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ASIA/MYANMAR - Buddisti e cristiani del Myanmar attendono la visita del Papa

Yangon – Buddisti e cristiani in Myanmar aspettano con entusiasmo la visita di Papa Francesco in Myanmar dal 27 al 30 novembre. Dal 12 ottobre, davanti alla Cattedrale dell'Immacolata Concezione a Yangon, campeggia un enorme manifesto con l’immagine di Papa Francesco, che annuncia il viaggio e gli dà il benvenuto nel paese.“Siamo grati a Dio e a Papa Francesco per la sua prossima visita in questo paese di maggioranza buddista. E’la prima volta che ospitiamo un Papa. Ci auguriamo che la sua presenza e la sua visita possano servire alla promozione della pace e della riconciliazione” dice a Fides Zarni Saya, giovane cattolico della diocesi di Pathein“Il tema scelto dal Papa come leit-motiv del viaggio, la pace e la riconciliazione, è significativo per tutti nel paese. La società in Myanmar ha sofferto molto in passato. Oggi si registra nella nazione maggiore apertura per la libertà e la speranza, nonostante le molte sfide che il paese si trova ad affrontare, inclusa la delicata questione dei musulmani rohingya dello Stato Rakhine”, rimarca SayaPer il monaco buddista Sucitta, “la presenza del Papa infonderà buona volontà in tutti. La società in generale può trovare la strada per un rinnovamento”.“La visita del Papa nel paese sarà un simbolo dell’attenzione di Dio per questo popolo che ha sofferto molto nei decenni passati: sono certa che incoraggerà tutti a lavorare insieme per la prosperità e lo sviluppo”, aggiunge Esther Byu, che in passato è stata Segretario esecutivo della Commissione per le donne nell’organismo ecumenico Conferenza cristiana dell'Asia. .Secondo il programma ufficiale della visita, reso noto dalla Santa Sede, martedì 27 novembre a Nay Pyi Taw, si svolgerà la cerimonia di benvenuto nel Palazzo presidenziale, dove il Papa incontrerà il Presidente Htin Kyaw, e Aung San Suu Kyi, ministro degli Esteri. Nel pomeriggio pronuncerà un discorso alla società civile e al corpo diplomatico, quindi farà ritorno in aereo a Yangon. La mattina del 29 novembre, Francesco presiederà la messa nella Kyaikkasan Groun di Yangon. Nel pomeriggio sono previsti due appuntamenti: il primo è l’incontro con il Consiglio supremo “Sangha” dei monaci buddisti, il secondo con i Vescovi del Paese, nella Cattedrale di Yangon. Quest’ultima sarà anche il luogo della messa papale con i giovani del giorno successivo, 30 novembre, alle ore 10. Poi la partenza per il Bangladesh dove il Papa sosterà fino al 2 dicembre. La popolazione del Myanmar è di oltre 51 milioni di persone, prevalentemente buddista. Secondo dati del governo relativi al 2016, in Myanmar ci sono 88,9% buddisti, 6,3% cristiani, 2,3% musulmani, 0,5% indù, 0,8% animisti, 0,2% altri e altre piccole minoranze non appartenenti a nessuna religione. I cattolici sono circa 700.000, divisi in 16 diocesi.

AMERICA/BOLIVIA - Impegno per la difesa della vita, nella famiglia, per la democrazia: una Chiesa "in uscita"

Sucre – Impegnarsi a intervenire in maniera più decisa in difesa della vita dei più vulnerabili, contro il traffico degli esseri umani, nell’ambito della migrazione e contro il pericolo di perdere la democrazia: è l'obiettivo espresso dagli oltre 1.500 partecipanti al VII Congresso Missionario Nazionale tenutosi a Sucre. Come appreso da Fides, Vescovi, sacerdoti e laici, hanno partecipato all'assemblea dal titolo "Il Vangelo è gioia, Annunzialo!". Il VII Congresso Missionario ha permesso ai cattolici della Bolivia di “analizzare la loro responsabilità profetica nella società, nella famiglia, nella politica e in tutte le aree dove abbiamo bisogno della presenza del Vangelo di Gesù”, recita la nota inviata a Fides da una fonte locale.Nelle conclusioni, lette ieri nella cerimonia di chiusura svoltasi presso l’auditorium della scuola Sagrado Corazon, i partecipanti hanno constatato che c'è "una testimonianza debole e una passività di fronte ad eventi e nuove leggi che depenalizzano e promuovono l'aborto, impongono l'ideologia del gender contraria all'identità naturale della persona, e influenzano la famiglia e la società".Rafforzati dal Vangelo e dallo Spirito Santo, dopo cinque giorni di incontro, i missionari hanno concluso che la Chiesa cattolica, maggioritaria in Bolivia, dovrebbe essere più coinvolta nella lotta contro la tratta e il traffico di persone, per la protezione delle vittime, e deve affrontare con maggiore forza il problema della migrazione dalla campagna alla città.La missione profetica dovrebbe incoraggiare i missionari ad essere presenti nelle organizzazioni sociali, nei consigli di zona, nei sindacati, nelle università, anche a livello politico, soprattutto per la difesa della vita e dei diritti umani. Allo stesso modo è necessaria una maggiore attenzione alla famiglia, per le situazioni di abbandono, separazione e divorzio.Venerdì 13 ottobre, nella Messa concelebrata da diversi Vescovi e sacerdoti in Plaza 25 de Mayo, il Presidente della Conferenza Episcopale Boliviana, Sua Ecc. Mons. Ricardo Centellas, ha invitato tutti a diventare una “Chiesa in uscita”, ad uscire fuori in strada per incontrare i bambini, i giovani, i lavoratori, i migranti e le comunità contadine, e presentare loro il Vangelo di Gesù come risposta ai tentativi del governo di imporre una cultura di morte. Ha poi denunciato la manipolazione della vita fatta da interessi ideologici ed economici che contraddicono la vita, e non rispettano i diritti umani. Mons. Centellas ha chiesto di “non permettere che la divisione sia più forte dell'unione delle famiglie, delle parrocchie e della patria boliviana. Siamo apostoli dell’unità!”.Poi ha aggiunto molto energicamente davanti a centinaia di persone che partecipavano all'Eucaristia: "Non possiamo permettere ai populismi di diventare gradualmente dittature nella nostra società, non possiamo permetterle di uccidere il TIPNIS . Pertanto, davanti a questa cultura di morte, nello spirito di Gesù, dobbiamo dire che non ci sconfiggerete".La parola finale è toccata all'Arcivescovo di Sucre, Mons. Jesús Juárez, come diocesi ospite dell’ evento: dopo aver ringraziare gli organizzatori per il buon esito di un incontro così grande, ha ricordato che "si tratta di adempiere a questi compiti come missionari, nella preparazione del V Congresso Missionario Americano che si svolgerà a Santa Cruz fra pochi mesi".

VATICANO - Tra i nuovi Santi anche i Protomartiri del Brasile, “frutto del lavoro missionario”

Roma – Tra i beati che saranno canonizzati il 15 ottobre da Papa Francesco, figurano anche due sacerdoti portoghesi e un gruppo di laici, che vennero martirizzati nel 1645 nello stato brasiliano del Rio Grande do Norte, mezzo secolo dopo l’inizio dell’evangelizzazione di quelle terre. Due comunità, quella di Cunhaù guidata da padre André de Soveral e quella di Natal il cui parroco era padre Ambrosio Francisco Ferro, furono massacrate insieme ai loro pastori a distanza di pochi mesi. Il loro ricordo è sempre stato vivo nella comunità locale, in quanto considerati fulgido esempio di fedeltà alla Chiesa e di impegno missionario.L’Arcivescovo di Natal, Mons. Jaime Vieira Rocha, ha dichiarato: “Questi martiri, per la nostra Chiesa e il Brasile, sono un messaggio perenne della convinzione con cui vivere la fede e soprattutto in un mondo così ostile, dove la secolarizzazione influenza tutte le istanze della società e soprattutto la vita umana, è un momento in cui torniamo ai valori più alti, è un messaggio molto eloquente di valori superiori, valori eterni, il sangue versato per il nome di Cristo, per la Chiesa e per la gloria di Dio, è una grande benedizione per tutti noi”. I missionari gesuiti e i sacerdoti diocesani portoghesi avevano iniziato l’evangelizzazione degli indios e la costituzione delle prime comunità cattoliche nello stato brasiliano del Rio Grande do Norte nel 1597. Le guerre di religione che sconvolsero in quel periodo l’Europa e i paesi colonizzati, fecero sbarcare in quei territori francesi e olandesi, di fede calvinista, che accesero forti conflitti e portarono alla restrizione della libertà di culto per i cattolici e alla loro persecuzione.Nell’anno 1645 avvennero due massacri di cattolici. Il 16 luglio, nella chiesa della Madonna della Purificazione e delle Candele di Cunhaù, una settantina di fedeli, quasi tutti contadini, erano riuniti per la Messa domenicale celebrata dal loro parroco, padre André de Soveral, che già dal 1606 era impegnato nell’evangelizzazione degli indios del Rio Grande do Norte. Subito dopo la consacrazione, un gruppo armato di soldati olandesi e di indios delle tribù Tapuias e Potiguari irruppe in chiesa, sbarrò le porte e massacrò i fedeli indifesi, tranne cinque portoghesi che furono presi in ostaggio. Oltre a quello del parroco, l’unico nome conosciuto è quello del laico Domingo Carvalho.Il 3 ottobre dello stesso anno anche i membri della comunità di Natal subirono il martirio. Pur essendosi nascosti per cercare di sfuggire alla persecuzione, furono catturati dai soldati olandesi insieme al loro parroco, padre Ambrogio Francisco Ferro, e radunati in un posto isolato presso Uruacu, dove circa duecento indios li seviziarono e li lasciarono morire tra atroci tormenti, abbandonando i loro corpi alle intemperie e agli animali. Sono stati accertati i nomi di 28 martiri, uomini e donne, tra cui diversi giovani e bambini. San Giovanni Paolo II, alla beatificazione di questi martiri, avvenuta in San Pietro il 5 marzo 2000, in concomitanza con i cinquecento anni di evangelizzazione del Brasile, disse nell’omelia: “In questo vasto paese, non erano poche le difficoltà d'evangelizzare. La presenza della Chiesa è stata lentamente affermata attraverso l'attività missionaria di vari ordini religiosi e sacerdoti del clero diocesano. I martiri beatificati oggi… appartengono a questa generazione di martiri che bagnando il suolo nazionale lo rende fertile per la generazione di nuovi cristiani. Sono i primi frutti del lavoro missionario, Protomartiri del Brasile."

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Centrafrica, la faticosa ricerca della pace, in mezzo alla violenza

Nella storia della Repubblica Centrafricana c’e un “prima” e un “dopo” la visita di Papa Francesco. Il paese era finito sotto i riflettori dei media mondiali nel novembre 2015 grazie alla visita del Santo Padre e l’apertura della prima Porta Santa e del Giubileo della Misericordia proprio a Bangui, la sua capitale, diventata così la “capitale spirituale del mondo”.La visita di Papa Francesco giungeva alla vigilia del referendum costituzionale e delle elezioni presidenziali che si sarebbero tenuti a dicembre e che dovevano segnare una svolta verso la stabilizzazione del Paese. L’ “effetto Francesco” si è avvertito soprattutto nella capitale Bangui, ma è pur vero che in molta parte del paese resta nelle mani dei gruppi armati della “Seleka”, con massacri, violenze e soprusi di ogni genere. Come è perché è nata e si è sviluppata questa drammatica situazione? Una ricostruzione storica aiuta a comprenderlo. Link correlati :Continua a leggere la News analysis su Omnis terra

AMERICA/STATI UNITI - Il 18,5% delle famiglie ispaniche vive sotto la soglia di povertà

Washington – Gli ispanici negli Stati Uniti costituiscono il gruppo che soffre maggiormente la fame e la povertà, ben al di sopra della popolazione totale, secondo un'analisi dell'organizzazione "Pan para el Mundo" pubblicata in questi giorni sulla base dei dati raccolti e verificati dagli enti statali. Secondo l'organizzazione caritativa cristiana, nel 2016 il 18,5% delle famiglie latinoamericane doveva lottare per avere cibo sufficiente per vivere, rispetto al 12,3% delle famiglie non latine.Quasi un ispanico su cinque ha vissuto in povertà, rispetto ad un tasso di povertà generale del 12,7%. L'insicurezza alimentare ha un grave impatto sui bambini poiché il 24% dei bambini latini ha maggiori probabilità di non avere accesso ad un’alimentazione nutriente rispetto al 14% dei bambini non latini, quasi il doppio. Inoltre il 30% delle famiglie guidate da un ispanico senza documenti e quasi il 35% delle famiglie latine guidate da madri single, vivono sotto la soglia di povertà.Il Vescovo cristiano Jose Garcia, consigliere esecutivo dell'organizzazione, ha affermato che nonostante il ruolo chiave degli ispanici nel rafforzamento dell'economia americana e nonostante i loro grandi sforzi, "ci sono milioni di famiglie che non possono permettersi di sostenersi". "Con un'economia più forte, il nostro paese può investire meglio in programmi che riducano la fame e la povertà" ha aggiunto. Nel suo rapporto, pervenuto a Fides, l'organizzazione informa che secondo gli studi effettuati i latini sono pagati meno e hanno tassi di disoccupazione più elevati rispetto alla popolazione in generale.Alla presentazione del rapporto, il Vescovo Garcia ha invitato le autorità a investire nei programmi di assistenza pubblica e a non tagliare i programmi già esistenti: "I tagli di bilancio ora discussi nel Congresso indeboliscono le comunità latine e minano la capacità della nostra nazione di porre fine alla fame".“Pan Para el Mundo” è una associazione cristiana che esorta i leader degli Stati Uniti a combattere la fame in questo paese e nel mondo. "Siamo incoraggiati dalla grazia di Dio in Gesù Cristo per lavorare per un mondo senza fame" si legge nella loro presentazione. L’impegno è rivolto al cambiamento di quelle politiche, programmi e condizioni che permettono la persistenza della fame e della povertà. “È possibile sradicare la fame nel nostro tempo. Ognuno di noi, ma soprattutto il nostro governo, deve fare la sua parte. Al Congresso e con la sola firma, si possono reindirizzare milioni di dollari attraverso politiche pubbliche che interessano milioni di persone. Se le nostre voci vengono ascoltate al Congresso, contribuiremo a rendere più giuste e compassionevoli le leggi della nostra nazione e così potremo sradicare la fame."

ASIA/LIBANO - Manifestazione di profughi cristiani iracheni: non vogliamo turnare in Iraq, dateci i permessi per emigrare

Beirut – Alcune decine di profughi cristiani iracheni hanno organizzato mercoledì 11 ottobre una manifestazione a Beirut, davanti agli uffici dell'Alto Commissariato per i Rifugiati, per chiedere alle autorità competenti che siano rimossi gli ostacoli posti alle loro richieste di espatrio verso altri Paesi, depositate da tempo negli uffici competenti di diverse rappresentanze diplomatiche straniere operanti nella capitale libanese. I dimostranti hanno ribadito con cartelli e slogan che non hanno alcuna intenzione di essere rimpatriati in Iraq, e hanno anche espresso considerazioni critiche nei confronti delle proprie rispettive autorità ecclesiastiche, sostenendo che anche esse contribuiscono a frenare e ostacolare la concessione di permessi per l'espatrio, perché temono di veder diminuire in maniera irreparabile la presenza cristiana in Iraq.La manifestazione conferma l'impressione che buona parte dei profughi cristiani fuoriusciti dall'Iraq non hanno alcuna intenzione di ritornare nel proprio Paese, e non intendono nemmeno radicarsi in Libano, ma sperano di emigrare in breve tempo verso qualche nazione occidentale.

ASIA/GIAPPONE - L'Arcivescovo Takami: “Justo Takayama Ukon, un esempio per i cristiani di oggi”

Roma – “Il samurai di Cristo, Justo Takayama Ukon – beatificato il 7 febbraio 2017 a Osaka – ha vissuto una vita cristiana autentica, onesta, sincera, profonda. E’ stato riconosciuto come martire, anche se non è stato ucciso. E' stato perseguitato e ha dovuto abbandonare tutta la sua ricchezza e il suo status sociale. Il suo esempio è molto importante e prezioso per noi. E' significativo per i fedeli del nostro tempo. Come nostra consuetudine, noi Vescovi giapponesi abbiamo ringraziato personalmente il Santo Padre Francesco per la beatificazione. Per questo siamo venuti in Vaticano, e siamo felici anche di ricordare e celebrare il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Giappone”: lo dice all’Agenzia Fides l'Arcivescovo Joseph Mitsuaki Takami, alla guida dell'arcidiocesi di Nagasaki e Presidente della Conferenza Episcopale del Giappone.“I cristiani in Giappone hanno bisogno di riferirsi e di imparare da Ukon”, nota l’Arcivescovo. “Forse a causa della mentalità e della cultura giapponese – spiega – i nostri fedeli sono restii a parlare della loro fede cristiana agli altri. Piuttosto attendono. Avremmo bisogno oggi di un annuncio evangelico più esplicito. Ricordiamo che Ukon era molto felice di aver ricevuto da Dio il dono della fede cristiana e ne ha parlato a tutte le persone che aveva intorno: amici, sudditi, conoscenti. E tanti di loro si sono avvicinati alla fede grazie a queste sue parole. In tal senso Ukon è un esempio da seguire. Esiste nella mentalità comune la convinzione che la fede sia quasi un ‘affare di famiglia’, cioè che solo in una famiglia già cattolica possano esserci nuovi battezzati. Bisogna superare questo paradigma”. Inoltre, aggiunge l’Arcivescovo, “Ukon ha messo sempre Dio al primo posto. Ha preferito il Signore Gesù Cristo alle sue proprietà, alla vita agiata, senza alcun dubbio. Questo suo esempio oggi ci fa pensare a quante volte i beni materiali ci separano da Dio. Ogni giorno un battezzato deve scegliere Dio e troppo facilmente i giapponesi , in una società secolarizzata, danno priorità ai beni materiali: la prima preoccupazione è quella”.Nell'odierno Giappone, conclude, “è molto importante riflettere sulla missione della Chiesa e la recente Lettera che il Papa ci ha rivolto, consegnataci dal Cardinale Fernando Filoni nel recente viaggio, ci ha stimolato e ci fa riflettere sull’importanza dell’evangelizzazione. Le sfide nella nostra terra sono tante. Viviamo in una società che non sembra molto interessata alla vita spirituale, ma che è piuttosto centrata sull'economia. La carità di Cristo ci interpella. Urge dare ai nostri fedeli un approfondimento della fede e una maggiore formazione. Siamo fiduciosi che, grazia alla figura di Ukon, e con la grazia di Cristo, sapremo mettere in moto un rinnovamento della mssione”.

ASIA/CINA - Mons. Matteo Hu Xiande, pastore instancabile e appassionato promotore dello studio della Bibbia

Ningbo - Alle prime ore del 25 settembre scorso, è deceduto all’età di 83 anni, S.E. Mons. Matteo Hu Xiande, Vescovo di Ningbo , nella provincia di Zhejiang . Da qualche giorno era ricoverato in ospedale perché malato di cancro. Nato il 27 agosto 1934 nella provincia di Zhejiang, venne battezzato nel 1949. Nel settembre del 1950 entrò nel seminario minore della diocesi di Ningbo, e nel 1957 passò a quello di Xujiahui, Sheshan. Nel 1965 dovette lasciare il seminario a causa della persecuzione e fu detenuto nei campi di lavori forzati fino al 1978. Una volta rilasciato dai campi di rieducazione, lavorò come semplice contadino nel suo villaggio natale fino al 1984. Nel 1985 ebbe l’opportunità di riprendere i corsi di teologia nel seminario di Shanghai e il 21 novembre 1985 venne ordinato sacerdote. Dal 1987 al 2000 fu parroco di Cixixinpu, dove profuse tutto il suo impegno pastorale per costruire una comunità cattolica vivace. Nominato Vescovo Coadiutore di Ningbo, il 14 maggio 2000 venne consacrato da S.E. Mons. Giuseppe Ma Xuesheng, al quale succedette nella guida della Diocesi l’8 maggio 2004.È stato un pastore instancabile per la rinascita della comunità ecclesiastica di Ningbo, quasi scomparsa negli anni della rivoluzione culturale. È stato anche un appassionato promotore dello studio della Bibbia. Ha inoltre incoraggiato la diffusione del Concilio Ecumenico Vaticano II e aggiornato i testi liturgici. Nella sua vita ha sofferto molto per la Chiesa e, nonostante le prove, ha perseverato nella fede e nella fedeltà al Papa. Alla sua morte, il Successore ha preso possesso della diocesi di Ningbo. Per tre giorni la salma di Mons. Hu è stata onorata nella chiesa di Jianbei da numerose persone, che lo hanno sempre amato e rispettato come loro pastore. La mattina del 27 settembre è stata celebrata la Messa esequiale, mentre i funerali si sono svolti il giorno seguente, con una gremita partecipazione di sacerdoti e di fedeli. Oggi la diocesi di Ningbo conta circa 23 mila fedeli, una trentina di sacerdoti e altrettante suore.

AMERICA/COLOMBIA - La “notte orribile” di Tumaco: abbandono, violenza e morte, frontiere invisibili, narcotraffico

Tumaco – “Tutti questi atti di violenza e di morte che si sono verificati lungo la storia della nostra regione, ai quali dobbiamo aggiungere l'abbandono e l'emarginazione da parte dello Stato a cui è stata sottoposta la nostra zona, hanno creato lo scenario propizio per far nascere e crescere i gruppi armati nel nostro paese, favorendo anche l'ingresso della corruzione nelle nostre istituzioni": così inizia il duro comunicato della diocesi di Tumaco , pervenuto a Fides, che denuncia la situazione “orribile” in cui vive la popolazione."Il Vescovo, il clero e gli operatori pastorali, consapevoli di quanto accade - abbandono dello stato, violenza, narcotraffico, indifferenza, povertà e emarginazione -, invitano ad analizzare la nostra situazione e a scoprire la speranza, il dialogo e l'ordine come la via per superare questa orribile notte" è scritto nel testo.Il comunicato informa poi di una realtà che i media non segnalano con la dovuta evidenza: "ci sono morti selettive, la riattivazione delle ‘frontiere invisibili’, c'è un'altra volta il controllo sociale di gruppi armati illegali, ci sono persone scomparse, l’aumento del consumo di droga fra i giovani, gli spostamenti forzati e i reclutamenti forzati di bambini e bambine". "Ecco perché diventa più grave ancora - continua il testo - la morte di 6 persone il 5 ottobre a Tandil. Tutto questo è per noi motivo di indignazione" . Il comunicato denuncia come causa principale delle "strutture di peccato della società, il narcotraffico, che ha sconvolto la realtà e ha distrutto famiglie e progetti di vita, personale, familiare e comunitaria".Mons. Orlando Olave Villanoba invita energicamente le autorità a chiarire ogni situazione di scontro violento, in modo speciale quello avvenuto il 5 ottobre a Tandil. Quindi chiede al governo centrale di presentare progetti di sviluppo per la zona abbandonata e infine incoraggia la comunità a continuare a sperare nell'ordine e nella sicurezza che vengono dalla forza con cui ognuno rompe i legami con qualsiasi attività illegale o violenta, per costruire insieme agli altri una autentica comunità.Le cosiddette "frontiere invisibili" sono da lungo tempo un incubo per la popolazione. Se nelle città è relativamente facile individuarle, in quanto ogni quartiere è sotto il potere di una banda criminale e quindi è pericoloso avventurarvisi se non vi si abita, nella campagna, abbandonata dallo Stato, la situazione era e rimane ancora molto diversa. In alcune zone del paese le FARC o altri gruppi della guerriglia o i gruppi armati del narcotraffico, stabiliscono dei confini che dividono e chiudono popolazioni intere, piccoli centri abitati o gruppi di contadini, che desidererebbero vivere in pace e invece si ritrovano ad essere bersaglio della violenza tra gruppi armati criminali.

AFRICA/SUD SUDAN - La pace si costruisce con la preghiera: visita della Comunità di Taizè in Sud Sudan

Rumbek – La pace nasce dal cuore di ogni uomo e si costruisce, nella società e nella nazione, attraverso la preghiera: questo il messaggio lasciato dai rappresentanti della Comunità di Taize ai giovani delle scuole in Sud Sudan. Come appreso da Fides, le ragazze di una scuola secondaria cattolica in Sud Sudan, sotto la guida delle Suore di Loreto, continuano oggi a trorre ispirazione dalla Comunità di Taizé, comunità ecumenica fondata in Francia. Sr. Orla Treacy, preside della “Loreto Girls Secondary school” nella diocesi cattolica di Rumbek, nel Sud Sudan, racconta a Fides l'incontro tra le ragazze del suo istituto e le comunità di Taizé presenti in Kenya e in Francia: “Abbiamo coltivato una lunga amicizia con la comunità Taize in Kenya, grazie alle visite di fratello Luc di Nairobi in Sud Sudan. L'anno scorso due delle nostre diplomate hanno trascorso tre mesi con la comunità e con i giovani di Taize in Francia” continua Sr. Orla.La “Loreto Girls Secondary school” di Rumbek ha sfornato 116 giovani diplomate tra il 2011 2017 e attualmente la scuola ha 240 ragazze iscritte. Parlando della recente visita di due frati di Taizé alla scuola del Sud Sudan, Sr. Orla ha racconta a Fides l'apprezzamento degli studenti per il messaggio della comunità di Taizé: “Il messaggio di Taizé è quello della riconciliazione e della pace: un tema prezioso e che oggi ci parla in Sud Sudan. Avevamo chiesto a fratel Luc di tornare a condividere con noi lo spirito della loro comunità e siamo stati ancora più felice quando mi ha detto che anche fratel Alois, il Priore di Taizé, sarebbe venuto volentieri a visitare il Sud Sudan”.I due fratelli di Taizè hanno trascorso trascorsero diversi giorni a Juba prima di venire a Rumbek. A Juba, hanno visitato gli sfollati nei campi profughi. Arrivati a Rumbek, hanno visitato la comunità cattolica locale e le comunità religiose, trascorrendo anche una mattinata in visita al lebbrosario appena fuori di Rumbek. Nel pomeriggio, l’incontro con le giovani, con cui hanno pregato, letto la Bibbia, cantato.Sr. Orla spiega a Fides: “Data la situazione che viviamo in Sud Suda, pur nelle difficoltà e in un clima sociale conflittuale, cerchiamo sempre di trovare i modi per aiutare le ragazze a connettersi profondamente con Dio e per trovare la pace dentro di sé”. E le ragazze hanno imparato ad apprezzare e amarene lo stile di preghiera e i canti della comunità di Taizè, continuando a pregare in quel modo anche quando i due frati sono partiti.Il Sud Sudan, la nazione più giovane al mondo, dopo diversi mesi di tensioni politiche è sprofondato nella guerra civile a dicembre 2013 quando gli ufficiali di sicurezza fedeli al presidente si sono scontrati con quelli fedeli al vicepresidente Riek Machar.In tale contesto il messaggio lasciato alle ragazze da fratel Luc “è stato un messaggio di pace e un forte incoraggiamento. Fratel Alois ha ricordato alle ragazze di pregare per la pace in Sud Sudan e per i giovani del Sud Sudan. Ha invitato le ragazze a portare la luce di Cristo nella loro vita, l’unica che può dare speranza e apce a ogni cuore”, conclude Sr. Orla Treacy.

VATICANO - Si apre la causa di beatificazione del Card. Celso Costantini

Roma – Il 17 ottobre, nel giorno della sua nascita al cielo avvenuta 59 anni fa, si apre nella Cattedrale di Concordia Sagittaria, diocesi di Concordia-Pordenone, la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione del Card. Celso Costantini . Parroco e poi vicario generale di questa diocesi, alla fine della prima guerra mondiale si impegnò a riorganizzare l’attività pastorale, ricostruire le chiese distrutte e assistere i sopravvissuti, oltre a promuovere l’arte cristiana. Amministratore apostolico di Fiume, si adoperò per la salvezza di questa martoriata città in circostanze storiche particolarmente difficili.“Nominato Delegato apostolico in Cina – è scritto nell’Editto del Vescovo di Concordia Pordenone, Mons. Giuseppe Pellegrini – vi presiedette il primo Concilio Cinese, nel 1924, si impegnò convintamente per la formazione del clero autoctono e preparò la consacrazione dei primi Vescovi cinesi, fondò nel 1927 la Congregatio Discipulorum Domini, primo istituto religioso maschile cinese, inaugurò l’Azione Cattolica cinese e l’Università Fu Jen a Pechino. Da Segretario della Sacra Congregazione de Propaganda Fide, si attivò per la costituzione delle gerarchie indigene e l’inculturazione cristiana. Durante la seconda guerra mondiale aiutò molte persone in pericolo di vita. Divenuto Cardinale e Cancelliere di Santa Romana Chiesa, si impegnò per la pace nel mondo e per il rinnovamento della Chiesa, proponendo allo scopo la convocazione di un concilio ecumenico”.“Si respira una enorme attesa in diocesi, perché la figura di Celso Costantini è estremamente viva” dice all’Agenzia Fides mons. Bruno Fabio Pighin, Delegato episcopale per la Causa, Professore ordinario di diritto canonico a Venezia, spiegando che dalla figura storica, sempre ben conosciuta, sono emersi i tratti di santità di Costantini, e aggiunge: “abbiamo già ricevuto testimonianze di grazie che si ritengono ricevute per sua intercessione”. Il Card. Costantini ha scritto moltissimo, e se da un lato ciò facilita per alcuni aspetti il lavoro di indagine, dall’altro ne aumenta la complessità, comunque vi si sta già lavorando da tempo sottolinea mons.Pighin.All’apertura della fase diocesana saranno presenti una trentina di sacerdoti, tutti di origine cinese, della Congregatio Discipulorum Domini, fondata da Costantini, guidati dal Superiore generale e dal suo Consiglio, che sono in Italia per la celebrazione dei 90 anni dell’istituto e l’apertura del processo. Per questo sono stati ricevuti in udienza da Papa Francesco, che “si è mostrato particolarmente felice di accoglierli”, racconta mons. Pighin che li accompagnava. Uno di loro, padre Simon Ee Kim Chong, che attualmente studia in Italia, è stato nominato Vice postulatore della causa di beatificazione.

ASIA/INDIA - L’Orissa, teatro di violenza anticristiana, diventa luogo di pellegrinaggio e di ispirazione

Bhubaneswar – Le vittime della violenza anticristiana perpetrata nello stato indiano di Orissa nel 2007 e 2008 “sono testimoni di una fede autentica, che ha superato prove e persecuzioni, e oggi ispirano molte persone in India e all'estero”: lo dice all’Agenzia Fides l’Arcivescovo John Barwa, che guida l’arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar, nello ststao indiano dell’Orissa . Il distretto di Kandhamal, teatro di quella violenza, è diventato “un luogo di pellegrinaggio per ascoltare la testimonianza dei sopravvissuti e quindi condividere la solidarietà con le vittime, persone povere a livello economico ma forti e ricche a livello spirituale”, spiega il VescovoCome appreso da Fides, di recente a Kandhamal si è recata una delegazione di 45 donne, rappresentanti di 14 regioni indiane, convocate dalla Conferenza episcopale dell’India per l'incontro nazionale sul tema "Il ruolo delle donne nel creare la famiglia". La delegazione era guidata da mons. Jacob Mar Barnabas, presidente della Commissione episcopale nazionale per le donne e da suor Talisha Nadukudiyil, Segretaria della Commissione.Dopo la visita, mons. Jacob Mar Barnabas ha detto a Fides: “ Abbiamo visitato una terra di martiri, abbiamo un'esperienza di fede molto ricca che dobbiamo proclamare. Queste persone hanno bisogno della nostra solidarietà. Abbiamo condiviso il loro dolore e la sofferenza vissuta per la fede in Gesù. Queste persone hanno condiviso la sua stessa croce. Anche noi siamo chiamati a vivere e proclamare che Cristo è il Signore, come le persone di Kandhamal. Questa loro esperienza può essere molto importante soprattutto per i giovani indiani”. “Siamo chiamati a non restare solo spettatori. Di fronte a questi nostri fratelli e sorelle che hanno dimostrato tanto coraggio nel difendere la fede, non basta mostrare simpatia e sentire la loro storia: urge impegnarsi, come unica comunità, per l’intero processo di ricostruzione. Solo allora la nostra visita sarà feconda. Questo è un compito per tutta la Chiesa in India”, ha aggiunto mons. Barnaba.“Mio marito ha sacrificato la sua vita per non rinnegare Cristo. Il suo sacrificio mi ha reso più forte nella fede in Gesù. Ogni mio singolo respiro è il soffio della fede in Gesù che mio marito ha testimoniato”, ha detto ai presenti, tra le lacrime, la vedova Kanakarekha Nayak, moglie del cristiano Parikit Nayak, aggredito e torturato dai militanti induisti. “Questa visita ha generato commozione e sono stato davvero ispirato e rafforzato nella fede in Gesù”, dice Chinama Jacob, donna cattolica di Delhi, dopo aver ascoltato queste storie. “Vorrei venire a Kandhamal e insegnare agli studenti locali”, aggiunge Mary Lucia dal Tamil Nadu“Molte donne hanno espresso il desiderio di aiutare economicamente e materialmente lòa comunità locale”, rimarca suor Bibiana Barla, segretaria regionale della Commissione per le donne dei vescovi in Orissa.Tutto il gruppo delle donne in visita è stato commosso dalla condivisione delle esperienze degli abitanti del villaggio, tutta gente molto povera. “Anche se la gente è povera e perfino analfabeta, la loro fede è ferma nella parola di Dio” spiega a Fides suor Talisha Nadukudiyil, promettendo l’impegno a coltivare cooperazione e amicizia.Nell’ondata di violenza indiscriminata perpetrata a Kandhamal nel 2008, circa 100 cristiani furono uccisi da militanti estremisti indù, 600 villaggi cristiani furono rasi al suolo, 5.600 case furono saccheggiate, 295 chiese e altri luoghi di culto distrutti, insieme con 13 scuole e lebbrosari. Circa 56.000 cristiani di Kandhamal dovettero fuggire per salvarsi e sono divenuti profughi. Durante la violenza, ai fedeli veniva detto che la condizione per poter restare in quel distretto era diventare indù.

AFRICA/CAMERUN - “Siamo disgustati per le violenze contro la popolazione” affermano i Vescovi della Provincia di Bamenda

Yaoundé - “Accuse infondate”. Così il Ministro delle Comunicazioni del Camerun, Issa Bakary Tchiroma, ha qualificato i report di massacri di protestanti nelle regioni anglofone del Nord-Ovest e del Sud-Ovest, perpetrati dall’esercito domenica 1° ottobre, quando è stata simbolicamente proclamata l’indipendenza dell’Ambazonia, il nome dato alle due regioni dal movimento secessionista .Tra coloro che hanno denunciato le violenze vi sono i Vescovi della Conferenza Episcopale della Provincia di Bamenda , che in una dichiarazione del 4 ottobre, pervenuta solo ora a Fides, stigmatizzano “le varie forme di violenza e di atrocità che hanno martoriato gran parte delle città e dei villaggi delle regioni del Nord Ovest e del Sud Ovest, che coincidono con il territorio della Provincia ecclesiastica di Bamenda, con conseguente perdita di vite umane”.I Vescovi denunciano: “i nostri fedeli sono stati perseguiti fin dentro le loro case, alcuni sono stati arrestati, altri mutilati e altri ancora meramente colpiti a morte, alcuni dagli elicotteri, compresi teenager inoffensivi e anziani”Esprimendo dolore “per le vittime e per le sofferenze dei feriti e di chi ha perso le proprietà per i saccheggi e gli incendi, e per coloro che sono in pena per le persone care disperse o rapite”, i Vescovi denunciano “l’atmosfera di guerra” che si è instaurata nell’area. A farne le spese sono stati anche i fedeli che si recano a Messa. “Domenica 1° ottobre 2017, a sacerdoti e laici è stato impossibile, per la pesante presenza militare nelle strade, recarsi in chiesa e quindi non hanno potuto esercitare il loro diritto costituzionale di libertà di culto. In alcune aree, abbiamo notato con disgusto che alcuni cristiani sono stati intossicati dai gas lacrimogeni mentre uscivano dalla Messa” afferma la dichiarazione.“Notiamo, con imbarazzo e vergogna, che il Ministro della Comunicazione ha elogiato la professionalità delle Forze Armate, in totale disprezzo del fatto che alcuni degli atti di brutalità e di barbarie contro la popolazione sono stati commessi da parte di alcuni membri delle stesse forze armate. Il Ministro della Comunicazione non era adeguatamente informato o sta ingannando la comunità nazionale e internazionale” affermano i Vescovi. “L'intronizzazione delle menzogne, non aiuta a costruire la nazione. Piuttosto distrugge gli sforzi dei camerunesi onesti e timorati di Dio che cercano veramente di essere liberi e responsabili. Oggi, almeno nelle regioni del Nord Ovest e Sud-Ovest del Camerun, c'è un enorme divario di credibilità tra la popolazione e l'amministrazione”.

EUROPA/SPAGNA - I missionari, “eroi anonimi”

Santiago di Compostela – I missionari “sono eroi anonimi, sono esseri umani scelti per sopportare le difficoltà. Coraggiosi e figli obbedienti, dotati di pazienza e forza. Benevoli verso le debolezze. Esempi di resistenza morale. Grazie a tutti i missionari per averci insegnato, con le loro opere, che un atto d'amore apparentemente insignificante può abbracciare l'umanità ferita”: così ha detto ieri, 11 ottobre, nella Cattedrale di Santiago di Compostela, la cantante spagnola Luz Casal, leggendo, a nome di tutta la Chiesa spagnola, l'annuncio del “Domund” , e offrendo ai presenti la sua testimonianza, in un evento presieduto dall'Arcivescovo della diocesi, mons. Julián Barrio.Come appreso da Fides, la cantante ha dedicato gran parte del suo annuncio a valorizzare l’opera dei missionari: questi “mostrano che il dono della loro vita va molto oltre la solidarietà”, ha ricordato, sottolineando come la Spagna, con i suoi 13.000 missionari sparsi nel mondo, sia una nazione “che ha aperto le porte all'evangelizzazione”. “In quasi cento anni di celebrazione del Domund, l’opera compiuta dai missionari spesso resta nel silenzio, eppure non manca la gioia nella loro missione”, ha aggiunto l'artista.Attualmente, i 13.000 missionari spagnoli sono presenti in 128 paesi dei 5 continenti: il 70% in America, seguiti dal 12% in Europa e un altro 12% in Africa. L’Asia conta con il 5,4% mentre l'Oceania con lo 0,4%. Inoltre, il 54% del totale di questi operatori missionari sono donne, mentre gli uomini si attestano al 46%.L'annuncio del “Domund” in Spagna propone una serie di incontri culturali, tavole rotonde e momenti di preghiera organizzati dalle Pontificie Opere Missionarie della Spagna, tutti eventi in preparazione alla Giornata Mondiale delle Missioni che si terrà domenica 22 ottobre.

ASIA/PAKISTAN - Tre membri della comunità Ahmadiyya uccisi, tre condannati a morte per blasfemia

Sheikhupura - Un avvocato, sua moglie e il figlio di due anni sono stati uccisi da aggressori non identificati nella loro casa a Sheikhupura. Un altro figlio di cinque anni è miracolosamente sopravvissuto all'attacco nascondendosi sotto il letto. Come riferito all'Agenzia Fides, l'avvocato Rauf Ahmad Thakur e la sua famiglia appartenevano alla comunità Ahmadiyya. Secondo le prime indagini, potrebbe trattarsi di un “delitto d'onore”, dato che la famiglia della moglie di Rauf Ahmad Thakur non approvava il matrimonio della donna con un credente ahmadi.Altri tre membri della stessa comunità, una minoranza religiosa in Pakistan, sono stati condannati a morte per blasfemia da un tribunale di primo grado a Sheikhupura, nella provincia di Punjab. I tre sono accusati di avere strappato dei manifesti, affissi da alcuni musulmani , nei quali si chiedeva di boicottare la comunità Ahmadiyya. Sui manifesti strappati , secondo il giudice, vi erano versetti del Corano, e dunque i tre sono stati ritenuti passibili di "blasfemia" e condannati alla pena capitale. In un messaggio inviato a Fides, Sardar Mushtaq Gill, avvocato cristiano impegnato per i diritti delle minoranze religiose in Pakistan, condanna l'omicidio e la violenza sugli ahmadi e chiede alle autorità “di adottare misure forti contro i colpevoli e gli estremisti religiosi che polarizzano la società e usano violenza contro le minoranze religiose in Pakistan”.Nei giorni scorsi è tornata in auge in Pakistan la richiesta di espulsione totale della comunità Ahmadiyya da qualsiasi posto di lavoro pubblico e dal servizio militare. La comunità Ahmadiyya è stata dichiarata “non musulmana” in Pakistan con un emendamento costituzionale nel 1974 durante il mandato dell'ex primo ministro Zulfikar Ali Bhutto. Questa misura fu confermata dall'ex presidente Zia ul-Haq, che introdusse il “reato”, per gli ahmadi, di definirsi “musulmani” o riferirsi alla propria fede come “islam”. Alla comunità è anche vietata la predicazione, la pubblicazione di materiale religioso e il pellegrinaggio in Arabia Saudita. I membri della comunità Ahmadiyya, ritenuta una "setta eretica", in Pakistan sono spesso presi di mira nelle loro case o moschee. Con 5 milioni di Ahmadi in Pakistan, la persecuzione nei loro confronti è stata particolarmente severa e sistematica. I sentimenti anti-ahmadi sono forti e sono alimentati da vari gruppi religiosi. La Ahmadiyya è una corrente dell’islam fondata nel 1889 in India da Mirza Ghulam Ahmad.

AMERICA/COLOMBIA - Tra violenza e riconciliazione

Chocò – Nonostante il cessate il fuoco, i tentativi di pacificazione e i passi verso la riconciliazione nazionale, proseguono le violenze nella zona meridionale della Colombia. Circa la metà delle persone che sono state costrette a spostarsi in Colombia nel 2017 erano del dipartimento di Chocó : lo ha fatto notare il direttore della Segreteria Nazionale della Pastorale sociale, mons. Hector Fabio Henao. "Ci sono stati circa 11.000 sfollati e quasi 5.000 di queste persone sono venute dal Chocó" ha detto mons. Henao parlando alla radio locale "La FM", aggiungendo che "il dipartimento sta attraversando un momento critico".Anche se la Chiesa cattolica ha informato in precedenza che il cessate il fuoco tra il governo e la guerriglia dell'ELN procede correttamente dal 1° ottobre, mons. Henao ha dichiarato che la situazione nel Chocó è critica, perché proprio in quella zona confluiscono altre organizzazioni criminali che attaccano la popolazione civile. In questo senso, ritiene necessario che il governo e l'ELN si riuniscano, per migliorare la situazione di questa popolazione così provata.Come riportato in diverse occasioni da Fides, Mons. Juan Carlos Barreto, Vescovo della diocesi di Quibdo, ha più volte denunciato il fenomeno, chiedendo "investimenti sociali per fermare la violenza" . Il cessate il fuoco tra esercito e polizia e l'ELN, concordato dalle parti , proseguirà fino al 9 gennaio 2018 e include l'impegno della guerriglia a sospendere i sequestri e gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere del paese. Tuttavia gli atti di violenza che accadono nella campagna e nei luoghi lontani dalla città sono sempre frequenti.Solo due giorni fa il Vescovo della diocesi di Neiva, Mons. Froilán Tiberio Casas Ortíz, ha denunciato l'omicidio di 6 contadini nella zona di Tumaco. Il 5 ottobre, durante un'operazione di polizia per eliminare piantagioni di coca, c'è stato uno scontro fra contadini e forze dell'ordine, che ha provocato 6 contadini morti e 20 feriti. Le autorità stanno prendendo provvedimenti, ma la situazione continua a rimanere tesa nella zona. La prima reazione della popolazione è di impotenza, seguita dalla fuga.Mentre in alcune aree della Colombia la popolazione continua a soffrire, uno sforzo di proseguire sulla via della pace viene dalla Chiesa cattolica che questi giorni a Bogotà, capitale della nazione tiene il settimo Congresso nazionale di Riconciliazione, promosso attraverso il Segretariato di Pastorale sociale. Il Congresso, intitolato “La Colombia è capace di riconciliazione”, si tiene a un mese di distanza dalla storica visita di Papa Francesco, in un momento caratterizzato dal processo di implementazione dell’accordo di pace con l’ex guerriglia delle Farc e dalla fase di cessate il fuoco bilaterale tra Governo e guerriglia dell’ELN. Obiettivo del Congresso, che proseguirà fino a venerdì 13, è quello di raccogliere proposte da esperienze internazionali di costruzione della pace, di analizzare lo stato di avanzamento, le sfide e le opportunità sull'osservanza e la realizzazione degli accordi di pace.

AMERICA/COLOMBIA - Ancora violenze in alcune zone del paese

Chocò – Circa la metà delle persone che sono state costrette a spostarsi in Colombia nel 2017 erano del dipartimento di Chocó : lo ha fatto notare il direttore della Segreteria Nazionale della Pastorale sociale, mons. Hector Fabio Henao. "Ci sono stati circa 11.000 sfollati e quasi 5.000 di queste persone sono venute dal Chocó" ha detto mons. Henao parlando alla radio locale "La FM", e ha aggiunto che "il dipartimento sta attraversando un momento critico".Anche se la Chiesa cattolica ha informato in precedenza che il cessate il fuoco tra il governo e la guerriglia dell'ELN procede correttamente dal 1° ottobre, mons. Henao ha dichiarato che la situazione nel Chocó è critica, perché proprio in quella zona confluiscono altre organizzazioni criminali che attaccano la popolazione civile. In questo senso, ritiene necessario che il governo e l'ELN si riuniscano, per migliorare la situazione di questa popolazione così provata.In diverse occasioni Fides ha informato della denuncia fatta da Mons. Juan Carlos Barreto, Vescovo della diocesi di Quibdo, che ha chiesto "investimenti sociali per fermare la violenza" . Il cessate il fuoco tra esercito e polizia e l'ELN, concordato dalle parti , proseguirà fino al 9 gennaio 2018 e include l'impegno della guerriglia a sospendere i sequestri e gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere del paese. Tuttavia gli atti di violenza che accadono nella campagna e nei luoghi lontani dalla città sono sempre frequenti.Solo due giorni fa il Vescovo della diocesi di Neiva, Mons. Froilán Tiberio Casas Ortíz, ha denunciato l'omicidio di 6 contadini nella zona di Tumaco. Il 5 ottobre, durante un'operazione di polizia per eliminare piantagioni di coca, c'è stato uno scontro fra contadini e forze dell'ordine, che ha provocato 6 contadini morti e 20 feriti. Le autorità stanno prendendo provvedimenti, ma la situazione continua a rimanere tesa nella zona. La prima reazione della popolazione è di impotenza, seguita dalla fuga.

AFRICA/UGANDA - Accolti nel nord del paese i rifugiati del Sud Sudan

Arua - L’Uganda negli ultimi mesi si è trovata ad affrontare un flusso di rifugiati fuori dal comune. Persone in fuga dalle tensioni e dalla fame del Sud Sudan, che scappano per cercare pace e maggiori possibilità per il proprio futuro. Così oggi sono oltre 1.000.000 i rifugiati sud sudanesi nel Paese su una popolazione di 2.700.000 persone, concentrati soprattutto nella regione di West Nile e nel distretto di Kiryandongo, in prima linea nell’accoglienza dei sud sudanesi in fuga dagli scontri e dalla fame. In risposta a questa emergenza, è stato presentato ufficialmente ad Arua, nel nordo dell’Uganda, il nuovo progetto di Medici con l’Africa Cuamm volto al rafforzamento del sistema sanitario in queste aree del Paese, per garantire assistenza alimentare e sanitaria alle mamme e ai bambini della zona, sia tra la popolazione residente, che tra i rifugiati del Sud Sudan.“L’intervento del Cuamm è volto a rafforzare il sistema sanitario, combattere la malnutrizione e assistere mamme e bambini. Per la salute di tutti, rifugiati e non”, ha dichiarato Peter Lochoro, medico rappresentante della ong nel Paese.“Sono sei i distretti coinvolti, per una rete di 257 strutture sanitarie, dove si punterà in primo luogo sulla formazione e il potenziamento delle capacità del personale già presente negli ospedali e nei centri di salute dell’area. Attualmente, su un milione di rifugiati, 160 mila sono donne in gravidanza o in allattamento e oltre 564.600 sono bambini sotto i 5 anni”, continua il dott. Lochoro nella nota pervenuta a Fides. “Nei 19 campi rifugiati distribuiti nella zona si è già superato il milione di persone ospitate e si prevede che entro la fine dell’anno saranno 1.200.000 i rifugiati Sud Sudanesi presenti nell’area”, conclude il medico. Il West Nile è una regione di confine già economicamente svantaggiata, dove l’aumento della popolazione presenta potenziali rischi per la salute delle persone. Il governo ugandese ha quindi individuato la necessità di rafforzare il sistema sanitario della zona, nel quadro del piano REHOPE . Va in questa direzione il progetto dei Medici del Cuamm, sviluppato con Unicef in collaborazione con le autorità locali.

AFRICA/UGANDA - Accoglienza nel nord del Paese dei rifugiati del Sud Sudan

Arua - L’Uganda negli ultimi mesi si è trovata ad affrontare un flusso di rifugiati fuori dal comune. Persone in fuga dalle tensioni e dalla fame del Sud Sudan, che scappano per cercare pace e maggiori possibilità per il proprio futuro. Così, ad oggi sono oltre 1.000.000 i rifugiati sud sudanesi nel Paese su una popolazione di 2.700.000 persone, concentrati soprattutto nella regione di West Nile e nel distretto di Kiryandongo, in prima linea nell’accoglienza dei sud sudanesi in fuga dagli scontri e dalla fame. In risposta a questa emergenza, è stato presentato ufficialmente ad Arua, nel nordo dell’Uganda, il nuovo progetto di Medici con l’Africa Cuamm volto al rafforzamento del sistema sanitario in queste aree del Paese, per garantire assistenza alimentare e sanitaria alle mamme e ai bambini della zona, sia tra la popolazione residente, che tra i rifugiati del Sud Sudan.“L’intervento del Cuamm è volto a rafforzare il sistema sanitario, combattere la malnutrizione e assistere mamme e bambini. Per la salute di tutti, rifugiati e non”, ha dichiarato Peter Lochoro, medico rappresentante della ong nel Paese.“Sono sei i distretti coinvolti, per una rete di 257 strutture sanitarie, dove si punterà in primo luogo sulla formazione e il potenziamento delle capacità del personale già presente negli ospedali e nei centri di salute dell’area. Attualmente, su un milione di rifugiati, 160 mila sono donne in gravidanza o in allattamento e oltre 564.600 sono bambini sotto i 5 anni”, continua il dott. Lochoro nella nota pervenuta a Fides. “Nei 19 campi rifugiati distribuiti nella zona si è già superato il milione di persone ospitate e si prevede che entro la fine dell’anno saranno 1.200.000 i rifugiati Sud Sudanesi presenti nell’area”, conclude il medico. Il West Nile è una regione di confine già economicamente svantaggiata, dove l’aumento della popolazione presenta potenziali rischi per la salute delle persone. Il governo ugandese ha quindi individuato la necessità di rafforzare il sistema sanitario della zona, nel quadro del piano REHOPE . Va in questa direzione il progetto dei Medici del Cuamm, sviluppato con Unicef in collaborazione con le autorità locali.

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