avevano già affermato alla vigilia della prima tornata elettorale del 27 maggio i Vescovi hanno ripetuto prima del ballottaggio: "Perché votare? Perché è un diritto e un dovere morale” che ha ripercussioni forti nella vita del Paese, “il voto rappresenta l’impegno di ciascuno nella costruzione dei diversi ambiti della vita nazionale”. Non votare equivale “a negare un servizio allo sviluppo integrale della nostra patria”.Ivan Duque, 41 anni, diventa così il più giovane presidente colombiano. La sua vittoria, secondo analisti della stampa internazionale, è dovuta alla promessa di portare “cambiamenti strutturali” all’accordo di pace del 2016, che ha messo fine al conflitto più lungo dell’America latina, durato oltre mezzo secolo con più di 250 mila morti, migliaia di dispersi e circa 7 milioni di profughi.

ASIA/TIMOR EST - La missione dei Gesuiti punta a promuovere inclusione sociale e istruzione 

18 June 2018
Dili - Promozione della dignità umana, dell'inclusione sociale e dell'educazione religiosa sono le tre priorità del piano pastorale e missionario per gli anni 2019-2023 nella Chiesa di Timor Est. Come appreso dall'Agenzia Fides, 50 leader e operatori pastorali, laici, suore e missionari Gesuiti e i loro collaboratori a Timor Est, hanno tenuto nei giorni scorsi un seminario per elaborare le linee fondamentali e gli obiettivi portanti della presenza e della missione dei Gesuiti nella nazione."Per conseguire gli obiettivi della missione evangelica, i cattolici sono chiamati a operare in collaborazione con il governo locale, lavorando per promuovere la dignità umana, lo sviluppo sociale e rafforzare l'educazione religiosa a tutti i livelli, impegnandosi per il bene comune" ha detto a Fides il Gesuita p. Violanto Soares. Uno degli aspetti importanti è "accompagnare lo sviluppo e la crescita della gioventù, che rappresenta il futuro del paese e della società", ha detto Karen Yao, una leader dei giovani.Timor Est ha sofferto molto a causa dell'instabilità politica negli ultimi anni, dopo le lotte per l'indipendenza del paese dal Portogallo nel 1975 e poi dall'Indonesia nel 2002. "Un altro sforzo è dunque il lavoro per la riconciliazione nella società", foriero di benessere sociale, economico e religioso, ha detto il Gesuita Herculaneum Moniz.Timor Est con 1,2 milioni di abitanti, al 98% cristiani, è diventato il secondo paese cattolico in Asia , eredità del suo status di ex colonia portoghese. Le principali religioni sono Cattolicesimo , Protestantesimo Islam . Il paese ha tre diocesi cattoliche: Dili, Baucau e Maliana.

AMERICA/COLOMBIA - I rifugiati venezuelani al centro dell’attenzione della Chiesa

18 June 2018
Bogotà – Dal 17 al 24 giugno, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato che si celebra il 20 giugno in tutto il mondo, la Chiesa cattolica colombiana ospiterà per un pranzo di solidarietà circa 300 migranti, per lo più venezuelani, e fornirà loro dei kit di pulizia. L’iniziativa è animata dalla “Red Clamor Colombia”, creata nel 2017 per coordinare il lavoro pastorale di diverse organizzazioni della Chiesa cattolica in America latiuna e Caraibi, nell’ambito dell’accoglienza, della protezione e dell’integrazione di migranti, rifugiati e sfollati. Inoltre fa parte della Campagna globale "Condividendo il viaggio", lanciata da Papa Francesco. Lo stesso Papa Francesco ha ricordato all’Angelus di ieri la Giornata, auspicando che gli Stati coinvolti nelle consultazioni di questi giorni per l’adozione di un Patto Mondiale sui Rifugiati, “raggiungano un’intesa per assicurare, con responsabilità e umanità, l’assistenza e la protezione a chi è forzato a lasciare il proprio Paese”, ed ha ricordato che “anche ciascuno di noi è chiamato ad essere vicino ai rifugiati, a trovare con loro momenti d’incontro, a valorizzare il loro contributo, perché anch’essi possano meglio inserirsi nelle comunità che li ricevono”. Secondo il comunicato pervenuto all’Agenzia Fides, il 19 giugno la Comunità delle Suore Adoratrici a Bogotà ospiterà un gruppo di 15 donne migranti che si trovano in situazioni di vulnerabilità e precarietà economica, esposte alla violenza, alla discriminazione e allo sfruttamento sessuale. Il 20 giugno, presso il Centro per i Migranti dell'Arcidiocesi di Bogotà, le missionarie Scalabriniane hanno organizzato la celebrazione di una Messa seguita dal pranzo per 80 immigrati venezuelani e sfollati colombiani. Il 21 giugno l'Arcidiocesi di Bogotà offrirà un pranzo fraterno e alcune attività culturali a 150 venezuelani emigrati. Inoltre, in questa settimana di solidarietà, il Consiglio Episcopale Latinoamericano , la Caritas Colombiana, il Servizio dei Gesuiti per i rifugiati in America Latina e nei Caraibi, la Conferenza latinoamericana dei religiosi , e i padri Benedettini offriranno dei kit per l'igiene ai partecipanti.Queste iniziative fanno parte del progetto “Puentes de Solidaridad - Piano pastorale integrato per l'assistenza ai migranti venezuelani in Sud America” in risposta all’appello lanciato da Papa Francesco. Otto Conferenze episcopali del Sud America hanno unito le forze per trovare soluzioni alla massiccia emigrazione di venezuelani in fuga dal loro paese. In Colombia il progetto sostiene i migranti vulnerabili con l'assistenza e l’accompagnamento psicosociale e spirituale, comprese anche azioni di advocacy, oltre a sviluppare incontri per la riflessione e i possibili interventi riguardo alla crisi umanitaria dei migranti venezuelani.

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