Derniers flash de l'agence Fides

ASIA/INDIA - Dalle Filippine un dono di fede per i coniugi cattolici dell'Orissa

Bhubaneswar - Raman e Teresita Santiago, coppia di coniugi cristiani provenienti dalle Filippine, membri del movimento cattolico “Couples For Christ”, sono giunti in Orissa nei giorni scorsi per un incontro con circa 100 coppie cristiane locali a Balliguda, nel distretto di Kandhamal, che ospita la comunità dei battezzati segnata dai massacri anticristiani avvenuti nel 2008.Come appreso da Fides, il tema dell'incontro era tratto dalla Lettera di san Paolo ai Corinzi 16, 13-14, “State in guardia. Rimanete saldi nella fede. Siate coraggiosi. Siate forti. Ogni vostro atto sia fatto con amore” e d'altro canto c'era un riferimento all'impulso missionario di cui il Papa parla nella Evangelii gaudium , quello “in grado di trasformare ogni cosa” .I due coniugi filippini hanno invitato i presenti a prendere coscienza che “tutti noi siamo chiamati a maturare nel nostro lavoro come evangelizzatori, a dare testimonianza del Vangelo” e hanno portato la loro esperienza nel movimento di “Couples For Christ”, affermando che “la famiglia che prega insieme rimane unita”. “Siamo impressionati nel vedere le persone che hanno lasciato il loro lavoro quotidiano per essere qui e dimostrano di avere sete di Dio” ha detto Raman Santiago, coordinatore per l'Asia del movimento “Coppie per Cristo”.“Siamo grati ai nostri ospiti perche aiutano a rafforzare la fede del popolo di Kandhamal e contribuiscono a provvedere all'istruzione di bambini poveri”, ha detto mons. John Barva, Vescovo di Cuttack-Bhubaneswar.“Couples For Christ” è un movimento cattolico nato nel 1981 a Manila, nelle Filippine, in una comunità di stile carismatico. Nel corso degli anni, CFC si è espanso ed è ora presente in 110 paesi. Nel 1995 CFC è stato approvato dalla Conferenza Episcopale delle Filippine, come organizzazione nazionale privata di fedeli laici e dal 2000 è reconosciito dalla Santa Sede come Associazione internazionale di fedeli laici di diritto pontificio. L'organizzazione partner di CFC, chiamata “Answering the Cry of the Poor” aiuta i poveri e i bisognosi attraverso programmi in materia di istruzione, sanità, nutrizione. Al momento ci sono 267 bambini poveri di Kandhamal che ricevono un aiuto da ANCOP.

AMERICA/MESSICO - Un nuovo progetto per offrire maggiore accoglienza ai bambini di strada

Tuxtepec - La Casa Hogar Chiria, fondata oltre 20 anni fa nel territorio di San Bartolo, assiste bambini di strada e con problemi familiari. Per aumentare la capacità di accoglienza e offrire un servizio di custodia per i bambini, quest’anno si arricchirà di un progetto basato su un modello africano chiamato “Watoto”. La responsabile di Chiria racconta a Fides che, attualmente, la Casa ospita 12 bambini e con le nuove strutture potrà accoglierne tra 60 e 80, oltre a disporre di un servizio di custodia per le madri che lavorano e non hanno possibilità di lasciare i propri figli. Il nuovo centro ha l’obiettivo di raggiungere un’estensione di 10 ettari dove poter creare una vera casa per i bambini di strada e per quelli che hanno difficoltà nelle rispettive famiglie.

ASIA/LIBANO - Il Patriarca maronita: la corruzione è una “lebbra sociale”

Bkerkè - “La corruzione, il feudalesimo politico che annienta la giustizia e il diritto, e gli interessi privati, settari o confessionali che ostacolano il cammino delle istituzioni pubbliche, compresi gli organismi di controllo degli interessi privati, settari e religiosi, che ostacolano il progresso delle istituzioni pubbliche, a cominciare dagli organismi di controllo, rappresentano una lebbra sociale mortale”. Così si è espresso il Patriarca maronita Bechara Boutros Rai nel corso dell'omelia della messa, pronunciata domenica scorsa 5 marzo, presso la sede patriarcale di Bkerkè, con un evidente riferimento alla situazione politica e sociale del Libano. Prendendo spunto dall'episodio evangelico della guarigione del lebbroso, il Primate della Chiesa maronita ha deplorato, tra l'altro, il furto e lo spreco dei fondi statali e delle risorse pubbliche, la prassi endemica delle tangenti e l'imposizione di tributi, che minano anche “la volontà di investire e di finanziare progetti di sviluppo nella regione”. Tra le altre piaghe nazionali enumerate dal Patriarca nel corso della messa domenicale - alla presenza dell'Arcivescovo Gabriele Caccia, Nunzio apostolico in Libano -, il Patriarca ha ricordato anche il ritardo nell'approvazione del bilancio, gli ostruzionismi che impediscono di approvare una nuova legge elettorale, la negligenza nell'affrontare l'emergenza rifiuti. “tutte questi fattori, e la prassi di una politica che ignora il bene del Paese” ha rimarcato il Cardinale maronita, “rappresentano una piaga mortale”. .

AMERICA/PANAMA - “La corruzione la pagano i poveri” denuncia Mons. Ulloa alla festa nazionale del Nazareno

Atalaya – La Basilica di San Michele Arcangelo ad Atalaya, 250 km dalla città di Panama, è stata meta dell’appuntamento tradizionale per i devoti di Gesù Nazareno, che ogni anno il 5 marzo raduna migliaia di fedeli. A celebrare la grande festa e la Messa è stato l'Arcivescovo di Panama, Sua Ecc. Mons. José Domingo Ulloa Mendieta, O.S.A., che ha parlato della situazione del paese, in modo particolare della piaga della corruzione."Chi paga la corruzione? Poveri, ospedali senza medicine, pazienti senza assistenza o cura spirituale, bambini senza istruzione e catechesi" ha detto Mons. Ulloa. "Nessuno è esente da responsabilità, né le Chiese, né i ricchi e neanche i poveri" ha aggiunto secondo il testo pervenuto a Fides.Durante la Messa ha voluto consacrare il Paese e la Giornata Mondiale della Gioventù 2019 al Cuore Immacolato di Maria. "Chiediamo al Nazareno che la nostra festa superi la tradizione, il folklore e riesca a trasformare la vita e la nostra società" ha detto l'Arcivescovo."Oggi commemoriamo i 34 anni della visita di Giovanni Paolo II a Panama, e abbiamo anche la gioia di avere con noi una delle 13 copie dell'immagine della Madonna di Fatima, che sono in pellegrinaggio in tutto il mondo, per commemorare il centenario delle sue apparizioni nella Cova de Iria, in Portogallo, e Panama è uno di quei paesi privilegiati".“Ma c’è un peccato ancora più grave della corruzione - ha concluso Mons. Ulloa -, che è l'indifferenza, il dire che poco importa, che ci rende insensibili al dolore dell'altro, dinanzi al bisogno dell’altro. Questo è un altro dei mali che dobbiamo combattere. Perché l'indifferenza ci paralizza, non ci permette di muoverci, siamo come inchiodati al pavimento, pensando che tutto deve passare perché non mi riguarda”.

ASIA/AFGHANISTAN - Il dramma dei “bacha-bazi”, i bambini rapiti e venduti, usati come spie

Kabul – In Afghanistan gli attivisti per i diritti umani da anni esercitano pressioni sulle autorità del Governo perché intervengano per vietare e punire severamente i responsabili della crudele usanza del bacha-bazi. Si tratta di una pratica di schiavitù sessuale dei bambini molto diffusa, che viene utilizzata da capi di guerre, militari e polizia, ma anche da alcuni politici e da persone ricche e influenti. Vestiti e truccati da donna, i bambini tra i 10 e 18 anni, vengono rapiti e venduti per essere utilizzati come ballerini e schiavi sessuali durante festini tra uomini. Bacha bazi, in lingua farsi, significa infatti giocare con i bambini. Gli insorgenti talebani, che combattono le forze governative, si servono dei bacha-bazi per infiltrare bambini tra le forze di sicurezza afgane in modo da poter avere informazioni e dirigere gli attacchi in modo mirato. Il Governo, sotto pressione dagli attivisti che denunciano questa pratica, ha approvato la legge che punisce severamente i colpevoli e sostiene la pena di morte nei casi più gravi, come lo stupro dei bambini. “Nel nuovo Codice Penale esiste un capitolo intero che criminalizza la pratica” ha dichiarato in una nota uno dei consiglieri del Presidente afgano. “Il codice dovrebbe essere messo in pratica questo mese, e sarà un grande passo verso la fine di questa pratica terribile” ha aggiunto.

ASIA/PAKISTAN - Seminario di Quaresima: “Cercare il Regno di Dio e il bene dei popoli”

Karachi – “Cercate prima il Regno di Dio” è il titolo del seminario quaresimale organizzato nei giorni scorsi dal Centro Catechistico diocesano di Karachi presso il Collegio san Patrizio. Come appreso da Fides, all’evento, curato da p. Arthur Charles, direttore del Centro catechistico e dai padri domenicani e dalla loro fraternità laicale, hanno preso parte oltre 450 fedeli provenienti da 10 parrocchie dell'arcidiocesi di Karachi. Molti altri hanno seguito tramite la trasmissione in diretta di “Good Catholic News”, la TV streaming diocesana.Anwar Daniel, presidente della fraternità dei laici domenicani, ha offerto la sua testimonianza di vita laicale in cui “cercare il regno di Dio e la sua giustizia significa conoscere e fare la volontà di Dio nella quotidianità”. Il teologo domenicano P. Thomas Bhatti ha commentato il discorso della montagna in cui Gesù invita a “cercare il regno di Dio e la sua giustizia” , affermando che questo è un invito a “mettere Dio al primo posto nella vostra vita: egli renderà la nostra vita nuova”.Il laico cattolico Shemeem Kursheed, preside del Collegio san Patrizio e oratore principale della giornata, ha sottolineato: “Il regno di Dio trascende i confini politici e geografici, abbraccia le nostre differenze etniche e culturali. Il regno di Dio include tutti i popoli allo stesso modo: ogni tribù, ogni nazione, anche tutta la creazione. Questo significa che siamo chiamati a cercare il bene di tutti i popoli; che siamo chiamati a denunciare la violenza dovunque si trovi. Siamo chiamati e porre i riflettori su ingiustizia e oppressione, su quelle situazioni in cui vi è uno squilibrio che porta a un abuso di potere. Quindi, siamo chiamati a promuovere sempre la pace”.

ASIA/SIRIA - Patriarcato greco-melchita: il Patriarca Grégoire III rimane al suo posto

Damasco – Una nota diffusa dall'ufficio comunicazioni del Patriarcato di Antiochia dei greco-melchiti riferisce che il Patriarca Grègoire III Laham continua a ricoprire il suo ruolo, si appresta ad avviare “nuovi progetti” e ha intenzione di “raddoppiare i suoi sforzi a livello locale e internazionale”, per “alleviare le sofferenze della popolazione nella crisi in atto, soprattutto in Siria, Iraq e Palestina”. Il comunicato fa riferimento esplicito ad articoli apparsi sui media locali, contenenti accenni a possibili dimissioni del Patriarca, e richiama gli operatori dei media a pubblicare notizie solo dopo averne accertato l'attendibilità. Dal 21 al 23 febbraio il Patriarca e i Vescovi greco-melchiti si erano riuniti in Assemblea sinodale presso la sede patriarcale di Raboué, in Libano. Alla fine dell'Assemblea, era stato diffuso un comunicato in cui ufficialmente il Patriarca e i Vescovi avevano riconosciuto i rispettivi errori che avevano portato, nel giugno 2016, all'annullamento della precedente Assemblea sinodale. In quell'occasione il Sinodo della Chiesa cattolica greco-melchita, dopo essersi aperto il 20 giugno ad Ain Traz in un clima di forte tensione, era stato interrotto e rinviato a causa del forfait dato da un certo numero di Vescovi, i quali avevano fatto mancare il numero legale richiesto per procedere con i lavori dell'assemblea sinodale. La vicenda aveva messo in luce le divisioni esistenti in seno all'episcopato greco-melchita, che si concretizzavano nella richiesta di dimissioni del Patriarca Grégoire III, sostenuta da un gruppo di almeno dieci Vescovi. Allora, in un pronunciamento successivo al rinvio del Sinodo, il Patriarca Grègoire aveva rimarcato che il diritto canonico delle Chiese cattoliche orientali non contempla la possibilità di imporre al Patriarca le dimissioni contro la sua volontà. .

AFRICA/SUD SUDAN - L’Ausiliare di Juba: “No alla preghiera nazionale indetta dal Presidente i cui soldati sono i responsabili della tragedia che ci affligge”

Juba - “Perché dovrei partecipare alla preghiera nazionale dove non c’è santità, dove non c’è pietà? È una beffa sentire il Presidente del Paese fare appelli alla preghiera mentre allo stesso momento, i suoi soldati stanno dando la caccia alla gente lungo il Sud Sudan” ha dichiarato Mons. Santo Loku Pio Doggale, Vescovo ausiliare di Juba, capitale del Sud Sudan, nel respingere l’invito del Presidente Salva Kiir a partecipare alla giornata di preghiera nazionale indetta il 10 marzo per pregare per la pace nel Paese, sconvolto dalla guerra civile.In un’intervista all’emittente Voice of America, Mons. Doggale ha aggiunto: “prego ogni giorno per il Sud Sudan. Ma la preghiera indetta da Salva Kiir non la capisco e non la capirò mai. A meno che non mi trascini di peso non parteciperò mai a questa preghiera. Perché è una preghiera politica. È una presa in giro”.Il Vescovo ausiliare di Juba ha ricordato che sono gli stessi militari fedeli al Presidente ad avere causato lo sfollamento delle popolazioni Lango, Acholi, Madi, Kaku, Kuku nelle regioni dell’Equatoria e delle popolazioni Shilluk nell’Alto Nilo. “Intere popolazioni sono espulse dalla loro terra ancestrale mentre i loro beni e risorse sono depredate” ha concluso.

AMERICA/STATI UNITI - L'ultima risorsa per migranti senza documenti: vivere in una chiesa

Denver – Continuano a pervenire a Fides testimonianze della situazione che vivono i migranti senza documenti da quando è salito alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump.Fra paura e ansia, molti bambini non frequentano più la scuola perché non vogliono far rischiare ai propri genitori l'espulsione o il rimpatrio forzato . Nelle chiese protestanti sono stati organizzati gruppi di sostegno ai migranti per l'accoglienza e la difesa dei loro diritti, quando e dove è possibile. A Denver , per esempio, la First Unitarian Society che riunisce chiese cristiane e di altri gruppi religiosi, ha promosso l’affissione sulle porte d'ingresso delle chiese delle indicazioni rivolte sia agli immigrati per la loro accoglienza, che ai membri della Immigration and Customs Enforcement , ricordando i diritti dei migranti, dove segnalano che all’interno dei luoghi di culto ci sono persone che aspettano una risposta per il visto o per la richiesta d'asilo. Praticamente queste persone sono costrette a vivere dentro la chiesa in attesa di una risposta dalle autorità. Questa situazione coinvolge anche le autorità. Alla fine di gennaio i sindaci delle “Sanctuary Cities”, città americane sia grandi che piccole , che hanno leggi tese a limitare la collaborazione con le agenzie federali dell’immigrazione preposte all’espulsiuone degli immigrati senza documenti, si sono espressi contro i provvedimenti del Presidente Trump.A Chicago, il sindaco Rahm Emanuel, ha dichiarato: “Voglio essere chiaro, rimarremo una ‘Sanctuary City’. Non ci sono estranei tra noi. Che tu venga dalla Polonia o dal Pakistan, dall’Irlanda o dall’India o da Israele, che tu arrivi dal Messico o dalla Moldova, da dove è partito mio nonno, tutti saranno i benvenuti a Chicago".

AMERICA/MESSICO - Lezioni sospese a scuola per l’insicurezza, Mons. Arizmendi: “Bisogna trovare una soluzione”

Chenalho – Sono passati 12 giorni da quando i sostenitori del sindaco Rosa Pérez Pérez si sono ripresi la sede del comune di Chenalhó , e la zona vive un clima di insicurezza, instabilità e voci di scontri frequenti tra gruppi opposti, tanto che in 60 comunità su 110 sono state sospese le lezioni nelle scuole. Le autorità del comune, in assemblea, hanno stabilito che a partire da oggi le lezioni per i bambini e i ragazzi in età prescolare, della scuola elementare e secondaria saranno sospese. I Comitati della pubblica Istruzione, i commissari e i funzionari della polizia municipale hanno preso la decisione dopo aver verificato la chiara possibilità di scontri armati nella zona.L'anno scorso Rosa Pérez Pérez aveva vinto le elezioni a sindaco, ma il suo precedessore non aveva voluto lasciare il posto benché il tribunale elettorale aveva emesso un comunicato ufficiale. Così il 22 febbraio, 300 membri del partito del nuovo sindaco sono entrati con la forza a prendersi la sede del comune. Come risultato è stato ucciso l'insegnante di musica della Casa della Cultura, Johnny Orlando Vasquez Ruiz, e 16 indigeni sono rimasti feriti. Anche se il comune è tenuto dai membri del Partito Verde Ecologista del Messico, le comunità continuano a rifiutare come sindaco Rosa Pérez Pérez. Ci sono stati scontri non denunciati alla polizia e, secondo la stampa locale, spesso si sentono spari durante la notte.Sua Ecc. Mons. Felipe Arizmendi Esquivel, Vescovo della diocesi di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, ha detto che "la zona vive un clima di instabilità e ci sono accuse di entrambi i gruppi; non è chiaro dove si può trovare una soluzione". "E' certamente complicato il ritorno di Rosa Perez, sindaco eletta, anche se molti dei suoi sostenitori la vogliono" ha aggiunto il Vescovo, invitando “i governi municipali e statali a cercare una soluzione".“Il sistema dei partiti ha contaminato le popolazioni indigene e le ha divise. La scelta non è più a consenso della maggioranza, ma avviene con il conteggio e la manipolazione dei voti" aveva detto il Vescovo giá lo scorso ottobre , prevedendo che in questo modo “si mette a rischio la pace sociale e la sicurezza di molta gente”.

AFRICA/EGITTO - Ministro egiziano per le dotazioni religiose: difendere dagli assalti le chiese fa parte della dottrina dell'islam

Il Cairo – Gli attacchi contro i cristiani e le loro proprietà sono “attacchi contro tutti noi”. Gli attacchi alle chiese sono equiparabili agli “attacchi alle moschee”, e la difesa dei cristiani e delle loro chiese “fa parte della dottrina della fede musulmana”: lo ha dichiarato il prof. Mohamed Mokthtar Gomaa, Ministro delle dotazioni a moschee e comunità religiose , citando a tal riguardo anche gli insegnamenti di Ibn Hazm, teologo arabo dell'epoca andalusa, pensatore della scuola islamica zahirita . Le impegnative affermazioni del Ministro sono giunte nel corso del Forum culturale del Consiglio supremo per gli affari islamici, svoltosi al Cairo nel pomeriggio di domenica 5 marzo. Il forum, focalizzato sui temi del principio di cittadinanza e dell'uguaglianza dei diritti e dei doveri tra i cittadini, ha visto anche la partecipazione del reverendo Andrea Zaki, presidente della Chiesa copta evangelica in Egitto, e del prof. Sami al Sharif, già Decano della facoltà della comunicazione presso l'Università del Cairo. Gli interventi dei relatori hanno tenuto conto sia della recente conferenza organizzata dall'Università di al Azhar sui temi della cittadinanza e della convivenza islamo-cristiana , sia all'esodo di centinaia di famiglie copte fuggite nelle ultime settimane dal Sinai del nord, dopo che 7 appartenenti alle comunità copte locali erano stati uccisi in omicidi mirati . Riguardo alle violenze che hanno colpito i cristiani copti del Sinai settentrionale, il professore egiziano al Sharif ha voluto far notare che l'emergenza in quell'area non riguarda solo i cristiani, ma rappresenta una grave questione nazionale. In quella zona – ha rimarcato al Sharif – gruppi di matrice jihadista, che si dicono affiliati allo Stato Islamico , “hanno ucciso decine di soldati senza tener in alcun conto la loro religione”. Il professore egiziano, esperto in comunicazione, ha avuto accenni critici per le ricostruzioni mediatiche fuorvianti che riportano le recenti tribolazioni vissute dai copti egiziani del Sinai come un esempio di persecuzione religiosa a cui i cristiani egiziani sarebbero sottoposti da parte della maggioranza ilsamica locale. .

AFRICA/CENTRAFRICA - Rientrati a casa i 10.000 sfollati accolti nel Carmelo di Bangui

Bangui - “Tutti i profughi sono rientrati a casa!” Annuncia in un dispaccio inviato all’Agenzia Fides p Federico Trinchero, missionario carmelitano scalzo che opera nel convento Notre Dame du Mont Carmel di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, dove, a seguito della guerra civile scoppiata nel 2012, erano stati accolti 10.000 sfollati .“Dopo tre anni e tre mesi, termina qui la nostra avventura iniziata il 5 dicembre del 2013. E questa è l’ultima puntata della storia del nostro convento diventato improvvisamente un campo profughi” scrive p. Federico. Qui di seguito pubblichiamo un estratto del suo racconto“Dal mese di gennaio un progetto finanziato dall’Alto Commissariato per i profughi dell’ONU, in collaborazione con il Governo Centrafricano e altri partner, ha permesso a tutti i nostri profughi di poter rientrare finalmente nei quartieri della città e di riprendere una vita normale. Ogni famiglia ha ricevuto un piccolo sostegno economico alle sole condizioni di trasportare tutte le proprie masserizie nella nuova residenza, smantellare la propria tenda e abbandonare definitivamente il campo. La partenza era libera e nessun è stato obbligato ad abbandonare il campo; ma, di fatto, tutti hanno accettato volentieri di partire. Tutto si è svolto in modo ordinato e senza particolari intoppi. Anzi: siamo rimasti stupiti della maniera rapida, serena e disciplinata con la quale il nostro campo profughi si è svuotato e ha terminato la sua esistenza. Ovviamente tutto questo è stato possibile non solo grazie al piccolo incentivo economico, ma soprattutto per la situazione di tranquillità e sicurezza che ormai si è creata nella capitale. Questo nuovo clima ha incoraggiato i nostri profughi a compiere il grande passo e a iniziare una nuova vita nel quartiere di origine oppure in un altro quartiere della città.L’8 gennaio abbiamo celebrato una Messa di ringraziamento al Signore per tutti i benefici di cui ci ha colmato in questi tre anni e per non averci mai fatto mancare la sua protezione e la sua provvidenza. Abbiamo terminato la Messa sulla collina al centro della nostra proprietà con la benedizione della città di Bangui e l'implorazione del dono della pace per tutto il paese. In effetti, non bisogna dimenticare che, se la situazione è nettamente migliorata nella capitale, non è così in altre zone del paese, come Bocaranga o Bambari. Piccoli gruppi di ribelli – non sempre ben identificabili, spesso divisi tra loro e poco chiari nelle loro rivendicazioni – continuano purtroppo a compiere azioni criminali causando vittime innocenti, seminando paura e costringendo la popolazione ad abbandonare i centri abitati. Con molta fatica la missione dell’ONU cerca di arginare questi fenomeni che, si spera, dovranno assolutamente essere sradicati per permettere a tutto il paese – non solo alla capitale – di imboccare risolutamente il cammino della pace e dello sviluppo”.

ASIA/MYANMAR - Appello delle organizzazioni per i diritti umani contro i crimini commessi contro i rohingya

Yangon - Tredici organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani hanno esortato le Nazioni Unite a indagare sulle atrocità commesse dall’esercito birmano contro la minoranza musulmana dei Rohingya. “L’istituzione di una commissione sotto il mandato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite o un meccanismo simile è il minimo per garantire la giustizia” hanno dichiarato le organizzazioni in una lettera diretta alla Commissione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra. I firmatari, tra i quali HRW e Amnesty International, hanno richiesto anche di prevenire, in modo significativo, le violenze contro le minoranze che si trovano in situazioni di pericolo. Il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Myanmar ha avvertito della cattiva situazione che attraversa la popolazione Rohingya nei campi profughi in Bangladesh e chiesto misure urgenti dopo aver visitato la zona. Nel frattempo, il vice direttore di HRW in Asia, ha sostenuto l’appello e denunciato il silenzio mantenuto dalla comunità internazionale per ciò che sta accadendo nel Paese asiatico.In Myanmar, dove prevalgono i buddisti, esiste una lunga storia di discriminazione e persecuzione contro i musulmani, e i rohingya sono considerati immigrati illegali. Tuttavia, la comunità internazionale e i gruppi per i diritti umani assicurano che questa minoranza musulmana ha radici storiche nel territorio birmano. Almeno 73 mila rohingya sono fuggiti in Bangladesh dalla brutalità dei militari birmani che, secondo numerose organizzazioni, hanno commesso ogni tipo di abusi contro questa minoranza.

ASIA/FILIPPINE - La Chiesa filippina non è “contro Duterte”

Manila – C’è un solco tra l'amministrazione del Presidente Rodrigo Duterte e la Chiesa cattolica nelle Filippine. I fedeli vedono moltiplicarsi i pronunciamenti di Duterte contro la Chiesa e contro i preti mentre, d’altro canto, i messaggi dei Vescovi deplorano il “regno del terrore” avviato nel presente, come si afferma nella Lettera pastorale della Conferenza episcopale, titolata “Il Signore non gode della morte del malvagio”, diffusa e letta in tutte le chiese della nazione nel mese di febbraio. “Penso che la Chiesa e Duterte si confrontino per il medesimo obiettivo, la giustizia e la pace sociale, ma il governo intende raggiungerlo in modalità per la Chiesa inaccettabili”, nota a Fides James Anthony Perez, presidente dell’associazione cattolica “Filipinos for Life”.Tra le questioni cruciali che dividono governo e Chiesa vi sono la campagna di lotta alla droga, con la lunga scia di esecuzioni extragiudiziali; il ripristino della pena di morte; l’abbassamento dell'età per la responsabilità penale a 9-anni. “Duterte incarna il desiderio della gente comune che vuole giustizia e sicurezza. La Chiesa non è certo contro questi obiettivi, ma ricorda al popolo che prosperità e giustizia si ottengono attraverso il riconoscimento della sacralità della vita umana prima di tutto, non tramite la sua negazione”, spiega Perez.Duterte si sta affermando come abile comunicatore, grazie a messaggi brevi, efficaci, tempestivi. Il governo ha criticato la lettera dei Vescovi del febbraio scorso definendola “fuori da mondo” e gli osservatori definiscono i rapporti tra Chiesa e governo “freddi” se non “ostili”.P. Jerome Secillano, portavoce della Conferenza episcopale delle Filippine, rimarca a Fides: “La Chiesa non può concordare sulla direzione presa dal governo per affrontare alcuni dei problemi più critici che affliggono il nostro paese”. Secondo Secillano, “l'amministrazione Duterte pensa che la Chiesa sia contro il presidente, ma dimentica che la Conferenza episcopale ha alzato la voce contro gli abusi commessi durante l'amministrazione Aquino e da altri presidenti in passato”. Secillano ribadisce: “La Chiesa nelle Filippine non ha nulla di personale contro Duterte. La Chiesa è semplicemente critica su questioni relative ai diritti umani, alla giustizia, al rispetto della vita, allo stato di diritto, che ritiene punti di estrema importanza. La Chiesa ha a cuore le questioni che riguardano il benessere della gente e il bene comune della nazione”.Duterte non ha risparmiato attacchi personali contro la gerarchia cattolica dipingendo i preti come corrotti o fautori di abusi sessuali, ma “siamo certi che la gente nutre ancora tanta fiducia nella Chiesa cattolica” conclude il portavoce.

ASIA/MALAYSIA - Dimissioni dell’Arcivescovo di Kuching e nomina del successore

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco, in data 4 marzo 2017, ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Kuching , presentata da Sua Ecc. Mons. John Ha Tiong Hock. Il Santo Padre ha nominato Arcivescovo di Kuching Sua Ecc. Mons. Simon Poh Hoon Seng, finora Vescovo titolare di Sfasferia e Ausiliare della medesima arcidiocesi.

ASIA/TERRA SANTA - L'Amministratore apostolico Pizzaballa: sull'Università di Madaba abbiamo commesso errori

Gerusalemme – La Quaresima è “un cammino di conversione” e “un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte”. Anche il Patriarcato Latin di Gerusalemme, in questo momento delicato della sua storia, è chiamato a un cambio di passo, a una ripartenza, dopo che “sono stati fatti degli errori che hanno ferito la vita del Patriarcato, finanziariamente ed amministrativamente, soprattutto riguardanti l’Università Americana di Madaba” . E' una lettera scritta con spirito di autentica parresia, quella che l'Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa OFM, Amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, ha appena rivolto a tutti i membri della diocesi da lui amministrata. Un messaggio, diffuso anche attraverso i media ufficiali del Patriarcato, che prende il titolo dalla seconda Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi , e che, all'inizio del cammino quaresimale, offre l'occasione all'Arcivescovo Pizzaballa di esporre con schiettezza alcune motivazioni che lo scorso 15 luglio hanno condotto Papa Francesco a nominarlo Amministratore apostolico. “Per 170 anni” si legge nella lettera di Pizzaballa “questo Patriarcato ha avuto un ruolo importante e lo ha ancora nella vita dei cristiani di Terra Santa. Le nostre parrocchie, le nostre scuole e molte altre nostre istituzioni hanno contribuito molto alla vita dei cristiani in queste terre e hanno rafforzato la nostra testimonianza a Cristo e alla Sua resurrezione dalla morte. Tuttavia, noi tutti sappiamo che la nomina di un Amministratore Apostolico, che non viene dal clero del Patriarcato Latino, è stata una decisione inaspettata, ed è arrivata come una sorpresa per molti. Questo ci porta alla conclusione che non tutto va bene. In effetti, sono stati fatti degli errori che hanno ferito la vita del Patriarcato, finanziariamente ed amministrativamente, soprattutto riguardanti l’Università Americana di Madaba. Abbiamo sbagliato in alcuni ambiti importanti, forse non concentrandoci abbastanza sulla nostra primaria missione: predicare il Vangelo e dedicarci alle attività pastorali”.La vicenda a cui fa riferimento l'Arcivescovo Pizzaballa è quella della Università americana di Madaba , l'Ateneo affiliato al Patriarcato latino di Gerusalemme di cui Papa Benedetto benedì la prima pietra il 9 maggio 2009, e che fu inaugurata il 30 maggio 2013 alla presenza di Re Abdallah II. Alla fine del 2014, la Santa Sede era dovuta intervenire per farsi carico di problemi amministrativi e finanziari che avevano segnato la costruzione e l'avvio dell'istituzione accademica. Una Commissione ad hoc, istituita dalla Segreteria di Stato, aveva a sua volta affidato a un Comitato locale di amministrazione, presieduto dall'Arcivescovo Giorgio Lingua, Nunzio apostolico in Giordania, il compito di “seguire e coordinare da vicino, fino a luglio 2015, i lavori dell’Università”. Sui problemi e le emergenze vissute dal Patriarcato Latino, l'Amministratore apostolico Pizzaballa si è voluto confrontare, a fine febbraio, con tutti i sacerdoti del Patriarcato. La lettera dell'Arcivescovo Pizzaballa contiene diversi riferimenti a quel confronto avuto con il clero del Patriarcato, svoltosi nella Casa della Visitazione delle Suore del Rosario a Fuheis, in Giordania, dove si sono avute “profonde e significative discussioni sul nostro amato Patriarcato, sulla nostra vocazione e missione, ma anche sugli errori che ci hanno portato ad una situazione critica, soprattutto finanziariamente”. L'Arcivescovo sottolinea che è arrivato “il momento di iniziare il lavoro di riforma, ricostruzione e rinnovamento in alcuni settori della nostra amministrazione, ma non solo”. Invita soprattutto a “concentrarci ancora di più sulle nostre attività pastorali”, richiamando la decisione di “aprire, per esempio, nuovi uffici diocesani per il lavoro pastorale che coordino ed unifichino il nostro servizio pastorale alla comunità”. “Noi, vescovi e preti del Patriarcato” riconosce l'Amministratore apostolico “siamo tra i peccatori che implorano la misericordia di Dio e chiedono la grazia della conversione. I nostri errori e i nostri giudizi erronei stanno chiaramente davanti ai nostri occhi, come dice il Salmista. Dobbiamo ammettere che siamo come vasi d’argilla spezzati. Ci è stato affidato tanto, ma nella nostra umana fragilità, abbiamo lasciato che molto di questo andasse perduto. D’altra parte, sappiamo che il Signore usa vasi fragili come provvidenziali strumenti nel Suo piano di salvezza”. .

ASIA/MYANMAR - La "Madre Teresa del Myanmar" cura i malati di Aids

Yangon - Tutti la chiamano la “Madre Teresa del Myanmar”: è Suor Marta Mya Thwe,religiosa della Congregazione di S. Giuseppe dell'Apparizione , impegnata instancabilmente per i suoi servizi resi ai malati di Aids o ai sieropositivi, che mancano di cure appropriate, sono emarginato dalla società e cacciati dalle famiglie, e dei quali le istituzioni sanitarie birmane non si occupano.Parlando con Fides, Suor Marta racconta il suo impegno: "Molte persone hanno paura di toccare le persone che hanno contratto l'Aids. Ho notato che molti malati sono cacciati dalle loro case a causa di questa malattia. Vi erano malati terminali distesi sul ciglio della strada o perfino già morti. Negli ultimi anni c'è stato un drammatico aumento del numero di persone che muoiono di questa malattia, nel totale abbandono del governo e delle istituzioni".Nel 2001, spinta dall'impulso di fare qualcosa, ha chiesto aiuto anche una monaca buddista e così grazi all'aiuto di alcuni benefattori e studenti ha fondato il Centro di cura “Specchio della Carità”, che fornisce un riparo, cibo, medicine e mezzi educativi per gli orfani e le persone malate di Aids. Il primo centro è nato a Kyeikkami, piccola città rurale nello stato di Mon, e ha iniziato ad accoglier e prendersi cura di pazienti affetti da Aids dagli stati Kachin, Shan e Karen, con un team di due suore e 10 laici .Un 'opera improntata alla compassione. "Tanti ne ho visti moriree, quasi ogni giorno, anche per l'impossibilitò di procuraci i farmaci anti-retrovirali. Tanti li abbiamo solo accompagnati negli ultimi momenti di vita", ricorda. Dopo numerosi sforzi la suora è riuscita ad avere i farmaci e ha iniziato il trattamento di 20 pazienti; poi, grazie ad altri benefattori anche stranieri, è riuscita a somministrare la terapia a circa 103 tra bambini e adulti. Il centro, avviato in una semplice casa in legno nel 2002, si è ora esteso ad un complesso di numerosi edifici, finanziato dalle Ambasciate di Australia, Giappone e Germania . Il complesso comprende un piccolo appezzamento di terreno agricolo e un allevamento di bestiame, una struttura per corsi di formazione professionale, con l’ottica di “un approccio olistico”, che accompagni i malati nella loro vita. Oggi è dotato anche di una piccola clinica per fornire assistenza sanitaria generale e dove si possono fare il test per malattie come malaria o epatite.Nel 2014, un nuovo centro di cura è nato a Kawthaungnel, nel Sud del Myanmar, zona dove l’Aids è diffuso. Altri centri di cura e accompagnamento si trovano nelle città di Kyaikkami e Thanbyuzayat e assistono circa 104 pazienti, tra cui 24 bambini sotto i 15 anni."Stiamo cercando di affrontare il problema dei bambini malati con un’ assistenza integrale per la loro crescita, che prevede le cure ma anche il percorso di istruzione", racconta a Fides suor Marta, notando che spesso i genitori e familiari non sono disposti ad accettare che bambini ritornino nelle loro rispettive famiglie.

EUROPA/SPAGNA - Missionari, modelli di Chiesa in uscita, Giornata Ispanoamericana: America Latina vi aspetta!

Madrid – "Sono i Missionari i modelli di Chiesa in uscita", lo propone il cardinale Marc Ouellet, presidente del Pontificio Consiglio per l'America Latina nel suo messaggio in occasione della Giornata Ispanoamericana che la chiesa spagnola celebra domani, domenica 5 marzo in tutto il paese.La celebrazione, molto sentita fra tutti cattolici della penisola Iberica, serve per riconoscere lo speciale vincolo che esiste fra le comunità ecclesiale dei 2 continenti, e fare omaggio ai sacerdoti diocesani impegnati nella OCSHA ."Invito i sacerdoti che sentono la chiamata alla missione ad gentes, a non aver paura di lanciarsi alla missione: un mondo che ha bisogno di Dio vi aspetta, America Latina vi aspetta!". Così conclude il messaggio del cardinale Marc Ouellet, che riprende il tema della Giornata di quest'anno: "Vai senza paura, per servire". Nel suo messaggio riconosce il valore di tutti i missionari spagnoli che nella storia hanno acceso la fede in America Latina, e riprende l'impegno di sostenere la missione della Chiesa oggi, da una visione creativa e adattata ai nostri tempi.Questa Giornata, si celebra in Spagna dal 1959, pone l'accento in particolare sul servizio offerto da sacerdoti diocesani spagnoli che vengono inviati ad esercitare il ministero sacerdotale nella Chiesa dell'America Latina. La Commissione Episcopale per le Missioni offre un servizio OCSHA per coordinare la cooperazione tra la diocesi di origine e di destinazione. Attualmente vi sono 267 sacerdoti OCSHA, missionari in 20 paesi dell'America Latina. Il Perù è il paese con più missionari, con 78 sacerdoti spagnoli del OCSHA.

AFRICA/EGITTO - Anche la Mezzaluna Rossa offre assistenza ai copti in fuga dal Sinai settentrionale

Ismailia – Ci sono anche i volontari locali della Mezzaluna rossa tra i gruppi impegnati in questi giorni a offrire accoglienza e soccorso ai egiziani copti fuggiti da al Arish e dal Sinai settentrionale, dopo la sequenza di omicidi mirati che nelle ultime settimane ha colpito gli appartenenti a quella comunità cristiana, indicata come “la preda preferita” negli ultimi, deliranti messaggi diffusi da gruppi jihadisti egiziani affiliati al sedicente Stato Islamico . Il centro urbano dove sono confluiti la maggior parte dei cristiani fuggiti da al Arish è la città di Ismailia, sulla riva occidentale del Canale di Suez, a metà strada tra Port said e Suez. In quel centro abitato – riferiscono fonti locali consultate dall'Agenzia Fides – anche le sezioni locali della Mezzaluna Rossa si sono mobilitate per garantire alle famiglie di sfollati cristiani una sistemazione e il rifornimento dei beni di prima necessità. Nelle ultime ore, è cresciuto l'esodo verso Ismailia anche di interi clan familiari appartenenti a tribù musulmane beduine storicamente radicate nel Sinai del Nord, segno della crescente tensione che sta attraversando quella regione. L'emergenza dei cristiani copti fuggiti da al Arish e dalla regione deil Nord Sinai dopo le serie di sette omicidi che hanno colpito membri di quelle comunità cristiane ha suscitato reazioni significative da parte di diverse realtà islamiche egiziane . La Casa della Fatwa , organismo egiziano presieduto dal Gran Mufti d'Egitto e incaricato di diffondere pronunciamenti orientativi e sciogliere dubbi e controversie riguardo all'applicazione dei precetti coranici, ha diffuso un comunicato per condannare la catena di omicidi, sottolineando che la campagna orchestrata da gruppi jihadisti contro i cristiani autoctoni dell'Egitto punta esplicitamente a sabotare l'unità nazionale. Anche i portavoce di al-Nur, il Partito salafita ultra-conservatore, hanno espresso pubblicamente la propria condanna per le uccisioni mirate di cristiani copti avvenute nel Sinai settentrionale, ribadendo che esse “vanno contro gli insegnamenti dell'islam”. Quando la sequenza di uccisioni di cristiani nel Sinai era già iniziata, sedicenti affiliati egiziani all'autoproclamato Stato Islamico hanno diffuso in video-messaggio in cui rivendicavano una nuova campagna di violenze mirate contro i copti, definiti dai jihadisti come “la preda preferita”. Il video-messaggio esaltava la figura di Abu Abdullah al-Masri, il giovane attentatore kamikaze che lo scorso 11 dicembre si è fatto saltare nella chiesa di Botrosiya, nel complesso di edifici ecclesiastici adiacenti alla cattedrale copto-ortodossa del Cairo, provocando la morte di 29 persone. .

AMERICA/MESSICO - “Vogliono far tacere la voce del popolo”, Mons. Rangel Mendoza condanna l’omicidio di un giornalista

Chilpancingo – Il vescovo della diocesi di Chilpancingo-Chilapa, Mons. Salvador Rangel Mendoza, ha condannato l'omicidio del giornalista Cecilio Pineda Birto accaduto a Ciudad Altamirano, Tierra Caliente, e ha detto che la criminalità organizzata "cerca di mettere a tacere le voci dei giornalisti".Il presule ha detto che in Tierra Caliente, e in particolare a Ciudad Altamirano, "la tensione è troppo forte", così ha invitato le autorità a prestare maggiore attenzione, mentre ai criminali ha chiesto di "rispettare la vita degli altri"."Purtroppo stiamo vivendo questo clima di insicurezza, in particolare per i giornalisti che scrivono ed informano, la vita a volte è molto difficile. Questi gruppi criminali vogliono mettere a tacere la loro voce, ecco perché li uccidono", ha detto il vescovo. "Non è l'unico caso registrato nello stato di Guerrero", ha denunciato Mons. Rangel Mendoza che ha riconosciuto che essere giornalista "è una professione difficile, ma non possiamo accettare l'omicidio per fare a tacere le loro voci di comunicatori; anche perché sono le voci del popolo, della comunità".Il giornalista è stato assassinato la sera del 2 marzo mentre lavava l'auto a un distributore di benzina. Secondo il rapporto annuale di "Reporteros sin Fronteras" 2016, pubblicato pochi giorni fa, l'America Latina presenta un bilancio terribile: 31 giornalisti assassinati. Come nel 2015, il Messico è ancora il primo della lista nera, con 13 omicidi. Seguono Guatemala , Brasile , Honduras e Venezuela, Perù e El Salvador con un omicidio ogni paese. Messico si presenta come il terzo luogo più pericoloso del mondo per il mestiere del giornalista.

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