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Le notizie dell'Agenzia Fides
Updated: 18 min 18 sec ago

AFRICA/COSTA D’AVORIO - Depenalizzazione dell'aborto: regressione morale e politica

9 July 2018
Abidjan – “Se i vescovi ivoriani hanno già energicamente alzato la voce per dire No al disegno di legge sulla salute riproduttiva che ha l'obiettivo fondamentale di depenalizzare l'aborto e la procreazione medicalmente assistita, va sottolineato quanto sia grave vedere i nostri capi di stato africani, in nome di una certa globalizzazione, diventare sempre più protagonisti di una cultura della morte che le multinazionali e le lobby internazionali vogliono imporci”. Il grido di denuncia pervenuto all’Agenzia Fides, sulla proposta di depenalizzare l’aborto in Costa d’Avorio, è di p. Donald Zagore, teologo ivoriano della Società Missioni Africane. “È davvero triste per l’Africa. Carestia, siccità, epidemie, rivolte, guerre fratricide, terrorismo, non hanno già abbastanza indebolito il nostro continente? I leader politici, che dovrebbero lavorare per il benessere di tutti, stanno invece amplificando la cultura della morte attraverso l'adozione di leggi che favoriscono un crimine come l’aborto. Legittimare l’aborto significa legalizzare un crimine”, insiste p. Zagore.“Per la Costa d'Avorio, questo disegno di legge rappresenta una regressione morale e politica”, evidenzia il missionario. “Ogni bambino, nelle culture africane, è un dono prezioso di Dio. È portatore di speranza per un futuro migliore. Ecco perché, nonostante la povertà delle famiglie, non si rifiuta mai di dare il benvenuto a un bambino, anche se è il quindicesimo o il ventesimo”. Urge fare appello alla responsabilità genitoriale a causa delle sempre più difficili condizioni di vita in Africa: “La distruzione della vita, in particolare degli esseri indifesi, non può essere legalizzata dalle istituzioni dello Stato. L’articolo 366 del Codice di diritto penale ivoriano prevede la difesa della vita, con una pena detentiva da 1 a 5 anni per chi pratica l’aborto più una multa da 150 mila FCFA a 1.500.000 FCFA . Il principio della difesa e conservazione della vita non è un fattore opzionale. Deve rimanere sostanzialmente l'obiettivo ultimo di ogni azione sociale e politica. Di fronte alla cultura della morte, sostenuta dai nostri leader politici, non taceremo, perché la vita merita di essere vissuta e per questo ci impegneremo affinché la morte non abbia l'ultima parola”, conclude p. Zagore.

AFRICA/KENYA - “Non riusciamo a riconoscere il volto di Dio nei fratelli”: il Vescovo Kihara condanna la corruzione

7 July 2018
Nairobi – Analfabetismo, malattie e povertà sono tre mali che assediano il Kenya. Ma, a causa del fenomeno della corruzione, ben poco si è fatto per migliorare la situazione e combattere questi mali: lo afferma Mons. Peter Kihara, Vescovo di Marsabit, chiedendo alla popolazione di prendere coscienza dei bisogni degli altri e promuovere un’equa condivisione delle risorse del paese. In una recente omelia, il Vescovo Kihara ha ricordato che, al momento dell’indipendenza del Kenya, il primo presidente allora eletto aveva dichiarato che il paese doveva lottare contro tre nemici principali: analfabetismo, malattie e povertà. “Dal 1963 ad oggi purtroppo non è cambiato niente, sembra anzi che la situazione sia peggiorata. E’ davvero molto triste quello che sentiamo continuamente dai mass media. Non si parla altro che di corruzione, in ogni settore della società”, ha detto il Vescovo, aggiungendo che tante persone soffrono a causa dell’egoismo di alcuni individui.“La ricchezza e le risorse di questo paese sono destinate a tutti i keniani, non solo a poche persone che pensano di meritare il meglio rispetto al resto dei cittadini”, rileva nella nota inviata a Fides, condannando “coloro che stanno distruggendo le risorse pubbliche per il proprio tornaconto personale”. Nella nota pervenuta a Fides Kihara ricorda la sperequazione tra i pochi ricchi e i tanti keniani che vivono senza neanche poter soddisfare le proprie necessità di base. “È inutile accumulare ricchezza a spese del prossimo se ciò che si accumula non porta un sorriso agli altri meno privilegiati. Significa che noi cittadini di questo grande paese non riusciamo a riconoscere il volto di Dio nei nostri fratelli. La povertà continua a crescere, le malattie comuni uccidono ancora il nostro popolo, dov’è la nostra umanità?”, si chiede il Vescovo.Anche il Presidente Uhuru Kenyatta ha recentemente annunciato che nel paese verrà condotto un sondaggio sullo stile di vita di tutti i dipendenti pubblici, incluso se stesso. A tutti i dipendenti pubblici verrà chiesto di giustificare la provenienza dei loro redditi e tutti coloro che risulteranno irregolari saranno interrogati. “Ogni cittadino dovrà essere in grado di spiegare come ha guadagnato i soldi per acquisti come macchina, casa e la terra”, ha detto il presidente ai media.

AFRICA/ETIOPIA - "Corridoi umanitari" per i profughi: una via per salvare delle vite

7 July 2018
Adis Abeba - In Etiopia non ci sono strutture mediche altamente qualificate, nè per i cittadini, nè per i profughi presenti sul territorio. Ma, grazie alla creazione di alcuni "corridoi umanitari", dal novembre 2017 a oggi 327 profughi eritrei, somali e sudsudanesi sono giunti in Italia beneficiando di strutture ospedaliere e assistenziali italiane. Entro la fine del 2018, ne arriveranno altri 173, frutto dell'operazione curata dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con la Conferenza episcopale italiana e il Governo italiano. I "corridoi umanitari", spiega a Fides Giancarlo Penza della Comunità di sant’Egidio, "sono un modo per far arrivare in Italia i rifugiati, sottraendoli ai trafficanti e con la certezza che chi arriva riuscirà a integrarsi nella società".L’idea è nata nel 2011 di fronte alle continue stragi del mare Mediterraneo. Dopo un attento studio delle leggi vigenti, si è scoperta la possibilità, per i singoli paesi europei, di concedere un numero annuale di visti di ingresso “a territorialità limitata”, cioè validi solo per il paese che li ha rilasciati. "Il Governo italiano ha accettato la proposta di concedere visti a persone vulnerabili sottraendole ai viaggi della disperazione", spiega Penza.A novembre 2017 è partito il primo gruppo proveniente dall’Etiopia: si tratta di bambini malati, vedove, giovani che hanno subito carcere e torture. Sono persone generalmente segnalate da organizzazioni religiose che lavorano in loco, ma anche dall’Agenzia etiope per i rifugiati e dall’Acnur. In Italia sono accolte i da famiglie, associazioni, parrocchie che offrono vitto e alloggio, corsi di italiano e un sostegno per le pratiche burocratiche. Il contributo finanziario è offerto dalla Conferenza episcopale italiana copre la maggior parte dei costi grazie ai fondi dell’8 per mille. Allo Stato l'operazione non costa nulla. Il sistema, ben controllato, "permette di salvare vite umane", conclude Penza.

EUROPA/ITALIA - Istituti Scalabriniani e fenomeno dei migranti: a noi trasformarlo in tragedia o ricchezza

7 July 2018
Roma - “L’emigrazione è un fenomeno epocale che sta scuotendo le strutture delle nazioni ad ogni latitudine. E’ certamente un problema, che nasce dalla somma di tanti problemi, ma come tutti i problemi dipende da noi trasformarlo in una tragedia o in una ricchezza. La storia dei popoli è stata fatta da grandi ondate migratorie, e noi oggi abbiamo la chance di viverne una, con il vantaggio di poterne leggere a livello mondiale le cause e gli effetti e quindi anche di ricavarne un surplus di umanità. Dobbiamo diventare gli attori di un progresso della coscienza della dignità umana propria di ogni uomo, possiamo contribuire alla ricomposizione di un quadro generale in cui l’ecologia umana si inserisca nell’ecologia della natura”. E’ quanto dichiarano, in una nota pervenuta all’Agenzia Fides, le direzioni generali dei tre Istituti della Famiglia Scalabriniana al termine di un loro incontro a Roma. “Riteniamo che sempre di più acquistano attualità i quattro verbi con cui Papa Francesco, nella giornata mondiale del Migrante di quest’anno, ha chiesto ai popoli e alle nazioni di affrontare il tema dei migranti: Accogliere, proteggere, promuovere, integrare – prosegue la nota dei tre Istituti -. C’è un grande ostacolo su questa strada, ed è la paura, paura di perdere il proprio benessere, paura di perdere la propria identità, paura dell’altro. Si tratta di un sentimento profondo, che va ascoltato, ma per aiutare a superarlo: la paura porta alla chiusura e la chiusura porta alla morte. Molta stampa e molti media rinfocolano questa paura, amplificando fatti negativi e ignorando del tutto le buone pratiche di accoglienza e di integrazione che nascono un po’ dovunque soprattutto dal volontariato. Se vogliamo perseguire la strada della felicità, che è la strada che cerca ogni cuore umano, dobbiamo perseguire la strada delle fraternità, rinnovando e attualizzando oggi l’appello con cui San Giovanni Paolo II apriva il suo pontificato: aprite le porte a Cristo. Oggi siamo chiamati a ripetere lo stesso grido: aprite le porte al fratello”.

ASIA/SIRIA - Fonti assire: milizie curde consolidano il controllo sui villaggi cristiani della valle del Khabur

7 July 2018
Hassakè – Le milizie curde aumentano la pressione sulle popolazioni del nord- est della Siria, rafforzando il loro controllo militare anche sui villaggi della Valle del Khabur, un tempo abitati in maggioranza da cristiani assiri, siri e caldei. Sigle organizzate della diaspora cristiana assira in Occidente, come la Federazione Assira olandese , hanno preso l'iniziativa di contattare ambienti diplomatici di Mosca per fornire informazioni e sensibilizzare anche il governo e gli apparati russi riguardo alle iniziative unilaterali messe in atto dai gruppi militari curdi È stato segnalato, tra le altre cose, che le milizie curde locali hanno invaso i villaggi di Tel Jazira e Tel Baz, accompagnati da ufficiali curdi del PKK. Dall'aprile 2018 più di centocinquanta rifugiati curdi di Afrin sono stati ospitati nel villaggio assiro di Tel Nasri. Le locali comunità assire temono che tali iniziative segnino un processo di progressiva acquisizione di terre e case appartenenti alle famiblie cristiane da parte delle forze curde. In quell'area agiscono anche gruppi armati, spesso in competizione e in contrasto tra loro, che si presentano come forze di protezione e autodifesa delle comunità cristiane locali, finendo spesso per rendere ancora più intricata la situazione sul campo. Nel febbraio 2015, i villaggi abitati dai cristiani nella valle del fiume Khabur erano stati conquistati dalle milizie jihadiste di Daesh. Gli abitanti eran fuggiti, e almeno 250 di loro erano stati presi in ostaggio e deportati dai jihadisti, per essere poi progressivamente liberati a gruppi di diversa consistenza, dietro il pagamento di somme di riscatto . Già nel febbraio 2016 , milizie curde delle Unità di Protezione Popolare avevano allestito tre campi d'addestramento in altrettanti villaggi della valle del Khabur, rimasti da allora quasi del tutto abbandonati. .

ASIA/GIAPPONE - Dimissioni del Vescovo di Kagoshima e nomina del successore

7 July 2018
Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco ha accettato oggi la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Kagoshima , presentata da S.E. Mons. Paul Kenjiro Koriyama. Il Santo Padre ha nominato Vescovo di Kagoshima il rev.do Francis Xavier Hiroaki Nakano, finora Vice-Rettore del Seminario Cattolico del Giappone.Il Rev.do Francis Xavier Hiroaki Nakano è nato il 15 aprile 1951 a Kagoshima. Ha studiato Filosofia e Teologia nel Seminario Maggiore San Sulpizio di Fukuoka. Ha conseguito la Licenza in Teologia Dogmatica presso la Pontificia Università Urbaniana . È stato ordinato sacerdote il 2 aprile 1978 per la Diocesi di Kagoshima. Dopo l’Ordinazione sacerdotale ha ricoperto i seguenti incarichi: 1978-1981: Segretario del Vescovo e Redattore del giornale diocesano; 1981-1984: Vicario parrocchiale di Kamaoike; 1984-1988: Studi di specializzazione a Roma; 1988-1993: Parroco di Tamazato; 1993-2005: Parroco di Naze; 2005-2009: Cancelliere della Diocesi di Kagoshima; 2009-2011: Parroco di S. Francesco Saverio; 2011-2013: Formatore nel Seminario Cattolico del Giappone; Parroco della Parrocchia di Shibushi ; 2013-2017: Vice-Rettore del Japan Catholic Seminary; dal 2017: Rettore del Japan Catholic Seminary.

AMERICA/BOLIVIA - Verso il CAM 5: il sangue versato per il Vangelo da Vescovi, sacerdoti, religiose e laici americani

7 July 2018
Roma - Secondo i dati in possesso dell’Agenzia Fides, nel periodo compreso tra il 1° gennaio 1997 - l’anno del Sinodo dei Vescovi per l’America che "considerò l'America come realtà unica" segnando quindi il passaggio dai Congressi Missionari Latinoamericani ai Congressi Missionari Americani - al 31 dicembre 2017, la Chiesa in America conta complessivamente 226 nomi tra Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi, laici consacrati che sono stati uccisi. Di essi 217 hanno perso la vita in America, mentre altri 9, di nazionalità americana, hanno versato il loro sangue in altri continenti: 7 in Africa, 1 in Asia, 1 in Europa. Tale cifra però è senza dubbio in difetto poiché si riferisce solo ai casi accertati e di cui si è avuta notizia. Il conteggio non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma tutti i membri della Chiesa che sono stati uccisi spesso in modo violento, in contesti di particolare povertà materiale e spirituale, o quanti hanno sacrificato la vita consapevoli del rischio che correvano, pur di non abbandonare le persone che gli erano state affidate. Particolarmente rilevante il fatto che il 2017 sia stato l’ottavo anno consecutivo in cui il numero più elevato di operatori pastorali uccisi è stato registrato in America, rispetto a tutti gli altri continenti. Riportiamo di seguito una sintesi di questi ultimi 8 anni, relativa all’America, rimandando ai dossier annuali realizzati dall’Agenzia Fides per informazioni più dettagliate. Nel 2010 l’America è stata bagnata dal sangue di 17 operatori pastorali : 4 sacerdoti, 1 seminarista e 1 laico in Brasile, 3 sacerdoti e 1 religioso in Colombia, 2 sacerdoti in Messico, 1 sacerdote e 1 laico in Perù, 1 sacerdote in Venezuela e 1 in Ecuador, un laico ad Haiti. Nel 2011 in America sono stati uccisi 15 operatori pastorali : 6 sacerdoti e 1 laico in Colombia, 4 sacerdoti e 1 laica in Messico, 1 sacerdote in Brasile, Paraguay e Nicaragua.Nel 2012 sono stati uccisi 6 sacerdoti: 2 in Brasile; 2 in Messico; 1 in Colombia; 1 in Guatemala.Nel 2013 sono stati uccisi 15 sacerdoti: 7 in Colombia; 4 in Messico; 1 in Brasile; 1 in Venezuela; 1 a Panama; 1 ad Haiti.Nel 2014 sono stati uccisi 14 operatori pastorali : 4 sacerdoti e 1 seminarista in Messico, 2 sacerdoti e 1 religioso in Venezuela, 2 sacerdoti negli Stati Uniti d’America, 1 sacerdote in Canada, in Colombia, in Nicaragua, in Perù.Nel 2015 sono morti in modo violento 8 operatori pastorali : 2 sacerdoti in Messico, 2 sacerdoti in Colombia, 1 sacerdote e 1 religiosa in Brasile, 1 sacerdote in Venezuela, 1 sacerdote in Argentina.Nel 2016 sono stati uccisi 8 operatori pastorali : 2 sacerdoti in Messico, 2 sacerdoti in Colombia, 1 sacerdote e 1 religiosa in Brasile, 1 sacerdote in Venezuela, 1 sacerdote in Argentina.Nel 2017 sono stati uccisi 11 operatori pastorali : 4 sacerdoti in Messico, 1 volontaria laica in Bolivia, 1 religioso in Venezuela, 2 sacerdoti in Colombia, 1 sacerdote in Brasile e 1 ad Haiti, 1 laico in Argentina. Link correlati :L’elenco completo degli operatori pastorali uccisi in America dal 1997 al 2017

AMERICA/REP. DOMINICANA - Progetto di diversi ordini religiosi contro la tratta: il fenomeno cambia volto ma non si arresta

7 July 2018
Santo Domingo – Il giorno della festa del Perpetuo Soccorso, 27 giugno, è stato firmato l'accordo che consente alle Adoratrices, alle Suore del Sacro Cuore e alle Oblate del Santissimo Redentore di lavorare insieme al progetto “Casa Malala” nella Repubblica Dominicana. Progetto che sottolinea l'importanza della cooperazione tra le congregazioni religiose per gestire questa casa di accoglienza per le vittime della tratta. "Nel 2016 ci siamo incontrate insieme agli altri istituti con il Pubblico Ministero per parlare della tratta delle persone. Abbiamo proposto di essere noi ad amministrare questa casa" spiega Nieves de la Cruz, una Oblata che lavora nella Repubblica Dominicana. "Era una casa inizialmente gestita dallo Stato, ma avevamo la sensazione che mancasse l'attenzione e l'accoglienza richieste per questo tipo di progetto" sottolinea in una nota inviata a Fides.Le autorità, apprezzando l'iniziativa, hanno chiesto alle religiose di questa rete intercongregazionale di sviluppare un progetto di attenzione alle vittime. "Continua a mantenere il nome di Casa Malala per il significato della lotta di Malala Yousafzai per l'educazione delle ragazze nel suo paese" spiega Nieves. Il progetto è sorto per rispondere alla mancanza nella Repubblica Dominicana di un luogo in cui le vittime della tratta di esseri umani possano essere accolte in forma residenziale e, soprattutto, per affrontare il problema dell'elevato numero di donne venezuelane che sono entrate nel paese come vittime della tratta a fini di sfruttamento sessuale."Dovevamo rispondere a questo dramma umano" dice Nieves. "Abbiamo molte emigrazioni di donne venezuelane nel paese, molte delle quali vittime di tratta" spiega. Sono molte le cause che portano a questa situazione: povertà, situazioni di violenza e altri fattori nel paese di origine che le spingono fuori, cadendo spesso nelle reti dei trafficanti. "Molte di loro sono professioniste, preparate, madri ... Ma hanno tutte la disperazione nei loro occhi e il desiderio di una stabilità economica in modo da poter inviare denaro alla loro famiglia, anche se al momento si trovano in una situazione irregolare nella Repubblica Dominicana" continua Nieves. "Non tutte sono donne adulte, poiché negli ultimi anni sono aumentati i casi di tutte le età, comprese le ragazze e le adolescenti". La Repubblica Dominicana non è comunque la destinazione finale, a volte sono solo di passaggio. "Molte donne sono dirottate dalle grandi mafie in altri paesi, come Panama, Ecuador, Colombia, Cile e persino Spagna e Libano" spiega ancora Nieves.Come parte della rete che combatte la tratta delle persone, le Oblate e le Adoratrici lavorano insieme da molto tempo, soprattutto quando le donne dovevano ricevere delle curate e avevano bisogno di una residenza. "Ci siamo rese conto che questo grande lavoro non poteva essere fatto solo dalla rete contro il traffico, ma dovevamo coinvolgere tutta la vita religiosa nel progetto" afferma Nieves. In questo modo, diverse congregazioni sono state invitate a prendere coscienza della realtà della tratta nella Repubblica Dominicana, e da questo le Suore del Sacro Cuore diedero la loro disponibilità. Ci sono anche laici che partecipano attivamente: "tre laici lavorano con noi, e attualmente una laica è la coordinatrice, e lavorerà a Casa Malala come psicologa" conclude Nieves.Secondo dati raccolti da Fides, nel 2013 la Repubblica Dominicana era il terzo paese al mondo con maggiore tratta di persone , secondo dati degli istituti nazionali di protezione delle donne. Attualmente il numero non è cambiato molto, ma il fenomeno si: prima erano quasi solo donne dominicane, adesso sono in maggioranza le straniere a cadere in questa tragedia, e l'età delle vittime si è molto abbassata. Ci sono ragazze di solo 14 o 15 anni che entrano, per doversi motivi, in questo meccanismo criminale. Anche il turismo sessuale non è finito, secondo quanto denunciano alcune ONG, ma è cambiato: le donne dominicane vengono portate in Europa e Medio Oriente, mentre nel paese rimangono quasi tutte straniere.

ASIA/TIMOR EST - Urge un governo di onestà e trasparenza  

7 July 2018
Dili - Il popolo di Timor Est si aspetta un governo libero dalla corruzione, improntato a valori come onestà, trasparenza, bene comune: lo dice all'Agenzia Fides Acacio Pinto, laico cattolico, analista politico e specialista in Scienze sociali, guardando al nuovo esecutivo del Primo ministro Taur Matan Ruak, che ha prestato giuramento nel mese di giugno. Altri membri del governo, in particolare i membri del del Congresso nazionale per la ricostruzione di Timor non lo hanno ancora fatto perchè il presidente Francisco Guterres ha messo in discussione la loro integrità morale, osserva Pinto. Alcuni dei ministri indicati, infatti, sono stati coinvolti in casi di corruzione, abuso di potere e sperpero e del denaro del paese. Il Presidente nomina i ministri su proposta del Primo Ministro, ma poiché il Presidente ha ancora l'autorità di interrogarli sulla loro "integrità" di funzionari pubblici, ha chiesto alla Corte d'appello di aggiornarlo sui casi di corruzione che li vedono coinvolti, ha spiegato Pinto. La situazione ai vertici delle istituzioni è dunque in stallo. Mentre il presidente sta progettando di lasciare nuovamente il paese per partecipare alla riunione della Comunità dei Paesi di lingua portoghese a Capo Verde il 10 luglio, il Parlamento vorrebbe costringerlo a rimanere e approvare il resto dei membri del governo prima del viaggio all'estero.Pinto nota: "Sembra che la coalizione guidata da Xanana Gusmao non sia seriamente intenzionata a combattere la corruzione e che il Presidente sia fedele alla sua promessa di combattere la corruzione. Purtroppo sembra di essere in un nuovo stallo politico, nel confronto tra il governo di coalizione e il Presidente". Timor Est è una ex colonia del Portogallo ed è il secondo più grande paese cattolico in Asia, dopo le Filippine. Timor Est ospita 1,2 milioni di abitanti, più del 90% dei cattolici. Circa il 60% della popolazione di Timor Est ha meno di 25 anni, mentre secondo la Banca Mondiale circa il 40% della popolazione vive in povertà.

AFRICA/SUD SUDAN - “Un accordo fragile, ma dobbiamo continuare a sperare nella pace”

6 July 2018
Juba - “Per valutare la bontà di ogni accordo di pace il primo criterio è il rispetto del cessate il fuoco. Purtroppo questo è stato immediatamente violato e i combattimenti, sia pure sporadici, non sono mai cessati” dicono all’Agenzia Fides fonti locali da Juba, capitale del Sud Sudan, commentando l’accordo firmato il 27 giugno a Khartoum dal Presidente sud sudanese Salva Kiir e dall’ex Vice Presidente Riek Machar. L’accordo è stato raggiunto grazie alla mediazione del Presidente ugandese Yoweri Museveni e da quello del Sudan Omar Hasan Ahmad al-Bashir. L’accordo prevede un cessate il fuoco che avrebbe dovuto entrare in vigore il 30 giugno, la creazione di un corridoio umanitario per assistere i rifugiati, il ritiro delle rispettive truppe dai vari fronti sparsi nel Paese, la formazione di un Governo transitorio e la ripresa della produzione petrolifera.“In realtà diversi commentatori locali hanno da subito espresso perplessità sull’intesa del 27 giugno” affermano le nostre fonti, che hanno chiesto l’anonimato per motivi di sicurezza. “Il fatto che l’accordo sia stato firmato a Khartoum ha suscitato dei sospetti qui a Juba, perché il Sudan non ha mai smesso di interferire nel Sud Sudan dopo il suo distacco da Khartoum e l’indipendenza ottenuta nel 2011”. “Inoltre una delle clausole principali dell’accordo riguarda la riattivazione dei pozzi di petrolio, dei quali circa la metà sono ancora operanti dopo lo scoppio della guerra civile nel dicembre 2013. Diversi sud-sudanesi si domandano perché in un accordo di pace si debba parlare del petrolio, ritenendo che la questione vada affrontata dopo che la situazione si sia stabilizzata. Il sospetto quindi è che questo accordo, sponsorizzato dagli Stati confinanti, e firmato alla presenza del Presidente ugandese, miri più ad una spartizione del potere e delle risorse petrolifere che non a riportare una vera pace a favore della popolazione” dicono le fonti di Fides.“Occorre inoltre considerare che l’accordo è stato firmato dai due storici rivali, il Presidente Salva Kiir e l’ex Vice Presidente Riek Machar, coloro che hanno iniziato la guerra civile nel dicembre 2013. Ma nel frattempo lo scenario della guerra è mutato. Le fazioni in lotta non sono solo quelle di Kiir e Machar ma se ne sono aggiunte altre, che hanno esteso il conflitto. È quindi irrealistico pensare che questo accordo da solo possa portare alla pace e alla stabilizzazione del Sud Sudan”. “Tuttavia dobbiamo continuare a sperare perché ogni passo che viene fatto in direzione della pace è benvenuto. Come dice il Vangelo occorre giudicare dai frutti. Per il momento uno degli aspetti positivi dell’intesa è il rafforzamento della moneta locale rispetto al dollaro americano, che ha accresciuto il potere d’acquisto della popolazione, stremata dalla guerra. Speriamo che altri frutti positivi arrivino presto” concludono le nostre fonti.

AMERICA/BOLIVIA - Verso il CAM 5: i principali istituti missionari nati in America

6 July 2018
Roma – In occasione del Quinto Congresso Missionario Americano che si celebrerà a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, dal 10 al 14 luglio , presentiamo alcune note sui principali istituti missionari nati in America, che hanno dato un notevole contributo alla missione ad Gentes, come testimoniato tra l’altro dalle Suore di Maryknoll, che furono il primo gruppo di suore cattoliche degli Stati Uniti a lavorare all’estero, e da padre John Fraser, fondatore della Società per le Missioni Estere di Scarboro, il primo sacerdote nordamericano missionario in Cina. Società per le Missioni Estere degli Stati Uniti d'America Nel 1911 i Vescovi degli Stati Uniti d’America diedero vita alla “Catholic Foreign Mission Society of America”, con l’obiettivo di sostenere i missionari statunitensi all’estero. Il 29 giugno 1911 Papa Pio X benedisse la fondazione della Società per le Missioni estere di Maryknoll: i primi missionari partirono per la Cina nel 1918. Oggi sono 321, di cui 276 sacerdoti, i religiosi di Maryknoll che lavorano in 22 nazioni di Asia, Africa e America.Le Suore di Maryknoll, fondate nel 1912, furono il primo gruppo di suore cattoliche degli Stati Uniti a lavorare all’estero. Oggi sono 414 e operano in 24 nazioni di Asia, Africa e America. Svolgono la loro missione di testimoniare l’amore di Dio in una varietà di campi, tra cui la sanità e la medicina, le comunicazioni, l’educazione e l’insegnamento, l’agricoltura, la difesa dell’ambiente, i servizi sociali, i diritti umani, la promozione della donna, la formazione spirituale… I Maryknoll Lay Missioners sono singoli, coppie sposate e famiglie intere che rispondono alla chiamata missionaria di vivere e lavorare con le comunità più povere in Asia, Africa e America. Sono stati fondati ufficialmente nel 1975, dietro l’impulso del Concilio Vaticano II, anche se già nel 1930 il primo laico legato ai Maryknoll iniziò il suo servizio missionario in Cina.I Marykolloll Affiliates, pur continuando a seguire il proprio percorso di vita, si impegnano a raggiungere gli obiettivi dei missionari di Maryknoll con la preghiera, la riflessione e l'azione. Essi testimoniano la missione come stile di vita, camminando con i poveri e gli esclusi, e lottando per la pace e la giustizia. Gli Affiliates si radunano in oltre 50 piccole comunità missionarie sparse negli Stati Uniti, in America, in Asia e in Africa. Società per le Missioni Estere di Scarboro Fondata ad Ottawa nel 1918 da p. John Fraser, sacerdote dell’arcidiocesi di Toronto, la Società per le Missioni Estere di Scarboro ebbe come primo scopo quello di preparare ed inviare sacerdoti in Cina. Nel 1902 padre Fraser, che era stato ordinato sacerdote l’anno precedente, partì per la Cina, per la diocesi di Ningpo: è stato il primo sacerdote nordamericano missionario in Cina. Nel 1921 il collegio missionario si trasferì da Ottawa nella località di Scarborough , da cui l’istituto prese il nome. P. Fraser alternava lunghi periodi in Cina, dove era stato raggiunto dai suoi sacerdoti, con soggiorni in patria per seguire lo sviluppo dell’Istituto. Nel 1952 tutti i missionari vennero costretti a lasciare la Cina e si diressero verso altri paesi. P. Fraser fondò una nuova missione in Giappone, dove si impegnò senza sosta per costruire chiese e scuole. Nel 1962, a 85 anni, morì ad Osaka e fu sepolto in quel cimitero. Dagli anni ’70, seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II e le attese del laicato cattolico, l’istituto iniziò ad accogliere anche i laici , che oggi lavorano fianco a fianco con i sacerdoti e in collaborazione con altri istituti missionari. Oggi i missionari di Scarboro sono 35 presenti in Asia e America. Istituto per le Missioni Estere di Yarumal Questa Società di vita apostolica venne fondata dal Vescovo di Santa Rosa de Osos , Mons. Miguel Angel Builes, nel 1927. Tre anni prima il Vescovo aveva partecipato al Primo Congresso Missionario nazionale di Bogotà, dove si era proposto di avviare un Istituto missionario. Dopo aver riflettuto, pregato e chiesto consigli, il 29 giugno 1927 il Vescovo firmò il decreto di erezione del Seminario per le Missioni, che avrebbe avuto inizio a Yarumal in condizioni di ristrettezza economica. L’opera infatti sopravvisse grazie all’abnegazione dei primi membri e del Vescovo, che bussò ad ogni porta per chiedere aiuti. Il 25 settembre 1938, nella chiesa parrocchiale di Yarumal, mons. Builes ordinò i primi 7 sacerdoti. Nel 1946 la Santa Sede creò la Prefettura apostolica di Labateca, affidandola ai missionari di Yarumal. Nel 1949 venne loro affidata anche l’allora Prefettura apostolica di Mitù. Nel 1953 vennero nominati i primi due Vescovi dell’istituto. Nel 1970 i Missionari di Yarumal iniziarono ad uscire dal proprio paese, alla volta della Bolivia e del Venezuela. L’istituto accoglie anche, come associati temporanei, sacerdoti diocesani che intendono prestare servizio missionario in Colombia o altrove. Oggi i Missionari di Yarumal sono 180 in 45 comunità in America, in Africa, in Asia e in Europa. Nel 2015 è nata ufficialmente l’Associazione dei Laici Missionari di Yarumal. Società per le Missioni Estere della provincia di Québec Il beato Mons. François de Laval, primo Vescovo del Québec, che era stato uno dei fondatori della Società per le Missioni Estere di Parigi , volle che il primo seminario costruito in Québec venisse denominato “Seminario per le Missioni estere”. La Società per le Missioni estere della provincia di Québec è stata fondata il 2 febbraio 1921 ed approvata dalla Santa Sede il 15 giugno 1929. Il suo scopo è l’evangelizzazione dei non cristiani e dei poveri. I membri della Società sono attualmente impegnati nel ministero parrocchiale, nella formazione del clero, nell’animazione delle Comunità ecclesiali di base soprattutto tra i popoli aborigeni e nei sobborghi rurali. I membri della Società sono 113 , presenti con 10 comunità in America, Africa e Asia. Istituto di Santa Maria di Guadalupe per le Missioni Estere I “Missionari di Guadalupe” consacrano la vita al servizio della missione e hanno come caratteristica della loro spiritualità la devozione alla “Vergine di Guadalupe”. L’istituto venne fondato dall’Episcopato Messicano nel 1949, allo scopo di formare ed inviare missionari nei Paesi non cristiani indicati dal Santo Padre. Papa Pio XII approvò le costituzioni del nuovo Istituto nel 1953 e nominò primo Rettore del Seminario e Superiore generale del nuovo Istituto, Mons. Alonso Manuel Escalante , che era stato missionario in Cina e Bolivia, e professore al Seminario maggiore di Maryknoll. Mons. Escalante venne anche nominato Direttore nazionale delle Pontificie Opere per la Propagazione della Fede e di San Pietro apostolo, incarico che ricoprì fino alla morte, che lo colse mentre era in visita alle missioni di Hong Kong. L’istituto conta 205 missionari sparsi in 63 comunità di Africa, Asia e America. I Missionari di Guadalupe hanno aperto il loro istituto ai sacerdoti diocesani che desiderano svolgere attività missionaria ad gentes, e sono impegnati anche nei vari campi dell’animazione missionaria in Messico: corsi di missiologia, ritiri spirituali, laboratori di missiologia, preparazione e diffusione di materiale missionario.

ASIA/INDIA - Traffico di bambini nel Centro delle suore di Madre Teresa: arrestata una donna, fermate due suore

6 July 2018
Ranchi - La polizia dello Stato di Jharkhand ha arrestato una donna che lavorava nel Centro della congregazione delle Missionarie della Carità a Ranchi, che accoglie ragazze madri, con l'accusa di aver trafficato e venduto neonati. Gli agenti hanno anche fermato due suore della congregazione fondata da Madre Teresa di Calcutta. Shyamanand Mandal, ufficiale di polizia, ha dichiarato che le tre donne sono in custodia su segnalazione del "Child Welfare Committee" di Ranchi, capitale dello stato di Jharkhand. La polizia ha fermato le tre donne dopo che l'ente ha sporto denuncia . La prima ora è agli arresti, ma gli agenti affermano di avere prove anche a carico di una delle sue suore. Come appreso da Fides, il caso è venuto alla luce dopo che la CWC ha ispezionato a giugno il centro delle Missionarie della Carità. I membri della Commissione si sono accorti che mancava un neonato. Interrogata, una suora ha detto agli ispettori che la madre aveva portato via il bambino. "Abbiamo contattato la madre, che ha detto di non avere con sè il bambino". Indagando, si è scoperto che una famiglia nello stato di Uttar Pradesh avrebbe "comprato" il bambino per 120.000 rupie . La famiglia ha detto che il Centro aveva preso denaro come "spese ospedaliere". Anima, la donna impiegata nel centro e ora agli arresti, ha confessato che l'istituzione avrebbe "venduto" bambini a varie famiglie, fornendo una lista di almeno cinque famiglie. "È un vero shock per tutti", afferma Sunita Kumar, responsabile delle pubbliche relazioni della congregazione in un nota pervenuta a Fides. La Superiora Generale delle Missionarie della Carità, suor Mary Prema, che ora è all'estero, ha diramato una dichiarazione, inviata a Fides: "Siamo completamente scioccate da ciò che è accaduto nella nostra casa" afferma. Quanto accaduto "è completamente contrario ai nostri valori. Stiamo esaminando attentamente la questione" ha detto, promettendo di "prendere tutte le precauzioni necessarie" per prevenire altri incidenti del genere.Il Jharkhand è uno stato attualmente governato da una coalizione guidata dal "Bharatiya Janata Party" . I fedeli locali temono ora che la propaganda nazionalista indù possa utilizzare l'episodio contro la comunità cristiana.

ASIA/TERRA SANTA - Il parroco di Betlemme: nella città dove è nato Gesù i battezzati stanno sparendo

6 July 2018
Betlemme – Nella città dove è nato Gesù i battezzati stanno diminuendo in maniera impressionante. Mente si moltiplicano in tutto il mondo gruppi che intascano offerte usando il nome di Betlemme, senza poi far pervenire alcun tipo di aiuto ai cristiani della Terra Santa. L'allarme viene lanciato dal sacerdote cattolico Rami Asakrieh, della Custodia francescana di Terrasanta, parroco a Betlemme della chiesa di Santa Caterina, presso il Santuario della Natività. “La mia stessa parrocchia” riferisce padre Rami alll'Agenzia Fides “sta affrontando gravi problemi. Il numero delle famiglie cattoliche a Betlemme si sta riducendo. Ora la nostra parrocchia ha solo 1.479 famiglie palestinesi. I cristiani costituiscono il 17% della popolazione cittadina, mentre in passato erano il 90%”. Il calo vertiginoso della presenza cristiana a Betlemme – aggiunge padre Rami- è legato soprattutto all'esodo di giovani cristiani che emigrano in altri Paesi. Noi “ riferisce il parroco francescano “proviamo a frenare l'emigrazione, cercando di fornire aiuto in molte situazioni di bisogno”. Ma l'attuale situazione politico-economica della cittadina, circondata dagli insediamenti dei coloni israeliani, vede moltiplicarsi i casi di fedeli “disoccupati, depressi e affogati nei debiti”. A tutto questo – riferisce ancora padre Rami – si aggiunge anche la beffa di vedere “molte organizzazioni che chiedono risorse finanziarie sotto l'ombrello di Betlemme. Ma poi, nessuno dei nostri fedeli della parrocchia riceve un solo centesimo proveniente da queste organizzazioni”. .

AMERICA/PERU’ - La Rete ecclesiale Pan-Amazzonica (REPAM) avvia gli incontri sugli indigeni isolati

6 July 2018
Madre de Dios – Con la partecipazione di membri provenienti da Brasile, Ecuador e Perù, la Rete Ecclesiale Pan-amazzonica ha iniziato ieri mattina, nella città di Puerto Maldonado, in Perù, una riunione per concordare le strategie opportune per difendere i diritti dei popoli indigeni in isolamento.Secondo Luis Ventura, del Consiglio Indigenista Missionario del Brasile, gli obiettivi della riunione sono condividere una diagnosi della situazione di ogni popolo, comprese le minacce ricevute, e il quadro giuridico che disciplina i loro diritti. Si vedrà anche il metodo di lavoro per l'acquisizione e la gestione delle informazioni su questi popoli e le “proposte concrete per la difesa, a livello politico, giuridico e accademico”, oltre a vedere in quali aree e in che modo agire. "L'idea è che, secondo quello che ognuno fa, si possono raggiungere degli accordi e iniziare a rendere le strategie il più consensuali possibile" ha detto Ventura, che è responsabile del coordinamento del CIMI per gli stati brasiliani di Amazonas e Roraima.All'incontro, che si concluderà domenica 8 luglio, parteciperanno missionari cattolici e laici, oltre a ricercatori dei paesi citati. Mons. David Martínez de Aguirre, Vescovo del Vicariato apostolico di Puerto Maldonado, ha affermato che saranno presenti i discendenti delle popolazioni indigene che erano isolati o in contatto iniziale, o che hanno avuto esperienze di contatto con questi popoli. Secondo quanto riferito in una nota inviata a Fides, partecipano gli indigeni del Bajo Urubamba e dell'Alto Madre de Dios; specifico è il caso del popolo Nahua, considerato come gruppo di primo contatto; anche gli indiani Machiguenga dell'Alto Camisea saranno presenti. Dall'Alto Madre de Dios, sempre dal popolo Machiguenga, vengono gli indigeni Yomibati che hanno un rapporto con i popoli isolati. Secondo Martínez de Aguirre, partecipano anche i rappresentanti del popolo Yine e Harakmbut.L'incontro a Puerto Maldonado, nel sud-est peruviano, è organizzato dalla Commissione delle popolazioni indigene in isolamento volontario dell'Asse dei popoli indigeni della REPAM, con il sostegno del Vicariato Apostolico di Puerto Maldonado, attraverso la Cáritas Madre de Dios. Partecipano il CIMI, il Centro amazzonico per l'antropologia e l'applicazione pratica , il Vicariato Apostolico di Puerto Maldonado, la REPAM dell'Ecuador, il Vicariato di Aguarico e il Coordinatore delle organizzazioni indigene dell'Amazzonia brasiliana .

ASIA/INDIA - Interventi per le vittime delle alluvioni: segno di una Chiesa unita e “in uscita”

6 July 2018
New Delhi – Violente piogge hanno devastato gli Stati del nord-est dell’India e lo stato meridionale del Kerala: l’acqua ha inondato strade e autostrade, provocando la sospensione dell’energia elettrica e reso quasi irraggiungibili le zone colpite. Si calcola che almeno 1.064 villaggi in 21 distretti siano finiti sott’acqua, con case spazzate via dalle piogge torrenziali del periodo dei monsoni, mentre circa 650 mila persone sono sfollati interni, rimasti senza nulla. In risposta alla situazione difficile delle popolazione vittime, il team della “Camillian Task Force” dell'India, dei religiosi Camilliani, , insieme con le suore di diverse congregazioni e dei volontari della Caritas India si è mosso da Bangalore allo stato di Assam portando medicinali di tutti i tipi e materiale di primo soccorso. In queste località hanno organizzato gli interventi allestendo campi medici nei distretti di Karimganj, Hailakand e Cachar. “Lo scorso 1° luglio, nel villaggio di Craig Park nel distretto di Cachar, 117 persone sono state accolte dal team del campo medico. La maggior parte di loro erano donne e bambini”, ha raccontato all’Agenzia Fides padre Emmanuel Zongo, collaboratore della fondazione Camillian Disaster Service International , mobilitata per il soccorso agli sfollati.“La regione del Nordest, una delle più popolose del paese asiatico, si è nuovamente trovata sommersa dall’acqua dopo la rottura degli argini di numerosi corsi d'acqua a seguito delle piogge torrenziali”, continua Zongo. “Di fronte alla precaria condizione degli sfollati, Caritas India e CTF India, dopo aver interagito con le comunità, valutato e rilevato i bisogni più urgenti di 26 villaggi, hanno creato una squadra di specialisti per condurre 35 campi medici nei distretti di Karimganj e Hailakandi dal 28 giugno all'8 luglio. Il team è costituito da Religiosi camilliani, suore di diverse congregazioni e volontari laici, segno di una chiesa unita e in uscita”, conclude.

ASIA/CINA - La morte di Mons. Giuseppe Li Mingshu, Vescovo di Qingdao

6 July 2018
Qingdao - Venerdì 15 giugno 2018 è deceduto all’età di 93 anni, consumato dalla malattia e dalla vecchiaia, S.E. Mons. Giuseppe Li Mingshu, Vescovo di Qingdao, nella provincia di Shandong .Era nato il 1° dicembre 1924 nel villaggio di Licun, Pangjiazhen, distretto di Boxing, città di Binzhou, nello Shandong. Nel 1937 iniziò gli studi nel Seminario di Zhoucun e li terminò nel Seminario di Wendu, a Wuhan. Ordinato sacerdote l’11 aprile 1949, ha svolto il ministero pastorale nella parrocchia di Shaoguan e ha insegnato nella scuola primaria e secondaria di Liqun fino al 1953. Nel 1978 ha insegnato nella scuola secondaria della città di Boxing, nello Shandong, e nel 1986 è stato nominato Vicerettore del Seminario dello Spirito Santo di Shandong. Nel 1994 ha assunto la responsabilità della Diocesi di Qingdao come Amministratore Diocesano. Il 13 agosto 2000, con mandato del Santo Padre, ha ricevuto l’ordinazione episcopale da S.E. Mons. Ma Xuesheng, Vescovo della diocesi di Zhoucun. Durante il rito di ordinazione episcopale, Mons. Li Mingshu ha annunciato di voler incrementare i nuovi mezzi di evangelizzazione, di formare laici responsabili della catechesi e di mantenere rapporti di comunione con la Chiesa universale. In una sua lettera dell’agosto 2011, ricevendo la croce pettorale e l’anello, ha ribadito la sua fedeltà al Papa e alla Chiesa universale. Nel 2005 aveva invitato suor Nirmala Joshi, Superiora Generale delle Missionarie della Carità, a visitare Qingdao per studiare la possibilità, allora non accettata dalle Autorità civili, di aprire una casa per i poveri nella sua Diocesi.I funerali sono stati celebrati nel pomeriggio del 18 giugno nella chiesa di Zhejianglu, nella città di Qingdao. Oggi la diocesi di Qingdao conta circa 45.000 fedeli, una decina di sacerdoti e altrettante suore.

AFRICA/SENEGAL - Una parrocchia impegnata con il microcredito alle donne

5 July 2018
Dakar - Un’iniziativa di microcredito destinata alle donne sta rendendo autonoma una comunità. Grazie a piccoli prestiti, la parrocchia di Palmarin sta diventando un modello di cooperazione per il Senegal. Tutto è iniziato 15 anni fa con un progetto lanciato dall’Iscos, Ong promossa dal sindacato italiano della Cisl. I responsabili entrano in contatto con la parrocchia di Palmarin, composta da cinque villaggi. La comunità locale vive di pesca e quindi si decide di sostenere i pescatori e le loro mogli. Vengono quindi donate piroghe con i motori, reti, materiali vari. Si allestiscono centri di essiccazione dei pesci. Si aiutano le donne a migliorare la raccolta del sale.“Nel tempo - spiega Dario Roncon, responsabile del progetto per Iscos – a questi interventi ne sono seguiti altri più strutturali. Abbiamo creato un emporio per immagazzinare e vendere i prodotti della pesca e dell’agricoltura. Abbiamo dato vita a due mulini per macinare il granoturco e decorticare il miglio. Abbiamo anche costruito una scuola materna, oggi è frequentata da 150 bambini cattolici e musulmani, e un centro che viene utilizzato per il commercio e per le feste”.La comunità sorge in una splendida riserva naturale alla confluenza tra i fiumi Sin e Saloum. Sono così state organizzati corsi per ecoguide. “Queste persone – continua Roncon – ci aiutano a controllare la situazione della riserva e ad accompagnare i pochi turisti nell’area. Godono quindi di una piccola forma di reddito che li aiuta a vivere. Un piccolo passo, ma il nostro obiettivo è rendere autonomo tutto il progetto”.Insieme al parroco, che nel frattempo è diventato il responsabile in loco del progetto, gli operatori di Iscos iniziano a esplorare la possibilità di dar vita a un sistema di microcredito.La microfinanza si sta diffondendo anche in Africa. In un continente nel quale meno del 20% delle famiglie ha accesso a servizi formali, i piccoli prestiti stanno alimentando l’economia locale. Secondo i dati delle istituzioni di microfinanza del Mix Market, il continente africano ha una delle basi in più rapida crescita. Le istituzioni microfinanziarie africane hanno registrato una crescita esponenziale dell’1,312% tra il 2002 e il 2014. Nello stesso periodo l’importo complessivo dei prestiti è passato da 0,6 miliardi a 8,5 miliardi di euro e interessa 8 milioni di persone.La parrocchia di Palmarin e l’Iscos creano cooperative femminili e affidano loro tremila euro. “Queste cooperative forniscono credito solo alle donne associate - continua Roncon -. Sono prestiti di poche decine di euro, ma che permettono alle donne di avviare piccole attività commerciali o artigianali. La cose che vanno sottolineate è che questi prestiti vengono restituiti al 99% e una parte di quanto reso viene accantonato. Così oggi le cooperative hanno un patrimonio superiore a quello iniziale”. Il surplus viene gestito a favore della parrocchia o delle esigenze comunitarie. "Il progetto è avviato verso l’autonomia” conclude Roncon. Un passo avanti per le donne locali e per tutta la comunità".

AFRICA/CENTRAFRICA - La missione Onu condanna l’uccisione di Mons. Gbagoua e mette in guardia la popolazione: “Non lasciatevi trascinare dalla violenza”

5 July 2018
Bangui - Ferma condanna da parte della Missione delle Nazioni Unite di stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana per l'assassinio del Vicario generale di Bambari, Mons. Firmin Gbagoua, ucciso il 29 giugno nell’assalto all’episcopio . Durante la conferenza stampa settimanale della MINUSCA a Bangui, la portavoce della missione ONU, la signora Uwolowulakana Ikavi-Gbétanou, ha ribadito l’impegno della MINUSCA a fornire un supporto alle strutture governative del Centrafrica in modo che "i criminali possano essere perseguiti e severamente puniti per questo crimine codardo e vergognoso”. A nome della Missione, la portavoce ha anche messo in guardia contro qualsiasi tentativo di istigare alla violenza la popolazione, alimentando le tensioni religiose e comunitarie. La signora Uwolowulakana Ikavi-Gbétanou ha affermato che vanno viste in quest’ottica le false accuse propagate da alcuni mezzi di comunicazione contro le forze ONU, alle quali sono state attribuite le uccisioni di alcuni civili negli scontri in corso da giorni nella prefettura di Nana-Grebizi, tra i combattenti della coalizione MPC /FPRC e i miliziani anti-balaka. I violenti combattimenti hanno causato, oltre a morti e feriti tra i civili, la fuga della popolazione e la distruzione di diverse case, saccheggiate e date alle fiamme.La MINUSCA, che ha inviato nell’area dei rinforzi, e le autorità locali hanno incontrato i gruppi armati per mettere fine agli scontri.

ASIA/LIBANO - Si aggrava la crisi delle scuole cattoliche: già 500 gli insegnanti dimessi

5 July 2018
Beirut – La crisi delle scuole cattoliche libanesi sembra entrata in una fase di ulteriore aggravamento, che ha avuto una manifestazione eclatante nelle dimissioni disposte dagli istituti scolastici cattolici per 500 dei loro docenti. Il numero rilevante di insegnanti a cui non stato rinnovato il contratto è emerso in prossimità del 5 luglio, termine di scadenza sia per le iscrizioni degli allievi che per la presentazione delle piante organiche degli istituti scolastici per l'anno scolastico 2018/2019. Il numero consistente di dimissioni disposte dalle scuole cattoliche alimenta preoccupazioni e sfiducia tra le famiglie. Un malessere che si riflette anche nel calo delle iscrizioni degli allievi presso gli istituti più toccati dalla crisi. Oggi, giovedì 5 luglio, presso la sede del Patriarcato maronita a Bkerkè è stata convocata una riunione d'urgenza dei responsabili degli istituti scolastici per affrontare lo stato di crisi insieme al Patriarca Bechara Boutros Rai. Fonti locali riferiscono all'Agenzia Fides che i singoli istituti hanno provato a seguire criteri ragionevoli nel disporre lo sfoltimento del proprio organico docente, non rinnovando l'incarico soprattutto a professori anziani vicini alla pensione, o a quelli che svolgevano solo poche ore d'insegnamento. Le singole scuole stanno mettendo in atto anche altri provvedimenti per far fronte alla crisi, come l'accorpamento delle classi con pochi studenti. Nel contempo, i sindacati dei docenti dovranno decidere nelle prossime ore quali iniziative prendere davanti all'aggravarsi della crisi. Mentre padre Boutros Azar, attuale Segretario generale delle scuole cattoliche, lamenta la passività delle istituzioni nazionali, rimaste inerti davanti ai ripetuti allarmi lanciati già dallo scorso autunno sulla gravità della crisi che ora mette a rischio la sopravvivenza di molte scuole non statali. A scatenare la crisi degli istituti scolastici non statali hanno contribuito le nuove disposizioni sulle “griglie salariali” dei lavoratori pubblici approvate dal governo libanese nell'agosto 2017 . Tali disposizioni, applicate ai docenti delle scuole private, hanno messo da subito in difficoltà gli istituti scolastici privati, chiamati a trovare le risorse per finanziare l'analogo aumento di livelli e di salario richiesti dai propri dipendenti. I responsabili delle scuole cattoliche e anche alti esponenti dellla Chiesa maronita hanno chiesto in più occasioni alle istituzioni politiche di farsi carico almeno in parte dei costi per finanziare l'applicazione delle nuove griglie salariali ai docenti delle scuole statali, che al momento accolgono più di due terzi degli studenti libanesi.Gli interventi ecclesiali sulla crisi del comparto scolastico non statale hanno sempre richiamato il contributo decisivo fornito da tali scuole alla costruzione dell'identità nazionale. Agenzia Fides 5/7/2018).

AMERICA/NICARAGUA - Le forze filogovernative mantengono l'assedio alla chiesa nel comune La Trinidad

5 July 2018
Managua – Sono passate più di 40 ore da quando le forze filogovernative sono arrivate a Estelì per stringere d’assedio la chiesa del comune La Trinidad, nonostante le denunce di sacerdoti e Vescovi. "Condanno l'aggressione a Estelì contro i giornalisti della tv Merced della diocesi di Matagalpa. La mia solidarietà a Mons. Alvarez e ai giornalisti. E' intollerabile attentare alla libertà di stampa" aveva scritto Mons. Silvio Baez, Ausiliare di Managua, su twitter per informare di ciò che stava accadendo.Lo stesso Cardinale Leopoldo Brenes, Arcivescovo di Managua, ha condannato l'aggressione contro i giornalisti e ha denunciato l'assedio alla chiesa: "Da Estelí mi dicono che la chiesa parrocchiale La Candelaria, nel comune di La Trinidad, Estelí, è circondata da membri della polizia nazionale e da gruppi paramilitari, provocando terrore nei sacerdoti e nei fedeli che sono dentro. Chiedo alla direzione della polizia nazionale di sospendere questa azione di disturbo e di violenza, in modo che i fedeli possano tornare alle loro case" aveva scritto in un comunicato inviato a Fides.Martedì 3 luglio circa 40 camion con attrezzature antisommossa e uomini armati e incappucciati è arrivato a La Trinidad, 124 km a nord di Managua, nel dipartimento di Estelí, dove hanno smantellato un blocco organizzato dai manifestanti sulla strada internazionale e hanno arrestato diversi giovani portandoli via dalle loro case. Secondo la stampa locale, un membro delle forze governative è stato ucciso, ma il governo ha elogiato solo la riapertura dell'autostrada. Diversi manifestanti sono stati feriti gravemente, secondo gli organismi per i diritti umani.Secondo le fonti di Fides, la violenza delle forze governative ha iniziato a perseguitare i membri locali della Chiesa cattolica. Non solo hanno preso di mira sacerdoti e seminaristi, fermati per strada con falsi pretesti di effettuare controlli, ma anche l'assedio alla chiesa della Trinidad è stato gestito con molta violenza e con l’intenzione di impedire la comunicazione con i fedeli che vi si trovano dentro, perlopiù giovani, che si erano rifugiati in chiesa per sfuggire agli arresti. Per il Vescovo della diocesi di Matagalpa, Mons. Rolando José Álvarez Lagos, le autorità accusano queste persone come se "fossero una società terroristica". Resta il fatto che hanno iniziato a portare i giovani nelle caserme e nelle carceri senza motivo.Ieri a Managua, centinaia di nicaraguensi si sono uniti per formare una grande catena umana per chiedere al Presidente Daniel Ortega di dimettersi e per avere giustizia per le oltre 300 persone uccise nelle proteste. Il Dialogo Nazionale è ripreso, ma aspetta ancora una risposta del governo sulle questioni fondamentali: fermare la violenza e indire elezioni anticipate.Il Nicaragua sta attraversando la più grave crisi sociopolitica dagli anni '80, che finora ha causato più di 300 morti e oltre 2.500 feriti, secondo l'Associazione nicaraguense per i diritti umani . Le proteste contro il governo sono iniziate il 18 aprile per le annunciate riforme della sicurezza sociale, e in seguito sono diventate una richiesta di dimissioni del Presidente, da undici anni al potere, accusato di abusi e corruzione.

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