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Le notizie dell'Agenzia Fides
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NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - La crisi delle scuole cattoliche, questione “esistenziale” per la società libanese

19 May 2018
Anche in Libano, come in altri Paesi del Medio Oriente, le scuole cattoliche rappresentano una forma di presenza cristiana che ha sempre goduto di consenso sociale anche presso la popolazione musulmana. Anche per queste ragioni, la situazione critica che le scuole cattoliche libanesi stanno affrontando negli ultimi tempi mette in allarme le Chiese, e nel contempo rappresenta una vera emergenza nazionale, in un Paese sempre chiamato a vigilare contro i pericoli del settarismo.Le scuole cattoliche in Libano hanno sempre beneficiato di un’autonomia singolare, che sembra essere oggi al centro del momento critico da esse attraversato. Per far fronte alle esigenze del corpo docente, che reclama l’applicazione della legge 46/2018 sulle nuove “griglie salariali” già applicata nel settore pubblico, le scuole cattoliche saranno costrette ad aumentare del 50% circa gli stipendi dei loro insegnanti. Un aumento che sarà a carico delle famiglie, diventando un ulteriormente peso sui bilanci familiari già in sofferenza a causa della crisi economica.Link correlati :Continua a leggere la news analysis su Omnis Terra

ASIA/INDONESIA - Anniversario della "Pancasila": i cristiani promuovono armonia e fratellanza

19 May 2018
Giacarta - I cattolici indonesiani cercano costantemente di promuovere fraternità nella società multietnica e multreliigosa dell'Indonesia. Lo fanno tramite il dialogo e con azioni reali che creano autentica pace: lo dice all'Agenzia Fides p. Benny Susetyo sacerdote cattolico che è consulente nella Agenzia per l'Educazione alla Pancasila, unità creata dal Presidente Joko Widodo nel 2017 che include membri delle istituzioni e delle comunità religiose idonesiane, per promuovere l'implementazione della Pancasila, la "Carta dei cinque principi", alla base della nazione. Di fronte ad azioni terroristiche che intendono minare la convivenza e instaurare tensione tra maggioranza musulmana e minoranze, iniettando il virus dell'intolleranza , p. Benny Susetyo afferma che "i cattolici sono chiamati a migliorare il dialogo di vita creando relazioni armoniose con i loro vicini e creando un clima di reciproco rispetto e benevolenza". Commentando i recenti attentati suicidi a Surabaya, anche contro le chiese, p. Susetyo dice: "La sofferenza e la violenza fanno male alla coscienza, ma le anime libere non hanno mai paura. Il corpo può essere distrutto, ma rimaniamo uniti e fedeli sotto la bandiera di Pancasila. Siamo uniti perché perché amiamo la nazione. Cerchiamo di contrastare il terrorismo con una sola parola: con il linguaggio dell'amore. Amore, dedizione e rispetto della dignità umana hannola meglio sulla cultura della morte". Il Ministro Lukman Hakim Saifuddin, membro dell'Agenzia, ha auspicato che si possano riportare nella memoria collettiva della nazione, attraverso i leader religiosi, i valori della Pancasila e ha notato: "Tutti i principi che esistono nella nostra Pancasila sono fondamentalmente valori religiosi".La Pancasila, la carta di cinque principi ispiratori dello stato indonesiano è nata il 1° giugno 1945 quando il primo presidente Sukarno l'ha presentata al Comitato per l'indipendenza in un discorso dal titolo "La nascita della Pancasila".

AMERICA/COLOMBIA - Il Vangelo per difendere la vita, il territorio e la cultura delle popolazioni indigene

19 May 2018
Dabeiba - "Oggi noi continuiamo la nostra missione evangelizzatrice con atteggiamento itinerante, nel rispetto dell’identità delle nostre culture, illuminandole con la Parola di Dio. Oggi possiamo vedere che molti nativi hanno avuto una istruzione, sono riusciti a ottenere una professione ed occupare importanti ruoli pubblici come assessori, deputati, rappresentanti al Congresso della Repubblica. Ci sono tra di loro, educatori, operatori pastorali e un sacerdote nella regione, che lavora con le loro comunità con proposte concrete", così dichiara all'Agenzia Fides, Sr. Rubiela Marin Agudelo, della Congregazione Suore Missionarie di Maria Immacolata e S. Caterina da Siena, meglio conosciute come “Missionarie della Madre Laura”, per il nome della madre fondatrice, Laura Montoya. La madre Montoya ha combattuto fin dall'inizio, "perché i popoli indigeni fossero riconosciuti come persone e figli di Dio, in una società che li catalogava nel loro tempo - più di un secolo fa - come esseri irrazionali e incapaci di ogni iniziativa".La Congregazione ha celebrato lo scorso 14 maggio, i 104 anni della sua fondazione e il lavoro missionario a favore dei popoli indigeni di Embera katío nella foresta Dabeiba in Colombia.Parlando dell’opera missionaria e della difesa dei diritti di questo popolo, la religiosa denuncia che "gli indigeni di solito hanno affrontato coloni che senza scrupoli arrivano nei loro territori e con l'astuzia si fanno consegnare i terreni, generando conflitti con minacce, abusi e sfratti. A causa degli interessi economici di alcune multinazionali, nella regione sono stati avviati diversi mega-progetti, in particolare nei territori indigeni, per lo sfruttamento delle risorse naturali, principalmente nel settore minerario e del legname. Tutto quanto avviene grazie alla presenza di gruppi armati legali o illegali che usano violenza o uccidono leader indigeni e contadini" "Data la congiuntura del processo di pace che sta vivendo il Paese, una delle principali sfide che ci poniamo come congregazione religiosa è quella di promuovere spazi di riconciliazione e di pace come contributo alla ricostruzione del tessuto sociale del paese, specialmente nelle aree dove avviene il reinserimento dei guerriglieri delle FARC", dichiara suor Rubiela, che ha lavorato per 16 anni con la popolazione di Embera Katío in Colombia."La Congregazione evangelizza e promuove i diritti degli indigeni di Embera Katío, in primo luogo accompagnandoli nelle organizzazioni locali e regionali, facendo crescere la consapevolezza attraverso laboratori di riflessione e formazione. A volte con delle marce per la difesa della vita, dei loro diritti e del territorio. Le suore hanno anche accompagnato il popolo nel processo decisionale per valutare dei progetti minerari, parlando insieme con i gruppi armati in modo che rispettino la loro organizzazione e autonomia, e parlando con gli organismi internazionali di protezione dei diritti umani", aggiunge a Fides Laurita, un’altra religiosa missionaria, riferendosi ai 104 anni di missione: "Sebbene le circostanze siano cambiate, i gruppi umani continuano ad esistere in scenari estremi di vita e di morte; è necessaria la nostra presenza capace di presentare il Vangelo impegnato nella difesa della vita, del territorio e della cultura dei popoli, per dare speranza ai poveri". Gli indigeni Embera Katío rappresentano il 2,7% della popolazione indigena della Colombia. Si trovano per lo più nel dipartimento di Antioquia, seguito dai dipartimenti di Chocó e Córdoba. Tuttavia, sono anche stabiliti a Panama e in Ecuador. Madre Laura Montoya, canonizzata il 12 maggio 2013, è stata la prima suora che ha iniziato la missione nelle comunità Emberá-Katío nel 1914, nel comune di Dabeiba Antioquia, in Colombia.

ASIA/NEPAL - Cinque attacchi alle chiese cristiane

19 May 2018
Kathmandu - Cinque chiese, tra le quali una cattolica, sono state attaccate in Nepal nell’arco di una settimana. Come appreso dall'Agenzia Fides, la Chiesa cattolica di San Giuseppe a Kohalpur, nel distretto di Banke, è stata incendiata da persone non identificate il 18 maggio. La popolazione locale ha riferito che gli autori dell’attacco hanno intimato all agente di restare in casa; poi dieci uomini non identificati hanno fatto irruzione nella chiesa, versato benzina e dato alle fiamme l'edificio. La chiesa di San Giuseppe è una nuova parrocchia con circa 20 fedeli. Nessuno è stato ferito nell'attacco incendiario, ma l'interno della chiesa tutto risulta completamente distrutto.La Federazione nazione dei cristiani in Nepal , organismo ecumenico, chiede un intervento urgente del governo del Nepal e indagini sugli autori dell'atto criminoso. Condannando "l'attacco diretto alle minoranze religiose in Nepal, che disturba l'armonia reciproca", la dichiarazione giunta a Fides sottolinea che il governo "deve difendere le libertà fondamentali sancite nella Costituzione e garantire che tutti i diritti siano tutelati", in modo che tutti i cittadini possano sentirsi sicuri di praticare la loro religione.Kadhka Prakash, attivista cattolico per i diritti umani a Kathmandu, ha detto a Fides: "Questa dissacrazione un attacco diretto contro la Chiesa cattolica. Il santuario, l'altare e l'Eucaristia sono fondamentali per il nostro culto. Questo è un messaggio che il cristianesimo non è ben accolto in questo posto. I Cristiani in Nepal desiderano costruire la pace e lavorare per la giustizia". Nei giorni scorsi, ra i 9 e il 13 maggio, altre chiese cristiane protestanti sono state incendiate, quasi tute in attacchi nottetempo: Chiesa di Mahima, a Dhangadhi , la Chiesa di Emmanuel a Doti la Chiesa dell'Emmanuel a Kanchanpur e la Hebron Church a Panchthar . Sebbene nessuno sia stato ucciso negli attacchi, i cristiani locali sono preoccupati per l' aumento delle ostilità verso i gruppi cristiani in Nepal.Il Pastore Tanka Subedi, fondatore e presidente delll’organizzazione "Dharmik Chautari Nepal" e del “Forum ddel Nepal per la Libertà religiosa” ha detto a Fides: "Il governo nepalese è un governo democratico, e ha il compito di proteggere tutti i gruppi religiosi allo stesso modo". Anche gli organismi National Christian Fellowship del Nepal e Nepal Christian Society hanno condannato gli attacchi e dichiarando che i cristiani nepalesi sono falsamente accusati di "proselitismo", rispetto alla popolazione a maggioranza indù

ASIA/ISRAELE - Dopo le tensioni con la Turchia, la Knesset mette in agenda il riconoscimento del Genocidio armeno

18 May 2018
Gerusalemme – Dopo il duro scontro diplomatico tra Israele e il governo turco, che in seguito all'ultimo massacro di palestinesi a Gaza aveva espulso l'ambasciatore dello Stato ebraico, sembra prendere quota la possibilità che il Parlamento israeliano riconosca il Genocidio armeno. La proposta di tale riconoscimento – riferiscono i media israeliani – è stata presentata agli uffici competenti della Knesset dal deputato di centrosinistra Itzik Shmuli, membro di “Unione Sionista”, è appoggiata da almeno 50 parlamentari appartenenti sia ai Partiti di governo – Likud compreso - che a quelli dell'opposizione. La proposta di legge presentata da Itzik Shmuli prevede anche di istituire in Israele una giornata di commemorazione annuale del Genocidio armeno. Lo stesso Shmuli, in dichiarazioni rilanciate dai media israeliani, ha fatto notare che non cè motivo “di trattare con particolare delicatezza i turchi, vista l'istigazione contro lo Stato d'Israele scatenata dal Presidente turco Erdogan”.Lo stesso Presidente della Knesset, Yuli Edelstein, ha dichiarato che farà il possibile per facilitare l'approvazione della proposta di legge. Come riferito dall'Agenzia Fides , tre mesi fa lo stesso Parlamento israeliano aveva di fatto respinto un progetto di legge presentato da Yair Lapid, rappresentante del partito centrista e laico Yesh Atid, che avrebbe ufficializzato il riconoscimento da parte di Israele del “Genocidio armeno”. In quel frangente, il vice-ministro degli esteri israeliano, Tzipi Hotovely, aveva dichiarato che Israele non avrebbe preso ufficialmente posizione sulla questione del Genocidio armeno, “tenendo conto della sua complessità e delle sue implicazioni diplomatiche".Il 26 aprile 2015 il Presidente israeliano Reuven Rivlin aveva ospitato presso la residenza presidenziale di Gerusalemme un evento commemorativo per ricordare i cento anni dagli stermini pianificati degli armeni avvenuti un secolo prima in Anatolia. Durante quella cerimonia, il Presidente Rivlin aveva ricordato che il popolo armeno fu “la prima vittima dei moderni stermini di massa”, ma aveva evitato di usare la parola “Genocidio” per indicare i massacri in cui morirono più di un milione e 500mila persone. .

ASIA/INDONESIA - Preghiera e solidarietà per le vittime cristiane degli attentati di Surabaya

18 May 2018
Surabaya - La comunità cristiana di Surabaya si stringe intorno alle famiglie delle vittime degli attentati di domenica 13 maggio. Come appreso dall'Agenzia Fides, si sono tenuti ieri, 17 maggio, i riti funebri di alcune delle vittime uccise negli attacchi suicidi condotti contro tre chiese cristiane. Vincentius Evan, 12 anni, è morto istantaneamente quando una bomba è esplosa davanti alla Chiesa cattolica dell'Immacolata e suo fratello di otto anni, Nathaniel, è morto poco dopo in ospedale. La madre dei due, Angelina Wenny, gravemente ferita nell' attacco, ha avuto il permesso di lasciare l'ospedale per essere presente alla messa funebre dei suoi figli, prima di rientrare nella casa di cura. Una delle vittime ancora essere formalmente riconosciuta: si tratta di Aloysius Bayu Wardhana, giovane cattolico impegnato nei servizi di sicurezza e padre di un bambino di tre mesi. Il giovane ha cercato di bloccare gli attentatori suicidi raggiungessero la Chiesa dell'Immacolata, affollata di fedeli ed è esploso con i kamikaze. La sua famiglia è in attesa dei risultati del test del DNA prima che le sue spoglie siano rilasciate per la sepoltura. Sua moglie e sua madre sono in uno stato di profonda tristezza e a occuparsi delle procedure medico-burocratiche pensano altri familiari. Tra le vittime dell'attacco alla Chiesa Pentecostale vi è un adolescente, Daniel, morto con l'agente di sicurezza Giricatur per la stessa dinamica: i due hanno cercato di bloccare il minivan guidato dall'attentatore e sono morti quando la bomba è esplosa. In totale, sono 36 le persone uccise in attentati compiuti a Surabaya e Sumatra, tra il 13 e il 16 maggio, inclusi 13 kamikaze e i loro figli. Vescovi e leader cristiani di tutte le confessioni in questi giorni sono presenti a Surabaya per portare solidarietà, consolazione e incoraggiamento, pregando con le comunità cristiane locali.

AFRICA/CONGO RD - “Attenti alle prossime scadenze del calendario elettorale in vista del voto di dicembre” raccomandano i Vescovi

18 May 2018
Kinshasa - Sono almeno 15 le persone uccise durante le manifestazioni pubbliche tenutesi dal dicembre 2017 a marzo 2018 nella Repubblica Democratica del Congo, secondo i dati raccolti dalla Commissione Episcopale Giustizia e pace nelle 39 relazioni sull'osservazione elettorale e il monitoraggio degli eventi pubblici, che il CEJP ha presentato il 15 maggio 2018 presso il centro interdiocesano di Kinshasa.Secondo i rapporti della CEJP delle 15 persone uccise, 14 sono state colpite da colpi di arma da fuoco e una è rimasta mortalmente intossicata dai gas lacrimogeni. Vi sono stati almeno 226 feriti, di cui circa 50 colpiti da proiettili; sono stati inoltre registrati almeno 396 casi di arresti di manifestanti e organizzatori da parte delle forze di polizia e dei militari.Dalla fine di dicembre a marzo il Comité Laic de Coordination ha organizzato una serie di manifestazioni pacifiche in tutto la RDC per chiedere al Presidente Joseph Kabila una dichiarazione con la quale si impegna a non candidarsi alla propria successione, in conformità alla Costituzione, e al rispetto degli accordi di San Silvestro del 31 dicembre 2016. Le manifestazioni sono state però brutalmente fermate da polizia e militari che hanno usato gas lacrimogeni e, in diversi casi, hanno sparato proiettili mortali ad altezza d’uomo.Oltre a presentare le relazioni sulle dimostrazioni, p. André Masinganda, 1° Vice Segretario Generale della CENCO , ha presentato alcune raccomandazioni al governo, alla Commissione Elettorale Indipendente , al Consiglio supremo della magistratura, ai tribunali, ai partiti politici, alle organizzazioni della società civile e ai partner internazionale della RDC, in vista delle elezioni presidenziali e parlamentari del 23 dicembre.“Ci rivolgiamo al popolo congolese perché presti particolare attenzione alla realizzazione di importanti pietre miliari del calendario elettorale, tra cui la convocazione dell'elettorato il 23 giugno 2018 e l'inizio dell'accoglienza e dell'elaborazione delle candidature il 24 giugno 2018; e perché si assicuri del rispetto della natura pacifica degli eventi pubblici a cui partecipa” ha detto p. Masinganda. Tra le altre raccomandazioni la CENCO ha chiesto alle autorità di ripristinare le condizioni di sicurezza nelle aree del Paese che ne sono prive, al fine di evitare un ulteriore rinvio delle elezioni, e di garantire la libertà di manifestazione prevista dalla Costituzione.

AMERICA/VENEZUELA - I Vescovi: il governo rispetti i diritti umani e garantisca l’incolumità ai prigionieri politici

18 May 2018
Caracas – “È responsabilità del governo la sicurezza e l'incolumità dei prigionieri che si trovano nelle carceri” ha detto in un appello, rivolgendosi al procuratore, al difensore civico e al ministro degli interni, il Cardinale Jorge Urosa Savino, Arcivescovo di Caracas. Nella stessa circostanza ha espresso preoccupazione per gli atti di violenza contro i prigionieri politici, avvenuti il 16 maggio, presso il Servizio di intelligence nazionale bolivariano, Sebin, a El Helicoide, Caracas, durante i quali i detenuti hanno denunciato di essere stati torturati, aggrediti e di aver subito il lancio di bombe lacrimogene. "Sono molto preoccupato per le notizie provenienti da El Helicoide, per quanto riguarda la situazione dei prigionieri politici in quella sede di Sebin" ha detto il Cardinale in una registrazione vocale inviata ai media e giunta anche a Fides."Voglio fare un appello alle autorità: devono tenere conto che sono responsabili dell'incolumità delle persone sottoposte al regime carcerario - ha detto l'Arcivescovo di Caracas -. Si deve evitare lo spargimento di sangue, si devono calmare gli spiriti, in modo che non ci sia violenza, nessun morto o ferito".Mentre attraverso i media, i responsabili del penitenziario hanno parlato di una protesta dei detenuti, i social media hanno fornito diversi video e foto della situazione degli interni del carcere. Vilca Fernández, un detenuto politico, malgrado non si abbiano ancora dettagli della sua accusa, ha diffuso un video dove chiede l'intervento della Chiesa cattolica, del Papa, dei Cardinali, perché si interessino della situazione di 300 prigionieri che partecipano a questa protesta pacifica a El Helicoide. "Qui ci sono persone che non sono nemmeno arrivate in tribunale, la nostra situazione è estremamente delicata, ci sono feriti, chiediamo solo l'intervento delle organizzazioni internazionali, la Chiesa cattolica, la Croce Rossa. Cardinale Pietro Parolín, cardinale Baltazar Porras vi preghiamo di ascoltarci" si sente nel video.Mercoledì sera, 16 maggio, rappresentanti della Conferenza Episcopale Venezuelana si sono recati nella sede del Sebin per chiedere informazioni sui prigionieri, ma hanno riferito di non avere avuto risposta. La CEV ha pubblicato una dichiarazione in cui chiede allo Stato di rispettare i diritti umani dei prigionieri politici.

AMERICA/BRASILE - Leader indigeno: urge una maggiore presenza della Chiesa nelle comunità più lontane

18 May 2018
Río Negro - Comprendere la vita delle popolazioni indigene dovrebbe portarci a riflettere, a scoprire il valore del piccolo, di ciò che è fondamentale nella nostra vita quotidiana. Questo è quanto emerge da una conversazione tra l’Agenzia Fides e Braz Garrido Melgueiro, leader cattolico della comunità di Iabe, situata sulle rive del Rio Negro, nell'Amazzonia brasiliana. Il rappresentante della comunità indigena racconta: “Qui si vive tranquillamente, non manca nulla, abbiamo farina di pesce e farina di manioca. La vita in città è un'altra cosa. Qui abbiamo il nostro lavoro, non dobbiamo niente a nessuno, abbiamo spazio per cacciare, pescare, raccogliere frutti nella foresta”. Il leader della comunità, nel suo dialogo con Fides, afferma che “la globalizzazione sta sviluppando sempre più pericoli”. Per questo motivo, è preoccupato per "l'arrivo di stranieri che minacciano di sfruttare la regione. Abbiamo paura, perché dipendiamo dalla natura per sopravvivere". Riconosce anche alcuni problemi: “Sono sempre più i cristiani evangelici che ci cercano: servirebbe una maggiore presenza della Chiesa cattolica, più visite, approfondimento della conoscenza della Bibbia, catechesi, perché gli insegnanti non sembrano interessati ai nostri giovani”, sottolinea Braz Garrido Melgueiro.In riferimento al Sinodo sull’Amazzonia, il cui processo sta muovendo i primi passi, sulla ricerca di nuove vie per l'opera di evangelizzazione nelle comunità indigene più distanti, il leader indigeno auspica che “i partecipanti al Sinodo siano attenti alla vita quotidiana, visitino le comunità per vedere direttamente la realtà: da lontano non si conoscono né si comprendono a fondo le nostre difficoltà. A volte le cose si possono scrivere, ma sarebbe meglio venire, visitare e vedere la nostra realtà” conclude.

AFRICA/CAMERUN - Crisi umanitaria nella zona anglofona del paese: i Vescovi esortano al dialogo

18 May 2018
Yaoundé - I Vescovi del Camerun denunciano “violenze raccapriccianti” mentre 160 mila persone sono costrette a fuggire in Camerun e altre 26 mila in Nigeria. Caritas Camerun riferisce di “aree di conflitto perseguitate dalla paura e dalla morte”. I soldati “stanno bruciando villaggi, le persone vivono nelle foreste, rischiano di essere uccise se si avvicinano anche solo al ciglio della strada” si legge in una nota inviata a Fides dall’Episcopato locale.I Vescovi cattolici del Camerun hanno manifestato la loro enorme preoccupazione condannando “la brutale repressione dell’esercito contro un movimento indipendentista nelle regioni anglofone del paese” che ha alimentato una escalation della crisi umanitaria.È una situazione “segnata da cieche, inumane, mostruose violenze e da una radicalizzazione delle posizioni che ci allarma molto” affermano i Vescovi in una dichiarazione del 16 maggio, firmata dall’Arcivescovo Samuel Kleda, Presidente della Conferenza episcopale del Camerun. “Fermiamo ogni forma di violenza e finiamo di ucciderci a vicenda” sostiene la lettera. “Salviamo il nostro paese da una guerra civile infondata e inutile”.Nessun giornalista è autorizzato a entrare nelle aree di conflitto, ma Caritas Camerun stima che almeno 150 persone tra cui 64 civili siano stati uccisi finora nelle guerriglie tra esercito e separatisti. Le cifre reali sono probabilmente molto più elevate. Testimoni oculari fuggiti in Nigeria riferiscono di arresti e omicidi, torture di sospetti separatisti, violenze contro i bambini e stupri. “Non passa una settimana senza che le case vengano bruciate, le persone rapite o uccise” scrive Caritas Mamfé del Camerun sudoccidentale, epicentro della crisi.“La paura ha preso il sopravvento su questo territorio”. La Caritas lancia una urgente raccolta fondi “per aiutare 5 mila rifugiati in Nigeria con aiuti di emergenza. In visita a Mamfé, un rappresentante Caritas ha riferito che 45 mila persone nella diocesi sono sfollate, lasciandosi dietro villaggi fantasma: “La situazione della sicurezza è incredibilmente precaria e molti sono fuggiti dalle loro case per nascondersi nella boscaglia” ha dichiarato.La Caritas è attualmente l'unica agenzia di soccorso nelle zone anglofone gravemente colpite del Camerun sudoccidentale e nord-occidentale, che fornisce cibo, acqua, forniture mediche e riparo, ma è molto povera di risorse. “Solo la Caritas è stata, con difficoltà, in grado di accedere a queste aree perseguitate dalla paura e dalla morte", rileva l’operatore.Dall'altra parte del confine, Caritas Nigeria ha registrato 25.624 rifugiati camerunensi ma, secondo le Nazioni Unite, il totale potrebbe essere di 40 mila. La maggior parte sono donne e bambini. Solo cinque rifugiati su 100 hanno un riparo adeguato, il resto dorme in edifici abbandonati o all'aperto. I Vescovi della Nigeria, mentre sollecitano la tolleranza, avvertono che l'afflusso di rifugiati negli Stati di Taraba, Benue, Akwa-Ibom e Cross River sta aggravando la povertà delle comunità locali. “Mancano cibo, ripari, acqua potabile” afferma un capo villaggio nigeriano. “Le persone sono malate e muoiono senza alcuna cura”. L’Episcopato esorta entrambe le parti al dialogo: “Noi, i Vescovi del Camerun, crediamo che ora debba essere imposto un processo di mediazione per trovare una via d'uscita dalla crisi. Siamo tutti fratelli e sorelle”. Il Camerun è diviso tra i suoi ex territori francesi e britannici. A ottobre, gli attivisti delle minoranze anglofone, che rappresentano il 20% della popolazione, hanno dichiarato la repubblica, sfidando il governo del presidente Paul Biya, dominato dalla Francia . Negli ultimi tempi, riferisce p. Emmanual Bekomson di Caritas Calabar, “la crisi è peggiorata, specialmente nelle zone di Mamfé, Limbe, Buea e Nsan Aragati”. “Si va di male in peggio, negli ultimi giorni aumentano morti e rapimenti”, riferisce p. Kisito Balla Onana, direttore della Caritas Camerun.

VATICANO - La “rivoluzione” dell’Infanzia Missionaria: da 175 anni “i bambini aiutano i bambini”

18 May 2018
Città del Vaticano - “Con l’Opera della Santa Infanzia è nato un nuovo stile di missione che mette al centro la grazia del battesimo, dal quale scaturisce la missionarietà di ogni cristiano, e riconosce anche ai bambini il diritto di riceverla e il dovere di donarla. Per la prima volta nella Chiesa i bambini sono diventati soggetti attivi dell’evangelizzazione, protagonisti della pastorale, nella loro semplicità e umiltà. Sono 175 anni che quest’Opera, chiamata anche dell’Infanzia Missionaria, adempie alla missione di salvare i bambini con i bambini”. Con queste parole suor Roberta Tremarelli, AMSS, Segretaria generale della Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria, spiega all’Agenzia Fides la particolarità e la novità portata da questa Opera nel campo dell’animazione missionaria e della pastorale dei bambini, in occasione del 175° anniversario di fondazione. Il 19 maggio 1843 nasce ufficialmente l’Opera della Santa Infanzia, e nel suo nome è espressa la volontà del fondatore, Mons. Charles de Forbin Janson, di affidarla alla protezione di Gesù Bambino. Nato a Parigi nel 1785, in una famiglia nobile e cattolica, Charles de Forbin Janson durante il Seminario frequenta la Cappella dell’Istituto delle Missioni Estere di Parigi, entrando così in contatto con i missionari. Ascolta i racconti del loro lavoro in Cina e delle migliaia di bambini che sacerdoti e suore accoglievano, curavano, educavano, battezzavano. Il suo spirito missionario si rafforza ulteriormente dopo l’ordinazione sacerdotale. A 38 anni è ordinato Vescovo di Nancy e inizia subito ad organizzare ritiri e missioni in tutte le parrocchie della sua diocesi. Distribuisce generosamente le sue ricchezze di famiglia e tiene per sé solo l’indispensabile. Durante una sua assenza dalla diocesi per impegni pastorali, gli anticlericali saccheggiano il seminario vescovile e gli impediscono di rientrare a Nancy. Inizia così il triste periodo dell’esilio durante il quale però continua a pensare ai missionari e ai bambini della Cina. Dopo tre anni di missione in America del Nord, rientra in Francia e, a Lione, incontra Pauline Jaricot, la fondatrice dell’Opera della Propagazione della Fede. Ciò che lei aveva organizzato per gli adulti in Francia, lui lo avrebbe organizzato per i bambini della Francia e dell’intera Europa. I bambini avrebbero aiutato i loro fratelli e sorelle, non solo quelli della Cina ma di tutte le missioni del mondo, con una breve preghiera giornaliera e un piccolo sacrificio mensile. “L’Opera ha risvegliato i bambini europei ai bisogni degli altri bambini, con una nuova dimensione della coscienza missionaria: trasmettere uno sguardo e un cuore missionario sin dall’infanzia” sottolinea la Segretaria generale dell’Infanzia Missionaria, che prosegue: “Oggi l’Opera ha messo radici in più di 150 paesi. Attraverso il Segretariato Internazionale, che ha la sua sede a Roma presso il Palazzo di Propaganda Fide, e le offerte raccolte in ogni parte del mondo, sostiene migliaia di progetti di solidarietà che aiutano i bambini dei 5 continenti con l’intento di fornire loro gli strumenti necessari per poter vivere in modo dignitoso la propria vita, sia fisica che spirituale. Gli ambiti di impegno sono: animazione e formazione cristiana e missionaria, pastorale dell’infanzia, educazione prescolare e scolare, protezione della vita”. In tutto il mondo l’Opera sta aiutando circa 20 milioni di bambini. Nel 2017 sono stati finanziati 2.834 progetti per un totale di 17.431.260 dollari, attraverso il Fondo Universale di Solidarietà costituito dalle offerte dei bambini di tutto il mondo. Ogni tipologia di progetto finanziato può e deve essere occasione e strumento di animazione missionaria. “Anche attraverso quest’Opera la Chiesa mette la sua maternità al servizio dei bambini e delle loro famiglie - conclude suor Roberta Tremarelli - prendendosene cura come ci dice Papa Francesco: ‘…avvicinarci per toccare, per prenderli per mano e portarli al loro posto di dignità, facendoli camminare con le loro gambe. Aiutarli affinché siano restituiti alla vita quotidiana. Aver cura di loro così che possano inserirsi nella società’.”

ASIA/IRAQ - Elezioni, le “Brigate Babilonia” si preparano a conquistare 2 dei 5 seggi riservati ai cristiani

17 May 2018
Baghdad – Le istituzioni irachene non hanno ancora diffuso i risultati definitivi delle elezioni politiche svoltesi sabato 12 marzo. Ma le cifre ufficiali fin qui pubblicate sembrano comunque prefigurare un esito più che eloquente riguardo alla distribuzione dei cinque seggi riservati dalla legge elettorale alle minoranze cristiane irachene: infatti due di quei cinque posti in Parlamento saranno probabilmente conquistati da rappresentanti delle “Brigate Babilonia”, formazione sorta come milizia armata, che rivendica di aver preso parte alle operazioni militari contro i jihadisti dello Stato Islamico e alla riconquista delle aree nord-irachene cadute nelle loro mani nel 2014. Gli altri tre seggi verrebbero spartiti tra il Partito assiro Rafidain, la Coalizione caldea e il Concilio popolare caldeo-siro-assiro. I dati parziali diffusi assegnano alla lista delle Brigate Babilonia più di 30mila voti, mentre non ha finora raggiunto al soglia dei 20mila voti nessuna delle altre tre liste “cristiane” destinate a guadagnare un seggio nel prossimo Parlamento iracheno. I risultati ottenuti dalle liste elettorali irachene guidate e animate da cristiani sorprendono soprattutto per il profilo singolare della lista che sembra aver ottenuto maggior consenso. Le “Brigate Babilonia”, guidate da Rayan al Kildani , hanno sempre rivendicato la propria etichetta di milizia composta da cristiani, anche se risulta documentato il loro collegamento con milizie sciite filo-iraniane come le Unità di Protezione popolare . Politici cristiani legati ad altre formazioni gettano sospetti sul risultato elettorale, lasciando intendere che sui candidati delle “Brigate Babilonia” sarebbero stati dirottati anche voti di elettori sciiti, in modo da piazzare nei seggi riservati ai cristiani rappresentanti che di fatto rispondono a formazioni politiche sciite. In passato, come riferito dall'Agenzia Fides , la Chiesa caldea aveva pubblicamente dichiarato di non avere “nessun legame, né diretto né indiretto, con le cosiddette 'Brigate Babilonia', né con nessun'altra milizia armata che si presenta come cristiana”. Con un comunicato diffuso nel marzo 2016, lo stesso Patriarca caldeo Louis Raphael I Sako aveva voluto marcare la propria distanza da gruppi armati che nello scenario iracheno di allora cercavano di rivendicare la propria affiliazione alle comunità cristiane locali. .

ASIA/MYANMAR - Oltre 7.000 cristiani kachin costretti a fuggire: allarme dei Vescovi

17 May 2018
Yangon - Oltre 7.000 cittadini cristiani appartenenti alla minoranza etnica Kachin, nel nord del Myanmar, sono stati costretti ad abbandonare le loro case a causa dell'escalation di violenza tra l'esercito birmano e i ribelli indipendentisti kachin. Lo conferma all'Agenzia Fides il Vescovo Francis Daw Tang, alla guida della diocesi di Myitkyina, nello stato Kachin.Il Vescovo spiega: “All'inizio di aprile l’esercito birmano ha iniziato ad attaccare la regione al confine con la Cina. Molti villaggi sono stati attaccati con grande sofferenza dei civili che hanno iniziato a fuggire. Molti sono intrappolati nella giungla da almeno tre settimane, senza cibo e senza libertà di muoversi, perché sospettati di essere collaborazionisti dei ribelli”. “I profughi – prosegue – sono venuti nella parrocchia di Tanghpre. Al momento ci sono 243 famiglie assiepate nel territorio parrocchiale, per un totale di 1.200 persone. Altri 600 sfollati sono giunti a Palana, in un complesso della Chiesa battista ed altri gruppi hanno trovato riparo in altre chiese", racconta, notando che la Caritas del Myanmar li sta assistendo. Ieri, altri 400 civili sfollati sono arrivati nella capitale di Kachin, Myitkyina, dove c'erano già oltre 4.000 altri profughi.Su quanto sta avvenendo nel Nord del paese l'analista politico Stella Naw nota: “E 'una guerra dove i civili sono sistematicamente vittime dei militari birmani, mentre la comunità internazionale ignora questa emergenza”, e pone la crisi accanto a quella che tocca i musulmani Rohingya. “È una guerra invisibile”, dice a Fides Than Htoi, un cristiano che è assistente sociale nello stato Kachin. In seguito a bombardamenti, il complesso scolastico cristiano Kachin Baptist Mission School è stato distrutto l’11 maggio, rileva Htoi notando “attacchi militari contro obiettivi civili” Yanghee Lee, inviato Onu per i diritti umani, nel suo rapporto di marzo al Consiglio per i diritti umani, ha chiesto la fine immediata dei combattimenti, dicendo: "Quello che stiamo vedendo è inaccettabile: civili innocenti vengono uccisi e feriti e centinaia di famiglie stanno fuggendo per salvarsi la vita".

AFRICA/BURUNDI - Urne aperte per il referendum costituzionale che permetterà al Presidente Nkurunziza di governare fino al 2034

17 May 2018
Bujumbura - Sono 4.8 milioni gli elettori chiamati alle urne in Burundi oggi, per il referendum sulla controversa revisione costituzionale volta a permettere al Presidente Pierre Nkurunziza di rimanere al potere per altri 15 anni, fino al 2034. Il referendum è boicottato dall’opposizione e da gruppi della società civile, ma il Presidente Nkurunziza ha firmato un decreto che punisce penalmente le campagne per boicottare il voto.La campagna referendaria si è svolta in un pesante clima di intimidazione, come denunciato dagli stessi Vescovi burundesi nella loro lettera pastorale pubblicata ai primi di maggio, nella quale stigmatizzano “l’agire di alcuni burundesi che utilizzano la violenza e abusano dell’autorità che detengono per opprimere la libertà d’espressione e d’opinione dei loro avversari politici. “La maggior parte dei burundesi vive nella paura, a tal punto che le persone non osano dire quello che pensano, per il timore di rappresaglie” denunciano i Vescovi, secondo i quali la proposta di riforma costituzionale oggetto del referendum va contro la stessa Carta Costituzionale. “In effetti, è da discutere se le disposizioni dell'articolo 299 della Costituzione che attualmente ci governa siano state prese in considerazione. Questo articolo stabilisce che nessuna procedura di revisione può essere applicata se mina l'unità nazionale, la coesione del popolo burundese o la riconciliazione. Secondo quanto possiamo vedere, invece di unire i burundesi, il lavoro svolto e la bozza di Costituzione risultante sembrano aver esacerbato le divergenze” scrivono i Vescovi.Nel 2015 Nkurunziza ha già ottenuto un terzo mandato in spregio della vecchia Carta Costituzionale e agli Accordi di Pace di Arusha, provocando una gravissima crisi politica, che ha costretto 400.000 burundesi a rifugiarsi nei Paesi vicini. “Con la nuova Costituzione Nkurunziza potrà ripresentarsi alle elezioni per ottenere due mandati di 7 anni ciascuno, in modo da rimanere al potere per altri 14 anni, fino al 2034” affermano a Fides fonti della Chiesa burundese.“Molti burundesi sono stati costretti con la forza a iscriversi nelle liste elettorali per il voto referendario. All’opposizione viene impedito di fare propaganda per invitare la popolazione a votare no al referendum. In queste condizioni è dunque quasi sicuro che la riforma costituzionale verrà approvata. Inoltre le elezioni presidenziali del 2020 rischiano di essere una farsa” concludono le nostre fonti.Il Presidente Nkurunziza sta già preparando le elezioni del 2020, con un’ordinanza del dicembre 2017 che obbliga i cittadini burundesi a contribuire al loro finanziamento.

AMERICA/NICARAGUA - Prima giornata di Dialogo nazionale: “la Chiesa è ponte, ospedale, madre”

17 May 2018
Managua – Il “Dialogo nazionale”, avviato in Nicaragua per cercare di risolvere la crisi socio-politica del paese è iniziato ieri a Managua, con la partecipazione del presidente Daniel Ortega, degli imprenditori, della società civile, degli studenti universitari e dei Vescovi del Nicaragua. Il Dialogo si svolge nel Seminario interdiocesano Nostra Signora di Fatima, a ovest di Managua, protetto da un forte dispositivo di sicurezza, che copre fino a 1.000 metri intorno al Seminario, sede scelta dalla Conferenza Episcopale .Dopo la presentazione da parte dei Vescovi, chiamati in causa come “mediatori e testimoni” nel Dialogo, Ortega ha formalmente preso la parola. Poi è toccato alla società civile presentare le proprie idee e in seguito agli studenti. La Vicepresidente Murillo, moglie di Ortega, ha dichiarato che esiste pieno accordo sul fatto che la "metodologia e l'organizzazione di questo Dialogo sono stabilite dalla Conferenza Episcopale Nicaraguense”.Nel Messaggio di presentazione pronunciato dal Card. Brenes, Arcivescovo di Managua, inviato all’Agenzia Fides, la CEN afferma: "Abbiamo accettato questa difficile e complessa sfida e ci siamo impegnati come mediatori e testimoni, l'unico modo possibile per riconciliare le più alte aspirazioni di ognuno. Siamo qui per trovare insieme le possibili vie di uscita e le soluzioni alle richieste e alle aspettative, complesse e diverse, ma essenzialmente identiche nella loro essenza e aspirazione suprema. Attraverso il dialogo e l'ascolto, possiamo aiutare a costruire un mondo migliore, rendendolo un luogo d'accoglienza e di rispetto, contrastando così divisioni e conflitti".Il Cardinale ha ricordato in tre punti la missione della Chiesa: “La Chiesa è un ponte che, in questo caso, collega i punti distanti; la Chiesa è un ospedale da campo. Abbiamo molte vite da salvare e ferite da guarire, non dimentichiamolo mai: ciò che è in gioco qui sono le persone; la Chiesa è madre. In una famiglia quando i fratelli litigano, la madre è nel mezzo”. Per concludere, il Cardinale ha chiesto al Presidente di "compiere quei passi positivi di buona volontà per il successo di questo Dialogo Nazionale, portando avanti i punti che i miei fratelli Vescovi hanno presentato alla sua persona in una lettera inviata nei giorni scorsi" .Il presidente Ortega ha detto: "Abbiamo invitato la Commissione Internazionale dei Diritti Umani ad accompagnare questo sforzo. Chiediamo l'elenco di quanti morti e scomparsi ci sono in Nicaragua, e non di usare la menzogna. Vogliamo la lista, da consegnare anche ai Vescovi, e dimostreremo loro che non c'è una sola persona scomparsa, non c'è un solo prigioniero, sono stati tutti liberati".Mentre il rappresentante degli studenti ha chiesto di fermare la repressione subito, il Presidente del Consiglio Superiore delle Imprese Private , ha affermato che "la prima cosa è garantire la sicurezza degli studenti, perché in questo momento è una priorità".

ASIA/FILIPPINE - Puntare sui “valori comuni”: l’auspicio del movimento “Silsilah” per il mese del Ramadan

17 May 2018
Zamboanga - "In questo mese di Ramadan, sacro per il mondo musulmano, desideriamo esprimere solidarietà ai musulmani e ribadire la convinzione che l'Islam possa aiutare, tra le molte cose, nel dire il valore della preghiera, del digiuno e della attenzione ai bisognosi”: così recita il messaggio diffuso dal movimento islamocristiano “Silsilah”, a Zamboanga, nel Sud delle Filippine, e inviato alll’Agenzia Fides. “Ricordiamo ciò che il Forum cattolico-musulmano a Roma del 2008 ha affermato, dopo la lettera aperta di 138 leader religiosi musulmani nel mondo del 2007, sottolineando che l'amore di Dio e l'amore per il prossimo sono propri della fede cristiana e dell'islam. In quel documento si legge: Per i musulmani, l'amore è un potere trascendentale senza tempo, che guida e trasforma il reciproco sguardo umano. Questo amore, come rivelato dal Santo e Profeta Muhammad, è un vero amore per l'unico vero Dio. E' l'amorevole compassione di Dio, persino maggiore di quella di una madre per il suo bambino”.“Silsilah” ricorda che in quel documento si ribadivano punti comuni tra fede cristiana e musulmana, come “l'importanza della vita umana, la dignità umana, il rispetto della creazione di Dio, l'amore sincero dei vicini, il rispetto delle minoranze religiose, l'importanza dell'educazione nei valori umani, civici, religiosi e morali, l'importanza dell'amore e dell'armonia tra i credenti, il sistema finanziario etico, l'attenzione per i giovani”."Oggi desideriamo ribadire la volontà di musulmani e cristiani di muoversi insieme secondo l’amore di Dio, l'amore per il prossimo e l'amore per il bene comune. Questo è l'augurio di Silsilah nel santo mese di Ramadan" afferma il testo. Nel 2018, nota il messaggio, "riflettiamo sulla nostra missione nel mezzo di una crescente violenza e conflitto a Mindanao. Siamo allarmati da molti segni di violenza, specialmente tra i gruppi di musulmani che combattono in nome dell'islam”. Silsilah è un movimento che, avviato nel 1984 dal missionario del Pime p. Sebastiano d’Ambra, ha iniziato a invitare musulmani e cristiani a costruire insieme una “catena” di amore, nella convinzione di appartenere alla stessa famiglia umana, creata dallo stesso Dio. L’idea di fondo è coltivare la “spiritualità della vita in dialogo”, che abbraccia quattro dimensioni: dialogo con Dio, con il se stessi, con gli altri e con il creato.

ASIA/CINA - Inaugurata una statua di san Giovanni Wu Wen Yin, canonizzato nel 2000

17 May 2018
Han Dan – E’ stata inaugurata la statua di San Giovanni Wu Wen Yin, catechista e martire cinese canonizzato il 1° ottobre del 2000 da Papa Giovanni Paolo II. Come riferisce il sito web della diocesi di Han Dan, nella provincia di Hebei, consultato dall'Agenzia Fides, la benedizione e lo svelamento della nuova statua sono avvenuti nel corso di una solenne celebrazione presieduta dal cancelliere diocesano don Pietro Zhou Qing Gang, con 35 sacerdoti concelebranti e numerosi fedeli. Durante la messa, è stato consacrato anche il nuovo altare della parrocchia di Dong Er Tou, dove è nato il Santo. Nell’omelia, il Cancelliere ha ricordato la coraggiosa testimonianza di fede di questo Santo che era fervente nella fede, era la guida della sua comunità, impegnato in opere sociali, e che è stato ispirato dalla profonda fede di sua madre. Don Pietro Zhou ha dunque invitato tutti i fedeli a seguire le sue orme perché “il sangue dei martiri è seme dei cristiani”.Nato nel 1850 nel villaggio di Dong Er Tong di Yong Nian , Giovanni Wu Wen Yin era catechista e fervente cattolico. Nella persecuzione scatenata dai Boxer , fu torturato e condannato a morte per essersi rifiutato di abbandonare la dottrina cristiana. Di fronte alla raccomandazione di sua madre, che lo invitava a restare saldo nella fede, lui rispose: “Stai tranquilla mamma. Per favore, prenditi cura dei miei orfani perché sto andando al martirio. Ci vediamo nella casa celeste del Padre”. Fu ucciso all’età di 50 anni.

ASIA/MALAYSIA - I Vescovi: pregare per la pace e la riconciliazione dopo le elezioni, nella "nuova Malaysia"

16 May 2018
Kuala Lumpur - "Abbiamo esercitato il nostro diritto democratico di voto il 9 maggio 2018. La storia è andata contro ogni previsione. La Malesia ha una opportunità d'oro. Il futuro è nelle mani del popolo. Noi, Vescovi cattolici della Malesia, proponiamo un momento di preghiera e ringraziamento per la nostra amata nazione durante la Novena di Pentecoste, tra il 12 e il 20 maggio": lo afferma un messaggio firmato dai Vescovi della Malaysia e inviato all'Agenzia Fides, all'indomani delle elezioni politiche. Per la prima volta nella storia della nazione, il voto ha visto la vittoria della coalizione di opposizione, rispetto al "Fronte nazionale" che ha governato per 60 anni ."Siamo grati all'elettorato che ha mostrato maturità" rilevano i Vescovi, notando che, grazie all'impegno dei funzionari della Commissione elettorale e di migliaia di volontari, il voto si è svolto pacificamente, in modo trasparente e quasi senza incidenti.I Vescovi apprezzano lo sforzo di costruire "una nuova Malaysia" dove "la libertà e la giustizia sono garantite a tutti", dove "tutti possono vivere in pace e armonia senza sospettare l'uno dell'altro come concittadini". "Molte persone - rileva il testo - hanno espresso sentimenti di gioia nell'essere malesi. Questa è davvero una grazia di Dio donata gratuitamente a tutti. Questo si è manifestato anche nel corso di queste elezioni. Abbiamo assistito alla ricerca di perdono per gli errori del passato. Abbiamo visto riconciliazione offerta e ricevuta e un amore per la pace e per l'armonia".Citando un passo della Lettera di Giovanni, "finché ci amiamo gli uni gli altri, Dio vivrà in noi e il suo amore sarà completo in noi." , l'Episcopato malaysiano nota: "Abbiamo tutti bisogno di continuare a pregare per la Malesia. Dobbiamo pregare per la guarigione e l'unità tra tutti. Lasciate che anche la Chiesa prema il pulsante "Reset" e sia una Chiesa malese. Cerchiamo di essere inclusivi. Cerchiamo di essere creativi. Cerchiamo di essere costruttori di ponti. Vogliamo pregare perché Dio doni benedizioni e prosperità a tutti i malesi".Con questo spirito, la Chiesa malaysiana suggerisce a tutte le comunità sparse sul territorio di offrire una messa di ringraziamento, vivere un'ora di Adorazione e di preghiera, inserire una speciale intenzione di preghiera per la pace nel paese, durante le preghiere del Rosario in comunità e in famiglia. E incoraggia tutti i cittadini all'impegno personale per la pace e l'unità. "Possa l'amore di Dio e l'amore per questa nazione, tenerci uniti come malesi", conclude il messaggio

ASIA/TERRA SANTA - Vescovi cattolici: la strage di Gaza si poteva evitare.Gerusalemme può essere anche Capitale di Palestina

16 May 2018
Gerusalemme – Le decine di morti e i circa 3mila feriti in occasione delle proteste palestinesi organizzate presso le barriere di confine tra la Striscia di Gaza e Israele si sarebbero potute evitare “se le forze israeliane avessero usato strumenti non letali”. Puntano il dito verso l'esercito israeliano i Vescovi cattolici di Terra Santa, che ieri, martedì 15 maggio, hanno diffuso un comunicato in merito ai tragici fatti che stanno di nuovo insanguinando la terra dove è nato, morto e risorto Gesù Cristo. Nel loro messaggio, diffuso attraverso i canali ufficiali del Patriarcato latino di Gerusalemme e pervenuto anche all'Agenzia Fides, l'Assemblea dei Vescovi ordinari cattolici di Terra Santa chiede di porre fine “il prima possibile” all'assedio imposto a circa due milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza. I Vescovi cattolici aggiungono che il trasferimento dell'Ambasciata USA nello Stato di Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, come tutte le altre mosse e decisioni unilaterali riguardo alla Città Santa di Gerusalemme, “non contribuisce a far avanzare la tanto attesa pace tra israeliani e palestinesi”. E fanno riferimento anche alla necessità, insistentemente richiamata dalla Santa Sede, di rendere Gerusalemme “una città aperta a tutti i popoli. il cuore religioso delle tre religioni monoteiste”, evitando ogni misura unilaterale che possa alterare il profilo della Città Santa. “Riteniamo” aggiungono i Vescovi cattolici di Terra Santa “che non vi sia alcun motivo che possa impedire alla città di essere la capitale di Israele e della Palestina”, aggiungendo che ciò dovrebbe avvenire attraverso "la negoziazione e il rispetto reciproco”. L'Assemblea dei Vescovi ordinari cattolici di Terra Santa raccoglie tutti i Vescovi delle Chiese cattoliche – latina, greco melchita, armena, maronita, caldea e siro cattolica – presenti in quella regione, insieme al Custode francescano di Terra Santa. Martedì 15 maggio l'Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, Amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, ha anche invitato “tutti i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i seminaristi, tutti i fedeli di Gerusalemme e quanti lo desiderano” a prendere parte alla veglia di preghiera per la pace che sarà celebrata nel pomeriggio del prossimo sabato, vigilia di Pentecoste, nella chiesa di Sant'Etienne. Dal 30 marzo scorso, quando sono iniziate le manifestazioni palestinesi lungo la linea di confine con Israele, sono almeno 110 i manifestanti palestinesi uccisi e più di 3mila quelli feriti dal fuoco israeliano nella Striscia di Gaza. .

AFRICA/KENYA - La diocesi di Nakuru lancia una raccolta di aiuti per le vittime del crollo della diga di Solai

16 May 2018
Nairobi - “Ho visto personalmente la distruzione causata dalla diga che ha provocato la morte di diverse persone. Mi appello a tutti voi per offrire un contributo speciale dal 13 maggio alla domenica di Pentecoste, il 20 maggio, in denaro, cibo, vestiti, coperte e in qualsiasi altro modo che possa aiutare le vittime” ha esortato Sua Ecc. Mons. Maurice Muhatia Makumba, Vescovo di Nakuru, riferendo della sua visita alla popolazione colpita dal crollo della diga di Solai, che ha provocato 45 morti e ha lasciato più di 100 persone senza casa .Nel suo discorso in occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Mons. Muhatia si è rivolto in particolare alle 50 parrocchie della diocesi e a tutte le persone di buona volontà, perché contribuiscano a sostenere gli sforzi della Caritas locale che assiste le vittime della tragedia verificatasi il 9 maggio. Mons. Muhatia ha reso noto che l'ufficio della Caritas coordinerà le attività di raccolta e di distribuzione delle offerte per garantire che giungano effettivamente a chi ne ha bisogno. Il Vescovo ha poi chiesto alla popolazione di smettere di condividere sui social media le foto dei cadaveri delle vittime della diga di Solai, perché così si causa ancora più dolore ai loro cari. “È un aiuto la condivisione di foto di corpi nudi di bambini e adulti?” ha chiesto Mons. Muhatia, che ha invitato tutti a rispettare la dignità di ogni persona umana, ed ha invece esortato a dare un'immagine positiva di ciò che viene fatto sul terreno. “Chiediamo a Dio di aprire i nostri cuori, perché invece di guardare sempre agli aspetti negativi nella società, possiamo vedere anche il bene che fanno gli altri” ha concluso. Da marzo il Kenya è flagellato da piogge torrenziali che hanno causato forti danni in diverse aree del Paese e circa 250.000 sfollati.

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