Latest News from Fides News Agency

ASIA/GIORDANIA - La Caritas giordana convoca giovani da tutto il mondo per il “Forum della Pace”

Madaba – Provengono da almeno 30 Paesi sparsi in tutto il mondo le delegazioni di ragazzi e ragazze che in questi giorni prendono parte in Giordania alla fase finale del Forum mondiale dei giovani per la pace, organizzato dalla Caritas giordana e ospitato presso la Università Americana di Madaba. Il programma della fase conclusiva dell'iniziativa iniziata il 17 settembre, comprende diverse esibizioni e concerti realizzati da gruppi giovanili provenienti anche da Armenia, Argentina, Filippine e Italia. Ma lo scopo dichiarato della fase conclusiva della kermesse consiste nella condivisione e nello scambio di esperienze e iniziative locali, regionali e internazionali focalizzate sui temi della pace, della convivenza e della riconciliazione, con l'individuazione di proposte e progetti “dal basso” che possano essere messi in atto nelle aree – a partire dal Medio Oriente – travolte anche in tempi recenti da conflitti e scontri settari. Agenzia Fides 23/9/2017).

ASIA/GIAPPONE - Il Cardinale Filoni ai seminaristi giapponesi: anche il Papa è preoccupato per la carenza di vocazioni sacerdotali

Tokyo – Papa Francesco, la Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli e i Vescovi giapponesi condividono la stessa “preoccupazione” per la carenza di vocazioni sacerdotali in Giappone. Lo ha confidato il Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, ai seminaristi che studiano a Tokyo, da lui incontrati nel settimo giorno della sua visita in terra giapponese. “Mentre i vostri sacerdoti, che finora hanno speso la loro vita per la Chiesa, invecchiano” ha rimarcato il Prefetto della Dicastero missionario rivolto ai seminaristi “non si vede una ripresa vocazionale adeguata. Vorrei che anche voi Alunni foste consapevoli che il futuro della Chiesa dipende anche dalla vostra generosa donazione a Dio”. A questo riguardo, nell'intervento tenuto nel seminario di Tokyo, il porporato ha riconosciuto che la condizione di chi si prepara al sacerdozio in una città moderna e piena di opportunità come Tokyo può porre i seminaristi in una “situazione di 'contrapposizione tra i valori del Vangelo e quelli del mondo”, e li ha invitati a concentrare la riflessione sui tre «segni profetici» che accompagnano la vita sacerdotale come donazione di sé e sequela di Cristo: la povertà volontaria, il celibato del cuore e del corpo e l’obbedienza. Delineando i connotati dello spirito della povertà cristiana, il Cardinale Filoni ha ricordato che tutti i beni, sia materiali che spirituali o morali, “sono come l’acqua del mare e noi siamo come una barca. Vivendo nel mondo, non possiamo distaccarcene completamente, ma se ci immergiamo totalmente nel possesso di essi, la nostra vita affonda, naufraga”. Mentre parlando del celibato, ha sottolineato che esso “ha un significato fondamentalmente escatologico”, e Gesù lo indica come stato di vita scelto per amore e per il regno di Dio: “Con la chiamata alla vita consacrata a Cristo nel celibato” ha spiegato il Cardinale Prefetto del Dicastero missionario “siete chiamati a vivere nella cultura del provvisorio, ma come testimoni dell’amore autentico, che non è mai provvisorio. Infatti, anche se la maggior parte dei membri della società presume che l’amore eterno sia impossibile, tutti, in verità, hanno sete di un amore senza condizioni o scadenze. Voi, con la vostra vita autentica, mostrate nella società giapponese che il vero amore, in Cristo, è sempre perpetuo, fedele e generoso”.Dopo l'incontro coi seminaristi, il Cardinale Filoni ha celebrato la messa nella cappella del seminario, nel giorno della memoria liturgica di San Pio da Pietrelcina.”Il discepolato missionario” ha rimarcato il Prefetto di Propaganda Fide nel corso dell'omelia “non nasce come sforzo e prestazione delle strutture ecclesiali, ma si configura come un ‘permanente uscire’ con Gesù”, lontano dalle “ideologizzazioni del messaggio evangelico o dal funzionalismo ecclesiale”. .

AFRICA/SUD SUDAN - Mamme e bambini in fuga nelle paludi: l’intervento dei Medici con l’Africa CUAMM

Nyal - È di questi giorni la lettera dei vescovi del Sud Sudan che denuncia la situazione di crescente tensione registrata nel Paese . “Anche noi siamo testimoni da mesi di questa instabilità – dichiara il dottor Giovanni Dall’Oglio, medico Cuamm responsabile dell’intervento sanitario per le persone in fuga dagli scontri e dalla fame nelle paludi. La gente del posto, quando arriva in ospedale o deve andarsene, ha paura a muoversi per le strade, ha fame”. La testimonianza del medico giunge da Nyal, dove è stato avviato un intervento di emergenza proprio per offrire assistenza sanitaria alle persone in fuga dagli scontri e dalla fame. “Per arrivare qui – racconta Dall'Oglio – devono navigare nei labirinti di canali di queste sterminate paludi a bordo di rudimentali canoe, che al massimo possono trasportare quattro persone. In alcuni casi ci vogliono due giorni di navigazione. Adesso che è il periodo delle piogge, e che l’acqua copre gran parte del territorio, qui a Nyal la gente si sente al sicuro. Il Nilo a est ha straripato e le paludi ora si estendono in larga parte anche ad ovest, lì dov’è il confine con Lake State e dove staziona l’artiglieria del governo. Adesso di certo nessun mezzo militare si avventura in queste paludi. La gente qui si può sentire al sicuro anche se la pioggia complica gli spostamenti dei mezzi umanitari. Fortunatamente, gli aerei scaricano i beni essenziali inviati dalle varie agenzie umanitarie: cibo liofilizzato per i malnutriti, farmaci, materiali di costruzione, tende da dare alle centinaia di nuove famiglie che arrivano da nord, sementi e attrezzi per l’agricoltura, e raramente automezzi. Noi di Medici con l’Africa – continua Dall’Oglio - di certo non stiamo a guardare: materiali di costruzione per la sala operatoria e le quattro unità sanitarie stanno finalmente arrivando. A breve arriverà anche il John Deer, il mezzo 4×4 indispensabile per muoversi in questo ambiente e raggiungere i beneficiari del progetto, che già si sono attivati per preparare i pali con cui realizzare la loro unità sanitaria. Quando siamo andati a dirglielo, che da lì a breve avrebbero avuto un loro posto di salute, la gente ci ha abbracciato e sono iniziati canti e danze di gioia che sono proseguiti anche dopo la nostra partenza”.

ASIA/INDIA - Sacerdote indiano all’Onu: “Garantire la libertà di fede e la protezione della minoranze religiose”

Ginevra - Urge garantire in India la libertà di coscienza e di religione e tutelare la vita delle minoranze religiose: lo ha affermato il sacerdote cattolico indiano Fr. Manoj Kumar Nayak, intervenendo alla 36a sessione del Consiglio Onu per i Diritti umani a Ginevra. Nel suo intevento, inviato a Fides, p. Nayak ha affermato. “Siamo grati al Governo indiano per l’impegno a garantire che le leggi siano pienamente e costantemente orientate alla tutela dei membri delle minoranze religiose e delle popolazioni vulnerabili. Tuttavia, vige un clima di intolleranza e di paure tra le minoranze, come pure c’è chi pratica libertà di espressione, pensieri oltre ad incontri nel Paese. Nonostante l’impegno a mettere in pratica le raccomandazioni del primo e del secondo UPR , il governo dell’India non ha formulato una legge globale per impedire la violenza comunitaria contro le minoranze religiose”, ha detto il sacerdote. “Il Governo dell’India non riesce ad impedire azioni anti-conversione in Stati come Odisha, Chhatisgarh, Jharkhand e Gujarat che reprimono i diritti delle minoranze alla pratica, diffusione e professione della loro religione. E’ evidente l’aumento della criminalizzazione contro le minoranze, dalit e adivasi. Altresì, riconosciamo un incremento di discorsi di odio diffusi da ufficiali dello Stato che non fanno che fomentare violenza e discriminazione contro le minoranze, esattamente il contrario di quello che richiedono le loro responsabilità di tutela delle stesse”. “Invitiamo il Governo dell'India – continua padre Nayak - ad adottare azioni adeguate ed evidenti contro gli incidenti di linciaggio delle minoranze e dei difensori dei diritti umani. Il Governo deve garantire una azione severa contro chiunque fomenti discorsi di odio che portano ad incoraggiare violenze contro le minoranze religiose. Potrebbe facilitare la riapertura di 315 casi chiusi senza alcuna condanna e risarcire più adeguatamente le violenze anti-cristiane registrate in Odisha nel 2007-08. Occorre prendere tutte le misure di sicurezza necessarie per frenare il crescente trend di discriminazioni, xenofobia e intolleranza e creare fiducia tra tutta la popolazione del Paese. Infine – conclude padre Nayak – il Governo indiano dovrebbe cancellare il paragrafo 3 della Costituzione Ordine presidenziale 1950, perché non include discriminazione costruttiva per Dalit cristiani e Dalit musulmani”.

ASIA/FILIPPINE - Stop alle esecuzioni extragiudiziali, sì ai diritti umani

Ginevra – “Urge difendere la democrazia e i diritti umani nelle Filippine: la ‘guerra contro la droga’ del presidente Duterte ha generato migliaia di assassini extragiudiziali, impunità e segni incombenti di ascesa dell'autoritarismo”: lo afferma un forum di organizzazioni della società civile filippina, riunite sotto la piattaforma “Ugnayan Bayan” che, in questi giorni, in concomitanza con la 36a sessione del Consiglio per i diritti umani all'Onu, ha organizzato un presidio e una manifestazione davanti al quartier generale della Nazioni Unite a Ginevra. Come appreso da Fides, contemporaneamente migliaia di fedeli hanno partecipato a Manila a una solenne concelebrazione eucaristica nella chiesa di St. Agustin e hanno poi indetto un corteo di pacifica protesta al Luneta Park per esprimere ferma opposizione alla “politica degli omicidi” promossa dal Presidente Rodrigo Duterte nella “guerra contro la droga”, rifiutando nel contempo ogni tentativo di imporre la legge marziale nel paese. Del forum fanno parte diversi religiosi cattolici, impegnati per la difesa della vita, tra i quali il gesuita Albert Alejo, che spiega a Fides: “Le esecuzioni extragiudiziali sono il segno distintivo della guerra alla droga dell'amministrazione di Duterte. I morti, dal giugno 2016, sono almeno 12.000, inclusi 54 minori. Il problema della diffusione della droga è più che un problema criminale. È anche un problema di salute pubblica ed è frutto anche della povertà”.La piattaforma della società civile filippina, condivisa da molte associazioni cristiane, chiede allora “di porre fine al'impunità: domandiamo indagini imparziali sulle uccisioni ed il perseguimento dei killer, garantendo così lo stato di diritto”. “Il presidente Duterte – recita il comunicato inviato a Fides – dovrebbe essere considerato responsabile per le migliaia di esecuzioni. Il suo continuo incoraggiamento pubblico alla polizia perché si elimino quanti commettono reati di droga ha alimentato la spirale degli omicidi”.Le comunità cattoliche nelle Filippine hanno deplorato con rabbia i ripetuti omicidi di alcuni adolescenti: tra loro Kian de los Santos 17enne cattolico, Carl Angelo Arnaiz e Reynaldo de Guzman , uccisi mentre erano in custodia cautelare degli agenti. Nel caso di Kian de los Santos, la polizia ha dichiarato che il ragazzo era un corriere della droga ucciso durante un raid anti-droga, ma la registrazione di una telecamera mostra che, ben prima di essere ucciso, era stato già arrestato e preso in custodia dalla polizia. Le organizzazioni lanciano un allarme sulla difesa dei diritti umani nelle Filippine: “Il presidente spesso denigra i diritti umani come un ostacolo alla pace e allo sviluppo, minacciando gli attivisti per i diritti umani che criticano il suo governo”. Per questo, affermano, “urge proteggere e rafforzare le nostre istituzioni democratiche”, condannando ogni forma di autoritarismo e il ritorno alla “legge marziale”, che ancora è in vigore sull’isola di Mindanao.

ASIA/GIAPPONE - Il Cardinale Filoni sui luoghi dello tsunami del 2011: “Dio non si è dimenticato di voi”

Sendai - “Dio vi ama, nonostante le vostre sofferenze, non è indifferente, non si è dimenticato di voi”. Così il Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, si è rivolto idealmente a tutti gli abitanti delle regioni giapponesi devastate dallo tsunami del 2011. Lo ha fatto nell'omelia della Messa celebrata la sera di venerdì 22 settembre a Sendai, la città più grande della regione di Tohoku, nel sesto giorno della sua visita in terra giapponese. Nel pomeriggio, prima della Messa, il Cardinale Filoni si era recato nei luoghi dove ancora sono visibili gli effetti del disastro che l'11 marzo 2011 provocò la perdita di almeno 18mila vite umane, insieme a danni inestimabili: “quante innumerevoli vittime, quanti danni sono stati provocati, quante famiglie distrutte, quanti beni, guadagnati con arduo lavoro, sono andati perduti, quante comunità civili e religiose sono state profondamente modificate” ha ricordato il porporato nella sua omelia, ringraziando “tutti coloro che qui ancora prestano cura pastorale e caritativa tra la gente ferita dal sisma”. Il Prefetto del Dicastero missionario ha pure richiamato le domande laceranti che sorgono davanti a simili catastrofi: "Perché esiste il male nel mondo? Come si può spiegare questa realtà che suscita tanta tristezza? Non sempre” ha riconosciuto il Cardinale Filoni “l’uomo ha una spiegazione per tutto e, a volte, il rimanere muti permette di riflettere sul fatto che, davanti al bene e al male, noi non abbiamo risposte adeguate”. Il porporato ha richiamato la figura biblica di Giobbe, “simbolo di ogni uomo profondamente toccato dalla sofferenza, che si poneva le medesime domande. Davanti a chi parlava della giustizia vendicativa di Dio o a spiegazioni moralistiche e senza senso, Giobbe, pur nella sofferenza, ne contestava quella logica, frutto di superficiale spiegazione”. Quando il male tocca le nostre vite e le sconvolge – ha suggerito il porporato -, l'unica “cosa saggia” da fare appare la preghiera, il rimettersi a Dio, “come Giobbe”. E l'unica risposta reale può venire dal fare esperienza della guarigione portata nel mondo da Cristo, che venendo al mondo “prese su di sé la nostra debolezza, e attraverso la sofferenza più profonda e la sua morte, distrusse in sé il pungiglione della morte, cioè ciò che impaurisce l’uomo”. A tal riguardo, il Cardinale Filoni ha preso spunto dal passo del Vangelo di Luca letto durante la liturgia, e all'immagine di Gesù che “se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio” e guarendo la gente dalle proprie infermità” . “Nel suo camminare” ha fatto notare il Prefetto del Dicastero missionario “Gesù incontrava persone; quando le incontrava, si avvicinava loro; quando si avvicinava, parlava con loro; quando parlava, il suo potere spirituale guariva e aiutava sia dalle malattie fisiche, sia da alcuni gravi mali spirituali. Questo è Gesù. Questo è ciò che deve fare anche la Chiesa, sempre, in ogni luogo e in ogni occasione”. Concludendo l'omelia, il Cardinale Filoni ha indicato la sua visita a Sendai come un segno di vicinanza e solidarietà cristiana con le popolazioni colpite dalla catastrofe del 2011: “Dio vi ama, nonostante le vostre sofferenze, non è indifferente, non si è dimenticato di voi... In Gesù, è Dio che condivide tutte le vostre problematiche; pensiamo ad esempio a quale immensa solidarietà è stata suscitata nel mondo, in Giappone e nella Chiesa verso Sendai.  Dio non ha dimenticato Sendai”. Agenzia Fides 22/9/2017).

AFRICA/NIGERIA - Forte condanna del Vescovo di Nsukka per l’incendio di una moschea. Timori per i risvegli indipendentisti

Abuja - “La distruzione senza precedenti di un luogo di culto non è solo abominevole, ma totalmente inaccettabile e deve essere condannata da tutti”. È la forte condanna espressa da Sua Ecc. Mons. Godfrey Onah, Vescovo di Nsukka, dell’incendio della moschea di Oguurute, a Enugu Ezike, nello Stato di Enugu, nel sud della Nigeria.Le fiamme si sono levate dal luogo di culto islamico il 16 settembre. Subito informato dell’accaduto, Mons. Onah ha inviato sul posto il Vicario per accertarsi della situazione e la mattina successiva il Vescovo si è recato di persona alla moschea per portare la sua solidarietà all’Imam locale.“L’Imam si è felicitato con la Chiesa cattolica per la preoccupazione dimostrata per lo sfortunato incidente” afferma un comunicato della diocesi, pervenuto all’Agenzia Fides. “Il Vescovo di Nsukka desidera ricordare a tutti, cristiani e non cristiani, che la regione di Nsukka è conosciuta per la pacifica convivenza con i suoi vicini. Abbiamo poche comunità musulmane in Enugu Ezike, Ibagwa Aka e mai vi è stato un incidente con altri gruppi. Quindi questa distruzione senza precedenti di un luogo di culto non è solo abominevole, ma totalmente inaccettabile e dovrebbe essere condannata da tutti. La fede cristiana ci insegna che dobbiamo amare i nostri vicini come noi stessi” ha affermato Mons. Onah, che ha promesso “che la Chiesa farà tutto ciò che è in suo potere per assicurare che musulmani e cristiani continuino a vivere in pace”. Le autorità di polizia propendono per una causa accidentale dell’incendio, probabilmente un corto circuito nell’impianto elettrico. In un primo momento, però, si è sospettato che a dare fuoco alla moschea fossero stati attivisti dell’Indigenous People of Biafra , il movimento che reclama l’indipendenza del Biafra, regione che comprende gli attuali stati meridionali di Cross River, Ebonyi, Enugu, Anambra, Imo, Bayelsa, Rivers, Abia e Akwa Ibom. Alcuni esponenti dell’IPOB hanno smentito che il loro gruppo sia responsabile dell’incidente, ribadendo che la loro lotta è pacifica.L’episodio comunque evidenzia le tensioni nell’area a causa delle attività dell’IPOB, che ieri, 21 settembre, è stato decretato “illegale e terroristico” dal Tribunale Superiore di Abuja.La sentenza, che è stata emessa su richiesta presentata nei giorni scorsi dal Ministro della Giustizia, Abubakar Malami, impone “la fine di ogni partecipazione e sostegno all'IPOB da parte di altre sigle e di singoli cittadini”. Il governo nigeriano accusa l’IPOB di ricevere finanziamenti e sostegno da Paesi stranieri, come Francia e Gran Bretagna. In particolare la base finanziaria dell’organizzazione si trova a Parigi mentre quella propagandistica a Londra.La triste vicenda della guerra del Biafra è ancora viva nella memoria della Federazione Nigeriana. Il conflitto per la secessione del sud-est del Paese, ricco di risorse petrolifere, provocò oltre un milione di morti, molti dei quali uccisi dagli stenti, a causa del blocco delle forniture di cibo imposto dal governo centrale nigeriano.

AMERICA/CILE - La Cattedrale di Concepcion occupata dai familiari del prigionieri politici Mapuche, Mons. Chomali mediatore

Concepcion – Un gruppo di manifestanti, familiari dei Prigionieri Politici Mapuche , ha occupato la Cattedrale di Concepción. Dopo il fatto accaduto ieri, l'Arcivescovo Mons. Fernando Chomali ha invitato le autorità a prendere seriamente in considerazione le richieste della popolazione Mapuche: "È un popolo che necessita di maggiore riconoscimento costituzionale, si deve rispettare di più la loro cultura, il problema della terra non è stato risolto, questi sono i problemi di fondo, credo sia venuto il momento di trattare la questione più seriamente".Fides ha ricevuto un Tweet dove si informa che l'Arcivescovo Chomali, ha accettato di parlare con Juan Carlos Tralkal, rappresentante dei Prigionieri Politici Mapuche che hanno occupato la Cattedrale e hanno iniziato uno sciopero della fame al fine di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica di tutto il paese.Mons. Chomali ha espresso il suo parere riguardo alla situazione degli scioperanti durante una conferenza stampa: costoro non hanno avuto il dovuto processo, soprattutto dopo un anno di prigione preventiva. Inoltre l'occupazione della Cattedrale è stato un atto concordato e per nessun motivo saranno allontanati dalla polizia. Mons. Chomali ha pure informato che accetta di mediare tra le autorità regionali dell'Araucania e i familiari dei Prigionieri Politici Mapuche .Da parte sua, Juan Carlos Tralkal, uno dei portavoce delle famiglie Mapuche, ha ringraziato la Chiesa per la sua opera e ha affermato che le manifestazioni in diverse città del Cile sono conseguenti alla radicalizzazione del movimento a sostegno degli scioperanti. "L'occupazione della Cattedrale è un atto simbolico, che ha come obiettivo principale quello di rompere il circuito mediatico per richiamare l’attenzione e far sì che le persone vengano a sostenere i mapuche che sono in prigione a Temuco" ha precisato Tralkal.Fides ha informato sulla “Causa Mapuche” e sul contributo della Chiesa fin dai primi sviluppi della vicenda , seguendo negli ultimi tempi l’attività del Tavolo di Dialogo fra Mapuche e governo Cileno, sotto la guida di Mons. Vargas con il supporto dato dalla Conferenza Episcopale del Cile.

ASIA/MALAYSIA - Nomina del Rettore del Seminario maggiore “College General” di Penang

Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 1 luglio 2017, ha nominato Rettore del Seminario maggiore propedeutico e filosofico interdiocesano denominato “College General” nella diocesi di Penang, in Malaysia, il rev. Stanley Antoni, del clero diocesano di Penang.Il nuovo Rettore è nato il 29 giugno 1973 a Tapah, nello stato di Perak , ed è stato ordinato sacerdote il 25 gennaio 2008 nella chiesa di St. Joseph a Bidor, in Perak. Dopo l’ordinazione è stato viceparroco in parrocchie diverse, quindi ha studiato a Roma presso la Pontificia Università Urbaniana, dove ha conseguito la licenza in filosofia. Tornato in patria, è stato quindi assegnato al College General. Dal 2014 è anche a capo del Bahasa Malaysia Apostolate.

ASIA/MYANMAR - “Embargo di armi all’esercito birmano per fermare la pulizia etnica dei Rohingya”

Yangon – Adottare misure immediate per fermare la pulizia etnica dell'esercito del Myanmar contro il popolo Rohingya e avviare un embargo della vendita di armi al Myanmar: è quanto chiede l’Ong di ispirazione cristiana “Christian Solidarity Worldwide” al Consiglio Onu dei diritti umani. In una nota inviata a Fides CSW invita il Consiglio Onu dei diritti umani a “intraprendere misure per esercitare pressioni sui militari in Birmania, in particolare un embargo globale sulle armi e la sospensione dei programmi di formazione militare per l'esercito della Birmania”. CSW auspica una risoluzione Onu che "chieda la fine delle morti civili e l'accesso immediato per l’assistenza umanitaria a tutti i bisognosi, indipendentemente dalla loro religione o etnia, nello stato di Rakhine".Mervyn Thomas, Direttore di CSW, dichiara a Fides: “La tragedia in corso sul confine Bangladesh-Myanmar nelle ultime tre settimane è veramente spaventosa. La comunità internazionale deve agire per fermare la pulizia etnica che ha generato lo spostamento di almeno 400.000 civili Rohingya, l'uccisione di migliaia di persone e la distruzione di centinaia di villaggi. L'esercito del Myanmar è responsabile di questa crisi”.Secondo il Direttore, “negli ultimi sei anni la Birmania ha iniziato un periodo di fragili riforme e di democratizzazione che abbiamo accolto con favore. In questo momento, tuttavia, crediamo che la crisi sia così grave che è vitale che un messaggio forte sia inviato ai militari: non si può continuare ad uccidere indiscriminatamente. Il comandante a capo dell'esercito, il generale maggiore Min Aung Hlaing, è l'unica persona che ha il potere di fermare questa situazione. La comunità internazionale deve intervenire per fare pressione su di lui”. CSW ricorda che l’esercito birmano sta violando i diritti umani anche nel conflitto con altre minoranze etniche come i cristiani Kachin e gli Shan.La popolazione musulmana di etnia Rohingya è una delle minoranze più perseguitate del mondo ed è apolide in seguito a una legge introdotta in Birmania nel 1982, che revoca il diritto di cittadinanza alle persone di quell’etnia, anche se vivono da generazioni nello stato birmano di Rakhine. Nel 2012 la violenza nello Stato di Rakhine ha causato migliaia di sfollati e nell'ottobre 2016 l'esercito birmano ha lanciato una nuova offensiva militare contro i civili di Rakhine dopo che un piccolo gruppo armato dei Rohingya, l'ARSA , ha attaccato alcuni convogli militari di frontiera dell’esercito birmano.

ASIA/GIAPPONE - Il Cardinale Filoni a Osaka: La Chiesa non è una 'agenzia di servizi'

Osaka - La possibilità di ritrovare slancio nell'annuncio del Vangelo, in Giappone come altrove, “non riposa nelle metodologie messe in campo dagli apparati ecclesiali, ma nel ritornare sempre a fare esperienza della carità di Cristo”. E solo riattingendo a tale sorgente che le persone coinvolte nella missione apostolica possono sfuggire al pericolo di ripiegarsi sui propri attivismi, fino al punto di dimenticare che la propria “missione primaria, come quella di Gesù, è annunziare ai poveri un messaggio di grazia e proclamare la liberazione all’uomo vittima di tante oppressioni”. Sono questi alcuni degli spunti di riflessione che il Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, ha voluto suggerire con le parole rivolte prima ai Vescovi e poi a sacerdoti, religiosi, religiose e laici cattolici della regione di Osaka, nel quinto giorno della sua visita in terra giapponese.Ai Vescovi della regione di Osaka, incontrati nel primo pomeriggio, il Prefetto del Dicastero missionario ha richiamato il pericolo di far apparire la Chiesa come una 'agenzia di servizi'. Le opere animate dalla Chiesa nel campo educativo, sociale e sanitario in collaborazione con le autorità civili, sono state per decenni “un segno concreto di incoraggiamento e di sostegno a tutto il Popolo giapponese, che ha attraversato momenti assai difficili dopo la Seconda Guerra Mondiale”, suscitando anche la simpatia di tante persone, Ma nella situazione presente – ha rilevato il Cardinale Filoni - “non possiamo ignorare il rischio che il personale apostolico diventi un «burocrate» della situazione in campo educativo o sociale, sostenuto dal Governo, dal momento che si rischia di cadere nella dinamica della competitività”. Non di rado – ha ricordato il porporato, offrendo un'immagine concreta di tale possibile involuzione - “le attività parrocchiali connesse, ad esempio, al funzionamento di asili e scuole, o le frequenti riunioni finiscono per portare via molto tempo, limitando quello per la pastorale in ordine alla fede e alla catechesi dei fedeli”. Per porre un argine a queste derive – ha suggerito il Cardinale Filoni – conviene in certe situazioni “ripensare il nostro ruolo nei vari settori del servizio sociale”. E se i servizi che la Chiesa rende nei vari campi “non fossero adeguati al fine che è propriamente suo” - ha rimarcato il Prefetto di Propaganda Fide - “allora i Vescovi devono avere il coraggio di ripensare come ridare la precedenza a tale scopo missionario”. Ai rappresentanti presenti dell'episcopato giapponese, il Cardinale Filoni ha anche rivolto un incoraggiamento a intensificare la già avviata cura pastorale degli immigrati cattolici, che “potranno ben integrarsi nella cultura e diventare una risorsa promettente per l’evangelizzazione di questa terra”.Nel pomeriggio di giovedì 21 settembre, incontrando sacerdoti, religiosi e laici della regione ecclesiastica di Osaka, il Cardinale Filoni ha riproposto i fattori che possono rinnovare un autentico slancio missionario anche in terra giapponese, alla luce di quanto viene costantemente suggerito dal magistero di Papa Francesco. Il Giappone - ha rilevato il Prefetto del Dicastero missionario - “non è immune dai mali che affliggono il nostro secolo: la secolarizzazione, l’indifferentismo religioso, il soggettivismo etico, la perdita del senso del sacro, che affliggono molte antiche comunità cristiane occidentali”. Sono trascorsi quattro secoli e mezzo da quando il Vangelo è stato annunciato per la prima volta nell'arcipelago giapponese, e i cristiani rappresentano una piccola percentuale della popolazione, mentre la maggior parte del popolo giapponese ancora considera il cristianesimo come un elemento «estraneo» alla propria cultura. Davanti a questa situazione di fatto – ha aggiunto il Cardinale Filoni – si può pensare di trovare riparo in una pastorale “di conservazione”, che si concentri sulla cura delle strutture e dei pochi fedeli, magari ponendo la propria fiducia in metodologie pastorali presentate come più 'moderne'. “Eppure” ha notato il Prefetto di Propaganda Fide “il Papa più volte ha ripetuto che la missione non riposa nelle metodologie messe in campo dagli apparati ecclesiali, ma nel ritornare sempre a fare esperienza della carità di Cristo.  Il problema è di fede; manca l’incontro con Cristo vivo nella carità, manca l’intima relazione con Lui nella preghiera; quando tutto ciò è carente il volto della Chiesa si offusca, la missione perde forza e la conversione retrocede”. Invece, nella attuale società giapponese, segnata anche dalla solitudine degli anziani, dalla riduzione della natalità, dall’alto tasso di suicidi, la Chiesa può ritornare a offrire parole di conforto per tutti solo se torna a proporre il messaggio di salvezza in Cristo. Il Cardinale Filoni ha riproposto a questo riguardo il modello di Santa Teresa di Calcutta: “Non preoccuparti dei numeri. Aiuta una persona alla volta e inizia sempre con la persona più vicina a te”, consigliava Madre Teresa. Si tratta della stessa modalità evangelizzatrice di Gesù: annunciare la buona notizia del Regno di Dio guardando negli occhi le singole persone, sia nelle parrocchie, come negli ospedali, nelle scuole, nei luoghi di lavoro o nelle strade, ovunque”. . Link correlati :Discorso del Card. Filoni ai Vescovi della regione di Osaka Discorso del Card. Filoni a sacerdoti e fedeli della regione di Osaka

AFRICA/NIGERIA - Erezione a Diocesi del Vicariato Apostolico di Bomadi e nomina del primo Vescovo

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco, in data odierna, ha elevato a Diocesi il Vicariato Apostolico di Bomadi , con la medesima denominazione e configurazione territoriale, rendendola suffraganea della sede metropolitana di Benin City. Il Papa ha nominato primo Vescovo della Diocesi di Bomadi, S. E. Mons. Hayacinth Oroko Egbebo, M.S.P., finora Vicario Apostolico della medesima sede. La diocesi di Bomadi copre una superficie di 13.140 kmq, ha una popolazione di 2.994.321 abitanti di cui 37.682 cattolici. Ci sono 24 parrocchie e 2 chiese, 23 sacerdoti diocesani e 11 sacerdoti religiosi, 11 fratelli non sacerdoti e 63 religiose, 51 seminaristi maggiori.

ASIA/INDIA - La “legge anti-conversione” in Jharkhand: fonte di violenza e polarizzazione religiosa

Ranchi – Le “leggi-anti conversione”, che di fatto sono strumenti per coartare la libertà religiosa, continuano a destare preoccupazione e polarizzare la società indiana: lo racconta all’Agenzia Fides il gesuita p. Michael Kerketta, teologo indiano e docente a Ranchi, capitale dello stato indiano di Jharkhand, nell'India settentrionale. Il Jharkhand è diventato di recente il nono stato dell’India ad approvare e far entrare in vigore un provvedimento “contro le conversioni religiose”, quando il suo governatore, Draupadi Murmu, ha firmato il 5 settembre un disegno di legge “Freedom of Religion Bill” . “Il provvedimento colpisce le comunità religiose non indù come cristiani, musulmani, sikh, e altre comunità locali. E’ nostro compito denunciare un’ingiustizia che viola la libertà di coscienza e di religione ed è contro la Costituzione. Per questo sabato 23 settembre ci riuniremo in un incontro pubblico a Ranchi, come membri di diverse comunità religiose, inclusi gli indù, per manifestare pacificamente il nostro dissenso”, informa il gesuita.“Il governo del Jharkhand è in mano al Baratya Janata Party, il partito nazionalista indù che governa anche l’esecutivo nazionale, con il Premier Narendra Modi. I gruppi estremisti indù nello stato di Jharkhand sono forti e hanno ampio spazio nella società. Nei giorni scorsi a Ranchi cortei anticristiani e di militanti violenti hanno agitato la città. Alcuni cristiani sono in carcere per false accuse di aver promosso conversioni”, rileva p. Kerketta.Il gesuita ricorda e sostiene la lettera aperta scritta nei giorni scorsi dal Vescovo Theodore Mascarenhas, Segretario generale della Conferenza episcopale indiana al Premier indiano Narendra Modi, in cui si nota la campagna di odio e ostilità verso le minoranze religiose, promossa dal Primo Ministro del Jharkhand, Raghubar Das, e dal suo esecutivo. “Se non sarà messa immediatamente sotto controllo, potrebbe portare lo stato e la sua popolazione su un sentiero di violenza e di odio”, avverte il Vescovo. La lettera ricorda che “la Chiesa cattolica si oppone con forza alle conversioni forzate. Ma allo stesso tempo essa afferma il suo diritto di predicare, praticare e diffondere la fede”. I cristiani, se pur vittime di violenza, nota la missiva, “non risponderanno con la violenza” ma continueranno a lavorare per i poveri e gli emarginati con “l’istruzione , l’assistenza medica e altre attività sociali”.“Attualmente a Ranchi non si registra violenza sociale o religiosa, ma il clima sociale resta teso e come comunità di minoranze siamo preoccupati per le aggressioni di gruppi radicali induisti”, conclude p. KerkettaA partire dall’anno 2000, una legislazione “anti-conversioni” è stata adottata da sei stati indiani: in Chhattisgarh nel 2000; in Tamil Nadu nel 2002 ; in Gujarat nel 2003; e in Rajasthan nel 2006 ; in Himachal Pradesh nel 2007, Jharkhand nel 2017. In passato primi provvedimenti di tale risma furono adottati in Odisha nel 1967, in Madhya Pradesh nel 1968 e Arunachal Pradesh nel 1978 . Attualmente una legge anti conversione è dunque in vigore ed è esecutiva in sei stati su nove . In Gujarat è necessario un permesso scritto prima che un individuo possa convertirsi a una nuova fede religiosa, mentre in altri casi si richiede una “notifica” alle autorità civili o alla magistratura.

ASIA/INDIA - La “legge anti-conversione” in Jharkhand: principio di violenza e polarizzazione religiosa

Ranchi – Le “leggi-anti conversione”, che di fatto sono strumenti per coartare la libertà religiosa, continuano a destare preoccupazione e polarizzare la società indiana: lo racconta all’Agenzia Fides il gesuita p. Michael Kerketta, teologo indiano e docente a Ranchi, capitale dello stato indiano di Jharkhand, nell'India settentrionale. Il Jharkhand è diventato di recente il nono stato dell’India ad approvare e far entrare in vigore un provvedimento “contro le conversioni religiose”, quando il suo governatore, Draupadi Murmu, ha firmato il 5 settembre un disegno di legge “Freedom of Religion Bill” . “Il provvedimento colpisce le comunità religiose non indù come cristiani, musulmani, sikh, e altre comunità locali. E’ nostro compito denunciare un’ingiustizia che viola la libertà di coscienza e di religione ed è contro la Costituzione. Per questo sabato 23 settembre ci riuniremo in un incontro pubblico a Ranchi, come membri di diverse comunità religiose, inclusi gli indù, per manifestare pacificamente il nostro dissenso”, informa il gesuita.“Il governo del Jharkhand è in mano al Baratya Janata Party, il partito nazionalista indù che governa anche l’esecutivo nazionale, con il Premier Narendra Modi. I gruppi estremisti indù nello stato di Jharkhand sono forti e hanno ampio spazio nella società. Nei giorni scorsi a Ranchi cortei anticristiani e di militanti violenti hanno agitato la città. Alcuni cristiani sono in carcere per false accuse di aver promosso conversioni”, rileva p. Kerketta.Il gesuita ricorda e sostiene la lettera aperta scritta nei giorni scorsi dal Vescovo Theodore Mascarenhas, Segretario generale della Conferenza episcopale indiana al Premier indiano Narendra Modi, in cui si nota la campagna di odio e ostilità verso le minoranze religiose, promossa dal Primo Ministro del Jharkhand, Raghubar Das, e dal suo esecutivo. “Se non sarà messa immediatamente sotto controllo, potrebbe portare lo stato e la sua popolazione su un sentiero di violenza e di odio”, avverte il Vescovo. La lettera ricorda che “la Chiesa cattolica si oppone con forza alle conversioni forzate. Ma allo stesso tempo essa afferma il suo diritto di predicare, praticare e diffondere la fede”. I cristiani, se pur vittime di violenza, nota la missiva, “non risponderanno con la violenza” ma continueranno a lavorare per i poveri e gli emarginati con “l’istruzione , l’assistenza medica e altre attività sociali”.“Attualmente a Ranchi non si registra violenza sociale o religiosa, ma il clima sociale resta teso e come comunità di minoranze siamo preoccupati per le aggressioni di gruppi radicali induisti”, conclude p. KerkettaA partire dall’anno 2000, una legislazione “anti-conversioni” è stata adottata da sei stati indiani: in Chhattisgarh nel 2000; in Tamil Nadu nel 2002 ; in Gujarat nel 2003; e in Rajasthan nel 2006 ; in Himachal Pradesh nel 2007, Jharkhand nel 2017. In passato primi provvedimenti di tale risma furono adottati in Odisha nel 1967, in Madhya Pradesh nel 1968 e Arunachal Pradesh nel 1978 . Attualmente una legge anti conversione è dunque in vigore ed è esecutiva in sei stati su nove . In Gujarat è necessario un permesso scritto prima che un individuo possa convertirsi a una nuova fede religiosa, mentre in altri casi si richiede una “notifica” alle autorità civili o alla magistratura.

AMERICA/MESSICO - Più di 200 morti per il terremoto, una parola e un gesto fra i cristiani: solidarietà

Puebla – Organizzazioni della società civile, gruppi di solidarietà, comunità cattoliche, stanno contribuendo a segnalare rapidamente le zone più colpite dal violento sisma che scosso il paese il 19 settembre scorso e, nel contempo, si sono ampiamente mobilitate per portare la solidarietà e gli aiuti necessari alle vittime e agli sfollati. Fino a ieri sera si contavano 43 morti solo a Puebla, 163 chiese con danni strutturali e 1.700 case distrutte. Sono le cifre diffuse dalle autorità di questa zona dopo il terremoto di magnitudo 7.1 sulla scala Richter che ha colpito soprattutto Puebla. In tutto il Messico sono ormai 217 le vittime del terremoto, e il bilancio è sempre provvisorio.La Chiesa messicana si è mobilitata per confortare le vittime e per l'assistenza necessaria. Il Vescovo di Puebla, Mons. Felipe Pozos Lorenzini, ha celebrato ieri una Messa per le 12 vittime del comune di Atzala, prima della loro sepoltura. In questa comunità il nome di Arizbeth Escamilla sarà ricordato perché a soli 2 mesi di vita è stata la prima a morire sepolta dal crollo del tetto della chiesa dove doveva essere battezzata, la chiesa di Santiago Apostol di Aztala, circa 170 km a sudest di Città del Messico. Sono bastati pochi secondi del sisma per fare crollare il tetto di questa chiesa del secolo XVII. Tra i superstiti della tragedia che ha segnato questa comunità, c’è il parroco locale.Ieri, all’udienza generale, salutando i fedeli di lingua spagnola in piazza San Pietro, il Pontefice ha rivolto il suo pensiero al Paese latinoamericano sconvolto dal sisma: “In questo momento di dolore voglio manifestare la mia vicinanza e la mia preghiera a tutta la cara popolazione messicana” ha detto, invitando i presenti a elevare “una preghiera a Dio perché accolga nelle sue braccia coloro che hanno perso la vita e conforti i feriti, i loro familiari e quanti hanno subito danni”.Il terremoto si è verificato ad appena dodici giorni dal sisma di magnitudo 8.2 che all’inizio di settembre aveva colpito il paese, causando almeno 98 morti. L’epicentro, questa volta, è stato registrato 12 km a sudest di Axochiapan, nello stato di Morelos, circa 160 chilometri dalla capitale. Il Messico, proprio il 19 settembre ricordava un tragico evento analogo, il terremoto che nel 1985 aveva lasciato un numero mai definito di vittime: da 3.200 come cifra ufficiale a circa 10 mila secondo altre fonti.Il Segretario della Conferenza Episcopale Messicana , Mons. Alfonso G. Miranda Guardiola, ha inviato a Fides il comunicato dei Vescovi del Messico in cui si invita “il popolo di Dio a unirsi nella solidarietà per i fratelli e le sorelle che soffrono per le diverse calamità che hanno colpito il nostro paese”. Molte istituzioni religiose avevano rilevato l'efficacia delle rete di aiuto e solidarietà guidata dalla Caritas Messicana e della Conferenza episcopale, che lavorava a pieno ritmo nel sostegno ai fratelli colpiti dal sisma del 7 settembre, in modo particolare negli stati di Oaxaca e Chiapas. Quella rete si sta rivelando preziosa anche in questo nuovo disastro.

ASIA/GIAPPONE - Il Cardinale Filoni: si diventa cristiani per “attrazione”.L'annuncio del Vangelo non è “indottrinamento” ideologico

Hiroshima - L’annuncio del Vangelo “non è un indottrinamento, né un’imposizione o una forzatura delle menti e dei cuori”. Si aderisce al Vangelo non per “proselitismo ideologico” ma per “attrazione”, con la “libertà interiore di chi scopre di essere figlio di Dio”. Con queste parole, rifacendosi all'insegnamento di Papa Benedetto XVI e di Papa Francesco, il Cardinale Fernando Filoni ha richiamato il dinamismo proprio della diffusione del cristianesimo nel mondo, che lo distingue da ogni forma di propaganda culturale o religiosa. Il Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli ha espresso queste considerazioni nell'omelia della messa celebrata nella Cattedrale di Hiroshima la sera di mercoledì 20 settembre, nel quarto giorno della sua visita in terra giapponese. Durante l'omelia, il porporato ha fatto riferimento anche all'esperienza dei martiri coreani Andrea Kim Taegon, Paolo Chong Hasang e ai loro compagni di martirio, nel giorno della loro memoria liturgica. “La storia dell’evangelizzazione in Corea” ha ricordato il Cardinale del Dicastero missionario, “ci rammenta che, affascinati dalla verità del Vangelo, alcuni eruditi del Confucianesimo iniziarono a studiare da soli la dottrina cattolica e i testi biblici, trovandoli straordinari; poi inviarono uno di loro a Pechino, per essere battezzato. Tornato in patria, questo primo battezzato, poi anch’egli martire, battezzò gli altri membri del gruppo, dando così vita alla vita della Chiesa coreana, senza alcun apporto che provenisse dall’estero. Dopo quell'inizio felice – ha aggiunto il Cardinale Filoni – la vicenda della Chiesa cattolica in Corea “fu invece bagnata dal sangue di innumerevoli martiri.. Non diversamente, anche in questa cara terra del Giappone, molte furono le testimonianze di sangue dei martiri. Come Gesù fu vittima dell’odio e dell’ingiustizia, così i martiri di questo Paese furono vittime di un odio senza una giusta ragione”. In terra giapponese – ha fatto notare il porporato - il primo annuncio del Vangelo fu contrastato e scatenò persecuzioni “perché ritenuto sovversivo dello stato sociale allora stabilito. Forse oggi, ha aggiunto il Cardinale, riferendosi alla situazione presente, “vi sono altri non meno gravi impedimenti: la mentalità secolare, l’edonismo, l’indifferenza, l’idolatria del benessere e del denaro, il senso della nostra vita che ci è rubato”. E anche oggi “annunciare la Buona Novella rappresenta “un’opera di carità altissima, e quanti accolgono il messaggio del Vangelo con buona volontà, è sempre motivo di gioia e di ringraziamento al Signore”. .

ASIA/FILIPPINE - P. Chito, liberato a Marawi: “Il sequestro è stata volontà di Dio”

Manila – “Il mio sequestro è stata volontà di Dio. Una prova che Lui ha voluto. Ho fiducia in Lui. Il mio futuro lo vedo solo a Marawi: cristiani e musulmani siamo fratelli e crediamo nel solo, unico Dio”: lo ha detto p. Teresito Soganub , il prete sequestrato il 23 maggio e rilasciato dopo 117 giorni di prigionia dai terroristi del gruppo “Maute”, legato allo Stato Islamico, che ha occupato la città di Marawi, sull’isola di MIndanao. Nella città l’esercito filippino sta profondendo gli ultimi sforzi per sconfiggere i jihadisti ancora asserragliati in centro città con un gruppo di oltre 40 ostaggi. P. Chito, giunto a Manila, ha raccontato i giorni del sequestro, notando di non aver voluto tentare la fuga, per “condividere fino alla fine la sorte dei sequestrati”. Il prete ha ringraziato l’esercito per lo sforzo profuso e “tutti coloro che hanno pregato per noi e per la nostra salvezza”. P. Teresito ha detto di vedere il suo futuro solo a Marawi, per continuare nell’opera di dialogo e di costruzione della pace: “Cristiani e musulmani crediamo in un solo Dio, vogliamo vivere in pace”, ha spiegato. Il Vescovo di Marawi, Edwin De La Pena, contattato da Fides, riferisce che “p. Chito vivrà un periodo di riposo e di ripresa prima di riprendere il ministero sacerdotale attivo e di tornare nella Prelatura apostolica di Marawi. “Il rilascio di p. Chito ci dà ulteriore speranza per la liberazione degli altri ostaggi, inclusi altri fedeli cattolici”, ricorda. “Ci auguriamo che presto la guerra finisca - prosegue - e che gli abitanti di Marawi possano tornare a casa, ricostruire la loro vita e la loro città”.Per questo il Vescovo invita le comunità cattoliche in tutto il paese ad “adottare una comunità colpita” dalla crisi di Marawi, per assistere le comunità locali nel cammino di ripresa a lungo termine. “Lo sforzo comune di tutta la Chiesa filippina comunicherà un messaggio di speranza a tutte le comunità colpite”, rileva De La Peña. Il progetto "Adottare una comunità" è un'iniziativa della Prelatura apostolica Marawi, in collaborazione con la Caritas Filippine e con i missionari Redentoristi. Diocesi e le parrocchie adotteranno una comunità di Marawi, aiutando in tutto gli sfollati e provvedendo a tutti i bisogni necessari per ritornare alle normali attività sociali, come prima della crisi. Il Vescovo riferisce che partirà anche uno speciale appello per ricostruire la Cattedrale di Marawi, pesantemente danneggiata dai jihadisti. Come riferito a Fides, la Prelatura Apostolica npresenterà un progetto per chiedere un contributo straordinario anche alle Pontificie Opere Missionarie.

ASIA/GIAPPONE - Il Cardinale Filoni: Hiroshima è il luogo in cui Cristo ha rinnovato il suo sacrificio nel ventesimo Secolo

Hiroshima – Hiroshima “è il luogo in cui Cristo ha rinnovato il suo sacrificio nel ventesimo Secolo”. E anche per la Chiesa cattolica, Hiroshima “oggi significa città della pace, nella quale Dio non ha dimenticato l’uomo, non si è nascosto, ma vi abita”. Così il Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, ha espresso uno sguardo di fede sulla vocazione spirituale universalmente riconosciuta alla città giapponese dove il 6 agosto 1945 fu consumato il primo massacro atomico della storia umana. Lo ha fatto nel discorso rivolto mercoledì 20 settembre a sacerdoti, religiosi, religiose, fedeli consacrati e laici dell'Arcidiocesi di Hiroshima, da lui incontrati nel quarto giorno della sua visita in terra giapponese. “Qui” ha proseguito il Prefetto di Propaganda Fide “Cristo crocefisso continua, dall’alto di questo nuovo Golgota, ad ammonire tutte le genti” compresi coloro che in nome delle religioni “fomentano odio, divisioni e guerre”. Il richiamo alla presenza operante di Cristo nelle vicende del mondo ha offerto al Cardinale l'occasione di suggerire anche ai cattolici dell'Arcidiocesi le vie per dare spazio a “un rinnovato impulso missionario, proprio come esorta il Papa Francesco nell’Evangelii gaudium”. L'Arcidiocesi di Hiroshima si estende su un territorio che ospita 7 milioni di abitanti, e dove i battezzati cattolici sono circa 20mila.”Cristo è qui conosciuto?  Ha un posto? Ha una salvezza da proporre? Il regno di Dio è qui annunciato?  Ecco” ha suggerito il porporato “gli interrogativi cui rispondere.  Mentre ammiriamo l’opera missionaria passata, non possiamo esserne semplici amministratori di quei risultati.  Se manca la motivazione alla missionarietà, mancherà anche la generosità e lo zelo apostolico; mancherà la gioia di evangelizzare”."Dalla gloria, dalla grazia e dalla verità portate da Cristo - ha aggiunto il Prefetto del Dicastero missionario - non può essere escluso il Popolo giapponese. Dio non si è fermato alle porte di questo Paese, che pur nobile e colto, attende il Regno di Dio: Ecco dite ai ciechi, ai sordi, ai malati, ai poveri, a chi è senza speranza, o soffre per la divisione delle famiglie, o ai drogati, o a chi pensa che il suicidio sia l’unica strada per porre termine alla desolazione e disperazione che per essi c’è una Buona Notizia”. Nella sua visita a Hiroschima, il Cardinale Fernando Filoni ha reso omaggio al Monumento della Pace e della Bomba Atomica. .

AMERICA/ANTILLE - Situazione critica e danni ingenti per l’uragano Irma: i Vescovi accanto alla popolazione

Port of Spain – Constatare i danni degli uragani, confortare le vittime, organizzare i soccorsi: è quanto stanno facendo in questi giorni le comunità cattoliche nelle Antille. “Tra i recenti uragani che continuano ad abbattersi sulle isole dei Caraibi , il più grave finora è stato sicuramente Irma” spiega a Fides p. J. Kaboré, Incaricato d’Affari della Nunziatura Apostolica di Port of Spain. “L’uragano Maria, in movimento in questi ultimi giorni, qui a Trinidad e Tobago, è più che altro una tempesta tropicale e sembra che al momento non stia comportando danni significativi”, afferma p. Kaborè. “La nostra Nunziatura Apostolica – racconta a Fides – è in contatto costante con le Chiese locali, in particolare con i Vescovi delle isole più gravemente colpite, tra questi il Vescovo Riocreux di St Martin-St Barthélémy, il Vescovo S. Pinder delle Bahamas e il Vescovo LLanos in Antigua e Barbuda. Quest’ultima zona sembra la più gravemente colpita : mons. LLanos, Amministratore apostolico della diocesi di Saint John’s-Basseterre, martedì 19 ci ha chiamato per avvisarci che era in visita a Tortola, Virgin Gorda e Anguilla e che era difficile mantenere un contatto con quelle isole colpite. Il Vescovo Luigi Secco di Willemstad ha inviato messaggi email raccontando la situazione. Molti gruppi cattolici, in particolare ‘the Living Waters Community’ a Port of Spain sono stati particolarmente operativi nel fornire sostegno alle vittime”. I Vescovi della regione hanno diffuso vari messaggi per esprimere solidarietà nei confronti delle vittime e richiedere aiuti, in gran parte dalla Conferenza episcopale degli Stati Uniti e hanno chiesto inoltre una moratoria al Fondo Monetario Internazionale per quanto riguarda il debito estero. “Le isole di Tortola, Virgin Gorda e Anguilla hanno riportato danni ingenti – prosegue l’Incaricato d’Affari – e si trovano in una situazione davvero critica. Ritengo che il Vescovo Llanos e la sua gente abbiano assoluto bisogno di assistenza. Mi ha assicurato che proverà a tenersi in contatto come possibile con la Nunziatura Apostolica, ma proprio in questo momento, mentre visita le diverse isole non c’è alcuna connessione. I Vescovi continuano a rimanere accanto alla gente, vanno a trovare le famiglie e portano loro conforto”. Stando al Rapporto redatto dal “Caribbean Disaster Emergency Management Agency”, inviato a Fides dal Segretariato della Conferenza Episcopale delle Antille, “la situazione è particolarmente complicata perché le British Virgin Islands sono sotto il Governo Britannico e, per poter procedere ai soccorsi e agli spostamenti, servono i relativi permessi”. “Al momento tutti abbiamo bisogno di aiuti, ma in particolare il Vescovo LLanos e la sua gente, dal momento che Barbuda è stata completamente spazzata via e le isole di Tortola, Virgin Gorda e Anguilla hanno riportato danni ingenti. Chiedo a tutti di pregare per questa regione” conclude p. Kaboré.Le diocesi colpite e danneggiate di più sono quella di Saint John’s-Basseterre , la parte nord della Diocesi di Basse-Terre , la parte nord della Diocesi di Willemstad , la Missione sui iuris di Turks e Caicos, l’Arcidiocesi di Nassau .

AFRICA/CONGO RD - Massacro di rifugiati burundesi nell’est: 34 morti e un centinaio di feriti

Kinshasa - Sono 34 i rifugiati burundesi uccisi dalla forze di sicurezza il 16 settembre nel campo di rifugiati nei pressi del villaggio di Kamanyola, nella Piana di Ruzizi, nel Sud Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo.Secondo informazioni inviate da fonti della Chiesa locale all’Agenzia Fides, ad innescare la tragedia è stato l’arresto, nella notte del 13 settembre, di quattro burundesi, accusati di pattugliare il recinto del loro campo armati di bastoni, senza il permesso delle autorità locali. I quattro sono stati arrestati inizialmente dalla Direzione dell’Immigrazione di Kamanyola, poi sono stati consegnati alla sede locale del servizio di sicurezza, l'Agenzia di intelligence nazionale .I rifugiati hanno spiegato che stavano facendo le ronde notturne perché erano stati informati di un probabile assalto al loro campo da parte di appartenenti alla milizia filo-governativa burundese, Imbonerakure. La sera del 15 settembre i rifugiati burundesi hanno organizzato una manifestazione di massa per liberare i 4 detenuti di fronte alla sede della ANR. Nella prime ore del 16 la situazione è degenerata quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sulla folla, uccidendo 34 burundesi e ferendone un centinaio. Secondo le autorità si registrano un morto e alcuni feriti tra le forze di sicurezza, lasciando intendere che tra i rifugiati vi fossero persone armate. Secondo una nota inviata a Fides “è difficile confermare che i rifugiati detengano delle armi, perché gli agenti di sicurezza non avrebbero mai catturato dei rifugiati burundesi armati. Piuttosto occorre segnalare che la popolazione allude a dei burundesi che operano nella Piana di Ruzizi, provenienti direttamente dal Burundi e che non si tratta dei rifugiati di Kamanyola”.Le fonti di Fides sottolineano comunque che vi è diffidenza tra la popolazione nei confronti dei rifugiati burundesi, mentre le autorità locali non hanno intrapreso alcuna iniziativa per integrali nella società locale.Più di 410.000 burundesi sono stati costretti a trovare rifugio nella RDC e in Tanzania a causa delle violenze provocate dalla crisi scoppiata nel 2015 in seguito al conferimento del terzo mandato al Presidente Pierre Nkurunziza, in violazione della Costituzione e degli accordi di pace di Arusha. Da allora il Burundi vive in uno stato di tensione permanente, tra violenze commesse dalle milizie filo-governative e quelle di alcuni gruppi di guerriglia che si oppongono al Presidente.

Páginas