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AMERICA/ PERÙ - Il Papa a Trujillo: non siamo noi il Messia. La fede si trasmette per "contagio”

AMERICA/ PERÙ - Il Papa a Truijllo: non siamo noi il Messia. La fede di trasmette“per contagio”Trujillo – La vita, la fede e la Chiesa non cominciano con noi. Al discepolo cristiano fa bene riconoscere “che non è lui e non sarà mai lui il Messia”. E soprattutto i sacerdoti, le persone consacrate e tutti quelli coinvolti nell’annuncio apostolico della Chiesa non devono avere la pretesa di “sostituire il Signore” con le loro opere, le loro attività e missioni. La loro chiamata si compie piuttosto quando camminano nella gioia dietro a Cristo, sapendo anche “sorridere di se stessi”, facendo memoria del giorno e dell’ora in cui sono stati “toccati dallo sguardo del Signore”, e riconoscendo che la fede si comunica “per contagio”, anche “nel mondo frantumato in cui ci è dato di vivere”. È stato pieno di accenni liberanti e suggerimenti concreti il discorso rivolto da Papa Francesco a sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi del nord del Perù, nell’incontro avvenuto presso il Colegio Seminario san Carlos y San Marcelo, nel pomeriggio di sabato 19 gennaio. Una fede “memoriosa”“La nostra fede, la nostra vocazione” ha detto il Papa, ricordando san Toribio de Mogrovejo e le generazioni di “evangelizzatori” formatisi nel Seminario San Carlos y San Marcelo “è ricca di memoria, perchè sa riconoscere che nè la vita, nè la fede, nè la Chiesa comincia con la nascita di qualcuno di noi: la memoria si rivolge al passato per trovare la linfa che ha irrigato nei secoli il cuore dei discepoli, e in tal modo riconosce il passaggio di Dio nella vita del suo popolo”. “Non siamo noi il Messia”Come accadde già a San Giovanni Battista – ha proseguito il Vescovo di Roma – ogni discepolo cristiano sa che “non è e non sarà lui il Messia, ma solo uno chiamato a segnalare il passaggio del Signore nella vita della sua gente… Noi consacrati non siamo chiamati a soppiantare il Signore, né con le nostre opere, né con le nostre missioni, né con le innumerevoli attività che abbiamo da fare”. Ai sacerdote e ai religiosi si chiede solo di “lavorare con il Signore, “fianco a fianco, ma senza mai dimenticare che non occupiamo il suo posto”. La missione di annunciare il Vangelo porta proprio a operare senza dimenticare mai “che siamo discepoli dell’unico Maestro. Il discepolo sa que asseconda e sempre asseconderà il Maestro. Questa è la fonte della nostra gioia. Ci fa bene sapere che non siamo noi il Messia!”. Tale riconoscimento libera dal tentazione di “crederci troppo importanti”. E anche il saper sorridere di sé è un segno che non si è vittime “neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri”. Toccati dal Suo sguardoSulle orme degli apostoli, che - come attestano i Vangeli - ricordavano il giorno e l’ora del loro primo incontro con Gesù, Papa Francesco ha invitato i suoi interlocutori a “ricordare sempre quell’ora, quel giorno chiave per ciascuno di noi, nel quale ci siamo accorti che il Signore si aspettava qualcosa di più. La memoria di quell’ora in cui siamo stati toccati dal suo sguardo.Quando ci dimentichiamo di questa ora” ha aggiunto il Successore di Pietro “ci dimentichiamo delle nostre origini, delle nostre radici; e perdendo queste coordinate fondamentali mettiamo da parte la cosa più preziosa che una persona consacrata può avere: lo sguardo del Signore”. I “primi passi” nella spiritualità del popoloL’invito a far memoria della storia alla quale si appartiene e della prima chiamata ricevuta da Cristo – ha sottolineato il Papa – abbraccia anche la gratitudine per le preghiere imparate da bambino. “Molti, nel momento di entrare in Seminario o nella casa di formazione” ha ricordato Papa Bergoglio ai suoi interlocutori “eravamo formati con la fede delle nostre famiglie e delle persone vicine. Così abbiamo fatto i nostri primi passi, appoggiati non di rado alle manifestazioni di pietà popolare” Il popolo peruviano – ha aggiunto il Vescovo di Roma - ha espresso il suo vincolo di affetto con Gesù, Maria e i Santi nelle “forme stupende” della devozione popolare, nelle visite ai santuari, dove spesso i pellegrini prendono decisioni “che segnano la loro vita”. Il Papa ha invitato i sacerdoti e i religiosi peruviani a non trasformarsi in “professionisti del sacro” che si dimenticano del proprio popolo, perdendo la memoria e il rispetto “di quelli che vi hanno insegnato a pregare”. il Papa a braccio ha ricordato che il mese scorso, durante una riunione con maestri di novizi e padri spirituali, «è uscita la domanda: come insegniamo a pregare a quelli che entrano? Si può usare un manuale, oppure dire ‘prima fare questo, poi quell’altro’; ma in generale gli uomini e le donne più saggi che hanno questo incarico di maestri dei novizi o di padri spirituali - ha spiegato Papa Francesco - devono continuare a pregare come hanno imparato a casa loro e poi poco a poco farlo avanzare in un altro tipo di preghiera”. Pregare, cioè, “come ha insegnato la mamma o la nonna. Questa è la fede da seguire, non disprezzate la preghiera di casa perché è la più forte”. Il “segno” della gratitudine Un tratto che conferma la bontà e l’autenticità del cammino compiuto dai sacerdoti e dai consacrati – ha institito Papa Francesco – è il dono di una coscienza grata. “Senza gratitudine” ha notato il Papa “possiamo essere buoni esecutori del sacro, ma ci mancherà l’unzione dello Spirito per diventare servitori dei nostri fratelli, specialmente dei più poveri. Il Popolo fedele di Dio possiede l’olfatto e sa distinguere tra il funzionario del sacro e il servitore grato. Sa distinguere chi è ricco di memoria e chi è smemorato. Il Popolo di Dio sa sopportare, ma riconosce chi lo serve e lo cura con l’olio della gioia e della gratitudine” La fede contagiosaGuardando alle vicende dei primi discepoli, di Andrea che corre a raccontare al fratello Simon Pietro l’incontro con Gesù, il Successore di Pietro ha ricordato che da allora e per sempre la fede cristiana si comunica per contagio di grazia, e non per sofisticate strategie di proselitismo: “La fede in Gesù” ha ripetuto Papa Bergoglio “è contagiosa, non può essere confinata né rinchiusa; qui si vede la fecondità della testimonianza: i discepoli appena chiamati attraggono a loro volta altri mediante la loro testimonianza di fede, allo stesso modo in cui, nel brano evangelico, Gesù ci chiama per mezzo di altri. La missione scaturisce spontanea dall’incontro con Cristo. Andrea inizia il suo apostolato dai più vicini, da suo fratello Simone, quasi come qualcosa di naturale, irradiando gioia. Questo è il miglior segno del fatto che abbiamo ‘scoperto’ il Messia”.“Nel mondo frammentato in cui ci è dato di vivere”Il miracolo di una fede che si comunica per contagio può accadere anche “nel mondo frammentato in cui ci è dato di vivere”. E la frammentazione – ha notato riconosciuto Papa Francesco – non riguarda solo il mondo, ma anche la Chiesa: “le divisioni, le guerre, gli isolamenti li viviamo anche dentro le nostre comunità, e quanto male ci fanno!” Per arginare le ferite e i conflitti nella compagine ecclesiale – ha suggerito il Papa, concludendo il suo intervento – occorre tener presente che la comunione “non equivale a pensare tutti allo stesso modo, fare tutti le stesse cose”. Riconoscendo che “solo il Signore ha la pienezza dei doni, solo Lui è il Messia. E ha voluto distribuire i suoi doni in maniera tale che tutti possiamo offrire il nostro arricchendoci con quelli degli altri”. .

AMERICA/ PERÙ - Il Papa a Trujillo: non siamo noi il Messia. La fede di trasmette per "contagio”

AMERICA/ PERÙ - Il Papa a Truijllo: non siamo noi il Messia. La fede di trasmette“per contagio”Trujillo – La vita, la fede e la Chiesa non cominciano con noi. Al discepolo cristiano fa bene riconoscere “che non è lui e non sarà mai lui il Messia”. E soprattutto i sacerdoti, le persone consacrate e tutti quelli coinvolti nell’annuncio apostolico della Chiesa non devono avere la pretesa di “sostituire il Signore” con le loro opere, le loro attività e missioni. La loro chiamata si compie piuttosto quando camminano nella gioia dietro a Cristo, sapendo anche “sorridere di se stessi”, facendo memoria del giorno e dell’ora in cui sono stati “toccati dallo sguardo del Signore”, e riconoscendo che la fede si comunica “per contagio”, anche “nel mondo frantumato in cui ci è dato di vivere”. È stato pieno di accenni liberanti e suggerimenti concreti il discorso rivolto da Papa Francesco a sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi del nord del Perù, nell’incontro avvenuto presso il Colegio Seminario san Carlos y San Marcelo, nel pomeriggio di sabato 19 gennaio. Una fede “memoriosa”“La nostra fede, la nostra vocazione” ha detto il Papa, ricordando san Toribio de Mogrovejo e le generazioni di “evangelizzatori” formatisi nel Seminario San Carlos y San Marcelo “è ricca di memoria, perchè sa riconoscere che nè la vita, nè la fede, nè la Chiesa comincia con la nascita di qualcuno di noi: la memoria si rivolge al passato per trovare la linfa che ha irrigato nei secoli il cuore dei discepoli, e in tal modo riconosce il passaggio di Dio nella vita del suo popolo”. “Non siamo noi il Messia”Come accadde già a San Giovanni Battista – ha proseguito il Vescovo di Roma – ogni discepolo cristiano sa che “non è e non sarà lui il Messia, ma solo uno chiamato a segnalare il passaggio del Signore nella vita della sua gente… Noi consacrati non siamo chiamati a soppiantare il Signore, né con le nostre opere, né con le nostre missioni, né con le innumerevoli attività che abbiamo da fare”. Ai sacerdote e ai religiosi si chiede solo di “lavorare con il Signore, “fianco a fianco, ma senza mai dimenticare che non occupiamo il suo posto”. La missione di annunciare il Vangelo porta proprio a operare senza dimenticare mai “che siamo discepoli dell’unico Maestro. Il discepolo sa que asseconda e sempre asseconderà il Maestro. Questa è la fonte della nostra gioia. Ci fa bene sapere che non siamo noi il Messia!”. Tale riconoscimento libera dal tentazione di “crederci troppo importanti”. E anche il saper sorridere di sé è un segno che non si è vittime “neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri”. Toccati dal Suo sguardoSulle orme degli apostoli, che - come attestano i Vangeli - ricordavano il giorno e l’ora del loro primo incontro con Gesù, Papa Francesco ha invitato i suoi interlocutori a “ricordare sempre quell’ora, quel giorno chiave per ciascuno di noi, nel quale ci siamo accorti che il Signore si aspettava qualcosa di più. La memoria di quell’ora in cui siamo stati toccati dal suo sguardo.Quando ci dimentichiamo di questa ora” ha aggiunto il Successore di Pietro “ci dimentichiamo delle nostre origini, delle nostre radici; e perdendo queste coordinate fondamentali mettiamo da parte la cosa più preziosa che una persona consacrata può avere: lo sguardo del Signore”. I “primi passi” nella spiritualità del popoloL’invito a far memoria della storia alla quale si appartiene e della prima chiamata ricevuta da Cristo – ha sottolineato il Papa – abbraccia anche la gratitudine per le preghiere imparate da bambino. “Molti, nel momento di entrare in Seminario o nella casa di formazione” ha ricordato Papa Bergoglio ai suoi interlocutori “eravamo formati con la fede delle nostre famiglie e delle persone vicine. Così abbiamo fatto i nostri primi passi, appoggiati non di rado alle manifestazioni di pietà popolare” Il popolo peruviano – ha aggiunto il Vescovo di Roma - ha espresso il suo vincolo di affetto con Gesù, Maria e i Santi nelle “forme stupende” della devozione popolare, nelle visite ai santuari, dove spesso i pellegrini prendono decisioni “che segnano la loro vita”. Il Papa ha invitato i sacerdoti e i religiosi peruviani a non trasformarsi in “professionisti del sacro” che si dimenticano del proprio popolo, perdendo la memoria e il rispetto “di quelli che vi hanno insegnato a pregare”. il Papa a braccio ha ricordato che il mese scorso, durante una riunione con maestri di novizi e padri spirituali, «è uscita la domanda: come insegniamo a pregare a quelli che entrano? Si può usare un manuale, oppure dire ‘prima fare questo, poi quell’altro’; ma in generale gli uomini e le donne più saggi che hanno questo incarico di maestri dei novizi o di padri spirituali - ha spiegato Papa Francesco - devono continuare a pregare come hanno imparato a casa loro e poi poco a poco farlo avanzare in un altro tipo di preghiera”. Pregare, cioè, “come ha insegnato la mamma o la nonna. Questa è la fede da seguire, non disprezzate la preghiera di casa perché è la più forte”. Il “segno” della gratitudine Un tratto che conferma la bontà e l’autenticità del cammino compiuto dai sacerdoti e dai consacrati – ha institito Papa Francesco – è il dono di una coscienza grata. “Senza gratitudine” ha notato il Papa “possiamo essere buoni esecutori del sacro, ma ci mancherà l’unzione dello Spirito per diventare servitori dei nostri fratelli, specialmente dei più poveri. Il Popolo fedele di Dio possiede l’olfatto e sa distinguere tra il funzionario del sacro e il servitore grato. Sa distinguere chi è ricco di memoria e chi è smemorato. Il Popolo di Dio sa sopportare, ma riconosce chi lo serve e lo cura con l’olio della gioia e della gratitudine” La fede contagiosaGuardando alle vicende dei primi discepoli, di Andrea che corre a raccontare al fratello Simon Pietro l’incontro con Gesù, il Successore di Pietro ha ricordato che da allora e per sempre la fede cristiana si comunica per contagio di grazia, e non per sofisticate strategie di proselitismo: “La fede in Gesù” ha ripetuto Papa Bergoglio “è contagiosa, non può essere confinata né rinchiusa; qui si vede la fecondità della testimonianza: i discepoli appena chiamati attraggono a loro volta altri mediante la loro testimonianza di fede, allo stesso modo in cui, nel brano evangelico, Gesù ci chiama per mezzo di altri. La missione scaturisce spontanea dall’incontro con Cristo. Andrea inizia il suo apostolato dai più vicini, da suo fratello Simone, quasi come qualcosa di naturale, irradiando gioia. Questo è il miglior segno del fatto che abbiamo ‘scoperto’ il Messia”.“Nel mondo frammentato in cui ci è dato di vivere”Il miracolo di una fede che si comunica per contagio può accadere anche “nel mondo frammentato in cui ci è dato di vivere”. E la frammentazione – ha notato riconosciuto Papa Francesco – non riguarda solo il mondo, ma anche la Chiesa: “le divisioni, le guerre, gli isolamenti li viviamo anche dentro le nostre comunità, e quanto male ci fanno!” Per arginare le ferite e i conflitti nella compagine ecclesiale – ha suggerito il Papa, concludendo il suo intervento – occorre tener presente che la comunione “non equivale a pensare tutti allo stesso modo, fare tutti le stesse cose”. Riconoscendo che “solo il Signore ha la pienezza dei doni, solo Lui è il Messia. E ha voluto distribuire i suoi doni in maniera tale che tutti possiamo offrire il nostro arricchendoci con quelli degli altri”. .

AMERICA/PERU - L'abbraccio del Papa agli inondati del Niño Costero

Trujillo - “A voi è toccato affrontare il duro colpo del 'Niño costero', le cui conseguenze dolorose sono tuttora presenti in tante famiglie, specialmente quelle che non hanno ancora potuto ricostruire le loro case. Anche per questo sono qui a pregare con voi”. Così le prime battute dell'omelia di Papa Francesco nella messa celebrata sabato sulla costa del Pacifico peruviana, a Trujillo. Si riferiva alle inondazioni fangose causate dalle tormente tropicali del “Nino costero”, che hanno colpito il litorale oceanico in Perù e Colombia tra dicembre 2016 e maggio 2017, provocando almeno 141 morti e danni materiali a oltre 600mila persone. Per superare queste e altre dure circostanze della vita, il Santo Padre ha suggerito: “non c’è altra via d’uscita migliore di quella del Vangelo, e si chiama Gesù Cristo. Riempite sempre la vostra vita di Vangelo. Voglio esortarvi ad essere una comunità che si lasci ungere dal suo Signore con l’olio dello Spirito. Lui trasforma tutto, rinnova tutto, consola tutto”. Dopo la messa, il Pontefice ha percorso in papamobile il quartiere “Buenos Aires”, tra i più colpiti, dove la Caritas locale ha consegnato finora 182 moduli di abitazione temporanei prefabbricati. Ciò è stato possibile grazie a donazioni “di persone di buona volontà” e al “lavoro nascosto” dei volontari della Caritas diocesana, come ebbe a sottolineare l'arcivescovo Miguel Cabrejos, in occasione dell'ultima consegna. La direttrice aggiunta di Caritas Trujillo, Myrena Silva, ha spiegato all'Agenzia Fides che ben sette valli della zona hanno subito il 14 maggio la violenza delle acque fangose. Sulla costa del quartiere Buenos Aires, nella periferia del capoluogo, un precedente tsunami derivato dal terremoto in Giappone aveva cancellato per sempre la spiaggia, e gli argini costruiti in seguito per trattenere il mare hanno in realtá causato il formarsi di un lago dal lato opposto con il liquido fangoso franato dalle montagne, aggravando notevolmente la situazione. “Tantissime famiglie hanno perso tutto”, racconta la Silva. “L'acqua trascinava fuori dalla loro casa i mobili, i vestiti...: tutto!”. La gente si è subito fatta in quattro per portare assistenza in cibo e alloggio alle vittime, ma ciò non poteva durare per sempre, e così la Chiesa, molto prima dello Stato, è intervenuta, specie nelle aree più remote, “dove nessuno era ancora arrivato”, con l'istallazione dei moduli prefabbricati, di servizi igienici, e la consulenza tecnica alle comunitè per i progetti di ricostruzione. Dopo l' “abbraccio” agli inondati, a Trujillo il Santo Padre ha visitato la cattedrale, ha incontrato sacerdoti, religiose, religiosi e seminaristi del nord del Paese e ha pregato l'amatissima Madonna della Porta nella piazza de Armas del centro città.

AMERICA/PERU - Rispetto dei diritti umani e ripercussioni in ambito politico: gli auspici dopo la visita del Papa

Puno - “La presenza e la voce del Papa sono una consolazione per tutti noi, e siamo pienamente d’accordo quando egli dice che il grido dei poveri è il grido della Pachamama, la Madre Terra. Noi andini pensiamo che la terra sia un essere vivo, che si prende cura di noi e ci accoglie fino alla morte. Dato che non si da’ ascolto ai popoli indigeni, alle ONG e a tutte quelle istituzioni che, nonostante molti limiti, cercano di dare voce a questi popoli, speriamo che almeno venga ascoltata la voce del Santo Padre”: è il commento rilasciato all’Agenzia Fides da suor Patricia Ryan, dell’equipe di Diritti Umani e Medio Ambiente , un organismo non governativo di ispirazione cristiana della Chiesa del Sud Andino. Questo gruppo – spiega una nota del DHUMA - trova ispirazione nella Parola di Dio ed è impegnato nella difesa della vita e della dignità umana, compresa la difesa e i diritti delle popolazioni indigene e della madre terra.Spiega la religiosa: “L’attività mineraria informale, ma anche quella legale o formale, non provoca soltanto una contaminazione ambientale, ma contamina tutto l’essere umano, contamina l’intelligenza delle persone, ed è un vero è proprio maltrattamento”, come accade in alcune di queste zone dove i diritti umani delle persone vengono violati costantemente. “Essere una bambina di 12 anni ed essere bella, in questi contesti – spiega con dolore suor Patricia – vuol dire spesso essere sequestrata e vivere schiavizzata. Noi stiamo cercando di portare il nostro aiuto, con i mezzi che abbiamo, e la voce del Santo Padre è senz’altro un aiuto enorme per questo grido della nostra terra, dei nostri popoli, perché potrà avere ripercussioni nell’ambito politico”. Secondo la religiosa resta prioritario far conoscere a livello internazionale la dura realtà che sono costretti a vivere i popoli Quechua e Aymara di queste regioni.“Tutti noi appartenenti alla reti che si dedicano a questi temi legati all’estrazione mineraria e delle comunità rurali siamo ricorsi al Papa come massima autorità della Chiesa, gli abbiamo portato la nostra voce, la nostra esperienza nella lotta per i diritti in questa parte di America, per aggiornarlo di ciò che accade in questi luoghi, per cui abbiamo grandi aspettative rispetto a quello che potrà succedere dopo della visita, e dei cambiamenti che potranno verificarsi anche a livello politico”, aggiunge suor Patricia, mostrando speranza per la visita del Papa e il suo interesse per queste terre. “Anche se non è arrivato fino a Puno – conclude suor Patricia, spiegando che molti degli abitanti della zona, che sono appunto contadini e minatori di villaggi molto piccoli e distanti, vedono molto lontano il Papa – in fondo è arrivato nei nostri cuori perché siamo molto grati per tute le sue parole e per la Laudato Si’ e tutto ciò che sta facendo in favore dei popoli indigeni e la madre terra”.

AMERICA/PERU - Auspici e ripercussioni in ambito politico dopo la visita del Pontefice in Perù

Puno - “La presenza e la voce del Papa sono una consolazione per tutti noi, e siamo pienamente d’accordo quando egli dice che il grido dei poveri è il grido della Pachamama, la Madre Terra. Noi andini pensiamo che la terra sia un essere vivo, che si prende cura di noi e ci accoglie fino alla morte. Dato che non si da’ ascolto ai popoli indigeni, alle ONG e a tutte quelle istituzioni che, nonostante molti limiti, cercano di dare voce a questi popoli, speriamo che almeno venga ascoltata la voce del Santo Padre”, lo ha commentato all’Agenzia Fides suor Patricia Ryan, dell’equipe di Diritti Umani e Medio Ambiente , un organismo non governativo di ispirazione cristiana della Chiesa del Sud Andino. Questo gruppo – spiegano loro stessi - trova ispirazione nella parola di Dio ed è impegnato nella difesa della vita e della dignità umana, compresa la difesa e i diritti delle popolazioni indigene e della madre terra.“L’attività mineraria informale, ma anche quella legale o formale, non provoca soltanto una contaminazione ambientale, ma contamina tutto l’essere umano, contamina l’intelligenza delle persone, ed è un vero è proprio maltrattamento”, come accade in alcune di queste zone dove i diritti umani delle persone vengono violati costantemente. “Essere una bambina di 12 anni ed essere bella, in questi contesti – spiega con dolore suor Patricia – vuol dire spesso essere sequestrata e vivere schiavizzata. Noi stiamo cercando di portare il nostro aiuto, con i mezzi che abbiamo, e la voce del Santo Padre è senz’altro un aiuto enorme per questo grido della nostra terra, dei nostri popoli, perché potrà avere ripercussioni nell’ambito politico”. Secondo la religiosa resta prioritario far conoscere a livello internazionale la dura realtà che sono costretti a vivere i popoli Quechua e Aymara di queste regioni.“Tutti noi appartenenti alla reti che si dedicano a questi temi legati all’estrazione mineraria e delle comunità rurali siamo ricorsi al Papa come massima autorità della Chiesa, gli abbiamo portato la nostra voce, la nostra esperienza nella lotta per i diritti in questa parte di America, per aggiornarlo di ciò che accade in questi luoghi, per cui abbiamo grandi aspettative rispetto a quello che potrà succedere dopo della visita, e dei cambiamenti che potranno verificarsi anche a livello politico”, aggiunge suor Patricia, mostrando speranza per la visita del Papa e il suo interesse per queste terre. “Anche se non è arrivato fino a Puno – dice suor Patricia spiegando che molti degli abitanti della zona, che sono appunto contadini e minatori di villaggi molto piccoli e distanti, vedono molto lontano il Papa – in fondo è arrivato nei nostri cuori perché siamo molto grati per tute le sue parole e per la Laudato Si’ e tutto ciò che sta facendo in favore dei popoli indigeni e la madre terra”.

AMERICA/PERU - “Speriamo che almeno venga ascoltata la voce del Santo Padre” auspicando ripercussioni nell’ambito politico dopo la visita del Pontefice in Peru

Puno - “La presenza e la voce del Papa sono una consolazione per tutti noi, e siamo pienamente d’accordo quando egli dice che il grido dei poveri è il grido della Pachamama, la Madre Terra. Noi andini pensiamo che la terra sia un essere vivo, che si prende cura di noi e ci accoglie fino alla morte. Dato che non si da’ ascolto ai popoli indigeni, alle ONG e a tutte quelle istituzioni che, nonostante molti limiti, cercano di dare voce a questi popoli, speriamo che almeno venga ascoltata la voce del Santo Padre”, lo ha commentato all’Agenzia Fides suor Patricia Ryan, dell’equipe di Diritti Umani e Medio Ambiente , un organismo non governativo di ispirazione cristiana della Chiesa del Sud Andino. Questo gruppo – spiegano loro stessi - trova ispirazione nella parola di Dio ed è impegnato nella difesa della vita e della dignità umana, compresa la difesa e i diritti delle popolazioni indigene e della madre terra.“L’attività mineraria informale, ma anche quella legale o formale, non provoca soltanto una contaminazione ambientale, ma contamina tutto l’essere umano, contamina l’intelligenza delle persone, ed è un vero è proprio maltrattamento”, come accade in alcune di queste zone dove i diritti umani delle persone vengono violati costantemente. “Essere una bambina di 12 anni ed essere bella, in questi contesti – spiega con dolore suor Patricia – vuol dire spesso essere sequestrata e vivere schiavizzata. Noi stiamo cercando di portare il nostro aiuto, con i mezzi che abbiamo, e la voce del Santo Padre è senz’altro un aiuto enorme per questo grido della nostra terra, dei nostri popoli, perché potrà avere ripercussioni nell’ambito politico”. Secondo la religiosa resta prioritario far conoscere a livello internazionale la dura realtà che sono costretti a vivere i popoli Quechua e Aymara di queste regioni.“Tutti noi appartenenti alla reti che si dedicano a questi temi legati all’estrazione mineraria e delle comunità rurali siamo ricorsi al Papa come massima autorità della Chiesa, gli abbiamo portato la nostra voce, la nostra esperienza nella lotta per i diritti in questa parte di America, per aggiornarlo di ciò che accade in questi luoghi, per cui abbiamo grandi aspettative rispetto a quello che potrà succedere dopo della visita, e dei cambiamenti che potranno verificarsi anche a livello politico”, aggiunge suor Patricia, mostrando speranza per la visita del Papa e il suo interesse per queste terre. “Anche se non è arrivato fino a Puno – dice suor Patricia spiegando che molti degli abitanti della zona, che sono appunto contadini e minatori di villaggi molto piccoli e distanti, vedono molto lontano il Papa – in fondo è arrivato nei nostri cuori perché siamo molto grati per tute le sue parole e per la Laudato Si’ e tutto ciò che sta facendo in favore dei popoli indigeni e la madre terra”.

AMERICA/PERU’ - Dai martiri peruviani nuova spinta alla missione

Chimbote – Il 9 agosto 1991 p. Michal Tomaszek e p. Zbigniew Strzalkowski, due giovani Frati conventuali polacchi di Cracovia, che da un paio d’anni vivevano sulle Ande peruviane, portando il Vangelo alla gente di Pariacoto, furono sequestrati da un commando di una ventina di guerriglieri dell’organizzazione rivoluzionaria maoista “Sendero Luminoso”. Fecero irruzione nel villaggio e nel loro piccolo convento, li portarono via e subito dopo, al termine di un processo sommario, li uccisero nella campagna poco distante, nel luogo che loro stessi avevano chiamato “San Damiano” e dove si ritiravano in preghiera. I guerriglieri motivarono con queste parole l'uccisione dei due frati: “ingannano il popolo perché distribuiscono alimenti della Caritas, che è imperialismo; con la recita del rosario, il culto dei Santi, la Messa e la lettura della Bibbia predicano la pace e così addormentano la gente”.Pochi giorni dopo, a non molta distanza da questo luogo, nella stessa diocesi di Chimbote, un altro missionario, il sacerdote italiano don Alessandro Dordi, 60 anni, da 11 in Perù, appartenente alla Comunità missionaria del Paradiso, subì la stessa sorte, cadendo vittima di un’imboscata di Sendero Luminoso. Dopo aver celebrato la messa a Vinzos, paesino della Valle del fiume Santa, sulla strada la sua macchina venne fermata da uomini incappucciati, i due catechisti che lo accompagnavano furono fatti allontanare e don Alessandro venne ucciso. Era il 25 agosto 1991. Il sangue di due giovani francescani polacchi, insieme a quello di un sacerdote diocesano italiano, venuti da altre terre ad annunciare Cristo, si è quindi mescolato a quello di decine di migliaia di vittime innocenti del conflitto interno che dal 1981 ha opposto le formazioni di Sendero Luminoso di ispirazione maoista, alle operazioni militari dell’esercito.I tre missionari, accomunati dal martirio, considerati i protomartiri del Pesù, sono stati uniti anche nel riconoscimento della Chiesa, e sono stati beatificati il 5 dicembre 2015 a Chimbote, dinanzi ad una folla di trentamila fedeli. Nel suo messaggio per la circostanza, il Vescovo di Chimbote, Sua Ecc. Mons. Angelo Francisco Simon Piorno, spiegò l’espressione scelta per il logo della beatificazione: “Martiri della fede e della carità, testimoni di speranza”. “Martiri della fede, perché questa è stata ciò che ha dato loro la forza di affrontare la morte imminente e martiri della carità, perché tutta la loro vita è stata dedita alle comunità rurali, con la gente che vive in povertà ed emarginazione. Per queste ragioni, diventano non solo per la nostra diocesi, ma per tutta la Chiesa del Perù, testimoni di speranza".Nella sua visita in Perù Papa Francesco non potrà recarsi sul luogo del martirio, tuttavia ben conosce la vicenda, e il 3 febbraio 2015 ha approvato il loro martirio “in odio alla fede”. Durante la Giornata Mondiale della Gioventù celebrata a Cracovia nel luglio 2016, il Papa ha compiuto una breve visita nella chiesa di San Francesco, dove si venerano le reliquie dei due martiri Francescani, pronunciando in questo luogo una preghiera per la pace: “resi forti dall’esempio dei beati martiri del Perù, Zbigniew e Michele, che hai reso valorosi testimoni del Vangelo, al punto che hanno offerto il loro sangue, chiediamo il dono della pace e l’allontanamento da noi della piaga del terrorismo”.“I due missionari francescani possono a giusto titolo essere considerati dei modelli da proporre ai giovani nel cammino verso il Sinodo di ottobre, dedicato proprio ai giovani, alla fede e al discernimeno vocazionale” sottolinea all’Agenzia Fides Alberto Friso, giornalista che ha approfondito la vita, la formazione, la scelta vocazionale e la morte violenta dei due religiosi polacchi. “Si tratta infatti di due giovani, poco più che trentenni, da poco ordinati sacerdoti, che hanno fondato la presenza dei Frati Conventuali in Perù. La loro scelta radicale, il desiderio di seguire Cristo, il significato di una vita spesa per gli altri possono dire molto ai giovani di oggi”.Un altro aspetto di sintonia con il magistero di Papa Francesco Friso lo coglie nel tema delle periferie e della povertà: “le Ande peruviane erano senza dubbio la periferia della periferia del mondo, e questi missionari hanno scelto di vivere poveri tra i poveri, ma sempre forti nella fede e pieni d’amore”. Si dedicarono al difficile compito di prendersi cura, sotto tutti i punti di vista, della popolazione di diversi villaggi. Dovunque hanno lasciato il ricordo della loro umiltà, povertà, affabilità, capacità di impegnarsi per il bene comune, per la vita comunitaria, per la pace e per la promozione dell’uomo, per la speranza autentica che viene dal Vangelo. Sulla stessa linea anche don Alessandro, che con l'aiuto della Caritas spagnola aprì un centro per la promozione della donna, organizzò un'associazione per le madri, fornendo loro gli strumenti per piccoli lavori manuali di taglio e cucito, ma anche corsi di pronto soccorso, igiene e salute. Dall’attenta analisi della documentazione che ha portato alla loro beatificazione, è chiaramente emerso che furono uccisi poiché i guerriglieri di Sendero Luminoso consideravano l’opera pastorale e la fede un ostacolo alla loro propaganda. Don Alessandro aveva più volte ricevuto minacce di morte, ma non abbandonò la sua missione. "Una terra che è stata innaffiata con il sangue dei martiri, è chiamata a generare nuovi cristiani sotto l'esempio del Vangelo" ha affermato il Vescovo di Chimbote, e quella terra continua a dare al mondo nuovi missionari che proseguono l’opera di evangelizzazione e di promozione dell’uomo, oggi confermata dal Successore di Pietro.

AMERICA/PERÙ - Con la visita di Papa Francesco, al via la preparazione del Sinodo per l'Amazzonia

Puerto Maldonado - Papa Francesco ha fatto storia: “Il Papa aveva avuto incontri di forte vicinanza con le identità culturali indigene, soprattutto nei suoi incontri con i movimenti popolari e in alcuni suoi viaggi”, dice all'Agenzia Fides Mauricio López, Segretario Esecutivo della Rete Ecclesiale Panamazzonica . "Ma l'incontro con circa 3.000 leader – uomini e donne – dei popoli amazzonici, avvenuto a Puerto Maldonado, ha una portata capitale". Il Papa ha confermato la piena cittadinanza dei popoli indigeni amazzonici nella Chiesa, suggellando l'alleanza per la salvaguardia delle loro culture, delle risorse naturali e della loro stessa sopravvivenza. “Il riconoscimento di questi popoli – che non possono mai essere considerati una minoranza, ma autentici interlocutori”, ha detto Francesco, “ci ricorda che non siamo i padroni assoluti del creato. E' urgente accogliere l’apporto essenziale che offrono a tutta la società” poiché “la loro visione del cosmo e la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi. Tutti gli sforzi che facciamo per migliorare la loro vita saranno sempre pochi”. Lopez rileva a Fides: “Già come di redattore del documento finale del grande consesso dei Vescovi latinoamericani di Aparecida - dove il tema dell'Amazzonia appare con profondità e chiarezza - Bergoglio aveva manifestato attenzione e prossimità a queste problematiche”. Dato che i segni, nelle culture indigene, contano molto, la distribuzione degli spazi nel palazzetto dello sport di Puerto Maldonado mostrava plasticamente il valore assegnato dalla Chiesa a questa istanza, che d'altra parte il Papa stesso ha enfatizzato . “Il Santo Padre, come rappresentante della Chiesa - spiega Lopez - era accompagnato e circondato dagli anziani saggi di questi popoli. Poi, in un secondo anello di prossimità, aveva attorno a sè i membri dei diversi popoli indigeni amazzonici, e solo dopo, in un terzo anello, i rappresentanti della Chiesa e del governo”. A Puerto Maldonado, la Chiesa “ha reso possibile un incontro tra le diverse spiritualità e identità delle nazionalità amazzoniche con la fede cristiana”, illustra il dirigente laico ecclesiale, che considera il messaggio di “una forza straordinaria”. Francesco ha denunciato di nuovo, riassume López, “un modello di sviluppo economico che produce morte e 'scartati'”, ed ha rivolto un “appello per il riconoscimento e l'affermazione delle culture originarie” che costituiscono “un modello di sviluppo umano integrale”. Per la Chiesa, quest'impegno non è nuovo, ma è sostenuto nel tempo, spesso in solitudine, contro tutti e con numerosi martiri, sin dall'arrivo dei primi missionari. In serata, come annunciato pubblicamente dal Papa, si è compiuto il primo passo nella preparazione del Sinodo speciale per l'Amazzonia: un consiglio pre-sinodale di un giorno e mezzo, per il quale il card. Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, membro della delegazione vaticana, ha convocato attraverso la Repam i vescovi dell'Amazzonia , rappresentanti del Celam , della Conferenza latinoamericana dei religiosi e della Caritas, per raccogliere opinioni in vista del Sinodo, che si realizzerà nell'ottobre 2019.

AFRICA/CAMERUN - Una Chiesa viva che si sforza di essere un elemento di unione nazionale

Roma - “Nel sud del Camerun la percentuale di cattolici è molto alta. C’è un gran numero di parrocchie ben organizzate e dotate di buone strutture. Ho visto chiese nuovissime ed altre in costruzione. Il sud ha un numero di sacerdoti superiore alle proprie necessità mentre al nord questi scarseggiano” dice all’Agenzia Fides p. Fernando Domingues, missionario comboniano, Segretario Generale della Pontificia Opera di San Pietro Apostolo, che è appena tornato da una serie di incontri con la Chiesa locale nel Camerun.P. Domingues ha rilasciato a Fides la seguente intervista.Come si può gestire un cosi alto numero di vocazioni concentrate in una sola parte del Paese?Ho suggerito di costituire dei Fidei Donum interni, in modo che le diocesi che hanno un’abbondanza di preti possano aiutare quelle del nord. In effetti in alcune diocesi del sud le parrocchie sono quasi sature di preti, tante è vero che un Vicario Generale mi ha detto di faticare a trovare una collocazione per i nuovi sacerdoti, anche perché una parrocchia può sostenere economicamente un sacerdote ma fa fatica a sostenerne due o tre. La Chiesa in Camerun inoltre può prendere esempio Baba Simon, al secolo Simon Mpeke , un sacerdote del sud del Camerun che alla fine degli anni ’50 del secolo scorso aveva chiesto di essere inviato in un’area di prima evangelizzazione nel nord del Camerun, nella diocesi di Maroua-Mokolo. Baba Simon ha dato una testimonianza magnifica sia d’impegno missionario di prima evangelizzazione sia di vita accanto alla popolazione locale; andava scalzo avendo scelto di vestirsi come la gente povera che evangelizzava. La diocesi di Maroua-Mokolo ha iniziato il processo di beatificazione e i Vescovi del Camerun lo propongono come modello di sacerdote diocesano pieno di spirito missionario vissuto in modo quasi eroico. La seconda indicazione che mi sono permesso di offrire alla Chiesa del Camerun è che data l’abbondanza di seminaristi, i Vescovi insieme ai formatori hanno la possibilità di scegliere i migliori candidati al sacerdozio, visto che quest’ultimo non è un diritto della persona ma un servizio alla Chiesa. Una linea di tendenza che è già in atto. Il problema è trovare le modalità per un processo di accompagnamento personale di ogni singolo seminarista, così che ci possa essere un discernimento che aiuti i candidati a capire se effettivamente il Signore li chiama al sacerdozio oppure invece ad un’altra vocazioneIn questa situazione le congregazioni missionarie sono ancora presenti in Camerun?Sì ma al sud però sono presenze specializzate, si tratta soprattutto di direttori spirituali o insegnanti nei seminari, mentre sono veramente poche le parrocchie gestite dai missionari, vista l’abbondanza di clero locale. Al nord invece vista la scarsità di sacerdoti locali vi sono ancora spazi per attività missionarie di prima evangelizzazione e di assistenza alle parrocchie.Per quanto riguarda le attività missionarie dei sacerdoti camerunesi, non c’è un movimento organizzato di Fidei Donum da inviare all’estero, ma vi sono tante iniziative su base individuale per inviare al di fuori del Camerun preti locali in altri Paesi. Vi è ancora una forte presenza di congregazioni missionarie che hanno diversi candidati locali che costituiscono una forza missionaria che opera sia nel Camerun sia in altri Paesi. Si tratta di una realtà molto importante tanto è vero che proprio in Camerun si è tenuto in questi giorni un simposio africano sulla vita religiosa che ha visto la partecipazione del Cardinale João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, seguito dall’Assemblea dei Superiori Maggiori Maschili e Femminili.Le regioni anglofone del Paese sono da tempo in agitazione ed hanno persino dichiarato una simbolica indipendenza. Come vive la Chiesa questa situazione?Per motivi storici la stragrande maggioranza della Chiesa è francofona. Vi sono però due aree nel nord-ovest e nel sud-ovest che sono anglofone e che dal punto di vista sociale sente da tempo il bisogno di autonomia che di recente è sfociato in tendenze indipendentiste. A livello di Conferenza Episcopale c’è uno sforzo per la costruzione della comunione ecclesiale tra le due componenti linguistiche. Ad esempio nell’ultimo Seminario Annuale dei Vescovi del Camerun al quale ho partecipato era molto chiaro l’impegno a far sì che tutti potessero capire tutto, con i diversi documenti scritti in francese e in inglese. Dove era necessario c’era la traduzione simultanea diretta. La Chiesa si sforza di essere un elemento di unione nazionale. Il nostro Direttore Nazionale che è madrelingua inglese, mi diceva che quando è in presenza di francofoni cerca sempre di parlare in francese, e la stessa cosa cercano di fare con lui i francofoni sforzandosi di parlargli in inglese.

AMERICA/PERU' - Il Papa a Lima: la corruzione è il“flagello sociale”che devasta il Continente latinoamericano

Lima - La corruzione è il “virus sociale” che infetta i popoli e le democrazie latinoamericane. Essa si diffonde come “una forma – molte volte sottile – di degrado ambientale che inquina progressivamente tutto il tessuto vitale”. E tutto “ciò che si può fare per lottare contro questo flagello sociale merita il massimo della considerazione e del sostegno”. Lo ha detto Papa Francesco, nel discorso pronunciato il pomeriggio di venerdì 19 gennaio a Lima, nel cortile d'onore del Palacio de Gobierno, davanti al Presidente peruviano Pedro Kuczynsky, alle autorità peruviane, ai rappresentanti della società civile e al Corpo diplomatico.Nel suo intervento, il Vescovo di Roma ha voluto segnalare la corruzione come una patologia sociale che contamina e debilita la convivenza civile in America Latina. Riferendosi alla specifica situazione peruviana, il Papa ha richiamato l'attenzione soprattutto sulla dilapidazione della terra “dalle risorse naturali, senza le quali non è possibile alcuna forma di vita”, chiamando in causa “un modello di sviluppo ormai superato ma che continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale ". La devastazione dell'ambiente – ha rimarcato il Papa - purtroppo, è strettamente legata al degrado morale delle nostre comunità. Non possiamo pensarle come due questioni separate”. Come esempio delle aggressioni all'ambiente naturale che si trasformano in fattori di degrado umano e sociale, Papa Bergoglio ha indicato il fenomeno delle “estrazioni minerarie irregolari” che “sono diventate un pericolo che distrugge la vita delle persone; le foreste e i fiumi vengono devastati con tutta la loro ricchezza. Tutto questo processo di degrado implica e alimenta organizzazioni al di fuori delle strutture legali che degradano tanti nostri fratelli sottomettendoli alla tratta – nuova forma di schiavitù –, al lavoro irregolare, alla delinquenza”. Per arginare e contrastare questi processi devastanti – ha suggerito il Papa nel su discorso – conviene “E questo richiede di ascoltare, riconoscere e rispettare le persone e i popoli locali come validi interlocutori” visteo che proprio loro “mantengono un legame diretto con il territorio, conoscono i suoi tempi e i suoi processi e sanno, pertanto, gli effetti catastrofici che, in nome dello sviluppo, stanno provocando molte iniziative.”. Tra le risorse e i motivi di speranza per il futuro del Perù, il Papa ha anche fatto riferimento ai tesori di santità cristiana che hanno arricchito la vicenda storica del popolo peruviano: “Mi rallegra anche” ha detto il Successore di Pietro “un fatto storico: sapere che la speranza in questa terra ha un volto di santità. Il Perù ha generato santi che hanno aperto strade di fede per tutto il continente americano; per nominarne solo uno, Martino de Porres, il quale, figlio di due culture, mostrò la forza e la ricchezza che nasce nelle persone quando mettono l’amore al centro della loro vita”. .

AMERICA/PERU' - Il Papa in Amazzonia:perverse le politiche che difendono la natura dimenticando gli uomini

Puerto Maldonado – I popoli originari dell'Amazzonia “non sono mai stati tanto minacciati nei loro territori come lo sono ora ”. A mettere a rischio la loro sopravvivenza sono “il neoestrattivismo e la forte pressione da parte di grandi interessi economici che dirigono la loro avidità sul petrolio, il gas, l’oro, le monocolture agro-industriali”. Ma i pericoli per loro vengono anche dalla “perversione di certe politiche che promuovono la 'conservazione' della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli amazzonici che la abitate”. Lo ha detto Papa Francesco, parlando acirca 4mila rappresentanti dei popoli amazzonici riuniti nel Coliseo Madre de Dios a Puerto Maldonado, seconda tappa del suo viaggio apostolico in terra peruviana. Il Papa ha sollevato il velo sui "movimenti che, in nome della conservazione della foresta, si appropriano di grandi estensioni di boschi e negoziano su di esse generando situazioni di oppressione per i popoli originari, per i quali, in questo modo, il territorio e le risorse naturali che vi si trovano diventano inaccessibili. Questa problematica" ha aggiunto Papa Bergoglio "soffoca i vostri popoli e causa migrazioni delle nuove generazioni di fronte alla mancanza di alternative locali. Dobbiamo rompere il paradigma storico che considera l’Amazzonia come una dispensa inesauribile degli Stati senza tener conto dei suoi abitanti”. Tutto l'intervento del Vescovo di Roma ha voluto documentare che la difesa della natura e della terra “non ha altra finalità che non sia la difesa della vita”, e che tale “opzione primordiale per la vita” si manifesta nella sollecitudine preferenziale per i più deboli, che nel contesto amazzonico – ha chiarito il Papa – sono i cosiddetti Ppopoli indigeni d'isolamento volontario : quelli che si sono ritirati nei recessi più iunaccessibili della foresta amazzonica, per poter vivere in libertà. E che ora vanno difesi come “fratelli più vulnerabili”. La loro presenza – ha insistito Papa Francesco “ci ricorda che non possiamo disporre dei beni comuni al ritmo dell’avidità del consumo”. Occorre riconoscere e accogliere l’apporto essenziale che offrono a tutta la società, senza “fare delle loro culture una idealizzazione di uno stato naturale, e neppure una specie di museo di uno stile di vita di un tempo”. I popoli autoctoni minacciati dal “Colonialismo culturale”Tra le aggressioni e le violenze subite dai popoli originari dell'Amazzonia, Papa Francesco ha ricordato le sofferenze derivanti dalle “fuoriuscite di idrocarburi che minacciano seriamente la vita delle vostre famiglie e inquinano il vostro ambiente naturale”, e la tratta di persone connessa con il fenomeno delle estrazioni minerarie illegali, con la mano d'opera schiavizzata e con gli abusi sessuali su donne e adolescenti. Il Papa ha anche chiamato in causa i “nuovi colonialismi” ideologici che rischiano di annientare le tradizioni proprie dei popoli autoctoni, con un riferimento esplicito alle campagne di controllo demografico attraverso metodi sterilizzanti che organismi internazionali cercano di imporre anche in Amazzonia. “In momenti passati di crisi, di fronte ai diversi imperialismi” ha detto Papa Francesco “la famiglia dei popoli originari è stata la migliore difesa della vita. Ci è chiesta una speciale cura per non lasciarci catturare da colonialismi ideologici mascherati da progresso che a poco a poco entrano e dilapidano identità culturali e stabiliscono un pensiero uniforme, unico... e debole”.Una Chiesa con la faccia indigenaLe emergenze e le minacce che pesano sulla vita delle popolazioni amazzoniche – ha detto Papa Francesco – dovrebbero spingere le autorità politiche a “dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri”. Il Vescovo di Roma ha richiamato le “iniziative di speranza” di chi propone “che gli stessi popoli originari e le comunità siano i custodi delle foreste, e che le risorse prodotte dalla loro conservazione ritornino a beneficio delle vostre famiglie, a miglioramento delle vostre condizioni di vita, della salute e dell’istruzione delle vostre comunità”. In particolare, la scuola e l'educazione dei popoli autoctoni – ha auspicato il Papa – dovrebbero rappresentare un ambito di impegno prioritario per le autorità politiche, mirante a rispettare e integrare come un bene di tutta la Nazione la loro “saggezza ancestrale”. E anche la Chiesa – ha suggerito il Successore di Pietro, offrendo un accenno dello spirito che animerà il Sinodo dei vescovi per l'Amazzonia da lui convocato per il 2019 - è chiamata a confermare e rinnovare la predilezione per le popolazioni autoctone che ha segnato il suo cammino in America Latina, fin dai tempi del Santo francescano Toribio de Benavente Motolinia, citato dal Papa Francesco: “Quanti missionari e missionarie” ha ricordato il Papa “si sono impegnati con i vostri popoli e hanno difeso le vostre culture! Lo hanno fatto ispirati dal Vangelo. Anche Cristo si è incarnato in una cultura, quella ebrea, e a partire da quella, si è donato a noi come novità per tutti i popoli in modo che ciascuno, a partire dalla propria identità, si senta autoaffermato in Lui”. Occorre – a aggiunto il vescovo di Roma “che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche. Aiutate i vostri Vescovi, i missionari e le missionarie affinché si uniscano a voi, e in questo modo, dialogando con tutti, possano plasmare una Chiesa con un volto amazzonico, una Chiesa con un volto indigeno”. .

ASIA/INDONESIA - I cattolici promuovono pace e non violenza, contro la strumentalizzazione della fede

Giacarta, - La comunità cattolica ha un ruolo importante da svolgere in Indonesia per la promozione della pace e dell'armonia e per lottare contro ogni strumentalizzazione politica della religione: lo afferma all'Agenzia Fides Nat Widiasari, docente di comunicazione all'Università cattolica "Atma Jaya" a Giacarta."In alcune parti della nazione, l'armonia religiosa si vive tranquillamente. In altre parti, le tensioni religiose tra le diverse comunità sono una condizione latente, a causa della presenza di leader musulmani fondamentalisti, che desiderano polarizzare la società su base religiosa, per motivi politici o per altri interessi", rileva il docente, indicando il rischio di strumentalizzazione della fede. "Il governo, in collaborazione con i gruppi della società civile, cerca di disinnescare tali tendenze malsane e sottolinea l'armonia religiosa come presupposto per lavorare insieme per il bene e lo sviluppo comune", spiega Widiasari, .In Indonesia, la tradizione etnica è fortemente presente e "le norme della tradizione sono più importanti rispetto alle norme religiose", rileva il professore. In un paese a maggioranza islamica, la comunità cattolica, prosegue, "è una parte importante delle minoranze religiose, e controbuisce a orientare i battezzati sulle questioni che riguardano le relazioni tra le comunità, suggerendo strade di impegno per la pace, la giustizia sociale, il dialogo interreligioso. Il suo contributo è prezioso nel paese, alivello individuale e collettivo".L'Indonesia ha la popolazione islamica più vasta al mondo: su 243 milioni di persone , i cristiani rappresentano circa il 10% della popolazione

AFRICA/MALAWI - Morto un sacerdote per le ferite riportate in un assalto di banditi di strada

Lilongwe - Ucciso un sacerdote cattolico in Malawi. Si tratta di p. Tony Mukomba dell'Arcidiocesi di Blantyre, morto la sera del 17 gennaio all'ospedale privato di Mwaiwathu dopo essere stato ferito gravemente da un gruppo di banditi.La settimana scorsa, la vettura di p. Mukomba è stata bloccata da alcuni uomini armati a Nguludi mentre si recava a Blantyre. Il sacerdote è stato bendato e trascinato via dai banditi che lo hanno colpito selvaggiamente per estorcergli del denaro.I funerali di p. Mukomba si terranno domani, sabato 20 gennaio, nella cattedrale di Limbe. La cerimonia funebre verrà presieduta da Sua Ecc. Mons. Thomas Luke Msusa, Arcivescovo di Blantyre.

AMERICA/BRASILE - Un centinaio di indigeni brasiliani, con i loro Vescovi, presenti a Puerto Maldonado

Porto Velho - La visita di Papa Francesco a Puerto Maldonado, oltre i confini nazionali è vista come una presenza in Amazzonia da parte delle popolazioni indigene e della Chiesa della regione. In questo senso, si prevede l'arrivo di popoli indigeni di diversi paesi, tra cui una carovana di cento brasiliani indigeni, che secondo Rose Padilha, coordinatore del Consiglio missionario indiano nell'Amazzonia occidentale, è in preparazione da un mese.Ad accompagnare i popoli nativi brasiliani saranno alcuni Vescovi, tra cui Mons. Roque Paloschi, Arcivescovo di Porto Velho, capitale dello stato amazzonico di Rondonia, e Presidente del Consiglio Indigenista Missionario . Il Presule brasiliano ha detto a Fides che "il Successore di Pietro viene solo per una riunione del fratello con i fratelli e sorelle di questa regione, e soprattutto, perché vuole ascoltare i popoli indigeni", notando che la presenza di Papa Francesco può "aiutare le nostre Chiese particolari ad allargare il cuore verso questa presenza insieme ai primi abitanti delle terre amerindie".Nella stessa direzione si è espresso Mons. Joaquín Pertiñez, Vescovo di Rio Branco, che ha detto a Fides: "siamo molto felici di dare il benvenuto al Papa nella nostra realtà Amazzonica e ascoltare la sua grande preoccupazione per i nostri popoli, per la nostra terra, per l'Amazzonia, già espressa nell'enciclica Laudato Sì, nella convocazione di un Sinodo per l’Amazzonia e nella scelta di Puerto Maldonado come centro della regione amazzonica per questo incontro con le popolazioni indigene della nostra regione".Insieme all'incontro di Puerto Maldonado, il Presidente del CIMI sottolinea l'importanza del Sinodo, che "sarà un momento molto speciale, come ha detto il Papa, per trovare nuove vie per l'evangelizzazione in questa regione, per avere una presenza qualificata tra i popoli amazzonici, affinché la Chiesa sia sempre più una Chiesa in uscita, una Chiesa samaritana, una Chiesa accogliente e a servizio, una Chiesa capace di rispettare i semi del Verbo presenti nelle culture di questa regione".Infine, l'Arcivescovo di Porto Velho affida questo momento e i lavori futuri della Chiesa dell'Amazzonia a “Maria, la Madre di Gesù, venerata con così tanti titoli in questa grande e incantevole regione amazzonica, perché ci aiuti a remare nei fiumi e nei ruscelli nella speranza di essere sempre fedeli a Colui che è Via, Verità e Vita".

ASIA/PAKISTAN - Preghiera in memoria di Razia Joseph, attivista cattolica dei diritti umani

Faisalabad - Si tengono oggi 19 gennaio a Faisalabad, alle 15 ora locale, i funerali di Razia Joseph, donna cattolica e attivista per i diritti umani, stroncata da un infarto il 17 gennaio. La donna era fondatrice e direttrice della "Woman shelter organization", un rifugio per donne abbandonate, vittime di maltrattamenti e abusi, forzate al matrimonio o sfregiate con l’acido. "Il suo esempio è prezioso. Nella sua vita ha fatto tanto per tutelare le donne pakistane vittime di violenza fisica e morale: e c'è tanto bisogno di questo impegno in Pakistan. Ringraziamo Dio per avercela donata", dichiara all'Agenzia Fides p. Emmanuel Parvez, sacerdote cattolico di Faisalabad, che ha collaborato con la donna.Come appreso da Fides, a partire dal 1997, nella struttura creata da Razia joseph hanno trovato accolgienza centinaia di donne, cristiane, musulmane e indù, scampate alla violenza, ricevendo sostegno materiale, psicologico, spirituale, legale. Razia Joseph, 60 anni di cui oltre 38 spesi a favore dei più poveri, in particolare le donne e i bambini, era piena di energia nel denunciare i crimini contro gli indifesi e nell’attivarsi per superare le discriminazioni. Nonostante numerose minacce ricevute negli anni e i malanni fisici che ormai da tempo la accompagnavano, non ha mai fatto un passo indietro, pur di dare dignità alle sue assistite in Pakistan e all’estero. A dicembre del 2017, era riuscita a perorare la sua causa a Bruxelles di fronte a un centinaio di parlamentari europei. L’impegno politico del resto non le era estraneo, tanto che era stata eletta nel Parlamento pakistano, dove tuttavia era rimasta appena per un anno, il 2011, perché – spiegava – "non c’erano le condizioni per cambiare le cose. Mi sono battuta per i diritti delle donne, ma senza successo". Allora era tornata a farlo in strada, sviluppando nuovi progetti con la sua organizzazione nella quale lavora un bel team di educatori, formatori e volontari che continueranno ora la sua meritevole opera. La "Woman shelter organization" fondata da Razia Joseph spazia molto quanto a interventi sociali. Per i bambini l’associazione ha fondato una piccola scuola primaria che accoglie gli scolari più poveri della zona. Significativi anche i corsi di scolarizzazione per i bambini lavoratori, in particolare i cosiddetti "brick makers", i produttori di mattoni di argilla. L’iniziativa in quattro anni ne ha coinvolto un migliaio. Per le donne, la novità più recente sono i programmi per la formazione di ostetriche, che dal 2000 ad oggi hanno fornito competenze base di ostetricia a circa 500 giovani donne. I progetti a favore della scolarizzazione delle donne riguardano anche altri comparti professionali: corsi di ricamo e cucito, di estetista e parrucchiera , e di informatica. Circa 4.500 donne ne hanno beneficiato. Numerosi gli estimatori del suo impegno pastorale e sociale che in pakistan ma anche in paesi europei la ammiravano e sostenevano.

ASIA/PAKISTAN - Deceduta Razia Joseph, attivista cattolica dei diritti umani

Faisalabad - Si tengono oggi 19 gennaio a Faisalabad, alle 15 ora locale, i funerali di Razia Joseph, donna cattolica e attivista per i diritti umani, stroncata da un infarto il 17 gennaio. La donna era fondatrice e direttrice della "Woman shelter organization", un rifugio per donne abbandonate, vittime di maltrattamenti e abusi, forzate al matrimonio o sfregiate con l’acido. "Il suo esempio è prezioso. Nella sua vita ha fatto tanto per tutelare le donne pakistane vittime di violenza fisica e morale: e c'è tanto bisogno di questo impegno in Pakistan. Ringraziamo Dio per avercela donata", dichiara all'Agenzia Fides p. Emmanuel Parvez, sacerdote cattolico di Faisalabad, che ha collaborato con la donna.Come appreso da Fides, a partire dal 1997, nella struttura creata da Razia joseph hanno trovato accolgienza centinaia di donne, cristiane, musulmane e indù, scampate alla violenza, ricevendo sostegno materiale, psicologico, spirituale, legale. Razia Joseph, 60 anni di cui oltre 38 spesi a favore dei più poveri, in particolare le donne e i bambini, era piena di energia nel denunciare i crimini contro gli indifesi e nell’attivarsi per superare le discriminazioni. Nonostante numerose minacce ricevute negli anni e i malanni fisici che ormai da tempo la accompagnavano, non ha mai fatto un passo indietro, pur di dare dignità alle sue assistite in Pakistan e all’estero. A dicembre del 2017, era riuscita a perorare la sua causa a Bruxelles di fronte a un centinaio di parlamentari europei. L’impegno politico del resto non le era estraneo, tanto che era stata eletta nel Parlamento pakistano, dove tuttavia era rimasta appena per un anno, il 2011, perché – spiegava – "non c’erano le condizioni per cambiare le cose. Mi sono battuta per i diritti delle donne, ma senza successo". Allora era tornata a farlo in strada, sviluppando nuovi progetti con la sua organizzazione nella quale lavora un bel team di educatori, formatori e volontari che continueranno ora la sua meritevole opera. La "Woman shelter organization" fondata da Razia Joseph spazia molto quanto a interventi sociali. Per i bambini l’associazione ha fondato una piccola scuola primaria che accoglie gli scolari più poveri della zona. Significativi anche i corsi di scolarizzazione per i bambini lavoratori, in particolare i cosiddetti "brick makers", i produttori di mattoni di argilla. L’iniziativa in quattro anni ne ha coinvolto un migliaio. Per le donne, la novità più recente sono i programmi per la formazione di ostetriche, che dal 2000 ad oggi hanno fornito competenze base di ostetricia a circa 500 giovani donne. I progetti a favore della scolarizzazione delle donne riguardano anche altri comparti professionali: corsi di ricamo e cucito, di estetista e parrucchiera , e di informatica. Circa 4.500 donne ne hanno beneficiato. Numerosi gli estimatori del suo impegno pastorale e sociale che in pakistan ma anche in paesi europei la ammiravano e sostenevano.

AMERICA/VENEZUELA - I Vescovi sull’omicidio di Oscar Pérez: “orribile massacro con esecuzioni extragiudiziali”

Caracas – La Conferenza Episcopale del Venezuela ha definito come "massacro" l'operazione di polizia scattata lunedì 15 gennaio, durante la quale sono state uccise 9 persone, tra cui l'ex ufficiale di polizia Oscar Pérez, che si era ribellato al governo di Nicolás Maduro. La CEV ha inviato a Fides una dichiarazione pubblica in cui "denuncia l'orribile massacro con delle esecuzioni extragiudiziali e la morte di civili in azioni perpetrate da forze militari"."Questo atto ci mette di fronte al degrado e alla mancanza di rispetto della dignità e dei diritti umani che riguardano qualsiasi persona" si legge nel documento della CEV, in cui si chiede alle autorità un'indagine su tale operazione. I Vescovi venezuelani contestano "la mancanza di una risoluzione pacifica del conflitto di fronte a un caso di richiesta di resa, l'assenza di pubblici ministeri nel procedimento e l'uso di gruppi civili armati" nell'operazione, difesa dall'esecutivo.I Vescovi chiedono alla Procura "di assicurare la consegna ai parenti dei corpi dei defunti", non ancora avvenuta dopo 72 ore dall'operazione di polizia, "evitando così la cremazione, senza la loro autorizzazione, per determinare la causa della morte".Oscar Pérez si era ribellato a Maduro lo scorso giugno, quando sorvolò Caracas con un elicottero della polizia scientifica e sparò su due edifici pubblici senza causare feriti o morti. In quel momento i giovani universitari hanno manifestato per le strade di Caracas e ci sono stati molti morti e feriti . Da allora, in modo clandestino, Pérez ha registrato diversi video in cui chiedeva una rivolta popolare contro il governo Maduro. Il mese scorso era entrato con la forza, insieme ai suoi uomini, in una base militare da cui ha rubato armi e contestato ai soldati la loro lealtà verso Maduro. Prima di essere ucciso, l'ex-agente di 36 anni ha trasmesso diversi video sulle reti sociali chiedendo di trattare la resa per salvare la vita dei "civili innocenti" che c'erano nella casa dove si era arroccato a El Junquito, nella zona periferica di Caracas.Sebbene ieri sera il Tribunale Supremo di Giustizia nominato dall’Assemblea Nazionale abbia condannato l'operato della polizia e dei militari, la notizia dell'esecuzione di Perez ha generato confusione nella società venezuelana e uno strano senso di rimorso. Anche Amnesty International ha condannato il fatto e, insieme ad altri organismi per la difesa dei diritti umani, ha chiesto chiarimenti al governo di Maduro.Se il governo di Maduro aveva pensato di inviare con questa azione un potente messaggio al paese sui rischi che corrono i possibili seguaci di Pérez, i video che continuano a girare sulle reti sociali della richiesta di resa dello stesso Pérez stanno provocando una reazione completamente opposta.

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Il Card. Hummes: “Per l’Amazzonia un modello di sviluppo a partire dal Vangelo”

“ll modello di sviluppo che si sta applicando nell'Amazzonia da parte dei governi, delle grandi aziende pubbliche e dell'iniziativa privata, è dannoso e devastante per la realtà ambientale e per i popoli indigeni. La Chiesa può e deve partecipare al dibattito su tali questioni, a partire dal Vangelo”: così il Cardinale brasiliano Claudio Hummes - presidente della Rete Ecclesiale Panamazzonica della Chiesa latinoamericana e della commissione per l'Amazzonia della Conferenza Episcopale Brasiliana – spiega in una intervista all’Agenzia Fides come si preparano le Chiese locali all'assemblea speciale del sinodo dei Vescovi che le riguarda, mentre affrontano ogni giorno ardue sfide missionarie e sociali.Come si prepara la Chiesa in Brasile e in tutta l'America Latina per il Sinodo speciale per l'Amazzonia?La decisione di Papa Francesco di realizzare un sinodo speciale per l'Amazzonia e il suo annuncio del 15 ottobre in piazza San Pietro sono motivo di molta esultanza e di segni di gratitudine da parte dei cattolici del Brasile, specialmente di quelli dell'Amazzonia. Questa vivace risposta da parte nostra è il primo passo per la preparazione del sinodo. Poi, la Conferenza Episcopale Brasiliana ha una commissione episcopale per l'Amazzonia e il Celam ospita la sede della Rete Ecclesiale Panamazzonica . Ovviamente questi organismi, insieme alle diocesi e alle altre giurisdizioni ecclesiastiche dell'Amazzonia, sono più direttamente incaricati di contribuire alla preparazione del sinodo. C'è già un gran movimento, in termini di incontri nella regione. Certamente, la visita del Papa all'amazzonia peruviana, a Puerto Maldonado, il 19 gennaio, e il suo incontro lì con centinaia di indigeni e con i vescovi che rappresentano i 9 Paesi della Panamazzonia sarà un forte impulso iniziale per questa preparazione. Link correlati :Leggi l'intervista completa su Omnis Terra

AMERICA/CILE - Il Papa a Iquique: non c'è gioia cristiana quando si chiudono le porte agli altri

Iquique - L'apertura agli immigrati e ai forestieri è un segno che Cristo sta operando nei nostri cuori, portando a compimento il suo “miracolo”. Mentre, al contrario, “sappiamo bene che non c’è gioia cristiana quando si chiudono le porte; non c’è gioia cristiana quando si fa sentire agli altri che sono di troppo o che tra di noi non c’è posto per loro”. Lo ha detto Papa Francesco nell'omelia della messa celebrata al Campus Lobito di Iquique, capitale della regione di Tarapacá, affacciata sull'Oceano Pacifico, durante l'ultima tappa del suo viaggio in terra cilena. Prendendo spunto dall'episodio evangelico delle Nozze di Cana, letto durante la messa, il Papa ha messo in rilievo la pronta sollecitudine mostrata da Maria nel farsi carico delle difficoltà degli sposi. Quella sollecitudine – ha voluto suggerire il Papa – risulta familiare ai popoli del nord cileno, che anche grazie alla devozione popolare quasi si conformano ai sentimenti e alle azioni della Madre di Dio: “Voi” ha detto il Papa rivolto ai fedeli presenti “sapete celebrare cantando e danzando «la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione”. La Vergine María - ha detto il Papa riferendosi alle devozioni mariane vive in quella parte del Popolo di Dio “va per i nostri villaggi, per le vie, le piazze, le case, gli ospedali. Maria è la Virgen de la Tirana; la Virgen Ayquina a Calama; la Virgen de las Peñas ad Arica, che passa per tutti i nostri problemi familiari, quelli che sembrano soffocarci il cuore, per accostarsi all’orecchio di Gesù e dirgli: vedi, 'non hanno vino' ”. La regione di Iquique è terra di forte immigrazione, avvezza a accogliere flussi di migranti in cerca i una vita migliore. Le famiglie che vi arrivano, soprattutto quando sono costrette a lasciare la loro terra perchè non hanno il necessario per vivere – ha detto il Papa – sono simili alla “Santa Famiglia, che dovette attraversare deserti per poter continuare a vivere”. Il Papa ha espresso la speranza che le popolazioni locali custodiscano l'attitudine all'ospitalità che le connota, continuando a conformarsi alla sollecitudine operosa della Vergine Maria verso quelli che si trovano nella necessità, e continuando anche a “approfittare” della saggezza e delle cose buone che i migranti portano con sé: “Come Maria a Cana” ha detto il Papa “non abbiamo paura di alzare le nostre voci per dire: 'Non hanno vino'. Il grido del popolo di Dio, il grido del povero, che ha forma di preghiera e allarga il cuore e ci insegna ad essere attenti. Siamo attenti a tutte le situazioni di ingiustizia e alle nuove forme di sfruttamento che espongono tanti fratelli a perdere la gioia della festa.. Siamo attenti a quelli che approfittano dell’irregolarità di molti migranti, perché non conoscono la lingua o non hanno i documenti in regola. Siamo attenti alla mancanza di casa, terra e lavoro di tante famiglie. E come Maria diciamo con fede: non hanno vino”. L'accoglienza degli stranieri, dei migranti e la sollecitudine verso chi è nel bisogno, nella prospettiva delle opere di misericordia, è stata delineata dal Papa non come uno sforzo volontaristico, ma come il segno e l'effetto del cambiamento operato in noi da Cristo: “Lasciamo” ha detto il Papa in conclusione della sua omelia “che Gesù possa completare il miracolo, trasformando le nostre comunità e i nostri cuori in segno vivo della sua presenza, che è gioiosa e festosa perché abbiamo sperimentato che Dio-è-con-noi, perché abbiamo imparato a ospitarlo in mezzo a noi. Gioia e festa contagiosa che ci porta a non escludere nessuno dall’annuncio di questa Buona Notizia.”. .

AMERICA/CILE - "Il Papa sostiene la missione dell'Università cattolica, per un'istruzione di qualità"

Santiago - “Avvieremo una sorta di lunga esegesi, in varie istanze, di ciò che ci ha detto il Santo Padre” dice all'Agenzia Fides il professor Patricio Bernedo, Decano di Storia, Geografia e Scienze Politiche della Pontificia Università Cattolica del Cile dopo il denso discorso di Papa Francesco nella sede centrale dell'ateneo. Il Decano si dice sorpreso per il “lungo e contundente messaggio” che il Santo Padre ha diretto al mondo della cultura e dell'educazione. “Mi ha soprattutto interpellato la sua raccomandazione di una ricerca della conoscenza che coniughi coerentemente la ragione, l'amore e l'azione , un concetto molto profondo e una sfida”. La PUCC “è nata con la necessità di rafforzare l'identità cattolica nel contesto di uno Stato che approvava leggi liberali con le quali pretendeva di marginalizzare il cattolicesimo dal campo dell'educazione”, spiega Bernedo. E illustra il motivo del ringraziamento del Papa al Rettore Ignacio Sánchez per la sua “difesa dell'indentità cattolica” dell'istituzione: “Nel corso di questi 130 anni la PUCC si è sempre trovata di fronte a questa missione, che oggi è presente nelle nostre aule. Nella società e nei suoi rapporti con lo Stato, la PUCC promuove un'educazione di qualità alla portata di tutti, secondo quanto chiesto a furor di popolo dagli studenti nelle piazze nel 2006, nel 2011 e che oggi si discute: educazione gratuita e di qualità. Ed è attiva nel dibattito pubblico che studia come realizzare tale meta. Il Ministero dell'Educazione “ascolta ma alla fine boicotta l'istruzione privata”, lamenta l'accademico. Attualmente, afferma, le scuole statali sono notevolmente al di sotto del livello educativo di quelle private. “La PUCC capta gli studenti con i migliori punteggi, che sono anche quelli delle famiglie più ricche del paese”, riconosce il Decano, “ma da alcuni anni ha attivato un sistema di borse di studio per i meno abbienti con alto rendimento”. Attraverso programmi della pastorale universitaria, elogiata ieri dal Papa, l'Università Cattolica contribuisce “a elevare almeno un po' il livello educativo dei più bisognosi, aiuta a costruire loro case più degne, a prendersi cura della loro salute per citare alcuni esempi”. “E' un aspetto che emerge con chiarezza nel lavoro di professori, studenti e funzionari della PUCC”, conclude.

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