Ultimas noticias de la agencia Fides

ASIA/SIRIA - L'Arcivescovo siriano Hindo: nell'attacco deciso dagli USA anche ragioni di politica interna

Hassakè - “Il Presidente Trump pensa come un uomo d'affari, e si comporta come un uomo d'affari. Con l'attacco contro la base siriana guadagna anche consenso in settori influenti del potere USA che potevano avversarlo, e all'esterno rassicura la Turchia, l'Arabia Saudita e i Paesi del Golfo”. Ne è convinto l'Arcivescovo siriano Jacques Behnan Hindo, alla guida dell'arcieparchia siro-cattolica d Hassakè-Nisibi. Secondo l'Arcivescovo, residente nella provincia siriana nord-orientale di Hassakè, l'attacco USA “era già predisposto, per questo non hanno voluto prendere in nessuna considerazione le richieste di indagini più approfondite sulle responsabilità dedelle vittime dell'avvelenamento con armi chimiche avvenuto nella provincia di Idlib. E quanto alle 'prove inconfutabili' che la CIA avrebbe sulle responsabilità dell'esercito di Assad, ricordiamo bene quelle, anch'esse 'inconfutabili', che Colin Powell mostrò all'ONU per giustificare l'intervento in Iraq”. In ogni caso, Jacques Behnan Hindo non crede che la nuova fase di tensione possa portare a uno scontro diretto tra le potenze globali sul territorio siriano. “I russi” fa notare l'Arcivescovo siro cattolico conversando con l'Agenzia Fides “hanno voluto far sapere che dei 59 missili lanciati dagli USA, nemmeno la metà hanno colpito qualche obiettivo. Mi viene da pensare che gli altri potrebbero essere stati intercettati dagli stessi strumenti contro-missilistici russi. In ogni caso, da anni in Siria le potenze si fanno guerra per procura, ma non credo al passaggio a uno scontro diretto tra USA e Russia nello scenario siriano: cercheranno un compromesso, perchè neanche gli USA vogliono che in Siria si crei uno Stato in mano agli islamisti di Jabhat al Nusra. Preferiscono stabilizzare la situazione, e poi, nei tempi medio-lunghi, pensare al dopo-Assad”. .

AFRICA/COSTA D’AVORIO - Irruzione di un ex combattente armato nella cattedrale di Bouaké

Abidjan - Un ex combattente smobilitato ha fatto irruzione nella cattedrale di Santa Teresa del Bambino Gesù a Bouaké, nel centro della Costa d’Avorio, minacciando un sacerdote che prestava servizio nel luogo di culto.Il prete, p. Victorien, è riuscito a rinchiudersi un ufficio ma l’uomo, ha cercato di entrarvi sparando un colpo contro la porta. Grazie all’arrivo dei gendarmi il forsennato è stato immobilizzato e catturato.Il fatto è avvenuto nella tarda mattinata del 6 aprile quando l’uomo ha fatto irruzione nella cattedrale impugnando un’arma da fuoco e reclamando una parte dei 12 milioni di Franchi CFA che sono stati affidati all’Arcivescovo di Bouaké, Sua Ecc. Mons. Paul Siméon Ahouana Djro, nella sua qualità di Presidente della la CONARIV, . Quest’organismo ha sostituito nel 2015 la vecchia Commissione Dialogo, Verità e Riconciliazione, che era stata criticata per le spese eccessive e l’assenza di risultati. La CONARIV è incaricata di finire il lavoro della precedente commissione e di indennizzare le vittime della guerra civile durata dal 2002 al 2011.La guerra ha lasciato un gran numero di ex combattenti smobilitati che faticano a inserirsi nella vita civile. Altri sono stati invece arruolati nelle forze armate regolari. Negli ultimi mesi però diverse unità militari si sono ammutinate per chiedere un aumento dei salari , alimentando il senso di precarietà che pervade il Paese, al punto che a gennaio i Vescovi hanno denunciato “un clima deleterio che rischia di compromettere le conquiste fatte” .

ASIA/IRAQ - Piana di Ninive liberata, ma i cristiani non tornano

Mosul – Sono trascorsi diversi mesi da quando sono stati liberati le città e i villaggi della Piana di Ninive abbandonati nel 2014 dai loro abitanti cristiani, che erano fuggiti davanti all'avanzata delle milizie jihadiste dello Stato Islamico. Ma nonostante l'avvenuta riconsquista, di quell'area da parte delle forze anti-jihadiste, non si è registrato nessun consistente flusso di ritorno dei cristiani verso quell'area. Il parlamentare Yonadam Kanna, Segretario generale del Movimento democratico assiro, in un articolato intervento diffuso dai media locali ha provato a indicare alcune delle cause di tame mancato ritorno. Tra di esse, ha inserito anche l'incertezza su futuro assetto olitico-istituzionale della regione, di fatto ancora “contesa” tra il governo centrale di Baghdad, che ne rivendica il pieno controllo politico, e il governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, che punta a allargare la propria sfera di influenza su quell'area, perseguendo di fatto il disegno di un'autonomia sempre più marcata dal governo centrale, che faccia del Kurdistan iracheno il primo nucleo internazionalmente riconosciuto di una nazione curda indipendente. Tra le altre cause elencate da Kanna per giustificare il mancato ritorno dei cittadini cristiani – caldei, assiri e siri – nella Piana di Ninive c'è la perdurante presenza sul territorio di forze militari e gruppi armati di diversa appartenenza, in teoria uniti nella battaglia comune contro l'autoproclamato Stato Islamico, ma anche intenzionati a rivendicare le proprie prerogative contrastanti nei territori liberati dai miliziani jihadisti. Inoltre, a tenere lontani dalle proprie terre i cristiani sfollati della Piana di Ninive contribuiscono anche gli innumerevoli casi documentati di esproprio illecito di case e beni immobiliari, perpetrati ai loro danni da vere e proprie organizzazioni e clan dotati di complici anche negli uffici amministrativi catastali. Secondo il dottor Michael Benjamin, direttore del Centro Studi Ninive, le denuncie presentate a questo riguardo anche alle autorità della Regione autonoma del Kurdistan iracheno negli ultimi anni non hanno prodotto alcun cambiamento: le terre sottratte illegalmente a proprietari cristiani in diverse aree, città e villaggi, anche nelle province di Dohuk e di Erbil, ammontano a migliaia di acri. Già lo scorso anno alcune centinaia di cristiani siri, caldei e assiri, provenienti dalla regione di Nahla, nella provincia irachena settentrionale di Dohuk, avevano organizzato una manifestazione davanti al Parlamento della Regione autonoma del Kurdistan iracheno per protestare contro le espropriazioni illegali dei propri beni imobiliari subite negli ultimi anni ad opera di influenti notabili curdi, già più volte denunciate - finora senza esito - presso i tribunali competenti. Riguardo al futuro della presenza cristiana nell'Iraq del nord c'è da registrare la presa di posizione dello sheikh Abdul Mahdi Karbalai, rappresentante ufficiale dell'Ayatollah Ali al Sistani, massima autorità sciita in Iraq, che in un recente incontro con una delegazione di cristiani di Mosul ha espresso la piena disponibilità a contrastare tutti i tentativi di manomettere la composizione etnica e religiosa che caratterizzava quella regione prima dell'arrivo dei jihadisti di Daesh, e a sostenere tutte le iniziative richieste per favorire il ritorno dei cristiani della Piana di Ninive alle proprie case e alle proprie città. .

AMERICA/HONDURAS - Migliaia di minori sfruttati nel campo del lavoro a causa di povertà e mancanza di istruzione

Tegucigalpa - Il lavoro minorile in Honduras è una problematica che preoccupa le Organizzazioni a favore dei diritti dell’infanzia. Secondo il Segretariato per il Lavoro e la Sicurezza Sociale, negli ultimi anni sono stati registrati almeno 435 mila bambini lavoratori. I settori nei quali le piccole vittime vengono prevalentemente sfruttate sono quello agricolo e l’agroindustria, come pure l’edilizia e il turismo. I minori vengono anche coinvolti nelle attività domestiche. Le organizzazioni formano personale per indirizzare gli honduregni sulle condizioni che consentono di mettere sotto contratto un minore. Tra le cause più comuni del lavoro minorile emergono la povertà, la mancanza di istruzione e il fattore culturale che considera ‘normale’ il fenomeno.

AMERICA/COLOMBIA - La forza delle parole: un progetto per portare la lettura ai minori dei quartieri più remoti

Bogotá - Nonostante nella capitale colombiana ci siano 8 milioni e mezzo di abitanti e 19 biblioteche pubbliche, queste si trovano lontane dalle aree più povere. Nei quartieri più precari i libri sono un lusso troppo costoso per i bambini. Grazie al ‘signore dei libri’, come è stato soprannominato l’uomo che da quasi 20 anni raccoglie dalla spazzatura i libri che la gente butta via, è stata creata una prima biblioteca comunitaria in un quartiere povero di Bogotà. Dall’impegno di quest’uomo è nato il progetto ‘La forza delle parole’ che, insieme ad altre attività, organizza laboratori di lettura. Senza aiuti istituzionali e sovvenzioni, l’uomo muovendosi con un furgone ha deciso di avvicinare alla letteratura i bambini e le bambine dei luoghi più remoti della Colombia e alle zone indigene dove i libri non arrivano. Si tratta di un progetto nato per la pura dedizione verso gli altri di una persona e della sua famiglia che attraverso il mondo dei libri si sono impegnati a facilitare la lettura e l’istruzione per tutti.

ASIA/INDIA - I preti diocesani si ispirano a Madre Teresa

Calcutta – I preti diocesani in India vogliono avere come modello e fonte di ispirazione Madre Teresa di Calcutta: lo affermano 113 membri della Conferenza dei sacerdoti diocesani dell'India , provenienti da 67 diocesi, riunitisi nei giorni scorsi a Calcutta sotto la guida di diversi Vescovi, tra i quali Mons. Thomas D'Souza, Arcivescovo di Calcutta. Il tema dell'incontro è stato “La vita e la missione di Madre Teresa riflessa nella vita e nella missione dei sacerdoti diocesani”. P. Raymond Joseph Irudhayasamy, Segretario esecutivo della Commissione delle vocazioni, seminari, clero e religiosi nella Conferenza episcopale, nota a Fides: “Credo che l'effetto di questo incontro durerà per anni nei cuori e nelle menti dei sacerdoti diocesani dell'India”. I preti hanno compiuto un pellegrinaggio alla tomba di Madre Teresa pregando e celebrando l’Eucaristia sulla sua tomba, restando “profondamente toccati dal suo ardente desiderio di amare solo Cristo” e di rendere l’Eucaristia “il perno della sua vita”. “La Madre si è chinata per servire lo stesso Gesù che ha visto nei più poveri tra i poveri, nei malati terminali o incurabili. Ci insegna con la sua vita che la santità non è un lusso di alcuni, ma una priorità pastorale per ogni sacerdote diocesano”, ha proseguito. Salvatore Lobo, Vescovo di Baruipur, ha parlato all’assemblea di “resa totale a Gesù, amare solo Gesù, per dare solo Gesù e vivere solo per Gesù”, invitando i preti a “essere il volto di Cristo in terra”. Madre Teresa di Calcutta, ha ricordato, era “modello esemplare di silenzio, profonda amicizia con Gesù e di evangelizzazione attraverso la sua vita”.A conclusione dell’incontro la Conferenza dei preti diocesani ha rilasciato una dichiarazione in cui si legge: “Noi, sacerdoti diocesani, apprezzando il nostro dono divino del sacerdozio, ci sforzeremo di assimilare i valori vissuti da Madre Teresa, in particolare il suo spirito di universalità che la spingeva verso ogni sofferente, a prescindere dal credo, casta o paese. Sarà nostro sforzo servire quanti sono emarginati economicamente e spiritualmente nelle nostre parrocchie, oltre i confini della nostra comunità di fede. Decidiamo di celebrare l’Eucaristia ricordando il consiglio materno di Madre Teresa: celebra questa Messa, come se fosse la tua prima Messa, come se fosse la tua ultima Messa, e come se fosse l’unica. Ci impegniamo a rispettare la dignità umana di ogni individuo con cui entriamo in contatto e a svolgere il nostro ministero sacerdotale con il massimo amore, perché diventi fonte di ispirazione per tutti”.

AMERICA/ARGENTINA - “La speranza cristiana ci deve responsabilizzare per difendere i nostri diritti”, lettera del Vescovo di Posadas

Posadas – Il Vescovo della diocesi di Posadas, Sua Ecc. Mons. Juan Rubén Martínez, in preparazione alle celebrazioni della Settimana Santa, ha pubblicato una lettera dove scrive che "sarebbe ipocrita pretendere di uscire dalle difficoltà personali e sociali, dalla crisi di valori e dalle forme di corruzione, e non decidere di prendere il proprio impegno responsabile per costruire un futuro migliore". Il Presule, nella lettera pervenuta a Fides, ricorda che alla base di tutto questo c’è l'incarnazione: "Dio ha voluto diventare uno di noi e, quindi, legarsi alla storia umana. Ecco perché si parla di una fede impegnata con la storia, con il dramma umano, con la ricerca di trasformazione, con la certezza della dinamica di Pasqua, della morte e della vita, che ci conduce all'eternità"."Dobbiamo tenere gli occhi aperti – prosegue - per discernere e scartare quelle false promesse o qualche tipo di speranza umana facile, senza alcuna difficoltà e senza la responsabilità nella costruzione e nel compito di trasformare la nostra società".“La speranza cristiana – conclude Mons. Juan Rubén Martínez - ci deve responsabilizzare per difendere i nostri diritti, ma soprattutto ad assumerci i nostri doveri di cittadini. Questo compito inizia con l'impegno nelle piccole cose di tutti i giorni, nella nostra città o quartiere, nella scuola o in parrocchia. Possiamo dire che se ci sono leader sociali, politici, religiosi inadeguati è a causa della nostra mancanza di responsabilità e di una regolare partecipazione, compreso l'uso del voto".L’Argentina, e in modo particolare Posadas, vivono un momento di grande tensione: ieri, 6 aprile, si è svolto il primo sciopero generale per protestare contro il governo del presidente Mauricio Macri. La grande mobilitazione è stata promossa dalla Central General de Trabajadores , la maggiore organizzazione sindacale del paese, e ha avuto una grandissima adesione nei settori dei trasporti, della sanità, nelle banche, nelle scuole e nel settore pubblico e privato.

AFRICA/MALI - A due mesi dal rapimento nessuna notizia di suor Cecilia nonostante l’incriminazione di 4 persone

Bamako -“Dov’è nostra Sorella Gloria? Chi sono i suoi rapitori? E chi sono quelli che la detengono ancora oggi?” Sono le domande che si pongono i responsabili della “cellula di comunicazione” della diocesi di Karangasso, a due mesi dal rapimento di Suor Gloria Cecilia Narváez Argoty, la religiosa colombiana della Congregazione delle Suore Francescane di Maria Immacolata, sequestrata il 7 febbraio a Karangasso nel sud del Mali . Il comunicato fa comprendere che la religiosa è stata trasferita dai suoi rapitori ad un altro gruppo che ora la tiene in custodia.La diocesi lamenta inoltre di aver appreso il 3 aprile “dalla stampa” che quattro persone sono state formalmente accusate del sequestro. Si tratta del cuoco della parrocchia , di due autisti dell’ambulanza del dispensario cattolico e di un parrocchiano di Karangasso.“Malgrado questi fatti rimangono le domande su dove si trovi suor Cecilia e su chi la tiene ancora prigioniera” afferma il comunicato.La diocesi invita tutti a intensificare la preghiera per la liberazione della religiosa. I Vescovi del Mali hanno indetto oggi una novena in tutte le diocesi del Paese “per affidare suor Gloria e i suoi rapitori alla protezione del Signore”.

AFRICA/SOMALIA - Denutrizione, colera e diarrea tra i minori: aumentano i casi

Mogadiscio – Migliaia di bambini in Somalia soffrono di denutrizione acuta, colera o diarrea e la cifra aumenta rapidamente. Secondo le stime dell’UNICEF, nei mesi di gennaio e febbraio sono stati somministrati alimenti terapeutici a 35.400 bambini malati, il doppio rispetto allo stesso periodo del 2016, mentre a 18.400 sono stati diagnosticati colera e diarrea acquosa. Attualmente la situazione è davvero grave, i bambini stanno morendo per malnutrizione, fame, sete e malattie. Durante la carestia del 2011, sono morti 130 mila piccoli. I bambini affetti da denutrizione acuta sono nove volte più soggetti a malattie e infezioni. Secondo l’UNICEF, quasi un milione ne saranno colpiti quest’anno. Il Fondo delle Nazioni Unite ha assicurato la somministrazione di salvavita fino al mese di giugno prossimo ed è già impegnato in un programma mobile speciale per ampliare la portata di aiuti nutrizionali, acqua, servizi igienico-sanitari.

ASIA/SIRIA - Il Vescovo siriano Abou Khazen: sconcertati dalla rapidità con cui è stato deciso e realizzato l'attacco USA

Aleppo – “Una cosa che sconcerta, davanti all'attacco militare USA in territorio siriano, è la rapidità con cui è stato deciso e realizzato, senza che prima fossero state condotte indagini adeguate sulla tragica vicenda della strage con le armi chimiche avvenuta nella provincia di Idlib”. Così il Vescovo siriano Georges Abou Khazen OFM, Vicario di Aleppo per i cattolici di riito latino, commenta a caldo la notizia dell'attacco missilistico USA contro la base siriana presso Shayrat, nella provincia di Homs. “Questa operazione militare” aggiunge il Vescovo cattolico, in una conversazione con l'Agenzia Fides “apre nuovi scenari inquietanti per tutti. Vedo che adesso anche Erdogan esulta per questo intervento, deciso e compiuto senza tenere in nessun conto le voci che chiedevano un'indagine indipendente sui fatti accaduti a Idlib. Tutto si decide in base agli impulsi veicolati attraverso i media internazionali. Il Papa e la Santa Sede non vengono ascoltati. E c'è chi vuole che questa sporca guerra continui”. Sono cinquantanove i missili Tomahawk che nelle prime ore di venerdì 7 aprile sono stati lanciati da due cacciatorpedinieri USA dislocate nel Mar Mediterraneo, avendo come bersaglio la base militare governativa siriana da cui, secondo quanto sostenuto daeli USA, erano partiti gli aerei che lo scorso martedì 4 avevano condotto l’attacco con armi chimiche contro la cittadina di Khan Shaikun, nella provincia di Idlib. Dopo l'operazione militare disposta dall'amministrazine Trump, la Russia ha chiesto una riunione d'urgenza del Consiglio di sicurezza dell'ONU, definendo “sconsiderato” l'attacco missilistico USA contro la base militare siriana. .

ASIA/BANGLADESH - Villaggio cristiano attaccato dalla polizia: urge una indagine

Dacca – La polizia bengalese ha compiuto violenza gratuita su un villaggio cristiano: con questa convinzione diverse Ong chiedono una indagine indipendente dopo l’aggressione di agenti di polizia avvenuta il 24 marzo, che ha lasciato 25 feriti.Come appreso da Fides, l'incidente è avvenuto nel villaggio di Doripara, nei pressi di Dacca. Il 24 marzo, quattro poliziotti in borghese hanno fatto irruzione nella casa di una donna cristiana, Mina Dores. Gli ufficiali di polizia non hanno presentato le loro carte d'identità nè un mandato e hanno preso circa 5000 taka dalla sua casa. I membri della famiglia hanno invitato gli uomini a mostrare le loro carte d'identità, ma questi hanno rifiutato e bloccato la famiglia in una stanza.I vicini si sono precipitati per aiutare la famiglia e hanno iniziato a percuotere gli ufficiali in borghese, finchè sono arrivati altri 30 poliziotti che hanno iniziato a sparare e a percuotere gli abitanti del villaggio. Diverse case sono state danneggiate e circa 25 persone sono rimaste ferite, 5 delle quali in condizioni critiche. Gli abitanti del villaggio, temendo per la loro incolumità, erano riluttanti a presentare una denuncia alla polizia, ma è stata la polizia a presentare denuncia contro la comunità cristiana.L’Associazione cristiana del Bangladesh ha espresso shock per la gravità dell'attacco alla comunità cristiana, invocando un'indagine immediata e giustizia per le vittime.In passato, la polizia è stata accusata di arresti arbitrari e di estorcere denaro ai cristiani nel distretto di Gazipur. I cristiani e le altre minoranze religiose continuano a subire discriminazioni nella società. Secondo l’Ong Christian Solidarity Worldwide i cristiani sono vittime di land grabbing e violenti attacchi. Molti di loro si sentono presi di mira dalla polizia e hanno perso fiducia nelle forze dell'ordine.

AMERICA/COLOMBIA - Dopo la Pasqua i bambini di Mocoa rientreranno a scuola

Bogotà – Mentre continua ad aumentare il numero dei morti a causa della frana abbattutasi su Mocoa , il Governo è impegnato affinchè gli oltre 12 mila minori ritornino a scuola. Infatti oggi nessuno degli studenti di Mocoa sta frequentando le lezioni. Dopo un sopralluogo delle infrastrutture scolastiche, il Ministro dell’Istruzione ha dichiarato che gli studenti che frequentano scuole pubbliche e private, rimasti fuori a causa dell’emergenza, potranno tornare progressivamente in aula dopo la Settimana Santa, dando priorità alle scuole le cui infrastrutture non siano state danneggiate e dove si garantiscano ai minori le migliori condizioni per poter partecipare alle lezioni. Attualmente ci sono sei scuole con infrastrutture compromesse e che richiedono un intervento. “Nelle sei scuole colpite sono iscritti tremila bambini e a Mocoa sono 12 mila gli iscritti tra scuole pubbliche e private” si legge in una nota pervenuta a Fides. Il Ministro ha dichiarato che prima che i minori rientrino a scuola dovranno avere una assistenza psicosociale e un accompagnamento adeguato, oltre ad essere forniti di un kit scolastico.

AMERICA/HONDURAS - Migranti: il 30 per cento in più rispetto al 2016 quelli rimpatriati dagli USA

Tegucigalpa – E' salito a più di cinquemila il numero di honduregni espulsi dagli Stati Uniti, tale cifra supera il numero di rimpatriati nel primo trimestre del 2016, quando erano stati 3.770. Nella nota inviata da Fides Digital, organo di informazione dell'arcidiocesi di Tegucigalpa, la responsabile della Pastorale della Mobilità Umana dell'arcidiocesi, suor Isabel Arantes, conferma che il numero dei connazionali rimpatriati dagli Stati Uniti è del 30 per cento più alto rispetto a quello registrato nel primo trimestre del 2016.La religiosa sostiene che la causa va ricercata nelle nuove politiche migratorie statunitensi, ecco perché chiede alle autorità dell’Honduras di fornire più sostegno a coloro che sono ancora illegali negli Stati Uniti. “A quanti sono rientrati, bisogna dare un trattamento migliore e, se possibile, opportunità per l'occupazione, dal momento che la disoccupazione è una delle principali cause dell’emigrazione degli honduregni” aggiunge nella nota inviata all’Agenzia Fides.Proprio per questo fenomeno, è stata aperta nella capitale la seconda UMAR , per accogliere e assistere bambini, adolescenti e famiglie che sono tornati con il loro sogno infranto.Le UMAR, organismi statali in cui sono presenti operatori pastorali della Chiesa, stanno offrendo un buon servizio: la prima è stata aperta a San Pedro Sula e si studia di aprirne altre a Choloma, La Ceiba e Tocoa, per poter offrire sostegno psicologico, sociale, sanitario e di formazione al lavoro.

AFRICA/CENTRAFRICA - Assalite le missioni cattoliche di Ngaoundaye; i banditi fuggono all’arrivo dei Caschi Blu

Bangui - Assalite due missioni cattoliche a Ngaoundaye, una piccola località nell’estremo nord-ovest della Repubblica Centrafricana. “Le notizie che abbiamo sono ancora frammentarie” dice all’Agenzia Fides p. Aurelio Gazzera, missionario carmelitano a Bozoum. “Quello che si sa è che il 4 aprile un gruppo di ribelli ex Selaka è entrato nel villaggio, saccheggiando le abitazioni private e le due missioni della zona, quella dei padri Cappuccini e quella delle religiose polacche, le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret. Sembra che ci siano stati almeno quattro morti. Grazie all’intervento della MINUSCA i miliziani si sono ritirati”. P. Gazzera ha raccolto la testimonianza di alcune suore congolesi della congregazione delle Figlie di Nostra Signora della Misericordia di Savona, che sono state brevemente catturate dai banditi. “Alcune suore della nostra missione che si stavano recando con un pulmino alla frontiera, si sono trovate la strada sbarrata da una trentina di uomini armati, che le hanno costrette a seguirli mentre entravano nel villaggio di Ngaoundaye. Questo è un paesino che si trova alla frontiera della Repubblica Centrafricana con Ciad e Camerun, all’estremo nord-ovest del Paese”.“Da quello che possiamo dedurre, il piano della banda, costituita da ex Seleka provenienti da Paoua, era quello di saccheggiare i poveri beni della popolazione locale e poi cercare di tenere l’area con la loro dogana, per estorcere denaro ai commercianti. Al di là della frontiera, in Camerun, c’è un grosso mercato e la zona è quindi attraversata da merci in entrata e in uscita” sottolinea il missionario. “Le suore mi hanno detto che i banditi erano ben armati, ma che non le hanno molestate. Il loro comportamento dà l’idea di un tentativo di saggiare il terreno per vedere quali sono le reazioni alla conquista da parte loro di questo importante posto di frontiera”.P. Gazzera sottolinea: "finché non saranno dispiegate forze consistenti di Caschi Blu della MINUSCA e di militari dell’esercito regolare, la zona di frontiera del nord-ovest rimarrà in mano a diversi gruppi armati nati dagli ex Seleka e dai loro rivali, gli Anti-Balaka”.

ASIA/INDIA - Giustizia negata per le vittime cristiane dell’Orissa

New Delhi – “Ci sono molti incidenti misconosciuti e mai raccontati avvenuti nel distretto di Kandhamal. La giustizia è stata negata alle persone più vulnerabili ed emarginate come adivasi e dalit cristiani. I poveri e gli esclusi non ottengono giustizia: è una questione seria che preoccupa tutti noi se vogliamo salvare la Costituzione indiana. Il vecchio detto è proprio veritiero: giustizia ritardata è giustizia negata”: è quanto afferma a Fides A. P. Saha, magistrato dell’Alta Corte di Delhi, presentando una nuova ricerca sui massacri antricristiani avvenuti nello stato di Orissa nel 2008. La ricerca, firmata e pubblicata da due autrici, gli avvocati Vrinda Grover e Saumya Uma, offre particolari e storie inedite, svelando le lacune nell’amministrare la giustizia alle vittime.Commentando la pubblicazione, John Rebeka, attivista per i diritti umani, ricorda l’entità e le conseguenze di quella campagna di violenza: “La violenza di Kandhamal ha gravemente colpito donne e bambini, ostacolandone il percorso di istruzione. 600 villaggi sono stati distrutti, 5.600 case sono state saccheggiate, 295 chiese e altri luoghi di culto, 13 scuole, e case di accoglienza per malati di lebbra sono state distrutte. Circa 56.000 cristiani di Kandhamal sono diventati senza fissa dimora. Ai fedeli è stato detto che la condizione per poter restare in quel distretto era diventare indù. Questa è la realtà della tragedia di Kandhamal”. “Il sistema giudiziario è lento nel garantire giustizia per le minoranze nel paese” dichiara l’avvocato Ramachandran, richiamando il “diritto alla libertà di religione sancito dall'articolo 25 della Costituzione indiana”. Parlando della propria ricerca, l’avvocato Saumya Uma osserva a Fides: “I fondamentalisti indù hanno intimidito i testimoni nei tribunali, minacciandoli di morte. Non c'era l'atmosfera favorevole per rilasciare la propria testimonianza. Di conseguenza tutti i casi più gravi o con il maggior numero di imputati si sono risolti con l’archiviazione o l’assoluzione. Attualmente gli imputati si muovono liberamente, mentre le vittime innocenti vivono nella paura e nel nascondimento. Questa è la situazione reale di Kandhamal, a nove anni dall'incidente. Tra indù e cristiani nelle comunità locali c’è ancora da ristabilire la fiducia e la fratellanza”.L’avvocato Vrinda Grover, altra autrice della ricerca, nota a Fides: “Ho indagato sulle violenze di Kandhamal: vi sono responsabilità dell’ amministrazione civile e giudiziaria. L'amministrazione del distretto è stato paralizzata per tre o quattro giorni. Nessun soccorso è stato portato alle vittime. Le vittime, fuggite nelle foreste, erano private dei i servizi minimi, come cibo e acqua”. Le autrici parlano da una prospettiva che non è confessionale, né comunitarista, dichiarando di agire “per l'essere umano e l'umanità”. Le due esperte legali lanciano l’appello a fare giustizia, “riaprendo i casi giudiziari sulle vittime dell’Orissa”.

AMERICA/PARAGUAY - La Chiesa nel processo di dialogo: abbandonare la richiesta di rielezione del Presidente

San Pedro de Ycuamandiyú – Il Vescovo della diocesi di San Pedro, Sua Ecc. Mons. Pierre Laurent Jubinville, C.S.Sp. ha informato che il Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale del Paraguay ha previsto la possibilità che qualcuno lasci il tavolo delle trattative convocato dal Presidente, Horacio Cartes. Tuttavia, ha sottolineato, non bisogna confondere il processo di dialogo, che è molto più complesso, con quell'incontro.La situazione è ancora tesa dopo le violente proteste popolari contro la riforma costituzionale che aprirebbe la strada alla rielezione dell’attuale Presidente, Horactio Cartes , il quale ha proposto di incontrare diversi gruppi istituzionali per risolvere la situazione, tra cui i Vescovi ."E' chiaro che non si può avere un tavolo vuoto o persone che non hanno niente da dire - ribadisce Mons. Jubinville nella nota pervenuta a Fides -. Allora bisogna trovare un'altra strategia. Noi ci siamo impegnati con un processo di dialogo e questo è molto di più che un singolo incontro. Dovremmo trarre la forza dalla nostra autorità morale per convocare e far vedere ai convocati che è possibile raggiungere un risultato".Mons. Jubinville ricorda che la posizione della Chiesa in merito alla modifica costituzionale è sempre stata quella di abbandonare il progetto, fin dall'anno scorso, ma "sembra che non si stia ascoltando la richiesta della Chiesa", ha concluso.Ieri il primo Vice presidente della Camera dei Deputati del Paraguay, Amado Florentín, ha aperto la sessione parlamentaria chiedendo al paese di "non tornare alla dittatura" dopo la manifestazione contro la rielezione presidenziale che ha provocato la morte di un giovane attivista e diversi feriti .

AMERICA/URUGUAY - “Progetto strada” per migliaia di bambini e adolescenti di strada

Montevideo - A Montevideo, Paysandú, Maldonado, Salto e Durazno il “Progetto Strada” si prende cura di 1.088 bambini. Il piano è integrato dai “club per bambini”, oltre a 90 centri giovanili che assistono 7 mila adolescenti tra 13 e 17 anni, secondo i dati diffusi dalla Segreteria delle Comunicazioni della Presidenza della Repubblica. Le attività si svolgono in centri a tempo pieno o parziale. Le autorità dell’organismo a partire da quest’anno lavoreranno seguendo una nuova tabella di marcia. Nel 2017 il progetto viene elaborato per essere poi presentato nel 2018 al Comitato delle Nazioni Unite e poi iniziare nel 2019 ad avviare le politiche pubbliche. L’Uruguay è stato scelto come Paese pioniere per disegnare il piano, della durata di due anni, con l’obiettivo di applicarlo a livello nazionale e possibilità di replica a livello internazionale.

AMERICA/ECUADOR - “Trasparenza nella verità, mai violenza, la pace è in pericolo”: i Vescovi sui risultati elettorali

Quito – "L’Ecuador sta vivendo momenti difficili a causa delle grandi manifestazioni sia di vittoria che di protesta per il risultato delle elezioni, che minacciano l'unità del nostro paese. La pace è davvero in pericolo!" si legge nel comunicato della Conferenza Episcopale inviato a Fides questa notte. Il testo prosegue: "Di fronte ai risultati controversi espressi dai seggi domenica scorsa, i Vescovi della Conferenza Episcopale incondizionatamente riconoscono il diritto del popolo ecuadoriano a conoscere la verità"."L'autorità elettorale, sostenuta dal governo nazionale, ha il dovere di garantire la trasparenza e mostrare le prove della verità dei risultati" ribadisce il testo. "Mai la violenza, sia da parte del potere che dall'opposizione, ma il cammino verso la pace, lo sviluppo e la democrazia"."E' essenziale avviare immediatamente un dialogo per chiarire pienamente la verità e quindi tornare immediatamente alla calma e alla tranquillità per le strade delle nostre città" conclude il documento della CEE.Dopo le prime notizie sulla vittoria di Lenín Moreno nelle elezioni di domenica 2 aprile , l’opposizione ha accusato di brogli durante il conteggio finale dei voti. In questi ultimi due giorni la tensione è salita perché manifestanti dell’opposizione hanno chiuso le strade e dato alle fiamme cassonetti e pneumatici per bloccare il transito dei veicoli a Quito, Guayaquil e Ambato, chiedendo il ri-conteggio delle schede. La polizia ha dovuto intervenire per fermare i manifestanti e, in qualche caso, evitare gli scontri con i sostenitori del vincitore. Il Consiglio Nazionale Elettorale ha pubblicato due giorni fa il suo penultimo rapporto dove segnala che Lenín Moreno, vince con il 51.16 % dinanzi a Lasso che ha raccolto il 48.84 %.

ASIA/LIBANO - I Vescovi maronitì: urgente una nuova legge elettorale che garantisca rappresentanza a tutti i cittadini

Bkerkè – In Libano diviene sempre più urgente l'adozione di una nuova legge elettorale che “garantisca la giusta rappresentanza di tutti i cittadini, sulla base della coesistenza e della democrazia che caratterizzano il nostro sistema politico”. E' questa la richiesta pressante che i Vescovi della Chiesa maronita sono tornati a rivolgere alle istanze politiche libanesi, in occasione della loro riunione mensile svoltasi ieri, mercoledì 5 aprile, presso la sede patriarcale di Bkerkè. Durante la riunione, presieduta dal Patriarca Bechara Boutros Rai, riferendosi alla preoccupante situazione economica del Paese, i Vescovi maroniti hanno ribadito che il Libano ha bisogno di una programmazione a lungo termine, fondata sulla collaborazione tra settore pubblico e settore privato, e tesa a promuovere la diffusione di una cultura del bene comune. A tale riguardo, i Vescovi hanno anche richiamato la necessità di combattere le piaghe endemiche della corruzione, del saccheggio dei fondi pubblici e dell'evasione fiscale. Il sistema elettorale attualmente in vigore, scaturito dagli Accordi di Taif che nel 1989 sancirono la fine della guerra civile, stabilisce che metà dei 128 deputati del Parlamento siano cristiani , e l'altra metà sia formata da parlamentari musulmani e drusi. La stampa libanese attribuisce attualmente al Presidente Michel Aoun l'intenzione di appoggiare un sistema proporzionale puro, mentre secondo esponenti politici di alcune formazioni politiche cristiane, il Partito sciita di Hezbollah punterebbe a riconsiderare l'attuale distribuzione dei seggi per garantire adeguata rappresentanza alla componente sciita della popolazione libanese, considerata in crescita. .

AMERICA/COLOMBIA - Frana di Mocoa: Messa del Nunzio per le vittime, aiuti dalla Conferenza episcopale

Bogotà – Secondo le cifre dell’Istituto Nazionale di Medicina Legale e Scienze Forensi della Colombia, il numero dei morti accertati per la valanga di fango che ha sommerso parte della città di Mocoa, nel sud della nazione è salito a 293. I feriti sono 332. “Ci sono ancora tanti dispersi, e 300 famiglie sono senza casa, molte persone hanno perso tutto quello che avevano. Nella zona mancano acqua ed elettricità e il maltempo ha danneggiato alcune delle poche vie di comunicazione” ha precisato il direttore del segretariato Caritas-Pastorale sociale della Chiesa colombiana, mons. Héctor Fabio Henao Gaviria, sottolineando al tempo stesso come nonostante tutto la macchina degli aiuti si sia avviata molto velocemente. Sua Ecc. Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, Presidente della Conferenza Episcopale della Colombia , ha annunciato che i fondi raccolti durante la Campagna di Quaresima, saranno destinati alla comunità di Mocoa. Questa mattina, 6 aprile, l’Arcivescovo Ettore Balestrero, Nunzio Apostolico in Colombia, celebrerà la messa nella Cattedrale di San Miguel Arcángel nella capitale del Putumayo, in suffragio delle vittime della tragedia e in segno di solidarietà con i loro familiari e tutti i colpiti. Al termine della celebrazione, il Nunzio visiterà i centri di accoglienza dove incontrerà le vittime della frana.

Páginas