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AFRICA/NIGERIA - Arrestati gli assassini di p. Onunkwo, il sacerdote nigeriano rapito e ucciso il 1° settembre

Abuja - Arrestati i presunti assassini di p. Cyriacus Onunkwo, il sacerdote nigeriano rapito e ucciso il 1° settembre a Orlu, la seconda città dello Stato di Imo, nel sud-est della Nigeria .La polizia ha arrestato sei membri di una banda dedita alle rapine stradali, guidata da un ex caporale della polizia, Jude Madu. I criminali avrebbero confessato di essere responsabili del rapimento di p. Onunkwo, al fine di estorcere denaro alla famiglia e alla Chiesa. Il sacerdote sarebbe però morto soffocato, perché i criminali hanno tappato la bocca e il naso del malcapitato sacerdote con del cellophane.Dalla ricostruzione della polizia, nel tardo pomeriggio del 1° settembre l’auto di p. Onunkwo era stata bloccata nei pressi del Banana Junction, ad Amaifeke, da alcuni uomini armati che lo hanno poi rapito. Il sacerdote, che svolgeva il suo servizio a Orlu, si stava recando nel suo villaggio natale, Osina, per partecipare al funerale del padre, morto il 28 agosto. Il corpo del sacerdote, che era stato rinvenuto il 2 settembre nei pressi del villaggio di Omuma, non presentava ferite e, in un primo momento, si era ipotizzato che il sacerdote fosse stato strangolato. Ora invece, secondo il racconto dei rapitori, è emersa l’ipotesi della morte accidentale.Negli ultimi anni, in Nigeria, specie negli Stati meridionali, sono aumentati i rapimenti a scopo estorsivo di preti e religiosi in genere lungo le arterie che collegano una città all’altra. La maggior parte di loro vengono liberati dopo pochi giorni, ma da quasi due anni non si hanno notizie di p. Gabriel Oyaka, religioso nigeriano spiritano , rapito il 7 settembre 2015 nello Stato di Kogi . La Conferenza Episcopale della Nigeria ha vietato il pagamento di qualsiasi riscatto nel caso del rapimento di sacerdoti e religiosi/e.

AFRICA/ZAMBIA - I Vescovi: “Il diffondersi dei sex party segno del decadimento morale di diversi adolescenti”

Lusaka - “La Chiesa cattolica è preoccupata per il decadimento morale che ha inghiottito diversi ragazzi e ragazze, come dimostrato dai giovani coinvolti in attività immorali, come orge a base di alcool e sesso, a Lusaka e a Livingstone” afferma p. Winfield Kunda, Direttore della Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale dello Zambia in una dichiarazione sulla scoperta, il 3 settembre, di un “sex party” in un’abitazione nei pressi di Lusaka al quale hanno partecipato circa 70 adolescenti di età compresa tra i 13 e i 18 anni.Si tratta dell’ultimo di una serie di episodi simili accaduti di recente nella capitale, Lusaka, e a Livingstone. “La diffusione di questi atti se non viene interrotta completamente e fermata, rischia di far esplodere la situazione. Lascia ognuno di noi sconcertati su quale genere di famiglia questi ragazzi potranno realizzare in futuro e di conseguenza su quello che diverrà la nostra nazione” continua p. Kunda.Oltre al rischio di gravidanze prematrimoniali, questo genere di atti accresce quello della diffusione dell’HIV/AIDS, sottolinea il portavoce della Conferenza Episcopale. “I ragazzi che sono stati colti a commettere sesso di gruppo, non dovrebbero essere lasciati soli e dovrebbero invece venire consigliati sui pericoli di tali atti, avvertendoli che il futuro dello Zambia dipende da loro. I genitori non dovrebbero cercare di proteggerli ad ogni costo, ma devono essere pronti a lasciare che i loro figli siano instradati sul giusto cammino, aiutandoli nella formazione morale dei loro figli” conclude p. Kunda.

AMERICA/COLOMBIA - “Non fate resistenza alla riconciliazione”: la consegna del Papa ai colombiani

Bogotà – “Facciamo il primo passo” è stato il motto del viaggio apostolico in Colombia di Papa Francesco, appena concluso, a sostegno del processo di riconciliazione in corso nel Paese sconvolto da oltre 50 anni di guerra, e su questo tema è tornato a più riprese. “La riconciliazione non è una parola che dobbiamo considerare astratta. Riconciliarsi è aprire una porta a tutte e a ciascuna delle persone che hanno vissuto la drammatica realtà del conflitto” ha sottolineato il Papa durante la Messa che ha presieduto l’8 settembre a Villavicencio. “Quando le vittime vincono la comprensibile tentazione della vendetta, diventano i protagonisti più credibili dei processi di costruzione della pace. Bisogna che alcuni abbiano il coraggio di fare il primo passo in questa direzione, senza aspettare che lo facciano gli altri. Basta una persona buona perché ci sia speranza! E ognuno di noi può essere questa persona!”Tuttavia riconciliarsi “non significa disconoscere o dissimulare le differenze e i conflitti. Non è legittimare le ingiustizie personali o strutturali, il ricorso alla riconciliazione concreta non può servire per adattarsi a situazioni di ingiustizia” ha evidenziato il Papa, specifidando che “ogni sforzo di pace senza un impegno sincero di riconciliazione sarà sempre un fallimento”. Nel corso della Messa, il Papa ha beatificato i colombiani Mons. Jesús Emilio Jaramillo Monsalve, Vescovo di Arauca, e il sacerdote Pedro María Ramírez Ramos, martire di Armero, definendoli “espressione di un popolo che vuole uscire dal pantano della violenza e del rancore”.Nel grande “Incontro per la Riconciliazione Nazionale”, sempre a Villavicencio, lo stesso giorno, con i rappresentanti delle vittime della violenza, militari e agenti di polizia, ex guerriglieri, riuniti ai piedi del Crocifisso di Bojayá, che il 2 maggio 2002 “assistette al massacro di decine di persone rifugiate nella sua chiesa”, il Papa ha sottolineato: “Questa immagine ha un forte valore simbolico e spirituale. Guardandola contempliamo non solo ciò che accadde quel giorno, ma anche tanto dolore, tanta morte, tante vite spezzate e tanto sangue versato nella Colombia degli ultimi decenni. Vedere Cristo così, mutilato e ferito, ci interpella… ci mostra ancora una volta che è venuto a soffrire per il suo popolo e con il suo popolo; e anche ad insegnarci che l’odio non ha l’ultima parola, che l’amore è più forte della morte e della violenza. Ci insegna a trasformare il dolore in fonte di vita e risurrezione, affinché insieme a Lui e con Lui impariamo la forza del perdono, la grandezza dell’amore”. Riferendosi alle testimonianze ascoltate poco prima, “storie di sofferenza e di amarezza, ma anche, e soprattutto, storie di amore e di perdono che ci parlano di vita e di speranza”, Papa Francesco ha esortato i colombiani: “non abbiate paura di chiedere e di offrire il perdono. Non fate resistenza alla riconciliazione che vi fa avvicinare, ritrovare come fratelli e superare le inimicizie. E’ ora di sanare ferite, di gettare ponti, di limare differenze. E’ l’ora di spegnere gli odi, rinunciare alle vendette e aprirsi alla convivenza basata sulla giustizia, sulla verità e sulla creazione di un’autentica cultura dell’incontro fraterno”. Un invito ad “andare all’essenziale, rinnovarsi e coinvolgersi”, è stato lanciato dal Papa durante la Messa all’Aeroporto “Enrique Olaya Herrera” di Medellín, il 9 settembre. Andare all’essenziale “è andare in profondità, a ciò che conta e ha valore per la vita. Gesù insegna che la relazione con Dio non può essere un freddo attaccamento a norme e leggi, né tantomeno un compiere certi atti esteriori che non portano a un cambiamento reale di vita”. Quindi ha incoraggiato a non temere il rinnovamento, in quanto “la Chiesa è sempre in rinnovamento”, per rispondere meglio alla chiamata del Signore. “E in Colombia ci sono tante situazioni che chiedono ai discepoli lo stile di vita di Gesù, particolarmente l’amore tradotto in atti di nonviolenza, di riconciliazione e di pace”. “Oggi a noi è chiesto di crescere in audacia, in un coraggio evangelico che scaturisce dal sapere che sono molti quelli che hanno fame, hanno fame di Dio, fame di dignità, perché sono stati spogliati” e Gesù chiede a noi, come fece coi suoi discepoli, di “mangiare il pane di Dio, mangiare l’amore di Dio, mangiare il pane che ci aiuta a sopravvivere”. Infine ha rivolto un appello alla Chiesa in Colombia, chiamata “a impegnarsi con maggiore audacia nella formazione di discepoli missionari,. Discepoli missionari che sanno vedere, senza miopie ereditarie; che esaminano la realtà secondo gli occhi e il cuore di Gesù, e da lì la giudicano. E che rischiano, che agiscono, che si impegnano”.L’ultima grande celebrazione eucaristica è stata presieduta dal Papa domenica 10 settembre nell’Area portuale del Contecar . Come ha ricordato nell’omelia, da 32 anni, Cartagena de Indias è in Colombia la sede dei diritti umani, perché qui “grazie al gruppo missionario formato dai sacerdoti gesuiti Pedro Claver y Corberó, Alonso de Sandoval e il fratello Nicolás González, accompagnati da molti figli della città di Cartegena de Indias nel secolo XVII, nacque la preoccupazione per alleviare la situazione degli oppressi dell’epoca, essenzialmente quella degli schiavi, per i quali reclamarono il rispetto e la libertà”.Ispirandosi alla Parola di Dio della liturgia del giorno, il Papa ha ricordato: “In questi giorni ho sentito tante testimonianze di persone che sono andate incontro a coloro che avevano fatto loro del male. Ferite terribili che ho potuto contemplare nei loro stessi corpi; perdite irreparabili che ancora fanno piangere, e tuttavia queste persone sono andate, hanno fatto il primo passo su una strada diversa da quelle già percorse”. Non bastano i quadri normativi e gli accordi istituzionali tra gruppi politici o economici per garantire la pace senza un incontro personale tra le parti che provochi la nascita di una vera “cultura di pace”. “Nessun processo collettivo ci dispensa dalla sfida di incontrarci, di spiegarci, di perdonare – ha messo in guardia il Papa -. Le ferite profonde della storia esigono necessariamente istanze dove si faccia giustizia, dove sia possibile alle vittime conoscere la verità, il danno sia debitamente riparato e si agisca con chiarezza per evitare che si ripetano tali crimini. Ma tutto ciò ci lascia ancora sulla soglia delle esigenze cristiane. A noi cristiani è richiesto di generare ‘a partire dal basso’ un cambiamento culturale: alla cultura della morte, della violenza, rispondere con la cultura della vita e dell’incontro… Nell’incontro tra di noi riscopriamo i nostri diritti, ricreiamo la vita perché torni ad essere autenticamente umana”.

ASIA/FILIPPINE - I leader cattolici: non si può governare il paese con gli omicidi

Manila - "Nella cosiddetta crociata contro la droga lanciata dal presidente Duterte, le uccisioni extragiudiziali continuano con il ritmo di circa mille al mese. A essere colpiti sono soprattutto i poveri. Per comprendere la gravità del fenomeno, basti pensare che sotto la dittatura di Marcos, uno dei periodi più bui della storia nazionale, se ne contavano 250 l'anno. Abbiamo un presidente serial killer e lo stato sta diventando uno stato-killer. Come cristiani non possiamo restare indifferenti": è l'allarme lanciato all'Agenzia Fides dal gesuita filippino Albert Alejo, antropologo e docente all'Ateneo di Manila University, impegnato con un gruppo di religiosi di altre congregazioni e di laici cattolici a sensibilizzare le coscienze per porre fine alla campagna di omicidi e di violazioni dei diritti umani che attraversa la nazione sotto la presidenza di Rodrigo Duterte. "C'è un disprezzo totale della vita umana, c'è l'impunità per chi commette delitti, c'è la distruzione delle regole elementari dello stato di diritto e della democrazia: possiamo restare in silenzio o ignorare questa situazione?", si chiede il gesuita, interpellato dall'Agenzia Fides. Il persistere della violenza perpetrata dalla polizia e da squadroni di vigilantes che eliminano piccoli spacciatori e tossicodipendenti ha generato di recente nuove reazioni dei Vescovi filippini. Il Cardinale Luis Antonio Tagle, Arcivescovo di Manila, ha dichiarato nei giorni scorsi che "il paese non può essere governato dalla violenza". "Con dolore e orrore si continuano a ricevere notizie quotidiane di omicidi, in gran parte vittime di sospetti spacciatori di droga o tossicodipendenti", ha rilevato. "Non possiamo permettere che la distruzione della vita diventi un fatto ordinario. Non si può governare la nazione con gli omicidi, questo non è umano", ha detto Tagle, mentre nella nazione si diffondono notizie su nuove indagini che vedono membri della polizia segretamente coinvolti nelle uccisioni extragiudiziali.Il Cardinale ha invitato a un " cambiamento di cuore" e a riscoprire "l'inclinazione a fare il bene e ad amare il prossimo" e ha chiesto ai sacerdoti di mostrare solidarietà e vicinanza alle famiglie delle vittime, afflitte dal dolore. Per questo in molte diocesi filippine, inclusa Manila, alle 8 di ogni sera le campane delle chiese suonano per cinque minuti, invitando i fedeli a ricordare le vittime degli omicidi extragiudiziali e a pregare per loro.Senza negare la presenza del problema della diffusione e del traffico di droga nella nazione, la Chiesa filippina ritiene ingiusti e inadeguati i mezzi per combattere il fenomeno. Per questo alla fine di agosto una speciale conferenza ha riunito vescovi, rappresenti del governo, autorità di polizia, leader di organizzazioni non governative con l'obiettivo di sviluppare una partnership tra i diversi settori della società e del governo, e avviare una proficua collaborazione per combattere la droga in modo diverso. "Spero che questo tipo di dialogo possa continuare a diversi livelli", ha detto il Cardinale.

AMERICA/VENEZUELA - Programma umanitario di Caritas Venezuela per contrastare la fame e la denutrizione

Caracas - “Pentole Solidali” è una delle iniziative avviate da Caritas Venezuela per contrastare il deficit alimentare nelle fasce più povere degli abitanti del Paese, in particolare tra i bambini, gli adulti e i malati. Il programma è stato ufficialmente avviato nel mese di febbraio 2017, con la Campagna “Compartir” che la Conferenza Episcopale Venezuelana realizza tutti gli anni all’inizio del tempo di Quaresima. L’iniziativa rappresenta la risposta immediata della Chiesa alla denutrizione infantile, specialmente tra i piccoli con meno di 5 anni di età. I Vescovi, si legge nella nota inviata a Fides, sono consapevoli del fatto che il Programma non sarà sufficiente a risolvere il problema della fame in Venezuela se lo Stato non prende piena coscienza di questo dramma e, di conseguenza, permette un canale umanitario per l’ingresso di generi alimentari e medicine. L’iniziativa della Caritas, con il motto: “Pentole comunitarie… resta ancora molto da fare”, ha iniziato a prendere piede in molte chiese e centri comunitari del Paese. Tuttavia, rimane sempre più difficile ottenere alimenti nutrienti per preparare i pasti e soddisfare la domanda sempre crescente.Una di queste esperienze delle “Pentole comunitarie” si svolge nella Parrocchia Universitaria “Epifanía del Señor” dell’Arcidiocesi di Caracas, portata avanti dal sacerdote gesuita Raúl Herrera insieme a molti fedeli laici. “Per i commensali è chiaro che questo pasto quotidiano non risolve il problema di fondo, ma può solo mitigare la fame”, ha spiegato uno dei collaboratori del sacerdote. “Ogni giorno, come è successo domenica scorsa, assistiamo oltre 200 persone alle quali vengono dati oltre 5 mila litri di zuppa con carne, pollo e verdure. Li serviamo a tavola, dando la priorità agli anziani e ai bambini, assicurandoci comunque che tutti abbiano da mangiare”, ha aggiunto.Secondo la coordinatrice del programma SAMAN di Caritas Venezuela, al 31 luglio scorso è stato registrato un aumento del tasso di denutrizione grave tra i bambini con meno di 5 anni di età. Inoltre, lo stesso studio rivela che il 60% dei 486 bambini con meno di 5 anni pesati e misurati da Caritas, ha deficit nutrizionali.

ASIA/INDIA - “Urge alzare la voce di fronte al dilagare dell’estremismo indù”: lettera aperta ai leader cristiani

New Delhi – “Noi, come cristiani indiani, siamo preoccupati per la svolta che vediamo in atto nel nostro paese che, da democrazia pluralista, si sta quasi trasformando in una sorta di regno dominato da una ideologia induista. C'è un disegno sistematico per minare la Costituzione democratica. Le istituzioni sembrano spesso fiancheggiare i gruppi radicali. Quelle che sono le vittime diventano persone sotto accusa, i processi sono controllati e prevale una narrazione basata sulla propria identità religiose e castale. I media sembrano silenziosi, per autocensura, costretti dallo stato, o spinti da interessi aziendali. Nel paese si assiste all’erosione di principi come libertà e uguaglianza, mentre si afferma una nuova cultura coercitiva, che sta distruggendo la società”: lo afferma una lettera aperta - pervenuta all’Agenzia Fides - indirizzata ai capi delle Chiese e ad altri leader cristiani, firmata da 101 noti attivisti e intellettuali cristiani, tra i quali educatori, attivisti, avvocati, giornalisti, teologi, filosofi, accademici, Pastori. Il sorgere spontaneo in molte città del movimento pubblico #NotInMyName mostra “il comune sentire indiano contro l’ideologia dell’odio” e invita tutti a non tacere, afferma il testo, mentre la società è ancora scossa dal recente omicidio della giornalista Gauri Lankesh, nota voce critica contro le politiche dei nazionalisti indù. La lettera rileva “il doppio binario del governo”: da un lato si dice in prima linea nella sfida globale del terrorismo internazionale, ma poi “minimizza l’impatto di quei movimenti nazionalisti e violenti che attaccano soprattutto i deboli e gli emarginati. Le vittime, infatti, sono soprattutto dalit, tribali e le minoranze religiose”.Il numero di atti violenti contro i soli cristiani negli ultimi tre anni – nota il testo – tocca quota 600, mentre “crescono boicottaggio e discriminazione sociale che incidono sul diritto alla vita, al cibo e al sostentamento”. Il National Crime Records Bureau ha documentato 47.064 atti di violenza nei confronti dei dalits nel 2014, mentre anche la violenza contro i musulmani sta raggiungendo un picco allarmante.La lettera nota con preoccupazione che “l'odio viene propagato anche da deputati del Parlamento e talvolta da ministri del governo, che rappresentano la cornice istituzionale di questa violenza”. “E inevitabilmente, forse in modo deliberato, tali questioni distolgono l'attenzione dai problemi reali della gente e dalle politiche economiche che incidono negativamente su lavoratori, agricoltori e giovani”. Secondo gli autori della lettera, “la politica attuale è contro ogni fondamentale principio umano e costituzionale di uguaglianza e dignità e non preserva il bene comune”.Gli estensori della missiva ricordano che “la comunità cristiana ha una lodevole eredità di tradizione profetica, di difesa della giustizia, dei diritti umani, degli oppressi e degli emarginati, ed è dunque chiamata a schierarsi apertamente a sostegno della verità, a protestare contro le violazioni di tali principi”.“I cristiani sono il sale della terra…oppure sono diventati tiepidi?” si legge nel testo. “Le Chiese devono agire prima che sia troppo tardi. Come cittadini e come cristiani, è tempo di stare accanto alle vittime per essere la voce dei poveri e degli emarginati; è tempo di collaborare con la società civile per diffondere la verità; è tempo di intraprendere iniziative per prevenire un'ulteriore erosione dei nostri valori umani e costituzionali. Per questo invitiamo umilmente tutti i leader cristiani e i capi delle Chiese a riflettere e a guidare la comunità cristiana in India sul cammino della verità, dell'amore e della giustizia”, conclude la lettera.

ASIA/INDIA - “Non si può tacere di fronte al dilagare dell’estremismo indù”: lettera aperta ai leader cristiani

New Delhi – “Noi, come cristiani indiani, siamo preoccupati per la svolta che vediamo in atto nel nostro paese che, da democrazia pluralista, si sta quasi trasformando in una sorta di regno dominato da una ideologia induista. C'è un disegno sistematico per minare la Costituzione democratica. Le istituzioni sembrano spesso fiancheggiare i gruppi radicali. Quelle che sono le vittime diventano persone sotto accusa, i processi sono controllati e prevale una narrazione basata sulla propria identità religiose e castale. I media sembrano silenziosi, per autocensura, costretti dallo stato, o spinti da interessi aziendali. Nel paese si assiste all’erosione di principi come libertà e uguaglianza, mentre si afferma una nuova cultura coercitiva, sta distruggendo la società”: lo afferma una lettera aperta - pervenuta all’Agenzia Fides - indirizzata ai capi delle Chiese e ad altri leader cristiani, firmata da 101 noti attivisti e intellettuali cristiani, tra i quali educatori, attivisti, avvocati, giornalisti, teologi, filosofi, accademici, Pastori. Il sorgere spontaneo in molte città del movimento pubblico #NotInMyName mostra “il comune sentire indiano contro l’ideologia dell’odio” e invita tutti a non tacere, afferma il testo, mentre la società è ancora scossa dal recente omicidio della giornalista Gauri Lankesh, nota voce critica contro le politiche dei nazionalisti indù. La lettera rileva “il doppio binario del governo”: da un lato si dice in prima linea nella sfida globale del terrorismo internazionale, ma poi “minimizza l’impatto di qui movimenti nazionalisti e violenti che attaccano soprattutto i deboli e gli emarginati. Le vittime, infatti, sono soprattutto dalit, tribali e le minoranze religiose”.Il numero di atti violenti contro i soli cristiani negli ultimi tre anni – nota il testo – tocca quota 600, mentre “crescono boicottaggio e discriminazione sociale che incidono sul diritto alla vita, al cibo e al sostentamento”. Il National Crime Records Bureau ha documentato 47.064 atti di violenza nei confronti dei dalits nel 2014, mentre anche la violenza contro i musulmani sta raggiungendo un picco allarmante.La lettera nota con preoccupazione che “l'odio viene propagato anche da deputati del Parlamento e talvolta da ministri del governo, che rappresentano la cornice istituzionale di questa violenza”. “E inevitabilmente, forse in modo deliberato, tali questioni distolgono l'attenzione dai problemi reali della gente e dalle politiche economiche che incidono negativamente su lavoratori, agricoltori e giovani”. Secondo gli autori della lettera, “la politica attuale è contro ogni fondamentale principio umano e costituzionale di uguaglianza e dignità e non preserva il bene comune”.Gli estensori della missiva ricordano che “la comunità cristiana ha una lodevole eredità di tradizione profetica, di difesa della giustizia, dei diritti umani, degli oppressi e degli emarginati, ed è dunque chiamata a schierarsi apertamente a sostegno della verità, protestare contro le violazioni di tali principi”.“I cristiani sono il sale della terra…oppure sono diventati tiepidi?” si legge nel testo. “Le Chiese devono agire prima che sia troppo tardi. Come cittadini e come cristiani, è tempo di stare accanto alle vittime per essere la voce dei poveri e degli emarginati; è tempo di collaborare con la società civile per diffondere la verità; è tempo di intraprendere iniziative per prevenire un'ulteriore erosione dei nostri valori umani e costituzionali. Per questo invitiamo umilmente tutti i leader cristiani e i capi delle Chiese a riflettere e guidare la comunità cristiana in India sul cammino della verità, dell'amore e della giustizia”, conclude la lettera.

ASIA / INDIA - Un’alleanza basata sulla fede per contrastare la violenza sui bambini

Ranchi – E’ nato nello stato indiano di Jharkhand un “Gruppo di azione nazionale contro la violenza sui bambini”. L'organizzazione è parte di un network già presente in diversi paesi dell'Asia meridionale e svilupperà collegamenti con altre associazioni dell'Asia meridionale impegnate contro la violenza su donne e bambini. Il gruppo è composto da agenzie ONU, associazioni, leader interreligiosi, Ong, organizzazioni della società civile. Molti leader e comunità cristiane e cattoliche indiane hanno aderito al gruppo che intende far crescere la consapevolezza di diritti e responsabilità di ogni cittadino e costruire una società libera dalla violenza sui bambini.“L'India ha nella sua agenda nazionale l’impegno per eliminare ogni tipo di discriminazione, esclusione e sfruttamento dei bambini: speriamo che queste iniziative generino maggiore consapevolezza nella società”, spiega all'Agenzia Fides Sr. Sophia Baxla, di Patna, che ha aderito al gruppo. In particolare le comunità cristiane riflettono sul ruolo che possono ricoprire i leader e le comunità religiose per contribuire a porre fine alla violenza nei confronti dei bambini. “Uno degli obiettivi è “fare rete” e costituire un'alleanza nazionale tra le comunità di diverse fedi, per prevenire e la violenza sui minori. Si tratta di promuovere un approccio coordinato, contribuendo così a rafforzare i sistemi di protezione statali, nazionali e comunitari a tutti i livelli”, dice a Fides Manbendra Nath Mondal, presidente dell'organizzazione in Asia meridionale. “Un'alleanza basata sulla fede può essere preziosa per sensibilizzare le coscienze e generare un consenso a livello di massa”, rileva.“Le nostre tradizioni di fede assumono una visione olistica della vita di un bambino e cercano quindi di promuovere tutti i diritti del bambino nel contesto della sua famiglia, della comunità e del più ampio contesto sociale, economico e politico. Dobbiamo far sì che i bambini possano godere di questi diritti, in particolare istruzione, protezione, salute, sviluppo sociale”, aggiunge Saryu Rai, ministro del governo dello stato di Gujarat.Le comunità religiose sono la parte più grande e organizzata della società civile in tutto il territorio e i leader religiosi hanno notevole influenza sociale: per questo un'alleanza tra comunità religiose può essere molto efficace per generare un cambiamento.

AMERICA/ARGENTINA - Il Cura Brochero ispira i sacerdoti di oggi

Brochero – Lo spirito, il servizio e la missione del Cura Brochero – il prete santo, canonizzato il 16 ottobre 2016 da Papa Francesco – sono un tesoro a cui attingere per la missione dei sacerdoti argentini oggi: lo affermano circa 600 sacerdoti e vescovi provenienti da tutto il paese, riunitisi nei giorni scorsi nella città di Villa Cura Brochero. I preti hanno riempito la città per l'ottavo Incontro nazionale del clero per riflettere sul servizio e sulla missione del Cura Brochero e trovare in lui una fonte di ispirazione per il loro ministero sacerdotale e pastorale.“Abbiamo condiviso tre giorni intensi”, racconta a Fides il Vescovo Sergio Buenanueva, alla guida della diocesi di San Francisco, e uno degli organizzatori dell'incontro che ha registrato un numero record di partecipanti questo anno. “Dopo essere stati qui, a Brochero, sentendo la presenza del prete santo e il suo modo di vivere il Vangelo, ripartiamo con una rinnovata gioia di essere sacerdoti per il nostro popolo”, ha detto Mons. Buenanueva. “Non era un assemblea, ma una riflessione congiunta su diversi aspetti che riguardano il nostro ministero: lo facciamo ogni tre anni ed è un’esperienza molto motivante per tutti”, ha spiegato mons. Santiago Olivera, Vescovo emerito della diocesi di Cruz del Eje e titolare attuale della sede castrense.Fra quanti hanno guidato i momenti di riflessione, c'era il gesuita Angel Rossi, profondo conoscitore della spiritualità Brocheriana. La testimonianza di una donna è stato uno dei momenti più sentiti: Maria Silvia Fiorentino, attuale superiore della Congregazione delle Suore Serve del Cuore di Gesù, ha parlato della storia di Catalina de Maria Rodríguez, che il prossimo 25 novembre sarà beatificata a Cordoba.

AFRICA/SUD SUDAN - “In Sud Sudan c’è un conflitto etnico ma soprattutto politico e di potere”, afferma un missionario

Juba - “È troppo semplice descrivere il conflitto nel Sud Sudan come esclusivamente etnico. La lotta per il potere, la corruzione, la pessima gestione della leadership militare, politica, delle risorse e la mancanza di libertà di base, sono situazioni reali che complicano fortemente il conflitto” scrive a Fides p. Daniele Moschetti, missionario comboniano che ha prestato servizio per sei lunghi anni in Sud Sudan, Paese sconvolto da una drammatica guerra civile scoppiata nel dicembre 2013. “Le divisioni etniche sono rimaste una caratteristica costante della società sud sudanese per molti decenni. In passato, hanno indebolito la lotta per la liberazione e questo, è un fattore importante all’interno dell'attuale guerra civile. La ricca diversità etnica di questo bellissimo Paese dovrebbe essere causa di celebrazione, non di sofferenza” sottolinea il missionario. P. Daniele mette un risalto le violenze subite dai civili, specie donne e bambini, riportando alcune testimonianze come quella di Mary, 23 anni, madre di cinque figli, che dice: “Il solo modo di essere al sicuro per donne e ragazze è quello di essere morte. Non c’è modo di esserlo fino a quando sei viva. È brutto da dire, ma la situazione è questa…”.Anche i Comboniani hanno visto alcune delle loro missioni distrutte come quella di LominKajoKeji, nella provincia dell’Equatoria. “Caduta nelle mani dei ribelli prima e dei governativi poi. Saccheggiata e totalmente distrutta; una delle migliori missioni organizzate della nostra provincia sud sudanese e, collocata in quella che era la zona più fertile e pacifica degli ultimi anni ora messa a ferro e fuoco” commenta p. Daniela. “I nostri confratelli e sorelle comboniane hanno deciso di seguire la gente che si è trasferita in massa nei campi di rifugiati in Uganda. La vita là è veramente dura, non ci sono i servizi necessari per poter vivere ma nemmeno per sopravvivere. Quando si hanno milioni di rifugiati da gestire, il problema umanitario è grande per tutti. La speranza non è morta, continua a vivere dentro queste persone che lottano quotidianamente per sopravvivere con la voglia di riscatto e di ritornare un giorno alla loro terra”.P. Daniele Moschetti ha appena pubblicato un libro sul dramma sud-sudanese, basato sulla sua esperienza di missionario nel Paese.

AMERICA/COLOMBIA - Papa Francesco: la Chiesa diventa missionaria solo perchè segue l'attrattiva di Gesù

Bogotà – Ciò che muove la Chiesa alla missione “non è l’entusiasmo che infiamma il cuore generoso del missionario”, ma è piuttosto “la compagnia di Gesù mediante il suo Spirito. Se non partiamo con Lui in missione, ben presto perderemo la strada, rischiando di confondere le nostre vane necessità con la sua causa”. Così Papa Francesco, nel corso del viaggio apostolico che sta realizzando in Colombia, ha trovato il modo di riproporre parole efficaci sulla “chiamata divina” del discepolato missionario che riguarda tutti i battezzati, Lo ha fatto giovedì 7 settembre. nel discorso da lui rivolto a Bogotà ai membri del comitato direttivo del Consiglio episcopale dell'America Latina . Pur facendo espliciti riferimenti alla realtà delle Chiese latinoamericane, il Vescovo di Roma ha riproposto i tratti propri che connotano il dinamismo missionario a ogni latitudine, e lo distinguono da ogni forma di proselitismo ideologico, culturale o religioso. In missione per seguire CristoIl discepolato missionario – ha suggerito Papa Francesco - non nasce come sforzo e prestazione delle strutture ecclesiali, ma si configura come un “ 'permanente uscire' con Gesù per conoscere come e dove vive il Maestro. E mentre usciamo in sua compagnia conosciamo la volontà del Padre, che sempre ci attende. Solo una Chiesa Sposa, Madre, Serva, che ha rinunciato alla pretesa di controllare quello che non è opera sua ma di Dio, può rimanere con Gesù anche quando il suo nido e il suo rifugio è la croce”. Per questo “Ciò che rende permanente la missione non è l’entusiasmo che infiamma il cuore generoso del missionario, benché sempre necessario; piuttosto è la compagnia di Gesù mediante il suo Spirito. Se non partiamo con Lui in missione” ha insistito Papa Bergoglio “ben presto perderemo la strada, rischiando di confondere le nostre vane necessità con la sua causa. Se la ragione del nostro andare non è Lui, sarà facile scoraggiarsi in mezzo alla fatica del cammino, o di fronte alla resistenza dei destinatari della missione, o davanti ai mutevoli scenari delle circostanze che segnano la storia, o per la stanchezza dei piedi dovuta all’insidioso logorio provocato dal “nemico”. Non fa parte della missione cedere allo scoraggiamento, quando forse, passato l’entusiasmo degli inizi, arriva il momento in cui toccare la carne di Cristo diventa molto duro”. L'unica cosa necessariaPer questo – ha suggerito il Successore di Pietro – la possibilità di rigenerare le forze per la missione non riposa nelle metodologie messe in campo dagli apparati ecclesiali, ma piuttosto nel ritornare sempre a fare esperienza della carità di Cristo: “All’inizio di tutto” ha ricordato Papa Francesco “c’è sempre l’incontro con Cristo vivo richiede che i discepoli coltivino la familiarità con Lui; diversamente il volto del Signore si offusca, la missione perde forza, la conversione pastorale retrocede”. Pertanto “pregare e coltivare il rapporto con Lui è l’attività più improrogabile della nostra missione pastorale. Ai suoi discepoli entusiasti della missione compiuta, Gesù disse: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto» . Noi abbiamo ancora più bisogno di questo “stare soli con il Signore” per ritrovare il cuore della missione della Chiesa in America Latina nelle attuali circostanze”. Proprio questa dipendenza costante del dinamismo missionario dalla grazia di Cristo – ha ripetuto il Papa – suggerisce che conviene “porre la missione di Gesù nel cuore della Chiesa stessa, trasformandola in criterio per misurare l’efficacia delle strutture, i risultati del lavoro, la fecondità dei ministri e la gioia che essi sono capaci di suscitare. Perché senza gioia non si attira nessuno”.La “concretezza” della Chiesa in stato di missioneSolo così ci si libera anche dalle caricature riduttive della missione: quelle che il Papa ha definito come le “tentazioni, ancora presenti, della ideologizzazione del messaggio evangelico, del funzionalismo ecclesiale e del clericalismo”, che riducono il Vangelo a un programma al servizio di uno gnosticismo di moda, a un progetto di ascesa sociale o a una visione della Chiesa come burocrazia che si autopromuove”, o come “un’organizzazione diretta, con moderni criteri aziendali, da una casta clericale”.Tra le altre cose, Papa Francesco ha anche indicato il tratto della “concretezza” come indizio di un autentico dinamismo missionario: “Il Vangelo” ha detto il Vescovo di Roma “è sempre concreto, mai un esercizio di sterili speculazioni. Conosciamo bene la ricorrente tentazione di perdersi nel bizantinismo dei 'dottori della legge', di domandarsi fino a che punto si può arrivare senza perdere il controllo del proprio territorio delimitato o del presunto potere che i limiti garantiscono”. Il Vangelo – ha fatto notare Papa Bergoglio parla di Gesù che, uscito dal Padre, percorre con i suoi i campi e i villaggi di Galilea: “Mentre cammina, incontra; quando incontra, si avvicina; quando si avvicina, parla; quando parla, tocca col suo potere; quando tocca, cura e salva. Condurre al Padre coloro che incontra è la meta del suo permanente uscire, sul quale dobbiamo riflettere continuamente. La Chiesa deve riappropriarsi dei verbi che il Verbo di Dio coniuga nella sua missione divina. Uscire per incontrare, senza passare oltre; chinarsi senza noncuranza; toccare senza paura. Si tratta di mettersi giorno per giorno nel lavoro sul campo, lì dove vive il Popolo di Dio che vi è stato affidato”. .

ASIA/COREA DEL SUD - In Vaticano la storia della Chiesa coreana

Città del Vaticano – “La storia della Chiesa cattolica coreana, negli ultimi 230 anni, è una storia di salvezza che testimonia la volontà e le opere di Dio”: lo dice all’Agenzia Fides suor Elisabeth Soo-ran Park, delle Suore dei Beati Martiri Coreani, congregazione nata nel 1946 a Kaesong, in occasione della mostra “Come in cielo così in terra”, esposizione che si apre il 9 settembre in Vaticano contenente 188 preziosi reperti che raccontano 230 anni di storia della Chiesa cattolica in Corea. La mostra, che vede la collaborazione tra i Musei Vaticani e il “Comitato di esaltazione dei martiri coreani dell’Arcidiocesi di Seoul”, è la prima esposizione riguardante la Corea mai presentata in Vaticano. L’esposizione presenta non solo la storia degli inizi della fede cattolica in Corea, ma anche la storia moderna con la partecipazione della Chiesa ai movimenti sociali, offrendo una panorama globale che abbraccia oltre due secoli di vita.“Questa esposizione è una grande opportunità per presentare alla Chiesa universale la cultura e l'eredità della Chiesa cattolica coreana”, spiega a Fides padre Giacomo Won Jong-hyun, vicepresidente del “Comitato di esaltazione dei martiri coreani”.Il cattolicesimo è stato introdotto in Corea nel sec. XVIII attraverso la traduzione di alcuni testi cattolici, scritti in caratteri cinesi. La ricerca culturale si è poi sviluppata fino a generare una convinzione religiosa tra gli studiosi coreani che avevano letto quei testi. La comunità laicale ha continuato a diffondere il Vangelo e per decenni ha chiesto di avere un sacerdote in Corea. Finalmente, nel 1794, il Padre Chu Mun-mo , sacerdote della diocesi di Pechino, è diventato il primo missionario in Corea. Da quel momento la popolazione cattolica è aumentata velocemente, raggiungendo ben presto al numero di 4.000 fedeli. La persecuzione dei cattolici è iniziata nel 1785, quando il governo vietò le loro assemblee. Nonostante la persecuzione durata per secoli, i cristiani hanno continuato a vivere la loro fede e oggi la comunità cattolica in Corea del Sud rappresenta oltre il 10% della popolazione complessiva.

AFRICA/ETIOPIA - Sfollati interni e carestia: campi profughi pieni

Dolo Odo – Continua senza tregua, a causa della gravissima siccità, il fenomeno degli sfollati dei villaggi del sudest dell’Etiopia, al confine con la Somalia. Nella cosiddetta regione Somali del Paese, dove la popolazione è etnicamente somala, ma di nazionalità etiope, ci sono 264 villaggi con 577.711 sfollati. La cifra risale al censimento fatto dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni tra maggio e giugno di quest’anno. “Per quelli che hanno perso ogni fonte di sostentamento, l’unica soluzione è andare in uno degli ‘alberghi’ messi a disposizione dal governo per soddisfare fame e sete. Tuttavia le possibilità del governo non sono sufficienti ed è assolutamente necessario l’intervento degli organismi assistenziali umanitari” dichiara, in una nota giunta a Fides, una fonte locale che preferisce mantenere l’anonimato. Gli sfollati tuttavia sono solo una delle sfide che quotidianamente affronta la regione. Si prevede, infatti, che da luglio a dicembre due milioni e mezzo di persone avranno bisogno di generi alimentari e, secondo le agenzie umanitarie, la cifra potrebbe aver già superato i 3 milioni e 300 mila a metà agosto. “Per la mancanza di fondi, a giugno e luglio abbiamo potuto raggiungere solo un milione del milione e 700 mila persone in stato di necessità nella regione Somali” ha detto il portavoce del Programma Mondiale di Alimentazione per l’Africa orientale. In questa regione dell’Etiopia si concentra un grande parte del 1.056.738 registrati dalla OIM nel Paese. Il fenomeno delle persone sfollate nella zona viene associato al conflitto interno e ai disordini. Solo nell’ultimo anno si è iniziato a parlare di sfollati interni. I campi nella zona settentrionale di Siti, che si sono estesi durante le carestie del 2015 e 2016, continuano ad essere pieni.Le Nazioni Unite stimano che in Etiopia, tra l’Oromia e la Regione Somali, 15 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuti alimentari a causa della siccità. Il 33% di questa popolazione soffre già gli effetti della denutrizione severa dovuta all’insuccesso dell’agricoltura e alla morte del bestiame. La siccità è diventata endemica e i terreni stanno lentamente morendo.

ASIA/MYANMAR - Il Vescovo del territorio dei Rohingya: “Urge rispettare la dignità umana e costruire la pace”

Pyay – “La situazione dei Rohingya oggi è molto difficile da valutare. Non vi sono notizie certe e quelle che circolano sono contrastanti, a seconda che vengano dal governo, dai Rohingya o da altre fonti. Quello che possiamo dire è che auspichiamo fortemente una soluzione pacifica, che tenga conto del rispetto della dignità e dei diritti umani di tutti”: lo dichiara all’Agenzia Fides il Vescovo Alexander Pyone Cho, che guida la diocesi di Pyay, nell’Ovest del Myanmar. Pyay è la diocesi che copre il territorio dello stato di Rakhine, nell'Ovest del paese, dove è stanziata la popolazione della minoranze etnica dei Rohingya, di religione musulmana.Mentre continuano a circolare notizie di violenze e bombardamenti sui civili, il Vescovo nota che “la situazione si è complicata ed è peggiorata per la presenza di estremisti che hanno alimentato il conflitto negli ultimi anni e che hanno generato sempre maggiore violenza”. “I Rohingya – racconta mons. Pyone Cho – sono una popolazione pacifica e cordiale. Arrivarono in Birmania dal Bangladesh nell'era britannica e hanno convissuto per decenni con la popolazione locale dei Rakhine senza problemi. Quattro anni fa sono iniziati i primi disordini, dopo il presunto episodio di stupro compiuto da un Rohingya su un ragazza Rakhine. La tensione è salita rapidamente anche per l’intervento di gruppi estremisti buddisti e il conflitto si è trasformato anche in un carattere religioso. L'esercito è dovuto intervenire per controllare la situazione. Purtroppo la divisione e l’odio hanno continuato a covare, ed è nato perfino un gruppo armato dei Rohingya che ha compiuto attacchi”.Il Vescovo Alexander Pyone Cho conclude: “Ora c’è grande difficoltà per le condizioni dei profughi, per la loro vita. L'area è totalmente chiusa e nessuno può verificare esattamente cosa stia accadendo. In quella zona non vi sono né cristiani né cattolici, e come Chiesa non possiamo operare in alcun modo. Possiamo solo pregare e chiedere il rispetto della dignità umana e la costruzione della pace. E’ quanto chiediamo anche a Papa Francesco che con gioia accoglieremo alla fine di novembre in Myanmar”.

ASIA/MYANAMAR - Il Vescovo del territorio dei Rohingya: “Urge rispettare la dignità umana e costruire la pace”

Pyay – “La situazione dei Rohingya oggi è molto difficile da valutare. Non vi sono notizie certe e quelle che circolano sono contrastanti, a seconda che vengano dal governo, dai Rohingya o da altre fonti. Quello che possiamo dire è che auspichiamo fortemente una soluzione pacifica, che tenga conto del rispetto della dignità e dei diritti umani di tutti”: lo dichiara all’Agenzia Fides il Vescovo Alexander Pyone Cho, che guida la diocesi di Pyay, nell’Ovest del Myanmar. Pyay è la diocesi che copre il territorio dello stato di Rakhine, nell'Ovest del paese, dove è stanziata la popolazione della minoranze etnica dei Rohingya, di religione musulmana.Mentre continuano a circolare notizie di violenze e bombardamenti sui civili, il Vescovo nota che “la situazione si è complicata ed è peggiorata per la presenza di estremisti che hanno alimentato il conflitto negli ultimi anni e che hanno generato sempre maggiore violenza”. “I Rohingya – racconta mons. Pyone Cho – sono una popolazione pacifica e cordiale. Arrivarono in Birmania dal Bangladesh nell'era britannica e hanno convissuto per decenni con la popolazione locale dei Rakhine senza problemi. Quattro anni fa sono iniziati i primi disordini, dopo il presunto episodio di stupro compiuto da un Rohingya su un ragazza Rakhine. La tensione è salita rapidamente anche per l’intervento di gruppi estremisti buddisti e il conflitto si è trasformato anche in un carattere religioso. L'esercito è dovuto intervenire per controllare la situazione. Purtroppo la divisione e l’odio hanno continuato a covare, ed è nato perfino un gruppo amato dei Rohingya che ha compiuto attacchi”.Il Vescovo Alexander Pyone Cho conclude: “Ora c’è grande difficoltà per le condizioni dei profughi, per la loro vita. L'area è totalmente chiusa e nessuno può verificare esattamente cosa stia accadendo. In quella zona non vi sono né cristiani né cattolici, e come Chiesa non possiamo operare in alcun modo. Possiamo solo pregare e chiedere il rispetto della dignità umana e la costruzione della pace. E’ quanto chiediamo anche a Papa Francesco che con gioia accoglieremo alla fine di novembre in Myanmar”.

AMERICA/CUBA - Dopo un secolo sospeso il pellegrinaggio alla patrona di Cuba per l’uragano Irma

Santiago – Da un secolo, in modo ininterrotto, si è svolto il pellegrinaggio dei cubani alla Madonna della Caridad del Cobre . Ieri, per la prima volta, è stato sospeso ogni pellegrinaggio al Santuario per l’avvicinarsi dell'uragano Irma alle coste dell'isola.La notizia, rilanciata da “elnuevoherald” nella sua versione digitale, è stata diffusa solo ieri.Il pellegrinaggio al Santuario della Vergine della Carità del Cobre, patrona di Cuba, è una tradizione del popolo di Santiago che venera l'immagine sin dalla sua scoperta. A questo pellegrinaggio si sono uniti negli ultimi anni molti fedeli di tutta l'isola.L'atto religioso comincia tradizionalmente nella chiesa di San Francesco alle 11 di sera la vigilia della festa, fissata all’8 settembre, e unisce centinaia di fedeli che percorrono circa 20 km per raggiungere la Basilica del Cobre. Alle cinque del mattino dell’8 il pellegrinaggio si conclude con la Messa nel Santuario che conserva l'immagine di Maria che protegge Cuba da lungo tempo.La coincidenza della data della festa con il passaggio dell'uragano Irma ha causato molto disagio alla popolazione. Malgrado Cuba si trovi sul percorso dell'uragano, solo le province da Ciego de Ávila a Guantánamo sono in allarme."Da quando Cuba è Cuba, i cubani hanno il privilegio di pregare la nostra Madre come Nostra Signora della Caridad del Cobre!": così si era espresso Sua Ecc. Mons. Álvaro Beyra Luarca, Vescovo della diocesi del Santisimo Salvador de Bayamo-Manzanillo, nella festa della Madonna della Caridad del Cobre, Patrona di Cuba, l’8 settembre 2016.

ASIA/SIRIA - Assad visita il monastero siro-ortodosso della Santa Croce a Saydnaya

Saydnaya – Il Presidente siriano Bashar al Assad ha compiuto una visita alla sede temporanea del monastero siro ortodosso della Santa Croce, in via di costruzione, nella città di Saydnaya, accompagnato dalla moglie Asma e da altri famigliari. Ad accoglierlo ha trovato il Patriarca siro ortodosso Mor Ignatius Aphrem II insieme al Metropolita Mor Timotheos, Vicario patriarcale siro ortodosso di Damasco, e ai monaci del monastero. Le fonti ufficiali del Patriarcato siro ortodosso di Antiochia riferiscono che la visita del Presidente Assad è avvenuta “alcuni giorni fa”, senza specificarne la data. Assad e la moglie, accompagnati dal Patriarca, hanno incontrato anche i bambini e le bambine ospitati nella “Casa del piccolo angelo”, orfanotrofio sostenuto dalla Chiesa siro ortodossa, fermandosi a pranzo con loro e con i monaci e le monache del monastero. In tale contesto - informano le fonti della Chiesa siro ortodossa – il Patriarca ha informato il Presidente “riguardo ai progetti che il Patriarcato sta portando avanti nella regione”. A Saydnaya, cittadina a circa 35 km da Damasco, sorge anche il monastero greco ortodosso femminile della Madre di Dio, fondato in epoca giustinianea nel luogo di un'apparizione mariana, dove è custodita un'antichissima icona mariana attribuita a San Luca.

ASIA/INDONESIA - Boom di vocazioni al sacerdozio nella diocesi di Manado

Manado – Seminaristi e preti a Manado, capitale della provincia indonesiana di Nord Sulawesi, nell'Indonesia orientale, non mancano. Anzi, sovrabbondano. Come appreso da Fides, nel ritiro per il clero locale organizzato dal 4 all’8 settembre, la diocesi ha dovuto creare tre gruppi differenti, ognuno da 60 preti. “Abbiamo dovuto cercare una struttura di ritrovo più grande e suddividere i partecipanti in sottogruppi” racconta a Fides p.Albertus Sujoko, dei Missionari del Sacro Cuore , responsabile del Seminario Maggiore del Sacro Cuore, ricordando che “negli ultimi vent’anni c’è stata una crescita esponenziale del numero dei sacerdoti”.Il nuovo Vescovo di Manado, Mons. Benedictus Estephanus Rolly Untu, MSC, dispone ora di un adeguato numero di Pastori per servire il popolo di Dio nella diocesi e “sta cercando di incrementare la collegialità nel rapporto con i sacerdoti, afferma p. Sujoko.Nel 2015 sono stati ordinati due preti diocesani e cinque sacerdoti MSC; nel 2016 tre sacerdoti diocesani e quattro sacerdoti MSC; cinque sacerdoti diocesani e due sacerdoti MSC nel 2017.“Questa è un’opera di Dio: è Lui che chiama tanti giovani ad entrare nel seminario, a servizio del suo Regno”, nota p.SujokoNegli ultimi anni anche lo sviluppo del numero dei seminaristi diocesani è stato notevole: “Nell’anno accademico 2016-2017 abbiamo avuto 81 seminaristi maggiori. Questo anno accademico 2017-2018, il numero supera i 100 e l’anno prossimo, con gli innesti che verranno dal Collegio di Tateli, saranno oltre 190. Per questo stiamo provvedendo ad ampliare la struttura del Seminario maggiore di Pineleng”, prosegue p. Sujoko.Secondo i dati forniti a Fides dalla diocesi di Manado, ci sono 106.654 cattolici nella diocesi che comprende tre province che complessivamente hanno una popolazione di 6,5 milioni di abitanti. Le parrocchie sono 61, servite da 96 sacerdoti diocesani, 41 sacerdoti dei Missionari del Sacro Cuore e 3 di altri ordini religiosi.In virtù di uno speciale fermento giovanile, la diocesi di Manado lo scorso anno ha ospitato la Giornata della Gioventù indonesiana , cui hanno preso parte circa 2.500 giovani provenienti da 37 diocesi in tutto il paese che si sono confrontati sul tema: “La gioia del Vangelo nella società pluralistica indonesiana”.

AFRICA/KENYA - “No a minacce contro la Corte Suprema. Si lavori perché il nuovo voto sia pacifico”: l’appello dei Vescovi

Nairobi - “Chiediamo ai keniani di sostenere l' indipendenza, la dignità e l' integrità della Corte Suprema e delle istituzioni costituzionali anche quando non sono d' accordo con le loro decisioni” affermano i Vescovi del Kenya in un messaggio sulla situazione politica del Paese, giunto a Fides. I Vescovi lodano la decisione del cartello dell’opposizione, NASA , di ricorrere alla Corte Suprema, come previsto dalla Costituzione, invece di rivolgere appelli incendiari alla popolazione, per contestare la vittoria del Presidente uscente Uhuru Kenyatta, sul proprio candidato, Raila Odinga. Il ricorso presentato dall’opposizione è stato accolto dalla Corte Suprema che ha contestato delle irregolarità ed ha così annullato le elezioni, disponendo una nuova votazione entro 60 giorni. La Commissione Elettorale ha stabilito il 17 ottobre come data del votoLa sentenza della Corte ha suscitato però forti tensioni che sono sfociate in intimidazioni contro i suoi membri. “Chiediamo che si ponga fine a questa aperta intimidazione e alle minacce nei confronti del sistema giudiziario e della Corte Suprema” recita il messaggio dei Vescovi. “Mentre ogni individuo può criticare qualsiasi istituzione con cui non è d' accordo, gli attacchi che riducono l' integrità della magistratura e qualsiasi altra istituzione pubblica devono cessare”.I Vescovi si dicono inoltre “preoccupati per le minacce della NASA di boicottare le nuove elezioni presidenziali che la Corte suprema ha ordinato se i loro ultimatum non vengono rispettati”. “D' altra parte, abbiamo visto i leader del partito di Kenyatta fungere da portavoce della IEBC. Tali azioni violano l' indipendenza e l' autorità della IEBC” sottolinea il messaggio.Odinga ha chiesto un rimpasto della IEBC e una revisione del sistema elettronico di votazione. Ieri, 6 settembre, la IEBC ha annunciato un rimpasto della composizione dei nuovi membri. Odinga finora non si è pronunciato su questo sviluppo che sembra venire incontro, almeno in parte, alle sue richieste.I Vescovi si propongono, “insieme agli altri membri del panel di mediazione dei leader religiosi nell' ambito del forum multisettoriale, di facilitare colloqui rapidi su richiesta dell' IEBC per contribuire a creare consenso e fiducia sui preparativi, i processi e le azioni per lo svolgimento delle nuove elezioni presidenziali”.

AFRICA/CAMERUN - Nomina del Rettore del Seminario propedeutico “S. Giuseppina Bakhita” di Ngaoundéré

Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 28 giugno 2017, ha nominato Rettore del Seminario propedeutico interdiocesano “Santa Giuseppina Bakhita” nell’arcidiocesi di Ngaoundéré , il rev. André Pakeu, del clero diocesano di Yagoua.Il nuovo Rettore è nato il 27 maggio 1974 in località Mindjil ed è stato ordinato sacerdote il 25 giugno 2005. Ha studiato filosofia e teologia al Seminario maggiore di Maroua, quindi ha conseguito una licenza in amministrazione d’impresa presso l’Université catholique d’Afrique centrale di Yaoundé. Dopo l’ordinazione è stato Parroco in comunità diverse, vice Economo diocesano, cappellano di Codas-Caritas, Vicario episcopale aggiunto.

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