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ASIA/PAKISTAN - Un Anno dell'Eucarestia "per vivere in Pakistan la pienezza della fede"

Karachi – “I cristiani pakistani devono affrontare molteplici sfide. Ogni nuovo giorno aumentano le sfide, di carattere sociale culturale e religioso, per la piccola comunità dei fedeli in Pakistan. In tale cornice, l'Anno dell'Eucaristia sarà fonte di pienezza di vita e di gioia”: lo dichiara all'Agenzia Fides il neo Arcivescovo Joseph Arshad, appena nominato da Papa Francesco alla guida dell'Arcidiocesi di Islamaba-Rawalpindi e presidente della ConferenzA Episcopale del Pakistan. “L 'Anno dell'Eucaristia sarà per i cattolici n Pakistan un momento di crescita spirituale e di rinnovamento interiore, per condividere l'amore di Cristo con tutta l'umanità e per rinnovare il servizio al nostro paese”, dice mons. Arshad, spiegando lo spirito con cui i fedeli pakistani vivranno questo tempo speciale.La solenne apertura dell'Anno dell'Eucaristia si è tenuta con una messa celebrata nella Cattedrale di St. Patrick a Karachi il 25 novembre, mentre esso terminerà il 25 novembre 2018, con una messa a Lahore. Il versetto evangelico che caratterizza l'Anno dell'Eucaresta è: “Io sono il pane della vita” . L'Arcivescovo Joseph Coutts ha presieduto la solenne Eucaristia di apertura, concelebrata con altri vescovi pakistani e davanti a una assemblea di sacerdoti, religiosi e fedeli provenienti da tutte le diocesi del Paese.Papa Francesco ha inviato alla Chiesa del Pakistan un messaggio per l'occasione, in cui afferma: “Sono fiducioso che quest'anno offrirà un'occasione privilegiata per crescere nell'amore per il sacrificio eucaristico, fonte e culmine della vita cristiana”. Il Papa invita la comunità cattolica in Pakistan a “riflettere ogni giorno e a vivere una condivisione più profonda del Mistero della morte e Risurrezione di Cristo”, in modo da “offrire una testimonianza ancora più forte della presenza del Signore in Pakistan”. La Commissione per la Liturgia nella Conferenza episcopale si prenderà cura di tutti gli eventi di formazione e liturgia che saranno organizzati e per “invitare i fedeli a essere missionari della Santa Eucaristia”, ha detto il Vescovo Benny Travas, Presidente della Commissione. E ha aggiunto: “Celebrare Anno dell'Eucaristia è un'urgenza di questo tempo. Dobbiamo tornare alle radici della nostra fede e all’Eucaristia, insegnando ai fedeli ad avere un rapporto personale con il Signore eucaristico e guidare fedeli a celebrare degnamente e pienamente l'Eucaristia. La potenza miracolosa dell’Eucaristia ci permetterà di promuovere la cultura dell'amore, l'unità, la pace e l'armonia e di essere testimoni dell’amore eucaristico di Cristo in Pakistan”.Tra gli eventi in programma, momenti di catechesi, liturgia, ascolto, missione nelle diverse diocesi pakistane. Nei giorni scorsi, speciali incontri si sono tenuti nell'Arcidiocesi di Karachi, su temi come “Eucaristia e mistero pasquale” o “Eucaristia fonte dell'evangelizzazione”. P. Mario Rodrigues, membro della Commissione liturgica Nazionale, che curerà nel corso dell'anno seminari, workshop, conferenze e adorazioni eucaristiche rileva in un colloquio con Fides che “in questi programmi, saranno coinvolti ministri straordinari dell'Eucaristia e fedeli laici”.

ASIA/FILIPPINE - Il governo dichiara i ribelli "terroristi"; le Chiese: urge riprendere il dialogo

Manila - Le Chiese cristiane nelle Filippine invitano il presidente Rodrigo a tornare al dialogo con i gruppi ribelli di ispirazione comunista, deplorandone la definizione, imposta dal governo, di "terroristi": "Proprio mentre una parte significativa della nostra nazione guarda alla nascita di un bambino che regna come il 'Principe della pace' per i fedeli cristiani, apprendiamo la notizia che il presidente Rodrigo Duterte ha firmato un proclama che dichiara il Partito comunista delle Filippine 'organizzazione terroristica", rileva un comunicato pervenuto all'Agenzia Fides e firmato dall'Arcivescovo Antonio J. Ledesma, SJ, Co-presidente della Philippine Ecumenical Peace Platform , forum di cinque tra istituzioni e gruppi ecclesiali: la Conferenza episcopale delle Filippine ; il Consiglio nazionale delle Chiese nelle Filippine ; l'Associazione dei maggiori Superiori religiosi delle Filippine ; il Consiglio delle Chiese evangeliche filippine e Forum episcopale ecumenico . La piattaforma promuove "una pace giusta e duratura" sostenendo il processo di pace tra il governo filippino e i gruppi ribelli.La presa di posizione delle istituzioni cristiane filippine segue la Proclamazione n. 360, che ha ufficialmente concluso i colloqui di pace con il Fronte nazionale democratico delle Filippine . Questo nuovo sviluppo, che prelude a un forte intervebto è percepito come drammatico, in quanto solo un anno fa la pace sembrava vicina dopo i i negoziati tra il governo e l'NDFP, dopo due decenni di conflitto armato.Il nuovo proclama, che etichetta i gruppi ribelli comunistoi come "terroristi" avrà ripercussioni di vasta portata, soprattutto sui negoziati di pace che la Philippine Ecumenical Peace Platform ha sempre sostenuto e accompagnato. "Come leader delle chiese del paese, siamo turbati da questo annuncio e dall'escalation di violenza che sicuramente seguirà. Abbandonare il dialogo e affidarsi esclusivamente a mezzi militari potrebbe essere molto costoso, sia in termini di vite che di risorse. Un approccio militarista non farà altro che accrescere le fiamme del conflitto invece di affrontarlo veramente ", afferma la dichiarazione della PEPP.La Piattaforma invita il presidente Duterte a revocare i proclami e a riannodare il filo dei negoziati, per scongiurare una nuova guerra, richiedendoa entrambe le parti a dichiarare di osservare il cessate il fuoco in occasione del Natale."Mentre ci avviciniamo al giorno della nascita di Gesù Cristo, portatore di speranza, preghiamo e lavoriamo per una pace giusta e duratura, iniziando dall'invito a riprendere i colloqui di pace. Non ci stanchiamo di fare del bene; perché se non ci arrendiamo, verrà il tempo in cui raccogliamo il raccolto "", si legge nella dichiarazione delle istituzioni cristiane.

AFRICA/ALGERIA - Allarme malnutrizione per i rifugiati saharawi

Roma – C’è un allarme malnutrizione per la popolazione saharawi. A causa della forte riduzione degli aiuti internazionali, la situazione per i rifugiati saharawi ospitati nei campi profughi algerini è sempre più preoccupante. A denunciarlo è il presidente della Mezzaluna Rossa Saharawi, Buhubeini Yahya. Dei 135 milioni di dollari per i bisogni calcolati dagli attori umanitari che operano nei campi per il biennio 2016-2017 ad oggi è giunto solo il 48%. Il calo del supporto internazionale sta penalizzando la qualità dell’assistenza, soprattutto alimentare e ha provocato conseguenze negative sulla salute dei rifugiati: “Si riscontra un aumento terribile di anemia – riferisce all’Agenzia Fides Buhubeini Yahya- che colpisce il 72% delle donne incinte, un calo di ferro e un deficit vitaminico. Il tasso di malnutrizione arriva al 40% e colpisce soprattutto i bambini, mentre la mancanza di fondi adeguati impedisce al Programma alimentare mondiale di fortificare la farina con vitamine”. Come informa il “Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli , occorre dare la possibilità alle famiglie rifugiate nei campi di passare da una situazione di assistenza ad una situazione di parziale indipendenza dagli aiuti umanitari dall’estero.I rifugiati saharawi sono oltre 150mila e vivono nel deserto algerino da oltre 40 anni, in quattro campi vicino alla città algerina di Tindouf, in povere case di mattoni di argilla secca, in pieno e desolato deserto. Rappresentano la maggioranza della popolazione dell’ex Sahara Spagnolo. Quando la Spagna, nel 1975, decide di ritirarsi dalla sua colonia, il Sahara Occidentale viene occupato dal Marocco. L’occupazione marocchina viene contrastata dal Polisario , che nel 1976 proclama la Rasd . La guerra tra Polisario e Marocco dura fino al 1991. Intanto, l’Onu stabilisce un piano di pace e istituisce una missione nel Sahara occidentale per l’organizzazione di un referendum per l’autodeterminazione del popolo saharawi che però slitta di anno in anno. A sostegno dei rifugiati saharawi opera anche Caritas Algeria, che dal 2010 coordina un progetto per la creazione e lo sviluppo di orti familiari nei campi con il sostegno di Caritas italiana. Più di 300 orti sono stati creati nel campo di El Ayoun, vicino a Tindouf, una zona particolarmente arida. Tutti gli orti sono provvisti di pompe per l’irrigazione e si è costituito un consorzio a livello locale per assicurare la continuità e l’aggiornamento tecnico di questo esperimento, il cui scopo è quello di rendere la popolazione dei rifugiati parzialmente indipendente nella produzione di legumi e frutta. Gli orti familiari e accrescono la capacità di autosostentamento e di miglioramento dell’alimentazione, soprattutto dei bambini.

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - L'Agenzia Fides da 90 anni a servizio della missione

Quasi un secolo fa, in quella che viene considerata la “magna charta” dell’attività missionaria nell’epoca contemporanea, la Lettera Apostolica “Maximum illud” di Papa Benedetto XV “sull’attività svolta dai missionari nel mondo”, si leggeva tra l’altro: “Ci recano gran dispiacere certe Riviste di Missioni, sorte in questi ultimi tempi, nelle quali più che lo zelo di estendere il regno di Dio, appare evidente il desiderio di allargare l’influenza del proprio paese: e stupisce che da esse non trapeli nessuna preoccupazione del grave pericolo di alienare in tal modo l’animo dei pagani dalla santa religione. Non così il Missionario cattolico, degno di questo nome. Non dimenticando mai che non è un inviato della sua patria, ma di Cristo, egli si comporta in modo che ognuno può indubbiamente riconoscere in lui un ministro di quella religione che, abbracciando tutti gli uomini che adorano Dio in spirito e verità, non è straniera a nessuna nazione…” A pochi mesi dalla fine del primo conflitto mondiale era forte la preoccupazione per le missioni estere, mentre i paesi europei uscivano dalla guerra con l’economia in crisi e l'industria bellica da riconvertire in civile. La presenza missionaria nelle colonie era spesso percepita come presenza straniera al servizio di interessi di nazioni, gruppi o individui, e tale prospettiva era in parte alimentata anche da “certe Riviste di Missioni”, come lamentava Benedetto XV. In questo contesto, pochi anni dopo, il Consiglio Superiore Generale della Pontificia Opera della Propagazione della Fede, nella sua riunione del 4 aprile 1927, decideva la nascita dell’Agenzia Fides, la prima Agenzia Missionaria della Chiesa e tra le prime Agenzie di informazione al mondo. Dovranno passare più di trent’anni perché il Concilio Vaticano II affermi con chiarezza il contributo dei mezzi di comunicazione sociale “a estendere e a consolidare il Regno di Dio” Link correlati :Continua a leggere la news analysis su Omnis Terra

ASIA/PAKISTAN - Nomina del Vescovo di Islamabad-Rawalpindi

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco, in data 8 dicembre 2017, ha nominato Vescovo di Islamabad-Rawalpindi Sua Ecc. Mons. Joseph Arshad, finora Vescovo della diocesi di Faisalabad, promuovendolo al tempo stesso Arcivescovo “ad personam”.

AFRICA/GUINEA - Sforzi di pace dopo gli scontri alla frontiera per una miniera d’oro

Conakry - Iniziativa congiunta di pacificazione del Mali e della Repubblica di Guinea alla frontiera comune per placare gli animi dopo i gravi incidenti del 26 e del 27 novembre nel quale una decina di persone hanno perso la vita.Il Ministro dell’Amministrazione del Territorio della Guinea, Bouréma Condé e il suo omologo del Mali, Tiéman Hubert Koulibaly, si sono recati nell’area degli sconti per sottolineare le strette relazioni di collaborazione e di amicizia tra le due nazioni.Secondo notizie pervenute a Fides, tra il 26 e il 27 novembre alcuni minatori maliani, spalleggiati dai gendarmi e cacciatori, hanno attaccato dei minatori guineani di una miniera d’oro alla frontiera tra i due Paesi. La risposta degli abitanti del villaggio ha provocato sei morti dei quali due sono guineani e sei maliani, tra cui un gendarme. Le autorità del Mali avevano replicato che sono stati invece alcuni guineani ad attaccare il lato maliano della frontiera e di aver tenuto un’imboscata ad una pattuglia della loro gendarmeria.I Ministri dei due Stati, su incarico dei rispettivi Presidenti, hanno sottolineato nei loro interventi la necessità di demarcare il confine in modo da evitare il ripetersi di incidenti simili. Le popolazioni di Balandougou in Guinea e di Gnaouléni in Mali rivendicano il possesso della stessa miniera d’oro. Il fatto che le amministrazioni centrali dei due Stati si sono impegnati a delimitare di comune accordo la frontiera dovrebbe finalmente calmare gli animi. Sia la Guinea sia il Mali sono attraversati da forti tensioni sociali e di sicurezza, dovute alla presenza in Mali, in particolare, di gruppi jihadisti.

ASIA/INDIA - Nomina del Vescovo Coadiutore di Alleppey

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco oggi ha nominato Vescovo Coadiutore della diocesi di Alleppey Mons. James Raphael Anaparambil, del clero di Alleppey.Il nuovo Vescovo è nato il 7 marzo 1962 a Kandakadavu , e ha studiato al Seminario Maggiore di Alwaye. È stato ordinato sacerdote il 17 dicembre 1986 per il clero della Diocesi di Alleppey. Dopo l’Ordinazione sacerdotale ha svolto i seguenti incarichi: 1986-1987: Cappellano nella Parrocchia San Tommaso a Thumply; 1987-1988: Cappellano nella Cattedrale Monte Carmelo ad Alleppey; 1989-1993: Prefetto e Procuratore del Seminario Minore Sacro Cuore a Maithara, Cherthala, Allappuzha; 1993-1998: Studi per il Dottorato in Teologia Biblica nella Pontificia Università Urbaniana a Roma; 1998-2009: Docente di Teologia Biblica e Lingua ebraica presso il Pontificio Seminario St. Joseph, Carmelgiri, Aluva, e Direttore Diocesano del Centro Vocazionale del Kerala; 2009-2011: Rettore del Pontificio Seminario St. Joseph, Carmelgiri, Aluva; 2011-2014: Docente al Seminario St. Joseph, Carmelgiri, Aluva; 2014-2016: Vicario Generale Aggiunto per il clero, i religiosi e i seminaristi di Alleppey; dal 2016: Incaricato della revisione della traduzione della Bibbia in malayalam presso il Centro di Orientamento Pastorale in Ernakulam e Docente in Seminario.

ASIA/FILIPPINE - Dieci attivisti uccisi: i cristiani protestano contro Duterte

Manila – “Uccidere un essere umano significa violare il suo diritto inviolabile e inalienabile alla vita. Uccidere un prete, che è una persona consacrata, e impedirgli di continuare il suo apostolato a favore dei poveri, degli esclusi e degli emarginati, è un peccato perfino più grave e un crimine che grida al cielo per ottenere giustizia. Viviamo queste uccisioni di sacerdoti e pastori proprio mentre la Chiesa celebra l'Anno del Clero e dei Consacrati, segno del dono inestimabile della vita”: così il Vescovo Edwin de La Pena, che guida la martoriata comunità di Marawi, sull'isola di Mndanao, commenta all'Agenzia Fides l'omicidio di don Tito Paez, 72enne prete della diocesi di San Jose, vittima di una esecuzioni extragiudiziale il 4 dicembre 2017 . Si tratta del primo prete cattolico ucciso sotto il governo del Presidente Duterte. “Unisco la mia voce nel denunciare questo atto malvagio per impedirgli di compiere il suo compito profetico di difendere quanti sono ingiustamente privati dei loro diritti umani fondamentali” dice il Vescovo. Il 3 dicembre il pastore protestante Lovelito Quiñones, 57 anni, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco a Mansalay, nella provincia di Mindoro Orientale. Lo stesso giorno, nella provincia del Sud Cotabato a Mindanao, otto indigeni sono stati uccisi da soldati dell'esercito filippino.Gruppi della società civile, organizzazioni cattoliche e i difensori dei diritti umani deplorano e condannano l'uccisione di questi 10 attivisti in pochi giorni, propri alla vigilia della Giornata internazionale dei diritti umani, che si celebra il 10 dicembre. Secondo i gruppi , che manifestano il dissenso in varie parti di Manila, le uccisioni di civili e attivisti, spesso ad opera di “squadroni della morte”, ricordano il tempo della dittatura di Ferdinando Marcos. Tra i gruppi manifestanti vi sono il forum della società civile “Karapatan”, e i “Missionari rurali delle Filippine” che lamentano il “terrorismo di stato” e hanno indetto una grande manifestazione al Luneta Parl di Manila il 10 dicembre, Giornata internazionale dei diritti umani. Tra i presenti alla protesta vi saranno suore, religiosi, preti e giovani cattolici e protestanti.“Il regime dispotico del Presidente Duterte sta trasformando l'intero paese in un campo di sterminio”, ha detto Cristina Palabay Segretario generale di “Karapatan”, rilanciando l'allarme sulle violazioni dei diritti umani in tutto il paese. “Civili disarmati sono diventati bersaglio delle forze di sicurezza statali”, osserva auspicando “una seria indagine sugli omicidi”. “Karapatan” attribuisce gli ultimi attacchi al programma militare di "contro-insurrezione" lanciato da Duterte, denominato “Oplan Kapayapaan”, simile a quello promosso dall'ammiinistrazione dell’ex presidente Gloria Arroyo, che fece 1.206 omicidi extragiudiziali, per lo più attivisti e presunti sostenitori dei gruppi armati comunisti del "New People's Army". In un discorso del 29 novembre, Duterte ha esortato i soldati a sparare ai membri del New People's Army.

AMERICA - Patto mondiale sulle migrazioni: "Il cristianesimo costruisce ponti, non muri"

Monterrey - "La Chiesa cattolica in Messico, come tante altre Chiese locali, non smette il suo apostolato in favore dei migranti. Continueremo a collaborare con la Conferenza episcopale degli Stati Uniti, con i Vescovi del confine e con sacerdoti, religiosi, laici attivi in ​​questo lavoro": lo dichiara all'Agenzia FIdes il Vescovo Alfonso G. Miranda Guardiola, Segretario generale della Conferenza episcopale del Messico, illustrando l'opera delle Chiese in America Latina per difendere i diritti dei migranti e dei rifugiati, mentre è in atto il lavoro preparatorio di due Convenzioni globali sulla migrazione che l'ONU vuole approvare nel settembre 2018.Mentre la Chiesa cerca di sensibilizzare sull'accoglienza dei migranti, iniziano a manifestarsi le diverse posizioni dei governi nazionali: nei giorni scorsi il presidente USA Donald Trump ha deciso di ritirare il suo paese dal progetto del Patto MOndiale sulla migrazione.Mons. Miranda prosegue: "Continua il lavoro del CELAM nell'area latino-americana, tramite la rete denominata 'Clamore' che si occupa di migrazioni, rifugiati e tratta di esseri umani, mettendo al servizio dei migranti azioni umanitarie e cercando il loro inserimento e integrazione nelle società". "Sosteniamo quanti cercano la pace, il lavoro e una vita dignitosa. Il cristianesimo è una religione di pace creata per costruire ponti, non muri. Questa è la nostra missione: soffrire con chi soffre, accompagnare l'essere umano in qualsiasi condizione, senza alcun tipo di distinzione, abbracciando tutto senza riserve", conclude l'Arcivescovo.Nel mese di settembre 2016, i 193 membri dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno adottato all'unanimità un testo chiamato "Dichiarazione di New York sui rifugiati e migranti", destinato a migliorare la gestione internazionale di accoglienza e assistenza delle persone che migrano per varie ragioni. Sulla base di questa dichiarazione, l'Alto Commissario Onu per i Rifugiati è stato incaricato di proporre un Patto Mondiale su Migranti e Rifugiati, che dovrebbe essere pronto entro settembre 2018. Se approvato, il Patto deve garantire una serie di questioni chiave come la garanzia dei diritti diritti umani dei migranti o responsabilità condivisa tra le nazioni e tra i governi locali e statali.Le Chiese in America Latina hanno preparato documenti specifici e linee guida concrete per attuare quattro azioni - accogliere, proteggere, promuovere e integrare, indicati da Papa Francesco - che provocano atteggiamenti e iniziative da parte delle comunità cristiane a favore degli sfollati. Tale sforzo mira ad avere un impatto sulle politiche internazionali."Una delle parti più importanti del lavoro che le Chiese locali devono fare quando si tratta di migrazioni è promuovere una cultura di accoglienza nelle parrocchie. Chiudere le porte alla fuga da guerre o la fame non è cristiano", ha dichiarato di recente Fabio Baggio, missionario scalabriniano e Sottosegretario del Pontificio Consiglio per lo sviluppo umano integrale durante uno dei suoi incontri internazionali per coordinare la pastorale delle Chiese locali. Secondo l'ONU, ci sono 20 milioni di rifugiati fuori dai loro paesi e altri 40 milioni di sfollati interni in fuga dalla violenza. Inoltre, 244 milioni di persone sono state costrette ad attraversare i confini della loro nazione in cerca di opportunità economiche.

AFRICA/ZIMBABWE - Lo Zimbabwe guarda avanti; I Vescovi: “Includere tutti nel rilancio della nazione"

Harare - "La situazione è tornata alla normalità e il clima è sereno. La popolazione è contenta di avere un nuovo Presidente” dice all’Agenzia Fides fratel Alfonce Kugwa, Coordinatore Nazionale della Commissione per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale dello Zimbabwe, a una ventina di giorni dall’insediamento di Emmerson Mnangagwa, come Presidente ad interim, dopo le dimissioni di Robert Mugabe . Il 4 dicembre si è insediato il nuovo esecutivo. “Il nuovo governo sta focalizzando la sua azione sulla preparazione delle elezioni generali del prossimo anno e soprattutto sul rilancio dell’economia. La popolazione ha disperato bisogno di una forte ripresa economica e della creazione di nuovi posti di lavoro. Per questo il governo sta cercando di attrarre investimenti internazionali” dice Fratel Alfonce.Nella Lettera Pastorale pubblicata domenica 26 novembre, i Vescovi dello Zimbabwe, nel ringraziare la popolazione per la transizione pacifica, hanno lanciato un appello per la costituzione di una National Envisioning Platform che “catturi le aspirazioni di tutti i settori della società”. Dopo aver premesso che “il nostro desiderio come Pastori è di vedere la società dello Zimbabwe vivere in armonia, giustizia e pace in uno Stato democratico e prospero”, i Vescovi affermano che “la Chiesa insieme ad altri portatori di interessi nel settore pubblico e privato, può creare una National Envisioning Platform come spazio inclusivo per permettere agli abitanti dello Zimbabwe di tutti i ceti sociali di contribuire alla transizione democratica verso il progetto "Zimbabwe We Want", un programma ecumenico lanciato nel 2006”. Il manifesto "Zimbabwe We Want" è stato prospettato dalla Conferenza Episcopale dello Zimbabwe, dall’Evangelic Fellowship of Zimbabwe e dal Zimbabwe Council of Churches. “Lo Zimbabwe che vogliamo - si legge nel documento di presentazione - è caratterizzato dalla democrazia e dalla partecipazione democratica, costruito sulla premessa che i suoi cittadini, quali siano le diversità di colore della pelle, la provenienza etnica, lo status economico o sociale, il sesso, le convinzioni religiose o politiche, sono uguali e devono avere le stesse opportunità di partecipare alla definizione del nostro destino collettivo. Le nostre differenze sono una fonte di arricchimento per la nazione perché offrono l’opportunità di guardare le problematiche da prospettive diverse”.Secondo Fratel Alfonce “la popolazione nell’immediato è interessata più che alla democrazia, alla creazione di posti di lavoro tramite l’apertura di nuove aziende”.

AMERICA/MESSICO - “Legge sulla sicurezza interna”: le riflessioni dei Vescovi

Chilpancingo – Per mettere fine all'insicurezza in Messico "in primo luogo è necessario formare adeguatamente la polizia federale, statale e municipale, questo obiettivo è fallito, non esiste una polizia addestrata ed efficace. Se lo Stato non è in grado di offrire sicurezza attraverso la polizia ordinaria, perché dovrebbero usare l’Esercito? L'addestramento della polizia è un compito che dovrebbe svolgere lo Stato, e farlo bene”. E’ l’opinione di Mons. Salvador Rangel Mendoza, OFM, Vescovo della diocesi di Chilpancingo-Chilapa, Guerrero, particolarmente segnata dalla violenza e dall’insicurezza. “Ciò di cui abbiamo bisogno ora" prosegue il Vescovo in un'intervista a Vida Nueva Digital "è purificare, certificare, istruire la polizia. Questo sarebbe il modo giusto, non creare una corporazione dell'esercito con poteri speciali".Il 30 novembre la "Legge sulla sicurezza interna" è stata approvata dalla Camera dei Deputati: il provvedimento autorizza l’impiego delle forze armate per compiti di pubblica sicurezza e mantenimento della pace sociale. Tuttavia l'opinione pubblica interpreta l’atto legislativo nel contesto delle prossime elezioni. L'iniziativa di Peña Nieto, 6 capitoli e 31 articoli, stabilisce che la legge sulla sicurezza interna sia come uno dei rami principali della legge sulla sicurezza nazionale, quindi implica la possibilità che il Presidente della Repubblica faccia uso di tutte le Forze Armate per affrontare i fenomeni che hanno un impatto sull'ordine pubblico interno.Mons. Salvador Rangel ritiene che tale legge sia stata fatta in modo rapido e senza consultazioni per dare tutte le facoltà al Presidente della Repubblica di decidere dove le forze armate possano attaccare, mentre “in una democrazia ci deve essere equilibrio tra le diverse istituzioni". Nella sua diocesi di Chilpancingo-Chilapa, dove le forze armate da qualche tempo coadiuvano il lavoro di sorveglianza di fronte all'azione crescente dei gruppi criminali, molte persone possono testimoniare autorevolmente sull'insicurezza della popolazione.Il Vescovo inoltre ha evidenziato che le forze militari hanno uno scopo ben preciso, difendere la patria dai nemici, e i militari quindi sono addestrati, istruiti ad attaccare, per la guerra, mentre "da parte loro, le forze di polizia devono svolgere un lavoro più preventivo". La legge sulla sicurezza interna deve ancora essere approvata dal Senato della Repubblica, motivo per cui Mons. Rangel ha chiamato i senatori ad ascoltare la voce della popolazione: "sono rappresentanti del popolo, dovrebbero ascoltare bene le sue ragioni, contro e a favore".Mons. Salvador Rangel Mendoza in più occasioni è stato testimone della mancanza della minima sicurezza per le persone e dell’impotenza delle autorità, che non sono in grado di rispondere alla violenza criminale anche per la corruzione che ha raggiunto tutti i livelli .Il Vescovo di Chilpancingo-Chilapa, è un missionario che cura il suo gregge e i suoi sacerdoti. Il 28 maggio non ha nascosto l'approccio avuto con i membri del crimine per accordarsi su ciò che le autorità non garantiscono più: la sicurezza. Anche il clero della regione e di altre parti del paese, non sfugge a questo orrore: molti sacerdoti sono bersaglio facile e vivono sotto la grande pressione della criminalità organizzata, che gli impedisce di svolgere la loro missione evangelizzatrice, proibendo persino di pronunciare la parola “narcotraffico”, altrimenti pagano con la vita . Il Vescovo si è anche offerto come interlocutore tra criminalità organizzata e governo, se le autorità lo chiedessero, come possibile tentativo di dialogo per mettere fine al clima di violenza che affligge Guerriero .

ASIA/PAKISTAN - Cristiani, indù e musulmani all'ultimo saluto al prete educatore, primo frate minore pakistano

Karachi - Una folla commossa di preti, religiosi e fedeli, centinaia di ex studenti, molti dei quali indù e musulmani, hanno partecipato alla messa funebre tenutasi ieri, 6 dicembre, nella Cattedrale di San Patrizio a Karachi, per accompagnare e rendere l'ultimo saluto a p. John Baptist Todd OFM, noto sacerdote pakistano ed educatore francescano di Karachi. P. Todd è morto all'Ospedale della Sacra Famiglia il 4 dicembre, all'età di 96 anni, dopo settanta anni di sacerdozio. L'Arcivescovo Joseph Coutts, che guida la comunità di Karachi, ha presieduto la messa funebre, concelebrata da mons. Samson Shukardin OFM, vescovo di Hyderabad, anch'egli frate minore. Quest'ultimo così ha ricordato il confratello: “Era un uomo di saldi principi, severo con i suoi studenti ma anche molto affettuoso verso ciascuno di loro. Sarà ricordato come uomo di preghiera, per la sua vita disciplinata per il servizio reso all'istruzione in Pakistan” ha aggiunto .P. Todd, che è stato il primo frate minore pakistano, ha servito la nazione per sessanta anni come pedagogo e insegnante. Tra i suoi studenti figurano l'ex presidente e capo dell'esercito pakistano Pervez Musharraf e Jam Sadiq, ex presidente della provincia del Sindh. Entrambi hanno espresso grande apprezzamento per l'opera di p. Todd. Ancora oggi numerosi suoi ex studenti prestano servizio in posti chiave della società e della politica, delle forze armate.Fr. Todd è nato il 30 novembre 1921 a Karachi e, dopo gli studi universitari, si è unito all'Ordine dei Frati Minori. Dopo la sua ordinazione sacerdotale, nel 1948, ha prestato servzio nella Scuola superiore St Patrick a Karachi, poi come vice preside e preside della Scuola superiore San Bonaventura a Hyderabad, fino al 1978. Dopo un tempo di servizio a Quetta, è rientrato nell'Arcidiocesi di Karachi, nuovamente nella scuola superiore St Patrick, dove è stato Direttore dell'istituto tecnico. Il frate minore Pascal Robert, ex allievo, così lo ricorda a Fides: “Per tutta la vita ci ha insegnato il radicamento e il forte legame con Dio, vero e unico il Maestro delle nostre vite. Il Rosario e la preghiera quotidiana sono sempre stati la fonte della sua forza per adempiere alle sue responsabilità con dedizione e zelo missionario”.

ASIA/MYANMAR - I cattolici: “Dopo la visita del Papa, tocca a noi costruire la pace e la giustizia”

Yangon – “Il viaggio di Papa Francesco lascia ora un ruolo e una responsabilità più chiara alla comunità dei cattolici in Myanmar: dare, nello spirito del Vangelo, un contributo alla pace, alla giustizia, allo sviluppo e all’istruzione nel nostro amato paese. Ora tocca a noi. Siamo consapevoli di vivere in una fase storica di transizione, anche delicata. Bisogna avere pazienza, dato che i processi avviati, anche quello democratico, sono lenti. Bisogna tenere un approccio graduale e procedere passo dopo passo, senza forzare la mano”: lo dice all’Agenzia Fides il Vescovo Raymond Saw Po Ray, che guida la diocesi di Mawlamyine ed è presidente della Commissione “Giustizia e pace” della Conferenza dei Vescovi cattolici del Myanmar, esprimendo lo spirito che oggi vive la comunità cattolica birmana.Il Vescovo rileva: “La visita di Francesco ha permesso alla popolazione birmana di capire meglio chi sia davvero il Papa e di conoscere meglio la Chiesa cattolica. Ho quasi l'impressione che abbia fatto di più la sua presenza in tre giorni che una storia di secoli. E poi ha permesso di far comprendere la differenza tra i cattolici e i cristiani di altre denominazioni, talvolta difficile da sottolineare in un paese a maggioranza buddista”. “La sua presenza ha costituito un grande incoraggiamento per la comunità cattolica birmana: siamo davvero felici, consolati, rafforzati nella fede. E’ stato qualcosa che non ci saremmo mai aspettati: davvero un grande dono di Dio”, prosegue. “Anche i buddisti hanno apprezzato molto l'umiltà, la semplicità, l’accoglienza di Francesco al prossimo e il dialogo con tutti. Il suo viaggio avrà un effetto positivo anche per la vita del Chiesa cattolica birmana”, osserva mons. Saw Po Ray.“Molto importante – rimarca il Vescovo di Mawlamyine – è il tema della riconciliazione con le minoranze etniche: anche le minoranze cristiane come i Kachin hanno avvertito la vicinanza del Papa ed è apparso chiaro che non è il fattore religioso la causa dei conflitti con le minoranze. Sul caso dei Rohingya, oggi nella nazione c’è una prospettiva nuova. Al centro c’è il rispetto della dignità umana e noi tutti auspichiamo che, con la buona volontà, si possa avviare il processo per far ritornare i profughi. Certo, bisogna affrancarsi dalle manipolazioni politiche o medianiche e anche le forti pressioni internazionali a volte possono avere un effetto negativo sul nostro paese. Credo che la chiave di volta sia il messaggio lasciatoci dal Papa: guarire le ferite della nazione, lavorare e camminare insieme per il bene del paese. Da qui possiamo ripartire. Come cristiani continuiamo a pregare e ad agire, nello spirito del Vangelo, per costruire un orizzonte di pace e di giustizia nella nostra amata nazione”.

AFRICA/EGITTO - Chiesa copta: il trasferimento dell'Ambasciata Usa a Gerusalemme mette a rischio la stabilità globale

Il Cairo – L'eventuale trasferimento da Tel Aviv a Gerusalemme dell'Ambasciata USA in Israele avrebbe “conseguenze negative” non solo sulla sempre fragile stabilità del Medio Oriente, ma anche su quella del mondo nel suo complesso. E' questo l'allarme lanciato dalla Chiesa copta ortodossa nella giornata di ieri, martedì 5 novembre, con un comunicato che ha anticipato negli argomenti e nei toni le preoccupazioni espresse oggi da Papa Francesco, al termine dellUdienza generale del mercoledì. Secondo la Chiesa copta ortodossa, è necessario “tutelare lo status giuridico di Gerusalemme”, nel quadro di quanto indicato dalle risoluzioni ONU sulla Città Santa. La scelta di riconoscere Gerusalemme come capitale esclusiva di Israele secondo il Patriarcato copto ortodosso contrasterebbe con tutte le convenzioni internazionali al riguardo, e comprometterebbe i tentativi di superare le contese attraverso il dialogo e la ricerca di soluzioni condivise, che siano rispettose del profilo spirituale della Città Santa e della sua storia. Solo negli ultimi anni la crescente presenza di pellegrini copti ortodossi egiziani nella Città Santa ha segnato il superamento di fatto del divieto di visitare Gerusalemme che nel 1979 era stato imposto ai propri fedeli dall'allora Patriarca Shenuda III. Negli anni in cui si radicalizzava il conflitto arabo-israeliano, il Patriarca copto Shenuda III aveva vietato ai fedeli della sua Chiesa di compiere pellegrinaggi nello Stato ebraico e non aveva cambiato posizione neanche dopo la normalizzazione dei rapporti tra Egitto e Israele voluta dal Presidente Sadat. Tale divieto non è mai stato formalmente revocato, ma già nel 2014 il viaggio compiuto in Terra Santa da una novantina di cristiani copti in occasione della Settimana Santa aveva dato modo a diversi osservatori di sottolineare l'inattualità della disposizione disciplinare anti-pellegrinaggio, nel quadro dei rapporti esistenti tra le due nazioni confinanti. A incentivare ulteriormente i pellegrinaggi dei copti in Terra Santa aveva contribuito anche il viaggio compiuto a Gerusalemme nel novembre 2015 dallo stesso Patriarca Tawadros II, in occasione dei funerali dell'arcivescovo Abraham, capo della locale comunità copta ortodossa. . .

AFRICA/CENTRAFRICA - Crimini di guerra: “La giustizia è essenziale per la coesione sociale e la pace”

Bangui - “Penso che possa essere un vantaggio coniugare la giustizia interna del Centrafrica con quella amministrata dalla Corte Penale Internazionale” afferma il Cardinale Dieudonné Nzapalainga, Arcivescovo di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, in una intervista a Centrafrique Espoir. La Corte Penale Internazionale indaga su “una lista interminabile” di crimini contro l’umanità commessi in Centrafrica prima, durante e dopo la guerra civile scoppiata nel 2012, quando la coalizione di ribelli Seleka cacciò il Presidente François Bozizé, dando inizio ad un periodo di instabilità che dura tuttora.La CPI ha condannato Jean-Pierre Bemba, ex Vice Presidente della Repubblica Democratica del Congo, per le atrocità commesse tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003, dalle sue truppe accorse in appoggio all’allora Presidente centrafricano Ange-Félix Patassé, che sarà però rovesciato da Bozizè il 15 marzo 2003.Il Paese sconta dunque una lunga serie di crimini e sofferenze che costituiscono un pesante ostacolo sulla via della pace e della riconciliazione. “È importante che l’essere umano si renda conto del male che ha commesso nei confronti di suo fratello” rimarca il Cardinale Nzapalainga. “La giustizia - che può privarti per un certo periodo di tempo della libertà - è un valore positivo per riflettere e maturare in umanità. Dire no all’impunità è dire no al ciclo infernale di violenze e al fatto che i carnefici diventerebbero le vittime e le vittime carnefici. Da questo ciclo non si esce. Occorre mettere delle palizzate e nulla deve essere al di sopra della legge” sottolinea.Il Cardinale ritiene che accanto all’azione penale della CPI occorre valorizzare la giustizia centrafricana. “Penso che trarremo guadagno nel coniugare le due forme di giustizia. Questo perché ci sono persone nei villaggi che non potranno recarsi alla CPI e c’è dunque l’esigenza che la giustizia giochi il suo ruolo a livello locale. Questo è essenziale per la coesione sociale” sottolinea il Cardinale.Per quanto riguarda il perdono dei carnefici, il Cardinale ricorda che “il perdono non ha mai escluso la giustizia, al contrario”. Coloro che hanno commesso dei crimini devono riconoscerli. “Chiediamo semplicemente che gli uni e gli altri riconoscano che hanno fatto il male. Il perdono viene in seguito, come una grazia che arriva” conclude.

ASIA/TERRA SANTA - Il Papa su Gerusalemme: rispettare Status quo e risoluzioni ONU. Padre Abdo: rischio nuova Intifada

Gerusalemme – “Il mio pensiero va a Gerusalemme. Al riguardo, non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni, e nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti Risoluzioni delle Nazioni Unite”. Con queste parole, alla fine della udienza generale del mercoledì, Papa Francesco ha espresso la propria premura per la convivenza nella Città Santa, con implicito riferimento alle nuove tensioni suscitate dalla annunciata decisione dell'Amministrazione USA di trasferire a Gerusalemme la propria ambasciata, finora dislocata a Tel Aviv. “Gerusalemme” ha aggiunto il Vescovo di Roma “è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i Luoghi Santi delle rispettive religioni, ed ha anche una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero, e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione, in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti”. Nella giornata di ieri, il Presidente palestinese Abu Mazen aveva avuto una conversazione telefonica con Papa Francesco riguardo alla questione dello spostamento dell'Ambasciata USA a Gerusalemme. “C'è da augurarsi” riferisce all'Agenzia Fides padre Mikhael Abdo Abdo OCD, direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie della Terra Santa, “che quella dell'Amministrazione USA rappresenti solo una mossa fatta per verificare quale sarebbero state le reazioni. Ma anche le reazioni erano già prevedibili. Era facile anche prima riconoscere che si tratta di una pessima idea, che potrebbe anche provocare una nuova Intifada. E non si capisce chi ha interesse a creare nuovi problemi qui, proprio mentre ci stiamo preparando al Natale del Signore”. .

AMERICA/NICARAGUA - Dopo il no della Chiesa, ritirato il disegno di legge sulle feste mariane “patrimonio nazionale”

Managua – L'Assemblea nazionale del Nicaragua ha ritirato ufficialmente il disegno di legge che proponeva di dichiarare "patrimonio nazionale" le celebrazioni in onore dell'Immacolata Concezione di Maria , dopo il parere contrario manifestato attraverso diversi interventi della Chiesa locale.“Abbiamo inviato una lettera alla Presidenza della Repubblica, con punti molto specifici, in cui si mostra al governo come sia inopportuna e inadeguata una decisione di questo tipo, perché ‘La Purisima’ non ha bisogno di alcun decreto, perché sta proprio nel cuore del popolo” ha detto Mons. Juan Abelardo Mata Guevara, SDB, Vescovo di Estelí, portavoce e Segretario generale della Conferenza episcopale del Nicaragua.L’intervento del Segretario dei Vescovi ha confermato la chiara posizione della Chiesa contro l'iniziativa del governo guidato dal presidente Ortega, di dichiarare “Patrimonio Storico e Culturale del paese” i festeggiamenti mariani. Il disegno di legge avrebbe dovuto essere discusso ieri, 5 dicembre, dall'Assemblea nazionale.Secondo le dichiarazioni di Wilfredo Navarro, deputato sandinista e secondo Segretario dell'Assemblea nazionale, la proposta dell'esecutivo mirava a far sì che le attività legate alla novena della Purísima, alla festa della Griteria che si celebra il 7 dicembre, alla festa in onore della Virgen del Trono nel comune di El Viejo, Chinandega il 6 dicembre, e a quella dell'8 dicembre dell'Immacolata Concezione di Maria, potessero essere considerate patrimonio della nazione. “Ciò che viene dichiarato patrimonio culturale è l'usanza del popolo . Quello che stiamo facendo è formalizzare una festa che il popolo del Nicaragua già ha” aveva commentato Navarro.La reazione alla proposte da parte della Chiesa cattolica è stata immediata e unanime. Per Mons. Silvio Fonseca, Vicario per la Famiglia, la Vita e l’Infanzia dell'Arcidiocesi di Managua, “sarebbe una tristezza che una tradizione religiosa" verso la Vergine Maria "si riduca ad espressione di cultura". Secondo la nota inviata all'Agenzia Fides dal quotidiano nicaraguense La Prensa, anche il Card. Leopoldo Brenes, Arcivescovo di Managua, ha respinto la proposta, perché la festa in onore dell'Immacolata Concezione di Maria è una festa della Chiesa cattolica, che appartiene al mondo e non ad un paese. "Penso che sarebbe bene sapere cosa c'è dietro il decreto, perché onestamente io non lo so" ha commentato il Card. Brenes, sottolineando che l'Episcopato non è stato consultato dal governo prima di preparare e presentare questo disegno di legge, e ciò costituisce, secondo l'opinione pubblica di questo paese, una mancanza di rispetto per la Chiesa cattolica del Nicaragua.

ASIA/FILIPPINE - Ucciso un sacerdote, è una esecuzione mirata: allarme dei missionari rurali

Manila - Marcelito Paez, detto Tito, un anziano sacerdote della diocesi di San Jose, è stato ucciso nelle Filippine. Come confermato dal Vescovo Roberto Mallari, che guida la comunità di San Jose, nella parte centrale dell'isola filippina di Luzon, quattro uomini su due motociclette hanno teso un agguato verso le 8 di sera del 4 dicembre mentre il prete 72enne guidava il suo veicolo nella città di Jaen. Portato di corsa in un ospedale nella vicina città di San Leonardo, è morto circa due ore dopo, per le ferite da arma da fuoco. Si è trattata di una vera e propria esecuzione, che il Vescovo Mallari “condanna fermamente”, chiedendo alle autorità “di condurre appropriate indagini e si rendere giustizia alla sua morte”. Finora nessun gruppo criminale ha rivendicato l'omicidio.Come appreso da Fides è forte lo sdegno e il disappunto tra i fedeli nella diocesi e in tutta la comunità cattolica delle Filippine. Veglie e incontri di preghiera spontanee hanno riunito i fedeli locali, che il Vescovo ha invitato a “stare uniti nella preghiera per la giustizia”Paez era un prete diocesano che ha servito la diocesi per più di 30 anni ed era andato in pensione nel 2015, sebbene continuasse l'opera pastorale e apostolica. Nel suo servizio alla Chiesa, era noto per il suo coinvolgimento attivo nella difesa della giustizia sociale, in particolare nelle questioni dei diritti umani che riguardano i poveri. Per molti anni aveva fatto parte della Commissione per l'azione sociale della diocesi, dirigendo l'ufficio per “Giustizia e pace”.Il prete era tuttora il coordinatore a Luzon dei “Missionari Rurali delle Filippine” , organizzazione intercongregazionale e interdiocesana, formata da religiosi, sacerdoti e laici, uomini e donne, fondata nel 1969 dall'Associazione dei Superiori maggiori nelle Filippine, con l'idea di offre un presenza cristiana attiva nelle aree rurali.Proprio nel giorno in cui è stato ucciso, Paez aveva contribuito a facilitare il rilascio del prigioniero politico Rommel Tucay, detenuto in una prigione nella città di Cabanatuan.“E’ un atto molto grave. L’esecuzione è un atto brutale che mira a seminare terrore tra coloro che si oppongono al carattere militarista e dispotico del governo Duterte e mettere a tacere quanti continuano a denunciare le esecuzioni extragiudiziali e le violazioni dei diritti umani”, rileva all’Agenzia Fides suor Elenita Belardo, delle Suore del Buon Pastore, Coordinatore nazionale dei “Missionari Rurali delle Filippine”. “Non sappiamo chi siano gli autori del delitto e auspichiamo una seria indagine. In definitiva, riteniamo che il presidente Duterte rappresenti il responsabile ultimo dei continui attacchi contro i missionari rurali, gli attivisti e i difensori dei diritti umani in questo periodo”, aggiunge la suora, esprimendo condoglianze alla famiglia e alla comunità di p. Tito. “Il suo impegno nel servire i poveri delle aree rurali è un'ispirazione per tutti noi. Ha servito la gente fino al suo ultimo respiro. Ha sempre cercato di testimoniare il Vangelo e gli insegnamenti sociali della Chiesa, ha difeso i diritti e gli interessi della gente”.Suor Elenita conclude: “Urge denunciare queste atrocità. Viviamo tempi difficili in cui nessuno è al sicuro. Uniamoci tutti e alziamo la nostra voce contro l’assoluto disprezzo per la vita delle persone, che anche il governo attuale incoraggia”, conclude.

ASIA/INDIA - Nomina del Rettore del Seminario “Khrist Premalaya Regional Theologate” di Bhopal

Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 11 ottobre 2017, ha nominato Rettore del Seminario interdiocesano denominato “Khrist Premalaya Regional Theologate” nell’arcidiocesi di Bhopal, in India, il p. Arockiasamy Savarirayan, della Società del Verbo Divino .Il nuovo Rettore è nato il 2 marzo 1966 ad Allikondapattu, ha emesso i voti perpetui tra i Verbiti il 15 gennaio 1994 ed è stato ordinato sacerdote il 30 aprile 1995. Ha conseguito la Licenza in Teologia biblica presso la Pontificia Università Gregoriana e il Dottorato all’Angelicum . Dopo l’ordinazione è stato viceparroco alla Cattedrale di Indore, insegnante e formatore degli Juniores verbiti a Palta, quindi direttore del Centro di pastorale biblica di Bhopal, coordinatore dell’Apostolato biblico per la provincia centrale indiana SVD. Per 14 anni si è dedicato alla formazione dei seminaristi, è stato Vicerettore e Decano degli studi al “Khrist Premalaya Regional Theologate”. Ha diretto cinque riviste teologiche e scritto molti articoli.

AFRICA/MALI - Nomina del Rettore del Seminario maggiore “Saint Augustin” di Bamako

Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 19 maggio 2017, ha nominato Rettore del Seminario maggiore nazionale “Saint Augustin” nell’arcidiocesi di Bamako , il rev. Florent Kone, del clero diocesano di San.Il nuovo Rettore è nato il 17 febbraio 1969 in località Manina, in una famiglia profondamente cristiana. Dopo gli studi primari a Bénéna, ha frequentato il Seminario minore del Togo, quindi il Seminario intermedio Pio XII di Bamako e quindi il Seminario maggiore Saint Augustin. E’ stato ordinato sacerdote l’8 settembre 1996 per la diocesi di San. Dopo l’ordinazione è stato viceparroco nella parrocchia di Sokoura. Dal 2005 al 2011 ha studiato Liturgia e Musica sacra a Roma, conseguendo il Dottorato in Liturgia. Dal 2011 era formatore e insegnante di Liturgia al Seminario Saint Augustin.

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