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ASIA/INDIA - L’Orissa, teatro di violenza anticristiana, diventa luogo di pellegrinaggio e di ispirazione

Bhubaneswar – Le vittime della violenza anticristiana perpetrata nello stato indiano di Orissa nel 2007 e 2008 “sono testimoni di una fede autentica, che ha superato prove e persecuzioni, e oggi ispirano molte persone in India e all'estero”: lo dice all’Agenzia Fides l’Arcivescovo John Barwa, che guida l’arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar, nello ststao indiano dell’Orissa . Il distretto di Kandhamal, teatro di quella violenza, è diventato “un luogo di pellegrinaggio per ascoltare la testimonianza dei sopravvissuti e quindi condividere la solidarietà con le vittime, persone povere a livello economico ma forti e ricche a livello spirituale”, spiega il VescovoCome appreso da Fides, di recente a Kandhamal si è recata una delegazione di 45 donne, rappresentanti di 14 regioni indiane, convocate dalla Conferenza episcopale dell’India per l'incontro nazionale sul tema "Il ruolo delle donne nel creare la famiglia". La delegazione era guidata da mons. Jacob Mar Barnabas, presidente della Commissione episcopale nazionale per le donne e da suor Talisha Nadukudiyil, Segretaria della Commissione.Dopo la visita, mons. Jacob Mar Barnabas ha detto a Fides: “ Abbiamo visitato una terra di martiri, abbiamo un'esperienza di fede molto ricca che dobbiamo proclamare. Queste persone hanno bisogno della nostra solidarietà. Abbiamo condiviso il loro dolore e la sofferenza vissuta per la fede in Gesù. Queste persone hanno condiviso la sua stessa croce. Anche noi siamo chiamati a vivere e proclamare che Cristo è il Signore, come le persone di Kandhamal. Questa loro esperienza può essere molto importante soprattutto per i giovani indiani”. “Siamo chiamati a non restare solo spettatori. Di fronte a questi nostri fratelli e sorelle che hanno dimostrato tanto coraggio nel difendere la fede, non basta mostrare simpatia e sentire la loro storia: urge impegnarsi, come unica comunità, per l’intero processo di ricostruzione. Solo allora la nostra visita sarà feconda. Questo è un compito per tutta la Chiesa in India”, ha aggiunto mons. Barnaba.“Mio marito ha sacrificato la sua vita per non rinnegare Cristo. Il suo sacrificio mi ha reso più forte nella fede in Gesù. Ogni mio singolo respiro è il soffio della fede in Gesù che mio marito ha testimoniato”, ha detto ai presenti, tra le lacrime, la vedova Kanakarekha Nayak, moglie del cristiano Parikit Nayak, aggredito e torturato dai militanti induisti. “Questa visita ha generato commozione e sono stato davvero ispirato e rafforzato nella fede in Gesù”, dice Chinama Jacob, donna cattolica di Delhi, dopo aver ascoltato queste storie. “Vorrei venire a Kandhamal e insegnare agli studenti locali”, aggiunge Mary Lucia dal Tamil Nadu“Molte donne hanno espresso il desiderio di aiutare economicamente e materialmente lòa comunità locale”, rimarca suor Bibiana Barla, segretaria regionale della Commissione per le donne dei vescovi in Orissa.Tutto il gruppo delle donne in visita è stato commosso dalla condivisione delle esperienze degli abitanti del villaggio, tutta gente molto povera. “Anche se la gente è povera e perfino analfabeta, la loro fede è ferma nella parola di Dio” spiega a Fides suor Talisha Nadukudiyil, promettendo l’impegno a coltivare cooperazione e amicizia.Nell’ondata di violenza indiscriminata perpetrata a Kandhamal nel 2008, circa 100 cristiani furono uccisi da militanti estremisti indù, 600 villaggi cristiani furono rasi al suolo, 5.600 case furono saccheggiate, 295 chiese e altri luoghi di culto distrutti, insieme con 13 scuole e lebbrosari. Circa 56.000 cristiani di Kandhamal dovettero fuggire per salvarsi e sono divenuti profughi. Durante la violenza, ai fedeli veniva detto che la condizione per poter restare in quel distretto era diventare indù.

AFRICA/CAMERUN - “Siamo disgustati per le violenze contro la popolazione” affermano i Vescovi della Provincia di Bamenda

Yaoundé - “Accuse infondate”. Così il Ministro delle Comunicazioni del Camerun, Issa Bakary Tchiroma, ha qualificato i report di massacri di protestanti nelle regioni anglofone del Nord-Ovest e del Sud-Ovest, perpetrati dall’esercito domenica 1° ottobre, quando è stata simbolicamente proclamata l’indipendenza dell’Ambazonia, il nome dato alle due regioni dal movimento secessionista .Tra coloro che hanno denunciato le violenze vi sono i Vescovi della Conferenza Episcopale della Provincia di Bamenda , che in una dichiarazione del 4 ottobre, pervenuta solo ora a Fides, stigmatizzano “le varie forme di violenza e di atrocità che hanno martoriato gran parte delle città e dei villaggi delle regioni del Nord Ovest e del Sud Ovest, che coincidono con il territorio della Provincia ecclesiastica di Bamenda, con conseguente perdita di vite umane”.I Vescovi denunciano: “i nostri fedeli sono stati perseguiti fin dentro le loro case, alcuni sono stati arrestati, altri mutilati e altri ancora meramente colpiti a morte, alcuni dagli elicotteri, compresi teenager inoffensivi e anziani”Esprimendo dolore “per le vittime e per le sofferenze dei feriti e di chi ha perso le proprietà per i saccheggi e gli incendi, e per coloro che sono in pena per le persone care disperse o rapite”, i Vescovi denunciano “l’atmosfera di guerra” che si è instaurata nell’area. A farne le spese sono stati anche i fedeli che si recano a Messa. “Domenica 1° ottobre 2017, a sacerdoti e laici è stato impossibile, per la pesante presenza militare nelle strade, recarsi in chiesa e quindi non hanno potuto esercitare il loro diritto costituzionale di libertà di culto. In alcune aree, abbiamo notato con disgusto che alcuni cristiani sono stati intossicati dai gas lacrimogeni mentre uscivano dalla Messa” afferma la dichiarazione.“Notiamo, con imbarazzo e vergogna, che il Ministro della Comunicazione ha elogiato la professionalità delle Forze Armate, in totale disprezzo del fatto che alcuni degli atti di brutalità e di barbarie contro la popolazione sono stati commessi da parte di alcuni membri delle stesse forze armate. Il Ministro della Comunicazione non era adeguatamente informato o sta ingannando la comunità nazionale e internazionale” affermano i Vescovi. “L'intronizzazione delle menzogne, non aiuta a costruire la nazione. Piuttosto distrugge gli sforzi dei camerunesi onesti e timorati di Dio che cercano veramente di essere liberi e responsabili. Oggi, almeno nelle regioni del Nord Ovest e Sud-Ovest del Camerun, c'è un enorme divario di credibilità tra la popolazione e l'amministrazione”.

EUROPA/SPAGNA - I missionari, “eroi anonimi”

Santiago di Compostela – I missionari “sono eroi anonimi, sono esseri umani scelti per sopportare le difficoltà. Coraggiosi e figli obbedienti, dotati di pazienza e forza. Benevoli verso le debolezze. Esempi di resistenza morale. Grazie a tutti i missionari per averci insegnato, con le loro opere, che un atto d'amore apparentemente insignificante può abbracciare l'umanità ferita”: così ha detto ieri, 11 ottobre, nella Cattedrale di Santiago di Compostela, la cantante spagnola Luz Casal, leggendo, a nome di tutta la Chiesa spagnola, l'annuncio del “Domund” , e offrendo ai presenti la sua testimonianza, in un evento presieduto dall'Arcivescovo della diocesi, mons. Julián Barrio.Come appreso da Fides, la cantante ha dedicato gran parte del suo annuncio a valorizzare l’opera dei missionari: questi “mostrano che il dono della loro vita va molto oltre la solidarietà”, ha ricordato, sottolineando come la Spagna, con i suoi 13.000 missionari sparsi nel mondo, sia una nazione “che ha aperto le porte all'evangelizzazione”. “In quasi cento anni di celebrazione del Domund, l’opera compiuta dai missionari spesso resta nel silenzio, eppure non manca la gioia nella loro missione”, ha aggiunto l'artista.Attualmente, i 13.000 missionari spagnoli sono presenti in 128 paesi dei 5 continenti: il 70% in America, seguiti dal 12% in Europa e un altro 12% in Africa. L’Asia conta con il 5,4% mentre l'Oceania con lo 0,4%. Inoltre, il 54% del totale di questi operatori missionari sono donne, mentre gli uomini si attestano al 46%.L'annuncio del “Domund” in Spagna propone una serie di incontri culturali, tavole rotonde e momenti di preghiera organizzati dalle Pontificie Opere Missionarie della Spagna, tutti eventi in preparazione alla Giornata Mondiale delle Missioni che si terrà domenica 22 ottobre.

ASIA/PAKISTAN - Tre membri della comunità Ahmadiyya uccisi, tre condannati a morte per blasfemia

Sheikhupura - Un avvocato, sua moglie e il figlio di due anni sono stati uccisi da aggressori non identificati nella loro casa a Sheikhupura. Un altro figlio di cinque anni è miracolosamente sopravvissuto all'attacco nascondendosi sotto il letto. Come riferito all'Agenzia Fides, l'avvocato Rauf Ahmad Thakur e la sua famiglia appartenevano alla comunità Ahmadiyya. Secondo le prime indagini, potrebbe trattarsi di un “delitto d'onore”, dato che la famiglia della moglie di Rauf Ahmad Thakur non approvava il matrimonio della donna con un credente ahmadi.Altri tre membri della stessa comunità, una minoranza religiosa in Pakistan, sono stati condannati a morte per blasfemia da un tribunale di primo grado a Sheikhupura, nella provincia di Punjab. I tre sono accusati di avere strappato dei manifesti, affissi da alcuni musulmani , nei quali si chiedeva di boicottare la comunità Ahmadiyya. Sui manifesti strappati , secondo il giudice, vi erano versetti del Corano, e dunque i tre sono stati ritenuti passibili di "blasfemia" e condannati alla pena capitale. In un messaggio inviato a Fides, Sardar Mushtaq Gill, avvocato cristiano impegnato per i diritti delle minoranze religiose in Pakistan, condanna l'omicidio e la violenza sugli ahmadi e chiede alle autorità “di adottare misure forti contro i colpevoli e gli estremisti religiosi che polarizzano la società e usano violenza contro le minoranze religiose in Pakistan”.Nei giorni scorsi è tornata in auge in Pakistan la richiesta di espulsione totale della comunità Ahmadiyya da qualsiasi posto di lavoro pubblico e dal servizio militare. La comunità Ahmadiyya è stata dichiarata “non musulmana” in Pakistan con un emendamento costituzionale nel 1974 durante il mandato dell'ex primo ministro Zulfikar Ali Bhutto. Questa misura fu confermata dall'ex presidente Zia ul-Haq, che introdusse il “reato”, per gli ahmadi, di definirsi “musulmani” o riferirsi alla propria fede come “islam”. Alla comunità è anche vietata la predicazione, la pubblicazione di materiale religioso e il pellegrinaggio in Arabia Saudita. I membri della comunità Ahmadiyya, ritenuta una "setta eretica", in Pakistan sono spesso presi di mira nelle loro case o moschee. Con 5 milioni di Ahmadi in Pakistan, la persecuzione nei loro confronti è stata particolarmente severa e sistematica. I sentimenti anti-ahmadi sono forti e sono alimentati da vari gruppi religiosi. La Ahmadiyya è una corrente dell’islam fondata nel 1889 in India da Mirza Ghulam Ahmad.

AMERICA/COLOMBIA - Tra violenza e riconciliazione

Chocò – Nonostante il cessate il fuoco, i tentativi di pacificazione e i passi verso la riconciliazione nazionale, proseguono le violenze nella zona meridionale della Colombia. Circa la metà delle persone che sono state costrette a spostarsi in Colombia nel 2017 erano del dipartimento di Chocó : lo ha fatto notare il direttore della Segreteria Nazionale della Pastorale sociale, mons. Hector Fabio Henao. "Ci sono stati circa 11.000 sfollati e quasi 5.000 di queste persone sono venute dal Chocó" ha detto mons. Henao parlando alla radio locale "La FM", aggiungendo che "il dipartimento sta attraversando un momento critico".Anche se la Chiesa cattolica ha informato in precedenza che il cessate il fuoco tra il governo e la guerriglia dell'ELN procede correttamente dal 1° ottobre, mons. Henao ha dichiarato che la situazione nel Chocó è critica, perché proprio in quella zona confluiscono altre organizzazioni criminali che attaccano la popolazione civile. In questo senso, ritiene necessario che il governo e l'ELN si riuniscano, per migliorare la situazione di questa popolazione così provata.Come riportato in diverse occasioni da Fides, Mons. Juan Carlos Barreto, Vescovo della diocesi di Quibdo, ha più volte denunciato il fenomeno, chiedendo "investimenti sociali per fermare la violenza" . Il cessate il fuoco tra esercito e polizia e l'ELN, concordato dalle parti , proseguirà fino al 9 gennaio 2018 e include l'impegno della guerriglia a sospendere i sequestri e gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere del paese. Tuttavia gli atti di violenza che accadono nella campagna e nei luoghi lontani dalla città sono sempre frequenti.Solo due giorni fa il Vescovo della diocesi di Neiva, Mons. Froilán Tiberio Casas Ortíz, ha denunciato l'omicidio di 6 contadini nella zona di Tumaco. Il 5 ottobre, durante un'operazione di polizia per eliminare piantagioni di coca, c'è stato uno scontro fra contadini e forze dell'ordine, che ha provocato 6 contadini morti e 20 feriti. Le autorità stanno prendendo provvedimenti, ma la situazione continua a rimanere tesa nella zona. La prima reazione della popolazione è di impotenza, seguita dalla fuga.Mentre in alcune aree della Colombia la popolazione continua a soffrire, uno sforzo di proseguire sulla via della pace viene dalla Chiesa cattolica che questi giorni a Bogotà, capitale della nazione tiene il settimo Congresso nazionale di Riconciliazione, promosso attraverso il Segretariato di Pastorale sociale. Il Congresso, intitolato “La Colombia è capace di riconciliazione”, si tiene a un mese di distanza dalla storica visita di Papa Francesco, in un momento caratterizzato dal processo di implementazione dell’accordo di pace con l’ex guerriglia delle Farc e dalla fase di cessate il fuoco bilaterale tra Governo e guerriglia dell’ELN. Obiettivo del Congresso, che proseguirà fino a venerdì 13, è quello di raccogliere proposte da esperienze internazionali di costruzione della pace, di analizzare lo stato di avanzamento, le sfide e le opportunità sull'osservanza e la realizzazione degli accordi di pace.

AMERICA/COLOMBIA - Ancora violenze in alcune zone del paese

Chocò – Circa la metà delle persone che sono state costrette a spostarsi in Colombia nel 2017 erano del dipartimento di Chocó : lo ha fatto notare il direttore della Segreteria Nazionale della Pastorale sociale, mons. Hector Fabio Henao. "Ci sono stati circa 11.000 sfollati e quasi 5.000 di queste persone sono venute dal Chocó" ha detto mons. Henao parlando alla radio locale "La FM", e ha aggiunto che "il dipartimento sta attraversando un momento critico".Anche se la Chiesa cattolica ha informato in precedenza che il cessate il fuoco tra il governo e la guerriglia dell'ELN procede correttamente dal 1° ottobre, mons. Henao ha dichiarato che la situazione nel Chocó è critica, perché proprio in quella zona confluiscono altre organizzazioni criminali che attaccano la popolazione civile. In questo senso, ritiene necessario che il governo e l'ELN si riuniscano, per migliorare la situazione di questa popolazione così provata.In diverse occasioni Fides ha informato della denuncia fatta da Mons. Juan Carlos Barreto, Vescovo della diocesi di Quibdo, che ha chiesto "investimenti sociali per fermare la violenza" . Il cessate il fuoco tra esercito e polizia e l'ELN, concordato dalle parti , proseguirà fino al 9 gennaio 2018 e include l'impegno della guerriglia a sospendere i sequestri e gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere del paese. Tuttavia gli atti di violenza che accadono nella campagna e nei luoghi lontani dalla città sono sempre frequenti.Solo due giorni fa il Vescovo della diocesi di Neiva, Mons. Froilán Tiberio Casas Ortíz, ha denunciato l'omicidio di 6 contadini nella zona di Tumaco. Il 5 ottobre, durante un'operazione di polizia per eliminare piantagioni di coca, c'è stato uno scontro fra contadini e forze dell'ordine, che ha provocato 6 contadini morti e 20 feriti. Le autorità stanno prendendo provvedimenti, ma la situazione continua a rimanere tesa nella zona. La prima reazione della popolazione è di impotenza, seguita dalla fuga.

AFRICA/UGANDA - Accolti nel nord del paese i rifugiati del Sud Sudan

Arua - L’Uganda negli ultimi mesi si è trovata ad affrontare un flusso di rifugiati fuori dal comune. Persone in fuga dalle tensioni e dalla fame del Sud Sudan, che scappano per cercare pace e maggiori possibilità per il proprio futuro. Così oggi sono oltre 1.000.000 i rifugiati sud sudanesi nel Paese su una popolazione di 2.700.000 persone, concentrati soprattutto nella regione di West Nile e nel distretto di Kiryandongo, in prima linea nell’accoglienza dei sud sudanesi in fuga dagli scontri e dalla fame. In risposta a questa emergenza, è stato presentato ufficialmente ad Arua, nel nordo dell’Uganda, il nuovo progetto di Medici con l’Africa Cuamm volto al rafforzamento del sistema sanitario in queste aree del Paese, per garantire assistenza alimentare e sanitaria alle mamme e ai bambini della zona, sia tra la popolazione residente, che tra i rifugiati del Sud Sudan.“L’intervento del Cuamm è volto a rafforzare il sistema sanitario, combattere la malnutrizione e assistere mamme e bambini. Per la salute di tutti, rifugiati e non”, ha dichiarato Peter Lochoro, medico rappresentante della ong nel Paese.“Sono sei i distretti coinvolti, per una rete di 257 strutture sanitarie, dove si punterà in primo luogo sulla formazione e il potenziamento delle capacità del personale già presente negli ospedali e nei centri di salute dell’area. Attualmente, su un milione di rifugiati, 160 mila sono donne in gravidanza o in allattamento e oltre 564.600 sono bambini sotto i 5 anni”, continua il dott. Lochoro nella nota pervenuta a Fides. “Nei 19 campi rifugiati distribuiti nella zona si è già superato il milione di persone ospitate e si prevede che entro la fine dell’anno saranno 1.200.000 i rifugiati Sud Sudanesi presenti nell’area”, conclude il medico. Il West Nile è una regione di confine già economicamente svantaggiata, dove l’aumento della popolazione presenta potenziali rischi per la salute delle persone. Il governo ugandese ha quindi individuato la necessità di rafforzare il sistema sanitario della zona, nel quadro del piano REHOPE . Va in questa direzione il progetto dei Medici del Cuamm, sviluppato con Unicef in collaborazione con le autorità locali.

AFRICA/UGANDA - Accoglienza nel nord del Paese dei rifugiati del Sud Sudan

Arua - L’Uganda negli ultimi mesi si è trovata ad affrontare un flusso di rifugiati fuori dal comune. Persone in fuga dalle tensioni e dalla fame del Sud Sudan, che scappano per cercare pace e maggiori possibilità per il proprio futuro. Così, ad oggi sono oltre 1.000.000 i rifugiati sud sudanesi nel Paese su una popolazione di 2.700.000 persone, concentrati soprattutto nella regione di West Nile e nel distretto di Kiryandongo, in prima linea nell’accoglienza dei sud sudanesi in fuga dagli scontri e dalla fame. In risposta a questa emergenza, è stato presentato ufficialmente ad Arua, nel nordo dell’Uganda, il nuovo progetto di Medici con l’Africa Cuamm volto al rafforzamento del sistema sanitario in queste aree del Paese, per garantire assistenza alimentare e sanitaria alle mamme e ai bambini della zona, sia tra la popolazione residente, che tra i rifugiati del Sud Sudan.“L’intervento del Cuamm è volto a rafforzare il sistema sanitario, combattere la malnutrizione e assistere mamme e bambini. Per la salute di tutti, rifugiati e non”, ha dichiarato Peter Lochoro, medico rappresentante della ong nel Paese.“Sono sei i distretti coinvolti, per una rete di 257 strutture sanitarie, dove si punterà in primo luogo sulla formazione e il potenziamento delle capacità del personale già presente negli ospedali e nei centri di salute dell’area. Attualmente, su un milione di rifugiati, 160 mila sono donne in gravidanza o in allattamento e oltre 564.600 sono bambini sotto i 5 anni”, continua il dott. Lochoro nella nota pervenuta a Fides. “Nei 19 campi rifugiati distribuiti nella zona si è già superato il milione di persone ospitate e si prevede che entro la fine dell’anno saranno 1.200.000 i rifugiati Sud Sudanesi presenti nell’area”, conclude il medico. Il West Nile è una regione di confine già economicamente svantaggiata, dove l’aumento della popolazione presenta potenziali rischi per la salute delle persone. Il governo ugandese ha quindi individuato la necessità di rafforzare il sistema sanitario della zona, nel quadro del piano REHOPE . Va in questa direzione il progetto dei Medici del Cuamm, sviluppato con Unicef in collaborazione con le autorità locali.

AFRICA/KENYA - Forti tensioni dopo il ritiro del principale candidato dell’opposizione dalle presidenziali del 26 ottobre

Nairobi - Forti tensioni in Kenya, dove ieri, 10 ottobre, il candidato dell’opposizione Raila Odinga, ha annunciato il ritiro della sua candidatura alle elezioni presidenziali del 26 ottobre. Il 1° settembre la Corte Suprema ha invalidato il voto dell’8 agosto, che aveva visto la vittoria del Presidente uscente Uhuru Kenyatta, stabilendo la ripetizione delle elezioni presidenziali entro 60 giorni.Odinga ha motivato il suo ritiro dalla contesa elettorale per protesta per il mancato accoglimento della sua richiesta di revisione della composizione della Commissione Elettorale Indipendente , al centro delle polemiche politiche perché considerata parteggiante per il Presidente Kenyatta. Dall’altro canto la Corte Suprema aveva motivato la sentenza di annullamento del voto dell’8 agosto con il fatto che la Commissione Elettorale "ha ignorato o rifiutato di condurre le elezioni presidenziali in un modo coerente con i dettami della Costituzione” .Migliaia di sostenitori di Odinga si stanno riversando nelle strada della capitale, Nairobi, per protestare dopo che l’Assemblea ha approvato questa mattina, un emendamento alla legge elettorale, secondo il quale se un candidato si ritira da una elezione presidenziale rifatta, l’altro candidato è automaticamente il vincitore.Si è aperta così una crisi politico-istituzionale tra Corte Suprema, Assemblea Nazionale e Commissione Elettorale. La Corte Suprema ha emesso oggi un parere secondo il quale tutti gli 8 candidati delle elezioni dell’8 agosto possono ripresentarsi al voto di ottobre. La Commissione Elettorale, invece aveva limitato l’elezione del 26 ottobre ad un duello tra Kenyatta e Odinga. L’Assemblea recependo questa indicazione, con l’emendamento appena approvato darebbe automaticamente la vittoria al Presidente uscente.In occasione della preghiera nazionale tenutasi il 7 ottobre, i Vescovi avevano lanciato un appello al Presidente Kenyatta perché dialoghi con Odinga. “Quello che è avvenuto dopo le elezioni generali minaccia la pace e l’armonia della nostra Nazione. Ci appelliamo a Sua Eccellenza perché continui a dialogare con l’opposizione e con gli altri leader politici” chiede Sua Ecc. Mons. Philip Anyolo, Vescovo di Homa Bay e Presidente della Conferenza Episcopale del Kenya , in un messaggio indirizzato al Capo dello Stato. Nella stesso messaggio Mons. Anyolo ha ricordato ai keniani che hanno l'obbligo di "vivere come un popolo, a prescindere dall'etnia, dal colore, dalla religione, dalla regione di appartenenze, poiché Gesù è la nostra Pace”.

AMERICA/STATI UNITI - “Garantire una vera protezione per i dreamers una volta per tutte”: i Vescovi al Congresso

Washington – La Casa Bianca ha pubblicato l’8 ottobre “i Principi e le Politiche di Immigrazione” che sono una proposta di priorità da prendere in considerazione quando si lavora nell’ambito della protezione legislativa dei “dreamers”: i circa 800.000 giovani clandestini arrivati negli Stati Uniti da piccoli, che l’amministrazione Obama aveva cercato di integrare attraverso il programma DACA. Mons. Joe S. Vásquez, della diocesi di Austin, Texas, Presidente della Commissione per la migrazione, ha esortato il Congresso a "garantire una vera protezione per i dreamers una volta per tutte". Ecco il testo completo della dichiarazione, pervenuta a Fides: "I principi e le politiche dell'immigrazione dell'amministrazione non costituiscono la strada per una riforma globale dell'immigrazione radicata nel rispetto della vita umana e della dignità umana e della sicurezza dei nostri cittadini. Non riflettono il passato del nostro paese come immigrati e attaccano i più vulnerabili, soprattutto i bambini non accompagnati e molti altri che fuggono dalla persecuzione. Sfortunatamente, i principi non riescono a riconoscere che la famiglia è la base fondamentale del nostro sistema di immigrazione, della nostra società e della nostra Chiesa"."Dal mese di luglio, il Congresso ha introdotto soluzioni legislative per i dreamers, inclusa la DACA. L'amministrazione dovrebbe concentrare l'attenzione sul garantire di trovare al più presto una soluzione legislativa per i dreamers. Ogni giorno che passa senza una soluzione, questi giovani sperimentano una crescente apprensione per il loro futuro e per le loro famiglie. Ogni giorno che passa ci porta tutti un passo più vicino al marzo 2018, quando i destinatari del DACA cominceranno a perdere i privilegi di lavoro legale e, molto peggio, affronteranno la minaccia di deportazione e separazione dalle loro famiglie"."Per questo motivo esortiamo il Congresso ad adottare una legislazione e ad andare avanti prontamente per garantire una vera protezione ai dreamers una volta per tutte, insieme a tanti altri di buona volontà, Noi continueremo ad offrire accoglienza e sostegno a questi giovani meritevoli, e non ci fermeremo nel sostenere la loro protezione permanente e l'eventuale cittadinanza".Il programma denominato "The Deferred Action for Childhood Arrivals - DACA" aveva creato uno scudo temporaneo per circa 800.000 ragazzi e giovani adulti senza documenti che erano arrivati negli Stati Uniti da bambini e che, iscritti al programma. DACA, erano riusciti a completare l'istruzione superiore e a lavorare legalmente.La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti aveva reagito in modo veloce e chiaro alla decisione di mettere fine al programma DACA , esprimendosi con queste parole: “Oggi la nostra nazione ha fatto l'opposto di come la Scrittura ci chiama a rispondere. È un passo indietro dai progressi che dobbiamo fare come paese”.

AFRICA/TOGO - Sconvolta e traumatizzata la popolazione di Mango, il Vescovo chiede giustizia e rispetto dei diritti

Mango - Continuano gli scontri nella città di Mango, nel nord del Togo, nell’ambito delle proteste dei sostenitori dell’opposizione che da mesi chiedono la riforma costituzionale. Secondo le notizie raccolte da Fides migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città del Togo, ma gli incidenti più gravi sono stati registrati nella città di Mango, dove i manifestanti hanno dato fuoco ad automobili e abitazioni. In diverse altre città del nord del paese, tra cui Bafilo e Dapaong, sono stati registrati scontri tra polizia e dimostranti.“E’ stato immediato l’intervento di mons. Dominique Banléne Guigbile, Vescovo di Dapaong, sugli avvenimenti che stiamo vivendo, in particolare su quello che è successo a Mango, nella sua diocesi” dice a Fides padre Silvano Galli, missionario della Società delle Missioni Africane , inviando il testo del messaggio del Vescovo.“La popolazione di Mango e dintorni è rimasta profondamente sconvolta, traumatizzata e ferita dallo stato di guerriglia urbana che perdura da diversi giorni. Questi eventi sfortunati hanno ulteriormente minato la pace e la coesione sociale già minacciati dalle ripetute tensioni sociopolitiche registrate negli ultimi anni. Un clima di psicosi, paura, sfiducia e sospetto si è stabilito tra la gente, compromettendo pericolosamente la loro fondamentale e legittima aspirazione alla fraternità e al vivere insieme nel rispetto della loro diversità”, si legge nel messaggio di mons. Guigbile.“Come guida del popolo di Dio di questa Regione della Savana, esprimo la compassione e la solidarietà di pastori, fedeli e comunità cristiane della Chiesa cattolica a tutti coloro che sono stati toccati da questi eventi. Condanniamo fermamente questa violenza indiscriminata ed esprimiamo la nostra profonda indignazione per la brutalità con la quale vengono trattati i cittadini. Ci appelliamo alla coscienza di tutti e chiediamo una giustizia equa per le vittime; le persone innocenti non vengano punite al posto del vero colpevole; il rispetto dei diritti e della dignità della persona sia garantito a tutti” continua il Vescovo.“Infine, invitiamo tutti a rinunciare ad ogni forma di violenza e a intraprendere in maniera risoluta il percorso della verità, del rispetto per gli altri, della tolleranza, del perdono e della cultura della vita insieme, indispensabile alla pace e alla coesione sociale che tutti i Togolesi richiedono. E’ ora che diventi realtà l'auspicio 'mai più sulla terra dei nostri antenati', costantemente sommersa dal sangue dei suoi figli, versato per i propri fratelli e sorelle. Per fare questo, dobbiamo disarmare i nostri cuori da rancori distruttivi e omicidi che minano la vita individuale e avvelenano le relazioni interpersonali e sociali. La sacralità della vita umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, è uno dei valori fondamentali condivisi da tutti i Togolesi, indipendentemente dalle loro origini, religioni e gruppi di appartenenza. Cerchiamo di mantenere questo prezioso patrimonio, essere costruttori di pace, promotori della vita e farlo prevalere sulla cultura della violenza e della morte” conclude mons. Guigbile.

ASIA/INDIA - Leader indù offende Madre Teresa: la condanna dei Vescovi

New Delhi – Condannare e adottare le misure legali necessarie per le false accuse e le parole dispregiative pronunciate su Madre Teresa di Calcutta dal leader indù Swamiji Paripoornananda Saraswathi: lo chiede l’Arcivescovo Thumma Bala, alla guida della diocesi di Hydearabad e Presidente del Consiglio dei Vescovi di Telugu. Nel comunicato inviato a Fides, l’Arcivescovo invita i governi degli stati di Andhra Pradesh e di Telangana a non restare indifferenti di fronte alle parole offensive contro la Santa Madre Teresa, diffuse in un programma televisivo nei giorni scorsi.Secondo il leader nazionalista indù, “Madre Teresa ha organizzato un traffico illegale di 50.000 donne, mettendole a lavorare come suore dopo averle convertite al cristianesimo”. Swamiji ha anche detto che la religiosa ha ricevuto immeritatamente la massima onorificenza nazionale, il premio “Bharata Ratna”, conferitole nel 1980 dal governo dell'India.“Non è questo un insulto alla nazione e al Presidente dell'India, che ha riconosciuto i servizi resi dalla Madre ai poveri, ai bisognosi, ai poveri, ai malati terminali, alle persone anziane, abbandonate e sofferenti ?” si chiede l’Arcivescovo Bala.“L’opera di Santa Madre Teresa – prosegue il testo – è riconosciuta in tutto il mondo e nel 1979 è stata premiata con il Nobel per la Pace. Al momento esistono 5.161 Suore di Madre Teresa in 758 Case che lavorano in 139 paesi. Tra l’altro le osservazioni di Paripoornananda Swamiji non sono state richieste, perché l'argomento della discussione era qualcosa di diverso. Non era necessario che Swamiji parlasse del Papa e di Madre Teresa”.L’Arcivescovo nota che “le osservazioni e le accuse pronunciate su Madre Teresa da parte di Paripoornananda Swamiji non solo hanno ferito profondamente i cuori e i sentimenti della Chiesa cattolica e della comunità cristiana, ma anche di persone appartenenti a tutte le regioni e religioni, che la rispettano come santa e madre dei poveri e dei sofferenti”.La Chiesa indiana condanna i tentativi di quanti “cercano di portare divisione nella società”. Seguendo le orme di Gesù Cristo, “possiamo perdonare Paripoornananda Swamiji”, afferma l’Arcivescovo ricordando ai leader religiosi di tutte le fedi che “il dovere primario di ogni leader religioso è quello di favorire l'armonia e la pace nella comunità della nostra pluralista nazione e salvaguardare la laicità e la libertà religiosa garantiti dalla nostra Costituzione”. I Vescovi chiedono al governo di assicurare che tali incidenti non si ripetano in futuro .

ASIA/THAILANDIA - Leader indù offende Madre Teresa: la condanna dei Vescovi

New Delhi – Condannare e adottare le misure legali misure necessarie per le false accuse e le parole dispregiative pronunciate su Madre Teresa di Calcutta dal leader indù Swami Parpoornanda Saraswathi: lo chiede l’Arcivescovo Thumma Bala, alla guida della diocesi di Hydearabad e Pesidente della Consiglio dei Vescovi di Telugu. Nel comunicato inviato a Fides, l’Arcivescovo invita i governi degli stti di Andhra Pradesh e di Telangana a non restare indifferenti di fronte a parole offensive contro Santa Madre Teresa, diffuse in un programma televisivo nei giorni scorsi.Secondo il leader nazionalista indù, “Madre Teresa ha organizzato una traffico illegale di 50.000 donne, mettendole a lavorare come suore dopo averle convertite al cristianesimo”. Swami ha anche detto che la religiosa ha ricevuto immeritatamente la massima onorificenza nazionale, il premio “Bharata Ratna”, conferitole nel 1980 dal governo dell'India.“Non è questo un insulto alla nazione e al Presidente dell'India, che ha riconosciuto i servizi resi dalla Madre ai poveri, ai bisognosi, ai poveri, ai malati terminali, alle persone anziane, abbandonate e sofferenti?”, si chiede l’Arcivescovo Bala.“L’opera di Santa Madre Teresa – prosegue il testo – è riconosciuta in tutto il mondo e nel 1979 è stata premiata con il Nobel per la Pace. Al momento esistono 5.161 Suore di Madre Teresa in 758 Case che lavorano in 139 paesi. Tra l’altro le osservazioni di Paripoornananda Swamiji non sono stati richiesti, perché l'argomento della discussione era qualcosa di diverso. Non era necessario che Swamiji parlasse del Papa e di Madre Teresa”.L’Arcivescovo nota che “le osservazioni e le accuse pronunciate su Madre Teresa da parte di Paripoornananda Swamiji non solo hanno ferito profondamente i cuori e i sentimenti della Chiesa cattolica e della comunità cristiana, ma anche di persone appartenenti a tutte le regioni e religioni, che la rispettano come santa e madre dei poveri e dei sofferenti”.La Chiesa indiana condanna i tentativi di quanti “cercano di portare divisione nella società”. Seguendo le orme di Gesù Cristo, “possiamo perdonare Paripoornananda Swamiji”, afferma l’Arcivescovo ricordando i leader religiosi di tutte le fedi che “il dovere primario di ogni leader religioso è quello di favorire l'armonia e la pace nella comunità della nostra pluralista nazione e salvaguardare la laicità e la libertà religiosa garantiti dalla nostra Costituzione”. I Vescovi chiedono ai governo di assicurare che tali incidenti non si ripetano in futuro .

ASIA/PAKISTAN - Studente cristiano torturato e ucciso dalla polizia

Sheikhupura - Uno studente cristiano di 17 anni è stato percosso e torturato a morte da un gruppo di sei poliziotti pakistani nel villaggio di Jhubhran, nei pressi della città di Sheikhupura, nel Punjab pakistano. Il ragazzo si chiamava Arslan Masih e frequentava la classe ottava di un'Accademia pubblicaCome riferito a Fides dall'avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill, che sta seguendo il caso, “la famiglia del ragazzo ha denunciato l'omicidio ma la ricostruzione dei fatti appare alquanto difficile perché la polizia è riluttante a intraprendere azioni legali contro i poliziotti che hanno percosso a morte Arslan Masih”.Secondo una prima ricostruzione, c'era stato nei giorni scorsi un litigio tra Arslan Masih e i figli di un poliziotto. Per vendetta, sei agenti sono giunti all'Accademia che Arslan frequentava e hanno iniziato a picchiarlo, finché il giovane è deceduto. Secondo un’altra versione, Arslan non si è fermato ad un posto di blocco e la polizia lo ha seguito e brutalizzato, per poi lasciare il suo cadavere davanti all'Accademia. Per infangare il ragazzo, inoltre, uno dei poliziotti lo accusa di aver abusato sessualmente di suo figlio, ma l'accusa è falsa e del tutto infondata, ripetono i familiari di Arslan.L’avvocato Gill dice a Fides: "Condanniamo fermamente questa brutalità della polizia del Punjab che uccide i cristiani innocenti contando sul fatto che i cristiani, i più deboli della società, non potranno fare nulla e che quella violenza resterà impunita. Chiediamo giustizia per un povero studente cristiano assassinato dai poliziotti”.L'episodio non è isolato: tra gli altri clamorosi episodi tuttora impuniti, a marzo 2015 il 20enne cristiano Zubair Masih è stato torturato a morte dalla polizia. La madre del giovane era stata accusata in precedenza di aver rubato dell'oro dalla casa del suo datore di lavoro, un musulmano, presso il quale era impiegata come domestica. La polizia lo ha brutalizzato cercando di estorcergli una confessione.

AFRICA/LIBERIA - Elezioni presidenziali: “Una svolta democratica, ma la gente attende lo sviluppo” dice un missionario

Monrovia - “Si sta votando nella calma con una forte partecipazione di elettori che si recano in massa a votare” dice all’Agenzia Fides p. Eric Aka, missionario SMA da Foya, capoluogo dell’omonimo distretto della Liberia, al confine con Sierra Leone e Guinea. In Liberia, oggi, 10 ottobre, poco oltre 2 milioni di elettori sono chiamati ad eleggere il nuovo Presidente, che succederà alla Presidente Ellen Johnson Sirleaf, Nobel per la Pace nel 2011, e a rinnovare il Parlamento.P. Eric, dice che nella zona di Foya ci si aspetta un voto massiccio a favore del Vice Presidente uscente, Joseph Boakai, dell’Unity Party . “Boakai è originario di questa zona, e la popolazione locale spera che venga eletto Presidente” dice il missionario.Gli aspiranti alla poltrona presidenziale sono una ventina ma i contendenti che hanno reali possibilità di vittoria sono tre. Oltre al Vice Presidente Boakai, ci sono l’ex calciatore George Weah, che guida Coalizione per il Cambiamento Democratico , e l’imprenditore Charles Brumskine, capo del Liberty Party .P. Eric è speranzoso sul corretto svolgimento delle elezioni: “La campagna elettorale si è svolta pacificamente e nel Paese si respira un clima di calma. Speriamo che continui e che, chiunque vinca le elezioni, non ci siano poi contestazioni da parte degli sconfitti”. “La Chiesa ha invitato i fedeli ad una novena di preghiera per lo svolgimento pacifico del voto, ed ha rivolto un appello agli elettori perché votino liberamente senza condizionamenti di sorta”.Alla domanda su quali sono le principali problematiche della Liberia, p. Eric risponde “si possono sintetizzare in un’unica parola: sviluppo. Sviluppo dell’agricoltura, delle scuole, della salute. Sono questi i problemi principali cui deve fare fronte la popolazione ogni giorno. Accanto a queste vi sono la corruzione, la malversazione di denaro pubblico e la fortissima disoccupazione, e anche questa va ricondotta alla mancanza di sviluppo”. “Occorre investire nell’agricoltura sostenibile perché la maggior parte della popolazione ancora vive di agricoltura” conclude il missionario. La Liberia, uno dei Paesi più poveri del mondo, risente ancora le conseguenze dell'epidemia di Ebola esplosa nel 2013, che in due anni ha ucciso più di 4000 persone a livello nazionale, oltre che della sanguinosa guerra civile di 14 anni che si è conclusa nel 2003 con più di 250.000 vittime e circa un milione di sfollati.L’elezione di Ellen Johnson Sirleaf nel 2005, rieletta nel 2011, ha rappresentato una svolta decisiva per la pacificazione del Paese. Ora le nuove elezioni dovranno consolidarla.

EUROPA/ITALIA - Comboniani: nuove sfide dopo 150 anni di missione

Roma – Cambiare prospettiva sulla figura del povero, che non è semplicemente destinatario passivo dell’azione missionaria, ma ne è il soggetto attivo e il collaboratore nella costruzione di una nuova umanità; considerare l’Europa come ambito di missione, bisognosa della luce del Vangelo; riqualificare il lavoro missionario attraverso servizi pastorali specifici in base all’ambiente e alle necessità delle persone; arricchire l’Istituto internazionale e multiculturale della nuova dimensione dell’interculturalità. Sono le quattro indicazioni essenziali che guideranno i Missionari Comboniani nei prossimi anni, secondo quanto stabilito dall’ultimo Capitolo generale dell’Istituto. Fondati da Daniele Comnoni il 1° giugno 1867 come “Istituto per le Missioni della Nigrizia”, i Comboniani, che celebrano i 150 anni di impegno missionario, oggi sono circa 1.540 di 44 diverse nazionalità, operanti in 41 paesi di 4 continenti: Africa, America, Asia ed Europa. Nelle vicende e nei cambiamenti della storia in quest’ultimo secolo e mezzo di missione, i tre principi del metodo comboniano di evangelizzazione sono sempre rimasti patrimonio spirituale del fondatore: “salvare l’Africa con l’Africa”, cioè lavorare con i poveri perchè diventino i veri protagonisti della loro storia e del loro destino; “fare causa comune con la gente”, che significa condividerne la vita, i sogni, le lotte, le speranze; “evangelizzare come comunità” nel senso che la comunità diventa segno e strumento di evangelizzazione, ma anche che la missione richiede collaborazione e sinergia di forze per realizzarsi. Link correlati :Leggi l’approfondimento di p. Mariano Tibaldo su Omnis Terra

ASIA/INDIA - Traffico di minori nell’India nordorientale: allarme della Caritas

Dispur - Lo Stato indiano di Assam è risultato il fulcro della tratta di esseri umani nel paese; la politica deve agire con urgenza per fermare il traffico che coinvolge soprattutto i bambini: è l'allarme lanciato a Fides da Caritas India, che dirama le preoccupanti cifre del fenomeno,L'Assam riporta il 22% dei casi di vittime della tratta monitorati in tutta l’India. I dati sono stati diffusi da una ricerca realizzata dal "National Crime Records Bureau" e sono relativi all'anno 2015. Emerge un aumento smisurato di abusi dei minori e della violazione dei diritti dei bambini. Nel 2015 è stata registrata un’impennata del 250% dei casi di traffico minorile negli Stati del nordest, prevalentemente nell'Assam. Del totale dei 1.539 casi di traffico di esseri umani registrati nel 2015, 1.494 provenivano dall'Assam. Il numero totale di casi riportati nel 2014 era stato di 435, mentre nel 2013 erano stati 186. Nello Stato di Assam si registra anche il più alto numero di traffico di minori, 317 vittime, il 38% della cifra nazionale. E questi dati, nota la Caritas, possono essere considerati solo la "punta dell’iceberg", dato che moltissimi casi restano insoluti e il fenomeno ha vaste proporzioni. Negli ultimi anni, la polizia ha effettuato diversi arresti collegati alla tratta di esseri umani. I frequenti disastri sia naturali che umani, la disoccupazione, la migrazione e la tratta di esseri umani, la violazione dei diritti dell’infanzia, i conflitti, sono tutti problemi emergenti in rapida evoluzione nella regione nordorientale. Gli Stati del Nord Est, sono autentici hub per il fenomeno della tratta e spesso vengono alla ribalta. Secondo una recente indagine del Assam’s Crime Investigation Department, dal 2012 i bambini di Assam andati dispersi sono stati almeno 4.754, e di questi 2.753 sono bambine. Il lavoro minorile e lo sfruttamento sessuale sono i fattori principali per il traffico di bambini. Nello studio è emerso che solo nell’ultimo anno, almeno 129 ragazze sono state costrette a prostituirsi dai trafficanti. Come riferito a Fides, Caritas India durante le recenti inondazioni, nel monitoraggio post-catastrofi ha scoperto che l'alluvione ha causato una migrazione disperata dei membri delle famiglie mentre i bambini sono stati attirati dai trafficanti. Lo scorso 27 settembre, Caritas India ha organizzato un incontro a Guwahati con alcuni partner selezionati da Assam che lavorano a Silchar, Tezpur, Dibrugarh, Arunachal Pradesh e Guwahati, insieme all'Ong "impulse" del Meghalaya per capire il problema e pianificare un intervento nello Stato di Assam e Arunachal. Condividendo esperienze e informazioni raccolte tramite altre organizzazioni sul fenomeno, Caritas India e i partner hanno individuato come punto di partenza per un potenziale intervento a favore dei minori in aree come analfabetismo, sfruttamento del lavoro minorile, sfruttamento sessuale oltre che migrazione di giovani ragazze e ragazzi.Come spiega a Fides Caritas India, nella regione nordorientale dell’India, il traffico di donne e bambini si svolge all’interno degli stessi stati e anche attraverso i confini di Myanmar, Bangladesh e Nepal a causa di diversi motivi economici e sociali. Tra questi, secondo le ONG impegnate sul campo, emergono povertà e disoccupazione, cambiamenti nell'economia tradizionale, militarizzazione e conflitto armato, urbanizzazione, immigrazione, sfollamento, vicinanza al confine internazionale e afflusso di personale di sicurezza, uomini d’affari.

AMERICA/MESSICO - Tra i paesi non in guerra dichiarata, il Messico ha il maggior numero di omicidi al mondo

Città del Messico – “Tra i paesi che vivono senza guerra , il Messico è quello dove vengono uccise il maggior numero di persone al mondo”: come riferito a Fides, lo ha affermato il Nunzio apostolico in Messico, Mons. Franco Coppola. Questa situazione di violenza che attraversa la nazione, ha sottolineato l’Arcivescovo, ha a che fare con una disarticolazione della società e con l’assenza dello stato. Come appreso da Fides durante una conferenza stampa, Mons. Coppola ha affermato che, per risolvere questa situazione, che ha raggiunto e toccato anche la Chiesa cattolica, è necessario rafforzare il tessuto sociale, oltre ad avere una presenza più forte dello Stato in molti luoghi del territorio messicano per garantire la sicurezza alla popolazione."La criminalità organizzata approfitta della disarticolazione della società, del fatto che ognuno si sente solo, e sfrutta l'assenza dello stato. Quindi per vincere questa lotta si dovrebbe rafforzare il tessuto sociale, così si può anche riprendere il discorso della famiglia e di una presenza più forte dello Stato che fornisca sicurezza qui in Messico", ha dichiarato Mons. Coppola.Il Nunzio ha poi sottolineato che, finché la criminalità organizzata trova alleati all'interno del governo, si sentirà invincibile: ecco perché la vittoria di questa lotta richiede persone responsabili proprio nelle cariche pubbliche, cosa che si ottiene con l'unità di tutti i messicani. "Naturalmente, se la politica si fa corrompere e non combatte, non riuscirà a sconfiggere la criminalità e questa, alla fine, vincerà. Ma se mettiamo in prima linea, per curare i nostri affari politici, delle persone responsabili che non sono soggette alla corruzione, allora naturalmente si può vincere. Questa è una battaglia che si può vincere insieme, ecco il segreto: stare insieme. Purtroppo le persone vengono uccise perchè sono isolate, rimangono da sole, e nel momento in cui vengono lasciate da sole vengono uccise", ha detto il Nunzio.Mons. Coppola, al compimento del suo primo anno di servizio alla Nunziatura in Messico, ha commentato che il paese ha delle qualità, delle potenzialità e grandi opportunità ma, al tempo stesso, ci sono anche le contraddizioni: "Non ci si spiega come, in un paese così ricco, ogni quattro giorni una persona muoia di fame, e la violenza uccida tanta gente", ha rilevato. Mons. Coppola ha anche dichiarato che, al suo arrivo, è stato colpito dal fatto che l'80% della popolazione è cattolica, ma in ambito politico e sociale la fede e la devozione non sono presenti: "A livello politico, coloro che dovrebbero cercare professionalmente di realizzare il bene comune sono pochi, c'è una presenza molto scarsa di cattolici, è quasi impossibile trovare qualcuno, non c'è un gruppo rappresentativo. Se i politici non lavorano con il popolo, non si costruisce lo spirito di famiglia nella gente messicana. Un politico dovrebbe essere un leader, che ha la sua idea e cerca di fare qualcosa a favore della gente, purtroppo molti politici seguono le opinioni, e perfino dicono ciò che conviene sulle reti sociali, invece di guidare i propri cittadini", ha concluso il Nunzio.

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