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ASIA/TURCHIA - Il Patriarca ecumenico riapre al culto la chiesa di Ay'Yorgi Edirnekapi a Istanbul

Istanbul - Riapre i battenti dopo ampio restauro l'antica chiesa di Ayo Yorgi a Edirnekapi, quartiere storico di Istanbul a ridosso alle mura dell'antica Costantinopoli. Domenica 19 novembre il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo celebra la divina liturgia che segnerà la riapertura al culto dell'antico edificio sacro. All'inaugurazione della chiesa restaurata è prevista anche la partecipazione del primo ministro Hakan Çavuşoğlu, del governatore di Istanbul, Vasip Şahin e del direttore generale delle Fondazioni, Adnan Ertem. I lavori di restauro, finanziati dalla Direzine generale delle Fondazioni, sono costati 4 milioni di lire turche e hanno riguardato non solo la chiesa ma anche la residenza del sacerdote, il muro di cinta del complesso, una antica fontana e un annesso edificio scolastico. “Quella scuola” riferisce all'Agenzia Fides Lakis Vingas, per lungo tempo rappresentante delle Fondazioni non musulmane presso la Direzine generale delle Fondazioni “diventerà un centro di formazione musicale, teso a valorizzare i patrimoni storici della musica bizantina e ottomana, e a contribuire in questo modo a arricchire ulteriormente il profilo culturale di Istanbul”. La chiesa di Ay Yorgi, la cui prima fondazione risale al IX secolo, fu distrutta e ricostruita più volte nel corso della storia. Nel 1556 fu demolita per costruire la Moschea di Mhirimah Sultan. Nel 1726 fu realizzato il primo restauro della chiesa, che però in seguito fu di nuovo devastata da un incendio. L'ultima campagna di restauro dell'intero complesso – che dal 1974 è amministrato dalla Direzione generale delle Fondazioni – era iniziato circa tre anni fa. .

AFRICA/NIGERIA - L’arcivescovo Obinna: “I poveri sono il nostro tesoro”

Owerri - Questa domenica nelle parrocchie e poi il 29 novembre in Cattedrale: nell’arcidiocesi nigeriana di Owerri la "Giornata mondiale dei Poveri" viene celebrata in due appuntamenti. Il primo, spiega all’Agenzia Fides l’arcivescovo Anthony Obinna, vedrà tutte le parrocchie accogliere i bisognosi alla messa domenicale con la successiva offerta del pranzo e di indumenti. Il secondo evento si svolgerà mercoledì 29 per l’anniversario della dedicazione della Cattedrale. “Abbiamo deciso di dedicare i poveri a Dio - aggiunge mons. Obinna - perché sono il nostro tesoro della Cattedrale. Attendiamo circa 5.000 persone, che dopo la celebrazione eucaristica pranzeranno all’interno del Duomo grazie ai tanti fedeli e volontari che prepareranno le pietanze. Le porte sono aperte anche ai fedeli di altre religioni e a coloro che vivono fuori dalla diocesi”. L’Arcivescovo Obinna osserva che i poveri sono tanti non solo nel territorio dell’arcidiocesi, ma in tutta la Nigeria. “A causa della situazione economica – aggiunge - tanti hanno perso il lavoro e sono in stato di povertà. Ogni settimana incontro circa duecento ragazzi che chiedono cibo o denaro per finanziare qualche attività per ripartire”. Per mons. Obinna questa prima Giornata dei poveri conferma i fedeli a continuare un impegno che la diocesi svolge da sempre, perseguendo accanto al binario della preghiera e dell’Eucarestia quello della carità per i poveri, grazie a periodiche raccolte di solidarietà con l’inziativa denominata “Eu Care” . Come rilevato dall'Ufficio nazionale di statistica nigeriano, circa 112 milioni di cittadini nigeriani vivono al di sotto della soglia di povertà, su una popolazione di 186 milioni di abitanti, e si dice che l'uomo più ricco del paese, Aliko Dangote, guadagni 8.000 volte di più ogni giorno di quanto un povero compatriota spendere per i propri bisogni essenziali in un anno. Secondo gli analisti, la disuguaglianza dei redditi è una delle sfide più importanti in Nigeria. Un nuovo indice globale, elaborato da Oxfam e dal “Development Finance International”, pone la Nigeria è al primo posto in un elenco di 152 paesi classificati in base al loro “impegno a ridurre la disuguaglianza”.

AMERICA - “Guardare negli occhi i poveri", amando con i fatti e non a parole

Lima – Il 19 novembre, la Chiesa universale celebra la prima Giornata mondiale dei poveri, sul tema "Non amiamo a parole, ma con i fatti", iniziativa nata un anno fa, alla chiusura del Giubileo della Misericordia. Come appreso da Fides, l'America Latina ha accolto con entusiasmo quest'iniziativa di Papa Francesco e ha organizzato, in ogni paese, una serie di attività, sia di preparazione che d'impegno continuo per vivere insieme un momento di particolare vicinanza con i più vulnerabili.In Perù, la Commissione episcopale di Azione Sociale , ha pubblicato un sussidio pastorale per aiutare ogni chiesa locale a vivere questo evento. "Stare accanto ai poveri e agli esclusi: Papa Francesco ci chiede un gesto concreto e radicale affinché i poveri possano essere 'al primo posto' nella vita di tutta la Chiesa, ed essere davvero una Chiesa povera per i poveri. Il Santo Padre desidera che questo giorno sia stabilito come una tradizione per l'evangelizzazione del mondo contemporaneo e per suscitare la consapevolezza che i poveri non sono un problema, ma una risorsa a cui attingere per vivere l'essenza del Vangelo", si legge nel messaggio inviato a Fides dalla CEAS peruviana.Dalla Bolivia, Fides ha ricevuto il messaggio video di Mons. Eugenio Coter, presidente della Pastorale Sociale Caritas della Conferenza Episcopale del paese. La Chiesa in Bolivia, inoltre, ha diffuso delle schede di riflessione per celebrare questa giornata con azioni concrete da parte dei fedeli riuniti in tutte le città del paese. La Conferenza Episcopale del Messico ha diffuso un messaggio di Mons. Felipe Arizmendi Esquivel per promuovere questa Giornata. Il Vescovo ricorda che l'invito del Santo Padre ha lascito molti indifferenti: "Questo invito è stato ignorato, o non ha ricevuto l'importanza che merita. Non mancano quelli che lo considerano un'altra idea populista del Papa", si legge nel testo inviato a Fides. "È vero che ci sono molte persone indifferenti ed egoiste, chiuse nel loro interesse individuale; ma ne esistono molte altre che mostrano il loro amore per i poveri, senza pubblicità e senza interessi elettorali", ribadisce il Vescovo messicano, citando esempi d'impegno cristiano a favore dei poveri in una realtà nazionale colpita da alcune calamità naturale che hanno messo alla prova la forza e la resistenza del popolo messicano.In Argentina "questa è una festa della Misericordia, insieme ai più poveri e a quelli che soffrono" ha detto Mons. Oscar Ojea, Vescovo di san Isidro, invitando a celebrare in tutto il paese la Giornata. "Riscoprire il valore della povertà vuol dire impegnarsi per la giustizia", dice padre Pablo Fuentes, missionario Oblato, "ma prima di accusare gli altri, serve guardare se stessi per verificare se c'è la coerenza fra fede e solidarietà", conclude.In Costa Rica, la Giornata dei Poveri coincide con la risposta generosa della comunità cattolica a quanti hanno perso tutto con la tempesta "Nate" che ha messo in ginocchio il paese il mese scorso. La Caritas Costa Rica ha invitato a condividere gesti concreti di solidarietà con le popolaizoni colpite, per per vivere "con opere e non e parole" questa Giornata. Dalla Colombia, Fides ha ricevuto il video-messaggio di Mons. Oscar Urbina Ortega, arcivescovo di Villavicencio e presidente della Conferenza Episcopale che invita a "mettere in pratica le parole del Papa che è stato fra noi in Colombia: "Guarda negli occhi i poveri e aiutarli". Link correlati :Il sussidio elaborato dalla Chiesa del Perù Il video di Mons. Eugenio Coter Caritas-Messico ha preparato un video per coinvolgere i fedeli

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Non solo carità: l'India tra la Giornata mondiale dei poveri e la demonetizzazione

Mentre il 19 novembre si celebra la Giornata Mondiale dei Poveri, l'India, la più grande democrazia al mondo, è alle prese con gli effetti economici e sociali di un controverso provvedimento adottatao dal governo di Narendra Modi un anno fa: la demonetizzazione, cioè la improvvisa svalutazione delle banconote da 500 e 1.000 rupie. Oggi gli analisti notano che i programmi del governo non giovano ai poveri e non abbiano un impatto positivo sul benessere socioeconomico complessivo della società. La demonetizzazione è ritenuta una mossa errata. Per responsabilizzare i poveri e accompagnarli verso il pieno sviluppo, il governo deve puntare a una crescita inclusiva, attraverso proposte politiche, strumenti e programmi che aiutino ad alleviare la povertà e abilitino masse di popolazione svantaggiata a trovare nuove opportunità. Link correlati :Continua a leggere la news analysis su Omnis Terra

ASIA/TURKMENISTAN - Sei nuovi battesimi nella Giornata Mondiale dei Poveri, mentre la povertà resta un tabù

Ashgabat - Partecipare con emozione al battesimo di sei nuove sorelle turkmene: così verrà trascorsa la prima Giornata Mondiale dei Poveri - proclamata dal Papa per il 19 novembre - dai fedeli cattolici di Ashgabat, in Turkmenistan. Lo racconta all’Agenzia Fides p. Andrzej Madej, sacerdote polacco degli Oblati di Maria Immacolata e Superiore della "missio sui irus" del Turkmenistan: “Per questa giornata dedicata agli ultimi, Papa Francesco ha lanciato un messaggio chiaro: ‘Non amiamo a parole, ma con i fatti’. Questo sottolinea come le opere di carità rivolte al prossimo siano azioni salvifiche che aiutano a costruire la storia della nostra redenzione. L’opera salvifica più grande è il cammino verso il battesimo. Ed è con grande gioia che, proprio in questa domenica, battezzeremo una giovane donna e le sue cinque figlie”. P. Madej riferisce a Fides la storia delle sei donne: “Nel corso degli ultimi anni, questa famiglia, in difficoltà economiche, è stata seguita da una volontaria francese, che ha dato testimonianza di solidarietà umana e cristiana. Questa prossimità ha generato interesse e verso il Vangelo e l’inizio del cammino verso il battesimo. La data del 19 novembre sembra essere una coincidenza, ma è certamente un giorno scelto da Dio. Sarà una grande festa per tutti noi”. Con questa celebrazione, che riunirà in una gioia commossa il piccolo gregge dei fedeli turkmeni , si svolge la Giornata dei Mondiale dei Poveri in Turkmenistan, uno stato in cui parlare di “povertà” è quasi vietato. Il concetto di “povero”, infatti, è uno dei tabù presenti nella società, dato che il governo di Gurbanguly Berdimuhamedov, presidente confermato per la terza volta alla guida del paese a febbraio 2017, vuole mostrare il volto di un paese in crescita e nel pieno sviluppo.Durante l'era sovietica, il Turkmenistan era considerato una delle repubbliche più povere dell'Unione, con circa il 45% della popolazione che nel 1989 viveva al di sotto della soglia di povertà. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica, uno sviluppo economico disomogeneo ha contribuito a creare un’élites di popolazione che detiene la maggior parte della ricchezza e forti disparità tra le province .Misurare la povertà era un tabù nell'Unione Sovietica, ma la scaristà e incompletezza dei dati sulla povertà anche nell’era postindipendenza indica che la povertà è ancora un argomento politicamente delicato nel paese dell'Asia centrale. Nel 2012 il governo turkmeno ha stimato la povertà allo 0,2% della popolazione, contraddicendo tutti gli indicatori e gli studi indipendenti, che diffondono stime intorno al 30%. Il Turkmenistan conta oltre 5 milioni di abitanti, al 90% musulmani. La Chiesa cattolica è stata riconosciuta dal governo turkmeno nel 2010.

AFRICA/EGITTO - Moltitudini di pellegrini copti a Rizeigat per la festa di San Giorgio

Luxor - Moltitudini di pellegrini copti affollano da giorni il Santuario di San Giorgio a Rizeigat, nella provincia sud-occidentale di Luxor, in una delle più imponenti manifestazioni di devozione popolare cristiana registrate ogni anno nei Paesi arabi. Le celebrazioni presso il Santuario hanno avuto luogo lungo tutta l'ultima settimana, dall'11 al 17 novembre, attirando da tutte le province egiziane decine di migliaia di devoti. Processioni, liturgie, canti, agapi fraterne hanno scandito in particolare le ultime due giornate. I pellegrini sono stati ospitati in migliaia di tende accampate nelle aree di accoglienza predisposte su 60 ettari intorno al Santuario. Ai momenti di convivenza hanno preso parte anche politici locali e nazionali, imam inviati in rappresentanza del ministero egiziano per le dotazioni religiose . La manifestazione popolare di devozione a San Giorgio conferma che i cristiani copti non rinunciano alla gioia di confessare e testimoniare la propria fede anche in raduni pubblici moltitudinari. Durante la primavera e l'estate scorse, dopo le stragi subite ad opera dei gruppi jihadisti, i copti egiziani erano stati sollecitati dalle forze di sicurezza a diminuire pellegrinaggi e celebrazioni nelle chiese e nei monasteri – tradizionalmente concentrati nei mesi estivi - evitando di radunare folle cospicue presso i luoghi di culto e di preghiera. Il suggerimento era stato espresso di persona dal Ministro degli Interni, Magdi Abdel Ghaffar, durante un incontro avvenuto giovedì 8 giugno con i massimi responsabili della sicurezza delle provincie egiziane dove sono più elevati i rischi di azioni terroristiche messe in atto contro la popolazione civile e le forze militari e di polizia. .

ASIA/GIAPPONE - “La pace in Asia del Nord non si fonda sulle armi”: appello congiunto dei Vescovi di Corea e Giappone

Kagoshima – “La situazione attuale dell'Asia nordorientale è molto preoccupante. I paesi dell’Asia del Nord sono alla ricerca di stabilità e prosperità con il loro potere militare, formando alleanze con altre grandi potenze del sistema politico. Questo crea minacce e ansie in tutte le nazioni e genera tensioni per la sicurezza di tutti i paesi. Noi, i Vescovi di Corea del Sud e Giappone, lanciamo un appello esprimendo una accorta speranza di pace per l'Asia Nordorientale”: sono le parole della dichiarazione congiunta dei Vescovi di Giappone e Corea del Sud, inviata all’Agenzia Fides, a conclusione dell’incontro congiunto tra i Vescovi delle due nazioni, tenutosi a Kagoshima dal 14 al 16 novembre. Si tratta della 23ma assemblea congiunta tra i presuli, che regolarmente tengono un incontro annuale per rafforzare i legami di cooperazione e di solidarietà reciproca e contribuire a costruire giustizia a pace in Asia orientale. Nella nota conclusiva dell’incontro i Vescovi esprimono soddisfazione per la riunione che “da 23 anni aiuta a riflettere sulla storia straziante dei due paesi e a edificare un futuro luminoso di riconciliazione” e raccontano di “aver approfondito la nostra relazione e la condivisione su aspetti economici e culturali”. I Vescovi esprimono “la sincera speranza per la pace nel Nordest dell’Asia”, ripudiando ogni possibile idea di guerra: “Dio ci esorta a sradicare in tutti la convinzione errata che la pace possa essere garantita dalle armi nucleari o dalla militarizzazione. Queste, al contrario, aumentano solo il rischio di guerra. Vorremmo sottolineare il principio espresso nella Pacem In Terris di Giovanni XXIII, che sottolinea come ‘la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia’, non contando sugli arsenali . Inoltre, i poveri e l'ambiente continuano a soffrire, mentre somme astronomiche di denaro vengono spese per le armi. Per amore di Dio e dell'intera umanità, tutti, specialmente i leader delle nazioni, facciano ogni sforzo per il dialogo per la pace: essi hanno una grande responsabilità per la pace mondiale”.La dichiarazione giunta a Fides conclude : “La violenza è un modo folle di minare la dignità umana e causare conseguenze disastrose a tutta l’umanità. Qualsiasi tipo di violenza si può superare solo costruendo la fiducia e l’amore e la solidarietà tra gli esseri umani. Noi, Vescovi coreani e giapponesi, ci impegniamo per la pace vivendo attivamente nell'amore fraterno, affidando la nostra fiducia al potere di Dio, non al potere militare”.

AFRICA/ZIMBABWE - Mugabe riappare in pubblico; i leader cristiani chiedono un governo di unità nazionale

Harare - “La speranza di un vero cambiamento si sta affievolendo tra la popolazione del Paese, perché il Presidente Mugabe sembra non voler cedere il potere”, dicono all’Agenzia Fides fonti della Chiesa locale da Harare, capitale dello Zimbabwe, dove il Presidente Robert Mugabe è riapparso in pubblico oggi, 17 novembre, nel corso della cerimonia di conferimento dei diplomi di laurea agli studenti della locale università.L’esercito, che all’alba del 15 novembre ha preso il controllo del palazzo presidenziale e dei punti strategici del Paese, continua a condurre arresti dell’entourage di Mugabe. “Si parla di diversi arresti tra cui il capo della polizia” confermano le nostre fonti. “A questo punto sembra vero quello che hanno detto i militari, che non vogliono rovesciare Mugabe, ma arrestare quelli che loro hanno definito 'i criminali che lo circondano' ”. “Si vive comunque nell’incertezza e i cambiamenti tanto attesi dalla popolazione sono legati allo scontro interno al partito di Mugabe, lo ZANU-PF” commentano le fonti di Fides. Ieri, 16 novembre, si è svolta una trattativa tra Mugabe, il Capo delle forze armate, il generale Chiwenga, alla presenza di una delegazione sudafricana guidata dal Ministro della Difesa, Nosiviwe Mapisa-Nqakula, e del padre gesuita Fidelis Mukonori, che è un amico di vecchia data del Presidente dello Zimbabwe. I dettagli dell’incontro non sono stati resi noti.Nel frattempo è tornato in patria, Emmerson Mnangagwa, l’ex Vice Presidente, che era stato licenziato da Mugabe la scorsa settimana. Vittima ad agosto di un presunto avvelenamento, Mnangagwa si è scontrato con la fazione del ZANU-PF legata alla moglie di Mugabe, Grace. La crisi che ha visto l’esercito schierarsi apparentemente con Mnangagwa, è stata commentata dalle principali confessioni cristiane dello Zimbabwe in un messaggio congiunto inviato all’Agenzia Fides.“I cambiamenti sono stati rapidi negli ultimi giorni, ma il deterioramento della situazione era già da molto tempo sotto gli occhi di tutti, specialmente nel corso delle adunate pubbliche del partito al potere, cosi come il peggioramento della situazione socio-economica” si legge nel documento firmato dai Zimbabwe Heads Of Christian Denominations, sigla della quale fa parte la Conferenza Episcopale dello Zimbabwe. I leader religiosi cristiani affermano che appariva chiaro che “la politica rude ed esclusivista, l'uso crescente di identità etniche che domina i discorsi pubblici, specialmente nelle manifestazioni politiche e nei media, avrebbe ulteriormente frammentato e minacciato la già debole coesione della nostra società”.La confusione che si è creata tra i rami legislativo, esecutivo e giudiziario dello Stato, e tra il governo e il partito di Mugabe, secondo i leader cristiani, è il sintomo di “un male profondo che ha colpito la nazione da lungo tempo”.Le comunità cristiane invitano tutti alla preghiera e invocano la creazione di un governo di unità nazionale, premessa di un dialogo tra tutte le componenti sociali e politiche per far uscire il Paese dallo stallo politico e istituzionale.

AMERICA/MESSICO - Esodo degli indigeni tarahumaras per la violenza: la denuncia del Vescovo

Tarahuamara – Gli indigeni Tarahumaras e Tepehuanes stanno lasciando le loro terre perché non vi trovano più le condizioni indispensabili per viverci: lo riferisce il parroco di San José della località di Tarahumara, p. Manuel Granados. “C'è un inarrestabile esodo di famiglie verso la città, dove si sta creando un problema ancora più grande, perché gli insediamenti predisposti sono diventati insufficienti”, dice il sacerdote in una nota pervenuta a Fides.“Sono testimone del fatto che l'esodo aumenta perché vedo tutti i nuovi insediamenti ospitare il doppio delle persone rispetto alle loro normali capacità: si generano così sovraffollamento, problemi di salute, di alloggio, di istruzione, di cibo e di droghe” prosegue padre Granados, aggiungendo che si è arrivati ad una situazione di emergenza negli insediamenti urbani indigeni, dove si stima vivano circa 20 mila persone. El Oasis, el Pajaro Azul, Ladrillera Norte e La Soledad sono i luoghi dove si avverte maggiormente il problema della mancanza di risorse e di servizi.Anche il Vescovo della diocesi di Tarahumara, Mons. Juan Manuel González Sandoval, M.N.M., ha lanciato l'allarme: ogni giorno, in media, tre famiglie indigene emigrano dalle comunità montane, principalmente a causa dell'insicurezza, della violenza, dell'espropriazione della terra e della distruzione della foresta. Il Vescovo, nominato lo scorso aprile, segnala che il problema è in crescita da 8 anni e adesso è diventato "una vera emergenza". Due giorni fa Mons. González Sandoval, parlando a Città del Messico, durante l'Assemblea dell’episcopato messicano, ha denunciato che la causa principale di questo esodo è "la violenza, in modo particolare quella delle bande, che sotto minacce o intimidazioni impongono una vera e propria sottomissione alla popolazione".La situazione della "Sierra" della Tarahumara sta diventando una emergenza molto più grave di quello che si pensa, in quanto sono numerose le etnie presenti in questo luogo quasi abbandonato del dipartimento di Chihuahua. I 63.000 kmq di foresta e terreno accidentato accolgono decine di comunità e centri indigeni, dove la presenza dello Stato è quasi invisibile. Per questo aumenta la violenza dei Narcos che impongono la trasformazione delle coltivazioni e il reclutamento dei giovani per le bande criminali, fenomeni di fronte ai quali le famiglie preferiscono fuggire.

AFRICA/CONGO RD - Il Cardinale Pasinya accusato di fare “messe nere”: quando la politica strumentalizza la religione

Kinshasa – Si fa sempre più teso il clima sociale e politico nella Repubblica Democratica del Congo per lo slittamento delle elezioni presidenziali al 23 dicembre 2018. E lo scontro politico cerca di coinvolgere e strumentalizzare anche i leader religiosi. Persone vicine al potere hanno accusato il Cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, Arcivescovo metropolita di Kinshasa, di incitare gli artisti all’insurrezione solo perché il Porporato, lo scorso 10 novembre, aveva incontrato gli artisti congolesi nella Cattedrale di Nostra Signora del Congo. L’incontro è stato perfino definito una “messa nera”. “E’ molto spiacevole”, ha risposto l’arcidiocesi di Kinshasa in una nota inviata all’Agenzia Fides. “Il Cardinale non ha detto nulla di male e non ha attaccato in alcun modo il governo. Si trattava di un incontro organizzato dalla cappellania responsabile del settore ‘Cultura e Arte’ per sensibilizzare gli artisti sulla loro missione nella Chiesa e nella società”.La situazione è diventata particolarmente complessa nel paese da quando, il 20 dicembre 2016, è scaduto il secondo mandato del presidente Joseph Kabila senza che fossero indette nuove elezioni. Un accordo per organizzare le presidenziali entro il 2017, il cosiddetto ‘Accordo di San Silvestro’, era stato raggiunto il 31 dicembre con la mediazione dei Vescovi congolesi. Dopo il fallimento dell’accordo, l’ambasciatrice Usa all’Onu, Nikky Haley, in una visita a Kinshasa, aveva imposto elezioni entro il 2018, chiarendo che altrimenti gli Stati Uniti avrebbero ritirato gli aiuti economici alla Repubblica democratica del Congo. Il 5 novembre la Commissione nazionale elettorale indipendente ha fissato la data per le presidenziali al 23 dicembre 2018. L’opposizione ha subito rifiutato il nuovo calendario elettorale, accusando il governo in carica di voler prolungare l’instabilità e la povertà del popolo e diverse sono state le manifestazioni di protesta organizzate in tutto il paese. Intanto gli appelli alla disobbedienza civile aumentano e anche i movimenti cittadini, tra cui Lucha , si sono attivati nei giorni scorsi indicendo per il 15 novembre una mobilitazione per ottenere il ritiro del presidente Kabila prima del 31 dicembre 2017.Sebbene il governo, il 14 novembre, avesse interdetto ogni manifestazione, la mobilitazione di mercoledì scorso, che ha invece incassato il sostegno e la partecipazione del Raggruppamento delle opposizioni, ha quasi paralizzato le città di Beni, Butembo, Goma e Lubumbashi, ma ha interessato solo marginalmente la capitale Kinshasa. Non sono mancati gli incidenti: sulle strade di Lubumbashi, dove sono state erette barricate e un veicolo è stato incendiato, mentre a Kinshasa c’è stato un ferito per l’attacco a due autobus del trasporto pubblico. L’intervento della polizia, peraltro anticipato alla vigilia delle manifestazioni, ha portato all’arresto di 25 persone. Le manifestazioni di mercoledì scorso sembrano essere state solo l’inizio di una serie di marce, di manifestazioni di “disobbedienza civile” in programma per i prossimi giorni, per costringere il presidente a dimettersi. La Chiesa, intanto, sensibilizza i cattolici e tutte le persone di buona volontà al fine di far uscire il paese dalla povertà e avviarlo verso la pace e la non violenza.

AMERICA/HAITI - Tra povertà, malattie, malnutrizione, l'attenzione dei missionari ai disabili

Port au Prince – Ad Haiti la gente vive in baracche, metà della popolazione non ha accesso all’acqua potabile, non ha cibo sufficiente per la sua alimentazione e si registra il più alto tasso di mortalità infantile dell’America Latina: un bambino su 10 non arriva a compiere i cinque anni di età. Dopo il devastante terremoto che nel 2011 ha causato la morte di 200 mila persone e dopo che, esattamente un anno fa, l’uragano Matthew ha fatto registrare mille morti e migliaia di sfollati, è di oggi la notizia che forti piogge stanno investendo l’isola caraibica e hanno già causato la morte di 5 persone oltre che l’inondazione di migliaia di abitazioni. La situazione è particolarmente allarmante per la popolazione più povera, che ha costruito senza permesso precarie abitazioni in prossimità di canali e corsi d’acqua.Fortunatamente dall’isola arrivano anche messaggi di speranza come quelle dei missionari Camilliani che, attraverso padre Antonio Menegon, MI, per anni impegnato nell’isola, ci raccontano le loro quotidiane attività rivolte soprattutto ai bambini disabili, la fascia più debole della cittadinanza, aumentati del 15% a causa del terremoto. “Mercoledì 1° novembre 2017, festa di Tutti i Santi - racconta padre Antonio -, nel nostro Centro Disabili di Haiti abbiamo inaugurato una nuova casa di accoglienza per 20 bambini e ragazzi dai 10 ai 20 anni. È un bel traguardo che apre il cuore alla speranza, che rende la vita di questi bambini più dignitosa e più umana ed inoltre è di grande aiuto alle poverissime famiglie di Haiti che proprio non ce la fanno ad assicurare assistenza adeguata a questi piccoli.”“Inoltre, nel Centro disabili Foyer Saint Camille di Port au Prince proseguono i corsi di formazione del personale che con amore e passione accudisce quotidianamente i bambini disabili da 1 a 10 anni ospiti nel Foyer stesso”, continua padre Antonio.“Le sale operatorie dell’ospedale Saint Camille di Port au Prince hanno incrementato il numero di interventi chirurgici soprattutto per i bambini con problemi di ernie, malformazioni e con patologie che devono essere trattate chirurgicamente.A Jérémie, nel Villaggio Saint Camille che ospita 30 famiglie stiamo terminando la costruzione di una piccola scuola per offrire istruzione a 120 bambini delle classi elementari”, conclude il missionario.

ASIA/HONG KONG - Mezzo secolo di missione tra i malati di lebbra: d. Gaetano Nicosia, l’angelo dei lebbrosi

Hong Kong - Era l’agosto 1963 quando il giovane missionario salesiano don Gaetano Nicosia giunse a Ka Ho, un angolo remoto dell’isola di Coloane, Macao, per prendersi cura di un centinaio di pazienti affetti dal morbo di Hansen che vivevano lì dopo la chiusura dei lebbrosari in Cina. La situazione di abbandono e isolamento, anche sanitario, era drammatica, caratterizzata da frequenti violenze e suicidi. Il lebbrosario si poteva raggiungere solo in barca, ma nemmeno i barcaioli volevano scendere a terra e i viveri erano tirati a riva con le corde. Don Nicosia era nato il 3 aprile 1915 a San Giovanni La Punta, provincia di Catania, Italia, e ancora prima di emettere la prima professione salesiana, nel 1935, aveva iniziato la sua missione ad Hong Kong. Ordinato sacerdote nel 1946, nella chiesa dedicata a San Giuseppe, a Macao, dopo un primo periodo trascorso in Cina, nella provincia del Guangdong, alla sua espulsione, nel 1950, si dedicò agli studenti della scuola San Luigi ad Hong Kong. Tuttavia sentiva forte il desiderio di vivere la missione con i più poveri, anzi, proprio con i lebbrosi. Quando il Vescovo di Macao chiese ai Salesiani un aiuto per i lebbrosi di Coloane, don Nicosia poté dunque realizzare la sua aspirazione più profonda, che lo porterà ad essere conosciuto come “l’angelo dei lebbrosi”.Si trasferì quindi a Ka Ho e per 48 anni, dal 1963 al 2011, ha vissuto con i lebbrosi, trasformando radicalemente quel luogo di disperazione in un centro pulito e decoroso. Fece arrivare medici e infermieri che prestassero le cure mediche adeguate, fu assicurata una alimentazione sana e variata, le casette vennero ristrutturate, anche l’ambiente fu riordinato e pulito. Grazie al suo impegno arrivarono l’acqua potabile e la corrente elettrica. Venne allestita una fattoria e delle officine per i vari mestieri, perché ognuno avesse un lavoro o un compito da svolgere. Per discutere e prendere le decisioni che riguardavano la piccola comunità venne costituito anche un Consiglio. Don Nicosia viveva con loro, assicurando oltre alla dignità e al benessere, anche l’annuncio della fede cristiana: quando era arrivato al lebbrosario i cattolici erano una quindicina, ma poco a poco tutti abbracciarono la fede grazie alla sua testimonianza di vita e alla sua dedizione al catechismo. Vennero costruite anche una scuola e una chiesa, dedicata a Nostra Signora dei dolori. Nel 1970 una quarantina di lebbrosi furono dimessi, perchè guariti, ma anche gli altri, una settantina, poco alla volta tornarono nel mondo. Don Nicosia aiutò molti ex malati a vincere lo stigma che ancora li colpiva e a reinserirsi nella società. Nel 2011 i malati erano tutti guariti e la maggior parte di loro lavoravano come insegnanti, impiegati, professionisti. Don Nicosia non è stato insensibile ai lebbrosi della provincia del Guangdong, dove ha collaborato con le autorità locali al recupero dei malati e dei bambini, figli di lebbrosi, offrendo loro educazione scolastica e sostegno per il loro futuro. Don Nicosia, sacerdote di grande spiritualità, è stato confessore e direttore di sacerdoti, religiosi, religiose e laici. E’ morto ad Hong Kong il 6 novembre, a 102 anni. I funerali si sono svolti il 14 novembre nella Cattedrale, prima della sepoltura nel cimitero di San Michele a Macao.Nel corso degli anni, molte persone, colpite dalla fede e dall’affabilità di don Nicosia, che ha ricevuto onoreficenze e riconoscimenti per la sua opera dal governo di Macao e dalla Presidenza della Repubblica Italiana, lo hanno sostenuto nell’opera di bene che ovunque ha fatto, sapeva che al bene devono concorrere tutti. A lui è stato dedicato, nel 2015, anche un documentario: “Don Gaetano Nicosia, l’Angelo dei Lebbrosi”.

ASIA/FILIPPINE - Giustizia più vicina per l'omicidio del missionario Fausto Tentorio

Kidapawan - "Ci sono dei segnali positivi e indubbi passi avanti per fare giustizia nell'omicidio di p. Fausto Tentorio. Il nuovo gruppo di investigazione nominato dal governo del presidente Duterte ha dato i primi frutti. Avevamo scritto una petizione al Presidente, chiedendo di dare una scossa alle indagini. Ora investigazioni più accurate, condotte e l'ascolto di nuovi tesitmoni in Arakan, hanno portato alla denuncia di una dozzina di persone, tra i possibili esecutori materiali del delitto e i mandanti. E, tra gli indagati, figurano due comandanti dell’esercito regolare e diversi membri di gruppi paramilitari. Siamo contenti perchè il processo per fare giustizia, da troppo tempo dormiente, si è risvegliato": lo dichara all'Agenzia Fides p. Peter Geremia, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere nelle Filippine del Sud, e confratello di p. Fausto Tentorio, il 59enne missionario ucciso la mattina del 17 ottobre 2011 da due killer nella regione di Arakan a Mindanao, dove p. Tentorio svolgeva il suo servizio pastorale dal 1979.Nel colloquio con Fides, p. Peter elogia l'opera del procuratore di stato aggiunto Peter Ong, nominato dal Dipartimento di Giustizia di Manila, a capo del nuovo gruppo investigativo, che si è recato in Arakan per svolgere nuove indagini, ed esprime la speranza "che il pocesso arrivi a una sua finalizzazione, secondo principi di legalità che pongano fine all'impunità che dura da sei anni".Il missionario ricorda che , "da sei anni, il 17 di ogni mese celebriamo una santa messa per ricordare p. Fausto. E Il 17 ottobre di ogni anno celebrazioni di preghiera e manifestazioni pacifiche riuniscono migliaia di persone presso la sua tomba a Kidapawan". Il movimento spontaneo, formato da molti leader indigeni, continua a chiedere giustizia e ha lanciato una nuova iniziativa, il "Peoples' Peace Summit", presentando al governo filippino una agenda di pace per la regione di Arakan, ancora attraversata da conflitti tra esercito, gruppi paramilitari e guerriglieri ribelli del gruppo comunista New People's Army. Secondo le nuove informazioni emerse, padre Tentorio sarebbe stato ucciso proprio perchè ritenuto simpatizzante di questi gruppi ribelli. Nella sua opera di evangelizzazione e promozione umana, il missionario era impegnato per i diritti delle comunità indigene Manobo, specialmente quando si trattava di difenderle dalle mire di società multinazionali che puntano a sfruttare le risorse minerarie locali, agendo in connivenza con leader militari e politici.

ASIA/MYANMAR - La “spiritualità dell’unità” fa breccia nella Chiesa birmana

Yangon – I Vescovi cattolici del Myanmar sono interessati a promuovere la “spiritualità dell'unità”: lo rivela all’Agenzia Fides il Vescovo Felix Liam, Presidente della Conferenza episcopale del Myanmar. I Vescovi del Myanmar hanno mostrato viva attenzione per la realtà ecclesiale che promuove la “spiritualità dell’unità”, cioè il Movimento del Focolare fondato da Chiara Lubich nel 1943. A giugno scorso, alcuni delegati dei Focolari hanno avuto un incontro a Yangon con esponenti della Chiesa birmana che hanno pubblicamente apprezzato lo spirito del Movimento, che promuove ideali di unità e fratellanza universale tra popoli, culture e religioni.“La popolazione del Myanmar ha bisogno di riscoprire questa unità”, ha detto il Vescovo Liam a Fides. “Sono rimasto molto impressionato dalla storia della vita carismatica e profetica della fondatrice del movimento. Più che mai la Chiesa birmana ha bisogno di movimenti come i Focolari. Mentre l'arroganza del potere divide le persone in base al colore e alla razza, lo spirito dei Focolari ha creato una 'comunione globale' per la pace mondiale”, ha aggiunto il Cardinale Charles Bo, Arcivescovo di Yangon. I Vescovi del Myanmar apprezzano l’idea di costruire “una Chiesa che è testimone della comunione”, offrendo al paese un esempio di “unità nella diversità”. Parlando a Fides, il Cardinale ha ricordato che “la Chiesa cattolica in Myanmar si impegna a promuovere e pregare per la giustizia, per la pace, per la dignità umana, compito che accomuna tutte le religioni. Nessuna religione parla di odio. Quanti propagano odio in nome della religione sono veri nemici della religione. Abbiamo grande desiderio di pace, e dobbiamo essere agenti di pace e di unità nel nostro paese. La nostra nazione soffre di ferite profonde, per divisioni e odio che circolano nella società. Siamo chiamati a portare luce e gioia a chi vive nelle tenebre della paura, dell'odio e della tristezza. Con questo spirito aspettiamo Papa Francesco, che sarà presto fra noi”.

AFRICA/EGITTO - Richiesta la pena capitale per l'omicida del sacerdote copto Samaan. ll Gran Mufti dovrà approvare la sentenza

Il Cairo - Il Tribunale penale di Cairo Nord ha approvato la sentenza di condanna a morte per Ahmed Said al-Sonbati, il giovane che lo scorso 13 ottobre in una strada periferica della capitale egiziana ha aggredito e ucciso a pugni e coltellate il sacerdote copto Samaan Shehata . Mercoledì 15 novembre – riferiscono media egiziani – la documentazione del procedimento giudiziario è stata depositata presso l'ufficio del Gran Mufti d'Egitto, che dovrà confermare la legittimità della sentenza dal punto di vista della dottrina giuridica islamica. Il verdetto finale sarà emesso il prossimo 18 gennaio 2018.Durante il processo, l'omicida ha confessato di aver premeditato l'omicidio e di aver studiato i movimenti del sacerdote prima di assalirlo e assassinarlo. Padre Samaan è stato aggredito dal suo assassino mentre si trovata in auto insieme a un altro sacerdote. L'omicida lo ha costretto a scendere dall'autovettura e poi si è accanito su di lui con pugni e colpi di coltello risultati letali.Dopo l'omicidio, alcune versioni rilanciate dai media egiziani avevano presentato l'assassino come una persona mentalmente disturbata. Rappresentanti della Chiesa copta ortodossa, come Anba Stephanos, Vescovo copto ortodosso di Beba, al Fashn e Samasta, avevano confutato con forza tali versioni, che puntavano a presentare l'assassinio come un atto violento commesso da una persona priva di senno. Prima del processo, una perizia medica ha attestato che l'assassino non soffre di nessun disturbo mentale, e che era pienamente cosciente quando ha commesso l'omicidio. Il sacerdote copto Samaan Shehata, sposato e padre di tre figli, appartenente a una diocesi dell'Alto Egitto, si trovava in trasferta al Cairo per raccogliere fondi a vantaggio dei poveri della sua regione di provenienza. Dopo l'omicidio, il Vescovo copto ortodosso Raphael, Segretario del Santo Sinodo della Chiesa copta ortodossa, ha diffuso un comunicato in cui tra le altre cose deplora il fatto che in precedenza molti criminali e terroristi artefici di violenze contro i cristiani non siano stati colpiti da alcuna pena, mentre alcuni sono stati rilasciati dopo l'arresto. Tale anomalia – aveva sottolineato Anba Raphael – contribuisce a diffondere l'impressione che i crimini commessi contro cittadini cristiani restino spesso impuniti. .

AMERICA/NICARAGUA - I Vescovi: urge una profonda riforma elettorale

Managua – Il paese ha bisogno di una "profonda riforma elettorale capace di offrire delle garanzie alla popolazione sul futuro democratico del paese"; si stigmatizza la violenza verificatasi negli ultimi comizi, che ha causato 7 morti e centinaia di feriti: come appreso da Fides, è quanto ha detto Mons. Juan Abelardo Mata Guevara, S.D.B., Vescovo della diocesi di Esteli e nuovo Segretario generale e portavoce della Conferenza Episcopale del Nicaragua , esponendo le conclusioni della recente assemblea plenaria.I Vescovi si sono riuniti per l'assemblea annuale dal 13 al 15 novembre per condividere il lavoro delle diverse Commissioni episcopali di fronte alla realtà sociale che vive il paese. Scopo principale dell'incontro era la valutazione del lavoro svolto per preparare un piano di azione per il 2018, in ognuna delle diocesi del Nicaragua. In tutti i Presuli presenti c'era la consapevolezza della necessità di un impegno maggiore nelle diverse realtà sociali, politiche, economiche e religiose del paese."Parliamo con esperienza, portiamo con noi il sentimento e il dolore di un popolo. Vediamo l'urgenza della riforma elettorale, è meglio rifare il percorso dal profondo per dare vita ad un'istituzione credibile, in modo che il popolo possa andare con gioia a una 'festa civile' per esprimere il proprio voto", ha rimarcato Mons. Mata Guevara.Il Segretario ha quindi informato della nuova Presidenza della CEN: il Card. Leopoldo Brenes, Arcivescovo di Managua, Presidente della CEN; Mons. Pablo Ervin Schmitz Simon, O.F.M. Cap. Vicario Apostolico di Bluefields, Vice-presidente; Mons. Silvio Báez, Vescovo ausiliare di Managua, responsabile della Commissione per la Famiglia e la Vita e del Tribunale Ecclesiastico. La nuova direzione della CEN ha l'incarico fino al 2020.Mons. Mata ha voluto sottolineare il sostegno della CEN a Mons. Silvio Báez, accusato indirettamente dal Presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, di non essere andato a votare nelle ultime elezione municipali del 5 novembre. "L'attacco al nostro fratello ci ferisce. Hanno attaccato una guida della Chiesa, hanno attaccato la Chiesa stessa", ha detto Mata a nome dell'episcopato.Nelle ultimi elezioni municipali del 5 novembre il Frente Sandinista è riuscito a conquistare 135 comuni dei 153 di tutto il paese, dopo una giornata di suffragio molto violenta, con proteste e scontri che hanno lasciato morti e feriti. Il presidente Ortega, durante un atto pubblico di omaggio a Carlos Fonseca, fondatore del Fronte Sandinista, ha accusato Mons. Baez di aver voluto sfidare le autorità con il suo gesto di non andare a votare perché ritiene che il sistema elettorale del Nicaragua sia viziato e fraudolento .Secondo le opinioni raccolte da Fides, Mons. Báez è uno dei Vescovi più amati e rispettati in Nicaragua. Ha l'ammirazione anche di intellettuali e attivisti che si dichiarano atei, proprio per le sue posizioni critiche verso il governo di Ortega, di cui ha denunciato gli eccessi anche tramite i social network in cui è molto attivo. "Né attività senza riflessione, né etica senza gentilezza, né politica senza morale, né intellettualismo senza saggezza" ha scritto Báez su Twitter.

AMERICA/PORTO RICO - Traumi, danni psicologici ed emotivi per le vittime degli uragani

San Juan - A Porto Rico l’emergenza non è ancora finita nonostante siano passati 47 giorni dal passaggio degli uragani Irma e Maria, che lo scorso 20 settembre hanno portato grandi devastazioni . Il problema più serio continua ad essere la mancanza, su buona parte dell’isola, di energia elettrica, dopo che i forti venti hanno divelto i pali della rete e fatto cadere alberi sui cavi. Di conseguenza ne stanno risentendo vari servizi come la fornitura di acqua, i sistemi di depurazione e i mezzi di comunicazione. Si stima che finora almeno 150 mila persone abbiano lasciato l’isola per andarsi a stabilire altrove negli Stati Uniti.Tra le tante iniziative portate avanti finora, il Centro di Sostegno per le Vittime del Crimine , è impegnato a offrire servizi multidisciplinari per aiutare a superare i danni emotivi che subiscono i cittadini a causa di atti criminali e violenze. L’organizzazione senza fini di lucro è intervenuta subito dopo una settimana dal passaggio del fenomeno atmosferico e da allora continua a portare il suo contributo alle vittime. Il Centro, tra gli altri, offre regolarmente servizi di lavoro sociale, psicoterapia, consulenza, orientamento, assistenza legale. Secondo una nota pervenuta a Fides, il Cavic ha avviato anche una collaborazione con la Red de Albergues di Porto Rico e ha iniziato visite e incontri negli hogares dove ci sono minori che hanno subito maltrattamenti. Tra questi l’Hogar Casa Cuna, è considerata il primo centro di accoglienza a Porto Rico per bambini e bambine maltrattati e abusati, arrivati lì da soli volontariamente. “Una esperienza come questa, causata da un evento atmosferico, può esacerbare i sintomi di stress postraumatico” dichiara una nota del Cavic. Tra gli incontri che gli esperti hanno avuto con le piccole vittime sono emersi, infatti, fenomeni come ansia per la sorte dei genitori dopo l’uragano. “Il Cavic anche per questo ha avviato attività educative, ricreative oltre che un workshop incentrato sulla gestione dell’ansia sia nelle comunità che nelle case di accoglienza. Finora sono 400 i casi assistiti, prevalentemente per violenza di genere, anche se praticamente tutti quelli arrivati dopo l’uragano hanno a che fare con un tipo di violenza di genere”, ha concluso la responsabile. Tuttavia, a distanza di poco più di un mese, qualche buona notizia c’è. Hanno riaperto 98 scuole pubbliche, circa il 9% del totale di quelle presenti sull’isola, anche se i giorni scolastici sono stati ridotti della metà.

AMERICA/PORTO RICO - Trauma, danni psicologici ed emotivi per le vittime degli uragani

San Juan - A Porto Rico l’emergenza non è ancora finita nonostante siano passati 47 giorni dal passaggio degli uragani Irma e Maria che lo scorso 20 settembre hanno portato grandi devastazioni . Il problema più serio continua ad essere la mancanza, su buona parte dell’isola, di energia elettrica dopo che i forti venti hanno divelto i pali della rete e fatto cadere alberi sui cavi. Di conseguenza ne stanno risentendo vari servizi come la fornitura di acqua, i sistemi di depurazione e i mezzi di comunicazione. Si stima che finora almeno 150 mila persone abbiano lasciato l’isola per andarsi a stabilire altrove negli Stati Uniti.Tra le tante iniziative portate avanti finora, il Centro di Sostegno per le Vittime del Crimine , è impegnato a offrire servizi multidisciplinari per aiutare a superare i danni emotivi che subiscono i cittadini a causa di atti criminali e violenze. L’organizzazione senza fini di lucro è intervenuta subito dopo una settimana dal passaggio del fenomeno atmosferico e da allora continua a portare il suo contributo alle vittime. Il Centro, tra gli altri, offre regolarmente servizi di lavoro sociale, psicoterapia, consulenza, orientamento, assistenza legale. Secondo una nota pervenuta a Fides, il Cavic ha avviato anche una collaborazione con la Red de Albergues di Porto Rico e ha iniziato visite e incontri negli hogares dove ci sono minori che hanno subito maltrattamenti. Tra questi l’Hogar Casa Cuna, è considerata il primo centro di accoglienza a Porto Rico per bambini e bambine maltrattati e abusati, arrivati lì da soli volontariamente. “Una esperienza come questa, causata da un evento atmosferico, può esacerbare i sintomi di stress postraumatico” dichiara una nota del Cavic. Tra gli incontri che gli esperti hanno avuto con le piccole vittime sono emersi, infatti, fenomeni come ansia per la sorte dei genitori dopo l’uragano. “Il Cavic anche per questo ha avviato attività educative, ricreative oltre che un workshop incentrato sulla gestione dell’ansia sia nelle comunità che nelle case di accoglienza. Finora sono 400 i casi assistiti, prevalentemente per violenza di genere, anche se praticamente tutti quelli arrivati dopo l’uragano hanno a che fare con un tipo di violenza di genere”, ha concluso la responsabile. Tuttavia, a distanza di poco più di un mese, qualche buona notizia c’è. Hanno riaperto 98 scuole pubbliche, circa il 9% del totale di quelle presenti sull’isola, anche se i giorni scolastici sono stati ridotti della metà.

AFRICA/TOGO - Un missionario togolese: "I popoli africani, artefici del loro destino"

Lomé - “La popolazione sta chiedendo una sola cosa: una alternativa. Questo perché è da 50 anni che in Togo abbiamo la stessa realtà, lo stesso nome, la stessa famiglia. Il popolo quindi chiede solo questo: dateci un’alternativa per vedere se questa funziona. Non penso che questa sia una richiesta eccessiva ma giusta”: lo dice, in colloquio con l’Agenzia Fides, p. Elias Sindjalim, missionario comboniano togolese che opera attualmente nella Repubblica Democratica del Congo.L’attuale Presidente del Togo, Faure Essozimna Gnassingbé, è al potere dal 2005, dopo essere succeduto al padre, Étienne Eyadéma Gnassingbé, morto in quell’anno. Questi a sua volta aveva preso il potere nel 1967 con un golpe militare. Da agosto l’opposizione e la società civile sta dimostrando pacificamente per chiedere le dimissioni di Faure Gnassingbé, che sta cercando di trovare delle alchimie costituzionali per rimanere al potere per almeno altri 10 anni. I Vescovi a settembre avevano appoggiato le richieste popolari chiedendo di ristabilire il limite dei due mandati presidenziali stabiliti dalla Costituzione del 1992 .“La Chiesa è stata chiara: la Conferenza Episcopale del Togo ha affermato chiaramente che la richiesta della popolazione è legittima e va quindi accolta”, commenta p. Elias. Il comboniano si dice fiducioso perché “quando il popolo prende il suo destino in mano c’è speranza. La lotta potrà essere lunga, però la vittoria sarà assicurata. Mi preme sottolineare che la protesta popolare è pacifica”. “Il governo ha proposto di aprire un tavolo di dialogo”, continua il missionario. “La società civile si dice d’accordo con il dialogo ma ricorda che vi sono già state così tante trattative che non hanno portato a nulla e ora la pressione popolare continua a spingere perché questa volta si ottengano risultati concreti ed un vero cambiamento”.Anche la Repubblica Democratica del Congo sta vivendo una situazione simile. Il secondo e ultimo mandato del Presidente Josesph Kabila è scaduto il 20 dicembre 2016, ma questi è ancora al potere. Le prossime elezioni presidenziali sono state fissate al 23 dicembre 2018. Secondo p. Elias si possono intravedere delle similitudini tra la situazione del Togo e quella della RDC: “Il Togo e la Repubblica Democratica del Congo hanno storie diverse ma entrambe ci dicono che il destino comune dei popoli africani è quello di assumersi la responsabilità ed essere artefici del proprio destino”, rileva il missionario. "Credo che nessuno verrà da fuori dell’Africa a darci ciò che cerchiamo. Ed è quello che stanno dicendo sia il popolo congolese sia quello togolese: non lasciateci prigionieri in questa situazione, il futuro è nostro” conclude.

ASIA/ARABIA SAUDITA - Dopo la visita del Patriarca maronita potrebbe aprire il primo centro di dialogo interreligioso in territorio saudita

Riyad – Uno dei frutti concreti della breve ma importante visita compiuta in Arabia Saudita dal Patriarca Bechara Boutros Rai potrebbe essere il via libera della monarchia saudita alla creazione nel Regno di un Centro internazionale permanente per il dialogo inter-religioso. Il nuovo organismo – riferiscono a Fides fonti libanesi, che non hanno ancora trovato conferma ufficiale – potrebbe essere ospitato presso la sede di una antica chiesa di 900 anni fa, riportata alla luce, e che proprio a tale scopo verrebbe restaurata a fondo. Le fonti ufficiali del Regno saudita non confermano le indiscrezioni sul futuro centro di dialogo interreligioso, ma hanno dato ampia copertura alla visita in Arabia del Patriarca Rai, enfatizzando tale evento e presentandolo proprio come una conferma dell'intenzione della monarchia saudita di aprirsi al dialogo con altre realtà e comunità religiose.Martedì 14 novembre, nella sua breve visita a Riyad, il Patriarca Rai ha incontrato tra gli altri Re Salman Bin Abdulaziz e il Principe ereditario Mohammed Bin Salman, attuale “uomo forte” della leadership saudita. Nei comunicati diffusi dalle agenzie ufficiali, la visita del Patriarca è stata rappresentata come un segno delle “relazioni fraterne tra il Regno e il Libano” e come una conferma “del ruolo rilevante delle diverse religioni e culture per promuovere la tolleranza e arginare la violenza”. Durante la sua breve visita, il Patriarca Rai ha incontrato anche il Premier libanese Saad Hariri, che lo scorso 4 novembre ha annunciato a sorpresa da Riyad le proprie dimissioni. Il Patriarca maronita ha dichiarato di essere “convinto” delle ragioni che hanno spinto Hariri alle dimissioni. Lo stesso Hariri ha dichiarato l'intenzione di rientrare in Libano nei prossimi giorni, mentre la sua famiglia resterà a Riyad. Hariri possiede la doppia cittadinanza libanese e saudita. Intanto il Presidente libanese Michel Aoun ha affermato di ritenere che Hariri sia di fatto prigioniero dei sauditi.”Niente giustifica che Hariri non ritorni da 12 giorni. Noi lo consideriamo dunque come in cattività e detenuto, cosa che è contraria alla Convenzione di Vienna” si legge in un tweet fatto diffondere dallo stesso Aoun oggi mercoledì 15 novembre. .

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