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AMERICA/BOLIVIA - Teologa indigena: "Ecologia dei cuori, secondo la Laudato si"

Cochabamba - "La profonda spiritualità indigena, nel suo rapporto armonioso con tutto il creato, vede nella cura della casa comune una responsabilità per le generazioni future. Il legame di relazione tra i popoli indigeni e la Madre Terra si traduce in una cura reciproca: l'uomo custodisce la casa comune e la casa comune custodisce l'essere umano": lo spiega in una conversazione con l'Agenzia Fides Tania Avila Meneses, una laica cattolica degli indigeni Quechua, teologa boliviana, coordinatrice della Rete Amerinda Cochabamba, rete di cattolici americani aperta al dialogo e alla cooperazione interconfessionale, promotrice dell'opzione preferenziale per i poveri e gli esclusi."La nostra società - rileva Tania Avila - è segnata dall'egoismo che cerca solo il benessere e vede nella 'casa comune' un oggetto che può essere utilizzato senza limiti", ricordando la necessità di approfondire l'Enciclica "Laudato Si" per superare questa mentalità: "Dare vita e realizzare in pratica la Laudato Sì, curando la 'casa comune', è una responsabilità urgente perché il danno causato è così grande che se non si agisce oggi, le nostre vite sono seriamente rischio". "Abbiamo bisogno di una conversione mentale personale che passa attraverso la necessità di 'rendere ecologici' prima di tutto i nostri cuori", afferma.Secondo la coordinatrice della Rete Amerinda Cochabamba, uno dei punti fondamentali, su cui urge lavorare a livello pastorale, è "imparare ad ascoltare e riconoscere la voce e spiritualità dei popoli indigeni con un atteggiamento di umiltà e apertura verso altre modalità e strade di conoscenza, validi quanto quelle occidentali". Avila, che ha coordinato di recente un workshop su "Ecologia Integrale: discepoli e missionari, custodi della reazione", svoltosi a Quito nel novembre scorso, rileva che " urge limitare l'opera estrattiva dal sottosuolo e ridurre l'uso del carbonio, ma anche a livello personale si può fare molto, amministrando al meglio risorse come acqua e energia elettrica, e mettendo in atto forme di riciclaggio. Bisogna evitare di lasciarsi prendere da consumismo che ci porta a comprare, creando bisogni inutili: urge realizzare la Laudato Si nella nostra vita", conclude.

ASIA/GIORDANIA - I Capi delle Chiese: “marcia silenziosa” contro la decisione USA su Gerusalemme

Amman - Vescovi e Capi delle Chiese presenti nel Regno Hascemita di Giordania hanno invitato i propri concittadini a prendere parte ad una marcia silenziosa con le candele per esprimere pubblicamente la comune disapprovazione rispetto alla decisione presa dall'Amministrazione degli Stati Uniti d'America di trasferire la propria ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. La marcia prenderà il via mercoledì 13 dicembre 2017 alle ore18,00 dalla Cattedrale greco-ortodossa, si snoderà nel quartiere di As-Sweifiyeh, nella parte occidentale di Amman, per terminare presso la chiesa cattolica dedicata a Maria di Nazareth. Durante la processione, tutte le campane delle chiese disseminate sul territorio del Regno suoneranno contemporaneamente. Nei giorni scorsi, i Vescovi e i Capi delle Chiese e delle comunità cristiane presenti nel Regno Hascemita avevano già sottoscritto una lettera per deplorare la decisione Usa su Gerusalemme. «Tale decisione», avevano sottolineato in quel pronunciamento comune i Capi delle comunità cristiane presenti in Giordania «rivela la faziosità degli Usa, e la loro inadeguatezza a essere onesti sponsor del processo di pace». I Vescovi del Regno Hascemita avevano anche richiamato le posizioni sostenute nei forum internazionali da Re Abdallah II di Giordania, che continua a rivendicare il ruolo di «custode» dei Luoghi Santi musulmani e cristiani di Gerusalemme. .

ASIA/GIORDANIA - I Capi delle Chiese convocano una “marcia silenziosa” di disapprovazione per la decisione USA su Gerusalemme

Amman - Vescovi e Capi delle Chiese presenti nel Regno Hascemita di Giordania hanno invitato i propri concittadini a prendere parte ad una marcia silenziosa con le candele per esprimere pubblicamente la comune disapprovazione rispetto alla decisione presa dall'Amministrazione degli Stati Uniti d'America di trasferire la propria ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. La marcia prenderà il via mercoledì 13 dicembre 2017 alle ore18,00 dalla Cattedrale greco-ortodossa, si snoderà nel quartiere di As-Sweifiyeh, nella parte occidentale di Amman, per terminare presso la chiesa cattolica dedicata a Maria di Nazareth. Durante la processione, tutte le campane delle chiese disseminate sul territorio del Regno suoneranno contemporaneamente. Nei giorni scorsi, i Vescovi e i Capi delle Chiese e delle comunità cristiane presenti nel Regno Hascemita avevano già sottoscritto una lettera per deplorare la decisione Usa su Gerusalemme. «Tale decisione», avevano sottolineato in quel pronunciamento comune i Capi delle comunità cristiane presenti in Giordania «rivela la faziosità degli Usa, e la loro inadeguatezza a essere onesti sponsor del processo di pace». I Vescovi del Regno Hascemita avevano anche richiamato le posizioni sostenute nei forum internazionali da Re Abdallah II di Giordania, che continua a rivendicare il ruolo di «custode» dei Luoghi Santi musulmani e cristiani di Gerusalemme. .

AFRICA/CONGO RD - Il suono delle campane per chiedere l’applicazione degli Accordi di San Silvestro

Kinshasa - Suonare le campane per chiedere l’applicazione dell’Accordo di San Silvestro. È l’iniziativa presa dell’associazione dei decani dei parroci dell’Arcidiocesi di Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, all’avvicinarsi dell’anniversario dell’intesa firmata il 31 dicembre 2016. Gli accordi raggiunti con la mediazione dei Vescovi congolesi, sono volti a superare lo stallo politico-istituzionale dopo non si erano tenute le elezioni presidenziali nonostante la scadenza naturale del secondo e ultimo mandato del Presidente Joseph Kabila, il 20 dicembre 2016.Gli Accordi di San Silvestro prevedevano la creazione di un governo di unità nazionale incaricato di preparare le elezioni presidenziali entro il 2017. Nel frattempo Kabila sarebbe rimasto Presidente ad interim. L’esecutivo nato nel maggio 2017 non include però una parte importante dell’opposizione, mentre il 5 novembre la Commissione Nazionale Elettorale Indipendente ha annunciato che le elezioni presidenziali, legislative, provinciali e locali si terranno il 23 dicembre 2018 . Ciò permette a Kabila di rimanere al potere ancora per almeno un anno.L’iniziativa dei parroci vuole rispondere alla richiesta dei Vescovi congolesi, che a fine novembre avevano lanciato un appello al rispetto degli Accordi di San Silvestro. I Vescovi prendendo atto della nuova data delle elezioni, avevano affermato di“essere profondamente delusi di ritrovarsi nello stesso contesto di tensioni della fine del 2016 e avevano avvertito che “il popolo non tollererà che questo si ripeta nel 2018” . La Conferenza Episcopale congolese ha ribadito l’esigenza di applicare le intese e ha chiesto la tenuta di elezioni credibili e trasparenti in un tempo ragionevole. In un messaggio inviato alle parrocchie si raccomanda che dal 7 dicembre, ogni giorno, al termine della messa del mattino, si reciti la preghiera per la nazione, preceduta dalle lettura di un estratto del messaggio della CENCO pubblicato a novembre. Si raccomanda inoltre, a partire dal 14 dicembre, di suonare le campane ogni giovedì alle 21 per 15 minuti, invitando i fedeli ad accompagnare il suono delle campane suonando nelle strade claxon, fischietti e vuvuzela e battendo pentole. Il Comitato di coordinamento dei laici ha sua volta lanciato un ultimatum al Presidente Kabila che espirerà il 15 dicembre, ingiungendolo a dichiarare pubblicamente che non sarà candidato alla propria successione e di applicare le intese di San Silvestro.

ASIA/INDONESIA - I Vescovi cristiani: “L’Indonesia rischia la divisione”

Giacarta – “In questo momento siamo preoccupati. La nostra unità come nazione indonesiana rischia di rompersi. Irrequietezza e preoccupazione si sono avvertite sempre di più negli ultimi anni. Vi sono quanti, vagamente o sfacciatamente, sono tentati di seguire strade e modi diversi della Carta alla base della nostra nazione, la Pancasila. Si è visto in molti atti ed eventi: in una competizione politica malsana che giustifica qualunque mezzo; nel fanatismo ristretto che sfrutta senza remore la religione e in molti altri modi. In tali condizioni, il desiderio della nostra nazione di creare convivenza e pace diventa difficile da realizzare”: è un passaggio dell’appello congiunto lanciato dalla Conferenza episcopale cattolica indonesiana e dalla Comunione delle Chiese in Indonesia, che riunisce i Vescovi protestanti. Il consueto messaggio congiunto, diramato in occasione del Natale dai Vescovi cattolici e protestanti, inviato all’Agenzia Fides, si intitola: “Lasciate che la pace di Cristo regni nei vostri cuori” . L' Arcivescovo Ignatius Suharyo di Jakarta e il Vescovo Antonius Subianto Bunjamin di Bandung, rispettivamente Presidente e Segretario generale della Conferenza episcopale cattolica firmano il testo, accanto a Henriette T.H. Lebang e Gomar Gultom, rispettivamente Presidente e Segretario generale del Consiglio dei Vescovi protestanti.I leader cristiani mostrano la loro apprensione: gli alti ideali della nazione indonesiana, come espresso nel preambolo della Costituzione del 1945 – si afferma nel testo – tesi a “creare l'unità, la giustizia sociale e la pace, non solo tra noi, ma anche in tutto il mondo, hanno ancora bisogno della nostra lotta comune. Abbiamo ancora bisogno di organizzare e aggiustare costantemente il sistema e il meccanismo della democrazia, per realizzare concretamente i nostri ideali comuni. E non è facile”, aggiunge il messaggio.I fedeli cristiani indonesiani, parte integrante della nazione, “sono solo un piccolo gregge”: “Non possiamo risolvere tutti i problemi che affrontiamo facendo affidamento sulle nostre forze. È tempo per noi di lasciare che la pace di Cristo regni nei nostri cuori. La pace di Cristo, che regna nei nostri cuori, è una forza che unisce e abbatte il muro della divisione . Solo con la pace di Cristo nel nostro cuore saremo messi in grado di aprirci, di abbracciare e dare il benvenuto ai nostri connazionali e di stringerli insieme nell'unità, muovendoci insieme verso un futuro più luminoso”. Il messaggio esorta i cristiani a contribuire all’unità, alla fratellanza, alla verità, alla giustizia e alla pace, riducendo al minimo il divario tra ricchi e poveri, aiutando a debellare la corruzione, abbattendo le barriere create in nome dell'etnia o della religione. “È un mandato evangelico che siamo chiamati a portare a compimento nella nostra terra indonesiana”, recita il testo.L’ultimo passaggio rimarca “l’armonia e la fratellanza tra i cristiani”, elogiando l’opera della Commissione luterana e cattolica per i 500 anni della Riforma, e auspica che la celebrazione del Natale sia un‘opportunità per sviluppare la capacità di accogliere le differenze.

ASIA/SIRIA - Dopo gli anni della guerra, rifiorisce il monastero di Deir Mar Musa

Nebek – Non si hanno ancora notizie certe della sorte del gesuita romano Paolo Dall'Oglio, rapito da ignoti sequestratori alla fine di luglio 2013 mentre era a Raqqa. Ma i monaci e le monache della comunità monastica di Khalil Allah, da lui fondata nel monastero siriano restaurato di Deir Mar Musa, pur essendo in parte dispersi nel mondo anche a causa della guerra, hanno diffuso una lettera di Natale in cui raccontano a amici e conoscenti i sentimenti e le opere che segnano il loro cammino verso la festa che celebra la nascita di Gesù a Betlemme. Nella lettera vengono fornite anche notizie sulle iniziative messe in campo nell'ultimo anno dagli appartenenti alla Comunità. E si racconta che anche la “casa madre” di Deir Mar Musa ha registrato nell'ultimo anno una ripresa dell'attività pastorale e dell'accoglienza rivolta ai pellegrini, sia cristiani che musulmani. “La valle del nostro monastero” si legge nella lettera, pervenuta anche all'Agenzia Fides, “si è vestita di un affascinante abito rosso fatto dei fiori di papavero sparsi dovunque. Con l’arrivo della primavera abbiamo sperimentato quest’anno, per la prima volta dopo i lunghi anni della guerra, un’enorme gioia nel vedere l’ingresso della via al monastero pieno di movimento per la presenza di tante famiglie in visita da Nebek. I giorni del venerdì sono stati giorni in cui abbiamo ricevuto centinaia di visitatori. Quanta gioia nel vedere famiglie cristiane e musulmane salire di nuovo insieme per ricevere la benedizione dal luogo santo. Quanta consolazione nel ricevere le visite di ragazzi e ragazze musulmani di Nebek che vengono per far conoscere il “loro” monastero ad amici e colleghi cristiani di altre zone che non lo conoscevano! E quanta commozione, quando alcune donne musulmane si sono avvicinate alle suore per chiedere preghiere per una loro intenzione”. I monaci e le monache di Deir Mar Musa ricordano anche le visite di tanti gruppi delle diverse parrocchie e anche delle scuole delle città vicine. E esprimono gioia per l’entusiasmo del parroco della chiesa Siro Cattolica di Nebek, padre Saed Massouh, e per la sua frequente presenza al monastero accompagnato da diversi gruppi della parrocchia, specialmente di giovani. “Le stanze del monastero dell’Hayek sono state liberate della polvere dovuta alla guerra aprendo le proprie porte per accogliere i visitatori che sono venuti a passare un periodo di preghiera e di meditazione, lontani dal rumore della città e dalle preoccupazioni della vita, per tornare carichi di forza per affrontare le sfide della vita quotidiana”. .

EUROPA/ITALIA - Istruzione, salute, ricostruzione: le priorità della Comunità Madian

Torino - “Istruzione, salute, disabilità, ricostruzione: quest’anno abbiamo concentrato i nostri sforzi su questi quattro punti fondamentali” ha raccontato a Fides padre Antonio Menegon, presidente della onlus "Madian Orizzonti", dei religiosi Camilliani della Provincia Piemontese. “La disabilità, soprattutto nei paesi poveri senza strutture e risorse, diventa una delle priorità della nostra presenza. In particolare, per quanto riguarda l’aspetto della disabilità sia in Georgia sia ad Haiti stiamo moltiplicando gli sforzi per poter rispondere sempre di più e sempre meglio a questa sfida”, continua p. Menegon.Il missionario racconta: “Ad Haiti, il Foyer Bethléem ha triplicato i posti: dall’accoglienza di 30 bambini siamo arrivati a quasi 100 bambini disabili fisici e mentali, da 0 a 20 anni . In Georgia, oltre al centro di Tbilisi , gestiamo il nuovo centro per disabili “Lasha” San Camillo, inaugurato il 21 luglio 2012, che ospita oltre 150 ragazzi, e un poliambulatorio, il Redemptor Hominis, che offre cure e assistenza medica a 400 persone. A Khisabavra gestiamo una scuola materna con una fattoria che produce latte e carne; a Shavshvebi la 'Casa della Nonna' assiste i minori profughi della guerra del 2008 tra Georgia e Ossezia del Sud. Attualmente, si stanno avviando altri centri in due diverse città, in particolare a Akhalcikhe, sud della Georgia, con il Centro "Talita Kum" gestito in collaborazione con Ordine di Malta - Berlin e Suore di S. Nino, che ospita 21 persone diversamente abili; e il 'Centro Figli di Dio', nel villaggio Arali - gestito in collaborazione con la Caritas Georgia e la parrocchia di San Giuseppe di Arali”.“Per quanto riguarda la formazione del personale che si prende cura dei malati e dei disabili e l’istruzione per i bambini, sta per essere inaugurata proprio in questi giorni una nuova scuola nella cittadina di Jérémie, distrutta dall’uragano Matthew nell’ottobre 2016 . P. Massimo Miraglio a Jérémie e Maddalena Boschetti a nord dell’Isola hanno aiutato e accompagnato tanta gente che ha perso tutto. Hanno donato case, terre, sementi, attrezzi agricoli, lavoro ma soprattutto fiducia in se stessi, nel loro futuro e in quello dei loro figli. La vita di tante persone che hanno perso tutto, la loro volontà di ricostruire e ricostruirsi, la loro speranza più forte di ogni disperazione è la grande forza che ci sprona a continuare il cammino” conclude p. Menegon.

AMERICA/NICARAGUA - Il Vescovo di Managua: “Paralizzati dalla paura, ci stiamo abituando alla violenza”

Managua – “C'è la paralisi per la paura. Ci sono persone che sono paralizzate dalla paura, incapaci di parlare o esprimere il loro sdegno per le ingiustizie e gli abusi delle autorità civili e militari, rinunciando all’esercizio dei loro diritti” ha denunciato Mons. Silvio José Baez, Vescovo ausiliare di Managua, durante l’omelia della messa che ha celebrato ieri per la pace e i diritti umani della nazione.Il Vescovo ha criticato i politici in quanto generano paralisi sociale e paura nella società, ma ha anche esortato la comunità cittadina a non rimanere passiva di fronte agli abusi delle autorità civili e militari. "Oggi viviamo purtroppo in una società interessata alla produzione di paralitici", ha detto. "Ci sono persone e gruppi di potere impegnati a mantenere le persone con una paralisi mentale, in cui l'ideologia dominante cerca di evitare a tutti i costi che la gente pensi liberamente, educhi se stessa nel modo migliore, si informi obiettivamente e faccia discernimento con profondità morale".Nella sua omelia della messa celebrate nella parrocchia San Francesco d'Assisi di Managua, Mons. Baez ha aggiunto: "Ci stiamo abituando all’orribile e vergognosa violenza fisica e morale nei confronti delle donne e dei bambini, omicidi inspiegabili, arresti arbitrari, spionaggio e minacce, procedimenti giudiziari irregolari, impunità, autoritarismo, corruzione, mancanza di accesso all'informazione pubblica, fragilità delle istituzioni nel paese. Tutto ciò produce una paralisi sociale”. “Quando i diritti umani fondamentali sono calpestati, la società a poco a poco diventa paralitica" ha evidenziato, proponendo una via d'uscita da questa situazione. Ci sono due possibilità: “portare sulle nostre spalle questa società paralitica o alzare le nostre voci per chiedere giustizia e per denunciare le radici di molti mali". La soluzione alla crisi politica del paese non è la violenza, tuttavia "non ci sono soluzioni semplici a problemi complessi".Il Nicaragua attraversa un momento difficile perché dinanzi alla crisi politica molta gente non riesce a reagire, e la “paralisi della paura” descritta da Mons. Baez dipinge molto bene la realtà. Oltre ai rapporti di organismi internazionali come Amnesty International, negli ultimi 4 anni sono aumentate le situazioni in cui le autorità non riescono a pronunciarsi concretamente sulla difesa dei diritti umani. Il governo si autoproclama cristiano e solidale, ma spesso viola tutti i diritti umani. La Giornata dei diritti umani, domenica 10 dicembre, è stata celebrata in Nicaragua a poca distanza dall'orrendo massacro del 12 novembre, a La Cruz de Rio Grande , in cui sei persone, tra cui due minorenni, sono state massacrate da membri dell'esercito. Un caso estremo, brutale, crudele e inaudito di violazione dei diritti umani. “Ci sono due aspetti seri: prima il crimine, che grida al cielo, e poi il silenzio, non solo dall'esercito ma anche delle altre istituzioni statali che dovrebbero essere immediatamente pronte a chiarire il crimine. Questo genera preoccupazione nel paese, perché significa che siamo insicuri" aveva detto il vicario Mons. Fonseca .

AMERICA/NICARAGUA - “Paralizzati dalla paura, ci stiamo abituando alla violenza fisica e morale” denuncia Mons. Baez

Managua – “C'è la paralisi per la paura. Ci sono persone che sono paralizzate dalla paura, incapaci di parlare o esprimere il loro sdegno per le ingiustizie e gli abusi delle autorità civili e militari, rinunciando all’esercizio dei loro diritti” ha denunciato Mons. Silvio José Baez, Vescovo ausiliare di Managua, durante l’omelia della messa che ha celebrato ieri per la pace e i diritti umani della nazione.Il Vescovo ha criticato i gruppi di potere in quanto generano paralisi sociale e paura nella società, ma ha anche rimproverato la comunità cittadina di rimanere passiva riguardo agli abusi delle autorità civili e militari. "Oggi viviamo purtroppo in una società interessata alla produzione di paralitici – ha detto -. Ci sono persone e gruppi di potere impegnati a mantenere le persone con una paralisi mentale, in cui l'ideologia dominante cerca di evitare a tutti i costi che la gente pensi liberamente, educhi se stessa nel modo migliore, si informi obiettivamente e faccia discernimento con profondità morale".Nella sua omelia della messa celebrate nella parrocchia San Francesco d'Assisi di Managua, Mons. Baez ha aggiunto: "Ci stiamo abituando all’orribile e vergognosa violenza fisica e morale nei confronti delle donne e dei bambini, omicidi inspiegabili, arresti arbitrari, spionaggio e minacce, procedimenti giudiziari irregolari, impunità, autoritarismo, corruzione, mancanza di accesso all'informazione pubblica, fragilità delle istituzioni nel paese. Tutto ciò produce una paralisi sociale”. “Quando i diritti umani fondamentali sono calpestati, la società a poco a poco diventa paralitica" ha evidenziato, proponendo una via d'uscita da questa situazione. Ci sono due possibilità: “portare sulle nostre spalle questa società paralitica o alzare le nostre voci per chiedere giustizia e per denunciare le radici di molti mali". La soluzione alla crisi politica del paese non è la violenza, tuttavia "non ci sono soluzioni semplici a problemi complessi".Il Nicaragua attraversa un momento difficile perché dinanzi alla crisi politica molta gente non riesce a reagire, e la “paralisi della paura” descritta da Mons. Baez dipinge molto bene la realtà. Oltre ai rapporti di organismi internazionali come Amnesty International, negli ultimi 4 anni sono aumentate le situazioni in cui le autorità non riescono a pronunciarsi concretamente sulla difesa dei diritti umani. Il governo si autoproclama cristiano e solidale, ma spesso viola tutti i diritti umani. La Giornata dei diritti umani, domenica 10 dicembre, è stata celebrata in Nicaragua a poca distanza dall'orrendo massacro del 12 novembre, a La Cruz de Rio Grande , in cui sei persone, tra cui due minorenni, sono state massacrate da membri dell'esercito. Un caso estremo, brutale, crudele e inaudito di violazione dei diritti umani. “Ci sono due aspetti seri: prima il crimine, che grida al cielo, e poi il silenzio, non solo dall'esercito ma anche delle altre istituzioni statali che dovrebbero essere immediatamente pronte a chiarire il crimine. Questo genera preoccupazione nel paese, perché significa che siamo insicuri" aveva detto il vicario Mons. Fonseca .

ASIA/INDIA - Aggressione sui cristiani in Tamil Nadu

Chennai - Quattro persone, tra le quali il leader locale del Bharatiya Janata Party , sono in stato di fermo a Coimbatore, in Tamil Nadu, dopo le violenze e gli atti vandalici compiuti in una sala di preghiera cristiana il 9 dicembre scorso. Come riferito dalla polizia, nella violenza perpetrata dagli estremisti indù tre persone sono rimaste ferite. Come appreso da Fides si è trattato di un'aggressione del tutto gratuita e immotivata, compiuta durante un incontro di preghiera pre-natalizio. La sala di preghiera è gestita dal Pastore Vinod Kumar della comunità cristiana evangelica, a capo della “New Life Profetic Charitable Trust”.Nandkumar, un leader locale del BJP e altri tre militanti hanno fatto irruzione nella sala chiedendo all'assemblea di interrompere la liturgia. L'amministrazione del distretto di Coimbatore in precedenza aveva ordinato che circa 30 di tali sale di preghiera nell’area fossero chiuse, in seguito a obiezioni promosse da parte dei militanti del BJP, che lamentano “rumore e disturbo”. Secondo la polizia, nonostante l'ordine di chiusura dell'aula, i cristiani hanno comunque organizzato una celebrazione che ha indotto l'aggressione dei militanti. I cristiani locali raccontano che l'attacco è stato ordito da un gruppo di estremisti che si sono riuniti appositamente per fermare la liturgia cristiana. Nell'attacco, un cristiano ha riportato una ferita alla testa e una donna ha subito una frattura, mentre altri fedeli hanno riportato ferite lievi.“Non abbiamo fatto niente di male, volevamo solo celebrare il Natale e distribuire alcuni beni ai poveri”, ha detto il Pastore Karthik, presente nella sala.I fedeli cristiani chiedono protezione invitano la polizia a "intraprendere un'azione rigorosa contro gli imputati". La polizia non ha ancora presentato una denuncia ufficiale. I militanti affermano che i cristiani non avevano il permesso di organizzare alcun incontro.Il BJP, partito politico indiano , appartiene alla destra nazionalista indù e governa in India a livello federale ma anche in 18 stati indiani su 29. E' fiancheggiato da organizzazioni paramilitari violente e contrarie alle minoranze religiose come il Rashtriya Swayamsevak Sangh .

ASIA/INDIA - Violenza sui cristiani in Tamil Nadu

Chennai - Quattro persone, tra le quali il leader locale del Bharatiya Janata Party , sono in stato di fermo a Coimbatore, in Tamil Nadu, dopo le violenze e gli atti vandalici compiuti in una sala di preghiera cristiana il 9 dicembre scorso. Come riferito dalla polizia, nella violenza perpetrata dagli estremisti indù tre persone sono rimaste ferite. Come appreso da Fides si è trattato di un'aggressione del tutto gratuita e immotivata, compiuta durante un incontro di preghiera pre-natalizio. La sala di preghiera è gestita dal Pastore Vinod Kumar della comunità cristiana evangelica, a capo della “New Life Profetic Charitable Trust”.Nandkumar, un leader locale del BJP e altri tre militanti hanno fatto irruzione nella sala chiedendo all'assemblea di interrompere la liturgia. L'amministrazione del distretto di Coimbatore in precedenza aveva ordinato che circa 30 di tali sale di preghiera nell’area fossero chiuse, in seguito a obiezioni promosse da parte dei militanti del BJP, che lamentano “rumore e disturbo”. Secondo la polizia, nonostante l'ordine di chiusura dell'aula, i cristiani hanno comunque organizzato una celebrazione che ha indotto l'aggressione dei militanti. I cristiani locali raccontano che l'attacco è stato ordito da un gruppo di estremisti che si sono riuniti appositamente per fermare la liturgia cristiana. Nell'attacco, un cristiano ha riportato una ferita alla testa e una donna ha subito una frattura, mentre altri fedeli hanno riportato ferite lievi.“Non abbiamo fatto niente di male, volevamo solo celebrare il Natale e distribuire alcuni beni ai poveri”, ha detto il Pastore Karthik, presente nella sala.I fedeli cristiani chiedono protezione invitano la polizia a "intraprendere un'azione rigorosa contro gli imputati". La polizia non ha ancora presentato una denuncia ufficiale. I militanti affermano che i cristiani non avevano il permesso di organizzare alcun incontro.Il BJP, partito politico indiano , appartiene alla destra nazionalista indù e governa in India a livello federale ma anche in 18 stati indiani su 29. E' fiancheggiato da organizzazioni paramilitari violente e contrarie alle minoranze religiose come il Rashtriya Swayamsevak Sangh .

ASIA/LIBANO - Anche il Catholicos armeno Aram I deplora le scelte di Trump su Gerusalemme

Antelias – La scelta dell'Amministrazione Usa di trasferire a Gerusalemme l'ambasciata statunitense in Israele ha “ripercussioni negative” su tutto il già instabile scenario mediorientale, e rischia di mettere a repentaglio l'intero processo di pace. Lo ha ribadito Aram I, Catholicos armeno della Grande Casa di Cilicia, nel corso dell'Assemblea generale del Catholicosato, svoltasi nei giorni scorsi ad Antelias, in Libano. In tale occasione, il Catholicos Aram I ha anche sottolineato la necessità di rispettare i diritti legittimi dei palestinesi, e di tutelare le prerogative che ebraismo, cristianesimo e islam esercitano nella Città Santa. La decisione dell’Amministrazione Trump di trasferire la propria ambasciata in Israele a Gerusalemme ha provocato reazioni negative da parte di molti Patriarchi e capi di Chiese e comunità cristiane radicate in Medio Oriente e nei Paesi arabi. Il Patriarcato di Babilonia dei Caldei, in un messaggio firmato dal Patriarca Louis Raphael Sako, ha ricordato che «il dovere degli Stati Uniti d’America, come superpotenza, è quello di favorire la pace, la giustizia e la prosperità in tutto il mondo, e non quello di suscitare controversie e conflitti». Il Patriarca greco-melkita, il siriano Youssef Absi, in una conversazione con l’ambasciatore di Palestina a Beirut ha voluto confermare il sostegno suo e della Chiesa melkita ai diritti del popolo palestinese e il netto rifiuto della decisione statunitense di trasferire nella Città Santa la propria ambasciata in Israele. Mentre il Patriarca copto ortodosso Tawadros II, Primate della più consistente Chiesa radicata nel mondo arabo musulmano, ha fatto sapere che anche lui - come lo Sheikh Ahmed al Tayyeb, Grande Imam di al Azhar - non ha più intenzione di incontrare il Vice Presidente USA Mike Pence, in occasione della prossima visita che il vice di Trump realizzerà in Egitto e in Israele.

ASIA/TAIWAN - Dimissioni dell’Ausiliare di Hwalien

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco ha accettato oggi le dimissioni dall’ufficio di Vescovo Ausiliare della diocesi di Hwalien , presentata da S.E. Mons. John Baptist Tseng Chien-Tsi, Vescovo titolare di Sululi.

AFRICA/CONGO RD - Massacro dei Caschi Blu. Si è voluta colpire la missione ONU per costringerla al ritiro?

Kinshasa - “È difficile attribuire l’attacco ad un gruppo preciso perché le notizie al momento sono scarne” dice all’Agenzia Fides p. Loris Cattani, missionario saveriano e componente della Rete Pace per il Congo, commentando il massacro di 15 caschi blu commesso da un gruppo armato che ha assalito la base della Missione ONU nella Repubblica Democratica del Congo a Semuliki, nel Nord Kivu, nell’est del Paese.L’assalto è iniziato intorno alle 17 del pomeriggio del 7 dicembre ed è durato 3-4 ore, concludendosi verso le 20-21 della sera, provocando oltre ai 15 morti, anche 53 feriti tra i soldati dell’ONU, tutti di nazionalità tanzaniana.L’assalto è stato da alcune fonti attribuiti all’ADF un gruppo di origine ugandese che da decenni imperversa nell’area. P. Loris non ne sembra però convinto ricordando che “lo stesso Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres non ha confermato che siano stati gli uomini dell’ADF ad avere commesso il massacro”. “Non mi sembra che l’ADF abbia la capacità di attaccare una base dell’ONU” continua p. Loris. “L’ONU dice che è stato un assalto ben preparato e organizzato. Per prima cosa hanno colpito il centro di comunicazioni del campo militare impedendo ai Caschi Blu di comunicare con i loro commilitoni per chiedere l’invio di rinforzi e di elicotteri dalle altre basi. Alcuni degli attaccanti sembra che indossassero divise dell’esercito regolare congolese” “C’è chi dice che il massacro dei Caschi Blu sia stato commesso o comunque commissionato da chi vuole la riduzione o addirittura la cancellazione della MONUSCO” dice il missionario. “Che poi abbiano agito attraverso gruppi armati locali come l’ADF o i Mayi Mayi è secondario. Chi ha voluto l’assalto è probabilmente chi da mesi chiede la riduzione o la cancellazione della missione dell’ONU. Ovvero i governativi”.“Occorre aggiungere che ad un chilometro circa dalla base della MONUSCO c’è un campo dell’esercito congolese, i cui militari si recano nella base dell’ONU ogni giorno per ricevere le razioni alimentari. Secondo notizie non confermate, gli assalitori avrebbero sfruttato questa circostanza e si sarebbero introdotti nel campo dell’ONU indossando uniformi dell’esercito regolare, senza suscitare l’allarme dei Caschi Blu. Sono dettagli che vanno però verificati. Si tenga presente infine che non è la prima volta che gruppi di guerriglia abbiano agito indossando uniformi dell’esercito regolare” conclude p. Loris.La RDC sta vivendo una crisi politica e istituzionale dal dicembre 2016, data entro la quale si dovevano tenere le elezioni presidenziali alla scadenza del secondo e ultimo mandato del Presidente Josesph Kabila, che è stato prolungato dall’Accordo di San Silvestro del 31 dicembre 2016 fino alla fine del 2017 per permettere la preparazione del voto presidenziale. Questo è stato però posticipato al 23 dicembre 2018.

AFRICA/CONGO RD - Massacro dei Caschi Blu. Si è voluto colpire la missione ONU per costringerla al ritiro?

Kinshasa - “È difficile attribuire l’attacco ad un gruppo preciso perché le notizie al momento sono scarne” dice all’Agenzia Fides p. Loris Cattani, missionario saveriano e componente della Rete Pace per il Congo, commentando il massacro di 15 caschi blu commesso da un gruppo armato che ha assalito la base della Missione ONU nella Repubblica Democratica del Congo a Semuliki, nel Nord Kivu, nell’est del Paese.L’assalto è iniziato intorno alle 17 del pomeriggio del 7 dicembre ed è durato 3-4 ore, concludendosi verso le 20-21 della sera, provocando oltre ai 15 morti, anche 53 feriti tra i soldati dell’ONU, tutti di nazionalità tanzaniana.L’assalto è stato da alcune fonti attribuiti all’ADF un gruppo di origine ugandese che da decenni imperversa nell’area. P. Loris non ne sembra però convinto ricordando che “lo stesso Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres non ha confermato che siano stati gli uomini dell’ADF ad avere commesso il massacro”. “Non mi sembra che l’ADF abbia la capacità di attaccare una base dell’ONU” continua p. Loris. “L’ONU dice che è stato un assalto ben preparato e organizzato. Per prima cosa hanno colpito il centro di comunicazioni del campo militare impedendo ai Caschi Blu di comunicare con i loro commilitoni per chiedere l’invio di rinforzi e di elicotteri dalle altre basi. Alcuni degli attaccanti sembra che indossassero divise dell’esercito regolare congolese” “C’è chi dice che il massacro dei Caschi Blu sia stato commesso o comunque commissionato da chi vuole la riduzione o addirittura la cancellazione della MONUSCO” dice il missionario. “Che poi abbiano agito attraverso gruppi armati locali come l’ADF o i Mayi Mayi è secondario. Chi ha voluto l’assalto è probabilmente chi da mesi chiede la riduzione o la cancellazione della missione dell’ONU. Ovvero i governativi”.“Occorre aggiungere che ad un chilometro circa dalla base della MONUSCO c’è un campo dell’esercito congolese, i cui militari si recano nella base dell’ONU ogni giorno per ricevere le razioni alimentari. Secondo notizie non confermate, gli assalitori avrebbero sfruttato questa circostanza e si sarebbero introdotti nel campo dell’ONU indossando uniformi dell’esercito regolare, senza suscitare l’allarme dei Caschi Blu. Sono dettagli che vanno però verificati. Si tenga presente infine che non è la prima volta che gruppi di guerriglia abbiano agito indossando uniformi dell’esercito regolare” conclude p. Loris.La RDC sta vivendo una crisi politica e istituzionale dal dicembre 2016, data entro la quale si dovevano tenere le elezioni presidenziali alla scadenza del secondo e ultimo mandato del Presidente Josesph Kabila, che è stato prolungato dall’Accordo di San Silvestro del 31 dicembre 2016 fino alla fine del 2017 per permettere la preparazione del voto presidenziale. Questo è stato però posticipato al 23 dicembre 2018.

ASIA/IRAQ - I cristiani iracheni celebrano la festa di Mar Behnam, nel santuario devastato dai jihadisti

Qaraqosh – Centinaia di cristiani iracheni hanno potuto prendere parte domenica 10 dicembre alle celebrazioni per la festa di Mar Behnam presso il Santuario-Monastero dove sono custodite le reliquie del Santo. Il monastero, a pochi chilometri dalla città di Qaraqosh, nella Piana di Ninive, è in fase di ricostruzione dopo le ingenti devastazioni subite ad opera dei jihadisti dell'autoproclamato “Stato Islamico” . Il progetto di ricostruzione dell'importante luogo di culto è sostenuto in particolare dall'associazione francese Fraternité en Irak. La partecipazione folta di fedeli alle liturgie eucaristiche, celebrate all'aperto, è stato un segnale importante della volontà dei cristiani iracheni di tornare a vivere la propria vita quotidiana, scandita dalle feste e dalle celebrazioni dell'anno liturgico, nei luoghi del proprio radicamento tradizionale. I miliziani jihadisti dell'auto-proclamato “Califfato Islamico” già nel luglio 2014 avevano cacciato i tre monaci siro cattolici che avevano officiato il monastero fino al giorno prima. Anche alcune famiglie residenti presso il monastero erano state espulse. Fin da allora erano state espresse preoccupazioni per il destino del patrimonio custodito nell'antico monastero, risalente al IV secolo e dedicato al principe martire assiro Behnam e a sua sorella Sarah, che costituisce uno dei luoghi di culto più antichi e venerati del cristianesimo siro. Dopo alcuni mesi dall'inizio dell'occupazione jihadista, già nel 2014 i miliziani di Daesh avevano tolto tutte le croci e bruciato antichi manoscritti custoditi nel monastero. Poi, nel 2015, lo avevano devastato in buona parte con cariche di esplosivo, con una furia distruttiva che non aveva risparmiato la tomba del Santo. Lo scorso luglio , le Unità di protezione della Piana Ninive avevano arrestato alcuni membri delle cosiddette “Brigate Babilonia” con l'accusa di aver saccheggiato case private e chiese cristiane, compreso il monastero di Mar Behnam. Le Unità di Protezione della Piana di Ninive rappresentano un'organizzazione militare locale, formata in parte da cristiani autoctoni e costituitasi nel 2014 come milizia di auto-difesa territoriale.Le cosiddette “Brigate Babilonia”, con a capo Ryan al Kildani , rivendicano anch'esse la loro etichetta di milizia composta da cristiani, anche se risulta documentato il loro collegamento con milizie sciite come le Unità di Protezione popolare anch'esse operanti nell'area. .

AFRICA/SUDAN - Campagna contro la violenza di genere promossa dalle donne del Paese

Khartoum – Si è appena conclusa una iniziativa promossa dai centri per i diritti delle donne sudanesi che hanno lanciato la campagna Women's Initiative and Building Trust. L'iniziativa era stata lanciata nel contesto degli eventi organizzati contro i venditori di tè, quasi tutte donne, a Khartoum per combattere la violenza contro le donne. La campagna ha avuto una durata di 16 giorni e si è conclusa ieri, 10 dicembre. Tra le tematiche affrontate sono emerse la violenza di genere e il grande impegno portato avanti da varie organizzazioni per combattere il fenomeno in Sudan.Tra queste vi hanno preso parte il Sima Centre for Training and Protection of Women and Children's Rights, il Gender centre, Sobat, Asimat, e Alaq che, per l’occasione, hanno promosso una serie di iniziative ed eventi.Il Sima Centre di Khartoum ha denunciato il fatto che la circoncisione genitale femminile e la violenza domestica non sono ancora state criminalizzate in Sudan. “La campagna punta all’eliminazione delle violenze sessuali, sociali ed economiche contro le donne”, ha dichiarato la responsabile del Sima, in una nota pervenuta a Fides, e ha anche aggiunto che le violenze sessuali riguardano prevalentemente il genere femminile.Rispetto alla ‘violenza economica’, gli attivisti hanno inoltre denunciato la recente imposizione di multe contro i venditori ambulanti di tè a Khartoum che di solito sono donne. Si stima che attualmente siano più di 8 mila. Negli anni passati la polizia nella capitale sudanese ha intrapreso campagne di confische, sequestri o sfratti nei confronti di queste lavoratrici.Tra le principali violenze denunciate dalle donne nel Paese emergono quelle coniugali o familiari, mutilazioni genitali, matrimoni precoci o forzati, stupri a volte di massa, sfruttamento sessuale da parte di datori di lavoro o nell’ambito del circuito della tratta, altre forme di sfruttamento, e violenza fisica, psicologica ed economica. In uno studio pubblicato nel 2016 dall’economista Hassan Abdelati, Segretario Generale del Sudan National Civic Forum, è emerso che l’88.6% dei venditori di tea di Khartoum sono sfollati o migranti dalle zone rurali. Sempre secondo il Dr. Abdelati, il settore dei venditori di tè si sta espandendo a causa dell’inflazione, della guerra, delle difficili condizioni economiche, dell’analfabetismo e degli scarsi standard di istruzione delle donne.

AMERICA/PUERTO RICO - Appello dei leader religiosi: “No a nuove tasse, altrimenti la ripresa sarà impossibile”

Washington – “Se il Congresso tratta i cittadini americani che vivono a Puerto Rico in modo diverso rispetto ai cittadini americani che vivono nei 50 Stati, considerando la nostra isola come una giurisdizione straniera, riteniamo che la ripresa per la nostra isola sarà quasi impossibile”: lo hanno scritto in una lettera indirizzata al Congresso statunitense, i principali leader religiosi di Puerto Rico, l’Arcivescovo di San Juan, Mons. Roberto O. González Nieves OFM, e il segretario della Società biblica di Puerto Rico, il rev. Heriberto Martínez-Rivera.Nella lettera, inviata anche a Fides, i leader esprimono le loro preoccupazioni, e chiedono "rispettosamente, che tutti i membri del Congresso garantiscano che un piano di riforma fiscale finale non imponga nuove tasse a Porto Rico".Lavorando insieme al network religioso Jubilee USA e a gruppi religiosi statunitensi, l'Arcivescovo e il leader evangelico hanno impegnato il Congresso per quasi due anni per sollecitare politiche che promuovano la crescita economica e riducano il carico di debiti paralizzante dell'isola e l'alto tasso di povertà infantile. Nella lettera che hanno scritto al Congresso, sottolineano il rischio che, in una situazione già gravissima, decine di migliaia di posti di lavoro americani potrebbero essere persi a Puerto Rico se il comitato del Senato e della Camera non toglierà l'accisa dalla legislazione finale."Se il Congresso non riesce a rimuovere questa accisa nel pacchetto fiscale finale, sarà come colpire Puerto Rico con un altro uragano" ha detto il direttore di Jubilee USA, Eric LeCompte, che assiste i leader religiosi di Puerto Rico e collabora con gruppi di esperti delle Nazioni Unite. "Prima degli uragani, avevamo a che fare con una grave crisi finanziaria e quasi la metà di tutti i bambini portoricani vivevano in condizioni di povertà – sottolinea LeCompte - ora stiamo affrontando una crisi umanitaria in piena regola, che il Congresso potrebbe risolvere per il meglio o addiruttura per il peggio".

ASIA/ AFGHANISTAN - “La nuova frontiera della missione è il dialogo di vita”

Città del Vaticano - “Le difficoltà e le conquiste interiori dei cattolici in Afghanistan sono specchio di quelle vissute dalle comunità nel nostro mondo occidentale. Obbligati a recuperare l’essenziale della vita cristiana, immersi in una popolazione a larga maggioranza di altra religione o non credente, vivono in un clima di testimonianza senza ostentazioni, di dialogo con la vita, al di là delle guerre e degli attentati, ritrovando la propria identità in un’autentica fede”: è quanto dice all’Agenzia Fides il Barnabita p. Giovanni Rizzi, professore ordinario di Teologia alla Pontificia Università Urbaniana e autore dei libri “80 anni in Afghanistan” e “I parroci di Kabul: dal re ai talebani”, dedicati al resoconto degli 80 anni trascorsi dai suoi confratelli Barnabiti in terra afgana. Racconta p. Giovanni: “Era il 1921 quando il re Amanullah volle accontentare i diplomatici occidentali, che chiedevano assistenza religiosa cattolica. Fu coinvolta da subito l’Italia, tra i primi paesi occidentali a riconoscere politicamente l’indipendenza dell’Afghanistan dall’Inghilterra. Fu poi Pio XI a decidere di rivolgersi ai Barnabiti”. Tra governo afgano, italiano e Santa Sede fu stipulato un accordo, mai revocato nel corso degli anni, che prevedeva un’unica vera condizione: evitare ogni forma di proselitismo presso la popolazione locale, per la quasi totalità musulmana. Nel 2002, quella che inizialmente era una semplice assistenza spirituale all’interno di un’ambasciata, fu elevata a Missio sui iuris da Giovanni Paolo II.Parlando a Fides, p. Rizzi sottolinea che “per comprendere bene il senso della presenza dei Barnabiti in Afghanistan, è utile guardare all’immagine biblica di San Paolo a Malta, raccontata negli Atti degli Apostoli : quella terra non faceva parte dei piani pastorali dell’apostolo, che vi approdò in seguito a un naufragio. E infatti non vi fu nessuna evangelizzazione esplicita dei nativi del posto da parte di Paolo. Erano pagani, profondamente legati alle loro concezioni religiose, incompatibili con la fede cristiana. Tuttavia, spiega padre Giovanni, la loro generosità nei confronti dei naufraghi era esemplare e, a sua volta, Paolo dava loro ciò che poteva: guariva i malati. “L’episodio è profetico. Fino a quel momento - prosegue - qualsiasi rapporto tra l’annuncio missionario cristiano e le varie forme di religiosità pagane si era rivelato fallimentare. A Malta, invece, si apre improvvisamente un’altra strada: il dialogo della vita, dove ciascuno dà quello che ha e riceve quello che l’altro può dare. E' una nuova frontiera della missione”. Nella stessa prospettiva, osserva p. Rizzi, va compresa la presenza dei Barnabiti a Kabul: “I miei confratelli stanno vivendo la stessa esperienza di Paolo a Malta: forse non avrebbero mai scelto la missione in Afghanistan, dove non si può evangelizzare. Eppure, è sempre stato loro possibile intessere un dialogo di vita, in una dinamica in cui hanno ricevuto e hanno dato tanto. Ho imparato soprattutto questo, raccogliendo le loro testimonianze”.In Afghanistan, paese al 99% musulmano, ad oggi, vi è un’unica parrocchia, con sede all’interno dell’Ambasciata italiana a Kabul, frequentata da circa un centinaio di persone, quasi esclusivamente membri della comunità diplomatica internazionale. Sono operative, inoltre, l’organizzazione inter-congregazionale di religiose “Bambini pro-Kabul” e le Suore di Madre Teresa di Calcutta. Fino al 2016 vivevano nella capitale afgana anche le Piccole Sorelle di Charles De Foucauld. In opere sociali ed educative avviate nel paese sono impegnati anche i gesuiti indiani del Jesuit Refugees Service ed altre organizzazioni di ispirazione cristiana. La Costituzione del 2004 definisce l’Afghanistan una "Repubblica Islamica" , mentre l’articolo 2 della Carta garantisce ai non musulmani il diritto di esercitare liberamente la propria religione nei limiti delle leggi vigenti. L’articolo 3, subordina la "conformità di tutte le leggi" ai principi e alle regole della religione islamica, rendendo dunque la sharia, pur senza nominarla, principale fonte di diritto.

ASIA/GIAPPONE - Rinuncia del Vescovo di Naha e nomina del suo successore

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco ha accettato oggi la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Naha presentata da Sua Ecc. Mons. Berard Toshio Oshikawa, O.F.M. Conv. Il Papa ha nominato Vescovo della stessa sede, il P. Wayne Berndt, O.F.M. Cap., finora parroco di Yonabaru.Il nuovo Vescovo è nato il 15 maggio 1954 a Fitchburg, Diocesi di Worcester, U.S.A. Entrato nell’Ordine dei Francescani Cappuccini di New York , ha emesso la prima professione il 16 agosto 1976 e la professione perpetua il 28 giugno 1980. Giunto in Giappone nel 1981, ha studiato la lingua giapponese a Tokyo fino al 1983. È stato ordinato sacerdote il 21 maggio 1983 a Yonkers, in New York.Dopo l’Ordinazione sacerdotale ha ricoperto i seguenti incarichi: 1983-1984 Vicario parrocchiale a Miyako ; 1984-1986: Vicario parrocchiale a Koza/Futenma/Awase ; 1986-1997: Parroco di Futenma ; 1986-1998: Docente straordinario presso l’Università di Riukyus ; 1994-2000: Ministro della Custodia dei PP. Cappuccini; 2000-2002: Parroco di Kumagaya, ; 2001-2005: Ministero nel Centro dei Migranti Open House ; 2002-2005: Parroco di Higashi Matsuyama ; 2005-2010: Parroco di Omiya e Ministero nel Centro dei Migranti ; 2009-2014: Ministro della Custodia dei PP. Cappuccini; 2010-2014: Parroco di Oroku ; dal 2014: Parroco di Yonabaru .

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