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ASIA/BANGLADESH - Il Vescovo Gomes: “Siamo tutti coinvolti nel perdono chiesto ai Rohingya”

Dacca – “Il Papa, venendo in Bangladesh, prima di tutto ha voluto mostrare, come capo spirituale, fiducia nella nostra nazione e attenzione al popolo bengalese. Gliene siamo grati. L'intero paese si è fermato per accoglierlo e seguirne i gesti e le parole. Per il piccolo gregge della nostra Chiesa è stato un momento emozionante e importante dal punto di vista spirituale, perchè è venuto a incoraggiare e rafforzare al fede del popolo di Dio”. Lo dice all'Agenzia Fides Theotonius Gomes, Vescovo ausiliare Dacca e presidente della Caritas Bangladesh, raccontando l'eredità e lo spirito che la visita di Papa Francesco ha lasciato nel paese.Il Vescovo Gomes rimarca a Fides: “Il Papa ci ha mostrato di avere a cuore i poveri e i piccoli. Inoltre le autorità politiche, la società civile, i leader religiosi musulmani hanno voluto incontrarlo e dialogare con lui: è stato un fecondo scambio interculturale e interreligioso, prezioso per il nostro paese e prezioso per le piccole comunità qui presenti, come quella cristiana”.“Resterà scolpito nella nostra memoria - prosegue mons. Gomes - l'incontro con i profughi Rohingya che il Papa ha voluto incontrare uno per uno, di persona e col cuore, mostrando una grande empatia, esprimendo amore, compassione e anche la necessità di venire incontro ai loro bisogni. Risuona ancora nel nostro cuore la sua richiesta di perdono, fatta a nome di tutta l'umanità. Ci sentiamo tutti coinvolti in questo perdono, come uomini e come cristiani. E ci sentiamo coinvolti nell'impegno di aiutarli”.A conclusione di questo viaggio, dice il Vescovo ausiliare di Dacca, “ci resta grande felicità e nuova speranza per il nostro cammino di piccola Chiesa, piccolo gregge che vive e testimonia il Vangelo in questo tempo, in questo paese, in questa società, sempre confidando nella grazia di Dio e riponendo in Lui ogni speranza”.

ASIA/MEDIO ORIENTE- I Capi delle Chiese incontrano i leader“globali”: Patriarchi ortodossi da Putin, l'Arcivescovo Warda in USA da Pence

Mosca – Il contributo dei militari russi ha permesso all'esercito siriano di “liberare dai terroristi” anche le aree della Siria più care ai cristiani. E la collaborazione tra Patriarcato di Mosca e Chiesa cattolica potrà avere un “ruolo determinante” nel favorire il ritorno dei profughi cristiani alle proprie case, nelle regioni liberate dal controllo dei jihadisti. Lo ha sottolineato il Presidente russo Vladimir Putin, ricevendo lunedì 4 dicembre nella struttura presidenziale di Novo Ogaryovo i Patriarchi e i Capi-delegazione delle Chiese ortodosse giunti a Mosca per partecipare alle celebrazioni in programma per il centesimo anniversario della restaurazione del Patriarcato nella Chiesa ortodossa russa. Riferendosi alla Siria, il leader politico russo ha ricordato che la situazione nel Paese sta gradualmente cambiando: “Le forze armate siriane, sostenute dai militari russi” ha detto Putin “hanno liberato dai terroristi quasi tutto il territorio del Paese, comprese le regioni storiche cristiane”. Il Presidente russo ha precisato che il sostegno russo non sarà riservato esclusivamente ai cristiani, ma verrà offerto ai siriani di tutte le fedi religiose, “inclusi i musulmani, i quali, ne siamo ben consapevoli – ha rimarcato Putin - hanno subito enormi sofferenze dalle mani dei banditi, dei terroristi e dai radicali”. “Noi – ha riferito il Presidente russo - aiuteremo anche gli ebrei. Alcune organizzazioni ci hanno già fatto arrivare un appello a sostenere il restauro di luoghi santi ebraici”. Il leader del Cremlino ha anche affermato che il gruppo di lavoro creato tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa cattolica potrà giocare un ruolo “di primo piano” per favorire il ritorno della popolazione cristiana in Siria. Il ritorno dei profughi cristiani, insieme a quelli di altre comunità religiose, secondo Putin potrà rappresentare un fattore importante per favorire il ripristino di una convivenza pacifica nel Paese mediorientale devastato dalla guerra. All'incontro con il Presidente Putin erano presenti, tra gli altri, il Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, e il Patriarca greco ortodosso di Antiochia, Yohanna X, che risiede a Damasco. Sempre nella giornata di lunedì 4 dicembre, a Washington, l'Arcivescovo redentorista Bashar Warda, alla guida dell'arcieparchia caldea di Erbil, è stato ricevuto dal Vice-Presidente USA Mike Pence. La conversazione tra Warda e Pence – riferiscono fonti caldee consultate dall'Agenzia Fides – si è concentrata sulla condizione delle comunità cristiane nel nord dell'Iraq e sulle iniziative messe in campo per favorire il ritorno dei profughi cristiani a Mosul e nella Piana di Ninive. L'Arcivescovo caldeo ha ringraziato il Vice-Presidente per l'interesse e gli interventi da lui dedicati alla soluzione dei problemi vissuti da cristiani e yazidi, costretti a lasciare le loro aree di insediamento storico durante gli anni del dominio jihadista dello Stato Islamico . I due incontri di Mosca e Washington tra autorevoli rappresentanti di Chiese e leader politici di statura internazionale confermano in maniera indiretta che il sostegno alle comunità cristiane mediorientali è diventato anche terreno di confronto e di competizione geopolitica. .

ASIA/MEDIO ORIENTE- I Capi delle Chiese interpellano i leader “globali”: i Patriarchi ortodossi vanno da Putin, l'Arcivescovo caldeo Warda va dal Vice-Presidente USA

Mosca – Il contributo dei militari russi ha permesso all'esercito siriano di “liberare dai terroristi” anche le aree della Siria più care ai cristiani. E la collaborazione tra Patriarcato di Mosca e Chiesa cattolica potrà avere un “ruolo determinante” nel favorire il ritorno dei profughi cristiani alle proprie case, nelle regione liberate dal controllo dei jihadisti. Lo ha sottolineato il Presidente russo Vladimir Putin, ricevendo lunedì 4 dicembre nella struttura presidenziale di Novo Ogaryovo i Patriarchi e i capi-delegazione delle Chiese ortodosse giunti a Mosca per partecipare alle celebrazioni in programma per il centesimo anniversario della restaurazione del Patriarcato nella Chiesa ortodossa russa. Riferendosi alla Siria, il leader politico russo ha ricordato che la situazione nel Paese sta gradualmente cambiando: “Le forze armate siriane, sostenute dai militari russi” ha detto Putin “hanno liberato dai terroristi quasi tutto il territorio del Paese, comprese le regioni storiche cristiane”. Il Presidente russo ha precisato che il sostegno russo non sarà riservato esclusivamente ai cristiani, ma verrà offerto ai siriani di tutte le fedi religiose, “inclusi i musulmani, i quali, ne siamo ben consapevoli – ha rimarcato Putin - hanno subito enormi sofferenze dalle mani dei banditi, dei terroristi e dai radicali”. “Noi – ha riferito il Presidente russo - aiuteremo anche gli ebrei. Alcune organizzazioni ci hanno già fatto arrivare un appello a sostenere il restauro di luoghi santi ebraici”. Il leader del Cremlino ha anche affermato che il gruppo di lavoro creato tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa cattolica potrà giocare un ruolo “di primo piano” per favorire il ritorno della popolazione cristiana in Siria. Il ritorno dei profughi cristiani, insieme a quelli di altre comunità religiose, secondo Putin potrà rappresentare un fattore importante per favorire il ripristino di una convivenza pacifica nel Paese mediorientale devastato dalla guerra. All'incontro con il Presidente Putin erano presenti, tra gli altri, il Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, e il Patriarca greco ortodosso di Antiochia, Yohanna X, che risiede a Damasco. Sempre nella giornata di lunedì 4 dicembre, a Washington, l'Arcivescovo redentorista Bashar Warda, alla guida dell'arcieparchia caldea di Erbil, è stato ricevuto dal Vice-Presidente USA Mike Pence. La conversazione tra Warda e Pence – riferiscono fonti caldee consultate dall'Agenzia Fides – si è concentrata sulla condizione delle comunità cristiane nel nord dell'Iraq e sulle iniziative messe in campo per favorire il ritorno dei profughi cristiani a Mosul e nella Piana di Ninive. L'Arcivescovo caldeo ha ringraziato il Vice-Presidente per l'interesse e gli interventi da lui dedicati alla soluzione dei problemi vissuti da cristiani e yazidi, costretti a lasciare le loro aree di insediamento storico durante gli anni del dominio jihadista dello Stato Islamico . I due incontri di Mosca e Washington tra autorevoli rappresentanti di Chiese e leader politici di statura internazionale confermano in maniera indiretta che il sostegno alle comunità cristiane mediorientali è diventato anche terreno di confronto e di competizione geopolitica. .

OCEANIA/NUOVA ZELANDA - Nomina del Vescovo di Christchurch

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco oggi ha nominato Vescovo della diocesi di Christchurch il p. Paul Martin, M.S., finora Economo Generale dei Padri Maristi a Roma.Il nuovo Vescovo è nato nella Diocesi di Hastings, in Nuova Zelanda, il 5 maggio 1967. Dopo le scuole primarie e secondarie, ha frequentato la Teologia al Mt. St. Mary’s Scolasticate, Greenmeadows; St. Mary’s Catholic Theological College, Auckland. Nel 1985 è entrato nella Congregazione Religiosa della Società di Maria ed ha emesso i voti perpetui il 7 gennaio 1988. Ha ottenuto il baccalaureato in teologia presso l’Università di Auckland nel 1989, il baccalaureato in inglese nell’ Università di Victoria, Wellington, nel 1991, dal luglio 1991 al gennaio 1992 ha frequentato un corso sulla Pastorale , il baccalaureato in Sacra Teologia nella Nuova Zelanda Marist Seminary . Nel 1994 ha ottenuto il Diploma di Insegnamento . Il 4 settembre 1993 è stato ordinato sacerdote.Dopo la sua Ordinazione, ha ricoperto i seguenti incarichi: 1993-1994: Ministero pastorale a Rawene, South Hokianga; 1994-1995: Seminario Maristi ; 1995-1998: Ministero pastorale a Whangarei, Pompallier College; 1999-2002: Insegnante e Superiore della Comunità del St. Bede’s College; 2002-2003: Cappellano a Hato Paora, Maori Boys College e, al contempo, Superiore della Comunità a Fielding Parish; 2003-2004: Ministero pastorale a St. Mary of the Angels, Wellington; 2004-2005: Insegnante di inglese, St. Patrick’s College, Wellington; 2005-2007: Vice Preside e insegnante di inglese, St. Bede’s, Christchurch; 2007-2013: Rettore di St. Patrick’s College, Wellington, Kemp Street Community; Superiore della Comunità a Kemp Street; Esercizi spirituali per sei mesi presso il Pontificio Collegio Nord Americano a Roma; 2014-2016: Membro del Consiglio Provinciale, Vice Provinciale ed Economo Provinciale, Superiore della Comunità di Ngaio; dal 2016:Economo Generale dei PP. Maristi a Roma.

AMERICA/COLOMBIA - “Chiediamo una civiltà più fraterna”: i politici cattolici dell'America Latina

Bogotà – “La piaga della corruzione è la più dannosa per i nostri popoli dell’America Latina, la corruzione pubblica erode le società, l'ingiustizia e la manzanza di unità crescono nei paesi industrializzati, la globalizzazione dell'economia porta chiaramente alla mancanza di solidarietà delle nostre società. Chiediamo una nuova civiltà, la civiltà della fraternità": lo ha detto Gabriela Alejandra Castellanos, direttore esecutivo del Consiglio nazionale anticorruzione dell'Honduras, durante una delle relazioni presentate all’Incontro dei cattolici con responsabilità politiche al servizio dei popoli Latinoamericani, che si è svolto dal 1° al 3 dicembre, presso la sede della Conferenza episcopale colombiana, a Bogotá, organizzato dalla Pontificia Commissione per l'America Latina e dal Consiglio episcopale latinoamericano .“In questo incontro a porte chiuse e non di carattere pubblico, 95 ospiti tra cardinali, arcivescovi, vescovi, sacerdoti e laici che esercitano o hanno ricoperto cariche politiche nei loro paesi – secondo le informazioni inviate a Fides da padre Rigoberto Pérez, Segretario esecutivo del Dipartimento Comunicazione del Celam -, hanno avuto un profondo dialogo per guidare la ricerca del bene comune della società, scambiandosi esperienze, testimonianze e riflessioni sulle responsabilità politiche al servizio delle popolazioni latinoamericane”.All'apertura dei lavori, Papa Francesco, in un videomessaggio, ha esortato i partecipanti a dare vita ad “un dialogo in cui la comunione tra persone della stessa fede sia più decisiva delle legittime opposizioni delle scelte politiche". Sottolineando che la politica “è un'alta forma di carità, ... non è al servizio delle ambizioni individuali”, il Papa ha affermato che è necessario "che i laici non siano indifferenti agli affari pubblici, né aspettino le direttive ecclesiastiche per combattere per la giustizia e per forme di vita più umane per tutti".Dieci anni dopo il documento di Aparecida, la Chiesa in America Latina ha grande consapevolezza dell'importanza della presenza e del contributo dei cattolici alla vita politica e pubblica, da qui la necessità di affrontare questa realtà in un modo inedito. "L'idea dell'incontro - ha spiegato il Card. Ouellet, Presidente della CAL, ai media – è emerso nel marzo 2016, nella sessione plenaria della CAL, in quell'occasione il Papa scrisse una lettera ufficiale per stimolare questo impegno dei cattolici nella vita politica e pubblica, ricordando che i Pastori devono accompagnare, sostenere, formare coloro che hanno queste responsabilità dirette come laici, ma rispettandone l'autonomia, senza cadere nel clericalismo e dettare le opzioni politiche che devono seguire".“Questo incontro - ha detto il Segretario generale del CELAM, Mons. Juan Espinoza dopo la fine dell'evento - ha permesso a politici e religiosi di riconoscersi come fratelli e definire un obiettivo comune che è quello di costruire un mondo migliore”. Tra le conclusioni dell'incontro, secondo un comunicato inviato a Fides dal Dipartimento Comunicazione del Celam, è stata evidenziata la necessità di una formazione politica dei giovani e la ripetizione di questi incontri a livello nazionale. Inoltre sono stati discussi temi come: cultura della vita, famiglia, educazione, inclusione sociale, migrazioni, sviluppo con equità, ecologia integrale, cultura dell'incontro, riconciliazione e pace. Allo stesso tempo, è stata analizzata la situazione politica di paesi come il Venezuela, l'Honduras e la Colombia, per quanto riguarda il processo di pace, i dialoghi con le FARC e l'ELN.

ASIA/SRI LANKA - Debellare la violenza sulle donne: l’impegno delle comunità cristiane

Colombo - "Le donne nello Sri Lanka affrontano ancora un crescente tasso di violenza dopo decenni di conflitti etnici e di guerra civile. La comunità cristiana in Sri Lanka è chiamata a un impegno forte per debellare la violenza contro le donne a tutti i livelli": è l'appello lanciato da una recente assemblea della "Christian Conference of Asia" , organismo ecumenico che raccoglie comunità cristiane presenti nel continente. L'incontro dedicato alla condizione della donna è stato organizzato a Colombo in collaborazione con la rete “Ecumenical Women’s Action against Violence” e con il “National Christian Council in Sri Lanka". Come appreso da Fides, il focus della consultazione, a cui hanno partecipato donne di diverse comunità cristiane asiatiche, incluse rappresentanti della Chiesa cattolica, era di valutare la possibilità di azioni coordinate per contrastare la piaga della violenza sulle donne nello Sri Lanka.Varie sessioni di studio e di incontro hanno offerto ai partecipanti l'opportunità di analizzare in modo approfondito e critico la situazione delle donne e le difficili sfide della vita all'indomani della situazione di conflitto. Secondo studi e rapporti locali, circa il 40% delle donne nello Sri Lanka oggi soffre di qualche tipo di violenza, mentre oltre il 60% delle donne sono vittime di violenza domestica.I presenti hanno sottolineato l'importanza di mobilitare donne e uomini nelle comunità cristiane per lavorare insieme e impegnarsi nella difesa delle donne e per l'uguaglianza di genere, usando sia i meccanismi legali e le convenzioni nazionali e internazionali, sia la teologia biblica, per un'opera di sensibilizzazione culturale.Il piano d'azione sviluppato dalle partecipanti punta a proseguire il percorso di emancipazione e e sviluppo per le donne, creando una rete e una coalizione di donne a livello locale, per accrescere la consapevolezza e avviare un processo di trasformazione della mentalità corrente, nell’ottica di promuovere la giustizia di genere, l'equità, l'uguaglianza e combattere la violenza sulle donne.Il Segretario generale della CCA, Mathews George Chunakara, ha reso noto che la CCA organizzerà a Taiwan un'assemblea ecumenica delle donne asiatiche nel febbraio 2019, per creare reti ecumeniche di donne a livello locale e internazionale in Asia.

AMERICA/BRASILE - Assassinio del missionario Vicente Cañas: condannato il mandante

Cuiabá – Ronaldo Antônio Osmar, ex delegato della polizia civile, unico sopravvissuto degli accusati dell’omicidio del missionario gesuita spagnolo Vicente Cañas, avvenuto nell’aprile 1987, è stato giudicato colpevole dal Tribunale federale regionale di Cuiabá e condannato a 14 anni e 3 mesi di reclusione . Nel primo processo, celebrato nel 2006, 19 anni dopo il delitto, gli imputati vennero assolti per mancanza di prove. Questo nuovo processo durato due giorni, 29 e 30 novembre, ha portato alla condanna di Osmar, che fu il mandante e contattò i sicari per l’imboscata mortale al missionario.Secondo le informazioni inviate all’Agenzia Fides, durante questo nuovo processo, istruito in quanto nel precedente non erano state prese in considerazione tutte le prove, è stata presa in esame la testimonianza di due indios Rikbacktsa, che ascoltarono uno dei carnefici del missionario confessare il crimine e implicare l'accusato e chi lo aveva assunto per organizzarlo. Si trattava di un possidente terriero di Londrina che vedeva i suoi interessi minacciati dalla difesa delle terre indigene guidata dal gesuita Vicente Cañas. Fausto Campoli, compagno di Vicente Cañas, ha testimoniato lo stretto rapporto del gesuita con gli indiani Enawene Nawe e di come questi lo considerassero un membro del loro popolo, confutando così la tesi propugnata che potessero essere stati loro ad ucciderlo.Al processo hanno assistito i familiari di Vicente Cañas, giunti appositamente dalla Spagna, insieme a numerosi rappresentanti dei gesuiti e delle realtà ecclesiali impegnate nel lavoro pastorale con i popoli indigeni. I nipoti Rosa e José Angel hanno così commentato la sentenza: "Siamo molto felici, questo apre un precedente impressionante in questo paese. Dopo tanti anni di attesa è una grande soddisfazione che sia stata fatta giustizia, ciò che voleva lo zio era aprire una strada per la protezione delle popolazioni indigene. Questa sentenza servirà a difendere molti altri che non possono difendersi".Per padre Antonio Tabosa SJ, superiore della Plataforma Apostólica Centro Oeste , il pronunciamento significa "in primo luogo giustizia per un missionario gesuita che ha dedicato la sua vita agli indigeni qui nella regione del Mato Grosso, quindi giustizia per i suoi familiari che sono stati con noi in questo processo e sentono il dolore e l'impunità della tragica morte, e soprattutto giustizia per le popolazioni indigene che hanno difficoltà a difendere i loro diritti".Vicente Cañas era nato ad Albacete, in Spagna il 22 ottobre 1939. Nella festa di San Francesco Saverio del 1965 ricevette il crocifisso missionario e il 19 gennaio 1966 giunse in Brasile. Nel 1968 la sua nuova destinazione, il Mato Grosso, dove si impegnò senza riserve nell'inculturazione dei popoli indigeni. Venne ucciso in modo efferato a 48 anni, nell'aprile 1987.

AFRICA/MADAGASCAR - Passato l'incubo della peste, riprende la vita

Antananarivo – “Negli ultimi giorni non si hanno notizie di casi di peste nella capitale. La situazione è migliorata”: lo conferma all’Agenzia Fides suor Giacinta Gobetti, missionaria delle Carmelitane minori della carità ad Antananarivo. Dopo aver dichiarato lo “stato di emergenza” chiudendo prima le scuole e poi vietando ogni forma di assembramento nei luoghi pubblici, il governo malgascio ha annunciato nei giorni scorsi la fine dell’epidemia nelle zone urbane, ma l’attenzione resta alta in tutto il paese, che da agosto ha registrato 202 casi di morte per peste, perché l’epidemia è stagionale e durerà fino ad aprile 2018.La peste è endemica in alcune aree del Madagascar, ma l’epidemia di quest’anno è stata più contagiosa in quanto i due terzi dei casi registrati riguardavano la peste polmonare, che può essere trasmessa da uomo a uomo e può portare alla morte in sole ventiquattro ore. Inoltre, la diffusione sia dei casi di peste polmonare sia di quelli, in misura molto minore, di peste bubbonica ha riguardato anche le grandi città, rendendo l’epidemia più virulenta degli scorsi anni. Le città più colpite sono state la capitale Antananarivo, che ha registrato 400 casi, e quelle sulla costa orientale. “Nella Casa della Carità di Antananarivo, dove ospitiamo e curiamo 35 persone con disabilità fisiche o mentali – spiega suor Giacinta – non ci sono stati casi di peste e nessuna delle persone che è venuta da noi per curarsi presentava i sintomi. La peste si è diffusa nelle città perché forse non veniva riconosciuta la forma polmonare nei contagi rispetto a quella bubbonica, ma c’è stata una risposta capillare da parte delle istituzioni: si sono prese molte precauzioni, è stata incentivata la pulizia, è stato detto di fare molta attenzione con i topi e l’immondizia, mentre le scuole sono state chiuse temporaneamente”. Il Ministero della Salute pubblica sta coordinando l’azione di contrasto all’epidemia con il supporto dell’Organizzazione mondiale della Sanità e dell’istituto Pasteur del Madagascar. Attualmente la situazione sembra sotto controllo e la vita sociale riprende gradualmente i suoi ritmi normali. Secondo gli ultimi dati raccolti dal governo e diffusi dall’Oms, dall’1 agosto al 27 novembre 2017 sono stati complessivamente 2.348 i casi di peste confermati, probabili e sospetti. A tutte le persone contagiate o con sintomi sono stati garantiti gratuitamente sia cura che profilassi . La regione più colpita, con il 68% dei casi, è stata quella di Analamanga, dove si trova la capitale. Nessun nuovo caso di peste polmonare è stato registrato a partire dal 14 novembre, mentre l’ultimo contagio di peste bubbonica risale all’8 novembre. Sulla base di queste informazioni, l’Oms stima che il rischio di peste in Madagascar sia al momento moderato a livello nazionale e basso a livello regionale.

ASIA/BANGLADESH - Papa Bergoglio, apostolo dell'amore in un paese musulmano

Dacca - “Senza amore non possiamo fare niente a questo mondo: questo valore manca molto nel nostro mondo. Papa Francesco ha mostrato qui in Bangladesh e anche in Myanmar cosa vuol dire amore, specialmente verso i profughi, ma verso tutta la popolazione bangladese”: lo dice all'Agenzia Fides il maulana Fariduddin Mashud, leader islamico che è tra i tanti capi musulmani bangladesi che hanno apprezzato la visita e la presenza di Francesco. Il leader indù bangladese Shami Druveshanando rimarca a Fides che “Papa Francesco è stato un portatore della pace in Bangladesh”, mentre il prof. Anisus Zaman, musulmano, dice a Fides: “Siamo felici per aver ricevuto Papa Francesco nel nostro paese. E' giunto in un momento in cui ne avevamo molto bisogno: dove c'è disperazione, egli è venuto a portare la speranza. Ha portato simpatia ed empatia verso i profughi Rohingya e ha lanciato un appello per la loro dignità. Sicuramente questa visita di Papa Francesco aprirà una finestra per il nostro futuro, per creare autentica fraternità”.Sebbene si siano registrati sui social media bangladesi alcuni commenti negativi sulla presenza del Papa da parte di pochi esponenti estremisti, “possiamo dire con certezza che l'accoglienza da parte della popolazione bangldese è stata ottima”, nota all’Agenzia Fides p. Lintu D'Costa, sacerdote di Dacca. La piccola Chiesa del Bangladesh, lo 0,2% in una nazione a maggioranza islamica, porta nel suo cuore “la benedizione ricevuta da Papa Francesco. Tutti abbiamo apprezzato la sua umiltà e semplicità, il suo farsi prossimo con i piccoli, i poveri, gli emarginati, proprio come faceva Gesù. Il suo spirito e la sua autentica testimonianza evangelica, oltre alle sue parole sempre incisive, come ‘perdono’, ‘dialogo’, ‘dignità umana’, hanno colpito tutti e lasceranno una traccia indelebile nella nostra vita”, conclude p. D'Costa.

ASIA/MYANMAR - Una traccia di misericordia in una nazione buddista: l'eredità di Francesco

Yangon - Papa Francesco ha lasciato una traccia evangelica di compassione e di misericordia in una nazione a maggioranza buddista. La popolazione birmana ha percepito con chiarezza il suo messaggio di pace e riconciliazione: è quanto resta della visita di Papa Bergoglio in Myanmar, come rimarcano all'Agenzia Fides leader e fedeli cattolici che hanno partecipato e seguito i diversi momenti del viaggio apostolico. Spiega all’Agenzia Fides Joseph Kung Za Hmung, laico cattolico, fondatore del servizio cattolico birmano di mass-media e web “Gloria Tv”: “L’atmosfera nella comunità cattolica oggi è di grande entusiasmo. Siamo davvero felici per questo storico evento. La piccola Chiesa birmana si è sentita davvero sostenuta e incoraggiata da Pietro, che è giunto a far visita a una periferia. Soprattutto i giovani sono stati particolarmente colpiti. Sono la nostra speranza e tutta la Chiesa birmana beneficerà di questo rinnovato entusiasmo, nel donare alla nazione il Vangelo della riconciliazione, della guarigione e della pace”.Un secondo livello dell'impatto della visita di Francesco è quello del dialogo interreligioso: “L'incontro con i leader buddisti, nel tempio buddista di Yangon, ha lasciato il segno nell'opinione pubblica. I leader buddisti oggi dicono di aver apprezzato molto l'atteggiamento rispettoso del Papa che non è venuto a imporre alcunché, ma che è venuto a dare la sua testimonianza di uomo di Dio, di uomo di dialogo e di pace, di leader spirituale che riconosce la dignità di ogni essere umano che incontra”.Infine il valore prettamente “politico” della visita: "La presenza del Papa - conclude Joseph Kung Za Hmung - ha avuto anche un valore politico perché con le autorità civili si è parlato di inclusione delle minoranze, di processo di pace, di guarire le ferite della nazione, nella prospettiva di costruire il bene comune, e nel rispetto dei diritti umani. Questo messaggio evangelico ha un impatto di natura politica, che è stato portato con delicatezza e insieme con chiarezza. Auspichiamo possa avere un effetto concreto nella conferenza di dialogo tra il governo e le minoranze etniche, ad esempio”, ma anche in altri ambiti della vita pubblica, “come sulla costruzione della democrazia, perché la nazione si ispiri sempre a principi di giustizia, pace e sviluppo uguale per tutti”.

ASIA/BANGLADESH - P. Rozario, rilasciato dopo il sequestro, resterà per un periodo nella residenza del Vescovo

Rajshahi - P. William Walter Rozario, il prete bangladese della diocesi di Rajshahi di cui si erano perse le tracce lunedì scorso e poi ritrovato dalla polizia a Syleth, nel Nordest del paese, è stato rilasciato dalla polizia e si trova ora nella residenza del Vescovo di Rajshahi, mons. Gervas Rozario, dove si tratterrà per alcuni giorni o settimane. Secondo fonti di Fides, il prete è in evidente stato di alterazione psicologica, è traumatizzato dall'esperienza vissuta e fatica a parlare. Il Vescovo ha ora disposto un periodo di riposo per il sacerdote, sperando che pian piano riacquisti tranquillità e smaltisca l'esperienza subita.La vicenda del presunto sequestro resta da chiarire perché la polizia bangladese sostiene che il sacerdote si sia allontanato da solo e non abbia subito alcuna violenza, ma che sia “mentalmente instabile”. La Chiesa locale è tuttora convinta che si sia trattato di un sequestro, ma ora si intende far trascorrere un po' di tempo, nell’attesa che p. Rozario possa raccontare la sua versione dei fatti e ricostruire l'accaduto. P. Rozario comunque non è stato denunciato dalle forze dell'ordine né incriminato da un tribunale.“Siamo tuttora convinti che sia stato rapito. Ora lasciamo che recuperi energie fisiche e mentali. Aspetteremo un chiarimento” dice a Fides un prete locale, vicino a p. Rozario, asserendo che “non ci sono elementi per stabilire che sia malato mentalmente”.In una conferenza stampa tenutasi sabato a Natore la polizia ha sostenuto che p. Rozario non è stato sequestrato, ma che si era allontanato dalla diocesi per sua volontà. Il prete era presente alla conferenza ma non ha parlato “per l’evidente stato di shock in cui si trova”, osserva la fonte di Fides. Ora i familiari e il Vescovo chiedono di lasciarlo tranquillo perché possa riprendersi del tutto.

AFRICA/SUD SUDAN - Superare le divisioni per investire nella pace

Juba - “Non siamo mai definiti dal nostro passato ma dal nostro presente, così non importa quanto il passato sia stato doloroso, si può sempre ricominciare da capo. Vogliamo dimenticare le ferite del passato e camminare verso la pace” ha affermato Mons. Eduardo Hiiboro Kussala, Vescovo di Tombura-Yambio, nel suo intervento alla conferenza dei Governatori del Sud Sudan sulla pace , dal titolo “La pace entro e attraverso i confini”. La conferenza, che si è tenuta a Yambio dal 27 al 30 novembre, è stata organizzata dal Joint Monitoring and Evaluation Committee , in collaborazione con l’Interfaith Council for Peace Initiative, l’organismo, del quale fa parte la Chiesa cattolica, delle principali organizzazioni religiose sud-sudanesi per promuovere la pace. Il JMEC è responsabile del monitoraggio e della supervisione dell'attuazione dell'accordo di pace per il Sud Sudan firmato nel 2015, sotto gli auspici dell’IGAD .Nonostante l’accordo di pace, la guerra civile sud-sudanese continua. Come dice Mons. Kussala, il Sud Sudan “è una terra benedetta, per le sue risorse naturali. Dio e la natura ci hanno dato a sufficienza per renderci tutti ricchi e prosperi”. “Ma a dispetto di queste benedizioni abbiamo un passato doloroso” continua Mons. Kussala. Il Sud Sudan è nato nel 2011 dopo decenni di guerra civile contro il regime sudanese. Dopo il distacco da Khartoum, nel dicembre 2013 è scoppiato il conflitto civile tra il Presidente Salva Kiir e l’ex Vice Presidente Riek Machar, che ha provocato decine di migliaia di morti e milioni di sfollati interni e rifugiati all’estero.Il conflitto ha subito assunto una dimensione etnica, un fatto che Mons. Kussala spiega anche alla luce delle rapide trasformazioni globali: “Poiché c’è molta incertezza nel mondo di oggi, poiché i cambiamenti sono così rapidi, c’è la tentazione di forgiare le identità, soprattutto tribali, che danno un senso di certezza, che siano un tampone contro il cambiamento”.Per questo, secondo il Vescovo, occorre puntare sui giovani, dando loro una migliore educazione e una formazione professione di qualità. Occorre inoltre che gli Stati della Federazione Sud-Sudanese creino progetti economici comuni, e iniziative di pace transfrontaliere. “Investite nella speranza, investite nella pace. La pace è possibile perché è l’unica via” ha concluso Mons. Kussala.

VATICANO - Papa Francesco: l'annuncio del Vangelo non è “proselitismo”. Solo lo Spirito Santo “attira” e converte i cuori

Roma – L'annuncio del Vangelo “non è proselitismo”. La Chiesa cresce “per attrattiva”. E a esercitare l'attrattiva che può cambiare e convertire i cuori non sono le nostre “spiegazioni apologetiche” e i nostri sforzi di “convincere” gli altri con parole e ragionamenti, ma solo lo Spirito Santo che “lavora” nella testimonianza di quelli che vivono il Vangelo. Lo ha ripetuto Papa Francesco, in una risposta rilasciata nel corso del dialogo coi giornalisti presenti sul volo che lo riportava dal Bangladesh a Roma. In poche battute, Papa Francesco ha riproposto la dinamica con cui si comunica il Vangelo, e che connota anche ogni autentica esperienza missionaria. Nell'incontro ad alta quota con gli operatori dei media che avevano seguito il viaggio papale in Myanmar e Bangladesh, un giornalista francese aveva rimarcato il fatto che “alcuni oppongono il dialogo interreligioso e l’evangelizzazione” e aveva chiesto al Papa di indicare quale fosse a suo giudizio la “priorità” tra evangelizzare e dialogare per la pace, considerando anche il fatto che “evangelizzare significa suscitare conversioni, che provocano tensioni tra credenti”.Papa Francesco, nella sua risposta, ha attestato che proprio la modalità sacramentale con cui si comunica la fede rende artificiosa ogni contrapposizione posticcia tra annuncio evangelico e apertura al dialogo con tutti, compresi gli appartenenti alle grandi tradizioni e comunità religiose. "Innanzitutto – ha rimarcato il Papa, introducendo una distinzione a lui cara - evangelizzare non è fare proselitismo. La Chiesa - ha aggiunto l'attuale Vescovo di Roma - cresce non per proselitismo ma per attrazione, cioè per testimonianza, come ha spiegato Benedetto XVI. L'evangelizzazione – ha proseguito il Successore di Pietro è “Vivere il Vangelo e testimoniare come si vive il Vangelo: le beatitudini, il capitolo 25° di Matteo, testimoniare il Buon Samaritano, il perdono settanta volte sette. E in questa testimonianza, - ha messo in risalto Papa Bergoglio - lo Spirito Santo lavora e ci sono delle conversioni”. La conversione non è l'effetto di propagande insistenti, ma opera dello Spirito Santo. Se le conversioni avvengono – ha proseguito il Papa – esse rappresentano “ la risposta a qualcosa che lo Spirito ha mosso nel cuore davanti alla testimonianza del cristiano”. Per dare un'immagine concreta di come si annuncia e si offre a tutti la liberazione portata da Cristo, Papa Francesco ha raccontato la risposta da lui fornita a un giovane che a Cracovia, in occasione della Giornata mondiale della Gioventù. gli aveva chiesto suggerimenti su cosa dire a un compagno di università ateo per convertirlo: “gli ho risposto: l’ultima cosa che devi fare è “dire” qualcosa. Tu vivi il tuo Vangelo, e se lui ti domanda perché fai questo, allora spiegagli e lascia che lo Spirito santo lo attiri. Questa – ha concluso il Papa - è la forza e la mitezza dello Spirito Santo nelle conversioni. Non è un convincere mentalmente con spiegazioni apologetiche, siamo testimoni del Vangelo”. Papa Francesco ha ricordato che in greco la definizione di “testimone” coincide con quella di “martire”, e la testimonianza dell'opera della grazia può manifestarsi con “il martirio di tutti i giorni e anche quello del sangue, quando arriva”. Poi tornando alla richiesta di indicare cosa sia prioritario tra evangelizzazione e dialogo per la pace, il Papa ha concluso che “Quando si vive con testimonianza e rispetto, si fa la pace. La pace comincia a rompersi quando comincia il proselitismo”. .

AMERICA/BOLIVIA - Mons. Gualberti: "La difesa dei valori democratici perde forza morale se non viene portata avanti con mezzi pacifici"

Santa Cruz – “Per quanto siano giuste le ragioni delle proteste e della difesa dei valori democratici, le istituzioni e l'espressa volontà del popolo, queste perdono la loro forza morale quando non sono portate avanti con mezzi pacifici" ha detto Mons. Sergio Alfredo Gualberti Calandrina, Arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra , nella messa di ieri, prima domenica di Avvento."Dobbiamo vivere in comunione e in pace questo tempo di Avvento, questa chiamata arriva al momento giusto per il nostro paese e la nostra città, che in questi giorni è stata teatro di molte violenze e combattimenti per diverse ragioni". L’Arcivescovo ha fatto un chiaro riferimento al rapporto presentato pochi giorni fa dal Procuratore generale dello Stato Plurinazionale della Bolivia, Ramiro José Guerrero Peñaranda, dove Santa Cruz è indicata come la prima città per numero di casi di violenza: 7.872 casi registrati.Mons. Gualberti Calandrina ha quindi indicato l'ambiente politico come luogo in cui i cittadini possono esprimersi: "Questa richiesta è valida anche per il giorno delle elezioni per il rinnovo delle cariche giudiziarie. Nonostante sia un'iniziativa molto controversa, tuttavia, è dovere dei cittadini recarsi alle urne in modo pacifico, evitando eccessi e confronti, e votare secondo coscienza, senza slogan e pressioni, garantendo la massima attenzione ai possibili tentativi di manipolazione dei risultati" ha detto l’Arcivescovo. Ieri, 3 dicembre, in Bolivia erano in programma le elezioni giudiziarie per eleggre i nuovi membri della Corte costituzionale e per il rinnovo di altre alte cariche del potere giudiziario nazionale.Ricordando il vero significato dell'Avvento, Mons. Gualberti Calandrina ha sottolineato che un'intensa preghiera ci fa essere irreprensibili davanti al Signore e un comportamento impeccabile richiede di vivere secondo principi e valori etici e morali. La vicinanza del Natale, la nascita di Gesù e il suo ritorno definitivo, sono una forza critica per influenzare in modo decisivo tutti gli ambiti della vita. Ecco perché dobbiamo essere vigili e responsabili dei piccoli e grandi eventi di ogni giorno, per scoprire la Signoria di Dio su tutta la storia dell'umanità.La Bolivia, e in modo particolare, questa zona del paese, vive situazioni di violenza incontrollabile a diversi livelli. Dal linciaggio di ladri e criminali nelle piazze dei villaggi ai violenti scontri di gruppi che difendono o seguono determinati leader politici. La stampa è piena di questi casi e la Chiesa insiste sull'impegno di tutti a creare una pacifica convivenza basata sulla forza del Vangelo e della pietà popolare, che in questi tempi si risveglia con forza per celebrare il Natale .

AFRICA/REP.CENTRAFRICANA - Rinuncia del Vescovo di Bouar e nomina del successore

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco, in data 2 dicembre 2017, ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Bouar presentata da S.E. Mons. Armando Umberto Gianni, O.F.M. Cap. Il Papa ha nominato Vescovo della stessa Diocesi il Rev. Miroslaw Gucwa, del clero della Diocesi di Tarnów, Polonia, finora Vicario Generale della Diocesi di Bouar.Il nuovo Vescovo è nato il nato il 21 novembre 1963 a Pisarzowa, Diocesi di Tarnów, Polonia. Ha completato le scuole secondarie a Tarnów, entrando, poi, nel Seminario diocesano. Ha studiato Filosofia e Teologia nel Seminario Maggiore di Tarnów, conseguendo la Licenza in Teologia. È stato ordinato sacerdote il 12 giugno 1988.Dopo l’ordinazione sacerdotale ha ricoperto i seguenti incarichi: 1988-1992:Vicario parrocchiale a Grybów/Tarnów, Polonia; 1992-1996: Parroco di Sainte Jeanne Antide a Bohong/Bouar, Centrafrica; 1996-2005: Rettore del Seminario minore di Bouar; 2003-2006: Cancelliere della Curia diocesana di Bouar; 2011-2014: Parroco della Cattedrale di Bouar, Cappellano presso il Carcere e l’Ospedale di Bouar, Presidente della Commissione Justice et Paix; dal 2006: Vicario Generale.

ASIA/BANGLADESH - La polizia: nessun sequestro, p. Rozario è "mentalmente instabile"

Natore - E' giallo sul prete cattolico rapito e rilasciato in Bangladesh. Come appreso dall'Agenzia Fides, p. William Walter Rozario è accusato dalla polizia di aver in qualche modo inscenato il rapimento e di essersi allontanato da solo dalla sua diocesi, in quanto "mentalmente instabile". La paradossale versione delle forze dell'ordine, che ancora tengono sotto custodia p. Rozario, è stata presentata in una conferenza stampa tenutasi quest'oggi a Natore dove il prete è stato presente senza la possibilità di proferire parola e dare la sua versione dei fatti. Il tutto sarà chiarito lunedì, quando p. Rozario esprimerà la sua testimonianza in tribunale, davanti a un giudice del distretto.Subroto Purification, parroco della chiesa dove p. William era vice-parroco a Bonpara, nella diocesi di Rajshahi, è visibilmente sorpreso e urtato dalla “conferenza farsesca tenuta dalla polizia”: “Siamo letteralmente esterrefatti. Quanto sostiene la polizia – osserva all'Agenzia Fides – non sta in piedi. Perchè William avrebbe dovuto fare questo? Stavamo organizzando il pellegrinaggio dei fedeli a Dacca, e anche lui non vedeva l'ora di incontrare il Papa. La messa in scena è una ipotesi infondata, quanto la malattia mentale. Non sappiamo su cosa sia basata e speriamo tutto possa chiarirsi in tribunale”.Un'altra fonte locale di Fides nota che “purtroppo in Bangladesh in tal modo si vogliono coprire le responsabilità dello stato, che non riesce a garantire sicurezza ai cittadini” e rileva che “episodi come questo possono anch'essere sintomo della diffusa corruzione negli apparati dello stato”.Come appreso dall'Agenzia Fides, il vescovo della diocesi di Rajshahi, Gervas Rozario, si trova a Dacca, dove si era recato per l'arrivo di Papa Francesco e nei prossimi giorni farà ritorno in diocesi. La Chiesa del Bangladesh è pronta e sostenere in toto p. William. “Aspettiamo di ascoltare la sua versione e capire cosa dirà. Ma siamo del tutto convinti che sia stato rapito, in un vicenda dai contorni nebulosi, che resta ancora tutta da capire”, conclude la fonte di Fides.William Walter Rozario era scomparso lunedì scorso a Bonpara, nel distretto di Natore, nel nord-ovest del Bangladesh, ed è stato ritrovato dalla polizia a Syleth, città metropolitana nel Nordest del paese, al confine con l’India, a circa 400 km di distanza dalla sua residenza, nella diocesi di Rajshahi. Era responsabile della scuola Saint Lewis e, nell’ultimo periodo, era impegnato a organizzare il viaggio di circa trecento fedeli a Dacca, in occasione della visita di Papa Bergoglio. Secondo le ipotesi che circolano tra i cattolici bangladesi, il rapimento potrebbe essere opera di gruppi estremisti islamici, che cercano visibilità o intendono spaventare i cristiani; potrebbe essere legato al lavoro di p. William, preside di una scuola cattolica; oppure potrebbe essere riconducibile alla criminalità comune, per puro scopo di estorsione. Il Bangladesh è un paese maggioranza islamica, dove i cattolici sono circa 400mila, lo 0,2% su una popolazione di circa 170 milioni di abitanti.

AFRICA/COSTA D’AVORIO - “Democrazia per lo sviluppo”: 200 associazioni ai leader africani ed europei

Abidjan - “L’Africa ha bisogno di democrazia”. È il messaggio lanciato da una serie di associazioni della società civile africana riunite nella piattaforma “Giriamo pagina per un’alternanza democratica in Africa”, riunitesi ad Abidjan a margine del Vertice tra Unione Africana e Unione Europea svoltosi nella capitale economica della Costa d’Avorio dal 29 al 30 novembre .A “Tournons la Page” aderiscono più di 200 associazioni e movimenti civici africani provenienti sette Paesi e che ricevono aiuto da associazioni europee. Tra queste vi sono diverse associazioni cattoliche, come Secours catholique français o la Commissione Episcopale Giustizia e Pace della Repubblica del Congo.L’emergenza migrazione e la sicurezza di fronte al dilagare del terrorismo in alcune aree africane sono state al centro del vertice Europa-Africa, che si è concluso con la promessa di un "forte impegno" dei leader di entrambi i continenti per bloccare l’immigrazione irregolare e risolvere le emergenze che ne derivano, come il mercato degli schiavi in Libia. A tal fine i leader africani ed europei hanno concordato di “investire sui giovani per un futuro duraturo”.Ma per i partecipanti al forum promosso da “Tournons la Page” la promozione di una vera democrazia in Africa è il vero tema sul quale occorre focalizzare l’attenzione. Le promosse dei leader politici “possono essere attuate solo attraverso la democrazia e la protezione dei giovani che rischiano la vita perché sono dimenticati dai politici dei loro Paesi” afferma a “La Croix Afrique” Laurent Duarte coordinatore internazionale di “Tournons la page” e membro di Secours catholique. “Se i giovani fuggono dai loro Paesi è perché non hanno di fronte un avvenire politico ed economico stabile. Gli attivisti africani che lottano per la democrazia in numerosi Paesi non sono protetti dai rischi che le loro azioni comportano. Vogliamo formare i nostri 300 operatori perché siano in grado di far fronte alle minacce” dice Duarte. “Il nostro timore è che il Vertice UA-UE si focalizzi sui problemi della migrazione e della sicurezza” afferma Louise Avon, Vice-Presidente nazionale di Secours catholique. “Per noi la pace e la sicurezza per lo sviluppo, che permette ai giovani di rimanere nel loro Paese, passano in primis attraverso la democrazia”.L’interruzione dei processi democratici in Stati come il Burundi e la Repubblica Democratica del Congo hanno provocato scontri e tensioni che a loro volta hanno aggravato la situazione economica e provocato la fuga di milioni di persone.

ASIA/BANGLADESH - Il Papa ai giovani: chiedete la sapienza illuminata dalla fede, non la “sapienza del mondo”

Dacca - La sola cosa che ci orienta e ci fa andare avanti sul giusto sentiero è “la sapienza che nasce dalla fede”. E non “la falsa sapienza di questo mondo”. E' questo il criterio-guida che Papa Francesco ha suggerito ai 7mila giovani che lo hanno accolto tra applausi, cori e danze tradizionali nel campo sportivo del Notre Dame College di Dacca, nell'ultimo incontro pubblico del suo viaggio in Myanmar e Bangladesh. Scegliere la strada giusta – ha detto il Papa nel suo discorso, rispondendo alle sollecitazioni e alle domande postegli in precedenza dagli interventi di due giovani bangladesi - “vuol dire saper viaggiare nella vita, non girovagare senza meta. La nostra vita non è senza direzione, ha uno scopo, datoci da Dio. Egli ci guida, orientandoci con la sua grazia”. La sapienza illuminata dalla fede – ha suggerito il Vescovo di Roma ai ragazzi e alle ragazze – è quella che si può intravedere “negli occhi dei genitori e dei nonni, che hanno posto la loro fiducia in Dio. Come cristiani – ha aggiunto il Papa - possiamo vedere nei loro occhi la luce della presenza di Dio, la luce che hanno scoperto in Gesù, che è la sapienza stessa di Dio. . Riceviamo questa sapienza quando cominciamo a vedere le cose con gli occhi di Dio, ad ascoltare gli altri con gli orecchi di Dio, ad amare col cuore di Dio e a valutare le cose coi valori di Dio”.Ricevere la sapienza illuminata dalla fede – ha sottolineato il Successore di Pietro – ci aiuta anche “a riconoscere e respingere le false promesse di felicità” che riempiono il cuore “di oscurità e amarezza”, e ci libera anche dalla tentazione di ripiegarci su noi stessi, rimanendo intrappolati nel falso principio del 'come dico io o arrivederci'. Quando un popolo, una religione o una società diventano un “piccolo mondo” ha avvisato Papa Francesco “perdono il meglio che hanno e precipitano in una mentalità presuntuosa, quella dell’ 'io sono buono, tu sei cattivo' ”. Noi cristiani - ha ricordato il Papa, nella parte finale del suo intervento - “troviamo questa speranza nell’incontro personale con Gesù nella preghiera e nei Sacramenti, e nell’incontro concreto con Lui nei poveri, nei malati, nei sofferenti e negli abbandonati. In Gesù scopriamo la solidarietà di Dio, che costantemente cammina al nostro fianco”. .

AMERICA/ARGENTINA - La Chiesa: il dialogo, unica via per risolvere il conflitto Mapuche

Bariloche – "Nessun tipo di violenza è la soluzione. Avrebbe dovuto essere aperto un tavolo di dialogo prima o durante il conflitto, per evitare questa repressione e questa violenza. Il dialogo deve essere sempre presente": sono le parole del Vescovo di Lomas de Zamora e Presidente della Commissione episcopale per la pastorale sociale, Mons. Jorge Rubén Lugones, SJ, a sostegno del Vescovo di Bariloche, Mons. Juan José Chaparro. Mons. Chaparro ha il ruolo di mediatore al tavolo di dialogo formato per cercare una soluzione pacifica al conflitto tra governo e popolo Mapuche. Questo conflitto, che ha origine nella proprietà territoriale del popolo nativo, ha già causato una vittima, Rafael Nahuel, che ha perso la vita colpito da un proiettile nel corso di un'operazione della Prefettura, il 25 novembre.Secondo le informazioni pervenute all’Agenzia Fides, il Vescovo di Bariloche nei giorni scorsi ha detto che la comunità mapuche "è alla ricerca di un dialogo", ha sottolineato che il conflitto per la terra è un "debito e una urgenza storica" e che "le comunità non sono per la violenza". Ha anche respinto l’affermazione che il gruppo RAM agisca nella zona del conflitto, come denunciato dal governo. "Quello che so, e conosco, è una comunità mapuche, che non è la RAM. E' vero che ci sono stati incidenti, ma non conosco nemmeno i volti di quelli della RAM", ha ribadito il Vescovo.Mons. Chaparro ha sottolineato la necessità che tutti "cedano qualcosa" nel quadro del tavolo di dialogo, che continua oggi, e ha chiesto "di non gettare benzina sul fuoco". I rappresentanti delle organizzazioni sociali, dei diritti umani e dei settori politici dell'opposizione hanno chiesto un dialogo multisettoriale per contribuire alla ricerca di soluzioni ai problemi delle terre dei popoli indigeni e per mettere "fine alla campagna di abusi" verso quelle comunità.Da parte sua il Presidente della Commissione episcopale della Pastorale sociale ha insistito sul fatto che "il dialogo non è in contrasto con l’adempimento della legge", in questo senso è "totalmente in sintonia con quello che sta facendo il nostro fratello Chaparro", riferendosi alle critiche ricevute da Mons. Chaparro per il fatto di sostenere la richiesta dei nativi e promuovere una soluzione conciliante. Infine ha aggiunto: "Siamo qui per servire, e qualche volta riceviamo delle umiliazioni, la Chiesa chiede sempre il consenso e offre spazi fisici e morali per il dialogo".

ASIA/BANGLADESH - Il Papa: il seme di ogni vita cristiana“non è né mio né tuo”,lo pianta e lo fa crescere Dio

Chittagong – Il seme e il germoglio di ogni vita cristiana “non è ne mio né tuo, lo pianta Dio. Ed è Dio che lo fa crescere”. Esso può essere custodito e alimentato non in vierù dei propri sforzi, ma nella preghiera, “chiedendo sempre a chi ha piantato il seme di aiutarmi a irrigarlo e se io mi addormento, che lo irrighi Lui”. Lo ha ricordato Papa Francesco nel suo incontro con sacerdoti, religiosi, suore, seminaristi e novizie del Bangladesh, avvenuto la mattina di sabato 2 dicembre nella cattedrale di Chittagong. L’incontro si è aperto con l’ascolto di alcune testimonianze. Poi è intervenuto Papa Francesco, che ha lasciato da parte il discorso scritto e ha preferito parlare “a braccio”, prendendo spunto dalla lettura di Isaia che sarà proclamata nella messa di martedì prossimo. “In quei giorni” ha ricordato Papa Francesco citando il Profeta “ sorgerà un piccolo germoglio nella casa di Israele… Isaia descrive lì la grandezza e la piccolezza della vita del servizio a Dio, e questo riguarda voi, perché siete uomini e donne di fede che servite Dio”. “Germoglia” ha proseguito Papa Bergoglio “quello che sta dentro nella terra. Questo è il seme, che non né mio né tuo, lo pianta Dio. Ed è Dio che la fa crescere. Io sono il germoglio, ciascuno di noi può dire: sì, ma non per merito tuo, ma dal seme che viene fatto crescere. E io devo innaffiarlo perché cresca e arrivi alla pienezza. Questo dovete dare come testimonianza”.Anche la sollecitudine per custodire e far crescere il germoglio di ogni vocazione cristiana – ha continuato Papa Francesco – Non va affidata primariamente al nostro sforzo di coerenza, ma al lavoro della grazia: “Bisogna custodire la vocazione” ha suggerito il Vescovo di Roma “come si custodisce un bambino, un malato, un anziano. La vocazione si custodisce con tenerezza umana. Se nelle nostre comunità e nei nostri presbiteri manca questa dimensione di tenerezza umana, il germoglio che era piccolo non cresce e forse si secca”. Il rischio di veder avvizzire la propria vocazione – ha aggiunto il Papa - si può superare “solo quando uno ha il cuore che prega. Custodire è pregare! Chiedere a chi ha piantato il seme di aiutarmi a irrigarlo e se io mi addormento, che lo irrighi Lui. Pregare” ha aggiunto Papa Bergoglio, “è chiedere al Signore che ci custodisca e che ci dia la tenerezza che noi dobbiamo dare agli altri”. Tra le dinamiche che mettono a repentaglio la crescita di ogni vocazione cristiana Papa Francesco ha indicato ancora una volta la “zizzania” che può attecchire anche nelle Conferenze episcopali, nelle comunità religiose e nei seminari, dove le passioni umane, i difetti, le limitazioni minacciano la pace della vita comunitaria. Il Successore di Pietro, riferendosi anche alla Lettera di San Giacomo, ha ricordato che fin dall'inizio del cristianesimo tra i nemici dell'armonia in seno alla comunità cristiana figura “lo spirito delle chiacchiere” e la maldicenza tra fratelli e sorelle. Poi ha concluso il suo intervento confessando di trovare conforto e consolazione quando gli capita di incontrare e guardare negli occhi preti, vescovi o suore che hanno vissuto con pienezza il proprio cammino di fede e la loro opera apostolica: “gli occhi” ha raccontato Papa Francesco “sono indescrivibili, pieni di allegria e di pace. Quelli che non hanno vissuto così la vita, mancano di questa brillantezza degli occhi. Si vede soprattutto di più nelle donne: cercate quelle monache vecchie che hanno passato tutta la vita servendo con gioia e pace. Hanno gli occhi brillanti, perché hanno la sapienza dello Spirito Santo. Il piccolo germoglio in questi vecchi si è fatto pienezza dei sette doni dello Spirito Santo. Vi auguro che i vostri occhi brillino della luce dello Spirito Santo”. .

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