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Le notizie dell'Agenzia Fides
Updated: 52 min 22 sec ago

AMERICA/STATI UNITI - I Vescovi favorevoli ai provvedimenti per i “dreamers” annunciati da Trump, ma preoccupati da altre misure

5 February 2018
Austin – I Vescovi statunitensi vedono positivamente la proposta del Presidente Trump di concedere la cittadinanza ai dreamers, tuttavia sono anche “profondamente preoccupati” dalle altre misure annunciate in tema di migranti. Nel tradizionale discorso sullo “stato dell'Unione” di fronte al Congresso, pronunciato martedì 30 gennaio, tra i punti della politica migratoria del suo governo, il Presidente Trump ha parlato di concedere la cittadinanza a 1,8 milioni di “dreamers” attraverso un disegno di legge che assicuri la loro naturalizzazione tra 10 o 12 anni. I “dreamers” sono gli immigranti giunti bambini negli Stati Uniti provenienti dal Messico e dai paesi centroamericani, legalizzati dalla legge DACA, poi sospesa dal Presidente Trump . Il Presidente della Commissione per i migranti della Conferenza Episcopale USA, il Vescovo di Austin, Mons. Joe Vásquez, ha dichiarato al riguardo che i Vescovi giudicano con ottimismo la proposta della cittadinanza ai dreamers - che coinvolge non solo i 690.000 iscritti al DACA ma anche altri aventi diritto – ma sono anche “profondamente preoccupati” per l' “impatto sull'unità familiare” delle altre misure. Infatti Trump ha annunciato anche la costruzione del muro lungo la frontiera sud, norme migratorie basate “sui meriti” di chi “ami e rispetti la nostra nazione”, la limitazione del ricongiungimento familiare al coniuge e ai figli, oltre alla richiesta al Congresso di maggiore sostegno alla Border Patrol . “I tagli proposti per il ricongiungimento familiare e l'eliminazione delle protezioni ai bambini non accompagnati sono seriamente preoccupanti” ha affermato mons. Vásquez. “L'immigrazione familiare è parte della base del nostro Paese e della nostra Chiesa” ha aggiunto, citando Papa Francesco: “La famiglia è la base della coesistenza e una medicina contro la frammentazione sociale”. I Vescovi statunitensi sollecitano quindi il Congresso “ad una urgente soluzione di consenso”. “Il tempo è fondamentale” afferma il Vescovo di Austin. “Ogni giorno sperimentiamo le conseguenze del ritardo nell'azione quando vediamo i giovani che perdono le loro possibilità di mantenersi economicamente e la loro speranza”.

AFRICA/KENYA - “Rispettate le libertà e i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione”: appello dei Vescovi

5 February 2018
Nairobi - “Siamo profondamente preoccupati per gli atti incostituzionali commessi sia dal governo sia dall’opposizione” affermano i Vescovi del Kenya in una dichiarazione giunta all’Agenzia Fides.I Vescovi chiedono in primo luogo il rispetto della libertà dei media, ad una settimana dalla chiusura di tre delle più importanti emittenti televisive private imposta dal governo per impedire la trasmissione in diretta della cerimonia di investitura come Capo dello Stato di Raila Odinga, lo sfidante al Presidente Uhuru Kenyatta nelle elezioni del 26 ottobre .La chiusura dei media “è in se stessa un tentativo regressivo e deliberato per erodere i provvedimenti positivi che il Paese e la sua popolazione hanno stabilito nella Costituzione come contratto sociale” sottolineano i Vescovi, che ricordano che la libertà di stampa è garantita dall’articolo 34 della Costituzione e dai diversi trattati internazionali ratificati dal governo del Kenya.Questa mattina, 5 febbraio, la polizia ha disperso con i gas lacrimogeni un centinaio di dimostranti che cercavano di dirigersi verso gli uffici del governo nel centro di Nairobi per chiedere la riapertura delle tre emittenti televisive chiuse. “Sia l’opposizione sia il governo desistano da ogni forma di incitamento che potrebbe approfondire le divisioni tra la popolazione del Kenya” chiedono i Vescovi, che lanciano un appello “alle agenzie statali e ai singoli pubblici ufficiali di rispettare i principi e lo spirito della Costituzione, i diritti umani e le libertà fondamentali”.I Vescovi concludono invitando i keniani a riunirsi il 10 febbraio nell'Arcidiocesi di Kisumu per avviare la campagna per la quaresima 2018, il cui tema è "Riconciliazione per la coesistenza pacifica e integrazione nazionale ... Giustizia per tutti”.

AFRICA/TOGO - Un missionario: finalmente è stata annunciata la data dell’inizio del dialogo fra le varie parti

5 February 2018
Kolowaré – ‘L’apertura del dialogo avrà luogo il 15 febbraio prossimo a Lomè’, annuncia un comunicato diffuso dalla televisione nazionale del Togo, firmato dal Ministro ghanese per la sicurezza, Albert Kan-Dapaah, e dal Ministro di Stato della Guinea, Tibou Kamara, emissari dei loro rispettivi Presidenti, Nana Akufo-Addo e Alpha Condé, proposti dalla Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale come mediatori tra governo e opposizione per trovare una soluzione alla crisi togolese.“Finalmente è stata annunciata la data dell’inizio del dialogo fra le varie parti” dichiara a Fides padre Silvano Galli, sacerdote della Società delle Missioni Africane , missionario in Togo.Delegati dei due mediatori erano presenti a Lomé il 31 gennaio e il 1 febbraio, per condurre scambi e consultazioni con il governo e la coalizione dei 14 partiti di opposizione, che ha organizzato manifestazioni di protesta quasi ogni settimana per cinque mesi, chiedendo le dimissioni del Presidente Gnassingbé .“La data è stata concordata con i principali protagonisti" si legge nella dichiarazione ufficiale. I mediatori insistono, tuttavia, sul fatto che nessuna manifestazione sia organizzata da questo giorno in poi e nel corso del dialogo. L’opposizione ‘ha preso atto’ di questo annuncio e sottolinea che ‘alcuni punti meritano un chiarimento’. I leader della Coalizione hanno rassicurato i loro militanti che saranno presenti al tavolo dei negoziati con il governo il 15 febbraio, anche se ‘con un atteggiamento vigile – ha dichiarato Jean-Pierre Fabre durante un comizio – incoraggeremo il governo a portare a termine le misure di pacificazione’. Tra queste misure Fabre include il ritiro delle forze di sicurezza dal Nord del paese, e la liberazione dei militanti dell’opposizione arrestati durante le diverse manifestazioni, e durante l’incendio del mercato di Kara e di Lomé. “Queste misure non sono negoziabili. Devono essere prese prima dell’inizio dei negoziati”, ha avvertito il leader della Coalizione.I mediatori ghanesi e guineani hanno risposto che, benché giudicati con procedura prioritaria e considerando le attenuati, gli autori di reati “saranno giudicati in conformità con le procedure legali del paese”, che non possono essere stravolte.“Il clima è tutt’altro che ottimista, piuttosto dilaga la diffidenza. La gente si sente presa in giro da vent’anni - nota p.Silvano -. Nonostante anni di dialoghi, nei quali è stato coinvolto anche il Vescovo di Atakpamé, S.Ecc.za Mons. Barrigah, ex diplomatico, che dopo tanti incontri e discussioni, ha presentato una serie di proposte, purtroppo tutte completamente disattese. L’unica nota positiva di questi anni – conclude il missionario - è che la gente può liberamente esprimersi su media e social, anche purtroppo insultandosi pesantemente”.

ASIA/SIRIA - Patriarca siro ortodosso celebra a Deir ez-Zor la prima liturgia eucaristica dopo cinque anni

5 February 2018
Deir ez-Zor – Il Patriarca di Antiochia dei siro-ortodossi, Mor Ignatius Aphrem II, ha celebrato il Santo Qurobo, la solenne liturgia eucaristica del rito siro-antiocheno, tra le rovine della chiesa dedicata alla Vergine Maria, nella città siriana di Deir ez-Zor. Alla liturgia, celebrata sabato 3 febbraio, ha partecipato anche un piccolo gruppo di membri della locale comunità cristiana, che lentamente cominciano a ritornare nella città devastata dalla tuerra, e recentemente riconquistata dall'esercito siriano. Nell'omelia – riferiscono le fonti ufficiali del Patriarcato, consultate dall'Agenzia Fides – il Patriarca ha ringraziato il Signore per il lento ritorno alla normalità intrapreso dalla città siriana, ma ha anche espresso tristezza per la devastazione provocata dal conflitto, che ha colpito anche chiese e moschee. Il Primate ella Chiesa siro ortodossa, accolto in città dal Governatore Mohammad Ibrahim Samra, ha definito la sua visita come un segno che la Siria sta uscendo dagli anni di violenze e terrore che l'hanno devastata, confermando l'impegno della Chiesa nell'opera di ricostruzione e di soccorso per le popolazioni martoriate dal conflitto.Durante la visita, il Patriarca Ignatius Aphrem ha anche inaugurato la clinica Sant'Efrem, il primo polo sanitario istituito su iniziativa congiunta del comitato per le iniziative assistenziali del Patriarcato e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo che la città è tornata sotto il controllo dell'esercito siriano. Deir ez-Zor, che prima della guerra era abitata in maggioranza da curdi, è stata una delle città più contese tra milizie jihadiste e esercito governativo, durante gli anni del conflitto siriano. I gruppi jihadisti, anche in competizione tra di loro, hanno assediato e poi conquistato una parte della città fin dalla fine del 2013. Nel settembre 2014 i miliziani dello Stato Islamico hanno distrutto la chiesa armena della città dove erano custoditi i resti delle vittime del Genocidio armeno. Il 17 gennaio 2016, i jihadisti di Daesh avevano attaccato i quartieri della città ancora controllati dall'esercito di Damasco, massacrando almeno 300 civili e deportandone altre centinaia. La riconquista completa e definitiva della città da parte dell'esercito siriano è avvenuta soltanto il 3 novembre 2017. .

ASIA/INDIA - I Vescovi: più unità nella Chiesa, per annunciare e vivere il Vangelo nella società

3 February 2018
Bangalore - “Il Cardinale Bo ci ha raccontato del tempo difficile che la Chiesa del Myanmar ha dovuto affrontare per circa 70 anni, e come lo ha affrontato. Clero, religiosi e laici hanno lavorato insieme. Ha anche suggerito alcune strade che la Chiesa indiana potrebbe percorrere nelle circostanze odierne: una strada maestra è mantenere la sua unità nella diversità”: è quanto riferisce all’Agenzia Fides il Vescovo Vincent Aind di Bagdogra, nel Bengala occidentale, tra gli oltre 200 vescovi partecipanti alla assemblea generale della Conferenza Episcopale dell’India , in corso a Bangalore dal 2 al 9 febbraio. I Pastori sono riuniti in rappresentanza di 20 milioni di cattolici dei tre riti presenti nella nazione.Il Cardinale Bo, aprendo l’assemblea della CBCI il 2 febbraio, ha affermato che la chiesa in India “ha il compito nobile di promuovere e rafforzare l'unità tra tutte le parti della popolazione, tutelando il pluralismo, e affrontando con spirito evangelico le sfide che incontra nel paese”.Il tema centrale prescelto per l’assise è: "Io sono sempre con voi, fino alla fine dei tempi . Uniti nella diversità per una missione per una missione di misericordia”. Il tema intende “tenere a mente le sfide che la Chiesa indiana sta affrontando, vale a dire l'ascesa dei gruppi nazionalisti indù, ostili ai cristiani in India, un paese a maggioranza indù”, ha rilevato il Segretario generale della CBCI, Mons. Theodore Mascarenhas.Il partito nazionalista Bharatiya Janata Party governa a livello federale ed è al potere in 19 dei 29 stati indiani. Il BJP e i duoi movimenti e gruppi alleati sono diventati sempre più critici nei confronti dell’opera missionaria delle Chiese cristiane e anche verso le minoranze musulmane. “Il Cardinale Charles Bo ha esortato la Chiesa indiana a rimanere unita in questo delicato momento. Il suo discorso ha insistito sull'identità, sulla comunità e sugli aspetti missionari della fede. Sin dall'antichità ci siamo dedicati all’apostolato nel campo dell’istruzione e della sanità; ora dobbiamo pensare a un modo nuovo di fare missione”, commenta all’Agenzia Fides, p. Z. Devasagayaraj, Segretario dell'Ufficio della CBCI per le caste e le classi arretrate. Jose Kavi, giornalista e intellettuale cattolico, dichiara a Fides: "Il tema prescelto dalla CBCI è tempestivo, in quanto è bene che i Vescovi abbiano una comprensione globale di ciò che sta accadendo nel paese, pensando alla Chiesa nel suo insieme e preoccupandosi della nazione”. “A volte essi sono troppo preoccupati della vita interna delle diocesi, dei riti e di altre questioni strettamente ecclesiali. Dovrebbero, invece, guardare con più attenzione alle sfide che minacciano la nostra democrazia e la laicità dello stato. Spero che questa assemblea plenaria possa aiutarli a unirsi tralasciando le differenze di riti, lingua e regione”, osserva Kavi.

ASIA/LIBANO - Continua la crisi delle "griglie salariali": docenti delle scuole cattoliche in sciopero

3 February 2018
Beirut – Le sigle sindacali delle scuole private libanesi – in gran parte legate alla Chiesa maronita e alle altre Chiese cattoliche presenti in Libano – hanno confermato il protrarsi dello stato di sciopero e mobilitazione per i giorni 5, 6 e 7 febbraio, invitando gli insegnanti a partecipare anche a manifestazioni e sit-in di protesta. In un comunicato dai toni accesi, i rappresentanti sindacali hanno chiesto agli insegnanti privati di “non cedere alle minacce” e di “non firmare alcun documento ufficiale” che non contenga l'approvazione delle richieste di aumento salariale previste dalle nuove griglie retributive, disposte dal governo lo scorso agosto. La mobilitazione annunciata rappresenta un ulteriore sviluppo della crisi iniziata la scorsa estate, quando sono sono state disposte dal governo le nuove “griglie salariali” per i lavoratori del settore pubblico, comprendente anche il comparto scolastico. L'entrata in vigore delle nuove norme e le incertezza su chi debba finanziare la loro applicazione al settere delle scuole non statali sta alimentando da allora il disagio e la protesta in tutto il settore delle scuole private, in larga maggioranza cattoliche, che rappresentano i due terzi dell'intero sistema scolastico libanese. Gli aumenti di stipendio imposti dalle nuove regole governative, entrati subito in vigore per i docenti delle scuole statali, rappresentano un grave problema – ancora non risolto - per la sostenibilità finanziaria dell'intera realtà delle scuole private libanesi. Come riferito da Fides , i Vescovi maroniti già ai primi di settembre avevano chiesto al governo di rivedere il meccanismo degli scatti di stipendio messo in moto dalle nuove norme sulla griglia salariale, oppure di farsi carico dei costi previsti per finanziare anche l'aumento di stipendio per gli insegnanti delle scuole private. I tavoli di lavoro e le iniziative ecclesiali dedicate al problema – compresa una riunione straordinaria dei Patriarchi e dei vescovi cattolici libanesi, svoltasi giovedì 1 febbraio presso la sede patriarcale maronita di Bkerkè, sotto la presidenza del Patriarca maronita Bechara Boutros Rai – non hanno finora individuato soluzioni percorribili. Gli enti che gestiscono le scuole private – in gran parte legati a soggetti ecclesiali, - non sono in grado di applicare la regole che impongono aumenti salariali dei professori senza ricorrere a loro volta all'istituzione o all'aumento di rette a carico delle famiglie. Dai dirigenti e dagli enti che gestiscono le scuole non statali è stata ripetuta anche nei giorni scorsi la richiesta – finora caduta nel vuoto – che sia il governo a farsi carico degli aumenti di stipendio reclamati a norma di legge dagli insegnanti che operano in quegli istituti d'istruzione. .

AMERICA/BRASILE - Rispondere al degrado civile, sociale e ambientale: l'impegno delle Comunità ecclesiali di base

3 February 2018
Londrina – E’ tempo di rilancio e di individuare nuove prospettive di impegno per i gruppi laicali che si riuniscono per coltivare la fede alla luce della Parola di Dio, riversando il loro impegno cristiano nella società. Dopo il 14º incontro Interecclesiale delle Comunità Ecclesiali di Base , tenutosi a Londrina , a cui hanno partecipato 3.300 delegati e 60 Vescovi, in una nota pervenuta all'Agenzia Fides, il Vescovo di Campos mons. Roberto Ferrería, descrive l'incontro come "il rinnovarsi della vitalità e dell'entusiasmo dell'esperienza delle origini , di essere Chiesa e di vivere la fede a partire dal popolo, dalle persone semplici e piccole”. “E' innegabile - afferma il Vescovo - l'opera di sviluppo e promozione sociale dei poveri compiuta dalle CEB: essi hanno imparato a legare inseparabilmente vita e fede, illuminando il loro cammino di vita con la Parola di Dio e promovendo integralmente la dignità umana”. Indipendenti da partiti e sindacati, le CEB “hanno formato leader che si spendono in difesa dei poveri, della giustizia sociale e del bene comune”, prosegue. Mons. Ferrería sottolinea la “spiritualità radicata nella realtà” che ha animato l'appuntamento assembleare da poco terminato. Il tema delle “sfide nelle periferie urbane” è stato trattato con approfondimenti e dibattiti su temi quali abitazione, mobilità, politiche pubbliche, salute, l’istruzione, tempo libero e cultura, ecumenismo, dialogo interreligioso ed ecologia. Con la prospettiva di una teologia, ecclesiologia e pastorale che aiuti a illuminare il cammino verso “la Nuova Gerusalemme, città della pace e della giustizia”. Il bilancio, per mons. Ferrería, è positivo “per la gioia traboccante, la fraternità tra i partecipanti e la testimonianza di una Chiesa in uscita”. “Abbiamo fatto l'esperienza di Mosè nel roveto ardente”, dice il documento conclusivo dell'Incontro, “quando, sfidato da Javeh, fu inviato dal Dio liberatore a riscattare il suo popolo dalla schiavitù che imprigiona i corpi e colonizza le menti”. Ribadendo la posizione di dialogo con tutti, in primo luogo nella stessa Chiesa, i delegati hanno sottoscritto il loro impegno per rispondere “alla smobilitazione delle strutture democratiche nel nostro paese, alla perdita dei diritti civili e sociali e al degrado delle dignità umana e di quella della creazione”. L'impegno si concretizzerà nel lavoro a favore dei giovani, della vita, della donna e della sua “piena dignità ecclesiale”, degli indigeni, dei senza tetto, dei migranti e dei rifugiati, dei carcerati, dei bambini e degli anziani. Nei confronti delle istituzioni dello Stato, recita il documento conclusivo, si esigono “politiche di inclusione sociale” e si impegnano a partecipare nei “consigli di cittadinanza”, a promuovere la democrazia, l' “economia popolare, solidale e sostenible”, la vocazione politica dei cristiani e a rafforzare il controllo sulla politica e sul potere giudiziario. “Non possiamo mai dimenticare”, concludono, “che le comunità cristiane nacquero in mezzo ai poveri, come un grido di speranza e un luogo di rapporti ugualitari e inclusivi”.

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Algeria: le storie di martirio

3 February 2018
La Santa Sede ha riconosciuto il martirio del Vescovo di Oran, Pierre Claverie, e di 18 compagni, sacerdoti, religiosi e religiose, uccisi negli anni 1994-96 in Algeria. Una ricerca negli archivi dell’Agenzia Fides svela il prezioso patrimonio delle loro esperienze di fede. Il Santo Padre Francesco ha infatti autorizzato il 26 gennaio la pubblicazione del decreto che riconosce il martirio del Vescovo di Oran, Pierre Claverie, e di 18 compagni. Si calcola che quasi duecentomila persone siano state uccise in quegli anni di crisi a tutti i livelli e di forte tensione sociale, apertasi nel 1992 con l’annullamento delle elezioni vinte, al primo turno, dal Fis . Il terrorismo islamista prese di mira anche gli stranieri e la piccola comunità cattolica, composta in gran parte da missionari europei, ma “l’intolleranza religiosa non c’entra” dichiarò a più riprese Mons. Henry Teissier, allora Arcivescovo di Algeri. “L’ondata di violenze che ha colpito l’Algeria è causata da una lotta per il potere fine a se stessa. Ciò che è più grave è che gli ambienti che stanno tentando di prendere il potere fanno appello ad argomenti religiosi per legittimare la loro violenza” .“Camminando con il popolo algerino siamo presi dal vortice di una crisi la cui conclusione si fa attendere – scrissero i Vescovi algerini in un loro messaggio del 2 gennaio 1994 sulla grave situazione -. Non possiamo sapere cosa ci riserva l’avvenire. Dobbiamo aiutarci gli uni gli altri a vivere la nostra esistenza attuale... Ciascuno, di volta in volta, deve potersi autodeterminare liberamente con l’aiuto dei suoi fratelli e sorelle più vicini. In questi tempi di incertezza, continuate a fare coscienziosamente il vostro lavoro, sapendo, con i numerosi amici algerini, che ponete le basi più sicure per l’avvenire. Noi vogliamo anzitutto rendere grazie a Dio per questa serenità e tenacia in mezzo a difficoltà quotidiane talvolta angoscianti”.Tutti i missionari che sono stati uccisi erano consapevoli dei rischi che correvano, e alle sollecitazioni dei rispettivi governi nazionali, delle congregazioni religiose cui appartenevano, dei Pastori della Chiesa locale, avevano sempre risposto, alcuni pochi giorni prima di essere uccisi, che non avrebbero lasciato il paese che amavano, la gente che amavano, ricambiati, la missione che il Signore aveva loro affidato. Link correlati :Continua a leggere l'approfondimento su Omnis Terra

AMERICA/HONDURAS - La Vergine Patrona dell'Honduras unisce una nazione divisa

2 February 2018
Tegucigalpa - "Una casa senza madre è in qualche modo, una casa vuota. Ecco perché la festa della Madre di tutti gli honduregni è l'occasione in cui la Basilica a lei dedicata si riempie di migliaia di pellegrini, ma anche il cuore della gente si riempie di speranza": con queste parole p.Juan Ángel López Padilla, portavoce della Conferenza episcopale dell'Honduras, spiega all'Agenzia Fides l'importanza della festa della Vergine di Suyapa, Patrona della nazione - rappresentata con una statua di cedro di poco più di 6 cm di dimensioni - venerata nella Basilica di Suyapa, a Tegucigalpa.Il 3 febbraio di ogni anno, il popolo honduregno si riunisce per rendere omaggio alla "Morenita", come la chiamano i fedeli, che quest'anno segna 271 anni dalla sua scoperta. "Lì - dice p. López Padilla - incontriamo l'Honduras che sogniamo: un terra in cui siamo tutti fratelli". Secondo i responsabili della Basilica, ci si aspetta l'arrivo di oltre 1,2 milioni di pellegrini, mossi dall'amore, dalla fede e dalla fiducia nella sua intercessione. In questa occasione si pregherà intensamente per l'unità della nazione, perchè non vi siano ulteriori divisioni tra comunità, causate dalla politica.L'Honduras sta attraversando un periodo di forte crisi dopo le irregolarità nelle elezioni del 26 novembre. Nelle settimane successive mobilitazioni popolari di massa hanno genrato grande violenza in cui vi sono stati morti, feriti e centinaia di arresti. L'attuale presidente, Juan Orlando Hernández, ha assunto la carica di capo di stato il 27 gennaio, tra manifestazioni di protesta contro quelli che la considerano un'elezione illegittima. Il paese è diviso, con un'opposizione che non riconosce la vittoria elettorale del presidente, mentre crescono le voci che indicano una svolta autoritaria nella gestione del governo.A tal proposito, padre Lopez ha detto a Fides che il paese sta vivendo "una delle pagine più tristi" della sua storia recente: "La violenza non è mai la risposta. L'Honduras non lo merita! Dobbiamo rispondere come messaggeri di pace e portare un alito di speranza al nostro popolo" .La solenne Eucaristia della festa della Patronoa dell'Honduras sarà celebrata dal Cardinale Rosa Chávez di El Salvador: con la sua presenza si spera di rafforzare i legami tra i due popoli, cercando l'unità attorno a Maria, madre di tutti. "Santa Maria de Suyapa - dice conclude p. Lopez Padilla - incarna il meglio dell'Honduras perché Lei ci ci dona la vera identità, ci rende famiglia ".L'Honduras ha una popolazione che supera gli 8,7 milioni di abitanti, di cui oltre l'80% sono cattolici.

ASIA/FILIPPINE - E' l'amore che genera il dialogo e la pace:  Settimana per l'armonia interreligiosa a Mindanao

2 February 2018
Zamboanga - "Il potere trasformante dell'amore di Dio e dell'amore verso il prossimo, per il bene comune": è questo il tema centrale su cui si articola la Settimana per l'armonia interreligiosa che si celebra a Mindanao, nelle Filippine del Sud, con una serie di iniziative, incontri interreligiosi, conferenze, preghiere in diverse città. "Focalizzarsi sull'amore verso Dio e verso il prossimo è sicuramente un tema prezioso e tempestivo per il conflitto in corso a Mindanao e nelle Filippine", rileva in un colloquio con l'Agenzia Fides p. Sebastiano D'Ambra, PIME, missionario del Pime a Zamboanga City, tra gli organizzatori della Settimana. "Il conflitto locale si è ampliato per l'influenza di ideologie che si mascherano dietro la fede islamica. L'assedio Marawi è un chiaro esempio di questa violenza circolata, specialmente a Mindanao", rileva a Fides. P. D'Ambra spiega: "La questione della pace oggi non si può risolvere semplicemente con una legge come la Bangsamoro Basic Law , pur importante. La questione della pace a Mindanao oggi è soprattutto nelle mani dei leader religiosi musulmani e di altri leader che devono essere coraggiosi nell'affrontare le ideologie per il bene comune di tutti noi. Li esortiamo ad agire con coraggio, senza compromessi". Partita nel 2010 su iniziativa Onu, dal 2012 a Zamboanga City si celebra la Settimana per l'armonia interreligiosa come "grande opportunità per affrontare insieme, cristiani e musulmani, le minacce globali, nella regione di Mindanao", dice il missionario. Oggi come non mai, aggiunge "dobbiamo pensare globalmente e agire localmente". Con questa Settimana, afferma D'Ambra, "riaffermiamo la nostra comprensione dello spirito di amore presente in tutte le religioni e l'elemento comune della pace che esiste in tutte le culture e religioni". Il dialogo interreligioso - osserva - oggi è una priorità per tutti, ma "non va basato sulla strategia, bensì sul rispetto e sull'amore. Deve essere un dialogo sostenuto dall'elemento spirituale dell'amore verso il prossimo. Questo è il vero dialogo, costruito sul dialogo con Dio, con se stessi, con gli altri e con la creazione". "Seguendo questa strada - conclude p. Sebastiano - possiamo sperare di costruire la cultura del dialogo e un percorso per una autentica pace nella nostra società, in vista del bene comune".

ASIA/IRAQ - Accuse e smentite su presunti tentativi di alterare gli equilibri demografici della Piana di Ninive

2 February 2018
Mosul – I fragili equilibri demografici della Piana di Ninive - regione irachena di tradizionale radicamento storico delle comunità cristiane autoctone della Mesopotamia – tornano al centro di polemiche politiche che vedono contrapporsi rappresentanti del governo della Regione autonoma del Kurdistan a esponenti locali che fanno capo al governo centrale di Baghdad. A lanciare l'allarme – riferiscono i media locali – è Khalil Jamal Alber, direttore generale per gli affari cristiani presso il Ministero per le dotazioni religiose del governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Secondo Khalil Alber, le Forze di mobilitazione popolare – milizie di matrice sciita presenti sul territorio della Piana di Ninive – starebbero ponendo in atto un vero e proprio tentativo di modificare la composizione multi-religiosa e multi-etnica della popolazione della Piana, a scapito della componente cristiana. Tale programma verrebbe condotto attraverso il trasferimento nella regione di popolazione sciita proveniente anche dall'Iraq meridionale, attraverso forme di intimidazione e di pressione sociale e attraverso espropri appropriazioni anche illegali di beni immobiliari appartenenti a famiglie cristiane. Rientrerebbero in tale programma anche i progetti immobiliari avviati in alcuni centri abitati della Piana, destinati a ospitare popolazione sciita. Nelle forme di intimidazione diffusa a danno dei cristiani sarebbero coinvolti – secondo quanto riferito da Khalil Alber – anche esponenti della gruppo etnico religioso Shabak. E ci sarebbbero pressioni per spingere i cristiani emigrati per sfuggire al dominio jihadista della Stato Islamico a vendere le proprie case, rinunciando definitivamente a ogni ipotesi di ritorno alle proprie case.All'allarme lanciato dal funzionario del governo della Regione autonoma del Kurdistan hanno risposto esponenti del Consiglio provinciale della Piana di Ninive, secondo i quali la composizione multireligiosa e multietnica della popolazione della Piana di Ninive continua a essere tutelata, molte organizzazioni stanno aiutando i reimpatri delle famiglie cristiane, e nelle città e nei villaggi della Piana riaprono i negozi e vengono restaurate le case devastate e la maggior parte dei luoghi di culto. .

AFRICA/CONGO RD - “Applicare l’Accordo di San Silvestro per uscire dalla crisi” ribadiscono i Vescovi e l’Unione Africana

2 February 2018
Kinshasa - “La soluzione della crisi politica della Repubblica Democratica del Congo si trova nell’Accordo di San Silvestro” ha ribadito don Donatien Nshole, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo incontrando una delegazione della Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe inviata a Kinshasa per “accompagnare il processo elettorale e la ricerca della pace nella RDC”.“Ci sono delle disposizioni dell’Accordo di San Silvestro che sono state distorte e sulle quali non ci ritorniamo sopra perché siamo realisti” ha detto don Nshole, riferendosi alla previsione dell’intesa secondo cui le elezioni presidenziali dovevano tenersi entro la fine del 2017, al fine di superare l’empasse dopo che il secondo e ultimo mandato del Presidente Joseph Kabila era scaduto il 20 dicembre 2016. Le elezioni sono state invece annunciate per il 23 dicembre 2018.“Restano però delle norme importanti che devono essere assolutamente applicate per arrivare effettivamente alle elezioni secondo il calendario previsto” ha aggiunto don Nshole.L’Accordo di San Silvestro, firmato il 31 dicembre 2016, con la mediazione della CENCO, prevedeva la creazione di un governo di unità nazionale, includente tutti i partiti d’opposizione, che doveva preparare le elezioni; la liberazione dei prigionieri politici e la libertà di stampa e di espressione. Per chiedere l’applicazione di questi ultimi punti e per esigere l’impegno formale del Presidente Joseph Kabila a non ripresentarsi alle elezioni per un terzo mandato, illegale per la Costituzione, il Comitato Laico di Coordinamento ha organizzato in diverse città congolesi due marce che sono state represse nel sangue, la prima il 31 dicembre, la seconda il 21 gennaio.La CENCO ha ribadito che spetta alle forze dell’ordine assicurare che le manifestazioni pacifiche non degenerino nella violenza.Al termine del loro Vertice, che si è concluso il 29 gennaio ad Addis Abeba, i Capi di Stato e di governo dell’Unione Africana hanno chiesto l’applicazione integrale dell’Accordo di San Silvestro, prendendo in contropiede il Presidente congolese, che nel suo discorso al summit africano aveva lasciato intendere che per lui è un accordo superato. Nel frattempo il 31 dicembre il Presidente del Comitato Elettorale Indipendente Corneille Nangaa ha annunciato la fine delle operazioni di riconoscimento e di registrazione degli elettori. Gli elettori registrati sono oltre 46 milioni, dei quali 24 milioni sono uomini e quasi 22 milioni sono donne.

ASIA/INDONESIA - La Chiesa al governo: non solo strade, urge maggiore giustizia sociale nella Papua

2 February 2018
Manado - “Il governo sta promuovendo progetti di sviluppo nella Papua indonesiana, e sono benvenuti. Ma bisogna fare sì che essi portino benefici davvero alle popolazioni indigene, nel senso di una maggiore giustizia sociale”: lo dice all’Agenzia Fides p. Zepto Triffon Polii, prete diocesano di Manado che ha svolto servizio pastorale nella provincia della Papua indonesiana, anche chiamata “Irian Jaya”. Il governo sta lavorando per ultimare la costruzione della grande arteria stradale “Trans Papua road”, ma questo progetto infrastrutturale “attraversa territori degli indigeni e, in alcuni casi, i popoli tribali, se non vengono coinvolti e sensibilizzati, potrebbero bloccare la strada per protesta”, avvisa il sacerdote. P. Zepto Triffon Polii nota poi che “attualmente a beneficiare delle nuove infrastrutture stradali non saranno gli indigeni, ma le persone benestanti, imprenditori che vengono da fuori provincia, che dispongono di automobili”. “Costruire una strada – afferma – è più facile che affrontare e risolvere i problemi sociali che da decenni si vivono in questa regione. La nuova infrastruttura attirerà molti non-Papuani a lavorare e restare in Papua, ma le istituzioni governative dovranno gestire attentamente la relazione tra i ‘coloni’ e gli indigeni”.I nuovi progetti di sviluppo per la Papua sono stati annunciati e confermati dal Presidente Joko Widodo al recente meeting degli studenti cattolici indonesiani . Jokowi ha parlato di “giustizia sociale, con la costruzione di infrastrutture nella Papua”. Il programma, ha riferito, intende “unire la vasta nazione indonesiana, grazie a una rete capillare di infrastrutture di strade, aeroporti e porti navali”. Il Presidente ha confermato l’impegno del suo governo a costruire la “Trans Papua road”, la “Trans Kalimantan road” , perché “vogliamo che anche tutti nostri cittadini godano di efficienti infrastrutture”.La “Trans Papua road” riunisce 11 segmenti stradali, per una lunghezza totale di 4.325 chilometri. Il progetto si prevede termini entro la fine del 2018. Jokowi ha anche rilevato che in Papua il prezzo del carburante è nettamente più alto rispetto al costo che si registra sulle isole di Giava e Sumatra e ha chiesto: “Dov'è la giustizia sociale per il popolo indonesiano? Ho ordinato al Ministro dell'Energia e delle Risorse Minerali di garantire che la popolazione di Papua disponga di carburante al medesimo prezzo rilevato a Giava”.

ASIAINDONESIA - La Chiesa al governo: non solo strade, urge maggiore giustizia sociale nella Papua

2 February 2018
Manado - “Il governo sta promuovendo progetti di sviluppo nella Papua indonesiana, e sono benvenuti. Ma bisogna fare sì che essi beneficino davvero le popolazioni indigene, nel senso di una maggiore giustizia sociale”: lo dice all’Agenzia Fides p. Zepto Triffon Polii, prete diocesano di Manado che ha svolto servizio pastorale nella provincia della Papua indonesiana, anche chiamata “Irian Jaya”. Il governo sta lavorando per ultimare la costruzione della grande arteria stradale “Trans Papua road”, ma questo progetto infrastrutturale “attraversa territori degli indigeni e, in alcuni casi, i popoli tribali, se non vengono coinvolti e sensibilizzati, potrebbero bloccare la strada per protesta”, avvisa il sacerdote. P. Zepto Triffon Polii nota poi che “attualmente a beneficiare delle nuove infrastrutture stradali non saranno gli indigeni, ma le persone benestanti, imprenditori che vengono da fuori provincia, che dispongono di automobili”. “Costruire una strada – afferma – è più facile che affrontare e risolvere i problemi sociali che da decenni si vivono in questa regione. La nuova infrastruttura attirerà molti non-Papuani a lavorare e restare in Papua, ma le istituzioni governative dovranno gestire attentamente la relazione tra i ‘coloni’ e gli indigeni”.I nuovi progetti di sviluppo per la Papua sono stati annunciati e confermati dal Presidente Joko Widodo al recente meeting degli studenti cattolici indonesiani . Jokowi ha parlato di “giustizia sociale, con la costruzione di infrastrutture nella Papua”. Il programma, ha riferito, intende “unire la vasta nazione indonesiana, grazie a una rete capillare di infrastrutture di strade, aeroporti e porti navali”. Il Presidente ha confermato l’impegno del suo governo a costruire la “Trans Papua road”, la “Trans Kalimantan road” , perché “vogliamo che anche tutti nostri cittadini godano di efficienti infrastrutture”.La “Trans Papua road” riunisce 11 segmenti stradali, per una lunghezza totale di 4.325 chilometri. Il progetto si prevede termini entro la fine del 2018. Jokowi ha anche rilevato che in Papua il prezzo del carburante è nettamente più alto rispetto al costo che si registra sulle isole di Giava e Sumatra e ha chiesto: “Dov'è la giustizia sociale per il popolo indonesiano? Ho ordinato al Ministro dell'Energia e delle Risorse Minerali di garantire che la popolazione di Papua disponga di carburante al medesimo prezzo rilevato a Giava”.

AFRICA/ETIOPIA - Un missionario: “Tutti i cristiani, in forza del Battesimo, sono membri attivi nella Chiesa”

2 February 2018
Adaba – “Quattro anni fa, quando sono arrivato in Etiopia ricordo che un catechista mi disse: ‘don Giuseppe, se vieni nella nostra Chiesa di Robe in missione, significa che Dio non si è dimenticato di noi’. In Occidente spesso ci si lamenta dei preti: spesso facciamo la classifica dei ‘bravi e cattivi’. In Etiopia ringraziano Dio perché hanno un prete”: don Giuseppe Girelli, sacerdote fidei donum al secondo mandato della sua missione nella Prefettura apostolica di Robe, in Etiopia, così racconta all’Agenzia Fides il suo rientro nella missione di Adaba, dove svolge il suo servizio pastorale e si occupa anche di una casa famiglia e della scuola della missione.“Nel mio recente soggiorno in Italia – continua il missionario - ho incontrato tante persone, ho potuto tenere incontri di animazione missionaria in diverse parrocchie. Ho cercato di aiutare tanti ad aprire una finestra sulla realtà della missio ad gentes, la prima evangelizzazione, ovvero far conoscere Gesù e la Buona Novella alle popolazioni che ancora non lo conoscono. Ho avvertito in questo tempo maggiore vicinanza e solidarietà, sostegno e incoraggiamento”.Sul suo lavoro di animazione missionaria, don Girelli: “Girando per le parrocchie ho ascoltato persone lamentarsi per la mancanza e la diminuzione dei sacerdoti, tutti vorrebbero un parroco, ‘il prete fisso’. Avere tanti sacerdoti, come era in passato, non sarà più possibile. Il Signore, attraverso il calo delle vocazioni al sacerdozio ministeriale, vuole aiutare la Chiesa a riscoprire che tutti i cristiani, in forza del Battesimo, sono membri attivi nella Chiesa. Da una Chiesa che riponeva ogni aspettativa solo nel prete, si viaggia verso una comunità ecclesiale in cui tutti i battezzati sono chiamati ad assumersi maggiori responsabilità; non perché mancano i preti ma perché tutti siamo cristiani, e abbiamo la dignità di figli di Dio”, conclude don Giuseppe. Adaba, come tutta la Prefettura Apostolica di Robe, è una zona a prevalenza musulmana dove i cattolici sono una piccolissima minoranza.

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