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AFRICA/NIGERIA - “Parlatevi per cercare la pace”: Mons. Kaigama esorta Fulani e Irigwe dopo il massacro di 29 persone

Juba - “Da più di due anni, lo Stato di Plateau ha goduto di una convivenza felice e pacifica ma la pace è stata interrotta bruscamente dall'ondata di omicidi, nell’area del Bassa, tra i Fulani e gli Irigwe” denuncia Sua Ecc. Mons. Ignatius Ayau Kaigama, Arcivescovo di Jos e Presidente della Conferenza Episcopale della Nigeria, in un messaggio pervenuto all’Agenzia Fides. Nello Stato di Plateau, il 16 ottobre scorso almeno 29 civili, di cui molte donne e bambini, rifugiati in una scuola elementare, sono stati brutalmente uccisi da un gruppo di uomini armati che hanno preso d'assalto l'edificio. “Gli attacchi sono avvenuti in concomitanza del raduno spirituale nazionale dei cattolici nigeriani tenutosi a Benin City per riconsacrare il nostro caro Paese alla Vergine e pregare per la pace, l'unità e la riconciliazione tra i nigeriani” ricorda l’Arcivescovo . “L'occasione ha segnato la conclusione del centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima nel 1917, quando il mondo stava sperimentando i terribili effetti della prima guerra mondiale” sottolinea l’Arcivescovo. Ricordando il fallito tentativo di riconciliazione del governatore dello Stato di Plateau, Simon Bako Lalong, Mons. Kaigama sottolinea che “non è ancora troppo tardi” per cercare la pace, mettendo in evidenza i punti di contatto tra le due popolazioni.“È un dato di fatto che molti Fulani parlano la lingua Irigwe e molti Irigwe parlano la lingua Fulani, a dimostrazione del lungo periodo di convivenza pacifica, ma gli eventi della settimana passata indicano che la convivenza pacifica, armoniosa e fraterna è stata gravemente ferita” afferma l’Arcivescovo. “Le due tribù che si offrono reciprocamente il ramoscello d’olivo è ciò che può ripristinare la normalità e la fiducia. La sepoltura il 16 ottobre a Nkiedonwhro di 29 persone dimostra che deve essere fatto di più da entrambe le tribù per affrontare il futuro comune con maggiore ottimismo”.“I nostri pensieri vanno a tutti coloro che sono colpiti, rivolgiamo ferventi preghiere a Dio perché conceda loro la consolazione e la capacità di dire “mai più” alla distruzione di vite umane, di animali, prodotti agricoli, case e dei mezzi di sussistenza. I morti riposino in pace” afferma Mons. Kaigama.L’Arcivescovo denuncia infine le responsabilità della forze dell’ordine nell’impedire i massacri: “È molto preoccupante che, nonostante la presenza di agenti di sicurezza, delle persone possono essere uccise in una scuola elementare dove si erano rifugiate, anche durante le ore di coprifuoco imposto dal governo locale” .L’esercito sta rafforzando la propria presenza militare nell’area e addirittura l’aeronautica militare sta dispiegando alcuni aerei da caccia per cercare di bloccare gli scontri.

ASIA/INDIA - La voce di una suora è diventata la voce collettiva di una intera comunità al femminile

Patna – "Nari Gunjan" o la "Voce delle Donne" è suor Sudha Varghese, delle Suore di Notre Dame della provincia di Patna. Grazie al suo impegno ha emancipato una intera comunità di giovani ragazze e donne della comunità Musahar di Bihar, “affrontando le più gravi forme di sfruttamento sessuale e vessazioni”, ha raccontato a Fides. La comunità Musahar è tra le più oppresse tra gli oppressi Dalits indiani, nessuna presenza cristiana. E così sarebbero rimasti se non fosse stato per l’impegno e il coinvolgimento di questa donna che, 20 anni fa, ha fatto della missione per i Musahar la sua vita. Si tratta di braccianti senza terra, mai adeguatamente pagati per il loro lavoro. Le loro occupazioni principali li vedevano impegnati nelle pulizie delle toilet o nelle distillerie delle caste dominanti. Le loro donne e i bambini venivano sfruttati nelle abitazioni delle classi più elevate e spesso abusati sessualmente. Le scuole non sono mai state alla loro portata; quelli che hanno osato avvicinarsi sono stati allontanati e derisi dai compagni e dagli insegnanti delle caste più elevate. In questa casta, il matrimonio tra minori era dilagante. Le ragazze si sposavano a 10 anni e avevano 3-4 bambini fino ai 20 anni quando erano considerate abbastanza vecchie per occuparsi di un figlio. Questa è stata la prima problematica che suor Sudha ha dovuto affrontare prima di avviare una scuola per ragazze-madri. Iniziò con 20 ragazze, facendole studiare sui libri ma anche disegnare, colorare e cucire. Dopo un anno e mezzo, quando il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite venne a conoscenza del suo programma, decise di finanziare il team di suor Varghese in 50 centri. Dopo i due collegi femminili ‘Prerna’ a Danapur e Bodhgaya, la religiosa ha avviato i Joyful Learning Centres per i bambini più piccoli. I più grandi ricevettero abiti e assistenza sanitaria. La suora non si è mai fermata, ha continuato il suo impegno con i ragazzi Musahar che trascorrevano il loro tempo bevendo e giocando. Dopo aver scoperto che erano interessati al cricket, diede loro tutta l’attrezzatura e con il tempo molti hanno iniziato a partecipare e vincere tornei. Da quando il Governo del Bihar aveva bandito il liquore, gli uomini Musahar non lavoravano più e stavano nei loro villaggi. Gli uomini delle caste superiori, invece, si ubriacavano e violentavano le donne che non osavano ribellarsi, fino a quando nel 1986 non è arrivata suor Sudha, che riuscì a convincerle a denunciare gli abusi alla polizia e a riconoscere la loro dignità. In cambio loro le offrivano cibo, amore e fedeltà, era la loro ‘Cycle Didi’ che percorreva 50 km al giorno. Viveva in una casa di fango in mezzo a loro fino a quando non diventò troppo pericoloso a causa delle minacce di morte che riceveva.“Ho vissuto mille vite e sono morta mille volte”, aveva imparato a non avere paura. “Se mi uccidete ci saranno altre centinaia di persone a prendere il mio posto” diceva ai suoi detrattori. Da giovane ragazza che voleva dedicare la sua vita al servizio dei poveri, suor Sudha è diventata un colosso di amore e speranza per le fasce più emarginate dell’India. Lasciando il Kerala contro la volontà della sua famiglia che la voleva insegnante in una scuola gestita da suore cattoliche in Bihar, suor Sudha ha dedicato la sua vita al servizio dei più poveri tra i poveri. Grazie al governo indiano che le ha attribuito il Padma Shri, la suora riesce ad avere molti aiuti dallo Stato e dalla polizia. Il Bihar è uno dei più poveri Stati indiani. Secondo un censimento del 2011, ha una popolazione di 103,804,837 abitanti. Il tasso di alfabetizzazione è di 63.82 . Le religioni presenti contano l’82.69% di hindu, il 16.87% di mussulmani, lo 0.12% di cristiani, 0.02% Sikhs, lo 0.02% Buddisti, 0.02% Janis, altre confessioni lo 0.01% e nessuna religione dichiarata lo 0. 20%.La regione conta sei diocesi cattoliche con 200mila cattolici. Tra le priorità della chiesa cattolica rientrano lo sviluppo sociale, l'educazione e l'evangelizzazione di poveri e afflitti.

AFRICA/SUD SUDAN - “Preparatevi per la missione” esorta i seminaristi l’Arcivescovo di Khartoum

Juba - “Ho incoraggiato i seminaristi delle nove diocesi in Sudan e in Sud Sudan a prepararsi per la missione della Chiesa” dice all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Michael Didi Adgum Mangoria, Arcivescovo di Khartoum e Presidente della Commissione Episcopale per i Seminari della Sudan Catholic Bishops’ Conference . “Ho appena visitato il Seminario Maggiore San Paolo, a Munuki, a Juba dove ho incontrato gli insegnanti e i seminaristi”. Mons. Didi è in Kenya per la riunione del Consiglio Direttivo dell'Associazione delle Conferenze Episcopali degli Stati dell'Africa Orientale che si svolge presso l'Istituto Gaba, ad Eldoret."Parlando con loro e ascoltandoli, a parte alcune lamentele qua e là, i seminaristi hanno compreso il senso della loro missione e rappresentano pertanto la speranza della leadership della Chiesa per il Sudan e il Sud Sudan, il che è una cosa positiva", afferma Mons. Didi.Il Sud Sudan dal dicembre 2013 è sconvolto dagli scontri tra i soldati fedeli al presidente Salva Kiir e quelli fedeli all’ex vice Riek Machar, che non hanno risparmiato la capitale Juba, più volte severamente colpita.“Tutti in una zona di guerra sono traumatizzati, inclusi i seminaristi e il personale che li accompagna " afferma Mons. Didi. Tuttavia, spiega: "I seminaristi e il personale si trovano in condizioni migliori quest'anno, rispetto all'anno scorso, quando si sono avuti combattimenti a Juba; alcuni di loro avevano abbandonato il seminario, tornando alle rispettive diocesi. Quest'anno sembrano sereni”."Ho incoraggiato i seminaristi ad andare avanti e a utilizzare tutti i mezzi, le risorse e i talenti per prepararsi per la missione che hanno davanti" continua.Sono circa 100 i seminaristi nelle due sezioni , provenienti da tutte e nove le diocesi dei due Sudan; sette diocesi nel Sud Sudan e due diocesi in Sudan."Ci sono circa 15 persone residenti per entrambe le sezioni; ci sono alcuni insegnanti a tempo parziale compresi due missionari Comboniani e alcuni laici provenienti principalmente dall'università di Juba” afferma Mons. Didi.L’Arcivescovo di Khartoum chiede ai seminaristi di essere fedeli alla preghiera: "Sicuramente le preghiere sono molto importanti per i seminaristi che aspirano a servire nella missione del nostro Signore. Siamo ancora in guerra e le persone possono cercare di aiutare anche attraverso la preghiera" conclude Mons. Didi.

AMERICA/COLOMBIA - Ancora aperto il problema “storico” della sostituzione delle colture

Tumaco – Mons. Orlando Olave Villanoba, Vescovo di Tumaco, ha affermato che l'unica via d'uscita dalla crisi per questa regione del dipartimento di Nariño è l'attuazione di un piano completo di investimenti, istruzione e lavoro alternativo per le comunità contadine e afro-discendenti. In un'intervista alla radio colombiana RCN, il Vescovo ha spiegato che uno dei problemi più importanti che affronta il porto di Tumaco è la mancanza di attenzione da parte dello Stato per soddisfare le esigenze fondamentali della popolazione. "È una regione senza strade, con livelli di istruzione molto bassi, dove ai contadini non è possibile soddisfare molte delle loro necessità primarie ... c'è abbandono e ingiustizia verso queste comunità" ha evidenziato Mons. Orlando Olave Villanoba. Uno dei problemi più complessi e gravi al momento è quello relativo alla sostituzione delle colture illegali e alla presenza di un certo numero di gruppi armati che stanno generando violenza e terrorizzando la popolazione, opponendosi a questo processo. "E’ un problema ‘storico’ della regione, perché molti riescono a vivere solo attraverso quelle colture” ha precisato, aggiungendo che "la presenza dei gruppi armati e la morte violenta di diversi leader sociali, sono un riflesso della mancanza di presenza del governo e delle intimidazioni da parte di queste organizzazioni che vogliono imporsi con la violenza".Nella stessa ottica, Mons. Olave ha ribadito che a questo proposito è molto importante ascoltare la comunità, in quanto "non si possono applicare soluzioni che sono servite altrove, ma che magari non si adattano alla realtà di queste comunità". Ieri la Conferenza Episcopale Colombiana ha pubblicato una dichiarazione con cui condanna l'omicidio del leader comunitario José Jair Cortés, avvenuto a Tumaco il 17 ottobre, sottolineando che “quando un leader viene assassinato il paese si degrada, la società si impoverisce” e sollecitano le autorità ad impegnarsi per incorporare queste zone nel processo economico e nello spirito della costruzione della pace deciso dai colombiani.

VATICANO - Clausura è missione

Città del Vaticano – “Teresa di Lisieux desiderava 'essere l'amore nel cuore della Chiesa'. Oggi le monache di clausura sono come un cuore che pompa il sangue, cioè la carità di Cristo, a tutto l'organismo della Chiesa universale. Cosi il loro amore arriva a tutte le missioni e a tutti i missionari, che sono le mani che battezzano o le braccia che accolgono i poveri e i sofferenti. Se il cuore non pompa il sangue, l'organismo muore. Papa Giovanni XXIII diceva che le Pontificie Opere Missionarie sono come il sistema vascolare nell'organismo umano, quella rete che permette all’amore di Dio di arrivare in ogni tessuto. Le monache, con la loro preghiera e il loro sacrificio quotidiano, ne sono il cuore pulsante, da cui tutto trae origine”: così p. Ryszard Szmydki, O.M.I., Sottosegretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, presenta il video prodotto dall'Agenzia Fides e diffuso, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale, per ricordare il 90° anniversario della proclamazione di Teresa di Lisieux “Patrona delle missioni”. Il 14 dicembre 1927, infatti fu Papa Pio XI a dichiarare S. Teresina di Lisieux “patrona speciale dei missionari, uomini e donne, esistenti nel mondo”, titolo già concesso a S. Francesco Saverio. Nel nuovo impegno di produzione multimediale , l'Agenzia Fides è entrata in un monastero carmelitano dove le monache, secondo la via tracciata da Santa Teresina, abbracciano tutto il mondo.Nel colloquio con Fides, P. Ryszard Szmydki ricorda che missione e contemplazione sono proprie di ogni battezzato: “Il missionario, come afferma la Redemptoris Missio, deve essere un ‘contemplativo in azione’. La risposta ai problemi egli la dà alla luce della parola di Dio e nella preghiera personale e comunitaria. Se il missionario non è un contemplativo non può annunciare Cristo in modo credibile”.

ASIA/IRAQ - I jihadisti sono stati cacciati, ma all'Università di Mosul si entra solo col velo

Mosul – La città nord-irachena di Mosul non è più sotto il controllo delle milizie jihadiste dello Stato Islamico dal luglio scorso. Ma all'Università gli studenti continuano a doversi adeguare, almeno parzialmente, a costumi e regole di ascendenza islamica anche nel modo di vestire. Un grande cartello posto all'ingresso dell'Ateneo ricorda agli studenti il tipo di abbigliamento e l'acconciatura che devono osservare per entrare negli edifici universitari e seguire le lezioni. Il “dress code” obbligatorio prescrive l'uso del velo a tutte le studentesse, musulmane o non musulmane. L'Università ha ripreso le proprie attività e gli studenti hanno ricominciato a frequentare i corsi, anche se ampie sezioni degli edifici universitari sono state distrutte dai bombardamenti e non risultano ancora ripristinate. Oltre ai disagi logistici, studenti cristiani – riporta l'Agenzia d'informazione Ankawa.com – esprimono preoccupazione per gli atteggiamenti di rigidezza intollerante espressi da alcuni dei loro colleghi musulmani. Nell'Università di Mosul la pressione esercitata dal radicalismo islamista aveva costretto tante studentesse cristiane a indossare il velo già a partire dagli anni 2004-2005, ben prima che la città cadesse nelle mani di Daesh. Adesso, passata la parentesi tragica del regime jihadista, rientrano in vigore codici di comportamento e disposizioni che sembrano comunque connessi a un progetto di islamizzazione della vita sociale. Mentre si moltiplicano i segnali della crescente “delusione” delle comunità cristiane locali rispetto agli effetti delle campagne militari condotte per sconfiggere il sedicente Stato Islamico. .

VATICANO - Dossier per la Giornata Missionaria Mondiale: cresce il numero dei cattolici nel mondo

Città del Vaticano - Cresce il numero dei cattolici nel mondo: sono quasi un miliardo e 300 milioni, il 17,7% della popolazione mondiale. Secondo le cifre tratte dall’Annuario Statistico della Chiesa cattolica ed elaborate dall'Agenzia Fides, i battezzati sono 12 milioni e mezzo in più rispetto all’anno precedente . E' uno dei dati contenuti nel Dossier statistico diffuso dall'Agenzia Fides in occasione della 91ma Giornata Missionaria Mondiale, che si celebra domenica 22 ottobre 2017, che offre un quadro panoramico della Chiesa nel mondo. Secondo il Dossier, in Africa vivono 1 miliardo e 100mila persone, il 19,42% sono cattolici con un aumento dello 0,12%. In America, su 982,2 milioni abitanti il 63,6% è cattolico , con una diminuzione dello 0,08%. In Asia su 4,3 miliardi persone i cattolici sono il 3,24% della popolazione , cifra stabile. In Europa cresce la popolazione ma, per il secondo anno di fila, diminuisce il numero dei cattolici che sono il 39,87% , meno 0,21%.In Oceania vivono 38,7 milioni di persone, il 26,36 % sono cattolici con un aumento dello 0,24% rispetto all'anno precedente.Le circoscrizioni ecclesiastiche cattoliche nel mondo sono 3.006 : 538 n Africa, 1.091 in America, 538 in Asia, 758 in Europa e 81 in Oceania.Aumenta di 67 unità il numero dei vescovi nel mondo mentre diminuisce di 136 quello dei sacerdoti . Il Dossier di Fides informa, inoltre, che nel mondo ci sono 351.797 missionari laici mentre i catechisti sono 3.122.653. La Chiesa cattolica gestisce 216.548 istituti scolastici nel mondo, frequentati da oltre 60 milioni di alunni. In più, sono quasi 5 milioni e mezzo i giovani seguiti da istituti cattolici durante gli studi alle scuole superiori e all'università. Infine sono circa 118mila gli istituti sociali e caritativi cattolici sparsi nel mondo. Nel Dossier di Fides anche un quadro dell’attivita di cooperazione missionaria delle Pontificie Opere Missionarie che, nel loro sostegno alle Chiese locali , hanno erogato nel 2016 sussidi per circa 134 milioni di dollari Usa. Per illustrare in Dossier è disponibile sul canale Youtube dell'Agenzia Fides una motion graphics che si può liberamente scaricare e riprodurre su altri siti web. Link correlati :In allegato il Dossier statistico dell'Agenzia Fides in Italiano

ASIA/MYANMAR - Il Card Bo: “Il Myanmar ha bisogno di guarigione e riconciliazione”

Yangon – “Il Myanmar ha bisogno di guarigione e riconciliazione”: lo dice in una intervista a Fides il cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon, parlando della situazione nel paese nell’imminenza del viaggio del Papa, che sarà nel paese dal 27 al 30 novembre.A che punto si trova il Myanmar, dopo i grandi cambiamenti degli ultimi anni?Il Myanmar è a un crocevia della storia. Il nostro pellegrinaggio verso la democrazia ha assicurato che tutti abbiano più diritti e libertà. Siamo orgogliosi di essere cittadini di questa grande nazione, il Myanmar. Siamo orgogliosi essere una nazione abbondantemente benedetta con tante risorse. Questa è una terra d'oro. È il nostro sogno è renderla “d’oro”per tutti, attraverso la pace. La pace è il primo, grande bene. I frutti della pace beneficeranno bambini e giovani. Un nuovo Myanmar di pace e prosperità è possibile. Siamo una nazione di sette gruppi etnici maggiori e di 135 minori. Ognuno di noi decora la nostra nazione come i fiori colorati di un grande giardino. I cittadini del Myanmar ora devono pensare a costruire la pace, lo stato e la nazioneCosa può dire sulla crisi dei musulmani di Rohingya, alla ribalta nelle cronache internazionali?Tragici eventi hanno coinvolto la popolazione nello stato di Rakhine, portando il paese alla ribalta internazionale. Tutti nel mondo vogliono consigliare il Myanmar. In questo momento dobbiamo restare uniti e dobbiamo dire al mondo che abbiamo il coraggio e l'energia morale per risolvere i nostri problemi. Dobbiamo dire al mondo che un nuovo Myanmar, intriso di generosità e speranza, sta emergendo. Abbiamo cercato soluzioni non violente nella nostra lotta per la democrazia e siamo una nazione che si riconosce nei grandi insegnamenti del Buddha, che insegna la compassione a tutti. Aung San Suu Kyi continua ad essere la speranza di milioni di persone desiderose sviluppo umano, di giustizia e di riconciliazione. Ha sacrificato così tanto per questa nazione e per la democrazia. Il popolo del Mynamar l’ha eletta e ha fiducia in lei. Il mondo dovrebbe offrirle comprensione e sostegno.Pensa che il paese stia andando nella giusta direzione per la pace e lo sviluppo?Questa è una nazione giovane, con il 40% della popolazione sotto i 30 anni. Questo è il nostro bene più grande. Stiamo dimostrando al mondo che, dando loro un'opportunità, i nostri ragazzi possono abbinare intelligenza e competenza. Perciò direi che il futuro è nostro. Tutti i paesi ricchi del mondo non hanno una popolazione giovane come la nostra. Entro dieci anni, saremo una nazione forte, nonostante i problemi e le sofferenze tuttora esistenti. C'è una nuova alba di speranza. Siamo in un cammino e siamo una nazione orgogliosa di essere parte della comunità internazionale. Quali sono le sfide principali per il paese?Tra le sfide da affrontare, penso ai milioni di giovani birmani che si trovano fuori dal paese in condizioni di schiavitù e che sono vittime dei trafficanti. Un problema che deriva dalla povertà: non ci sarà pace se non esiste una giustizia economica. Oltre il 40% ella nostra gente è povera. Inoltre urge una “giustizia ambientale”, necessaria per la pace. La maggior parte dei conflitti con le minoranze etniche è motivata dalla condivisione delle risorse naturali. Qual è il ruolo della religione nella società?E’ quello di promuovere e di pregare per la giustizia, per la pace, per la dignità umana, compito che accomuna tutte le religioni ambientale. Nessuna religione parla di odio. Quanti propagano odio in nome della religione sono i veri nemici di quella religione. Abbiamo grande desiderio di pace, e dobbiamo essere agenti di pace. La nostra nazione soffre di ferite profonde di divisioni e di odio. Il perdono è la via per la guarigione. Siamo chiamati a portare luce di gioia a chi vive nelle tenebre della paura, odio e tristezza. Con questo spirito aspettiamo Papa Francesco.

ASIA/GIORDANIA - Re Abdallah rivendica la protezione dei Luoghi Santi cristiani di Gerusalemme

Amman – I Luoghi Santi cristiani di Gerusalemme ricevono da parte della Monarchia hascemita “la stessa attenzione e cura riservata ai luoghi sacri musulmani”. E per questo “la Giordania, nell'ambito della custodia hascemita dei Luoghi Sacri islamici e cristiani di Gerusalemme, continuerà i suoi sforzi per custodire questi siti e difendere le proprietà delle chiese in tutti i forum internazionali e nelle sessioni dell'UNESCO”. Con queste parole Re Abdallah II di Giordania ha rivendicato in maniera perentoria il ruolo di “protettore” anche dei Luoghi Santi cristiani di Gerusalemme davanti a qualsiasi tentativo di alterare le regole dello Status Quo” su cui si fonda la convivenza tra le diverse comunità religiose nella Città Santa, e anche davanti a eventuali iniziative messe in atto per appropriarsi in maniera scorretta delle proprietà immobiliari ecclesiastiche. La netta presa di posizione è stata espressa da Re Abdallah II durante l'incontro avuto mercoledì 18 ottobre con il Patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme Theophilos III, da lui ricevuto al Palazzo Al Husseiniya. All'incontro ha preso parte anche il Principe Ghazi, consigliere del Re per gli affari religiosi e culturali. Il colloquio tra il Patriarca e il Re di Giordania ha toccato anche il contenzioso sulle proprietà della Chiesa ortodossa di Gerusalemme acquisite nel 2004 dall'organizzazione ebraica Ateret Cohanim, caso riesploso dopo che ad agosto la Corte suprema d'Israele ha respinto le iniziative legali messe in atto dal Patriarcato greco ortodosso di Gerusalemme per far riconoscere come “illegali” e “non autorizzate” tali appropriazioni. Quella vicenda ha riaperto polemiche anche in seno alla Chiesa greco ortodossa di Gerusalemme, alimentate da gruppi di fedeli arabi che attribuiscono allo stesso Patriarcato l'alienazione volontaria dei propri beni immobiliari a vantaggio di istituzioni israeliane e organizzazioni ebraiche. "Ogni tentativo di confiscare le proprietà dei cristiani a Gerusalemme Est” ha dichiarato re Abdallah nel suo colloquio col Patriarca Theophilos, riportato dai media giordani “è da considerare nullo, e dovrebbe essere fermato”. .

AMERICA/TRINIDAD E TOBAGO - Dimissioni dell’Arcivescovo di Port of Spain e nomina del successore

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco, in data odierna, ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Port of Spain , presentata da S.E. Mons. Joseph Everard Harris, C.S.Sp. Il Papa ha nominato Arcivescovo di Port of Spain S.E. Mons. Charles Jason Gordon, finora Vescovo della diocesi di Bridgetown il quale rimane Amministratore Apostolico “sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis” della diocesi di Bridgetown.

AFRICA/KENYA - Tra i cattolici predomina l’incertezza di fronte alla mancanza di volontà dei politici a risolvere la crisi

Nairobi - “Ci sono molte cose che stanno andando male in questo Paese mentre i media sembrano focalizzarsi solo sui politici” dice all’Agenzia Fides Rose Achiego, una cattolica laica impegnata nel settore delle comunicazioni. “Prendiamo ad esempio - dice - l’impatto dello sciopero degli infermieri che hanno paralizzato le attività nel dispensario di Uthiru, dove i bambini stanno soffrendo e morendo persino per mali curabili”“I progressi che sono stati fatti nel corso degli anni sembrano andati persi” aggiunge la signora Achiego che chiede “alla leadership politica di trovare una via di uscita all’impasse corrente, e di unire il Paese”.Il Kenya si dibatte nella crisi politica derivante dall’annullamento del voto presidenziale dell’8 agosto da parte della Corte Suprema e dalle polemiche sulla Commissione Elettorale Indipendente che dovrà organizzare e sovrintendere la ripetizione delle elezioni il 26 ottobre. Una delle principali responsabili della IEBC, Roselyn Akombe, si è dimessa ieri, 18 ottobre, affermando che questo organismo non è in grado di assicurare un voto credibile.La crisi politica si inserisce in un clima già teso per lo sciopero che da mesi paralizza il settore sanitario e per le tensioni nelle scuole. “Purtroppo - lamenta Rose Achiego - i politici stanno pronunciando discorsi che invece di unire i keniani, creano spaccature giornaliere". “Dato che siamo in ottobre, i cattolici dovrebbero dedicare più tempo a pregare Maria Nostra Madre per trovare una soluzione a ciò che sta accadendo; non siamo sicuri dove siamo diretti; c'è una divisione vistosa, tra i sostenitori della NASA e del Jubelee ”.“È una situazione tesa, ma molti keniani hanno preso la loro decisione sulla loro affiliazione politica. Tuttavia, credo che esista una popolazione in Kenya che non si preoccupa di chi sia Presidente, si preoccupa del suo posto di lavoro e di come difendere le esigenze delle famiglie” afferma Magdalene Nafula, membro dell'associazione Young Adults di St. Josephine Bakhita della parrocchia di S. Maria, Mukuru a Nairobi. "C'è molta confusione nel nostro Paese e non c'è chiarezza se avremo le elezioni il 26” dice a Fides Suor Margaret Mutiso che coordina l’associazione degli studenti del college universitario di Tangaza, a Nairobi. Aggiunge: "Lo stato d'animo sembra indicare che non ci possono essere elezioni, considerando le ultime rivelazioni del Commissario appena dimesso e le pressioni esterne sulla IEBC. Il Paese non sembra pronto per le elezioni ripetute e questo è preoccupante perché non sappiamo davvero che cosa accadrà ", sentimenti condivisi anche da Suor Beatrice Merceline che opera nella diocesi di Bungoma,Suor Mutiso attribuisce l'incertezza nel paese alla classe politica, dicendo in riferimento al presidente Uhuru Kenyatta e a Raila Odinga, che "la confusione è accentuata dalla mancanza di volontà dei due principali leader a sedersi e dialogare, ognuno vuole vincere, ma non stanno creando un'atmosfera per elezioni libere e credibili di cui si possono accettare i risultati ".

AMERICA/GUATEMALA - I Vescovi: contro la corruzione bisogna cambiare i meccanismi di scelta dei governanti

Città del Guatemala – Il flagello della corruzione e il sostegno alla Commissione internazionale contro l'impunità in Guatemala : su questi temi si è espressa la Conferenza Episcopale del Guatemala in una dichiarazione firmata dal Presidente, Mons. Gonzalo de Villa y Vásquez, SJ, Vescovo di Sololá-Chimaltenango, e dal Segretario, Mons. Domingo Buezo Leiva, Vicario Apostolico di Izabal.Ieri, 18 ottobre, durante una conferenza stampa, i Vescovi hanno descritto la grave situazione che vive il Guatemala: è "evidente che nel paese esiste una dinamica di corruzione". La dichiarazione afferma che "il ruolo della CICIG è stato fondamentale ed è chiaramente indispensabile. Ogni tentativo di indebolirlo promuoverà l'impunità e colpirà seriamente tutti gli sforzi nella lotta contro la corruzione. Ma non dobbiamo dimenticare che questa è una responsabilità di tutti”.Rivolgendosi al Congresso, la dichiarazione dei Vescovi afferma che "l'iniziativa del 13 settembre per frenare l'azione penale contro i deputati e sostenere legalmente l'impunità, dimostra chiaramente la mancanza di consapevolezza etica in molti deputati e che è necessario un cambiamento urgente nei meccanismi della loro elezione. Tale cambiamento deve includere un profilo dei candidati, in cui deve essere considerata la dimensione etica e le conoscenze necessarie per legiferare".I Vescovi invitano a trovare una soluzione ai principali problemi, "come la crescente povertà, la mancanza di occupazione, le espulsioni massicce dagli Stati Uniti e dal Messico dei nostri connazionali… abbiamo bisogno di tutti, come cittadini responsabili, per trovare formule creative che ottengano un consenso importante e vengano attuate nel più breve tempo possibile"."Chiediamo - conclude il testo inviato a Fides -, ai laici, agli uomini e donne, ai membri della Chiesa, di assumersi la loro responsabilità cristiana e civile, particolarmente professionale, e di impegnarsi a sostenere questi sforzi. La lotta contro la corruzione è una parte di tali sforzi, e non dovrebbe essere concettualizzata come un confronto ideologico. Promuovere una cultura della trasparenza e dell'onestà è un compito dal quale nessuno dovrebbe essere escluso".La storia del Guatemala presenta episodi di corruzione che hanno segnato la convivenza sociale. Il documento dei Vescovi del 2015, una dichiarazione in dodici punti intitolata "Il Guatemala ci addolora" , spiega che la terribile situazione del paese è dovuta alla corruzione organizzata nelle istituzioni statali. Da allora la Chiesa continuava a ripetere: "vogliamo urlare con indignazione: basta! Abbiamo bisogno di rompere il ciclo della corruzione, dell'impunità e del conflitto per proporre un Guatemala diverso" .Proprio quando il paese sembrava incamminarsi verso una politica di onestà fra coloro che lo governano, il 27 agosto scorso il Presidente Jimmy Morales ha deciso di dichiarare "persona non grata" Ivan Velasquez, capo della Commissione Internazionale contro l'impunità in Guatemala e di espellerlo dal paese, decisione che ha svelato movimenti di denaro poco chiari durante la campagna che portò al potere Morales. La situazione attuale rimane complessa e la popolazione è stanca.

ASIA/IRAQ - “Proteggere il popolo prima dei pozzi di petrolio”: il Patriarca caldeo chiama i politici alla “riconciliazione nazionale”

Baghdad - Le “circostanze senza precedenti” attraversate in questo momento storico dall'Iraq sono “il risultato di tutto quello che è successo in Iraq da nord a sud da molti anni a questa parte”. Per questo, la nuova fase critica può essere superata solo attraverso una collaborazione nazionale che vada “al di là di questa crisi” e punti a rimuovere le cause profonde dell'instabilità e della fragilità che affliggono il Paese fin dalla caduta del regime di Saddam Hussein. E' un richiamo dai toni gravi quello rivolto nelle ultime ore dal Patriarca caldeo Louis Raffael Sako a tutte le autorità politiche irachene, sia nazionali che regionali, affinché prendano coscienza della drammaticità del momento ed evitino nuove sofferenze alla popolazione. In un appello diffuso dai canali ufficiali del Patriarcato, il Primate della Chiesa caldea - che mercoledì 18 ottobre è stato ricevuto insieme ai suoi Vescovi ausiliari dal Presidente iracheno Fuad Masum - sottolinea l'urgenza di una “vera e propria riconciliazione nazionale” che riconduca l'intero processo politico entro adeguati parametri di confronto istituzionale. Pur senza citare la parola “Kurdistan”, il Patriarca fa espliciti riferimenti critici alla modalità con cui è stato realizzato il referendum indipendentista della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, e alle reazioni da esso innescate da parte del governo centrale: la riconciliazione nazionale, “e non soltanto un referendum” si legge nell'appello patriarcale, pervenuto all'Agenzia Fides “può portare concretamente e in maniera adeguata fuori dall'intera crisi”. Secondo il Patriarca Louis Raffael, “le soluzioni giuste non possono essere raggiunte senza negoziati e senza cambiare la mentalità. Solo questa via porterà le diverse leadership a offrire coraggiosamente concessioni reciproche e a cooperare come un fronte unito contro il pericolo di creare nuovi conflitti; vale a dire, per proteggere la popolazione prima dei pozzi petroliferi” aggiunge il Patriarca, con implicito riferimento alle operazioni militari messe in atto dal governo di Baghdad per sottrarre la regione petrolifera di Kirkuk al controllo delle milizie curde Peshmerga, che rispondono al governo della Regine autonoma del Kurdistan. .

ASIA/KAZAKHSTAN - I 25 anni delle relazioni diplomatiche Kazakhstan-Santa Sede

Astana - “Per un quarto di secolo il Kazakhstan e il Vaticano hanno creato condizioni favorevoli per un progressivo miglioramento del dialogo bilaterale a livello politico, umanitario e scientifico. L’interazione fra i due stati rafforza la pace e la stabilità, oltre che il dialogo interreligioso, un tema che occupa un posto speciale nell’agenda della cooperazione bilaterale”: è quanto si legge in una nota del Ministero degli esteri di Astana pervenuta a Fides in occasione del 25esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Kazakhstan e Santa Sede.Era il 17 ottobre 1992, infatti, quando papa Giovanni Paolo II emanò il breve “Partes Nostras”, documento con cui stabilì la nunziatura apostolica dello stato kazako. La data ha segnato l’inizio di un cammino di reciproca conoscenza e di collaborazione: a testimoniarlo, le tre visite ufficiali del presidente Nursultan Nazarbayev in Vaticano , ma soprattutto la visita pastorale di Giovanni Paolo II in terra kazaka nel settembre 2001. In quell’occasione, Papa Wojtyla, nell’incontro all’Università Eurasia do Astana. descrisse il Kazakhstan come una “terra di incontro, di scambio, di novità; terra che stimola in ciascuno l'interesse per nuove scoperte e induce a vivere la differenza non come una minaccia, ma come un arricchimento”.Secondo i dati forniti dal Ministero degli esteri kazako, nello stato più grande dell’Asia centrale si conterebbero più di 130.000 cattolici. “E’ un dato che, in realtà, andrebbe rivisto”, rileva a Fides p. Guido Trezzani, missionario nella diocesi di Almaty da 22 anni. “Stiamo subendo ancora il retaggio dell’emigrazione: un tempo le comunità cattoliche erano costituite da diversi gruppi etnici, formati soprattutto da ex-deportati del regime sovietico”, spiega. “Dopo l’indipendenza del 1990 – prosegue - molti di loro sono tornati nei rispettivi paesi di origine. Il fenomeno continua, complice la situazione economica: nei villaggi manca lavoro, quindi chi può va all’estero. In molte zone, poi, si vive ancora un culto incentrato sulla liturgia e sulle devozioni. La sfida per il futuro è certamente quella di continuare l’opera di evangelizzazione, creando un percorso di fede più consapevole e meno legato alla tradizione”. Nella nota del Ministero degli esteri kazako si elogia la presenza del Vaticano durante l’Esposizione Internazionale di Astana, conclusasi a settembre 2017. P. Trezzani - che quell’Expo l’ha vissuta da vice-commissario del padiglione della Santa Sede – fa un resoconto dell’iniziativa: “E' stata un’esperienza positiva: molti erano stupiti dalla presenza dello Stato Vaticano in una manifestazione che aveva come tema centrale l’energia. Molte persone sorridevano davanti al nostro padiglione, perché trovavano perfino ridicolo che la Chiesa presentasse la teoria del Big Bang, e rimanevano poi sorpresi nello scoprire che il fondatore di quella teoria era il sacerdote cattolico Georges Edouard Lemaitre”. Ma, conclude p. Guido, proprio questo contrasto è stato l’origine di un cambiamento di mentalità: “Molti hanno raccontato di essere entrati nel padiglione carichi pregiudizi sulla Chiesa e di esserne usciti con un nuovo pensiero sul rapporto tra scienza e fede”.

AFRICA/KENYA - I Vescovi: “La crisi politica può essere un’opportunità di dialogo per affrontare i problemi del Paese”

Nairobi - “La crisi politica può essere un’opportunità per avviare un dialogo sincero sui problemi irrisolti del Paese” affermano i Vescovi del Kenya in un messaggio giunto all’Agenzia Fides, mentre il Paese si sta dibattendo nella più grave crisi politica e istituzionale dopo le contestate elezioni presidenziali del 27 dicembre 2007.Il ricordo dei mesi di violenza seguiti alla contrastata vittoria dell’allora Presidente Mwai Kibaki pesa molto sulla crisi attuale scaturita dall’annullamento da parte della Corte Suprema delle elezioni presidenziali dell’8 agosto che avevano visto la riconferma del Presidente uscente Uhuru Kenyatta . In attesa delle nuove elezioni del 26 ottobre il Kenya vive nell’incertezza e nella tensione. “L’ ininterrotto disordine elettorale ha peggiorato le condizioni economiche e sociali della popolazione” scrivono i Vescovi. “Il nostro Paese è sempre più diviso in termini politici ed etnici; i nostri studenti vivono nell’ansia costante per lo svolgimento o meno dei loro esami; si ha paura di mettersi in viaggio a causa delle dimostrazioni. Durante le dimostrazioni di massa lungo le strade, i cittadini vivono nella paura di soffrire le conseguenze dei gas lacrimogeni o di essere colpiti o violentati e di subire il saccheggio delle proprietà. Milioni di keniani soffrono a causa della prolungata siccità in alcune zone del nostro Paese. I nostri infermieri e gli operatori sanitari sono ancora in sciopero e i pazienti soffrono in tutta la nazione, lo stato dell'economia sta peggiorando e rimane ingovernata. Noi chiediamo la fine di questo situazione di abbandono e di trascuratezza della vita e dei problemi della popolazione. Come Vescovi cattolici riteniamo che questo non può continuare ad accadere sotto il nostro sguardo”.I Vescovi lanciano un appello al Presidente Kenyatta, al principale esponente dell’opposizione, Raila Odinga, e alle loro rispettive coalizioni, a proseguire sulla strada del dialogo nazionale. Odinga non ha ancora ufficializzato l’annunciato ritiro della sua candidatura dalle elezioni del 26 ottobre, per protesta per il mancato accoglimento della richiesta di un rimpasto della Commissione Elettorale Indipendente IEBC . Una delle principali responsabili della IEBC, Roselyn Akombe, si è dimessa oggi, 18 ottobre, affermando che questo organismo non è in grado di assicurare un voto credibile il 26 ottobre.Ricordando la recente consacrazione del Kenya a “Dio e a Maria, Nostra Madre”, i Vescovi invitano tutti a servirsi “dell’arma della preghiera, dell’arma della buona volontà e dell’amore per il prossimo” per assicurare la pace al Paese.

ASIA/PAKISTAN - Minoranze religiose discriminate sui luoghi di lavoro: al via una ricerca

Karachi – “Ho lasciato il mio lavoro in una multinazionale a Karachi il giorno in cui il mio manager mi ha detto di non utilizzare gli stessi utensili e oggetti usati dai miei colleghi musulmani. Mi è stato chiesto di portarli da casa e tenerli separati in ufficio. In quel momento mi chiesi cosa stava succedendo: non sono un essere umano? In pochi minuti decisi di abbandonare il lavoro”: è la storia raccontata a Fides da Parmala Ravi Shankar, attivista per i diritti umani di religione indù. Il ben noto caso della donna cristiana Asia Bibi è della stessa risma: il suo “errore” è stato quello di aver usato lo stesso utensile delle sue colleghe musulmane. In Pakistan vi sono centinaia di casi del genere, indice dell’alto tasso di discriminazione verso le minoranze religiose che si vive nella società. Se ne è parlato nei giorni scorsi in un seminario organizzato dalla Commissione per i diritti umani del Pakistan in collaborazione con l'Organizzazione per i diritti umani dei bambini e dei lavoratori che ha radunato persone provenienti dalle minoranze religiose in Pakistan.Come spiega a Fides Moezam Ali, presidente del CLWO, “l’obiettivo è capire, attraverso una indagine, quanto nelle città di Karachi e Hyderabad, nella provincia di Sindh, sia diffuso il fenomeno di persone che hanno subito discriminazione sul luogo di lavoro, per evidenziare le sfide e l’impatto sulla loro vita”. Tutti questi “casi studio” saranno poi pubblicati in un rapporto. La ricerca sarà condotta con l'aiuto di 400 lavoratori non musulmani nella provincia di Sindh. Kashif Anthony Javed, coordinatore della Commissione Nazionale per la Giustizia e la Pace della Conferenza episcopale del Pakistan, parlando a Fides, dichiara: “Ogni religione insegna amore, pace e accoglienza. La discriminazione contro le minoranze religiose è invece frutto di una mentalità tipica di persone che promuovono l'odio e la violenza. Va detto però che la maggioranza della popolazione pakistana sostiene e promuove i diritti delle minoranze religiose”.La Commissione “Giustizia e Pace” ha raccontato la storia di Faysal Masih, docente in una scuola pubblica, licenziato perché era l'unico insegnante cristiano della scuola, grazie a un pretesto. Faysal Masih, padre di quattro figli, ha avuto difficoltà nel sostentare la sua famiglia e la NCJP gli ha fornito un aiuto fino a quando non avesse trovato un altro lavoro.E’ realtà che le minoranze religiose in Pakistan si trovano a fronteggiare discriminazione negli impieghi della vita quotidiana: nelle scorse settimane il governo del Sindh ha pubblicato un bando di concorso pubblico per l’impiego nel personale della Polizia del Sindh, in cui si diceva chiaramente che i lavori delle pulizie erano “riservati ai non musulmani”. Dappertutto in Pakistan il lavoro di pulizia della strade e di raccolta della spazzatura è appannaggio di cristiani e indù.E non si può dimenticare che i libri scolastici utilizzati nelle scuole contengono un approccio discriminatorio e insegnano spesso che “i musulmani sono superiori rispetto ai non musulmani”.Abdul Mateen, attivista per i diritti umani , musulmano, rileva a Fides: “E 'stato triste vedere che miei i colleghi hanno mostrato un atteggiamento discriminatorio verso uno dei dipendenti che era indù. Mentre tutti usiamo pranzare insieme, l'uomo indù doveva sedersi separatamente. E’ stato difficile convincerli che questo è un atto disumano, ma alla fine hanno capito. Allo stesso modo è una sfida sbarazzarsi di questa mentalità discriminatoria sui luoghi di lavoro. Ci vorrà tempo perché esiste da decenni, ma c'è sempre una speranza”.

AMERICA/COSTA RICA - Oltre 5mila sfollati per la tormenta tropicale: la Chiesa impegnata per l'accoglienza

San José – Non si placa in America Centrale la furia della tempesta tropicale Nate: almeno 8 morti in Costa Rica e circa 5mila sfollati, come riferito dal presidente Luis Guillermo Solis. Secondo il capo della National Emergency Commission , Ivan Brenes, sono stati allestiti circa 80 rifugi per ospitare le persone evacuate.Il bilancio provvisorio di quello che, secondo gli esperti, dovrebbe diventare un uragano di categoria uno, che ha colpito Costa Rica, Nicaragua e Honduras è di 23 morti e più di 20 dispersi. Nate ha causato forti piogge, frane e inondazioni che hanno bloccato strade, distrutto ponti e danneggiato centinaia di case in questi tre Paesi che hanno dichiarato lo stato d’emergenza.In Costa Rica sono rimaste senza acqua 400 mila persone e migliaia hanno abbandonato le proprie case. Undici persone hanno perso la vita nel tentativo di dirigersi in Nicaragua per sfuggire alla furia della tempesta. Altre tre sono morte in Honduras, tra cui due giovani annegati in un fiume. “Circa due settimane fa il Paese è stato gravemente colpito da una tormenta tropicale, più devastante dell’uragano Otto che a novembre del 2016 aveva causato migliaia di sfollati in Costa Rica” ha detto a Fides padre Edwin Aguiluz Milla, Segretario Esecutivo della Pastorale Sociale-Caritas Costa Rica. “Come spesso avviene con le équipes della Caritas, senza trascurare il nostro lavoro quotidiano, abbiamo dovuto concentrare tutta la nostra attenzione su questa grave emergenza nazionale”, ha aggiunto padre Milla.“L’intervento della Chiesa è concentrato sull'organizzazione e sistemazione di spazi di accoglienza, sia in strutture ecclesiali che in altre. E’ stata promossa una colletta nazionale nelle parrocchie, accompagnata da una campagna attraverso i mezzi di comunicazione, della quale però ancora non sappiamo gli esiti perché dobbiamo aspettare che tutte le parrocchie depositino i loro contributi”, continua il Segretario. “Inoltre, abbiamo realizzato una rete per le donazioni di beni in natura alle persone danneggiate, per l’apertura di strade danneggiate e attualmente aspettiamo che il Governo trovi un meccanismo legale per incanalare fondi per il recupero dei piccoli agricoltori. Stiamo anche pensando ad un possibile appello di emergenza alla Caritas Internationalis”, conclude il sacerdote.

ASIA/LIBANO - Docenti delle scuole cattoliche pronti allo sciopero per chiedere l'aumento dei propri salari

Beirut – Gli insegnanti delle scuole cattoliche libanesi potrebbero indire entro la sera di oggi, mercoledì 18 ottobre, uno sciopero per protestare contro il rischio di essere esclusi dagli aumenti di stipendio collegati alle nuove disposizioni sulle “griglie salariali” promulgate il 21 agosto dal governo libanese. Lo ha confermato alla stampa nazionale Rodolphe Abboud, dirigente del sindacato insegnanti delle scuole private, esprimendo il crescente disagio dei docenti degli istituti d'istruzione cattolici per l'impasse che da quasi due mesi si registra riguardo all'interpretazione delle nuove norme salariali e alla loro applicazione al settore delle scuole non statali.. Lunedì scorso padre Boutros Azar, Segretario generale delle scuole cattoliche e Coordinatore delle Associazioni educative private, aveva dato disposizione agli istituti scolastici di pagare gli stipendi di ottobre senza prevedere aumenti rispetto ai salari erogati il mese precedente. Gli aumenti di stipendio scattati con le nuove disposizioni governative sulla “griglia salariale”, già entrate in vigore per i docenti delle scuole statali, rappresentano un grave problema per la sostenibilità finanziaria dell'intera realtà delle scuole libanesi, gestite per due terzi da soggetti non statali, che in gran parte fanno capo alle Chiese e alle comunità cristiane libanesi. Per questo, come riferito da Fides , i Vescovi maroniti già ai primi di settembre avevano chiesto al governo di rivedere il meccanismo degli scatti di stipendio messo in moto dalle nuove norme sulla griglia salariale, oppure di farsi carico dei costi previsti per finanziare anche l'aumento di stipendio per gli insegnanti delle scuole private. Il Patriarca maronita, Boutros Bechara Rai, ha dichiarato in merito che le scuole cattoliche non sono contro l'aumento di salario degli insegnanti, ma vogliono evitare che tale aumento comporti un drastico incremento delle tasse e delle rette scolastiche pagate dalle famiglie, e per questo chiedono “che lo Stato si faccia carico degli aumenti salariali degli insegnanti". Nel frattempo, un comitato tecnico, istituito ad hoc dal Ministro dell'Educazione, Marvan Hamadé, finora non ha suggerito possibili soluzioni al problema. Secondo quanto riportato dalla stampa libanese, un'ampia parte delle scuole cattoliche presenti in Libano si atterranno alle indicazioni provenienti dal proprio Segretariato generale, mentre solo alcuni importanti istituti scolastici cattolici avrebbero comunicato al proprio corpo docente l'intenzione di farsi comunque carico degli aumenti di stipendio necessari per uniformarsi alle nuove “griglie salariali”. .

AMERICA/STATI UNITI - I Vescovi: urge prorogare la protezione temporanea agli emigrati da El Salvador e Honduras

Washington – Prolungare lo Status di Protezione temporanea per quanti provengono dal Salvador e dall’Honduras, di fronte alla revisione del Congresso e alla possibilità di chiuderlo definitivamente. E’ la richiesta contenuta nel rapporto sullo Status di Protezione temporanea dei migranti, intitolato: “Chiave fondamentale dello sviluppo e protezione del Centro America”, pubblicato dall'ufficio per le migrazioni e i servizi ai rifugiati della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.Attualmente El Salvador e Honduras godono del TPS, che a breve sarà rivisto, da parte del governo degli Stati Uniti per alcuni loro cittadini qui residenti. Si stima che usufruiscono del TPS circa 200.000 persone provenienti da El Salvador ed altre 57.000 provenienti dall’Honduras, per lo più genitori di oltre 270.000 bambini cittadini U.S., molto integrati nella vita quotidiana americana.Mons. Joe S. Vásquez, Vescovo di Austin, Texas, Presidente della Commissione sulla migrazione della Conferenza dei Vescovi cattolici degli Stati Uniti , nella presentazione del rapporto afferma: "Come indicato dalla presente relazione, ci sono ampie prove che suggeriscono che i destinatari attuali del TPS provenienti da Honduras e El Salvador non possono tornare in condizioni di sicurezza nel loro paese di origine in questo momento".Una delegazione di questa Commissione episcopale, guidata dal Vescovo ausiliare di Los Angeles, Mons. David O'Connell, si è recata in Honduras e El Salvador, dal 13 al 19 agosto scorso, per esaminare le capacità di questi due paesi di accogliere ed integrare adeguatamente l’eventuale ritorno dei destinatari attuali del TPS. Mons. Vásquez afferma nella sua introduzione: "Mentre leggete questa relazione, vi esorto a rivolgere i vostri pensieri e le vostre preghiere alla gente di El Salvador e Honduras, compresi i destinatari del TPS. Vi incoraggio ad impegnarvi nella richiesta all'Amministrazione USA di una estensione del TPS per El Salvador e Honduras ... e di rivolgervi ai dirigenti eletti nel Congresso per chiedere loro di sostenere una soluzione legislativa per i destinatari del TPS che sono negli Stati Uniti da molti anni".Il rapporto, di 17 pagine, sottolinea la situazione di rischio e persecuzione violenta cui sarebbero esposte molte di queste famiglie se fossero costrette a rientrare nel loro paese. Infatti proprio la violenza delle bande e il dominio dei gruppi criminali in alcune zone di questi due paesi hanno obbligato a fuggire molti giovani e famiglie intere negli Stati Uniti.Nella conclusione il rapporto, oltre a chiedere la proroga di 18 mesi per la validità del TPS, invita i governi di El Salvador e Honduras a promuovere politiche di accoglienza e di sicurezza per i migranti che desiderano rientrare nel loro paese, e gli Stati Uniti a continuare a sostenere le politiche di sviluppo nell’America Centrale, come arma effettiva contro la migrazione forzata.Maggiore dettagli su questa situazione si possono trovare nel sito della Conferenza Episcopale e nel sito della Commissione .

AFRICA/NIGERIA - Il Cardinale Onaiyekan propone di rinegoziare l’unità nazionale

Abuja - “In politica tutto è negoziabile, anche il modo di vivere insieme” ha affermato Sua Eminenza, il Cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja, nel suo discorso alla 18esima Conferenza Annuale dei Fratelli Cristiani dell’Agnes Catholic Church. Nel momento nel quale in Nigeria si riaffaccia lo spettro del secessionismo del Biafra , il Cardinale Onaiyekan ha aperto alla possibilità di rinegoziare la forma dell’unità nazionale. “Dobbiamo essere pronti- ha detto- a rinegoziare i termini della nostra unità, per mostrare che vogliamo rimanere uniti, e non siamo un gruppo di prigionieri chiusi in un carcere, ma invece una nazione composta di popolazioni diverse che hanno deciso liberamente di vivere insieme nell’unità”.“Di recente - ha aggiunto il Cardinale - molto è stato detto sull’unità della Nigeria e sul fatto che la coesione nazionale non sia negoziabile. Ma una dichiarazione simile non ha molto senso, a mio avviso, perché in politica tutto è negoziabile”.L’alternativa della secessione è difficilmente praticabile e soprattutto comporta rischi enormi, ha sottolineato il Cardinale Onaiyekan, ricordando non solo l’esperienza nigeriana, ma anche i drammi seguiti alla separazione tra India e Pakistan.“Se decidiamo che dobbiamo rimanere insieme, dobbiamo avere il coraggio di fare quello che occorre per costruire un Paese unito. Per far questo, dobbiamo basarci sulle enormi risorse che Dio ha donato al nostro Paese” ha concluso il Cardinale.Dopo la guerra del Biafra la Federazione Nigeriana ha subito diversi rimaneggiamenti territoriali fino ad arrivare alla conformazione attuale composta da 36 Stati federati. Una nuova distribuzione politico-amministrativa e una diversa ripartizione dei poteri tra Stato Federale e singoli Stati federati potrebbe venire incontro alle richieste delle popolazioni del sud, che chiedono una migliore ridistribuzione delle rendite del petrolio estratto dalle loro terre.In Nigeria la questione del Biafra è stata riproposta dall’Indigenous People of Biafra , il cui leader Nnamdi Kanu, sembra essere in fuga, non essendosi presentato oggi, 17 ottobre, al tribunale di Abuja, dove è sotto processo con l’accusa di tradimento e attentato alla sicurezza dello Stato.

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