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ASIA/TURCHIA - Interferenze e pressioni nel processo di elezione del nuovo Patriarca armeno

Istanbul – L'Arcivescovo Karekin Bekdjian, attuale “locum tenens” del Patriarcato armeno di Costantinopoli, all'inizio di ottobre ha inviato una lettera ai possibili candidati al ruolo di nuovo Patriarca, nel quadro del processo elettorale in corso per scegliere il successore di Mesrob II Mutafyan . I potenziali candidati al ruolo patriarcale devono essere nati in Turchia o comunque appartenere a una famiglia di nazionalità turca. Solo 11 membri del clero patriarcale rispondono a tale criterio selettivo. Nel frattempo, si susseguono episodi che fanno pensare a un tacito boicottaggio delle istituzioni turche rispetto al processo di elezione patriarcale in atto. L'ultimo segnale in questo senso viene dalle dichiarazioni di Bedros Şirinoğlu, Presidente della Fondazione dell'Ospedale armeno Surp Pırgiç: secondo Şirinoğlu – che non nasconde i propri contatti di alto livello nelle istituzioni nazionali – gli apparati turchi non gradiscono che a gestire il processo elettorale in qualità di “locum tenens” del Patriarcato armeno sia l'Arcivescovo Bekdjian. Lo stesso Bekdjian ha risposto alle dichiarazioni di Şirinoğlu riferendo di non aver ricevuto nessun segnale ufficiale di sfiducia da parte delle istituzioni turche. Anche se viene confermato che le lettere ufficiali indirizzate fin da agosto dal Patriarcato armeno alle autorità turche per sollecitare il riavvio delle procedure per l'elezione del Patriarca non hanno ancora avuto risposta. .

ASIA/FILIPPINE - Marawi è libera: ora urge lo sviluppo economico delle zone musulmane

Cotabato - La città di Marawi, sull'isola filippina di Mindanao, nel Sud del paese, è stata liberata: l'esercito regolare ha ripreso il pieno controllo di tutto il territorio, che il 23 maggio scorso era stato invaso e occupato da militanti islamisti, fedeli allo Stato Islamico , che per cinque mesi hanno tenuto testa e combattuto, asserragliati nei palazzi del capoluogo, mentre i militari assediavano la città. La conferma ufficiale della liberazione è giunta dal presidente filippino Rodrigo Duterte che, in visita nella città, ha ringraziato i soldati impegnatisi nell'impresa di libare Marawi e ha ufficialmente dato il via alla fase della ricostruzione .Sono oltre 1.000 le vittime del conflitto durato 148 giorni: 163 soldati, 822 militanti e 47 civili. Ieri l'esercito aveva confermato l'uccisione dei principali leader terroristi che hanno guidato l'occupazione, Omar Maute e Isnilon Hapilon, uccisi dalle truppe governative nelle prime ore della notte di lunedì 16 ottobreIn un messaggio inviato a Fides, il Vescovo Edwin de la Pena, alla guida della Prelatura apostolica di Marwai, auspicava che “la morte dei leader terroristi porti alla fine delle ostilità e all'inizio di una nuova vita per la città”, dove anche la Cattedrale cattolica è stata saccheggiata e danneggiata.Interpellato dall’Agenzia Fides p. Eliseo Mercado, missionario degli Oblati di Maria Immacolata, alla guida dell'Institute for Autonomy and Governance nella “Notre Dame University”, università cattolica a Cotabato City, esprime contentezza per la fine del conflitto ma aggiunge: “Ora inizia una battaglia di idee. L'estremismo violento contro il rispetto e la costruzione della pace e del bene comune; il radicalismo islamico contro il dialogo, la convivenza e l'inclusivismo. Per vincere questa competizione, urge un approccio globale, non solo militare. Urge soprattutto che, nelle aree a maggioranza musulmana dell’isola di Mindanao, il governo lavori alacremente per l'istruzione, l'occupazione, lo sviluppo economico, lo sradicamento della povertà, la costruzione di infrastrutture. Solo così sarà possibile togliere terreno alla propaganda dell'Isis, finanziata dall'estero, e indebolire l'influenza dei gruppi radicali sulla popolazione musulmana di Mindanao”.P. Mercado, tra i massimi esperti della questione islamica a Mindanao e oggi consulente dell’Ufficio presidenziale per il processo di pace, spiega: “Siamo felici per Marawi, che ora è in macerie e che sarà tutta nuova. Ma in altre città di Mindanao, come Zamboanga, Cotabato, Iligan, potrebbe ripetersi un'azione dei terroristi. La sfida oggi è togliere fiato ed efficacia alla loro narrazione, e questo è possibile solo realizzando in concreto l'idea di includere pienamente le comunità islamiche nella società filippina, strappandole dall'emarginazione e dalla povertà”. In questo senso, rileva "l'approvazione della Bangsamoro Basic Law, che istituisce una nuova regione autonoma musulmana, potrebbe aiutare". In tale cornice, la Chiesa “si fa promotrice si un dialogo a tutto tondo e di un nuova, ampia piattaforma di cooperazione islamo-cristiana”, conclude p. Mercado.

AFRICA/MADAGASCAR - Allarme peste: il contributo di ospedali e dispensari cattolici per le cure

Antananarivo – In Madagascar è in corso un’epidemia di peste polmonare, la forma più grave e mortale della peste, che secondo il Ministero della Salute del paese ha interessato finora almeno 343 persone e ha causato la morte di 42.“In questo periodo di inquietudini e di afflizioni in Madagascar, la Commissione Episcopale per la Pastorale della Sanità esprime la preoccupazione della Chiesa per le famiglie di defunti, persone contagiate dalla peste e tutta la comunità” si legge nella lettera di Mons. Marie Fabien Raharilamboniaina, Vescovo di Morondava e Presidente della Commissione Episcopale per la Pastorale della Salute, pervenuta a Fides.“Sosteniamo l’impegno del Governo che attraverso il Ministero della Sanità pubblica lotta contro il proliferare della peste”, continua il Vescovo. “La Chiesa desidera essere vicina al personale sanitario e incoraggiarlo a continuare questa lotta con perseveranza e fiducia. Esorta tutti ad intensificare la pulizia e l’igiene degli ambienti e a mettere in pratica le raccomandazioni del Ministero della Sanità pubblica e dell'Oms in caso di malattia e decessi”.Il Vescovo continua dicendo che la Chiesa “invita tutti a non respingere i casi sospetti e gli ammalati di peste, ad assumersi tempestivamente la responsabilità di evidenziare qualsiasi minimo sintomo perché la peste è curabile, a vigilare su qualsiasi tentativo di corruzione e manipolazione politica di fronte alla debolezza della popolazione, ed essere pronti a comunicare i casi sospetti.” “I dispensari cattolici sono chiamati a contribuire e collaborare attivamente nella cura dei malati, rispettando tutte le misure precauzionali richieste. La Madonna del Rosario ci accompagni in questa lotta, la grazia e la pace di Nostro Signore Gesù Cristo siano sempre con noi” conclude mons. Raharilamboniaina.Sul tema è intervenuta anche l’Organizzazione mondiale della Sanità, avvertendo che il morbo si sta diffondendo rapidamente, e presenta un alto grado di contagio. Tra le prime misure per contenere l’emergenza, il Primo ministro, Olivier Mahafaly Solonandrasana, ha annunciato il divieto di riunioni pubbliche numerose, soprattutto nella capitale Antananarivo e nelle principali città.Dal 1980 la peste riappare ogni anno nel Paese, generalmente da ottobre a marzo. Il primo decesso tuttavia è stato registrato il 28 agosto scorso. Secondo il Pasteur Institute, la peste ha colpito 40mila persone in Africa e Asia negli ultimi 15 anni.

ASIA/IRAQ - Nuovi venti di guerra sulla Piana di Ninive

Telkaif - Le “Brigate Babilonia”, formazione delle milizie di protezione popolare che contano nei propri ranghi anche miliziani cristiani, hanno intimato alle milizie curde Peshmerga di abbandonare tutte le aree della Piana di Ninive sotto il loro controllo, ricevendo il rifiuto dei contingenti militari che rispondono al governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Nei giorni scorsi, proprio i Peshmerga avevano arrestato alcuni membri del clan familiare di Ryan al Keldani , capo delle cosiddette “Brigate Babilonia”. Fonti curde hanno riferito che i Peshmerga dispiegati nella Piana di Ninive risponderanno militarmente a tutte le componenti armate che proveranno ad attraversare il confine delle aree da loro controllate. Le intimazioni delle “Brigate Babilonia” e l'ipotesi di un loro attacco alle postazioni Peshmerga sono solo un sintomo dei nuovi conflitti che dopo il referendum indipendentista del Kurdistan sembrano incombere su ampie regioni nord-irachene appena liberatesi dall'occupazione o dall'assedio jihadista del sedicente Stato Islamico . Fra le “aree contese” tra il governo di Baghdad e le forze indipendentiste del Kurdistan, oltre alla regione petrolifera di Kirkuk, figura anche la Piana di Ninive, area di tradizionale radicamento delle comunità cristiane autoctone. Le tensioni tra “Brigate Babilonia” e i Peshmerga curdi alimentano preoccupazioni anche tra i cristiani che negli ultimi mesi erano tornati ai propri villaggi della Piana di Ninive, dopo aver vissuto a lungo come profughi, negli anni in cui Mosul e una parte della provincia di Ninive erano in mano ai jihadisti di Daesh. I profughi cristiani ritornati alle proprie case temono di vedere la Piana di Ninive di nuovo trasformata in terreno di battaglia, stavolta tra i curdi Peshmerga contrapposti all'esercito iracheno, o alle “Brigate Babilonia e a altre forze di mobilitazione popolare che hanno preso parte alle operazioni militari contro i jihadisti di Daesh.

AMERICA - Un Sinodo per 9 paesi che coinvolge più di 500 popoli

Lima – È affascinante e singolare l’iniziativa di Papa Francesco annunciata domenica 15 ottobre prima della preghiera dell'Angelus: "Accogliendo il desiderio di alcune Conferenze Episcopali dell’America Latina, nonché la voce di diversi Pastori e fedeli di altre parti del mondo, ho deciso di convocare un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019. Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta". Il Papa lo aveva già suggerito nel recente incontro con i Vescovi del Perù, in Vaticano per la visita ad limina: un Sinodo dedicato a riflettere sui popoli e le nazioni che vivono nella foresta pluviale dell'Amazzonia, i popoli di nove paesi: Brasile , Perù , Bolivia , Colombia , Ecuador , Venezuela , Suriname, Guyana e Guyana francese ."Si tratta di pensare che questo Sinodo deve essere un'esperienza territoriale incarnata - ha dichiarato a Fides Mauricio López, Segretario Esecutivo della REPAM, Rete Ecclesiale Panamazzonica -. E' vero che è un Sinodo che rappresenta lo sforzo dei Vescovi e della Chiesa, per rispondere ad una realtà che emerge e che ha una particolare importanza per il pianeta, ma perché non sia solo per la Panamazonia, vogliamo che sia un Sinodo con carattere profondamente territoriale, vale a dire, che siano presenti le voci di chi ci vive. Da un lato i Vescovi ovviamente, ma soprattutto la vita religiosa incarnata che viene donata ogni giorno in quel territorio da sacerdoti, missionari e laici, maschi e femmine".Il Cardinale Claudio Hummes, come Presidente della REPAM, ha sottolineato che “i popoli, specialmente i popoli indigeni, e le comunità amazzoniche sono protagonisti della propria storia. In questo caso, dovrebbero essere anche soggetti della propria voce all'interno del Sinodo. Per far sì che possiamo avere uno sguardo sull’orizzonte del loro futuro, in termini politici, economici, culturali, sociali e religiosi”. Il Cardinale si è detto molto contento per la decisione di convocare il Sinodo perché, secondo le sue parole, “non solo è di una importanza universale, ma perché avrà delle ripercussioni universali”. "Sarà celebrato a Roma, affinché il Papa possa essere con noi ogni giorno in questo Sinodo, e possa quindi avere una ripercussione mondiale sull'importanza della missione nella Chiesa, dei missionari di tanti secoli fa, ma soprattutto dei missionari di oggi e di tutta la gente dell'Amazzonia. Per noi della Chiesa in Brasile e degli altri paesi PanAmazonici".Nella regione amazzonica dell'America del Sud, ci sono 2.779.478 aborigeni appartenenti a 390 popoli indigeni e 137 popoli "non ancora coinvolti" completamente. Sono persone che parlano 240 lingue diverse che appartengono a 49 settori linguistici più importanti dal punto di vista storico e culturale.

ASIA/INDIA - Preghiera per sette cristiani dell’Orissa, in carcere da innocenti

Kochi – La Chiesa in India si ritrova in preghiera per il rilascio di sette cristiani innocenti dello stato indiano di Orissa, in carcere da nove anni. I loro nomi sono: Bhaskar Sunamajhi, Bijay Sanseth, Buddhadev Nayak, Durjo Sunamajhi, Gornath Chalanseth, Munda Badamajhi e Sanatan Badamajhi. Come appreso da Fides, i sette, originari del distretto di Kandhamal, teatro dell’ondata di violenza anticristiana nel 2007 e nel 2008, sono accusati ingiustamente di essere tra i responsabili dell'uccisione del leader indù Swami Laxmanananda Saraswati, freddato in Orissa il 23 agosto 2008. Un tribunale distrettuale li ha condannati nel 2013, e un processo di appello è in corso all’Alta Corte di Cuttack. L’udienza del processo è stata rinviata per diverse volte. L’episodio della morte del leader indù fu la scintilla che fece esplodere la violenza anticristiana nel 2008. I cristiani furono accusati in modo pretestuoso dell’omicidio, poi rivendicato e attribuito ai gruppi maoisti. Nei giorni scorsi, in una assemblea di sacerdoti tenutasi in Kerala sul tema “Che cosa è successo a Kandhamal?”, i presenti hanno ricordato che la Chiesa indiana ha organizzato veglie di preghiera per il Salesiano indiano p. Tom Uzhunnalil, rapito in Yemen e poi liberato. “Ora urge pregare per gli innocenti di Kandhamal”, nota a Fides il giornalista e intellettuale cattolico Anto Akkara, che ha viaggiato molte volte nel distretto e ha scritto diversi libri sull’argomento. In uno di questi libri-inchiesta, dal titolo “Chi ha ucciso Swami Laxmanananda?”, il giornalista riporta prove che scagionano i sette cristiani. Alcuni sacerdoti, in collaborazione con Akkara, hanno elaborato una speciale preghiera che sarà diffusa tra le comunità cattoliche in Orissa e in altri stati dell’India. Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici indiani, in tutto il territorio, hanno confermato che si uniranno alla campagna di preghiera per le sette vittime innocenti. “Non ho dubbi che la fede deve condurre all'azione. Il sangue dei martiri ispirerà i fedeli a supportare i senza voce. Dopo il lancio della campagna, migliaia hanno già iniziato a pregare per gli innocenti di Kandhamal”, dichiara Akkara a Fides.Attivisti per i diritti umani, operatori sociali, giornalisti e leader della Chiesa hanno contestato le conclusioni del tribunale distrettuale che ha condannato i sette cristiani in primo grado: il verdetto si è basato sulla teoria di una cospirazione che mancava di prove e di autenticità. Akkara ha anche lanciato una petizione online per il rilascio dei sette, inviandola al Giudice capo della Corte Suprema dell'India, al Presidente dell'India e al Presidente della Commissione nazionale per i diritti umani. “Questo è per me un viaggio di fede. Il Signore ha guidato il mio cammino negli ultimi nove anni, e la petizione e la campagna di preghiera sono emerse dal desiderio di verità e di giustizia”, conclude Akkara.Il distretto di Kandhamal, nello Stato di Orissa ha vissuto tensioni intercomunitarie e un’ondata di violenza senza precedenti durante il Natale nel 2007 e poi a partire da agosto 2008. La violenza, durata almeno quattro mesi, ha ucciso più di 100 persone e ha reso più di 56.000 senza tetto.

AFRICA/EGITTO - Vescovo copto: l'assassino del sacerdote Samaan è un criminale noto alle forze di sicurezza, non uno “psicolabile”

Il Cairo – Il giovane egiziano Ahmed Said al-Sonbati, che giovedì 13 ottobre ha ucciso a pugni e coltellate il sacerdote copto Samaan Shahata in una strada periferica del Cairo, non è una persona affetta da disturbi mentali, ma un criminale già conosciuto dalle forze di polizia per precedenti atti di violenza. Lo sottolinea con nettezza Anba Stephanos, Vescovo copto ortodosso di Beba, al Fashn e Samasta, per confutare le versioni rilanciate dai media egiziani che interpretano l'omicidio del sacerdote come un atto violento commesso da una persona priva di senno. Tali voci sono state di fatto accreditate dalle stesse fonti ufficiali del ministero degli interni, che hanno attribuito precedenti penali – come il tentativo di dar fuoco alla propria casa o le violenze fisiche commesse contro il proprio padre- che ne attesterebbero lo stato di “disordine mentale”. Il sacerdote copto Samaan Shetata, sposato e padre di tre figli, appartenente a una diocesi dell'Alto Egitto, si trovava al Cairo per raccogliere fondi a vantaggio dei poveri della sua regione di provenienza, quando è stato aggredito e massacrato per strada da Ahmed Said al-Sonbati. Dopo l'omicidio, il Vescovo copto ortodosso Raphael, Segretario del Santo Sinodo della Chiesa copta ortodossa, ha diffuso un comunicato in cui tra le altre cose deplora il fatto che molti criminali e terroristi artefici di violenze contro i cristiani non siano stati colpiti da alcuna pena, mentre alcuni sono stati rilasciati dopo l'arresto. Tale anomalia – ha sottolineato Anba Raphael – contribuisce a diffondere l'impressione che i crimini commessi contro cittadini cristiani restino spesso impuniti.

AFRICA/SOMALIA - Lo scontro tra Qatar e Arabia Saudita dietro l’attentato di Mogadiscio?

Mogadiscio - Ci potrebbe essere la crisi del Golfo tra Qatar e Arabia Saudita dietro all’attentato di Mogadiscio del 14 ottobre che ha provocato, secondo l’ultimo bilancio ancora provvisorio, almeno 300 morti e più di 200 feriti. È questa una possibile interpretazione presentata all’Agenzia Fides da Luca Puddu, Senior Africa Analyst, presso l’Institute of Global Studies, esperto di Somalia.“Con tutta la prudenza del caso, si può dire che, se il governo di Mogadiscio ha accusato il movimento degli al Shabaab di aver commesso l’attentato, questo atto così sanguinario che colpisce la popolazione civile, non contribuisce a rinsaldare l’immagine di movimento di liberazione nazionale sulla quale gli Shabaab cercano di costruire la propria retorica” spiega il ricercatore. “D'altro canto gli Shabaab hanno negato di essere i responsabili dell’esplosione. Vista la contingenza del momento penso che l’attentato miri a indebolire il governo federale, che è già sotto accusa per l’estradizione in Etiopia, circa un mese fa, di Abdikarin Sheikh Muse, membro di spicco dell’Ogaden National Liberation Front , che ha suscitato fortissime proteste dell’opposizione parlamentare. Questa ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti del Premier Hassan Ali Khayre” dice Puddu. “Occorre inoltre contestualizzare le vicissitudini della Somalia, compreso l’ultimo attentato, nel grave scontro nel Golfo Persico tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti da una parte, e Qatar dall’altra. Il governo federale somalo mantiene formalmente una posizione neutrale in questo scontro, ma di fatto sostiene più o meno apertamente il Qatar. Mogadiscio ha messo a disposizione il suo spazio aereo alla Qatar Airlines per ovviare alla chiusura dello spazio aereo di Arabia Saudita e degli Emirati, i cui governi hanno esercitato ripetute pressioni sulle autorità federali somale perché prendessero una posizione di netta condanna nei confronti del Qatar. Finora però il governo federale ha resistito alle pressioni” ricorda Puddu.“D'altronde il Presidente Mohamed Abdullahi "Farmajo" Mohamed ha vinto le elezioni di quest’anno grazie anche all’aiuto finanziario del Qatar. Di fatto sta costruendo un asse preferenziale con il Qatar, e soprattutto con la Turchia, alleata di Doha, che sta costruendo una base militare in Somalia, per addestrare gli ufficiali e i sottufficiali dell’esercito somalo” aggiunge il ricercatore.“La politica filo-quatariota di "Farmajo" è però contestata dalla maggior parte degli Stati della Federazione, come il Puntland, per non parlare del Somaliland, che accoglie a Berbera una base degli Emirati. L’8 ottobre a Chisimaio si sono riuniti i Presidenti degli Stati regionali per discutere della riforma costituzionale e del processo di pace, in maniera del tutto indipendente dal governo federale”. “Quindi si è creata una forte spaccatura tra i governi federati e quello federale, con i primi schierati con l’Arabia Saudita e gli Emirati, e il secondo con il Qatar. In questo contesto l’attentato di Mogadiscio mira a indebolire ulteriormente il governo federale, dimostrando che non è in grado di garantire la sicurezza di Mogadiscio. Si ricordi che quello della sicurezza è stato il discorso prioritario dell’attuale Presidente nella sua vittoriosa campagna elettorale” conclude il ricercatore. A ulteriore riprova di questa tesi, nell’esplosione è stata colpita anche l’ambasciata del Qatar, secondo quanto ha dichiarato il Ministro degli Esteri di Doha, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani.

ASIA/INDIA - Aumento dei crimini sui dalit: allarme della Chiesa

New Delhi – “Le crescenti atrocità sui dalit danno l'impressione che l'India stia tornando all'età di Manu Smriti, quando i dalit erano trattati peggio degli schiavi”: è quanto dice a Fides l'Arcivescovo Thomas Menamparampil, ora emerito, che ha guidato per anni l’arcidiocesi di Shillong, nel Nordest dell’India, e ha lavorato alla Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia, riferendosi all’antico sistema basato su testi sacri indù risalente all’anno 100 dopo Cristo,I “paria” o “dalit” sono i “fuoricasta” o 5ª casta nel sistema sociale e religioso induista, che include anche i tribali.“I media hanno riferito recentemente che un uomo dalit di 21 anni è stato picchiato a morte presumibilmente da un gruppo di uomini appartenenti a una casta superiore nel distretto di Anand, in Gujarat. Secondo le notizie, è stato ucciso solo per motivi di casta, spiega mons. Menamparampil.In un altro incidente due dalit sono stati picchiati alla fine di settembre nel villaggio di Limbodra, nel distretto di Gandhinagar. Attivisti dalit hanno protestato a Gandhinagar il 4 ottobre segnalando le crescenti violenze contro i dalit. Nel luglio del 2016 quattro dalit sono stati legati a una macchina e frustati per la presunta uccisione di una vacca, mentre stavano solo rimuovendone la carcassa. “Durante le elezioni di Lok Sabha del 2014, il primo ministro Narendra Modi aveva parlato del modello di sviluppo del Gujarat come ideale. Le atrocità compiute sui dalit in Gujarat ribadiscono che qualcosa è fondamentalmente sbagliato nel modello sociale del Gujarat. Il governo del Gujarat non è riuscito a fermare la discriminazione nei confronti dei dalit e gli attacchi su innocenti continuano”, rileva mons. Menamparampil.Recenti studi e indagini evidenziano una diffusa discriminazione nei confronti dei dalit, specialmente nei distretti rurali. L’organizzazione “Dalit Sangathan Gujarat”, che ne difende i diritti, parla di “atteggiamento letargico del governo in Gujarat”: “Il governo aveva assicurato che il caso dei dalit frustati pubblicamente sarebbe stato affrontato in 60 giorni. Un anno dopo, i 12 accusati sono fuori dal carcere su cauzione. In tali circostanze, come si spera nella giustizia in questo sistema?”La Costituzione indiana prevede un'azione rigorosa contro le atrocità sui dalit, ma la legge non viene attuata. Il 3 ottobre scorso il quotidiano indiano “Times of India” riportava le cifre dei reati contro i dalit. "I casi di atrocità contro i fuoricasta sono cresciuti drasticamente da 26.127 nel 2005 a 45.003 nel 2015. Gli analisti affermano che dopo la salita al potere centrale del Baratiya Janata Party , le atrocità contro i dalit sono cresciute”.Secondo l’Arcivescovo emerito di Shillong “il BJP ha adottato diverse strategie per catturare i voti dei dalit, ma d’altro canto le organizzazioni estremiste indù che fiancheggiano quel partito, come il Sangh Parivar e Rashtriya Swayamsevak Sangh , non hanno cambiato mentalità e glorificano l’era di Manu Smriti”. Secondo Savarkar, un ideologo del RSS, “il codice Manu Smriti è una scrittura adorabile per la nostra nazione indù ed è base della nostra cultura, costumi, pensieri e pratiche". Tra queste pratiche molte sono discriminatorie e perfino derisorie verso i dalit.“Gruppi come il Sangh Parivar vorrebbero reintrodurle nell’India odierna, o tenere dalit e tribali nella nazione senza dare loro pari dignità, diritti e libertà”, spiega a Fides p. Suresh Mathew, OFM, frate francescano indiano. E aggiunge: “Finché resta al potere un governo influenzato e guidato dall'ideologia dell'Hindutva e da Manu Smriti, le discriminazioni e le violenze sui dalit sono destinate ad aumentare. La nuova generazione di leader dei dalit deve lavorare congiuntamente con le forze secolari per impedire la deriva della società indiana verso Manu Smriti”.

ASIA/MYANMAR - Buddisti e cristiani del Myanmar attendono la visita del Papa

Yangon – Buddisti e cristiani in Myanmar aspettano con entusiasmo la visita di Papa Francesco in Myanmar dal 27 al 30 novembre. Dal 12 ottobre, davanti alla Cattedrale dell'Immacolata Concezione a Yangon, campeggia un enorme manifesto con l’immagine di Papa Francesco, che annuncia il viaggio e gli dà il benvenuto nel paese.“Siamo grati a Dio e a Papa Francesco per la sua prossima visita in questo paese di maggioranza buddista. E’la prima volta che ospitiamo un Papa. Ci auguriamo che la sua presenza e la sua visita possano servire alla promozione della pace e della riconciliazione” dice a Fides Zarni Saya, giovane cattolico della diocesi di Pathein“Il tema scelto dal Papa come leit-motiv del viaggio, la pace e la riconciliazione, è significativo per tutti nel paese. La società in Myanmar ha sofferto molto in passato. Oggi si registra nella nazione maggiore apertura per la libertà e la speranza, nonostante le molte sfide che il paese si trova ad affrontare, inclusa la delicata questione dei musulmani rohingya dello Stato Rakhine”, rimarca SayaPer il monaco buddista Sucitta, “la presenza del Papa infonderà buona volontà in tutti. La società in generale può trovare la strada per un rinnovamento”.“La visita del Papa nel paese sarà un simbolo dell’attenzione di Dio per questo popolo che ha sofferto molto nei decenni passati: sono certa che incoraggerà tutti a lavorare insieme per la prosperità e lo sviluppo”, aggiunge Esther Byu, che in passato è stata Segretario esecutivo della Commissione per le donne nell’organismo ecumenico Conferenza cristiana dell'Asia. .Secondo il programma ufficiale della visita, reso noto dalla Santa Sede, martedì 27 novembre a Nay Pyi Taw, si svolgerà la cerimonia di benvenuto nel Palazzo presidenziale, dove il Papa incontrerà il Presidente Htin Kyaw, e Aung San Suu Kyi, ministro degli Esteri. Nel pomeriggio pronuncerà un discorso alla società civile e al corpo diplomatico, quindi farà ritorno in aereo a Yangon. La mattina del 29 novembre, Francesco presiederà la messa nella Kyaikkasan Groun di Yangon. Nel pomeriggio sono previsti due appuntamenti: il primo è l’incontro con il Consiglio supremo “Sangha” dei monaci buddisti, il secondo con i Vescovi del Paese, nella Cattedrale di Yangon. Quest’ultima sarà anche il luogo della messa papale con i giovani del giorno successivo, 30 novembre, alle ore 10. Poi la partenza per il Bangladesh dove il Papa sosterà fino al 2 dicembre. La popolazione del Myanmar è di oltre 51 milioni di persone, prevalentemente buddista. Secondo dati del governo relativi al 2016, in Myanmar ci sono 88,9% buddisti, 6,3% cristiani, 2,3% musulmani, 0,5% indù, 0,8% animisti, 0,2% altri e altre piccole minoranze non appartenenti a nessuna religione. I cattolici sono circa 700.000, divisi in 16 diocesi.

AMERICA/BOLIVIA - Impegno per la difesa della vita, nella famiglia, per la democrazia: una Chiesa "in uscita"

Sucre – Impegnarsi a intervenire in maniera più decisa in difesa della vita dei più vulnerabili, contro il traffico degli esseri umani, nell’ambito della migrazione e contro il pericolo di perdere la democrazia: è l'obiettivo espresso dagli oltre 1.500 partecipanti al VII Congresso Missionario Nazionale tenutosi a Sucre. Come appreso da Fides, Vescovi, sacerdoti e laici, hanno partecipato all'assemblea dal titolo "Il Vangelo è gioia, Annunzialo!". Il VII Congresso Missionario ha permesso ai cattolici della Bolivia di “analizzare la loro responsabilità profetica nella società, nella famiglia, nella politica e in tutte le aree dove abbiamo bisogno della presenza del Vangelo di Gesù”, recita la nota inviata a Fides da una fonte locale.Nelle conclusioni, lette ieri nella cerimonia di chiusura svoltasi presso l’auditorium della scuola Sagrado Corazon, i partecipanti hanno constatato che c'è "una testimonianza debole e una passività di fronte ad eventi e nuove leggi che depenalizzano e promuovono l'aborto, impongono l'ideologia del gender contraria all'identità naturale della persona, e influenzano la famiglia e la società".Rafforzati dal Vangelo e dallo Spirito Santo, dopo cinque giorni di incontro, i missionari hanno concluso che la Chiesa cattolica, maggioritaria in Bolivia, dovrebbe essere più coinvolta nella lotta contro la tratta e il traffico di persone, per la protezione delle vittime, e deve affrontare con maggiore forza il problema della migrazione dalla campagna alla città.La missione profetica dovrebbe incoraggiare i missionari ad essere presenti nelle organizzazioni sociali, nei consigli di zona, nei sindacati, nelle università, anche a livello politico, soprattutto per la difesa della vita e dei diritti umani. Allo stesso modo è necessaria una maggiore attenzione alla famiglia, per le situazioni di abbandono, separazione e divorzio.Venerdì 13 ottobre, nella Messa concelebrata da diversi Vescovi e sacerdoti in Plaza 25 de Mayo, il Presidente della Conferenza Episcopale Boliviana, Sua Ecc. Mons. Ricardo Centellas, ha invitato tutti a diventare una “Chiesa in uscita”, ad uscire fuori in strada per incontrare i bambini, i giovani, i lavoratori, i migranti e le comunità contadine, e presentare loro il Vangelo di Gesù come risposta ai tentativi del governo di imporre una cultura di morte. Ha poi denunciato la manipolazione della vita fatta da interessi ideologici ed economici che contraddicono la vita, e non rispettano i diritti umani. Mons. Centellas ha chiesto di “non permettere che la divisione sia più forte dell'unione delle famiglie, delle parrocchie e della patria boliviana. Siamo apostoli dell’unità!”.Poi ha aggiunto molto energicamente davanti a centinaia di persone che partecipavano all'Eucaristia: "Non possiamo permettere ai populismi di diventare gradualmente dittature nella nostra società, non possiamo permetterle di uccidere il TIPNIS . Pertanto, davanti a questa cultura di morte, nello spirito di Gesù, dobbiamo dire che non ci sconfiggerete".La parola finale è toccata all'Arcivescovo di Sucre, Mons. Jesús Juárez, come diocesi ospite dell’ evento: dopo aver ringraziare gli organizzatori per il buon esito di un incontro così grande, ha ricordato che "si tratta di adempiere a questi compiti come missionari, nella preparazione del V Congresso Missionario Americano che si svolgerà a Santa Cruz fra pochi mesi".

VATICANO - Tra i nuovi Santi anche i Protomartiri del Brasile, “frutto del lavoro missionario”

Roma – Tra i beati che saranno canonizzati il 15 ottobre da Papa Francesco, figurano anche due sacerdoti portoghesi e un gruppo di laici, che vennero martirizzati nel 1645 nello stato brasiliano del Rio Grande do Norte, mezzo secolo dopo l’inizio dell’evangelizzazione di quelle terre. Due comunità, quella di Cunhaù guidata da padre André de Soveral e quella di Natal il cui parroco era padre Ambrosio Francisco Ferro, furono massacrate insieme ai loro pastori a distanza di pochi mesi. Il loro ricordo è sempre stato vivo nella comunità locale, in quanto considerati fulgido esempio di fedeltà alla Chiesa e di impegno missionario.L’Arcivescovo di Natal, Mons. Jaime Vieira Rocha, ha dichiarato: “Questi martiri, per la nostra Chiesa e il Brasile, sono un messaggio perenne della convinzione con cui vivere la fede e soprattutto in un mondo così ostile, dove la secolarizzazione influenza tutte le istanze della società e soprattutto la vita umana, è un momento in cui torniamo ai valori più alti, è un messaggio molto eloquente di valori superiori, valori eterni, il sangue versato per il nome di Cristo, per la Chiesa e per la gloria di Dio, è una grande benedizione per tutti noi”. I missionari gesuiti e i sacerdoti diocesani portoghesi avevano iniziato l’evangelizzazione degli indios e la costituzione delle prime comunità cattoliche nello stato brasiliano del Rio Grande do Norte nel 1597. Le guerre di religione che sconvolsero in quel periodo l’Europa e i paesi colonizzati, fecero sbarcare in quei territori francesi e olandesi, di fede calvinista, che accesero forti conflitti e portarono alla restrizione della libertà di culto per i cattolici e alla loro persecuzione.Nell’anno 1645 avvennero due massacri di cattolici. Il 16 luglio, nella chiesa della Madonna della Purificazione e delle Candele di Cunhaù, una settantina di fedeli, quasi tutti contadini, erano riuniti per la Messa domenicale celebrata dal loro parroco, padre André de Soveral, che già dal 1606 era impegnato nell’evangelizzazione degli indios del Rio Grande do Norte. Subito dopo la consacrazione, un gruppo armato di soldati olandesi e di indios delle tribù Tapuias e Potiguari irruppe in chiesa, sbarrò le porte e massacrò i fedeli indifesi, tranne cinque portoghesi che furono presi in ostaggio. Oltre a quello del parroco, l’unico nome conosciuto è quello del laico Domingo Carvalho.Il 3 ottobre dello stesso anno anche i membri della comunità di Natal subirono il martirio. Pur essendosi nascosti per cercare di sfuggire alla persecuzione, furono catturati dai soldati olandesi insieme al loro parroco, padre Ambrogio Francisco Ferro, e radunati in un posto isolato presso Uruacu, dove circa duecento indios li seviziarono e li lasciarono morire tra atroci tormenti, abbandonando i loro corpi alle intemperie e agli animali. Sono stati accertati i nomi di 28 martiri, uomini e donne, tra cui diversi giovani e bambini. San Giovanni Paolo II, alla beatificazione di questi martiri, avvenuta in San Pietro il 5 marzo 2000, in concomitanza con i cinquecento anni di evangelizzazione del Brasile, disse nell’omelia: “In questo vasto paese, non erano poche le difficoltà d'evangelizzare. La presenza della Chiesa è stata lentamente affermata attraverso l'attività missionaria di vari ordini religiosi e sacerdoti del clero diocesano. I martiri beatificati oggi… appartengono a questa generazione di martiri che bagnando il suolo nazionale lo rende fertile per la generazione di nuovi cristiani. Sono i primi frutti del lavoro missionario, Protomartiri del Brasile."

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Centrafrica, la faticosa ricerca della pace, in mezzo alla violenza

Nella storia della Repubblica Centrafricana c’e un “prima” e un “dopo” la visita di Papa Francesco. Il paese era finito sotto i riflettori dei media mondiali nel novembre 2015 grazie alla visita del Santo Padre e l’apertura della prima Porta Santa e del Giubileo della Misericordia proprio a Bangui, la sua capitale, diventata così la “capitale spirituale del mondo”.La visita di Papa Francesco giungeva alla vigilia del referendum costituzionale e delle elezioni presidenziali che si sarebbero tenuti a dicembre e che dovevano segnare una svolta verso la stabilizzazione del Paese. L’ “effetto Francesco” si è avvertito soprattutto nella capitale Bangui, ma è pur vero che in molta parte del paese resta nelle mani dei gruppi armati della “Seleka”, con massacri, violenze e soprusi di ogni genere. Come è perché è nata e si è sviluppata questa drammatica situazione? Una ricostruzione storica aiuta a comprenderlo. Link correlati :Continua a leggere la News analysis su Omnis terra

AMERICA/STATI UNITI - Il 18,5% delle famiglie ispaniche vive sotto la soglia di povertà

Washington – Gli ispanici negli Stati Uniti costituiscono il gruppo che soffre maggiormente la fame e la povertà, ben al di sopra della popolazione totale, secondo un'analisi dell'organizzazione "Pan para el Mundo" pubblicata in questi giorni sulla base dei dati raccolti e verificati dagli enti statali. Secondo l'organizzazione caritativa cristiana, nel 2016 il 18,5% delle famiglie latinoamericane doveva lottare per avere cibo sufficiente per vivere, rispetto al 12,3% delle famiglie non latine.Quasi un ispanico su cinque ha vissuto in povertà, rispetto ad un tasso di povertà generale del 12,7%. L'insicurezza alimentare ha un grave impatto sui bambini poiché il 24% dei bambini latini ha maggiori probabilità di non avere accesso ad un’alimentazione nutriente rispetto al 14% dei bambini non latini, quasi il doppio. Inoltre il 30% delle famiglie guidate da un ispanico senza documenti e quasi il 35% delle famiglie latine guidate da madri single, vivono sotto la soglia di povertà.Il Vescovo cristiano Jose Garcia, consigliere esecutivo dell'organizzazione, ha affermato che nonostante il ruolo chiave degli ispanici nel rafforzamento dell'economia americana e nonostante i loro grandi sforzi, "ci sono milioni di famiglie che non possono permettersi di sostenersi". "Con un'economia più forte, il nostro paese può investire meglio in programmi che riducano la fame e la povertà" ha aggiunto. Nel suo rapporto, pervenuto a Fides, l'organizzazione informa che secondo gli studi effettuati i latini sono pagati meno e hanno tassi di disoccupazione più elevati rispetto alla popolazione in generale.Alla presentazione del rapporto, il Vescovo Garcia ha invitato le autorità a investire nei programmi di assistenza pubblica e a non tagliare i programmi già esistenti: "I tagli di bilancio ora discussi nel Congresso indeboliscono le comunità latine e minano la capacità della nostra nazione di porre fine alla fame".“Pan Para el Mundo” è una associazione cristiana che esorta i leader degli Stati Uniti a combattere la fame in questo paese e nel mondo. "Siamo incoraggiati dalla grazia di Dio in Gesù Cristo per lavorare per un mondo senza fame" si legge nella loro presentazione. L’impegno è rivolto al cambiamento di quelle politiche, programmi e condizioni che permettono la persistenza della fame e della povertà. “È possibile sradicare la fame nel nostro tempo. Ognuno di noi, ma soprattutto il nostro governo, deve fare la sua parte. Al Congresso e con la sola firma, si possono reindirizzare milioni di dollari attraverso politiche pubbliche che interessano milioni di persone. Se le nostre voci vengono ascoltate al Congresso, contribuiremo a rendere più giuste e compassionevoli le leggi della nostra nazione e così potremo sradicare la fame."

ASIA/LIBANO - Manifestazione di profughi cristiani iracheni: non vogliamo turnare in Iraq, dateci i permessi per emigrare

Beirut – Alcune decine di profughi cristiani iracheni hanno organizzato mercoledì 11 ottobre una manifestazione a Beirut, davanti agli uffici dell'Alto Commissariato per i Rifugiati, per chiedere alle autorità competenti che siano rimossi gli ostacoli posti alle loro richieste di espatrio verso altri Paesi, depositate da tempo negli uffici competenti di diverse rappresentanze diplomatiche straniere operanti nella capitale libanese. I dimostranti hanno ribadito con cartelli e slogan che non hanno alcuna intenzione di essere rimpatriati in Iraq, e hanno anche espresso considerazioni critiche nei confronti delle proprie rispettive autorità ecclesiastiche, sostenendo che anche esse contribuiscono a frenare e ostacolare la concessione di permessi per l'espatrio, perché temono di veder diminuire in maniera irreparabile la presenza cristiana in Iraq.La manifestazione conferma l'impressione che buona parte dei profughi cristiani fuoriusciti dall'Iraq non hanno alcuna intenzione di ritornare nel proprio Paese, e non intendono nemmeno radicarsi in Libano, ma sperano di emigrare in breve tempo verso qualche nazione occidentale.

ASIA/GIAPPONE - L'Arcivescovo Takami: “Justo Takayama Ukon, un esempio per i cristiani di oggi”

Roma – “Il samurai di Cristo, Justo Takayama Ukon – beatificato il 7 febbraio 2017 a Osaka – ha vissuto una vita cristiana autentica, onesta, sincera, profonda. E’ stato riconosciuto come martire, anche se non è stato ucciso. E' stato perseguitato e ha dovuto abbandonare tutta la sua ricchezza e il suo status sociale. Il suo esempio è molto importante e prezioso per noi. E' significativo per i fedeli del nostro tempo. Come nostra consuetudine, noi Vescovi giapponesi abbiamo ringraziato personalmente il Santo Padre Francesco per la beatificazione. Per questo siamo venuti in Vaticano, e siamo felici anche di ricordare e celebrare il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Giappone”: lo dice all’Agenzia Fides l'Arcivescovo Joseph Mitsuaki Takami, alla guida dell'arcidiocesi di Nagasaki e Presidente della Conferenza Episcopale del Giappone.“I cristiani in Giappone hanno bisogno di riferirsi e di imparare da Ukon”, nota l’Arcivescovo. “Forse a causa della mentalità e della cultura giapponese – spiega – i nostri fedeli sono restii a parlare della loro fede cristiana agli altri. Piuttosto attendono. Avremmo bisogno oggi di un annuncio evangelico più esplicito. Ricordiamo che Ukon era molto felice di aver ricevuto da Dio il dono della fede cristiana e ne ha parlato a tutte le persone che aveva intorno: amici, sudditi, conoscenti. E tanti di loro si sono avvicinati alla fede grazie a queste sue parole. In tal senso Ukon è un esempio da seguire. Esiste nella mentalità comune la convinzione che la fede sia quasi un ‘affare di famiglia’, cioè che solo in una famiglia già cattolica possano esserci nuovi battezzati. Bisogna superare questo paradigma”. Inoltre, aggiunge l’Arcivescovo, “Ukon ha messo sempre Dio al primo posto. Ha preferito il Signore Gesù Cristo alle sue proprietà, alla vita agiata, senza alcun dubbio. Questo suo esempio oggi ci fa pensare a quante volte i beni materiali ci separano da Dio. Ogni giorno un battezzato deve scegliere Dio e troppo facilmente i giapponesi , in una società secolarizzata, danno priorità ai beni materiali: la prima preoccupazione è quella”.Nell'odierno Giappone, conclude, “è molto importante riflettere sulla missione della Chiesa e la recente Lettera che il Papa ci ha rivolto, consegnataci dal Cardinale Fernando Filoni nel recente viaggio, ci ha stimolato e ci fa riflettere sull’importanza dell’evangelizzazione. Le sfide nella nostra terra sono tante. Viviamo in una società che non sembra molto interessata alla vita spirituale, ma che è piuttosto centrata sull'economia. La carità di Cristo ci interpella. Urge dare ai nostri fedeli un approfondimento della fede e una maggiore formazione. Siamo fiduciosi che, grazia alla figura di Ukon, e con la grazia di Cristo, sapremo mettere in moto un rinnovamento della mssione”.

ASIA/CINA - Mons. Matteo Hu Xiande, pastore instancabile e appassionato promotore dello studio della Bibbia

Ningbo - Alle prime ore del 25 settembre scorso, è deceduto all’età di 83 anni, S.E. Mons. Matteo Hu Xiande, Vescovo di Ningbo , nella provincia di Zhejiang . Da qualche giorno era ricoverato in ospedale perché malato di cancro. Nato il 27 agosto 1934 nella provincia di Zhejiang, venne battezzato nel 1949. Nel settembre del 1950 entrò nel seminario minore della diocesi di Ningbo, e nel 1957 passò a quello di Xujiahui, Sheshan. Nel 1965 dovette lasciare il seminario a causa della persecuzione e fu detenuto nei campi di lavori forzati fino al 1978. Una volta rilasciato dai campi di rieducazione, lavorò come semplice contadino nel suo villaggio natale fino al 1984. Nel 1985 ebbe l’opportunità di riprendere i corsi di teologia nel seminario di Shanghai e il 21 novembre 1985 venne ordinato sacerdote. Dal 1987 al 2000 fu parroco di Cixixinpu, dove profuse tutto il suo impegno pastorale per costruire una comunità cattolica vivace. Nominato Vescovo Coadiutore di Ningbo, il 14 maggio 2000 venne consacrato da S.E. Mons. Giuseppe Ma Xuesheng, al quale succedette nella guida della Diocesi l’8 maggio 2004.È stato un pastore instancabile per la rinascita della comunità ecclesiastica di Ningbo, quasi scomparsa negli anni della rivoluzione culturale. È stato anche un appassionato promotore dello studio della Bibbia. Ha inoltre incoraggiato la diffusione del Concilio Ecumenico Vaticano II e aggiornato i testi liturgici. Nella sua vita ha sofferto molto per la Chiesa e, nonostante le prove, ha perseverato nella fede e nella fedeltà al Papa. Alla sua morte, il Successore ha preso possesso della diocesi di Ningbo. Per tre giorni la salma di Mons. Hu è stata onorata nella chiesa di Jianbei da numerose persone, che lo hanno sempre amato e rispettato come loro pastore. La mattina del 27 settembre è stata celebrata la Messa esequiale, mentre i funerali si sono svolti il giorno seguente, con una gremita partecipazione di sacerdoti e di fedeli. Oggi la diocesi di Ningbo conta circa 23 mila fedeli, una trentina di sacerdoti e altrettante suore.

AMERICA/COLOMBIA - La “notte orribile” di Tumaco: abbandono, violenza e morte, frontiere invisibili, narcotraffico

Tumaco – “Tutti questi atti di violenza e di morte che si sono verificati lungo la storia della nostra regione, ai quali dobbiamo aggiungere l'abbandono e l'emarginazione da parte dello Stato a cui è stata sottoposta la nostra zona, hanno creato lo scenario propizio per far nascere e crescere i gruppi armati nel nostro paese, favorendo anche l'ingresso della corruzione nelle nostre istituzioni": così inizia il duro comunicato della diocesi di Tumaco , pervenuto a Fides, che denuncia la situazione “orribile” in cui vive la popolazione."Il Vescovo, il clero e gli operatori pastorali, consapevoli di quanto accade - abbandono dello stato, violenza, narcotraffico, indifferenza, povertà e emarginazione -, invitano ad analizzare la nostra situazione e a scoprire la speranza, il dialogo e l'ordine come la via per superare questa orribile notte" è scritto nel testo.Il comunicato informa poi di una realtà che i media non segnalano con la dovuta evidenza: "ci sono morti selettive, la riattivazione delle ‘frontiere invisibili’, c'è un'altra volta il controllo sociale di gruppi armati illegali, ci sono persone scomparse, l’aumento del consumo di droga fra i giovani, gli spostamenti forzati e i reclutamenti forzati di bambini e bambine". "Ecco perché diventa più grave ancora - continua il testo - la morte di 6 persone il 5 ottobre a Tandil. Tutto questo è per noi motivo di indignazione" . Il comunicato denuncia come causa principale delle "strutture di peccato della società, il narcotraffico, che ha sconvolto la realtà e ha distrutto famiglie e progetti di vita, personale, familiare e comunitaria".Mons. Orlando Olave Villanoba invita energicamente le autorità a chiarire ogni situazione di scontro violento, in modo speciale quello avvenuto il 5 ottobre a Tandil. Quindi chiede al governo centrale di presentare progetti di sviluppo per la zona abbandonata e infine incoraggia la comunità a continuare a sperare nell'ordine e nella sicurezza che vengono dalla forza con cui ognuno rompe i legami con qualsiasi attività illegale o violenta, per costruire insieme agli altri una autentica comunità.Le cosiddette "frontiere invisibili" sono da lungo tempo un incubo per la popolazione. Se nelle città è relativamente facile individuarle, in quanto ogni quartiere è sotto il potere di una banda criminale e quindi è pericoloso avventurarvisi se non vi si abita, nella campagna, abbandonata dallo Stato, la situazione era e rimane ancora molto diversa. In alcune zone del paese le FARC o altri gruppi della guerriglia o i gruppi armati del narcotraffico, stabiliscono dei confini che dividono e chiudono popolazioni intere, piccoli centri abitati o gruppi di contadini, che desidererebbero vivere in pace e invece si ritrovano ad essere bersaglio della violenza tra gruppi armati criminali.

AFRICA/SUD SUDAN - La pace si costruisce con la preghiera: visita della Comunità di Taizè in Sud Sudan

Rumbek – La pace nasce dal cuore di ogni uomo e si costruisce, nella società e nella nazione, attraverso la preghiera: questo il messaggio lasciato dai rappresentanti della Comunità di Taize ai giovani delle scuole in Sud Sudan. Come appreso da Fides, le ragazze di una scuola secondaria cattolica in Sud Sudan, sotto la guida delle Suore di Loreto, continuano oggi a trorre ispirazione dalla Comunità di Taizé, comunità ecumenica fondata in Francia. Sr. Orla Treacy, preside della “Loreto Girls Secondary school” nella diocesi cattolica di Rumbek, nel Sud Sudan, racconta a Fides l'incontro tra le ragazze del suo istituto e le comunità di Taizé presenti in Kenya e in Francia: “Abbiamo coltivato una lunga amicizia con la comunità Taize in Kenya, grazie alle visite di fratello Luc di Nairobi in Sud Sudan. L'anno scorso due delle nostre diplomate hanno trascorso tre mesi con la comunità e con i giovani di Taize in Francia” continua Sr. Orla.La “Loreto Girls Secondary school” di Rumbek ha sfornato 116 giovani diplomate tra il 2011 2017 e attualmente la scuola ha 240 ragazze iscritte. Parlando della recente visita di due frati di Taizé alla scuola del Sud Sudan, Sr. Orla ha racconta a Fides l'apprezzamento degli studenti per il messaggio della comunità di Taizé: “Il messaggio di Taizé è quello della riconciliazione e della pace: un tema prezioso e che oggi ci parla in Sud Sudan. Avevamo chiesto a fratel Luc di tornare a condividere con noi lo spirito della loro comunità e siamo stati ancora più felice quando mi ha detto che anche fratel Alois, il Priore di Taizé, sarebbe venuto volentieri a visitare il Sud Sudan”.I due fratelli di Taizè hanno trascorso trascorsero diversi giorni a Juba prima di venire a Rumbek. A Juba, hanno visitato gli sfollati nei campi profughi. Arrivati a Rumbek, hanno visitato la comunità cattolica locale e le comunità religiose, trascorrendo anche una mattinata in visita al lebbrosario appena fuori di Rumbek. Nel pomeriggio, l’incontro con le giovani, con cui hanno pregato, letto la Bibbia, cantato.Sr. Orla spiega a Fides: “Data la situazione che viviamo in Sud Suda, pur nelle difficoltà e in un clima sociale conflittuale, cerchiamo sempre di trovare i modi per aiutare le ragazze a connettersi profondamente con Dio e per trovare la pace dentro di sé”. E le ragazze hanno imparato ad apprezzare e amarene lo stile di preghiera e i canti della comunità di Taizè, continuando a pregare in quel modo anche quando i due frati sono partiti.Il Sud Sudan, la nazione più giovane al mondo, dopo diversi mesi di tensioni politiche è sprofondato nella guerra civile a dicembre 2013 quando gli ufficiali di sicurezza fedeli al presidente si sono scontrati con quelli fedeli al vicepresidente Riek Machar.In tale contesto il messaggio lasciato alle ragazze da fratel Luc “è stato un messaggio di pace e un forte incoraggiamento. Fratel Alois ha ricordato alle ragazze di pregare per la pace in Sud Sudan e per i giovani del Sud Sudan. Ha invitato le ragazze a portare la luce di Cristo nella loro vita, l’unica che può dare speranza e apce a ogni cuore”, conclude Sr. Orla Treacy.

VATICANO - Si apre la causa di beatificazione del Card. Celso Costantini

Roma – Il 17 ottobre, nel giorno della sua nascita al cielo avvenuta 59 anni fa, si apre nella Cattedrale di Concordia Sagittaria, diocesi di Concordia-Pordenone, la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione del Card. Celso Costantini . Parroco e poi vicario generale di questa diocesi, alla fine della prima guerra mondiale si impegnò a riorganizzare l’attività pastorale, ricostruire le chiese distrutte e assistere i sopravvissuti, oltre a promuovere l’arte cristiana. Amministratore apostolico di Fiume, si adoperò per la salvezza di questa martoriata città in circostanze storiche particolarmente difficili.“Nominato Delegato apostolico in Cina – è scritto nell’Editto del Vescovo di Concordia Pordenone, Mons. Giuseppe Pellegrini – vi presiedette il primo Concilio Cinese, nel 1924, si impegnò convintamente per la formazione del clero autoctono e preparò la consacrazione dei primi Vescovi cinesi, fondò nel 1927 la Congregatio Discipulorum Domini, primo istituto religioso maschile cinese, inaugurò l’Azione Cattolica cinese e l’Università Fu Jen a Pechino. Da Segretario della Sacra Congregazione de Propaganda Fide, si attivò per la costituzione delle gerarchie indigene e l’inculturazione cristiana. Durante la seconda guerra mondiale aiutò molte persone in pericolo di vita. Divenuto Cardinale e Cancelliere di Santa Romana Chiesa, si impegnò per la pace nel mondo e per il rinnovamento della Chiesa, proponendo allo scopo la convocazione di un concilio ecumenico”.“Si respira una enorme attesa in diocesi, perché la figura di Celso Costantini è estremamente viva” dice all’Agenzia Fides mons. Bruno Fabio Pighin, Delegato episcopale per la Causa, Professore ordinario di diritto canonico a Venezia, spiegando che dalla figura storica, sempre ben conosciuta, sono emersi i tratti di santità di Costantini, e aggiunge: “abbiamo già ricevuto testimonianze di grazie che si ritengono ricevute per sua intercessione”. Il Card. Costantini ha scritto moltissimo, e se da un lato ciò facilita per alcuni aspetti il lavoro di indagine, dall’altro ne aumenta la complessità, comunque vi si sta già lavorando da tempo sottolinea mons.Pighin.All’apertura della fase diocesana saranno presenti una trentina di sacerdoti, tutti di origine cinese, della Congregatio Discipulorum Domini, fondata da Costantini, guidati dal Superiore generale e dal suo Consiglio, che sono in Italia per la celebrazione dei 90 anni dell’istituto e l’apertura del processo. Per questo sono stati ricevuti in udienza da Papa Francesco, che “si è mostrato particolarmente felice di accoglierli”, racconta mons. Pighin che li accompagnava. Uno di loro, padre Simon Ee Kim Chong, che attualmente studia in Italia, è stato nominato Vice postulatore della causa di beatificazione.

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