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ASIA/MYANMAR - Il Card. Bo: “Un cammino di guarigione per il Myanmar”

Yangone – “I recenti tristi e tragici eventi nel nostro paese che colpiscono migliaia di musulmani, indù e altri hanno portato qui l'attenzione preoccupata del mondo. L'avvio della violenza e la risposta aggressiva sono deplorevoli. Avvertiamo grande compassione verso migliaia di musulmani, indù, e popolazioni di etnia rakhine, mro e molti altri, che sono sfollati. Questa è una tragedia che non dovrebbe avvenire. Sosteniamo fortemente che risposte aggressive senza politiche integrate per costruire la pace a lungo termine sono controproducenti”: lo dichiara il Cardinale Charles Maung Bo in un comunicato inviato all’Agenzia Fides, intervenendo sulla crisi dei rifugiati rohingya, nell'Ovest del Myanmar, che occupa le cronache internazionali . A due mesi dall’arrivo di Papa Francesco in Myanmar , il Cardinale esprime l’auspicio di un “futuro di guarigione” per le ferite che affliggono il paese.Nel testo del comunicato inviato a Fides, il Card. Bo condivide “la preoccupazione espressa da Aung San Suu Kyi, nel suo recente discorso all’Onu, per tutte le forme di violenza” e, rilevando gli attacchi da lei subiti da parte della stampa occidentale, nota che “stigmatizzare la sua risposta è controproducente”. Il Cardinale, infatti ricorda a tutti “le difficili circostanze in cui Aung San Suu Kyi ha assunto un ruolo nel governo, le molteplici sfide umanitarie che il suo governo ha dovuto affrontare in breve tempo, il ruolo dei militari imposto dalla Costituzione in materia di sicurezza”.Il Porporato accoglie e condivide i temi sollevati a proposito dei diritti delle popolazioni che vivono nello stato Rakhine, del ritorno dei rifugiati, del loro sviluppo e promozione sociale, notando con favore che Aung San Suu Kyi “ha costituito una apposita Commissione di lavoro per attuare le raccomandazioni della Commissione Kofi Annan”: iniziativa meritevole di apprezzamento e collaborazione della comunità internazionale.“Tutti noi dobbiamo passare da un passato ferito a un futuro di guarigione. Lasciate che la lezione del passato illumini il nostro futuro. La pace basata sulla giustizia è possibile, la pace è l'unica strada possibile”, conclude il testo.Nella recente Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Myanmar ha respinto ogni accusa di “pulizia etnica”, a un mese dallo scoppio della violenza che ha costretto circa 400mila musulmani rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh. Secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, la situazione della popolazione musulmana non è migliorata ed è urgente l’assistenza umanitaria.

ASIA/IRAQ - Critiche di militanti all'Amministrazione Trump: aiuta i Rohingya musulmani e non i cristiani iracheni

Erbil – Il Dipartimento di Stato USA mostra rapidità e concretezza quando si tratta di stanziare fondi destinati ai Rohingya, la minoranza musulmana colpita da violenze e discriminazioni in Myanmar, ma appare lento e riluttante quando si tratta di mettere in atto le indicazioni del Congresso sulla necessità di sostenere anche a livello finanziario cristiani, yazidi e altre minoranze che in Iraq hanno subito persecuzione da parte dei jihadisti dell'autoproclamato Stato Islamico . Sono questi gli argomenti utilizzati da attivisti e militanti statunitensi per chiedere all'attuale amministrazione USA di dar seguito sul piano dei fatti all'intenzione tante volte sbandierata di soccorrere le sofferenti comunità cristiane mediorientali.Giovedì 21 settembre, il Dipartimento di Stato USA ha reso nota la decisione di fornire un pacchetto di aiuti umanitari destinati ai Rohingya, per un ammontare di 32 milioni di dollari. Il giorno prima, il Segretario di Stato USA Rex Tillerson, in un colloquio con la leader birmana Aung San Suu Kyi, aveva esortato il governo e la milizia birmani ad "affrontare le accuse profondamente preoccupanti degli abusi e delle violazioni dei diritti umani".L'interessamento dell'attuale amministrazione USA per la vicenda dei Rohingya è subito stato ripreso in chiave critica da singoli militanti e gruppi USA impegnati nelle campagne a sostegno dei cristiani in Medio Oriente. Secondo tali critiche, la sollecitudine mostrata nei confronti dei Rohingya contrasta con la lentezza mostrata dallo stesso Dipartimento di Stato nel disporre la modalità di utilizzo di fondi già assegnati dal Congresso USA a cristiani, yazidi e altre minoranze colpite in Iraq dalle violenze jihadiste. Sulla questione è intervenuto, tra gli altri, anche lo statunitense Stephen Rasche, consigliere generale dell'arcidiocesi caldea di Erbil, Il collaboratore statunitense dell'Arcivescovo caldeo Bashar Warda - riferisce la testata online USA “The Washington Free Beacon” - ha elogiato la prontezza mostrata dall'Amministrazione USA nel soccorrere i Rohingya, ma ha espresso anche preoccupazione per il fatto che il governo degli Stati Uniti ha finora assicurato "poco o nessun aiuto" alle comunità cristiane irachene, chiedendo a agenzie e organismi governativi statunitensi di mettersi immediatamente in moto per soccorrere “cristiani, yazidi e altre minoranze religiose vittime di genocidio in Iraq”. .

AFRICA/GHANA - “Cercate i valori cristiani e non lasciatevi sedurre dal secolarismo” dice il Presidente del Parlamento al Sinodo dei giovani

Accra - "Nel nostro Paese oggi, c'è una crescente enfasi sulla prosperità, soprattutto tra i giovani. La società dice fondamentalmente: quanto più siete ricchi, meglio è. Questo è piuttosto vero se vivi secondo lo standard della società secolare” ha sottolineato il Presidente del Parlamento del Ghana, l’ On. Joseph Osei-Owusu, nel suo intervento letto al primo sinodo del Ghana sulla gioventù e la vocazione.L’On. Osei-Owusu ha aggiunto che la qualità della vita dell'uomo non è determinata esclusivamente dalla quantità di ricchezza che raccoglie, ma piuttosto dall'onestà e dall'integrità con cui vive la sua vita.Nel suo discorso lo speaker del Parlamento ha invitato i giovani credenti ad essere un esempio per i loro compagni, in tutti gli aspetti della vita, ricordando che i giovani cristiani si devono confrontare con una serie di sfide tra cui la disoccupazione, che spinge molti ragazzi a commettere reati come rapine a mano armata, frodi su internet , la prostituzione e la pornografia.L’On. Osei-Owusu ha aggiunto che lo sforzo del governo per promuovere l'imprenditoria tra i giovani è il modo più sicuro di aiutarli e di sviluppare la nazione. Riconoscendo il fatto che esistono un gran numero di diplomati disoccupati, l’On. Osei-Owusu ha sottolineato che occorre promuovere l’imprenditorialità tra i giovani per creare posti di lavoro.Il Presidente del Parlamento ha osservato che i giovani cristiani siano esposti fin dai primi anni di vita a programmi televisivi, film, social media e internet che non sono allineati con i valori morali cristiani, ponendo un’ulteriore sfida all’evangelizzazione. Il Sinodo ha per tema "125 anni di missione cattolica a Accra: rinnovare il nostro impegno verso l'evangelizzazione" ed ha visto la partecipazione di 70 giovani. Il Sinodo è stato organizzato in vista della 15a Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi che ha per tema "I giovani, la Fede e il Discernimento vocazionale" che sarà celebrato in Vaticano nell’ottobre 2018.

ASIA/TURCHIA - Un centro culturale intitolato a Mesrob II, il Patriarca armeno reso inabile da una malattia incurabile

Istanbul – Un Centro culturale intitolato a Mesrob Mutafyan, Patriarca armeno apostolico di Costantinopoli, è stato inaugurato in una chiesa armena di Istanbul. All'inaugurazione, avvenuta mercoledì 20 settembre, hanno preso parte anche il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, insieme al Rabbino Capo di Istanbul Isak Haleva e a Hayati Yazici, ministro turco per il commercio e le dogane. All'evento era presente anche la madre del Patriarca, Mari Mutafyan, visibilmente commossa. A dare rilievo all'evento, e a spiegare anche l'alto livello dei presenti all'inaugurazione, concorre certo la vicenda personale del Patriarca Mesrob e gli effetti che essa sta indirettamente provocando sulla condizione della Chiesa armena in Turchia. Mutafyan era stato eletto Patriarca armeno apostolico di Costantinopoli nel 1998, all'età di soli 42 anni. Giovane e determinato, si era presto profilato come uno tra i più intraprendenti tra i capi delle Chiese d'Oriente. Ma il morbo di Alzheimer lo ha reso inabile nel 2008. Da allora, i complicati regolamenti di ascendenza ottomana che regolano l'elezione del Patriarca armeno e le divisioni interne al Patriarcato, hanno di fatto impedito di nominare un successore. Anche negli ultimi mesi, come riferito dall'Agenzia Fides , il processo avviato per l'elezione del nuovo Patriarca armeno di Costantinopoli sta vivendo una nuova fase di stallo, dovuta secondo alcuni osservatori al silenzioso boicottaggio da parte delle istituzioni turche, ma di certo collegata anche alle perduranti divisioni che si registrano all'interno della comunità armena.

AFRICA/TOGO - Sokodè sotto assedio: la “nonviolenza attiva” per contribuire alla pace

Sokodé – “Stiamo attraversando momenti difficili, ieri la nostra cittadina di Sokodé era assediata dall’esercito; ognuno di noi deve contribuire per immettere aria nuova nel Paese”: lo dice a Fides padre Silvano Galli, della Società delle Missioni Africane . “Un processo di trasformazione sociale non-violento, affinchè regnino la giustizia e la pace per uno sviluppo umano e sociale integrale, rientra tra gli obiettivi della ‘Rete Shalom di Trasformazione del Conflitto e della Riconciliazione’ . Tutti, Missionari d’Africa, membri di Rest-Cor, della Commissione ‘Justice, Peace, and Integrity of Creation’ , persone di buona volontà, non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla situazione qui in Togo” aggiunge in un messaggio inviato a Fides p. Michel Savadogo, SMA,Direttore esecutivo della rete “Rest-Cor”, nell’appello inviato a Fides, p. Michel Savadogo invita alla non violenza attiva tutti coloro che vivono nel Paese: “Occorre abbracciare la forza dell’amore e del rispetto della non-violenza”, scrive nel messaggio rivolto ai sostenitori e agli oppositori dell’attuale sistema, alle forze dell’ordine, agli organi di stampa, alla gioventù togolese.“Bisogna superare il proprio ego per salvare l’onore e passare dal potere distruttivo e dal potere economico al potere dell’amore e del rispetto per tutti i figli del Togo. Non trasformate le armi che vi sono state affidate per la difesa del popolo utilizzandole contro lo stesso popolo”, si legge nel messaggio. Riferito agli organi di stampa è l’invito a “trattare in modo professionale le informazioni raccolte direttamente sul campo e a divulgarle con responsabilità nell'amore e nel rispetto di tutte le sensibilità. Agli avversari del sistema attuale chiediamo una non-violenza attiva che sia la voce della gente. Sarebbe auspicabile evitare di rimanere in una polemica inutile. E’ opportuno rafforzare i ruoli di tutti i togolesi, membri o meno del sistema in atto, perché il Paese per crescere ha bisogno del contributo di tutti i suoi figli. La non violenza è la carta vincente, il fallimento sarà alle porte se si cede alla violenza”. Rivolgendosi, poi ai giovani togolesi, il documento invita a “lanciare la sfida della non violenza davanti alla comunità internazionale, dimostrando che possiamo ottenere cambiamenti positivi in modo pacifico. Non permettiamo di essere manipolati verso la violenza perché alla fine delle violenze saremo tutti vittime e perdenti e il nostro caro paese rimarrà abbandonato.” E ancora si legge: “funzionerà la non violenza attiva? La risposta è sì se i togolesi lo vorranno, perché tutti adotteranno la non violenza nella gestione della crisi, contrapponendo al discorso di odio tra partiti e gruppi etnici, discorsi di unità intorno alla causa del popolo”.“Il principio è: capisco, amo e rispondo come compagno togolese anche se non sono d’accordo con lui. Il potere dell’amore che noi tutti abbiamo e che utilizziamo meno è l’arma dei forti. La violenza e l’odio sono le armi dei deboli. L’arma dei potenti è l’amore, che può perdonare e trasformarsi in modo positivo e non violento. Tutti noi togolesi dobbiamo essere forti in questo periodo di crisi nel quale è evidente che qualcosa è sbagliato e deve cambiare. Dio ha già benedetto il Togo, che Egli dia a tutti i figli e le figlie del Paese la grazia di aprirsi al suo dono di non violenza attiva e di pace” conclude il responsabile della rete “Rest-Cor”.In Togo in questi giorni si sta consumando un duro scontro tra opposizione e governo. L’opposizione protesta contro il presidente Faure Gnassingbè, rampollo dell’ex presidente al quale è succeduto grazie ad elezioni che le opposizioni definiscono "truccate". L’opposizione vorrebbe interrompere questa dinastia e chiede una riforma costituzionale che preveda il ripristino dei limiti al mandato presidenziale. I manifestanti che da giorni scendono in piazza vogliono il ritorno in vigore della costituzione del 1992.

AMERICA/COLOMBIA - Appello del Vescovo di Arauca all’ELN: “rendere credibile il processo di pace”

Arauca – “Voglio fare questo appello a tutti, dobbiamo rendere credibile il processo di pace, dobbiamo far sentire alla gente che tutto questo è vero, che il percorso che è stato intrapreso è vero, che facciamo sul serio”: con queste parole Mons. Jaime Muñoz Pedroza, Vescovo della diocesi di Arauca, si è rivolto alla comunità regionale e all’intera comunità colombiana il 24 settembre. La richiesta di un più deciso impegno per la pace è stata fatta dal Vescovo commentando l’escalation di violenza vissuta nel fine settimana dal dipartimento di Arauca e in vista di un cessate il fuoco definitivo tra il governo e l'ELN nei prossimi giorni.Mons. Jaime Muñoz Pedroza fa parte del gruppo che siede al tavolo dei colloqui a Quito, Ecuador, dove si dialoga sulla pace definitiva fra ELN e governo colombiano. "Spero che questo inizio del cessate il fuoco e della fine delle ostilità sia un primo passo, forse per ora è un piccolo passo, magari molto piccolo, ma se sono molti, viene fatto un percorso, una strada e così si può raggiungere un obiettivo definitivo", ha ribadito Mons. Muñoz Pedroza a Radio Caracol."Le situazioni che vediamo da sempre devono cambiare, dobbiamo rispettare la vita di tutti, la vita di ogni essere umano, come Paolo VI ha detto, dobbiamo amare la vita di tutti, ogni uomo è responsabile della vita di tutti" ha messo ancora in evidenza il Vescovo di Arauca.Durante il fine settimana, nel dipartimento di Arauca, due giovani sono stati uccisi, una pattuglia di polizia è stata attaccata con armi da fuoco e esplosivi e il subcomandante della stazione è stato ferito, inoltre due poliziotti sono stati feriti in un agguato omicida. Tutte questi azioni, secondo le autorità di polizia, sono attribuite alla guerriglia dell'ELN.Il Vescovo di Arauca ha sempre chiesto segni chiari di pace da parte dell'ELN in questo momento particolare del processo di pace . Mons. Jaime Muñoz Pedroza appartiene al gruppo scelto dalla Conferenza Episcopale Colombiana per seguire i colloqui di pace fra governo e ELN, dal momento che fin dall'inizio l'ELN aveva chiesto l'accompagnamento della Chiesa . La diocesi di Arauca, insieme ad altre, è stata scenario di molti episodi di guerriglia da parte dell’ELN per lungo tempo.

ASIA/PAKISTAN - Ad Asia Bibi la nomination per il Premio Sacharov 2017: riflettori sulla legge di blasfemia

Lahore - Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia e in carcere dal 2009, ha ricevuto la nomination per l'edizione 2017 del prestigioso “Premio Sacharov, per la libertà di pensiero”, conferito dall'Unione Europea. Il Premio è un'iniziativa del Parlamento europeo e viene assegnato a individui o gruppi distintisi per la difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Tra i candidati di quest'anno, oltre ad Asia Bibi, vi sono: Aura Lolita Chavez Ixcaquic, difensore dei diritti umani provenienti dal Guatemala; Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag, co-presidenti del Partito democratico popolare pro-curdo in Turchia; gruppi e individui che rappresentano l'opposizione democratica in Venezuela; Dawit Isaak, drammaturgo svedese-eritreo, arrestato nel 2001 dalle autorità eritree; Pierre Claver Mbonospa, attivista per i diritti umani in Burundi.Peter Van Dalen, membro dello “European Conservatives and Reformists Group" nel Parlamento Europeo, che ha proposto la candidatura di Asia Bibi, ha spiegato che “il caso di Asia è di importanza simbolica per altri che hanno soffrono per la libertà di religione o di espressione”. “In lei si vede la situazione di tutta la comunità cristiana. Il suo caso è tragicamente indicativo dell'insicurezza di tutte le minoranze, quando si tratta del rispetto dei loro diritti umani fondamentali”, nota in un commento inviato a Fides Kaleem Dean, intellettuale e analista pakistano. “Se ottenesse il Premio Sakharov, Asia Bibi avrebbe riceverebbe 50.000 euro. Eppure qui è in gioco qualcosa che vale più del denaro : è in gioco il riconoscimento della libertà di religione in Pakistan”, prosegue.“Il governo – dichiara – sta mettendo la testa nella sabbia, per non sentire le grida angosciate delle comunità religiose minoritarie”. Soprattutto il suo caso tira in ballo è la famigerata "legge di blasfemia”: “Le accuse di blasfemia sono uno strumento di quella che è diventata l'oppressione statale contro le minoranze. I governanti dovrebbero avere il coraggio e la visione di riformare la legge di blasfemia”, conclude Dean. “Il primo ministro pakistano Shahid Khaqan Abbasi, partecipando in questi giorni alla 72ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha vigliaccamente rifiutato di parlare della legge di blasfemia in Pakistan, dicendo solo che il Parlamento pachistano e l' organo responsabile della modifica delle leggi”, rileva a Fides Nasir Saeed, direttore dell'Ong CLAAS “Centre for Legal Aid, Assistance and Settlement”, impegnata per la difesa delle minoranze religiose in Pakistan. “Da anni – prosegue Saeed – tale questione è tabù e anche il Primo Ministro del Pakistan ha paura di fare commenti. Il ruolo di Primo Ministro è anche quello di garantire che le leggi non siano abusate, ma purtroppo queste legge di blasfemia viene regolarmente sfruttata come strumento di vendetta per perseguire persone innocenti. Negli ultimi anni l'abuso della legge sulla blasfemia è aumentato. Ora è considerato un modo semplice, veloce e poco costoso per risolvere controversie private e punire i propri avversari”.“La legge sulla blasfemia – conclude Saeed – non è conforme agli standard internazionali per i diritti umani. E il su abuso genera ulteriori violazioni del diritto internazionale. Il governo del Pakistan non affronta una questione così importante, sebbene sia questione di vita e di morte”.Il direttore di CLAAS ricorda che esistono rapporti su un gran numero di casi di blasfemia basati su false accuse e sull'assenza di indagini giudiziarie: “Per questo invitiamo il Primo Ministro Abbasi a mettere la questione sull'agenda del suo governo e a portarla in Parlamento”, conclude.

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Africa: povertà e scarsa conoscenza della religione favoriscono l’estremismo islamico

Sono 33.000 le persone uccise in Africa tra il 2011 e il 2016 da gruppi armati la cui ideologia si fonda sull’estremismo religioso. Lo afferma un rapporto dell’UNDP intitolato Journey to Extremism, basato su interviste a 718 persone, delle quali 495 hanno fatto parte o addirittura in pochi casi ancora facevano ancora parte di organizzazioni estremiste, avendovi aderito di loro spontanea volontà. Altri 78 intervistati sono invece stati costretti con la forza ad arruolarsi. Infine 145 intervistati sono persone “neutre”.Le interviste sono state effettuate in Camerun, Kenya, Niger, Nigeria, Somalia e Sudan. Secondo il rapporto la radicalizzazione degli individui può avere molteplici cause, spesso concomitanti: sentimento di emarginazione sociale ed etnica; anafalbetismo e disoccupazione ; influenza di predicatori estremisti che fanno leva sulla scarsa conoscenza dei giovani dei veri precetti della loro religione; impatto delle politiche repressive del governo, che invece di risolvere il problema li aggrava.Paradossalmente la crescita economica registrata in alcuni Paesi africani, come ad esempio la Nigeria, ha esacerbato la divisione tra un centro relativamente prospero e le aree periferiche lasciate in condizioni indigenti Link correlati :Continua a leggere la news analysis su Omnis Terra

ASIA/GIAPPONE - Il Cardinale Filoni: la “falsa identificazione” tra cristianesimo e cultura europea può ostacolare la propagazione della fede

Tokyo - “Uno dei maggiori ostacoli alla propagazione della fede in Giappone sembra essere la falsa identificazione tra cristianesimo e cultura europea”. E' questa una delle considerazioni espresse dal Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, nell'incontro avuto a Tokyo con i Vescovi giapponesi, nel primo pomeriggio di lunedì 25 settembre. Ai rappresentanti del'episcopato giapponese, il Cardinale Prefetto del Dicastero missionario ha riproposto anche il misterioso vincolo tra la vicenda storica del cattolicesimo giapponese e le esperienze di persecuzione e martirio che ne hanno segnato gli inizi. Nel XVI secolo – ha ricordato il Cardinale - i primi missionari che arrivarono in Giappone “trovarono una terra fertile per l’annuncio del Vangelo. Nonostante le persecuzioni intraprese da Toyotomi Hideyoshi, il numero dei cattolici era assai cresciuto ”. E dopo le persecuzioni, proprio l'esperienza dei cosiddetti “cristiani nascosti” , che furono custoditi nella fede per oltre un secolo, senza sacerdoti e senza contatti col resto della cristianità – rappresenta una “testimonianza straordinaria” di ciò che permette di perseverare nella sequela di Cristo, anche in condizioni difficili: “Come nella preghiera di Abramo, che implorava Dio di non passare oltre la sua tenda, ma di fermarsi” ha notato il porporato, “così anche i «cristiani nascosti» del Giappone elevavano a Dio una sincera invocazione di non abbandonare l’opera iniziata”. Dopo aver ricordato gli ostacoli che possono derivare da una fuorviante identificazione tra cristianesimo e cultura europea, il Prefetto di Propaganda Fide ha ammesso che “forse dovremmo riscoprire la forza dell’evangelizzazione iniziale, aggiornandola con l’esperienza e la conoscenza attuale”. E ha aggiunto anche che nell’era della globalizzazione, dei confini che si riducono, dei viaggi facilitati, non si può pensare di impedire o limitare “la presenza dei missionari non giapponesi”. Nel contempo, “bisogna puntare su una evangelizzazione, più forte e partecipata, degli stessi giapponesi: vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, laici, famiglie, associazioni, ecc.  I missionari possono integrare, ma non sostituire”. Quello avuto a Tokyo coi Vescovi giapponesi è l'incontro conclusivo della visita pastorale del Cardinal Filoni in Giappone, iniziata lo scorso 17 settembre. Nel pomeriggio di domenica 24 settembre, durante l'incontro con sacerdoti, religiose, religiosi e laici di Tokyo, il Cardinale Prefetto di Propaganda Fide ha ricordato tre “pericoli” da cui si deve guardare chi è coinvolto nell'opera apostolica: “ il «settarismo» , il «proselitismo» e l’«ideologismo» . Evangelizzazione – ha aggiunto il Cardinale Filoni “è incontro personale con Cristo, ed avviene per l’annuncio del Vangelo e per contatto, ossia attraverso la testimonianza umile e generosa, che suscita nell’altro l’interesse sul perché tu credi e ti comporti in modo diverso”. .

ASIA/IRAQ - Cristiani divisi davanti al referendum per l'indipendenza del Kurdistan

Erbil – La Chiesa caldea “non è responsabile” delle posizioni espresse da partiti, organizzazioni e fazioni armate guidati da esponenti delle locali comunità cristiane riguardo alla situazione dell'Iraq riguardo ai problemi attuali. In questa fase delicata – si legge in un testo diffuso dai media ufficiali del Patriarcato, e pervenuto all'Agenzia Fides - “Ognuno è responsabile personalmente delle proprie dichiarazioni e delle proprie azioni, e le prese di posizione di singoli e di militanti apparenenti alle comunità cristiane non vincolano in alcun modo gli altri battezzati “di ogni parte del Paese, da Bassora fino a Zakho”. Il pronunciamento patriarcale avviene in un momento critico: oggi, lunedì 25 settembre, le autorità della Regione autonoma del Kurdistan iracheno hanno fatto aprire le urne del referendum indetto unilateralmente per proclamare la propria indipendenza dal governo centrale di Baghdad. Nel documento citato, accennando al referendum indipendentista, il Patriarcato caldeo invita di nuovo tutti i soggetti interessati a assumere un un atteggiamento responsabile, e a procedere sulla via di un “dialogo coraggioso”, avendo come obiettivo la salvaguardia del bene delle popolazioni “che hanno tanto sofferto per le guerre e le violenze negli ultimi anni”. Alla vigilia del referendum, le autorità della Regione autonoma del Kurdistan iracheno hanno messo in atto una ulteriore mossa per guadagnarsi l'appoggio delle minoranze, comprese quelle cristiane: il Consiglio supremo per il referendum in una Conferenza stampa svoltasi domenica 24 settembre, ha presentato un documento politico in 16 punti in cui vengono presi impegni sulla piena garanzia dei diritti personali e comunitari che verrà assicurata nel Kurdistan indipendente a tutte le componenti nazionali e religiose presenti nella regione. Nel testo, che vuole attestare e affermare il pluralismo etnico, religioso e culturale della società curda, l'articolo 2 promette anche autonomia e decentramento amministrativo nelle aree della regione in cui turkmeni, yazidi e cristiani caldei, assiri, siri e armeni hanno il loro radicamento storico. Il documento, che dovrebbe essere aprovato nella prima sessione del parlamento indipendente del Kurdistan, promette anche l'eliminazione di ogni discriminazione su base etnica o religiosa, l'adesione del nuovo Stato alle convenzioni internazionali in tema di tutela dei diritti delle minoranze etniche, linguistiche e religiose, e il coinvolgimento di tutte le componenti sociali, etniche e religiose negli organismi chiamati a redigere la nuova Costituzione.Le diverse sigle e organizzazioni politiche locali animate da militanti assiri, caldei e siri hanno reagito in maniera non niforme al documento predisposto dal Comutato per il referendum: il Partito Zowaa ha ribadito che le promesse contenute nel documento non sono sufficienti a garantire la reale tutela dei diritti delle diverse componenti religiose e etniche, mentre tutti i portavoce delle sigle cristiane favorevoli al referendum hanno ringraziato Masud Barzani, Presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, per aver accolto le loro richieste anche in merito ala futura autonomia smministrativa da garantire alle aree di insediamento storico delle comunità cristiane . Agenzia Fides 25/9/2017).

AFRICA/SENEGAL - Migranti, giovani e donne al centro dell’azione della Caritas in Africa

Dakar - Migranti, giovani e donne. Sono questi i punti centrali dell’azione della Caritas in Africa nei prossimi anni secondo quanto stabilito dalla seconda Assemblea dei Vescovi dell’Africa sulla Caritas che si è tenuta a Dakar, in Senegal, dal 18 al 20 settembre .Tra gli impegni presi, recita il comunicato finale inviato all’Agenzia Fides, vi sono: “maggiore attenzione ai problemi dei migranti e dei rifugiati, alle conseguenze delle crisi politiche e alle catastrofi naturali, e, se necessario, lavorare in modo proattivo a monte, per contribuire meglio allo sradicamento delle cause della povertà in un continente ricco di popolazioni, in particolare dei suoi giovani, delle sue culture e delle sue risorse naturali”.Per quel che concerne i giovani, i Vescovi responsabili delle Caritas africane affermano che intendono “coinvolgersi nella preparazione e nella partecipazione al prossimo Sinodo sui giovani, perché sono la ricchezza della Chiesa e della nazione, e fare tutto il possibile per farli sentire a casa nella Chiesa. Ci impegneremo con i nostri partner per creare opportunità a loro favore e per contribuire alla loro formazione integrale e alla loro crescita cristiana e civile”.Ci si impegna inoltre a “rafforzare la partecipazione delle donne e a rendere visibile il loro contributo allo sviluppo delle nostre famiglie e comunità”.L’Africa, continente ricco di risorse naturali, con una popolazione giovane e in crescita, avrebbe tutte le potenzialità per migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti. Uno dei potenti freni allo sviluppo armonioso del continente è la corruzione delle elite. Per questo i Vescovi affermano che intendono “incoraggiare i responsabili e le elite che si mettono al servizio del bene comune e denunciare costantemente coloro che sono corrotti e che vedono nel mantenere le popolazioni in condizioni indigenti, una strategia per il mantenimento o la conquista del potere”.

ASIA/INDIA - In Orissa la prima università tribale per 27mila studenti indigeni

Bhubaneswar - Il Kalinga Institute of Social Sciences è la prima università tribale in scienze sociali al mondo. Situato nello Stato di Odisha , nell’India orientale, l’Istituto è stato fondato nel 1993 come scuola residenziale tribale, e il 26 agosto 2017 è diventato la prima università tribale di tutto il mondo. Destinata alle famiglie che non possono sostenere i costi per l’istruzione, il Kiss mira a sradicare la povertà attraverso una istruzione di qualità per gli studenti più poveri del paese. Nell’Annual Report inviato a Fides dal sacerdote dell’Orissa p. Purushottam Nayak, si legge che la cittadella ospita 27 mila ragazzi indigeni poveri per prepararli ad essere “agenti di cambiamento” per la loro comunità e tutelare le tradizioni, le culture e i valori tribali. Si tratta di un vero e proprio “progetto pastorale” a favore delle popolazioni indigene, nota il sacerdote, con l’obiettivo di eliminare la povertà e potenziare le fasce più svantaggiate della società attraverso una educazione globale. Gli studenti frequentano gratuitamente l’istituto dalle elementari all’università, fino ai master. Il 60% degli iscritti è costituito da studentesse. L’università offre anche corsi di formazione professionale, tra i quali cucito, falegnameria, agricoltura. Uno spazio importante è riservato anche allo sport: calcio, rugby e atletica. Attualmente il Kiss è una cittadella da 400mila metri quadri dove sorgono edifici scolastici, dormitori, mense, palestre, campi sportivi e un ospedale sempre operativo. L’Istituto intende istituire filiali in 30 distretti dello stato di Odisha e in tutti gli stati dell’India. Secondo quanto riferito da padre Nayak, nello Stato indiano dell’Orissa ci sono 62 tribù di cui 13 primitive. Parlano 72 lingue madri raggruppate in 38 lingue, delle quali 19 quasi estinte. Solo quattro lingue tribali, Santhali, Ho, Sora e Kui Lipi, hanno caratteri di scrittura. Tradizionalmente queste popolazioni tribali sono pacifiche semplici e laboriose. Credono nei valori tradizionali e conservano antichi costumi sociali che tramandano da generazioni. Esclusi dalle quattro caste che compongono l’organizzazione sociale induista, i tribali hanno subito per migliaia di anni discriminazioni e povertà estrema. Anche se il sistema castale è ufficialmente bandito dalla Costituzione indiana, esso resta in vigore nella prassi sociale e i dalit restano tuttora ai margini della vita economica, sociale e politica, finendo per svolgere le mansioni più umili e degradanti agli occhi degli induisti ortodossi, che li considerano “intoccabili”. Attraverso l’opera di istruzione, l’università per i tribali intende favore la promozione sociale e il pieno inserimento dei gruppi indigeni nella società indiana.

AMERICA/VENEZUELA - Sostegno da 12 paesi al dialogo fra governo ed opposizione, la Chiesa è l’unica istituzione di cui la gente si fida

Caracas – I Ministri degli esteri di 12 paesi americani giudicano molto positive le nuove relazioni del governo venezuelano con l'opposizione, ma ritengono che dovrebbero essere sviluppate con il sostegno internazionale, in "buona fede", con "obiettivi chiari" e "tempi determinati". E’ quanto si afferma nella dichiarazione pubblicata sabato 23 settembre a Bogotà, dai Ministri degli esteri di Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Messico, Panama, Paraguay e Perù. La settimana scorsa infatti i rappresentanti del governo venezuelano e dell'opposizione si sono ritrovati nella Repubblica Dominicana per delle riunioni che l'opposizione ha descritto "esplorative", mentre che il governo ha affermato che si tratta di un dialogo formale ed evidente. Tali negoziati avviati nella Repubblica Dominicana dovrebbero proseguire il 27 settembre.Nella "Dichiarazione della seconda riunione del Gruppo di Lima sulla situazione in Venezuela", i Ministri degli esteri dei 12 paesi hanno ribadito "il loro impegno a mantenere una stretta osservazione della situazione in Venezuela" fino al "completo ripristino dell'ordine democratico nel paese". Allo stesso tempo hanno accettato di incontrarsi nel prossimo ottobre, in data da definire, in Canada, e hanno ribadito "il loro impegno a raddoppiare gli sforzi per giungere ad una soluzione pacifica e negoziata della crisi che affronta il Venezuela". Hanno anche sottolineato la loro "disponibilità a contribuire a creare, in coordinamento con le organizzazioni internazionali e altri paesi, un canale di assistenza per affrontare la crisi umanitaria che affligge il paese".Mons. Mario del Valle Moronta Rodríguez, Vescovo di San Cristóbal de Venezuela, ha dichiarato che la gente riconosce ogni giorno di più la Chiesa come l'unica istituzione di cui fidarsi. Lo ha fatto in risposta all’accusa fatta dal governo, che il 17 settembre aveva usato la parola "Bandidos" per riferirsi ai Vescovi affermando che questi non stavano vicino alle persone.Mons. Moronta, in una lettera pubblicata dalla Conferenza episcopale e inviata anche a Fides, non aveva esitato a chiarire la vicenda: "Vescovi banditi che non proteggono la gente, che non camminano come Cristo per le strade del popolo, che non soffrono, che non condividono solidarietà con il popolo" è stato detto, ma queste accuse non solo sono offensive, ma sono delle autentiche calunnie, aveva risposto Mons. Moronta."E’ comune vedere i Vescovi per le strade, non a passeggio, ma a visitare le parrocchie e le comunità, per portare il servizio della carità e della parrocchia. E con una caratteristica: vanno senza scorta o protezione. È proprio l'opposto dei governanti e dei funzionari che, da molto tempo, non camminano più per le vie e le strade del paese...". "Noi Vescovi accettiamo le critiche, ma rifiutiamo le offese e le calunnie; noi continueremo a camminare a fianco del popolo, popolo malmenato, sofferente, derubato da ‘altri’ criminali e banditi che vivono della corruzione" ha concluso Mons. Moronta.

ASIA/MYANMAR - Il Card. Bo: “La visita del Papa è una benedizione; sostegno ai diritti delle minoranze musulmane e ad Aung San Suu Kyi”

Yangon – “La visita del Papa in Myanmar è stata accolta come una benedizione e un contributo per la pace e l'armonia. Sia i componenti civili del governo come Aung San Suu Kyi, sia i membri militari, sembrano entusiasti della visita. Sicuramente la maggior parte delle persone auspica una ‘visita di guarigione’. Molti cittadini birmani hanno seguito la visita del Papa in Colombia, un paese che cerca la pace al suo interno”: lo dice in una nota inviata a Fides il Card. Charles Maung Bo, Arcivescovo di Yangon, parlando della prossima visita di Papa Francesco in Myanmar e, in particolare, della delicata questione della minoranza Rohingya."I giornali, sia quelli internazionali che locali – rileva il Cardinale – vedono molte sfide per il Papa, a partire da “rischi di tensioni religiose”, dato che "osservazioni del Papa sui Rohingya potrebbero far infuriare i nazionalisti che sostengono che i Rohingya non sono birmani ma piuttosto sono bengalesi e non hanno diritto di vivere nel paese”.Alcuni gruppi sono già sul piede di guerra: “Ashin Wirathu, monaco che guida il movimento buddista 'Ma Ba Tha', denuncia la visita papale come politicamente istigata”, affermando che “non esiste un gruppo etnico di Rohingya nel nostro paese”. D'altro canto “i sostenitori dei Rohingya si aspettano che il Papa esprima il suo parere”, prosegue il Card. Bo.A tal proposito, proprio per evitare tensioni e non innescare conflitti sociali e religiosi, la Chisea del Myanmar – spiega il Cardinale – suggerisce a Papa Francesco di “non utilizzare il termine Rohingya” ma di “parlare dei diritti umanitari dei musulmani che soffrono nello stato di Rakhine, della necessità di una soluzione durevole, dell'adozione di soluzioni non violente e dell'urgenza di una cooperazione regionale”.Sulla delicata posizione della leader birmana Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace e oggi ministro nel governo, il Cardinale conferma la posizione della Chiesa cattolica: “Ha bisogno di pieno supporto. Aung San suu Kyi è stata attaccata dai media e talvolta senza pietà. È profondamente delusa dai media occidentali. È una forte personalità. Avrebbe ascoltato suggerimenti costruttivi. I suoi successi sono stati molti ma sono affondati nei recenti eventi. Ha sacrificato tutta la sua vita per far risuscitare il paese dalle rovine dopo sessanta anni di governo di un giunta militare. È un risultato storico. Nelle sue fragili mani tiene i sogni di milioni di questo paese”. “Le sue percezioni possono essere sbagliate – prosegue il Card. Bo – ma la sua integrità e l'impegno sono al di sopra di ogni sospetto. La sua leadership deve proseguire. Occorre apprezzare il suo ruolo nella democratizzazione di questa nazione. Il suo impegno per l'accordo di pace di Panglong è riuscito a portare tutti i gruppi combattenti e l'esercito allo stesso tavolo. Sta offrendo spazi per il dialogo tra i partiti antagonisti. Questo processo ha bisogno di pieno supporto e apprezzamento”.Il Cardinale Bo ricorda infine che “in Myanmar la giustizia economica e la giustizia ambientale possono generare una pace duratura. Una maggiore democrazia e una più forte inclusione guarirà ferite storiche. La Chiesa vuole aiutare a costruire la pace attraverso iniziative interreligiose. Le soluzioni violente non si sono rivelate efficaci negli ultimi sei decenni. Urge la pace con i gruppi etnici attraverso l’adozione di un sistema federale”.

ASIA/GIORDANIA - La Caritas giordana convoca giovani da tutto il mondo per il “Forum della Pace”

Madaba – Provengono da almeno 30 Paesi sparsi in tutto il mondo le delegazioni di ragazzi e ragazze che in questi giorni prendono parte in Giordania alla fase finale del Forum mondiale dei giovani per la pace, organizzato dalla Caritas giordana e ospitato presso la Università Americana di Madaba. Il programma della fase conclusiva dell'iniziativa iniziata il 17 settembre, comprende diverse esibizioni e concerti realizzati da gruppi giovanili provenienti anche da Armenia, Argentina, Filippine e Italia. Ma lo scopo dichiarato della fase conclusiva della kermesse consiste nella condivisione e nello scambio di esperienze e iniziative locali, regionali e internazionali focalizzate sui temi della pace, della convivenza e della riconciliazione, con l'individuazione di proposte e progetti “dal basso” che possano essere messi in atto nelle aree – a partire dal Medio Oriente – travolte anche in tempi recenti da conflitti e scontri settari. Agenzia Fides 23/9/2017).

ASIA/GIAPPONE - Il Cardinale Filoni ai seminaristi giapponesi: anche il Papa è preoccupato per la carenza di vocazioni sacerdotali

Tokyo – Papa Francesco, la Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli e i Vescovi giapponesi condividono la stessa “preoccupazione” per la carenza di vocazioni sacerdotali in Giappone. Lo ha confidato il Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, ai seminaristi che studiano a Tokyo, da lui incontrati nel settimo giorno della sua visita in terra giapponese. “Mentre i vostri sacerdoti, che finora hanno speso la loro vita per la Chiesa, invecchiano” ha rimarcato il Prefetto della Dicastero missionario rivolto ai seminaristi “non si vede una ripresa vocazionale adeguata. Vorrei che anche voi Alunni foste consapevoli che il futuro della Chiesa dipende anche dalla vostra generosa donazione a Dio”. A questo riguardo, nell'intervento tenuto nel seminario di Tokyo, il porporato ha riconosciuto che la condizione di chi si prepara al sacerdozio in una città moderna e piena di opportunità come Tokyo può porre i seminaristi in una “situazione di 'contrapposizione tra i valori del Vangelo e quelli del mondo”, e li ha invitati a concentrare la riflessione sui tre «segni profetici» che accompagnano la vita sacerdotale come donazione di sé e sequela di Cristo: la povertà volontaria, il celibato del cuore e del corpo e l’obbedienza. Delineando i connotati dello spirito della povertà cristiana, il Cardinale Filoni ha ricordato che tutti i beni, sia materiali che spirituali o morali, “sono come l’acqua del mare e noi siamo come una barca. Vivendo nel mondo, non possiamo distaccarcene completamente, ma se ci immergiamo totalmente nel possesso di essi, la nostra vita affonda, naufraga”. Mentre parlando del celibato, ha sottolineato che esso “ha un significato fondamentalmente escatologico”, e Gesù lo indica come stato di vita scelto per amore e per il regno di Dio: “Con la chiamata alla vita consacrata a Cristo nel celibato” ha spiegato il Cardinale Prefetto del Dicastero missionario “siete chiamati a vivere nella cultura del provvisorio, ma come testimoni dell’amore autentico, che non è mai provvisorio. Infatti, anche se la maggior parte dei membri della società presume che l’amore eterno sia impossibile, tutti, in verità, hanno sete di un amore senza condizioni o scadenze. Voi, con la vostra vita autentica, mostrate nella società giapponese che il vero amore, in Cristo, è sempre perpetuo, fedele e generoso”.Dopo l'incontro coi seminaristi, il Cardinale Filoni ha celebrato la messa nella cappella del seminario, nel giorno della memoria liturgica di San Pio da Pietrelcina.”Il discepolato missionario” ha rimarcato il Prefetto di Propaganda Fide nel corso dell'omelia “non nasce come sforzo e prestazione delle strutture ecclesiali, ma si configura come un ‘permanente uscire’ con Gesù”, lontano dalle “ideologizzazioni del messaggio evangelico o dal funzionalismo ecclesiale”. .

AFRICA/SUD SUDAN - Mamme e bambini in fuga nelle paludi: l’intervento dei Medici con l’Africa CUAMM

Nyal - È di questi giorni la lettera dei vescovi del Sud Sudan che denuncia la situazione di crescente tensione registrata nel Paese . “Anche noi siamo testimoni da mesi di questa instabilità – dichiara il dottor Giovanni Dall’Oglio, medico Cuamm responsabile dell’intervento sanitario per le persone in fuga dagli scontri e dalla fame nelle paludi. La gente del posto, quando arriva in ospedale o deve andarsene, ha paura a muoversi per le strade, ha fame”. La testimonianza del medico giunge da Nyal, dove è stato avviato un intervento di emergenza proprio per offrire assistenza sanitaria alle persone in fuga dagli scontri e dalla fame. “Per arrivare qui – racconta Dall'Oglio – devono navigare nei labirinti di canali di queste sterminate paludi a bordo di rudimentali canoe, che al massimo possono trasportare quattro persone. In alcuni casi ci vogliono due giorni di navigazione. Adesso che è il periodo delle piogge, e che l’acqua copre gran parte del territorio, qui a Nyal la gente si sente al sicuro. Il Nilo a est ha straripato e le paludi ora si estendono in larga parte anche ad ovest, lì dov’è il confine con Lake State e dove staziona l’artiglieria del governo. Adesso di certo nessun mezzo militare si avventura in queste paludi. La gente qui si può sentire al sicuro anche se la pioggia complica gli spostamenti dei mezzi umanitari. Fortunatamente, gli aerei scaricano i beni essenziali inviati dalle varie agenzie umanitarie: cibo liofilizzato per i malnutriti, farmaci, materiali di costruzione, tende da dare alle centinaia di nuove famiglie che arrivano da nord, sementi e attrezzi per l’agricoltura, e raramente automezzi. Noi di Medici con l’Africa – continua Dall’Oglio - di certo non stiamo a guardare: materiali di costruzione per la sala operatoria e le quattro unità sanitarie stanno finalmente arrivando. A breve arriverà anche il John Deer, il mezzo 4×4 indispensabile per muoversi in questo ambiente e raggiungere i beneficiari del progetto, che già si sono attivati per preparare i pali con cui realizzare la loro unità sanitaria. Quando siamo andati a dirglielo, che da lì a breve avrebbero avuto un loro posto di salute, la gente ci ha abbracciato e sono iniziati canti e danze di gioia che sono proseguiti anche dopo la nostra partenza”.

ASIA/INDIA - Sacerdote indiano all’Onu: “Garantire la libertà di fede e la protezione delle minoranze religiose”

Ginevra - Urge garantire in India la libertà di coscienza e di religione e tutelare la vita delle minoranze religiose: lo ha affermato il sacerdote cattolico indiano Fr. Manoj Kumar Nayak, intervenendo alla 36a sessione del Consiglio Onu per i Diritti umani a Ginevra. Nel suo intevento, inviato a Fides, p. Nayak ha affermato. “Siamo grati al Governo indiano per l’impegno a garantire che le leggi siano pienamente e costantemente orientate alla tutela dei membri delle minoranze religiose e delle popolazioni vulnerabili. Tuttavia, vige un clima di intolleranza e di paure tra le minoranze, come pure c’è chi pratica libertà di espressione, pensieri oltre ad incontri nel Paese. Nonostante l’impegno a mettere in pratica le raccomandazioni del primo e del secondo UPR , il governo dell’India non ha formulato una legge globale per impedire la violenza comunitaria contro le minoranze religiose”, ha detto il sacerdote. “Il Governo dell’India non riesce ad impedire l'adozione di leggi anti-conversione in Stati come Odisha, Chhatisgarh, Jharkhand e Gujarat, che reprimono i diritti delle minoranze per la pratica, diffusione e professione della loro religione. E’ evidente l’aumento della criminalizzazione contro le minoranze, dalit e adivasi. Altresì, riconosciamo un incremento di discorsi di odio diffusi da ufficiali dello Stato che non fanno che fomentare violenza e discriminazione contro le minoranze, esattamente il contrario di quello che richiedono le loro responsabilità di tutela delle stesse”. “Invitiamo il Governo dell'India – continua padre Nayak - ad adottare azioni adeguate ed evidenti contro gli incidenti di linciaggio delle minoranze e dei difensori dei diritti umani. Il Governo deve garantire una azione severa contro chiunque fomenti discorsi di odio che portano ad incoraggiare violenze contro le minoranze religiose. Potrebbe facilitare la riapertura di 315 casi chiusi senza alcuna condanna e risarcire più adeguatamente le violenze anti-cristiane registrate in Odisha nel 2007-08. Occorre prendere tutte le misure di sicurezza necessarie per frenare il crescente trend di discriminazioni, xenofobia e intolleranza e creare fiducia tra tutta la popolazione del Paese. Infine – conclude padre Nayak – il Governo indiano dovrebbe cancellare il paragrafo 3 dell' Ordine presidenziale del 1950 , perché di fatto discrimina i Dalit cristiani e musulmani”.

ASIA/INDIA - Sacerdote indiano all’Onu: “Garantire la libertà di fede e la protezione della minoranze religiose”

Ginevra - Urge garantire in India la libertà di coscienza e di religione e tutelare la vita delle minoranze religiose: lo ha affermato il sacerdote cattolico indiano Fr. Manoj Kumar Nayak, intervenendo alla 36a sessione del Consiglio Onu per i Diritti umani a Ginevra. Nel suo intevento, inviato a Fides, p. Nayak ha affermato. “Siamo grati al Governo indiano per l’impegno a garantire che le leggi siano pienamente e costantemente orientate alla tutela dei membri delle minoranze religiose e delle popolazioni vulnerabili. Tuttavia, vige un clima di intolleranza e di paure tra le minoranze, come pure c’è chi pratica libertà di espressione, pensieri oltre ad incontri nel Paese. Nonostante l’impegno a mettere in pratica le raccomandazioni del primo e del secondo UPR , il governo dell’India non ha formulato una legge globale per impedire la violenza comunitaria contro le minoranze religiose”, ha detto il sacerdote. “Il Governo dell’India non riesce ad impedire azioni anti-conversione in Stati come Odisha, Chhatisgarh, Jharkhand e Gujarat che reprimono i diritti delle minoranze alla pratica, diffusione e professione della loro religione. E’ evidente l’aumento della criminalizzazione contro le minoranze, dalit e adivasi. Altresì, riconosciamo un incremento di discorsi di odio diffusi da ufficiali dello Stato che non fanno che fomentare violenza e discriminazione contro le minoranze, esattamente il contrario di quello che richiedono le loro responsabilità di tutela delle stesse”. “Invitiamo il Governo dell'India – continua padre Nayak - ad adottare azioni adeguate ed evidenti contro gli incidenti di linciaggio delle minoranze e dei difensori dei diritti umani. Il Governo deve garantire una azione severa contro chiunque fomenti discorsi di odio che portano ad incoraggiare violenze contro le minoranze religiose. Potrebbe facilitare la riapertura di 315 casi chiusi senza alcuna condanna e risarcire più adeguatamente le violenze anti-cristiane registrate in Odisha nel 2007-08. Occorre prendere tutte le misure di sicurezza necessarie per frenare il crescente trend di discriminazioni, xenofobia e intolleranza e creare fiducia tra tutta la popolazione del Paese. Infine – conclude padre Nayak – il Governo indiano dovrebbe cancellare il paragrafo 3 della Costituzione Ordine presidenziale 1950, perché non include discriminazione costruttiva per Dalit cristiani e Dalit musulmani”.

ASIA/FILIPPINE - Stop alle esecuzioni extragiudiziali, sì ai diritti umani

Ginevra – “Urge difendere la democrazia e i diritti umani nelle Filippine: la ‘guerra contro la droga’ del presidente Duterte ha generato migliaia di assassini extragiudiziali, impunità e segni incombenti di ascesa dell'autoritarismo”: lo afferma un forum di organizzazioni della società civile filippina, riunite sotto la piattaforma “Ugnayan Bayan” che, in questi giorni, in concomitanza con la 36a sessione del Consiglio per i diritti umani all'Onu, ha organizzato un presidio e una manifestazione davanti al quartier generale della Nazioni Unite a Ginevra. Come appreso da Fides, contemporaneamente migliaia di fedeli hanno partecipato a Manila a una solenne concelebrazione eucaristica nella chiesa di St. Agustin e hanno poi indetto un corteo di pacifica protesta al Luneta Park per esprimere ferma opposizione alla “politica degli omicidi” promossa dal Presidente Rodrigo Duterte nella “guerra contro la droga”, rifiutando nel contempo ogni tentativo di imporre la legge marziale nel paese. Del forum fanno parte diversi religiosi cattolici, impegnati per la difesa della vita, tra i quali il gesuita Albert Alejo, che spiega a Fides: “Le esecuzioni extragiudiziali sono il segno distintivo della guerra alla droga dell'amministrazione di Duterte. I morti, dal giugno 2016, sono almeno 12.000, inclusi 54 minori. Il problema della diffusione della droga è più che un problema criminale. È anche un problema di salute pubblica ed è frutto anche della povertà”.La piattaforma della società civile filippina, condivisa da molte associazioni cristiane, chiede allora “di porre fine al'impunità: domandiamo indagini imparziali sulle uccisioni ed il perseguimento dei killer, garantendo così lo stato di diritto”. “Il presidente Duterte – recita il comunicato inviato a Fides – dovrebbe essere considerato responsabile per le migliaia di esecuzioni. Il suo continuo incoraggiamento pubblico alla polizia perché si elimino quanti commettono reati di droga ha alimentato la spirale degli omicidi”.Le comunità cattoliche nelle Filippine hanno deplorato con rabbia i ripetuti omicidi di alcuni adolescenti: tra loro Kian de los Santos 17enne cattolico, Carl Angelo Arnaiz e Reynaldo de Guzman , uccisi mentre erano in custodia cautelare degli agenti. Nel caso di Kian de los Santos, la polizia ha dichiarato che il ragazzo era un corriere della droga ucciso durante un raid anti-droga, ma la registrazione di una telecamera mostra che, ben prima di essere ucciso, era stato già arrestato e preso in custodia dalla polizia. Le organizzazioni lanciano un allarme sulla difesa dei diritti umani nelle Filippine: “Il presidente spesso denigra i diritti umani come un ostacolo alla pace e allo sviluppo, minacciando gli attivisti per i diritti umani che criticano il suo governo”. Per questo, affermano, “urge proteggere e rafforzare le nostre istituzioni democratiche”, condannando ogni forma di autoritarismo e il ritorno alla “legge marziale”, che ancora è in vigore sull’isola di Mindanao.

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