Derniers flash de l'agence Fides

ASIA/MYANMAR - Le forze armate hanno liberato 67 bambini soldato

Naipyidó - Le forze armate del Myanmar hanno liberato 67 bambini soldato. Si tratta della prima azione militare di quest’anno prevista nell’ambito del processo di interruzione del reclutamento forzato di combattenti minori di età sollecitato dalle Nazioni Unite. E’ un passo avanti per migliorare la situazione di oltre due milioni di bambini coinvolti nei conflitti armati. Lo ha dichiarato un rappresentante dell’Unicef nel Paese. In totale, da quando nel 2012 il Governo del Myanmar ha firmato un accordo con le Nazioni Unite, l’esercito ha liberato 849 bambini. Tuttavia, secondo fonti ufficiali, non ci sono cifre verificabili per provare quanti bambini attualmente servono nell’esercito. L’uso generalizzato di bambini come soldati e operai, sia da parte delle forze armate che di alcuni gruppi etnici, è stato uno dei tanti abusi contro i diritti umani nella zona del Myanmar lungo il confine con Thailandia e Cina.

AMERICA/COLOMBIA - Circa 869 mila minori lavorano la notte riciclando materiali di ogni genere

Barranquilla – Lo sfruttamento lavorativo dei minori in Colombia prevede pene che vanno da 3 a 7 anni di carcere. Secondo la Polizia che si occupa di infanzia e adolescenza del Paese, circa 869 mila minori lavorano la sera, principalmente nel settore agricolo e commerciale dell’estrazione illegale e sono impegnati in lavori informali. Le città con il maggior indice di lavoro minorile sono Sincelejo, Neiva e Pasto. Tra le attività i minori si dedicano a riciclaggio, lavori edili e mercato pubblico. Ad esempio a Barranquilla, gli abitanti incontrano tanti bambini che camminano la sera con i carretti pieni di materiale da riciclaggio o altro per la costruzione di case. Nel mercato pubblico, tanti adolescenti, quando intravedono le luci delle pattuglie, smettono di lavorare per paura di essere trattenuti dalla polizia per l’infanzia.

ASIA/IRAQ - Il Premier iracheno Haider al Abadi: i nostri fratelli cristiani tornino presto a Mosul

Mosul – Dopo la liberazione della città di Mosul, sottratta alle milizie dell'auto-proclamato Stato Islamico che l'avevano conquistata nel giugno 2014, è quella di fare in modo “che tutti gli sfollati e i figli di ogni religione, di ogni etnia e di ogni credo, e in particolare i fratelli cristiani, ritornino alle proprie case”, perchè “la risposta più efficace a Daesh è quella di vivere insieme”. Così il Primo Ministro iracheno Haider al Abadi si è rivolto lunedì 10 luglio a una delegazione di cristiani di Mosul da lui ricevuti nel quartier generale del comando per le operazioni militari ancora in atto nella regione, alla presenza di alcuni responsabili delle forze armate irachene e delle forze di sicurezza. Durante l'incontro – ha riferito un comunicato diffuso dai collaboratori del Primo Ministro iracheno – al Abadi ha sottolineato che "la nostra diversità è per noi motivo di orgoglio, e deve essere preservata per rendere vano il disegno di Daesh, che voleva imporre agli iracheni un colore unico, lacerando un'unità formatasi attraverso i millenni”. Il premier iracheno ha rivendicato al proprio governo il compito di proteggere i cittadini e fornire loro servizi a prescindere dalla loro appartenenza etnica e religiosa, combattendo ogni discriminazione e favorendo la convivenza “che deve prevalere anche tra i figli di Ninive”. Nella giornata di domenica 9 luglio, lo stesso al Abadi era giunto a Mosul per congratularsi con i reparti militari e dare un segnale forte dell'avvenuta sconfitta di Daesh. Lunedì 10 luglio, con un discorso trasmesso dalla televisione di Stato, il Premier iracheno aveva proclamato Mosul città “liberata”, dopo una campagna militare durata 9 mesi. Al suo ritorno a Baghdad, il Primo Ministro iracheno è stato accolto da cittadini festanti scesi in strada che sventolavano bandiere dell'Iraq . Intanto, anche il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako si è congratulato con il governo e con tutte le persone che hanno contribuito alla liberazione di Mosul. “Questa vittoria” si legge in un comunicato diffuso dai canali ufficiali del Patriarcato e pervenuto all'Agenzia Fides “è la prova che il livello delle sfide da affrontare richiede l'unità di tutti”. Il Patriarca ha anche espresso il cordoglio della Chiesa caldea per le vittime civili, e auspicato che inizi per il Paese un “tempo di riconciliazione”, che renda possibile costruire “uno Stato civile, forte e moderno”. .

AMERICA/VENEZUELA - Lettera dei Vescovi riuniti in Assemblea al Presidente Maduro

Caracas – Per risolvere la grave crisi di generi alimentari e di medicine, e l’insicurezza che sta provocando innumerevoli vittime in tutto il paese, è urgente: “Riconoscere l’autonomia di tutti i poteri pubblici e lavorare insieme a loro, in particolare con l’Assemblea nazionale e la Procura generale della Repubblica; ritirare la convocazione di una Assemblea nazionale costituente; prendere in considerazione e sostenere gli accordi fatti nella prima tornata di dialoghi con l’opposizione”. Queste le tre richieste della Conferenza Episcopale Venezuelana contenute nella lettera rivolta al Presidente Nicolas Maduro durante i lavori della 108.ma Assemblea Plenaria dell’Episcopato, che si tiene a Caracas dal 7 al 12 luglio . Nell’agenda di lavoro dell’Assemblea, è scritto nella lettera, “occupa un posto rilevante lo studio della grave situazione che scuote le fondamenta del paese. Ci anima il proposito di portare luce e indicare vie di soluzione, come Pastori che camminano con la gente alla quale appartengono, accompagnando e consolando in particolare i più poveri e afflitti”.Dopo aver citato alcune espressioni di solidarietà rivolte da Papa Francesco, che segue con attenzione e preoccupazione la grave situazione che attraversa il popolo venezuelano, i Vescovi concludono manifestando nuovamente al Presidente Maduro “la loro disponibilità a mettersi a servizio dell’incontro e della riconciliazione tra tutti i venezuelani”.

ASIA/LIBANO - Iniziative delle istituzioni maronite per conservare la memoria nazionale dei libanesi in diaspora

Beirut – Quest'anno saranno più di seicento i giovani maroniti appartenenti a famiglie libanesi emigrate che da tutto il mondo confluiranno in Libano per prendere parte alle “Giornate della gioventù maronita” in programma a partire dal prossimo 21 luglio. L'iniziativa, ideata con il patrocinio della Fondazione maronita nel mondo e dell'Ufficio della pastorale giovanile del Patriarcato maronita, rientra nei programmi messi in atto dalla Chiesa maronita e da istituzioni a essa collegate allo scopo di mantenere vivi i legami tra i libanesi emigrati e la propria nazione d'origine. Allo stesso fine tendono gli altri progetti messi in campo da organismi collegati tra loro come la Fondazione maronita - istituzione fondata dall'ex ministro Michel Eddé e attualmente presieduta dall'industriale Neemat Frem – e l'Accademia maronita, che organizza anche corsi speciali via internet rivolti in maniera specifica ai libanesi in diaspora. Il prossimo agosto, 70 giovani della diaspora libanese provenienti da 20 Paesi seguiranno presso l'Université Saint-Esprit di Kaslik un programma di lezioni sulla storia, la cultura e il patrimonio del Libano e della Chiesa maronita organizzato anch'esso dalla Accademia maronita. .

ASIA/FILIPPINE - “Mai più guerra a Marawi”: appello dei Vescovi filippini

Manila – “Mai più guerra a Marawi! Chiediamo al più presto il ritorno alla normalità e alla pace a Marawi e nell’area. Ci chiediamo se il prolungamento della legge marziale porterà a questo. Crediamo che la guerra a Marawi non sia un conflitto di religione . Abbiamo sentito e letto storie veramente stupefacenti di come i musulmani abbiamo protetto e aiutato i cristiani a evitare una morte quasi certa. Ora i cristiani stanno aiutando migliaia di musulmani che sono fuggiti da Marawi. Questi sono segni indiscutibili che non esiste una guerra religiosa”: così recita l’appello diffuso dalla Conferenza episcopale delle Filippine, al termine dell’assemblea plenaria tenutasi nei giorni scorsi a Manila, e inviato all'Agenzia Fides.I Vescovi, accanto a studiosi e leader religiosi islamici di Mindanao, deplorano “il violento gruppo estremista Maute che, giurando fedeltà all’Isis, ha contraddetto i principi fondamentali dell'Islam rapendo e uccidendo innocenti”.Scoraggiando ogni uso strumentale della religione per fini violenti, i Vescovi esortano far sì che “i genitori, le scuole, le chiese e le moschee assicurino che nessuno possa essere attirato dai terroristi”, insegnando ai giovani che “le nostre fedi sono destinate alla pace” e che “nessuna religione insegna l'uccisione di persone innocenti, semplicemente perché appartengono ad un'altra fede”.Il messaggio dei Vescovi ricorda che “esiste già la base per la pace e la comprensione. Fa parte dei principi fondamentali di entrambe le fedi: l'amore del Dio unico e l'amore del prossimo”.“Amare il nostro prossimo significa agire”, prosegue il testo e i Vescovi invitano a “condividere le nostre risorse per aiutare le migliaia di persone fuggite dagli orrori di Marawi”. “Preghiamo per la sicurezza dei civili intrappolati – auspicano i presuli – di quelli rapiti dai terroristi. Cerchiamo di essere vigili, aiutando le nostre forze di sicurezza a sconfiggere le minacce del terrorismo in altre aree di Mindanao. Aiutiamo il governo a ricostruire la città di Marawi in modo che i suoi cittadini possano riprendere la loro vita”.Il messaggio riconosce “l'inestimabile generosità di donatori di diverse fedi, sia locali che stranieri, che hanno risposto prontamente alle necessità dei profughi di Marawi” e lancia un appello “per ulteriori aiuti”. L’appello si conclude affidando l’intera vicenda e tutte le persone che soffrono “a Maria, madre di Gesù": “I cattolici credono che 100 anni fa apparve a tre bambini nel villaggio di Fatima, che è il nome della figlia del profeta Muhammad. A Maria rivolgiamo la preghiera per la pace e l'armonia tra i popoli di diverse fedi”.

ASIA/IRAQ - Parlamentare cristiano: ora che Mosul è liberata, reintegrare tutti i dipendenti pubblici per far ripartire l'amministrazione statale

Mosul – Ora che anche Mosul è stata quasi del tutto liberata dai miliziani dell'auto-proclamato Stato Islamico , occorre reintegrare al più presto tutti i dipendenti dello Stato e delle amministrazioni pubbliche locali che negli ultimi tre anni hanno dovuto abbandonare il posto di lavoro nei territori che dal giugno 2014 erano stati conquistati dalle milizie jihadiste. E' questa l'urgenza sottoposta all'attenzione del governo centrale di Baghdad dal politico cristiano Imad Youkhana, esponente dell'Assyrian Democratic Movement e membro del Parlamento iracheno. A giudizio di Youkhana, la ripartenza della macchina statale si coniuga con la necessità di garantire i diritti dei lavoratori operanti nelle istituzioni pubbliche – comprese scuole, università e presidi sanitari -, mettendo in atto anche misure di rimborso almeno parziale per i dipendenti pubblici che in questi tre anni non hanno ricevuto stipendi. La segreteria del Consiglio dei ministri iracheno – riportano media locali citando lo stesso Youkhana - ha espresso il proprio sostegno alle proposte di reintegro rapido dei dipendenti pubblici, molti dei quali, nelle regioni liberate dal dominio jihadista, appartenevano alle locali comunità cristiane. In passato, prima ancora che Mosul e la Piana di Ninive cadessero nelle mani dei jihadisti, Youkhana aveva già denunciato alcuni funzionari pubblici della provincia di Ninive accusati di aver messo in piedi un meccanismo di corruzione con cui molte proprietà – terreni e case - appartenenti a cristiani cambiavano proprietario in maniera illecita, senza alcuna autorizzazione da parte dei legittimi titolari dei beni . Le frodi, connesse a tangenti, avvenivano in combutta con alcuni addetti al registro delle proprietà immobiliari, ed erano facilitate dal fatto che che gran parte dei proprietari cristiani si trovavano da anni fuori dal Paese. .

AMERICA/ECUADOR - “L’attività mineraria lascia solo acqua e campi contaminati” denuncia Mons. Paz

Palo Quemado – "I contadini a Palo Quemado vivono sulla propria pelle l'impatto ambientale provocato dall'attività mineraria nella zona, in modo particolare l'acqua e i campi contaminati" ha denunciato Mons. Geovanni Mauricio Paz Hurtado, Vescovo della diocesi di Lacatunga . Secondo le informazioni inviate a Fides, Mons. Paz è intervenuto nei giorni scorsi ad un incontro a Sigchos, vicino Latacunga, una città sull'altopiano dell'Ecuador, capoluogo della provincia del Cotopaxi e dell'omonimo cantone, 90 chilometri a sud di Quito, vicino al vulcano Cotopaxi.Secondo il Vescovo una specie vegetale che serviva come alimento per il bestiame, non esiste più: "sono conseguenze dell'estrazione mineraria, sono andato di persona a vedere che, dopo un po' di tempo di questa attività, la terra è distrutta…Ecco perché la gente è intimorita e preoccupata".Dopo alcuni interventi su ciò che comporta l'impatto ambientale a lungo andare, tutti i presenti hanno deciso di incontrarsi il 19 luglio presso la parrocchia di Palo Quemado, dove si discuterà la proposta di lasciare il cantone di Sigchos fuori da qualsiasi attività mineraria, perché la poca che è stata fatta preoccupa in gran misura la popolazione.La zona è famosa per la produzione della Panela, preparato alimentare ottenuto dal succo della canna da zucchero, sottoposto a ebollizione a temperature elevate ed evaporazione; da cui si ricava una melassa viscosa che viene poi versata in piccoli stampi in cui si lascia raffreddare.Inoltre è l'unica zona dell’Ecuador con la certificazione "verde", vale a dire, la migliore, quindi si presenta il rischio di fermare o distruggere questa produzione nazionale. Al riguardo Mons. Paz ha detto: "Credo che la nostra preoccupazione per il nostro popolo e la cura della casa comune è responsabilità di tutti. L'attività mineraria fornisce una soluzione temporanea ai problemi economici della famiglia, ma non ci rendiamo conto dell'impatto a posteriori".

AFRICA/NIGERIA - Oltre 5 milioni di bambini a rischio colera nella regione del Lago Chad

Abuja – Con l’arrivo della stagione delle piogge nella regione del Lago Chad, oltre 5 milioni e mezzo di bambini rischiano di contrarre il colera o l’epatite di tipo E. A causa delle violenze di Boko Haram gli interventi umanitari sono difficili. Secondo i responsabili regionali dell’UNICEF di Africa Occidentale e Centrale, le piogge vanno a complicare la già grave situazione umanitaria, con migliaia di bambini vulnerabili a causa del conflitto che ora si vedono pure minacciati dal contagio di malattie opportunistiche. L’insicurezza rende difficile la distribuzione degli aiuti umanitari nelle zone più colpite dalla fame e dalla mancanza di generi alimentari, la stessa difficoltà anche per la somministrazione di acqua potabile prima dell’arrivo delle piogge. L’acqua contaminata, la sanità inadeguata e le scarse condizioni igieniche favoriscono la comparsa di malattie. Il colera colpisce in particolare i bambini, causa diarrea e vomito che provocano la morte per disidratazione e si trasmette attraverso acqua e cibo contaminati. L’epatite E colpisce il fegato ed è fatale per le donne incinte. Dall’inizio del 2017 sono morte già 33 donne nella regione nigerina di Diffa. La regione, nel sud del Niger che confina con la Nigeria e accoglie oltre 250 mila sfollati e rifugiati di entrambi i Paesi. Oltre 5 milioni di persone nel nordest della Nigeria, la zona più colpita dal terrorismo, necessitano aiuti umanitari urgenti, con circa 1 milione e mezzo al limite della carestia.

AMERICA/BRASILE - Un altro contadino ucciso per il conflitto delle terre, manca una politica nazionale

Parà – A poco più di un mese dal massacro di 10 contadini a Pau D'arco, nello stato brasiliano di Para , un altro lavoratore rurale è stato ucciso nella stessa regione. Venerdì 7 luglio Rosenildo Pereira de Almeida, 44 anni, è stato ucciso mentre usciva da una chiesa a Rio Maria, a 43 miglia di distanza dalla fattoria di Santa Lucia. Secondo le indagini di polizia, due individui mascherati su una moto hanno sparato quattro colpi contro Almeida alle 10 della sera.Secondo Diario Online, Almeida era membro della "Lega dei Contadini Poveri", e ha aiutato a riorganizzare un accampamento dentro alla fattoria di Santa Lucia solo pochi giorni dopo il massacro dei contadini del 24 maggio. L'avvocato che segue la causa delle vittime di Santa Lucia ha confermato che Almeida era un leader delle famiglie tornate per creare un altro accampamento, allo scopo di costringere il governo ad includere la proprietà nel programma di riforma agraria. La polizia locale e la polizia di Xinguara indagano sull’assassinio.La nota inviata a Fides dalla Commissione per la Pastorale della Terra segnala la mancanza di una politica nazionale di riforma agraria. Per anni il numero di insediamenti è diminuito mentre il conflitto aumenta. Malgrado il massacro di Santa Lucia, ancora oggi non ci sono provvedimenti sull'uso della terra per sistemare le famiglie accampate. L'inefficacia dell'istituto responsabile è certamente una delle principali cause della vulnerabilità di queste persone, e ora anche, della morte di Rosenildo.Secondo la CPT nel 2016 ci sono stati 1079 conflitti per la terra nel paese, con un incremento del 40% rispetto al 2015, quando ce ne furono 771. In questi conflitti appare evidente - riferisce la nota - anche la certezza dell'impunità, la distruzione dei campi abusivi dei lavoratori rurali o, in alcuni casi, l'omicidio. Para è la zona più famosa per questa immagine negativa. Dal 1995 al 2010 sono stati registrati 408 casi , con 61 vittime, secondo la CPT. Solo 15 casi sono andati a processo, con 11 mandanti e 13 esecutori condannati.Para è lo stesso stato in cui suor Dorothy Stang, della Congregazione di Notre Dame, una suora naturalizzata brasiliana nata negli USA, venne uccisa nel 2005 da gruppi armati organizzati dai fazendeiros. Per decenni la religiosa aveva lavorato a fianco dei contadini sostenendo le loro rivendicazioni .

AFRICA/CAMERUN - I Vescovi ribadiscono la loro posizione: Mons. Bala non è annegato

Yaoundé – Il Presidente della Conferenza episcopale del Camerun, Sua Ecc. Mons. Samuel Kleda, Arcivescovo di Douala, durante un incontro con i giornalisti convocato sabato 8 luglio nella sede della Conferenza Episcopale, ha ribadito la posizione dei Vescovi riguardo alla morte di Sua Ecc. Mons. Jean Marie Benoît Bala, Vescovo di Bafia, il cui corpo è stato ritrovato nelle acque del fiume Sanaga, il 2 giugno. Nel loro comunicato del 13 giugno i Vescovi avevano affermato: Mons. Bala “è stato brutalmente assassinato”. Il 4 luglio un comunicato del Procuratore generale presso la Corte d’appello informava che al termine dell’autopsia condotta da due medici legali venuti dall’estero sul corpo del Presule, non erano state riscontrate tracce di violenza, e quindi “l’annegamento è la causa più probabile della morte del Vescovo”. Alla stessa conclusione erano giunti i medici locali nelle precedenti autopsie effettuate.

AFRICA/SUDAFRICA - Prima assemblea africana delle Scalabriniane

Johannesburg - Le rappresentanti delle comunità delle Suore missionarie di San Carlo Borromeo, Scalabriniane, presenti nella Repubblica democratica del Congo, in Sudafrica, Mozambico e Angola, sono riunite a Johannesburg per la prima Assemblea delle Scalabriniane in Africa. “L'Africa è per la congregazione un continente importante – commenta suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale, nella nota inviata all’Agenzia Fides –. Oltre ad essere uno spazio di sviluppo formativo e missionario è un luogo dove poter sostenere i popoli le cui nazioni sono in crisi o che sono minacciati da emergenze ambientali. E' terra di rifugiati: persone disperate che cercano la salvezza in Europa e che tentano di sopravvivere a viaggi della speranza. Nigeria, Angola, Somalia sono solo alcuni dei luoghi dove la crisi si fa più forte”. Suor Neusa sottolinea che “l'Africa è a pieno titolo tra le protagoniste della nostra riorganizzazione”, al centro di questa fase di studio e di lavoro, e auspica che “il nostro carisma possa uscire rafforzato dall'impegno in un continente straordinario”.Nel corso della loro Assemblea generale, svoltasi in Portogallo nel novembre 2016 sul tema “Riorganizzare per rivitalizzare la vita consacrata scalabriniana”, suor Neusa de Fatima aveva affermato: “Stiamo puntando ad una riorganizzazione della congregazione, che tenga conto dei flussi migratori, della necessità di una distribuzione numerica delle risorse umane e di una itineranza, sia dei membri che del tipo di servizi. Per noi la migrazione è una risorsa per l'umanità, le migrazioni sono un segno dei tempi”.

AMERICA/BOLIVIA - Per ogni donna in carcere tre bambini finiscono sulla strada

La Paz – In Bolivia ci sono circa 1.181 detenute. Uno studio realizzato nel 2016 dalla Fondazione “Construir”, riferisce le critiche conseguenze che si generano quando una donna viene messa in carcere, tra queste è emerso che per ogni donna detenuta, tre bambini finiscono per la strada. Secondo lo studio, il 75% delle donne ha confessato di aver abbandonato i figli; altri bambini rimangono con i parenti più vicini, affidati al fratello maggiore o soli. Il 25% delle donne vive in carcere con i figli in spazi angusti, in condizioni pessime, dove spesso vengono preclusi programmi lavorativi e educativi. Delle 61 prigioni esistenti nel Paese, in otto ci sono anche donne. Solo quattro di queste sono state costruite esclusivamente per le donne, le altre sono strutture adattate. La maggior parte delle recluse hanno subito violenza domestica. Sono madri che commettono crimini per cercare di sfamare i propri figli. Tra quelli più diffusi il traffico di droga e le rapine. Lo studio segnala che l’80% delle donne sono detenute per crimini minori e il 20% per omicidio o rapina aggravata.

ASIA/THAILANDIA - La Chiesa in Thailandia impegnata a lavorare per lo sviluppo delle donne

Bangkok – “La Chiesa in Thailandia si impegna a lavorare per l’emancipazione e lo sviluppo delle donne nel paese, lottando contro ogni forma di violenza, sfruttamento e discriminazione”: lo dichiara all’Agenzia Fides Suor Siphim Xavier, che ricopre il ruolo di Segretario esecutivo nella Commissione per le donne, in seno alla Conferenza episcopale cattolica della Thailandia.“Le donne in Thailandia – spiega la religiosa dell’ordine delle Orsoline – affrontano diverse difficoltà e sfide come la povertà, la mancanza di un'istruzione adeguata e di qualità, l’essere coinvolte nella prostituzione e nel ‘turismo sessuale’. Vi sono poi delicate questioni sociali come le ragazze-madri, la diffusa violenza domestica, la discriminazione di genere, l'esclusione sociale, lo sfruttamento nel lavoro, senza dimenticare la pratica della maternità surrogata”.Suor Siphim, che guida la Commissione episcopale delle Donne dal 2008, osserva che “per affrontare queste preoccupazioni, la Chiesa in Thailandia , grazie alla collaborazione con varie congregazioni religiose, ha avviato fin dal 2015 programmi pastorali in cui si impegna a operare specificamente per la promozione e lo sviluppo e la dignità delle donne, come parte dello spirito della nuova evangelizzazione”.Secondo la suora, una delle urgenze è aumentare nelle donne in Thailandia la consapevolezza sui loro diritti umani e sulla dignità della persona, che significa un'adeguata istruzione, una crescita professionale per aprire vie di sviluppo socio-economico,.“La Chiesa cattolica in Thailandia sta mettendo a disposizione tutte le risorse umane e materiali possibili per consentire alle donne del Paese di acquisire fiducia, in modo che possano uscire dal circolo vizioso di povertà, sottomissione e sfruttamento. Puntiamo a valorizzare la loro vita, così come quella delle loro famiglie e dei loro figli”, dice suor Siphim.Diverse congregazioni religiose femminili in Thailandia organizzano convegni e seminari di formazione su questioni sociali che toccano in particolar modo la condizione della donna, in collaborazione con le commissioni diocesane e altri enti della società civile. In tali programmi di formazione, non manca l’insegnamento sui principi della dottrina sociale della Chiesa e sul magistero di Papa Francesco, come Evangelii gaudium e Laudato si’.

AMERICA/COLOMBIA - I Vescovi: i nuovi martiri colombiani intercedano per la riconciliazione e la pace nel paese

Bogotà – Concludendo i lavori dell’Assemblea plenaria della Conferenza Episcopale della Colombia , svoltasi dal 3 al 7 luglio, i Vescovi hanno espresso la loro gioia per la notizia della dichiarazione ufficiale del martirio del Vescovo Jesus Emilio Jaramillo Monsalve, Missionario Javeriano di Yarumal , e di padre Pedro Maria Ramirez Ramos, che li porta ad essere beatificati. "Eleviamo il nostro ringraziamento e glorifichiamo Dio che dona alla Chiesa in Colombia questi frutti di santità e di testimonianza della loro vita, fedele al Vangelo, in momenti molto difficili della storia del nostro paese" dice la nota della CEC giunta a Fides.I Vescovi si rallegrano perché sono state riconosciute anche le virtù eroiche del Servo di Dio, Mons Ismael Perdomo Borrero, e commentano: “Hanno messo al primo posto l’amore per Dio e per i fratelli, lo zelo pastorale per le persone che il Signore aveva loro affidato fino al punto di dare la vita. Diventano un modello della sequela di Cristo in ogni momento e circostanza, anche quando si tratta di vincere il male, l'odio e la violenza con la forza del bene".In attesa di annunciare la data e il luogo della beatificazione dei martiri colombiani, i Vescovi invitano ad "elevare preghiere al Signore, per intercessione di entrambi, affinchè la Colombia raggiunga la riconciliazione e la pace e perché tutti i cattolici, sacerdoti, religiosi e laici, vivendo santamente la vocazione cristiana, seminino anche in quest'ora del nostro paese i valori del Vangelo". Durante l’Assemblea Plenaria numero 103 della CEC, i Vescovi hanno analizzato i preparativi per la prossima visita di Papa Francesco nel paese, dal 6 all’11 settembre, e hanno eletto il nuovo direttivo per il triennio 2017-2020: Presidente della CEC è stato eletto S.E. Mons. Oscar Urbina Ortega, Arcivescovo di Villavicencio; Vicepresidente S.E. Mons. Ricardo Tobón Restrepo, Arcivescovo di Medellin; Segretario S.E. Mons. Elkin Fernando Alvarez Botero, Vescovo ausiliare di Medellin.

AFRICA/SUDAN - “Graduation Day” per le ostetriche della scuola dell’ospedale di Lui

Juba – “Siamo partiti 10 anni fa dall’ospedale di Yirol, successivamente a Cuibet, Maper e finalmente a Rumbek, capitale di questo grande Stato e una delle città più importanti del Paese”. Lo racconta don Dante Carraro, Direttore di Medici con l’Africa Cuamm, in una nota pervenuta a Fides, alla seconda tappa del suo viaggio in Sud Sudan , nella quale ha preso parte alla cerimonia di consegna dei diplomi a venti studenti della scuola per ostetriche di Lui. Si tratta dei primi studenti diplomati con il Cuamm. “Nonostante tutte le difficoltà del Sud Sudan – racconta don Dante – è stata una grande festa. Da ieri infatti il Sud Sudan può contare su 20 nuove ostetriche, 12 donne e 8 uomini, provenienti da diverse aree del paese e appartenenti a etnie differenti, formatisi fianco a fianco per 3 anni, attraverso lo studio teorico e l’esperienza pratica, tra tante difficoltà e ostacoli, compresa la guerra.”Le attività del Cuamm nella scuola per ostetriche di Lui, annessa all’ospedale il cui è presente dal 2008, sono iniziate nel 2014, per garantire il percorso di formazione a 20 studenti. Nel settembre 2015, a causa degli scontri interni e delle tensioni arrivate anche nello stato di Western Equatoria, gli studenti sono stati costretti a spostarsi a Juba, capitale del Paese, per continuare i corsi. Nel giugno 2016 gli studenti sono potuti rientrare a Lui per proseguire il percorso. La formazione di personale qualificato per l’assistenza al parto si inserisce all’interno del più ampio intervento di Medici con l’Africa Cuamm, rivolto alla tutela della salute di mamme e bambini. Proprio a Lui infatti, come in altri nove ospedali africani, è attivo il programma “Prima le mamme e i bambini. 1000 di questi giorni”, che vuole garantire l’assistenza sanitaria alle donne e ai loro figli per tutto il corso della gravidanza, al momento del parto e per i primi due anni di vita del bambino.

EUROPA/SPAGNA - Conclusa la 70.ma Settimana di Missionologia di Burgos su “Famiglia e Missione”

Burgos – Sono stati circa 150 i partecipanti alla Settimana Spagnola di Missionologia numero 70, che si è tenuta nell'Aula Magna della Facoltà di Teologia di Burgos, dal 3 al 6 luglio, sul tema "Famiglia e Missione". Secondo la nota inviata all’Agenzia Fides, l'Arcivescovo di Burgos, Mons. Fidel Herráez, nel suo discorso ha ricordato l’anniversario: "Se sono importanti quelli che hanno iniziato questo evento, sono ancora più importanti coloro che, dopo 70 anni, lo continuano. Burgos e la Facoltà di Teologia sono orgogliosi di ospitare questa edizione così ben preparata nei suoi temi e nelle sue attività. La Chiesa ha bisogno della famiglia e merita riflettere su cosa chiede la famiglia di oggi alla Chiesa".La Settimana si è conclusa con la relazione "Valori familiari per le società", del prof. Agustín Domingo Moratalla, e la conferenza di chiusura di Begoña Ladron de Guevara, presidente della Confederazione Nazionale dei Genitori degli Studenti , che ha parlato sul tema "La famiglia, bene necessario per la società".Il prof. Moratalla, docente all'Università di Valencia, ha descritto "le crepe" della cultura contemporanea, una cultura "del desiderio e della liquidità" e ha incoraggiato la famiglia a trasformare queste influenze e a difendere i propri valori fondamentali. Ha lamentato che "nella nostra società, i desideri possono essere convertiti in diritti e i valori rimangono qualcosa di controculturale". Non dobbiamo preoccuparci tanto se viene meno "l'azione cristiana", ma soprattutto "la passione cristiana", ha detto.

VATICANO - Riconosciuto il martirio di Mons. Jesús Jaramillo Monsalve, primo Vescovo di Arauca

Città del Vaticano - Questa mattina il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza il Card. Angelo Amato, S.D.B., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, e ha autorizzato la promulgazione di diversi decreti, tra i quali quello riguardante il martirio del Servo di Dio Jesús Emilio Jaramillo Monsalve, dell’Istituto per le Missioni Estere di Yarumal, Vescovo di Arauca; ucciso in odio alla Fede nel 1989, nei pressi di Fortul .Mons. Jaramillo, primo Vescovo di Arauca , venne sequestrato da banditi armati il 2 ottobre 1989 insieme a 3 sacerdoti e a un seminarista, mentre era in visita pastorale nella località di Fortul, 800 km ad est di Bogotà. Venne trovato morto il giorno seguente, ucciso da quattro pallottole alla testa. Nato il 14 febbraio 1916 a Santo Domingo , entrò nell’Istituto per le Missioni Estere di Yarumal. Venne ordinato sacerdote il 1° settembre 1940. Ricoprì diversi incarichi importanti: professore, direttore spirituale del Seminario, maestro dei novizi, rettore, assistente del Superiore generale, parroco della cattedrale di Buenaventura, Superiore generale, delegato nazionale per l’Apostolato dei laici. L’11 novembre 1970 fu nominato Vicario apostolico di Arauca. Il 19 luglio 1984 Papa Giovanni Paolo II elevò il Vicariato a Diocesi. Due mesi dopo, il 19 e 20 settembre, si svolsero gli atti di inaugurazione della nuova Diocesi e la presa di possesso del primo Vescovo, Mons. Jesús Emilio Jaramillo Monsalve.La Conferenza Episcopale della Colombia annunciava la sua tragica morte con queste parole: “Il Vescovo Jesús Emilio Jaramillo Monsalve si è consacrato in modo esemplare, durante 18 anni, con cuore di vero missionario della comunità dei padri Javerianos e con generosa sollecitudine, alla Chiesa particolare di Arauca. Con la sua parola, infiammata dall’amore di Cristo, con vigore di Profeta, è sempre stato al servizio del Vangelo, della pace, della riconciliazione, della convivenza e della difesa dei sacri diritti della persona umana… In questo sangue, ingiustamente versato, vediamo il duro prezzo pagato dalla Chiesa. I violenti, quelli che calpestano la vita e, con la mente offuscata dall’odio e dall’insensatezza, seminano la morte, la tragedia e l’amarezza, non prevarranno. Il bene, l’amore di Cristo, trionferanno sulle forze del male”.L’Agenzia Fides ricordava: “Zelante pastore d’anime e fervente missionario, Mons. Jaramillo ha svolto un’intensa opera di evangelizzazione e di promozione della Chiesa locale, la quale proprio in seguito a tale sviluppo, era stata elevata da Vicariato apostolico a Diocesi di Arauca. Mons. Jaramillo stesso aveva confidato alla Fides, in un suo colloquio, i complessi problemi pastorali che assillavano la Chiesa diocesana e il suo cuore di pastore: la vastità del territorio, la scarsità di personale, la diversità di contesti e di gruppi di popolazione, senza contare le nuove situazioni di immigrazione e di livello di vita createsi con la scoperta e lo sfruttamento del petrolio, anche a causa del contrabbando e del narcotraffico” .

ASIA/TURCHIA - Smentito - per ora - l'esproprio di 50 chiese, monasteri e cimiteri siro ortodossi

Mardin - La Turchia dichiara di non avere al momento messo in atto alcuna misura volta a espropriare 50 chiese e monasteri cristiani sparsi intorno a Mardin, nella regione turca sud-orientale di Tur Abdin, per trasferirne il pieno controllo al Diyanet, la Presidenza turca degli affari religiosi, organismo legato direttamente al Primo Ministro . E' stato l'ufficio del governatore di Mardin a smentire almeno parzialmente le notizie sul sequestro di luoghi di culto, cimiteri e monasteri della Chiesa siro ortodossa. Secondo quanto riferito dall'Agenzia di notizie turca Dogan , la proprietà e la gestione amministrativa delle chiese e dei monasteri in questione devono ancora essere legalmente definite, ma nel frattempo i beni ecclesiastici rimarranno ancora registrati presso il Tesoro e non finiranno sotto il controllo del Diyanet. Kuryakos Ergün, portavoce dello storico monastero di Mor Gabriel, risalente al IV Secolo dopo Cristo, ha confermato che la prospettiva di un possibile sequestro delle chiese e dei monasteri siro-ortodossi potrà considerarsi archiviata solo quando su tutti i beni in questione verranno ufficialmente riconosciuti e attestati i diritti di proprietà dei legittimi proprietari.

ASIA/INDIA - Voto presidenziale, sfida tra due candidati dalit: chi difenderà i diritti delle minoranze?

New Delhi – Due settantenni leader che rappresentano la comunità dei dalit sono i candidati che si contenderanno il seggio di presidente dell’Unione Indiana nelle imminenti elezioni del 17 luglio. In India il Presidente della nazione ha una funzione prettamente rappresentativa, mentre il potere esecutivo è del Primo Ministro. Viene eletto dai membri del Parlamento nazionale e delle assemblee legislative dei diveri stati della federazione per un mandato di cinque anni.Le due principali coalizioni politiche – l’Alleanza Democratica Nazionale , attualmente al potere con il Primo Ministro Narendra Modi, e la United Progressive Alliance , capeggiata dal Partito del Congresso – hanno ufficializzato la scelta dei loro candidati ed entrambi presentano un dalit. La NDA ha scelto Ram Nath Kovind, già parlamentare e governatore dello stato di Bihar, mentre le opposizioni hanno scelto una donna, Meira Kumar, ex presidente del Parlamento e avvocato costituzionalista.Di Ram Nath Kovind gli osservatori ricordano le sue posizioni vicine agli estremisti indù. P. Suresh Mathew, OFM Cap, commenta a Fides: “Non bisogna guardare il voto presidenziale come confronto tra due dalit oppure tra un uomo e una donna. È piuttosto una battaglia tra due ideologie divergenti e distinte. Kovind ha una agenda ‘zafferano’ , Kumar è una persona che difende gli ideali e i valori della nostra Costituzione, che è laica”.“Ram Nath Kovind non sa che la prima moschea è sorta in India quando il Profeta era ancora vivo e che il cristianesimo è stato portato in India da uno dei discepoli di Gesù. Il Presidente ha il ruolo di custode della Costituzione. E’ un incarico che richiede saggezza, sagacia, amore per il popolo, indipendentemente dalla propria affiliazione politica. Chiunque vinca dovrà essere in grado di tutelare e avere come riferimento supremo la Costituzione, in ogni momento” aggiunge A.J. Philip, politologo cristiano indiano, interpellato da Fides.“Il fatto che entrambi i candidati siano dalit lascia pensare che il nuovo Presidente comprenderà più di chiunque altro in India i problemi tuttora legati alle caste e sottocaste. Vi sono ancora violenze sui dalit nel paese” ricorda il giornalista cattolico John Dayal, impegnato per i diritti delle minoranze. Dayal ricorda alcuni punti caldi che tuttora interessano la vita dei dalit: linciaggi ed esecuzioni extragiudiziali che restano impunite; mancanza della libertà di fede perché, se cambiano religione, gli indù perdono alcuni benefici sociali. Dayal aggiunge: “Chiediamo al candidato Kovin, che resta il favorito: pensi che i cittadini indiani musulmani e i cristiani, definiti ‘adoratori di religioni straniere’, potranno continuare a godere della piena cittadinanza, inclusa la libertà di praticare, predicare e diffondere la loro fede?”.Secondo diversi osservatori, tra le minoranze religiose indiane la preferenza cade su Meira Kumar, in quanto la donna offre maggiori garanzie di rispetto e tutela dei diritti costituzionalmente sanciti, ma troppo spesso non rispettati o non applicati.

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