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ASIA/PAKISTAN - Avvocato cristiano: “Sharon Masih ucciso per un bicchiere d’acqua, come Asia Bibi”

Lahore – “E’ stato chiamato con l’appellativo di ‘choora’, un dispregiativo che si usa per definire i cristiani pakistani, identificandoli con la casta degli ‘spazzini’ o degli ‘intoccabili’. Ed è stato pestato, fino alla morte, per aver attinto acqua da un contenitore da cui solo gli studenti musulmani potevano. Proprio per la discriminazione e il disprezzo, proprio perché ritenuto intoccabile. Il suo caso ricorda quello di Asia Bibi, condannata a morte per blasfemia. Anche lei è stata accusata per un bicchiere d’acqua. I due casi sono tragici e sono una vergogna per il paese”: lo dice all’Agenzia Fides l’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill, riferendosi alla triste storia di Shron Masih, studente cristiano del Punjab ucciso dai suoi compagni di scuola musulmani il 30 agosto scorso . Il caso è giunto alla ribalta delle cronache ed è stato discusso anche nel Parlamento pakistano, esempio della discriminazione che viene alimentata fin dai banchi di scuola. L’avvocato Gill coinvolge anche l’insegnante che alla polizia ha dichiarato di “non aver visto il pestaggio in quanto impegnato a leggere il giornale”. Gill spiega: “Rana Surbland Khan, docente musulmano della classe, di ruolo nella Scuola superiore dove é avvenuto l’omicidio, ha avallato la violenza: infatti ha detto alla classe che gli studenti cristiani non avrebbero potuto bere acqua dal frigorifero presente nell’aula perché gli studenti musulmani si lamentavano”.Anche il padre di Sharoon Masih sostiene che l'incidente “è basato sul fanatismo religioso” e ha segnalato le responsabilità dell’'insegnante “per aver incitato alla violenza”. Poco dopo l'incidente, infatti, alcuni compagni di classe di Sharoon hanno riferito ai familiari che il ragazzo era stato picchiato “per aver attinto e bevuto acqua dallo stesso vaso utilizzato dagli altri studenti”.Sharoon Masih era l'unico studente cristiano della classe. I suoi familiari affermano che “i compagni di studio hanno cercato un pretesto per malmenarlo e gli insegnanti non hanno fatto nulla per fermare la violenza”.Il parlamentare cristiano Khalil George il 12 settembre ha parlato nel Parlamento pakistano del caso del linciaggio e ha proposto di intitolare a Sharon Masih la scuola in cui è avvenuto l’omicidio .

AFRICA/TOGO - “La nuova lebbra è l’AIDS che contagia anche tanti bambini”: il racconto di una missionaria

Kolowaré – “Assistiamo con più di 800 persone in terapia antiretrovirale di cui 50 sono bambini. L’AIDS, come la lebbra, crea discriminazione e spesso rifiuto della famiglia perché è considerata una malattia vergognosa. Sono soprattutto le donne ad essere abbandonate, quando gravemente ammalate”: lo racconta a Fides suor Antonietta Profumo, responsabile del Centro sanitario a Kolowarè, nel centro del Togo. La religiosa, che appartiene alla congregazione di Nostra Signora degli Apostoli , spiega: “Dio non ha creato i ponti, ci ha dato le mani. La saggezza africana mi ricorda che è molto importante quello che possiamo fare, che dobbiamo guardare la vita con cuore aperto, con senso di responsabilità facendo in ogni circostanza quello che è nelle nostre possibilità. Le nostre ‘mani’ sono guidate e sostenute dalla Provvidenza che arriva a noi per tante strade diverse ma sempre per aiutarci ad edificare qualcosa di bello e di buono. E’ quello che imparo ogni giorno qui a Kolowarè, nella vita animata, a volte convulsa del nostro Centro Sanitario”.Prosegue la suora: “Siamo una piccola comunità di tre suore sostenuta, accompagnata dai medici e dal personale che collabora generosamente con noi e che ci permette di accogliere, di curare e di accompagnare molti ammalati, soprattutto donne, bambini, handicappati. Le attività stabili e programmate vengono spesso scompaginate dall’imprevisto che è sempre alle porte e ci chiede creatività e disponibilità”. A Kolowaré, il Centro sanitario nacque negli anni 40 come lebbrosario per accogliere le persone affette da lebbra, curarle dare loro un alloggio e alimentazione e un pò di dignità. “Centinaia di lebbrosi sono stati ospiti da noi. Tanti sono morti. Oggi sono rimasti 46 anziani, fragili, quasi tutti con gravi handicap e spesso sono rigettati dalla famiglia. Dal 2009, ci occupiamo anche di ammalati di AIDS il cui numero aumenta ogni giorno. Abbiamo aperto un servizio per la prevenzione, la cura e l’accompagnamento di questi ammalati. E abbiamo un’attenzione particolare per le donne incinte positive al virus HIV per prevenire la trasmissione madre-bambino”, continua suor Antonietta. “La nostra attenzione da alcuni anni è rivolta ai bambini. Tanti di loro sono orfani di uno o due genitori e quelli che non lo sono hanno genitori sieropositivi. Questi bambini fragili, immunodepressi e quindi soggetti a tante infezioni, sono spesso trascurati e sempre un problema in più per la famiglia già povera. Con gli infermieri da tre anni, grazie all’aiuto di tante persone, il nostro Centro li accoglie e se ne prende cura. Inoltre, ogni mese diamo un kit alimentare per incoraggiare la famiglia a venire a prendere la terapia”, aggiunge la missionaria. “All’inizio dell’anno scolastico – spiega –doniamo il necessario per frequentare la scuola. Durante le vacanze natalizie, pasquali e estive, a turno di 15 giorni, questi bambini vengono al Centro per vivere insieme. Una buona alimentazione, una buona igiene e le medicine prese al momento giusto aiutano questi piccoli a ritrovare un poco della loro fragile salute. Un dottore li visita e facciamo a tutti analisi di laboratorio per un controllo. Questo metodo da noi assunto ha fatto che nel 2016 non abbiamo avuto nessun bambino deceduto”.“Noi suore, consapevoli del grande dono che è la nostra consacrazione al Signore, cerchiamo di passare le giornate facendo del bene e ogni giorno incontriamo diverse occasioni per essere di sostegno, di conforto, di aiuto a tanti poveri che non trovano soluzioni ai loro problemi”, conclude la religiosa.

EUROPA/POLONIA - Come interessare e coinvolgere i giovani nella missione

Częstochowa – “La calamita che attira i giovani verso un gruppo missionario è la possibilità di fare qualcosa di buono per un’altra persona, soprattutto per una persona della stessa età, nei paesi missionari. L'azione deve tuttavia essere accompagnata da un'adeguata preparazione spirituale”. Lo ha osservato padre Janusz Talik, Direttore diocesano delle Pontificie Opere Missionarie della diocesi polacca di Bielsko-Zywiec, che ha portato la sua testimonianza all’incontro dei Direttori diocesani delle POM della Polonia e dei rappresentanti degli istituti religiosi e degli organismi missionari polacchi, che ha riunito un centinaio di persone il 12 e 13 settembre presso il Seminario diocesano di Częstochowa.“Il tema dell'animazione missionaria e della formazione missionaria dei giovani in Polonia è stato l’argomento della riunione” comunica all’Agenzia Fides Mons. Tomasz Atlas, Direttore nazionale delle POM, che ha invitato i partecipanti ad impegnarsi in una ricerca comune dei modi per coinvolgere i giovani per le missioni. I due grandi eventi mondiali che si stanno preparando e che avranno per protagonisti i giovani, il Sinodo dei Vescovi sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, che si celebrerà nell’ottobre 2018, e la Giornata Mondiale della Gioventù, a Panama, nel gennaio 2019, hanno fatto da sfondo all’incontro. Il Presidente della Commissione episcopale per le Missioni, Sua Ecc. Mons. Jerzy Mazur, ha ricordato le iniziative prese per la gioventù, e ha sollevato diversi problemi, tra cui quello principale di come raggiungere i giovani con un messaggio missionario e di come animare, con spirito missionario, la pastorale degli universitari. Della formazione missionaria dei giovani in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù ha parlato padre Emil Parafiniuk, Direttore dell'Ufficio nazionale organizzativo della GMG, il quale ha sottolineato la necessità che la gioventù polacca si prepari alla GMG di Panama attraverso una formazione missionaria, perché andrà incontro ad una società in attesa del Vangelo. L’esperienza del Volontariato missionario della Pontificia Opera della Propagazione della Fede è stata illustrata da p. Maciej Bedziński, Segretario nazionale delle Pontificie Opere della Propagazione della fede e di San Pietro apostolo, mentre p. Dawid Stelmach, Direttore diocesano delle POM dell’arcidiocesi di Poznan, ha richiamato l’attenzione sull’efficacia della testimonianza diretta dei missionari e sulle immense possibilità offerte dagli incontri nelle scuole, per far aprire i giovani alla missione. Scandito dalla celebrazione eucaristica presieduta da Mons. Mazur e dall’affidamento a Nostra Signora di Częstochowa dell’attività missionaria della Chiesa in Polonia da parte di Mons. Atlas, l’incontro ha visto anche la presentazione dei programmi annuali di attività delle quattro Pontificie Opere Missionarie e dei vari organismi missionari che fanno riferimento alla Commissione Episcopale per le missioni. Tra le conclusioni dei lavori di gruppo sulla formazione missionaria dei giovani, sottolinea Mons. Atlas, le più rilevanti sono state: incoraggiare i catechisti nella formazione missionaria, organizzando workshop per attrarre i giovani alle missioni attraverso una vivace esperienza personale e utilizzare i social media che coinvolgono più facilmente i giovani nel sostegno alle missioni. E’ stato anche proposto di creare un museo missionario interattivo.

AFRICA/BURUNDI - “Il dialogo inclusivo sola via per trovare la pace”: nuovo appello dei Vescovi per superare la crisi politica

Bujumbura - “Il dialogo inclusivo è la solo via per ritrovare la pace” affermano i Vescovi del Burundi nel loro messaggio pubblicato al termine della loro Assemblea Plenaria e letto in tutte le parrocchie del Paese durante le Messe di domenica 10 settembre.“Insistiamo ancora una volta sul fatto che il dialogo inclusivo deve essere privilegiato, per l’interesse superiore della nazione in vista di sbarrare la strada a tutti coloro che vogliono intraprendere la via della guerra” si legge nel documento giunto all’Agenzia Fides.“Invitiamo tutti coloro che sono coinvolti nella crisi a partecipare al dialogo sotto la mediazione di un facilitatore, ed esprimiamo la nostra inquietudine per il fatto che il dialogo fa fatica a concretizzarsi”.L’appello dei Vescovi giunge nel momento in cui non sembra avere sbocco la crisi politica burundese scoppiata nell’aprile 2015 a seguito dell’annuncio del Presidente Pierre Nkurunziza di ripresentarsi alle elezioni per un terzo mandato, in violazione della Costituzione e degli accordi di pace di Arusha, che prevedono solo due mandati presidenziali. Dopo l’elezione di Nkurunziza, nel luglio 2015, le violenze e la repressione si sono accentuate, spingendo oltre 425.000 burundesi a rifugiarsi nei Paesi vicini. Già nel 2015 i Vescovi avevano chiesto un “dialogo inclusivo”, comprendente i leader dell’opposizione costretti all’esilio in modo da avviare una trattativa reale per superare la crisi. Finora invece il governo si è limitato a dialogare con forze che non sono del tutto rappresentative dell’intera realtà politica e sociale del Paese. Dall’aprile 2015 ad oggi la crisi ha provocato da 500 a 2.000 morti , oltre a centinaia di persone scomparse e altre torturate.Il 4 settembre gli esperti incaricati dall’ONU di investigare sulle violazioni dei diritti umani in Burundi hanno chiesto alla Corte Penale Internazionale di avviare un’inchiesta “il prima possibile” sugli abusi commessi da ufficiali e agenti delle forze di sicurezza burundesi, accusati di esecuzioni extragiudiziarie, detenzioni arbitrarie, torture e violenze sessuali.

ASIA/FILIPPINE - Crisi di Marawi: “Nel dolore non perdiamo la speranza”, dice il Vescovo

Roma – “La situazione a Marawi è sempre critica, ma nutriamo un senso di speranza che si concluda positivamente. Abbiamo notizie incoraggianti, sappiamo che i nostri ostaggi cattolici sono vivi e abbiamo garanzie dall’esercito che non saranno trattati come ‘danni collaterali’, ma si farà di tutto per salvarli. Anche il Presidente Duterte ha detto che non sarà bombardata la moschea, all’interno della quale si trovano i pochi ribelli rimasti e gli ostaggi. Le operazioni militari, informa l’esercito, sono chirurgiche. Noi continuiamo a pregare e sperare”: lo dichiara all’Agenzia Fides il Vescovo Edwin De La Pena, Vescovo della Prelatura territoriale di Marawi, sull’isola filippina di Mindanao, raccontando la situazione locale, mentre l’esercito filippino continua l’assedio a un piccola porzione di territorio nella città, occupata oltre tre mesi fa da militanti jihadisti proclamatisi fedeli allo Stato Islamico. Il Vescovo nota: “Anche in questa situazione di dolore e distruzione, con fede possiamo dire che il futuro di Marawi sarà sicuramente roseo, perché tutti insieme, musulmani e cristiani, con l’aiuto di tanti donatori internazionali, ricostruiremo la città e un tessuto sociale fatto di armonia interreligiosa e solidarietà”.Il Vescovo è tra i firmatari di una solenne dichiarazione titolata “Un grido di pace per Mindanao”, redatta a conclusione di un incontro promosso della Comunità di Sant’Egidio a Roma, alla presenza del Cardinale filippino Orlando Quevedo, Arcivescovo di Cotabato, e di Al Hajj Murad Ebrahim, presidente del "Moro Islamic Liberation Front", movimento islamico presente a Mindanao. Nel testo si denunciano “impotenza e indignazione” mentre nella città di Marawi “aumenta giornalmente il numero di morti dei combattenti e dei civili” e si segnalano tre sfide interconnesse alla pace a Mindanao: “Estremismo violento e terrorismo; le incertezze dell'attuazione del processo di pace politico; il ruolo cruciale dei leader religiosi e delle comunità nella ricostruzione e nello sviluppo di Marawi”.I leader cristiani e musulmani delle Filippine ribadiscono che “il conflitto di Marawi non è una guerra religiosa; è una guerra contro il terrorismo e l'estremismo violento” e ricordano “le molte storie di reciproca assistenza tra musulmani e cristiani”. Invitano poi a promuovere “l'inclusione dell'educazione alla pace a tutti i livelli nelle nostre scuole, madrase e comunità”, impegnandosi a “costruire una cultura della pace basata sull'integrità personale, sul rispetto dei diritti umani, sul dialogo interculturale, sulla cura dell'ambiente, sulla convivenza pacifica e sullo sradicamento della povertà”. Si fanno poi promotori del dialogo interreligioso, “come mezzo per comprendere e apprezzare altre culture e religioni e migliorare la cooperazione”. La dichiarazione si appella infine ai legislatori e al governo perché “si dia priorità all’approvazione della Bangsamoro Basic Law”, legge quadro che istituisce una nuova regione autonoma musulmana a Mindanao.

ASIA/GIAPPONE - Inizia domani la visita pastorale del Cardinale Filoni in Giappone

Tokyo – Domani, domenica 17 settembre, il Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, giunge a Tokyo per iniziare una visita pastorale in Giappone, dove si tratterrà fino al 26 settembre. Il fitto programma prevede lunedì 18 la prima tappa a Fukuoka, dove visiterà il Seminario, pronuncerà un discorso e celebrerà la Messa. Il giorno seguente, a Nagasaki, l’incontro con sacerdoti, religiosi e fedeli e, dopo una visita ai luoghi più significativi della città, l’incontro con preseminaristi e aspiranti e, nel tardo pomeriggio, la Messa nella Cattedrale.Il 20 settembre, dopo l’incontro con i Vescovi della regione di Nagasaki, il Card. Filoni si trasferirà ad Hiroshima. Qui, dopo la visita al Memoriale della Pace e della bomba atomica, incontrerà sacerdoti, religiosi e fedeli, quindi celebrerà la Messa nella Cattedrale. Giovedì 21, ad Osaka, è previsto l’incontro con i Vescovi della regione, quindi con sacerdoti, religiosi e fedeli, ed infine la Messa in Cattedrale.Venerdì 22 settembre il Prefetto del Dicastero Missionario visiterà i luoghi del terremoto e dello tsunami a Sendai e celebrerà la Messa in Cattedrale. Sabato 23, a Tokyo, prununcerà un discorso e celebrerà la Messa. La mattina di domenica 24 è prevista la visita all’Università Sofia, mentre nel pomeriggio incontrerà sacerdoti, religiosi e fedeli, quindi celebrerà la Messa nella Cattedrale insieme ai Vescovi del Giappone. Lunedì 25 il Cardinale terrà una conferenza quindi si intratterrà in dialogo con i Vescovi e il giorno seguente partirà per rientrare a Roma. Interpellato dall’Agenzia Fides, il Vescovo Isao Kikuchi, missionario Verbita, alla guida della diocesi di Niigata e Presidente della Caritas, nota: “Siamo felici per la visita, è la prima volta che il Cardinale Filoni viene in Giappone. Speriamo la sua presenza sia un incoraggiamento per la nostra piccola comunità cattolica. Il Cardinale avrà modo di vedere e conoscere la realtà della Chiesa e della società giapponese. Visiterà diverse comunità e diocesi, pregherà per la pace a Hiroshima e Nagasaki, visiterà l’area colpita dallo tsunami, constatando l’impegno di assistenza e riabilitazione promosso dalla Caritas. Sarà molto importante, credo, l’incontro con i seminaristi, per confermarli e incoraggiarli nel loro cammino vocazionale”.Il Vescovo enumera le sfide principali che oggi vive la Chiesa nipponica: “Ci troviamo in una fase di invecchiamento: invecchia la società e anche il personale ecclesiale è piuttosto anziano, così a volte è difficile gestire le parrocchie; inoltre cresce la presenza di migranti di fede cattolica e la loro cura pastorale diventa un compito urgente e impegnativo; assistiamo poi al declino delle vocazioni, sia al sacerdozio che alla vita consacrata. Questo fenomeno ha radici sociologiche e antropologiche ed è specchio di quanto accade nella società nipponica dove la pratica religiosa ha sempre meno spazio nella vita frenetica delle persone”. “Speriamo che la visita del Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide ci aiuti a fare luce nel nostro cammino: la accogliamo come segno di benedizione e voce della volontà di Dio per noi”, conclude il Vescovo Isao Kikuchi.Secondo l’ultimo Annuario statistico della Chiesa, il Giappone ha una popolazione di 126.958.000 abitanti di cui 544.000 cattolici. Le circoscrizioni ecclesiastiche sono 16, con tre arcidiocesi metropolitane e 13 diocesi. Le parrocchie sono 870, i Vescovi 26, i sacerdoti diocesani 532, i sacerdoti religiosi 914, i diaconi permanenti 26, i religiosi 190, le suore 5.334, i catechisti 1.645, i seminaristi minori 40, i seminaristi maggiori 87.

AMERICA/BRASILE - Richiesto l’intervento dell’ONU per la violenza contro i difensori dei diritti umani

Parà – Nel 2016 la Commissione per la Pastorale della Terra ha registrato l’assassinio di 66 persone tra leader e difensori dei diritti umani, il numero più alto negli ultimi 32 anni. Per questo motivo il Comitato brasiliano dei difensori dei diritti umani ha chiesto l’intervento dell’Organizzazione delle Nazione Uniti e dell’Organizzazione degli Stati Americani attraverso una lettera di denuncia.Nel documento, che precisa la violenza subita da queste persone, il Comitato sollecita le organizzazioni internazionali a chiedere informazioni allo Stato brasiliano sulla protezione dei difensori dei diritti umani nel paese. Solo a partire dall'agosto 2017, 59 di loro sono stati uccisi in Brasile. Questa richiesta è stata annunciata il 13 settembre, durante l'incontro "Frontiere di lotta", Seminario nazionale sulla protezione dei difensori dei diritti umani promosso dal CBDDDH a Brasilia. Il coordinatore nazionale della CPT, padre Paulo Cesar, uno dei coordinatori del seminario, vede con grande preoccupazione l'attuale scenario e attribuisce l'aumento della violenza all'assenza dello Stato brasiliano, causata dalla riduzione del bilancio e dallo smantellamento delle politiche pubbliche che potrebbero ammorbidire i conflitti. "Lo Stato brasiliano non ha risposte ed è perfino diventato un promotore di ingiustizie" ha detto nella nota inviata a Fides dalla Conferenza Episcopale del Brasile.Padre Paulo Cesar cita ad esempio la riduzione del bilancio dell'Istituto Nazionale di Colonizzazione e della Riforma Agraria . Una conseguenza di questo è la mancanza della distribuzione dei titoli di proprietà della terre dei Quilombolas.Quest'anno il 78% degli omicidi si è verificato nell'Amazzonia. La relazione della CBDDDH mette in evidenza i casi considerati emblematici: i massacri di Pau D'Arco a Pará nel mese di maggio, quando dieci lavoratori rurali morirono; e quello di Colniza, nel Mato Grosso, dove nove contadini e agricoltori sono stati uccisi in aprile ; oppure l'attacco contro gli indigeni della etnia Gamela, sempre in aprile, a Maranhão, che ha causato 22 feriti; lo stato di Rondônia, anche se non ha registrato tali attacchi quest'anno, è stato quello che ha accumulato il maggior numero di difensori uccisi nel 2015 e nel 2016.Nel documento inviato all'ONU, la Commissione chiede una visita ufficiale dai membri di questo organismo per verificare la situazione dei difensori dei diritti umani in Brasile, in particolare nel Pará, data l'aspettativa di proseguire le indagini sul massacro di Pau D'arco e le tensioni che permangono sul posto.Il seminario "Frontiere di Lotta", alla sua terza edizione, si è concluso ieri, venerdì 15. Le decine di partecipanti si sono concentrati sullo sviluppo di strategie d'azione congiunte per garantire la protezione dei difensori e garantire i diritti umani nel paese.

NEWS ANALYSIS / OMNIS TERRA - India, nove anni dopo le violenze anti-cristiane, dov’è la giustizia?

I fedeli nello stato di Orissa ricordano i massacri del 2008 e celebrano i loro martiri. Ma le istituzioni pubbliche e la magistratura sono latitanti: c’è ancora impunità per i colpevoli e scarsi risarcimenti alle vittime. La sfida dell’estremismo di marca induista che attraversa la nazione è uno dei temi presenti nel dibattito politico e sociale che in India tocca da vicino la vita delle minoranze religiose, soprattutto musulmani e cristiani. Gruppi radicali, fiancheggiatori del partito al governo, il Baratiya Janata Party del Premier Narendra Modi, continuano a promuovere violenza,a diffondere odio e intolleranza, secondo l’ideologia dell’ “hindutva” che vorrebbe una nazione solo per cittadini di religione indù. In tale quadro torna prepotentemente alla ribalta la situazione e le ferite della popolazione cristiana nello stato di Orissa , nell’India orientale, teatro di una delle ondate di violenza religiosa più imponenti della storia nazionale: i massacri anticristiani del 2008.La popolazione locale mantiene vivo il ricordo e, da qualche anno, il 26 agosto osserva la ‘Giornata dei Martiri’. Anche nel 2017, migliaia di persone si sono riversate nel distretto di Kandhamal per commemorare questo cruento episodio di violenza anti-cristiana che si è abbattuta sull’India moderna Link correlati :Continua a leggere la news analysis su Omnis Terra

ASIA/BANGLADESH - La Caritas si mobilita per i rifugiati Rohingya, “totalmente dipendenti dall’assistenza”

Dacca – La Caritas in Bangladesh si è mobilitata per offrire assistenza umanitaria a 14.000 famiglie di rifugiati Rohingya, giunti dal Myanmar per la crisi in corso nello stato di Rakhine. Lo racconta a Fides Francio Atul Sarker, laico cattolico, Direttore esecutivo della Caritas Bangladesh. “I rifugiati Rohingya – nota Sirkar – attualmente sono circa 400.000 e, se il flusso degli arrivi continua, è probabile che la cifra possa arrivare a 500.000 entro la fine di questo mese. Abbiamo messo in campo un primo intervento di emergenza, e ne stiamo un programmando un secondo. La rete di Caritas Internationalis ci sta sostenendo: ad esempio la Caritas della Spagna ha contribuito con un contributo di 100mila euro, che ci ha permesso di fornire alle famiglie un pacchetto alimentare costituito da riso, legumi, olio, sale, zucchero e acqua. Inolte diamo ai rifugiati una piccola somma di denaro che consentirà loro di acquistare altri beni per soddisfare le loro necessità di base”.“Un notevole numero di profughi – prosegue il Direttore Sarker – si trova nella città di confine Cox's Bazar. Hanno costruito rifugi temporanei o vivono a cielo aperto. Per sostentarsi sono totalmente dipendenti dall’assistenza umanitaria. L’acqua potabile scarseggia e anche la situazione sanitaria non è delle migliori. Più di 200.000 bambini Rohingya sono a rischio di epidemie e hanno bisogno di un aiuto urgente. Va notato che, come ha confermato l’Unicef, il 60% degli sfollati è costituito da bambini”.I bisogni immediati, rileva la Caritas Bangladesh sono cibo, acqua, cibo, servizi sanitari, rifugi, medicinali, misure per la protezione dei minori. Arrivati in Bangladesh nell’ultimo decennio, quasi mezzo milione di musulmani di etnia Rohingya vivono in due insediamenti registrati e il governo bengalese ha intenzione di organizzare un nuovo campo a Tyingkhali, per ospitare i profuhi arrivati nelle ultime settimane. Alcune Ong locali stanno fornendo assistenza ma le iniziative in corso sono frammentate. La Caritas Bangladesh, ottenuti i permessi dell’Ufficio governativo per le Ong, ha pianificato la distribuzione di prodotti alimentari e non alimentari distribuendo alle famiglie alimenti e kit sanitari.

ASIA/LIBANO - Senza effetto l'appello dell'Arcivescovo maronita Matar contro l'installazione dei cavi dell'alta tensione

Beirut – Non hanno finora avuto effetto gli interventi pubblici che l'Arcivescovo maronita di Beirut, Boulos Matar, ha rivolto alle più alte cariche istituzionali libanesi per chiedere che sia rivisto il progetto di installazione di cavi dell'alta tensione a Mansouriyé, in Libano. La sera di lunedì 11 settembre l'Arcivescovo Matar, insieme a un gruppo di sacerdoti delle parrocchie interessate dal progetto e di rappresentanti politici, aveva manifestato pubblicamente la propria preoccupazione per la decisione del ministero dell'energia di iniziare l'istallazione di cavi dell'alta tensione in una zona ad alta densità abitativa, nonostante le manifestazioni degli abitanti contro il progetto. "È inaccettabile” aveva dichiarato ai media l'Arcivescovo maronita “che i funzionari facciano passare questo progetto così nocivo per gli abitanti in maniera quasi clandestina". L'Arcivescovo Matar aveva chiesto direttamente al Presidente della Repubblica libanese, Michel Aoun, di spingere i responsabili a prendere in considerazione le proteste della popolazione, e aveva suggerito di provare perlomeno a far passare sotto terra i cavi dell'alta tensione. Nonostante l'appello dell'Arcivescovo, il lavoro di installazione – riferiscono i media libanesi – è continuato secondo i tempi e modi già prefissati, senza prendere in considerazione le possibili alternative suggerite anche da autorevoli esperti delle problematiche legate all'inquinamento elettromagnetico. ,

ASIA/TURCHIA - Nuova impasse nel processo per l'elezione del Patriarca armeno di Costantinopoli

Istanbul - Il processo per l'elezione del nuovo Patriarca armeno di Costantinopoli, sta vivendo una nuova fase di stallo, legata a episodi di silenzioso boicottaggio da parte delle istituzioni turche, ma anche alle perduranti divisioni che si registrano all'interno della comunità armena. Dopo l'elezione – il 15 agosto 2016 - dell'Arcivescovo Karekin Bekdjian come nuovo locum tenens del Patriarcato, in sostituzione dell'Arcivescovo Aram Ateshyan, e dopo la costituzione di un gruppo di lavoro incaricato di far avanzare il processo elettorale, le lettere ufficiali inviate dal Patriarcato armeno alle autorità turche per sollecitare il riavvio delle procedure per l'elezione del Patriarca non hanno avuto risposta. Bagrat Estukian, direttore della sezione armena di Agos - giornale bilingue armeno-turco pubblicato a Istanbul - ha riferito all'agenzia Armeniapress che il Patriarcato armeno non ha ricevuto nessun invito a partecipare alle commemorazioni ufficiali turche per la festa della vittoria, lo scorso 30 agosto, dove invece erano stati invitati i rappresentanti di tutte le altre Chiese e comunità religiose presenti in Turchia. Nella comunità armena tale mancato invito è stato percepito come un segnale di avversione nei confronti dell'attuale locum tenens del Patriarcato. Lo stesso Estukian ha anche accennato al ruolo negativo giocato da personaggi in vista della comunità armena che puntano ad accreditarsi come “intermediari” tra la sessa comunità e le autorità turche, vantando entrature di alto livello nelle istituzioni nazionali. Secondo indiscrezioni riprese dallo stesso Agos, proprio alcune delle persone selezionate dall'arcivescovo Bekchyan non sarebbero graditi agli apparati politici e istituzionali turchi. E le difficoltà presenti sarebbero connesse anche all'atteggiamento di sostenitori dell'ex locum tenens Aram Ateshyan, che auspicano le dimissioni di Bekdjian e del gruppo di lavoro, trovando appoggi all'interno delle istituzioni turche.L'ultimo accordo sulle procedure da seguire per eleggere il successore di Mesrob II Mutafyan - giovane e intraprendente Patriarca armeno di Costantinopoli reso inabile da una malattia incurabile che lo ha colpito dal 2008 – erano state concordate tra alcuni alti rappresentanti del Patriarcato durante un summit convocato a Erevan, presso la Sede patriarcale di Echmiadzin dal Patriarca Karekin II, Catholicos di tutti gli Armeni, lo scorso 23 e 24 febbraio. .

AFRICA/TOGO - “Siamo preoccupati, non sappiamo cosa potrà succedere” dice a Fides il Direttore delle POM

Lomé - “La situazione rimane tesa qui a Lomé. Sono rientrato in Togo il 23 agosto e dopo il mio rientro ci sono state fortissime tensioni a causa delle dimostrazioni dell’opposizione” dice all’Agenzia Fides p. Donald Charif-Dine Fadaz, Direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie del Togo. Il 6 e il 7 settembre circa 100.000 persone erano scese in piazza nella capitale, Lomé, per chiedere un’alternanza politica. Il Paese è guidato dal 2005 da Faure Gnassingbé Eyadéma, figlio del generale Gnassingbé Eyadéma che ha regnato per 38 anni fino alla sua morte, avvenuta nel febbraio 2005 . Faure ha preso il potere in elezioni contestate . L’opposizione e la società civile chiedono da tempo riforme costituzionali per limitare il numero dei mandati presidenziali.Di fronte alla proteste popolari, il governo ha presentato la settimana scorsa un disegno di legge costituzionale che limita i mandati presidenziali a due. “Il governo aveva depositato all’Assemblea Nazionale dei progetti di riforma in linea con quelli richiesti dalla società civile. Esisteva la possibilità di un’intesa a patto che non vi fosse intransigenza da una parte e dell’altra” avverte p. Donald.Il 14 settembre l’opposizione ha però rotto le trattative, perché la discussione della proposta di riforma presentata dal governo è stata posticipata nei lavori dell’Assemblea Parlamentare. “Ora non sappiamo cosa potrà accadere. La tensione rimane sempre alta e la gente ha paura di quello che potrebbe succedere in vista delle dimostrazioni annunciate dall’opposizione il 20 e il 21 settembre” conclude p. Charif-Dine FadazNel loro messaggio pasquale i Vescovi del Togo avevano avvertito che “la frustrazione della società civile togolese è una bomba a scoppio ritardato, pronta ad esplodere alla prima occasione”.

ASIA/PAKISTAN - Blasfemia su "WhatsApp": condannato a morte un giovane cristiano

Lahore – Un cristiano accusato di blasfemia è stato condannato a morte da un tribunale di primo grado a Gujrat, nel Punjab pakistano. Nadeem James, 24 anni, residente nella colonia cristiana di Yaqoobabad, era stato accusato di aver commesso blasfemia a luglio del 2016 per aver inviato messaggi blasfemi sul telefonino a un musulmano, attraverso l’applicazione di messaggistica “WhatsApp”. Come appreso da Fides, l’uomo, Yasir Bashir, amico della famiglia di Nadeem, aveva sporto denuncia ufficiale alla stazione di polizia di Sarai Alamgir, grazie all’assistenza di due imam musulmani legati al gruppo “Sunni Tehreek”, noto per la sua intransigenza religiosa, chiedendo l’arresto immediato di Nadeem. Il 10 luglio 2016 Nadeem era stato formalmente accusato, in base agli articoli 295a e 295c del Codice penale pakistano, che puniscono la blasfemia contro l’islam. Poco dopo la registrazione dell’accusa, Nadeem James è fuggito e in sua assenza la polizia ha trattenuto le sue due sorelle, anche malmenandole, perché rivelassero dove Nadeem si fosse nascosto. Ora il processo davanti al tribunale di primo grado si è concluso con una condanna a morte insieme ad una pesante multa. In una sentenza di 28 pagine, il tribunale ha dichiarato che Nadeem James ha inviato messaggi blasfemi via “WhatsApp” a Yasir Bashir e dunque va condannato a morte.Nelle scorse settimane un altro cristiano Asif Masih, 18 anni, è stato arrestato con accuse di blasfemia nel villaggio di Jam Kayk Chattha, dei pressi di Wazirabad, città nel centro del Punjab. Il giovane è stato accusato di aver bruciato pagine del Corano. Dopo l’arresto, una folla di circa 200 uomini si è radunata fuori dalla stazione di polizia chiedendo a gran voce che fosse giustiziato Secondo l’Ong “Commissione per i Diritti Umani del Pakistan”, 40 persone sono nel braccio della morte, nelle prigioni pakistane, dopo una condanna alla pena capitale per aver commesso blasfemia, mentre i gruppi o individui radicali islamici hanno ucciso in modo extragiudiziale almeno 71 persone per presunta blasfemia dal 1990 a oggi.Nell’aprile scorso, lo studente universitario musulmano Mashal Khan è stato ucciso da una folla di colleghi dopo essere stato accusato di blasfemia nella città di Mardan, e l’episodio ha nuovamente aperto il dibattito per una riforma della legge, per evitarne gli abusi.Nasir Saeed, attivista cristiano dell’Ong “Centre for Legal Aid, Assistance and Settlement” osserva a Fides: “La legge sulla blasfemia colpisce ingiustamente non solo le minoranze religiose pakistane, ma anche cittadini musulmani. Inoltre contribuisce a deteriorare le relazioni internazionali del nostro paese e a danneggiare la sua immagine nella comunità internazionale. Una riforma è urgente, per il bene della nazione”.

AMERICA/MESSICO - Una settimana dal sisma: 90 morti, comunità ancora irraggiungibili, la Chiesa punto di riferimento degli aiuti

Oaxaca – E’ passata una settimana del tremendo sisma verificatosi in Messico il 7 settembre, che ha avuto come epicentro la zona di Pijijiapan, nel Chiapas, a cui sono seguite 634 repliche che hanno lasciato migliaia di famiglie senza casa e una quantità enorme di danni alle persone, alle infrastrutture e alle comunità.La Chiesa cattolica, attraverso Caritas Mexico, intervenuta fin dai primi momenti, non si è mai fermata nelle operazioni di aiuto e assistenza alle zone più colpite. A livello regionale e nazionale, le varie articolazioni del mondo cattolico hanno promosso raccolte di alimenti e medicinali, di beni di prima necessità, oltre alla mobilitazione del volontariato per la distribuzione degli aiuti nelle zone colpite.Padre Rogelio Narvaez, segretario esecutivo della Caritas Messicana e della Commissione Episcopale della Pastorale Sociale, ha spiegato in una nota inviata a Fides, che le zone più colpite sono Minatitlan , Oaxaca e il Chiapas. Malgrado tante chiese e parrocchie abbiano subito gravi danni alle infrastrutture, hanno messo a disposizione locali, saloni, cappelle, che sono diventati rifugio e alloggio dei senza tetto o centri di raccolta per la distribuzione degli aiuti.Secondo quanto ha detto Mons. Alfonso Miranda Guardiola, Vescovo ausiliare di Monterrey e segretario della Conferenza Episcopale Messicana , ancora non è possibile quantificare di preciso i danni complessivi alle strutture della Chiesa. Un primo bilancio provvisorio segnala 122 chiese con gravi danni, di cui quasi 90 sono state chiuse per la salvaguardia dei fedeli o per il rischio di crollo.Ciò che colpisce di più, continua Mons. Miranda, è il rapporto dei Vescovi della zona, cioè quelli di Tehuantepec, Tapachula, Antequera-Oaxaca e della prelatura di Mixes, dai quali si apprende che ci sono più di 20 comunità rurali che, dopo una settimana, non sono ancora raggiungibili, e non si conosce nemmeno la gravità dei danni alla popolazione, alle famiglie e alle chiese. Colpisce anche, secondo padre Rogelio Narvaez, la solidarietà internazionale che arriva concretamente dalla Chiesa cattolica in Germania, Norvegia, Spagna, Francia e anche dalla Corea del Sud.Il terremoto di magnitudo 8.2 che ha colpito la costa meridionale del Messico la sera del 7 settembre, ha provocato almeno 90 morti. Secondo le autorità locali 71 persone hanno perso la vita nello Stato di Oaxaca, 15 sono i morti nel Chiapas e 4 a Tabasco.

ASIA/PAKISTAN - In Parlamento il caso dello studente cristiano ucciso a scuola

Islamabad – “Il caso di Sharon Masih è tragico ed è una vergogna per il paese. Bisogna agire con urgenza. Per questo ho chiesto a tutti i membri dell’Assemblea nazionale di ripensare come priorità la questione della riforma dei curriculum scolastici in Pakistan e ho chiesto di introdurre in tutte le scuole pubbliche, di ogni ordine e grado, il tema ‘armonia interreligiosa’ come materia di studio”: lo dichiara all’Agenzia Fides il parlamentare cristiano Khalil George che il 12 settembre ha parlato nel Parlamento pakistano del caso del linciaggio dello studente cristiano Sharon Masih, ucciso a scuola il 30 agosto dai suoi compagni musulmani . Come appreso da Fides, la grave questione è stata ascoltata e discussa dai legislatori. L’episodio, rileva il parlamentare cristiano, “rappresenta l’occasione per reiterare la riforma del curriculum in vigore nelle scuole”. “Intolleranza e odio religioso verso le minoranze sono instillati nelle menti degli allievi attraverso i programmi di studio. Dovrebbero invece essere improntati all’armonia interreligiosa, base per la convivenza sociale”, spiega a Fides. Nel caso di Masih, aggiunge George, “devono essere intraprese azioni severe contro i responsabili, e l’assassinio sia punito secondo la legge”. Inoltre Khalil George annuncia che presenterà una domanda ufficiale per intitolare a Sharon Masih proprio la scuola in cui è stato linciato. “E i genitori della vittima, che vivono poveramente, devono essere sostenuti dal governo”, nota.Emergono intanto altri particolari della vicenda di Sharon Masih. Secondo la ricostruzione di alcuni familiari, uno dei pretesti usati dagli studenti musulmani per colpirlo è “l’aver usato, per bere acqua, un bicchiere utilizzato da tutti gli altri studenti”. “Sharon è stato pestato e gli insegnanti non hanno fatto nulla per fermare la violenza”, affermano. Uno dei docenti presenti quel giorno a scuola ha riferito alla polizia di non aver visto nulla, in quanto “impegnato a leggere un giornale”.Sul caso ha preso una forte posizione la “Pakistan Minorities Teachers Association”, fondata e guidata dal professore cattolico Anjum James Paul, che dice a Fides: “Come confermano i nostri studi, molti libri di testo adottati nelle scuole contengono frasi che danno una visione distorta e alimentano l’odio e la discriminazione verso i non musulmani. Stiamo cercando di convincere il governo a cambiare questa situazione. Vogliamo contribuire a rendere il Pakistan uno stato in cui le persone delle minoranze religiose si sentano e vivano come parte integrante della nazione”.

AFRICA/TOGO - Cura dei lebbrosi, dei malati, dei giovani: l’impegno dei missionari nel centro del Togo

Kolowaré – “La storia del villaggio di Kolowaré, a 18 km da Sokodé e a 16 km da Tchamba, inizia nel 1935 con la creazione del lebbrosario. Kolowaré è situato nella prefettura di Tchaoudjo. La sua posizione strategica è molto importante per il villaggio, in modo particolare per gli scambi commerciali”. Lo racconta a Fides padre Silvano Galli, SMA , missionario impegnato in Togo. “Nel 1944 – continua il missionario - su richiesta del governo e delle autorità sanitarie del settore, le Suore di Nostra Signora degli Apostoli cominciarono a visitare il lebbrosario e a curare gli ammalati. Verso il 1950 il governo affidò loro la direzione del lebbrosario e nel 1952 si installarono a Kolowaré. All'inizio Kolowaré era considerato ‘un villaggio per la segregazione dei lebbrosi’. Poco alla volta gli ammalati fecero venire le loro famiglie e il villaggio si ingrandì. Di fatto oggi Kolowaré non è più un villaggio di lebbrosi, ma un ‘villaggio in cui vivono dei lebbrosi’. Davanti ai risultati molto incoraggianti contro la malattia, e soprattutto dopo l'apertura del dispensario e dell'ambulatorio, adesso i malati vengono spontaneamente da tutte le parti del Paese per farsi curare. Tutti i giorni le suore assistono decine di ammalati, non solo lebbrosi, e forniscono loro medicine appropriate. Gli ammalati più gravi, come ad esempio gli ammalati di AIDS, vengono ricoverati”, aggiunge padre Silvano. Secondo le statistiche del distretto sanitario, Kolowaré conta 3.543 abitanti. Nel villaggio c’è una scuola elementare aperta dalle suore nel 1955, una scuola pubblica, e un CEG . In tutto gli studenti sono circa 800. Il missionario pone l’accento anche su altro fenomeno, che riguarda lo sfruttamento dei giovani: “Purtroppo, da marzo a novembre la popolazione diminuisce sensibilmente perché in molte famiglie, due o tre giovani, ragazzi e ragazze, lasciano Kolowaré per andare a lavorare in Nigeria. Gli studenti spesso lasciano la scuola per lavori manuali nelle case o nei campi dei maestri. Questi ragazzi sono sfruttati da una organizzazione che ha ramificazioni anche all’interno del villaggio. I ‘Padroni’ con i camion raccolgono i ragazzi di notte e li portano in Nigeria, passando indisturbati davanti polizia e doganieri, dove vengono sfruttati dai ‘Signori della tratta’. Li fanno lavorare nei campi, o nelle piantagioni, malnutriti e spesso drogati. Le ragazze sono avviate alla prostituzione, alcune più fortunate, fanno le domestiche in famiglie ricche. Di solito nessuno riceve direttamente un salario che viene versato agli intermediari che si arricchiscono. Alla fine del periodo, di solito di nove mesi, i ragazzi ricevono una bicicletta o una radio, le ragazze qualche abito, poi sono lasciati soli per tornare a casa. Rientrano con le loro biciclette, spesso ammalati, qualcuno muore per strada, e quasi tutti ‘fumano’. Iniziano con le droghe leggere per passare alle altre”. I religiosi si prendono cura anche di loro, cercando di aiutarli del difficile cammino di recupero.

ASIA/IRAQ - Cristiani divisi sul referendum per l'indipendenza curda. Il Patriarcato caldeo: c'è il rischio di conflitto armato

Baghdad – Mentre si avvicina la data del 25 settembre, giorno previsto per il referendum indetto dal governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno per sancire la propria indipendenza da Baghdad, le comunità cristiane dalle comunità cristiane locali arrivano segnali discordanti rispetto a quella consultazione referendaria, che attira l'attenzione e anche la preoccupazione degli osservatori e delle cancellerie internazionali. Nei giorni scorsi, una riunione di 1500 persone svoltasi a Ankawa, il sobborgo di Erbil abitato in larga maggioranza da cristiani, è stato presentato dai media locali come un segnale dell'appoggio offerto offerto dai cristiani locali al referendum indipendentista curdo. Alla riunione, svoltasi nella sala della Babylon Foundation, hanno preso parte rappresentanti di sigle politiche e organizzazioni sociali, e gli interventi degli oratori hanno esaltato il contributo che i cristiani potranno portare alla costruzione del nuovo Kurdistan indipendente. Un'analoga manifestazione pro-referendum è stata organizzata nel villaggio cristiano di Tesqopa, a circa 30 chilometri da Mosul, con l'intento di esprimere l'appoggio all'indipendenza del Kurdistan da parte delle locali comunità cristiane e delle minoranze degli Yazidi e degli Shaback. In realtà, resta da verificare se queste manifestazioni rappresentino davvero il sentimento più diffuso tra i cristiani di quella regione, o se siano piuttosto il frutto di iniziative di piccoli gruppi coordinati con la macchina propagandistica messa in piedi dal governo della Regione autonoma del Kurdistan a favore del referendum indipendentista. La città di Tesqopa, teatro della recente manifestazione pro-referendum, è saldamente nelle mani delle milizie curde Peshmerga, che fanno capo al governo regionale di Erbil. E fonti legate all'Unione patriottica del Kurdistan hanno riferito che un contingente di 12mila soldati curdi Peshmerga è presente nella regione della Piana di Niive, ufficialmente per mantenere l'ordine e prevenire iniziative unilaterali da parte delle molte milizie presenti nella zona, comprese quelle sedicenti “cristiane” come le Brigate Babilonia, che nel rcente passato si erano espresse contro il referendum indipendentista. Proprio la concentrazione di milizie Peshmerga in aree adiacenti a Mosul è un dei fattori che concorrono a accreditare le voci di chi teme una possibile degenerazione delle tensioni tra governo regionale del Kurdistan e governo iracheno. Anche i vertici politici di Baghdad hanno lanciato chiari segnali che non accetteranno la creazione di uno Stato curdo nel nord dell'Iraq attraverso un referendum proclamato in maniera unilaterale dal governo regionale. Martedì scorso, il parlamento di Baghdad ha votato per dichiarare ufficialmente nullo e illegittimo il referendum del 25 settembre. Anche Turchia e Iran hanno fatto sapere che la consultazione referendaria si terrà davvero, gli effetti potrebbero esser gravi e destabilizzanti per tutta l'area.In questo contesto, il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako ha espresso le sue preoccupazione in un comunicato che ha il valore di un appello al governo centrale iracheno e al governo regionale del Kurdistan affinchè riprendano il dialogo con coraggio. La scena politica irachena, dopo la caduta del regime si Saddam – fa notare l'appello patriarcale, pervenuto all'Agenzia Fides - è stata dominata dal tatticismo, dalla difesa di interessi di parte e dalla gara a acquisire o difendere posizioni di forza. In questo progressivo degrado del tessuto politico nazionale va inquadrata anche la vicenda del referendum indipendentista del prossimo 25 settembre. A tal riguardo, il rischio di un'escalation della tensione viene denunciato anche dalla Chiesa caldea: “alcuni” fa notare l'appello del Patriarca Sako “hanno già preso a suonare i tamburi di guerra: se ci fosse - Dio no voglia – un nuovo conflitto militare, in queste condizioni sociali e economiche frammentate le conseguenze sarebbero disastrose per tutti, e le minoranze sarebbero come sempre quelle destinate a rimetterci di più”. Dopo le sofferenze subite durante l'occupazione jihadista di Mosul e delle aree nord-irachene, “tutti dovrebbero essere coscienti della gravità della situazione e affrettarsi a sostenere la riconciliazione nazionale e la pace, prima che sia troppo tardi”. In situazioni come questa – fa notare il comunicato patriarcale si riconosce il profilo del saggio che fa prevalere la voce della moderazione, sapendo che “la guerra non è mai uno strumento per la cura dei problemi”. Riguardo al futuro delle comunità cristiane autoctono e alle loro variegate prese di posizione rispetto al repferendum, il Patriarca caldeo fa notare che “Noi cristiani non siamo in grado di far valere i nostri diritti né con gli apparati centrali né con quelli regionali, anche perchè fazioni politiche e milizie che si dicono cristiane in realtà sono lontane dalle preoccupazioni delle comunità cristiane locali, E se disi dovesse aprire un ulteriore confronto armato nella regione, questo comporterebbe certo una ulteriore riduzione della presenza cristiana in quelle zone”. .

AFRICA/CONGO RD - “Siamo stanchi dell’impunità dei guerriglieri”: protesta della società civile del Nord Kivu che chiede maggiore sicurezza

Kinshasa - Alcune “giornate città morta” a Beni e Butembo per protestare per l’insicurezza che persiste nell’area per la presenza di numerosi gruppi armati. La società civile di Butembo chiede le dimissioni del sindaco e del comitato urbano di sicurezza di Butembo, che sono accusati di non proteggere la popolazione.“I gruppi armati che agiscono nella nostra regione sono presenti da diversi anni e in tutto questo tempo non sono mai stati seriamente braccati dalle forze dell’ordine” ha detto a Radio Okapi Polycarpe Ndivito, Presidente delle Federazione delle Imprese del Congo di Butembo e Lubero. Ndvito, tra i promotori della protesta, ha sottolineato inoltre l’impunità della quale godono i gruppi armati che agiscono nella regione, che hanno approfittato del dialogo offerto dal governo, non per integrarsi nel tessuto sociale, ma per ottenere maggiore libertà d’azione.Tra i gruppi armati presenti nel Nord Kivu vi sono l’ADF , le FDLR e diversi gruppi locali che sfruttano le rivalità etniche per reclutare i giovani.Al di là delle motivazioni politiche, questi gruppi sono mossi dall’interesse economico. L’area del Nord Kivu è ricca di risorse naturali, dal coltan, allo stagno, dal legname all’oro, che vengono depredate dai miliziani per poi essere esportate con la complicità di aziende straniere. La società civile locale cerca di opporsi alla violenza ricorrendo a forme di protesta pacifica, come le “giornate città morta” con negozi, uffici pubblici e scuole che rimangono chiusi. Il 20 luglio erano stati proclamati tre giorni di “città morta” dalla società civile di Beni per chiedere la liberazione di don Pierre Akilimali e don Charles Kipasa, due sacerdoti congolesi che erano stati rapiti nella notte tra domenica 16 e lunedì 17 luglio . Sulla sorte dei due sacerdoti non si sa ancora nulla.

AMERICA/PERU’ - Lago Titicaca: una via senza controllo per la tratta dei bambini

Puno – Sensibilizzare i cittadini sul grave crimine della tratta e stabilire criteri di lavoro congiunto tra la Chiesa, la società e lo Stato al fine di ridurre questi casi che si presentano quotidianamente a livello nazionale, specialmente nella zona sud del Paese: questi gli obiettivi del workshop di prevenzione della tratta appena concluso. L’incontro si è svolto dall’11 al 13 settembre nell’Auditorium della Parrocchia Sant’Antonio Abate, a Cuzco, con la presenza di rappresentanti del governo regionale, della Chiesa cattolica e della ong Wayra, organizzazione promossa dalla Compagnia di Gesù.In occasione dell'ultima Giornata Mondiale di Lotta contro la Tratta, il 30 luglio, è stato reso noto che nel mondo più di una vittima della tratta su quattro è un bambino o un adolescente, e la realtà sudamericana conferma questa triste statistica. I dati disponibili sui casi emersi in 106 paesi sono allarmanti: su 63.251 casi rilevati a livello globale, 17.710 riguardano bambini o adolescenti, con una larga prevalenza del genere femminile . I minori rappresentano il secondo gruppo più numeroso tra le vittime della tratta dopo le donne. Dagli ultimi dati dell’ONU si apprende che più di 12 milioni di persone vengono trafficate oggi in tutto il mondo. Ci sono più di 500 percorsi di traffico, di cui 32 in America Latina.Nella recente Giornata Mondiale di Lotta contro la Tratta, il Capo della Segreteria Tecnica di Sviluppo Sociale del Sud del Perù, Juan José Aldazábal Soto, aveva dichiarato ad una radio locale che la tratta è molto forte in questa zona del paese. Il traffico di persone attraverso un mezzo pubblico di trasporto è infatti molto difficile da controllare, perché non ci sono disposizioni per fermare un individuo con un minore non autorizzato o che viaggi contro la propria volontà.Un itinerario sul quale non c'è nessun controllo e dove avviene di frequente il trasferimento dei bambini, secondo il rappresentante del governo regionale, è il lago Titicaca, per questo motivo ha sollecitato le autorità del ministero dei trasporti perché sorveglino la circolazione lacustre e agiscano di conseguenza. Aldazábal Soto ha specificato che ci sono bambini di origine boliviana che vengono trasferiti a Madre de Dios e Lima attraversando il lago indisturbati.

ASIA/PAKISTAN - I Vescovi: “Stop all’intolleranza a scuola; giustizia per la famiglia di Sharon Masih”

Lahore – “Il governo del Pakistan sembra più interessato alle infrastrutture delle scuole e alla sicurezza degli edifici anziché all'aspetto qualitativo del sistema educativo. Viviamo in una società in cui tra gli studenti si diffondono odio, discriminazione, bullismo, intolleranza verso casta, credo, religione e status sociale”: con tali parole, inviate all’Agenzia Fides, i Vescovi del Pakistan, attraverso la Commissione nazionale “Giustizia e Pace”, condannano “il tragico incidente che ha scioccato la nazione”, riferendosi al caso di Sharon Masih, ragazzo cristiano di 17 anni, studente di scuola superiore, ucciso dai suoi compagni il 30 agosto 2017 .Ammesso alla scuola pubblica M.C. High School a Burewala, nei primi giorni di scuola è stato vittima di bullismo e vessazioni dei compagni di classe, che lo hanno pestato fino alla morte. “Nella classe di 70 studenti – notano i Vescovi – era l'unico cristiano” e questo elemento di fede ha pesato nell’essere preso di mira dai compagni, che gli avevano chiesto anche di convertirsi all'islam.In una dichiarazione inviata a Fides, firmata dal Vescovo Joseph Arshad, presidente della Commissione nazionale “Giustizia e Pace” , e dal direttore esecutivo della stessa Commissione, p. Emmanuel Yousaf, si legge: “Questo episodio può sembrare una banale lite tra adolescenti, ma in realtà è stato causata dall'intolleranza, dalla discriminazione e dall'atteggiamento disumano verso le minoranze e le comunità emarginate. Esprimiamo profonda preoccupazione per il livello di estrema negligenza dalle autorità scolastiche”.Il testo prosegue: “Sharon Masih era un ragazzo che cercava di migliorarsi attraverso l’istruzione. Era responsabilità degli insegnanti controllare ed evitare incidenti di discriminazione in classe. Esortiamo il governo del Punjab a prendere adeguati provvedimenti. Gli insegnanti dovrebbero comprendere ed essere attenti nei confronti degli studenti soprattutto quando uno di loro subisce abusi o violenze a causa della sua fede. Tuttavia, purtroppo, nel caso di Sharoon abbiamo visto che non esisteva alcun valore umano tra gli stessi studenti”. D’altro canto, nota p. Emmanuel Yousaf “quegli studenti musulmani che hanno condotto Sharon in ospedale sono veramente un segno di speranza e un vero esempio degli insegnamenti di Dio e dell'umanità”. P. Emmanuel Yousaf chiede con forza al governo del Punjab, e in particolare al Dipartimento per l'istruzione, di “esaminare seriamente gli episodi di intolleranza nelle istituzioni educative”: “Abbiamo bisogno di riforme del curriculum scolastico per promuovere una società tollerante e pacifica; e gli insegnanti devono essere adeguatamente formati per affrontare questioni di intolleranza che affliggono la nostra società oggi”. I Vescovi del Pakistan chiedono “giustizia per la famiglia di Sharon Masih” e “misure forti in modo che tali incidenti tragici non accadano più in futuro”. La Commissione “Giustizia e pace” fornisce assistenza giuridica alla famiglia della vittima, e “continuerà la sua lotta per il rispetto e la dignità umana nella nostra società”. Link correlati :Adolescente cristiano non abbraccia l'islam: ucciso a scuola (Fides 2/9/2017)

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