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ASIA/TERRASANTA - I francescani da 800 anni in Medio Oriente

Gerusalemme – “Come francescani, leggiamo questi otto secoli come una manifestazione della Provvidenza, della fedeltà e della bontà di Dio nei nostri confronti, perché ha scelto uno strumento ecclesiale semplice e povero, variopinto e talvolta anche un po’ disordinato quale siamo noi, per portare avanti qui, non la nostra, ma la Sua storia, che è sempre storia di salvezza”: è quanto dichiara in un comunicato inviato a Fides, il Custode di Terra Santa, Fr. Francesco Patton, annunciando che i frati francescani della Terra Santa celebrano gli 800 anni di presenza in Medio Oriente con tre giorni di conferenze e incontri nella città vecchia di Gerusalemme. Sarà il Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori, Fr. Michael Perry, ad aprire le celebrazioni dell’anniversario con una Santa Messa che si celebra il 16 ottobre nella chiesa di San Salvatore. Il giorno successivo il Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, il Cardinal Leonardo Sandri parlerà in una conferenza pubblica sul tema: “Il ruolo dei francescani in Terra Santa”, mentre il 18 ottobre si riflette sul significato degli affreschi della Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi. Una copia degli stessi affreschi è in esposizione da maggio all’ingresso della Curia della Custodia di Terra Santa . Le celebrazioni per gli 800 anni di presenza francescana sono iniziate a giugno scorso, quando i frati si sono recati in uno speciale pellegrinaggio commemorativo ad Acri, luogo del primo sbarco nel 1217. L'obiettivo della Custodia di Terra Santa è realizzare una serie di iniziative anche nei prossimi due anni, per arrivare a commemorare l'incontro che il padre fondatore dell'Ordine, San Francesco, ebbe nel 1219 con il sultano Malek-El-Kamel a Damietta in Egitto. I primi frati francescani sbarcarono ad Acri nel 1217, guidati da Frate Elia da Cortona. Da allora il saio francescano è presente in Terra Santa: i frati sono dediti alla custodia dei luoghi della cristianità e al sostegno della popolazione locale.

ASIA/IRAQ - Kurdistan in difficoltà: dopo il voto per l'indipendenza, la gente fugge

Kirkuk - “La situazione è in continua evoluzione. Bagdad sta mettendo in pratica ciò che il Parlamento iracheno, già nelle prime ore dopo il Referendum del 'indipendenza del 25 settembre, aveva stabilito: tolti gli stipendi a tutti i dipendenti pubblici che hanno partecipato al voto; fermati tutti i lavori di tutte le imprese e società che lavorano nell'area; destituzione del Presidente della Repubblica del Kurdistan ed insediamento di Al Maliki al suo posto; chiusura dei confini tra l'Iraq e il Kurdistan; invio delle forze militari nell'area contesa. D'altro canto sia la Turchia che l'Iran non vedono di buon occhio la proclamazione dell'indipendenza del Kurdistan, poiché temono recrudescenze indipendentiste dei curdi presenti sul loro territorio": è quanto racconta Mustafa Jabbar coordinatore per il Kurdistan della rete di cooperazione Focsiv , in un nota inviata all'Agenzia Fides. "I veri problemi - rileva Jabbar - sono altri: sono il petrolio, il gas naturale, il commercio dei prodotti e la presenza militare. Si prospetta la possibilità che si ponga l'embargo economico, se il Kurdistan non rinuncerà all'indipendenza, come quello perpetrato da Saddam negli anni '90. Se ciò avvenisse, la popolazione locale, già stremata da tre anni di guerra fratricida, morirebbe di fame. I curdi chiedono di aprire un tavolo per il dialogo con Bagdad, ma per il momento gli iracheni non sono disposti a parlare con le autorità curde". Intanto la rete Focsiv ha distribuito 350 pacchi di generi alimentari ai nuovi sfollati di Hawija, fuggiti a causa l'offensiva dell'esercito iracheno per la riconquista della cittadina. Come appreso da Fides, la gente è arrivata nella cittadina di Dibs, circa 30 km a ovest di Kirkuk. "Abbiamo chiuso quasi tutte le nostre attività ad Erbil. Gli sfollati, ospiti dei campi in questa città, stanno ritornando nelle loro case, nella Piana di Ninive, a Qaraqosh, Bartella, Caramles, Basciqa, ecc. Il timore è che tra poco siano impossibili gli spostamenti. Stiamo sostenendo questo rientro anche con progetti di ritorno alla normalità, per aiutare la popolazione a riprendere un lavoro e riavere una casa”.Da tre anni la rete Focsiv opera a fianco agli sfollati nei campi profughi di Erbil, nel villaggio di Dibaga ed a Kirkuk. Il lavoro dei volontari si rivolge, dopo aver provveduto alle prime necessità nell'emergenza, soprattutto ai bambini: si allestisce un asilo per i più piccoli, in modo che le madri potessero lavorare o frequentare dei corsi di cucito; si avviano attività sportive per i ragazzi più grandi in modo che siano occupati anche nel dopo scuola e possano avere una vita il più possibile adatta all'adolescenza. Focsiv si occupa, soprattutto, dei più vulnerabili delle donne con neonati, alle quali spesso viene fornito latte in polvere. Un'attenzione particolare, spiega la nota pervenuta a Fides, si riserva ai disabili, con cure specifiche e medicinali. A questo si aggiunge la distribuzione di cibo, suppellettili e indumenti, soprattutto quelli invernali, dato che l'inverno in questa area è molto rigido e lungo. Infine si organizzano corsi di formazione e di lingua inglese e curda. L'intervento di Focsiv è parte della campagna “Humanity. Esseri umani con gli esseri umani" " per il Medio Oriente si fa portatrice del messaggio di pace lanciato da Papa Francesco a luglio 2016 in occasione della campagna di Caritas Internationalis “Syria: Peace is possible”. Con altre organizzazioni della società civile presenti nell'area mediorientale, Focsiv promuove attivamente la risoluzione del conflitto armato, per instaurare un dialogo inclusivo, basato sul rispetto della dignità umana e per sostenere i paesi e le persone colpite dal dramma della guerra, soprattutto i profughi.

OCEANIA/AUSTRALIA - I Vescovi: urge sviluppare un'economia inclusiva e sostenibile

Sydney – Si intitola “Un affare di tutti: sviluppare un'economia inclusiva e sostenibile” il nuovo rapporto della Commissione “Giustizia e pace” dei Vescovi cattolici australiani che costituisce il leit-motiv della riflessione per l'anno 2017-18. Partendo da un passo del Vangelo di Matteo , i Vescovi si dicono preoccupati per la crescente disuguaglianza e soprattutto per la situazione dei più vulnerabili. Il testo chiede il ritorno a una maggiore “inclusività”e auspica “un nuovo approccio”, capace di costruire un sistema economico che porti beneficio e benessere a tutti, non solo alle élite ricche. I Vescovi indicano alcuni criteri fondamentali per far sì che il sistema economico sia maggiormente inclusivo: si parte dal considerare le persone e la natura non solo “semplici strumenti di produzione”, passando all’urgenza di prendere coscienza che “la crescita economica da sola non può garantire uno sviluppo globale e sostenibile”. Nel cuore delle dinamiche economiche, si rileva, deve albergare “il principio dell’equità sociale”, mentre “le imprese devono beneficiare di tutta la società, non solo gli azionisti”. Inoltre bisogna prendere a cuore, nel processo delle decisioni politiche, fenomeni come “l’esclusione e la vulnerabilità”. In tutto questo, non manca il riferimento alla natura, tramite l’urgenza di sensibilizzare e accrescere la consapevolezza sulla necessità di pratiche ecnomiche e produttive sostenibili.Carol Mitchell, responsabile dell’Ufficio "Giustizia, ecologia e sviluppo" nell’ACSJC, che ha contribuito a elaborare il rapporto, ha dichiarato: “Questa riflessione giunge in un momento critico in cui l'Australia, dopo aver sperimentato una crescita economica ininterrotta da più di 25 anni, si accorge che quasi tre milioni di australiani, tra i quali 730.000 bambini, vivono in povertà. Come persone di fede, siamo persone di speranza e siamo anche chiamati ad essere persone di azione”.“Il razionalismo economico che abbiamo seguito negli ultimi 40 anni ha eroso questi ideali e ha creato un'economia altamente individualizzata che favorisce quanti hanno disponibilità di risorse e di influenza politica. Il neoliberismo ha promosso una profonda disuguaglianza. Dovrebbero essere prese in considerazione misure come l'estensione delle pensioni per sostenere le vedove e i disoccupati, nonché lo sviluppo di misure fiscali secondo il criterio progressivo”, nota un commento di "Social Policy Connection", forum dei Redentoristi australiani, ricordando gli allarmanti fenomeni sociali come occupazione poco retribuita e insicura, e un numero sempre maggiore di senzatetto e di aborigeni sulla soglia della povertà. Il testo dei Vescovi sfida tutti gli australiani, a partire dai leader politici fino a tutti i cittadini, a ritrovare quella “sensibilità egalitaria” che ispiri politiche di giustizia sociale e permetta di superare l’esclusione sociale. Il testo, lanciato e diffuso nell’ultima domenica di settembre è stato dato da leggere e studiare a tutte le diocesi e comunità, per avviare un percorso di confronto e dibattito che si spera si riveli fecondo di proposte e progetti.

AFRICA/NIGER - Agguato ai militari americani: “La presenza di soldati stranieri rischia di destabilizzare l’area” dice un missionario

Niamey - “Non è un mistero che gli americani sono presenti da tempo in Niger non solo con i droni, ma anche con militari, così come i francesi e forse presto anche gli italiani” dice all’Agenzia Fides p. Mauro Armanino, missionario della Società delle Missioni Africane , che opera in Niger, commentando l’agguato nel quale sono morti 4 militari dei cosiddetti Berretti Verdi, le forze speciali dell’esercito americano. L’imboscata nella quale hanno perso la vita anche 5 soldati del Niger, è avvenuta il 5 ottobre, quando una pattuglia mista statunitense-nigerina si stava recando a incontrare alcuni capi villaggio nel sud-ovest del Niger, al confine con il Mali. L’assalto è stato commesso da almeno 50 uomini pesantemente armati giunti su pick-up e motociclette. Nessun gruppo ha rivendicato l’azione ma nell’area è nota la presenza di Al Qaida nel Maghreb Islamico.“È in atto una strategia di contenimento dei flussi migratori con mezzi militari, sia appunto con le truppe europee e americane, sia con quelle africane dei cosiddetti G5, dai quali hanno stranamente escluso il Senegal, che comunque fa parte della realtà saheliana. Il motivo non si sa. Alcuni dicono che è una questione di ripartizione delle risorse messe a disposizione dall’occidente: più Paesi ci sono meno soldi ricevono i singoli Stati” dice p. Armanino. Il G5, fortemente sponsorizzato dalla Francia prevede la creazione di una forza di sicurezza pan-saheliana composta da militari di Mali, Mauritania, Ciad, Burkina Faso e Niger. “Apparentemente gli Stati Uniti sono riluttanti a finanziare il G5, e ogni volta che ci sono delle discussioni su questo progetto si verificano degli attacchi, come questo in Niger e quelli precedenti in Mali, a Gao e a Bamako, che possono aiutare a convincere sull’importanza di mettere in piedi questa forza militare panafricana” afferma il missionario.P. Armanino non nega che in Niger vi siano aree instabili per la presenza di gruppi armati. “Ci sono già stati vari attacchi in un’area che si trova a circa 120 km da Niamey, anche se non della stessa intensità di quello dove hanno perso la vita i militari americani. Da tempo quell’area, al confine con il Mali, è piuttosto instabile. L’altra area di forte instabilità si trova nei pressi del lago Ciad, dove continuano le incursioni del gruppo nigeriano di Boko Haram” dice. Ma secondo il missionario la risposta militare rischia di creare nuove fonti d’instabilità “Al confine con la Libia si stanno armando i Tubou per cercare di contenere il traffico di esseri umani” dice. “In questo modo aumentano i rischi di destabilizzazione di quella zona dove vivono anche i Tuareg che non hanno un buon rapporto con i Tubou, soprattutto quando vi sono di mezzo motivi di interesse come il controllo dei traffici leciti o illeciti. Occorrono politiche di altro tipo” conclude.

ASIA/INDIA - Nomina del Rettore del Seminario interdiocesano “Oriens Theological College” di Shillong

Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 9 agosto 2017, ha nominato Rettore del Seminario interdiocesano denominato “Oriens Theological College” nella diocesi di Shillong, in India, il rev. Kuriakose Poovathumkudy, del clero diocesano di Dibrugarh .Il nuovo Rettore è nato il 10 marzo 1952 ed è stato ordinato sacerdote il 17 aprile 1982. Ha conseguito il dottorato in Missiologia presso la Pontificia Università Urbaniana e il diploma in Integrative Counselling . Ha svolto ministero pastorale in tre parrocchie della diocesi di Dibrugarh come viceparroco e parroco . Dal 1994 è stato segretario, prefetto, decano degli studi, direttore spirituale, animatore della liturgia presso l’ “Oriens Theological College”.

ASIA/INDONESIA - Contribuire alla convivenza: l’Arcivescovo di Giacarta incontra il leader del Parlamento

Giacarta - Contribuire alla convivenza sociale e religiosa e impegnarsi insieme – la politica e le varie comunità religiose – per la fratellanza tra le diverse anime e componenti della pluralistica società indonesiana: questo il tema del recente incontro tra l'Arcivescovo di Giacarta, Ignazio Suharyo, e Zulkifli Hasan, Presidente della Assemblea Consultiva del Popolo, camera del Parlamento che, nel sistema politico indonesiano, ha il potere legislativo.Come appreso da Fides, Zulkifli Hasan ha detto: “Oltre ogni differenza, la nostra bandiera indonesiana, con i suoi colori rosso e bianco, rimane la stessa: l'Arcivescovo Suharyo e io abbiamo concordato nel desiderio e nel compito di ricucire il nostro drappo rosso e bianco che attualmente rischia di essere strappato a causa del reciproco sospetto e pregiudizio”. Le fisiologiche differenze presenti nella società indonesiana possono essere risolte, ha aggiunto, “nella originale modalità indonesiana, fatta di ospitalità, incontro e dialogo”.L'Arcivescovo Suharyo ha ringraziato Zulkifli Hasan e ha concordato sul fatto che l'unione tra le diverse componenti della nazione è importante e resta cruciale per il progresso e lo sviluppo del paese: “Dobbiamo mantenere la nostra comunione. L'esercito e la polizia indonesiana devono anche lavorare in solidarietà per la nostra bandiera Rossa e bianca, così come tutte le altre componenti sociali”, ha dichiarato l’Arcivescovo, ribadendo “l'impegno per l'uguaglianza e la prosperità per tutti”.Il sacerdote cattolico p. Benny Susetyo, consigliere speciale del Comitato presidenziale per lo sviluppo della Pancasila, ha riferito a Fides che “l' incontro è stato importante per ribadire il lavoro comune per la fratellanza e la convivenza. Il Presidente dell'assemblea ha il compito precipuo di tenere i contatti con tutti i ‘figli della nazione’, cioè con tutte le comunità e le parti della società: questo fa parte dell'attuazione della Pancasila”. “Non ci sono dunque altre interpretazioni valide di questo incontro” ha rimarcato a Fides il sacerdote, allontanando ogni altra speculazione. La Chiesa cattolica in Indonesia si è sempre distinta per la tutela del Pancasila, soprattutto oggi, in una fase in cui la sfida del radicalismo islamico cerca di mettere in subbuglio e polarizzare la società. Di recente alcuni gruppi radicali islamici hanno tentato di screditare i cristiani indonesiani affermando che, data la dottrina sulla Trinità, questi non rispettano il primo dei cinque principi della Pancasila e sarebbero invece dei “politeisti”. L'accusa è stata respinta sdegnosamente come "falsa e strumentale" dai leader cristiani indonesiani. Circa l’87% dei 258 milioni di cittadini indonesiani si identificano come musulmani . I cristiani protestanti sono circa il 7%, i cattolici sono circa il 3%, gli indù meno del 2%.

AMERICA/BOLIVIA - Aiutare i giovani nel percorso di istruzione: l'impegno dei Salesiani nella missione di Kami

Kami – “Sono partito per la missione di Kami, sulle montagne della Bolivia, il 2 gennaio 1985, per dare una mano e offrire il mio sostegno in quest’area così lontana e complicata a causa dell’altitudine ” racconta a Fides padre Serafino Chiesa, dei Salesiani di don Bosco. “Non ero preparato per partire come missionario, ma ho accettato la proposta dei superiori di aprire una piccola finestra sul mondo, una missione tra i poveri. La mia vita è sempre stata orientata ad aiutare i giovani 'a rischio': ho investito molto proprio sui giovani, e ora, a Kami, raccolgo i miei frutti perché abbiamo fatto passi da gigante nell’educazione e nella solidarietà, e i giovani stessi sono coinvolti nel miglioramento del loro futuro. A volte le difficoltà da superare per raggiungere gli obiettivi sono tante, ma questo non ferma il nostro lavoro” continua il missionario. La missione Salesiana di Kami copre un’area geografica molto vasta, di 910 kmq, nel dipartimento di Cochabamba in Bolivia. A Kami, e nel centinaio di comunità contadine che la circondano, vivono circa 20mila persone appartenenti alle etnie Quechua, discendenti degli antichi Incas, e Aymara, di origine pre-incaica. La popolazione si divide in due gruppi ben distinti: i mineros e i campesinos. I primi si sono trasferiti a Kami dalle campagne, per lavorare all’estrazione di tungsteno e stagno. I campesinos che vivono invece in piccole, poverissime, comunità isolate, sparse su un vasto territorio, coltivano patate, orzo, avena e legumi, con sistemi ancora primitivi, e allevano pecore e lama. A differenza dei mineros, che hanno ormai assorbito aspetti della cultura occidentale, i campesinos sono maggiormente legati alle tradizioni andine e conservano ancora una forte identità culturale. In questa difficile realtà, nel 1977, arriva un piccolo gruppo di missionari salesiani che, nel corso di 40 anni, insieme a persone del posto, con l’aiuto di tantissimi volontari hanno avviato e consolidato vari progetti. L’obiettivo dei progetti non è solo migliorare le condizioni di vita della popolazione locale, ma soprattutto renderla in grado di proseguire autonomamente il proprio sviluppo. “Fin dall’inizio abbiamo puntato sulla sanità e sull’educazione – continua padre Serafino -, due dimensioni fondamentali per lo sviluppo e, dopo essere riusciti ad organizzare meglio l’assistenza sanitaria anche con l’aiuto di una ong italiana di nome COOPI, abbiamo rafforzato le scuole della zona, facendo in modo che la percentuale altissima di abbandono scolastico diminuisse e così la lotta all’analfabetismo ci ha dato una popolazione più preparata per ulteriori passi verso un futuro un po’ meno oscuro. Ad oggi il tema educativo ha dato una svolta perché ci siamo preparati laboratori e personale per fare educazione tecnica per rispondere alla necessità di preparare tecnici capaci di lavorare con maggior professionalità.” “Sul versante dello sviluppo sostenibile, da quasi 18 anni stiamo lavorando a un progetto idroelettrico che, con la vendita della corrente generata dalle turbine idroelettriche, possa finanziare le molteplici attività di sviluppo della missione. Ad oggi con l’aiuto di moltissimi volontari Italiani, per la maggior parte pensionati, siamo riusciti a mettere in funzione la produzione di 2 megawatt e stiamo lavorando a un nuovo salto idroelettrico, che ci porterebbe a generare altri 4 megawatt: questi sarebbero la nostra speranza di autonomia e anche di recupero di dignità, nel senso che i lavoratori sono orgogliosi di essere loro stessi a portare avanti le opere di costruzione e di gestione”.

AMERICA/R.DOMINICANA - “La giustizia torni a seguire un buon cammino”: Mons. Peña Rodríguez denuncia la corruzione nel sistema giudiziario

Santo Domingo – Il Presidente della Conferenza Episcopale Domenicana ha definito “fragile” il sistema della giustizia dominicana, in quanto i responsabili dell'applicazione dei codici e delle leggi stanno facendo un lavoro che lascia molto a desiderare. Nella nota inviata a Fides, Mons. Gregorio Nicanor Peña Rodríguez, Vescovo della diocesi di Nuestra Señora de la Altagracia en Higüey e Presidente della CED, afferma molto duramente che "le persone che hanno la responsabilità di applicare le leggi non capiscono ciò che significa questo servizio, quindi sfruttano solo i vantaggi e prendono denaro". "Ecco perché è necessario che la giustizia torni a seguire un buon cammino, perché la giustizia dominicana è buona e i codici sono buoni, ma i responsabili dell'applicazione non stanno facendo il loro lavoro".Il Vescovo ha parlato in questi termini durante un breve colloquio con la stampa, interpellato sul caso "Quirinito", vale a dire la strana scomparsa di un prigioniero condannato a 30 anni di carcere, Pedro Alejandro Castillo Paniagua , per traffico di droga, e adesso sparito nel nulla. Mons. Peña Rodríguez ha chiesto al Procuratore generale della Repubblica "di portare il caso fino alla fine, con tutte le conseguenze, e di applicare la legge verso tutti coloro che sono coinvolti, in quanto non si devono più avere vacche sacre né favoritismi, tutti devono pagare le conseguenze, non importa chi siano".I giornalisti hanno incontrato il Vescovo nell’ambito del XXXV Incontro Pastorale Nazionale, tenutosi presso la Scuola di Evangelizzazione Giovanni Paolo II, a Santo Domingo, dove i Vescovi e i rappresentanti di tutte le diocesi del paese si sono incontrati per tre giorni, per pianificare le azioni pastorali dell’anno 2018.

ASIA/INDIA - Le “piccole comunità”, cuore della missione della Chiesa in Kerala

Cochin – Sono le "piccole comunità di base", al cuore della missione della Chiesa oggi e sono “il nuovo modo di essere Chiesa”: lo afferma la Chiesa latina del Kerala che, tramite il Consiglio dei vescovi latini del Kerala, ha organizzato dal 6 all’8 ottobre il Congresso missionario che vede riuniti al Santuario nazionale di Nostra Signora a Vallarpadam, nell’arcidiocesi di Verapoly, oltre 4.000 preti, religiosi, laici da tutta la regione. La messa conclusiva del Congresso è presieduta dall’Arcivescovo Protase Rugambwa, Segretario aggiunto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli.Come riferito a Fides, il Congresso è il punto culminante di un percorso triennale, avviato dalla Chiesa locale: questa “desidera che le piccole comunità di base siano pienamente integrate nella pastorale educativa, sociale, familiare, giovanile e dei laici”. La Chiesa cattolica latina di Kerala ha attualmente 1.438 parrocchie e circa 13.650 piccole comunità di base. Durante il Congresso o delegati si interrogano sulla missionarietà nel contesto della società indiana e, al termine dell’assemblea, sarà pubblicato il “piano pastorale decennale” della Chiesa latina di Kerala.Le “comunità ecclesiali di base”, emergono storicamente in Sud America come risposta alle esigenze pastorali delle chiese locali, legata al “decentramento” della parrocchia, per favorire una più profonda comunione e testimonianza all'interno del contesto del popolo di Dio. Nella Chiesa indiana le prime esperienze sono nate alla fine degli anni '70 e si sono diffuse in modo graduale, come forma di comunità che riusciva a coinvolgere soprattutto poveri, emarginati, deboli, fedeli sparsi nelle aree periferiche o nei villaggi rurali. Nella Chiesa latina, in Kerala la diocesi di Trivandrum ha iniziato a promuovere le comunità negli anni '80 e si sono poi diffuse a Kollam, Neyyatinkara, Alleppy e in diverse altre diocesi. Oggi, seguendo il modello di Trivandrum, molte diocesi organizzano attività pastorali con il sostegno delle piccole comunità di base, grazie a un sostanzioso apporto pastorale dei laici.

EUROPA/ITALIA - “Mission is possibile”: nasce il Festival della missione

Brescia - Sarà il Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione vaticana per l'Evangelizzazione dei Popoli, a presiedere, il 13 ottobre prossimo, la solenne Messa di apertura del “Festival della Missione”, che si terrà a Brescia, dal 12 al 15 ottobre. La manifestazione, che ha l’evocativo titolo “Mission is possible”, è promossa da tre soggetti: la Conferenza degli Istituti Missionari Italiani ; Fondazione "Missio" ; la diocesi di Brescia, in particolare attraverso il Centro missionario diocesano.La kermesse vedrà la partecipazione di oltre 80 ospiti, italiani e internazionali, più di 30 eventi, dozzina di tavole rotonde, spettacoli, veglie di preghiera in 20 diversi luoghi di Brescia e provincia, 23 mostre diffuse sul territorio. "Quello missionario è un mondo che spesso fatica a fare sinergia al proprio interno e a raccontarsi efficacemente all'esterno. Da qui l'idea di un Festival, un evento poliedrico ma unitario, capace di comunicare valori senza tempo con linguaggi e format nuovi", recita il comunicato pervenuto a Fides, che annuncia il programma del Festival.Accanto alle tavole rotonde tradizionali troveranno spazio format meno tradizionali, come un evento serale che unirà riflessione e spettacolo, preghiera e arte. Tra le voci presenti, il cardinale filippino Luis Antonio Tagle, Arcivescovo di Manila, la suora ugandese Rosemary Nyirumbe , il messicano Alejandro Solalinde, candidato al Nobel per la Pace.Previsto tra i vari eventi, il concerto dei The Sun, una delle christian rock band più amate dai giovani e la “Notte bianca della missione”. Per l'intera durata del Festival, sarà attivo lo "Youth Village", con proposte ad hoc per i giovani, mentre in una chiesa del centro di Brescia si terrà l’adorazione eucaristica permanente, a indicare il primato di Dio che rende possibile la missione contro tutte le difficoltà. La preghiera e l’attenzione ai momenti spirituali rappresentano un tratto peculiare dell’evento promosso dai missionari.Fanno da cornice 23 mostre permanenti che mirano a informare su temi dimenticati dai media, rievocare figure cruciali nella storia della missione, raccontare chi sono i missionari e perché decidono di “lasciare tutto” per il Vangelo.Il Festival coinvolgerà anche le “periferie”: il carcere, l’ospedale, il mondo dei migranti. Coerentemente con i propri principi ispiratori, il Festival intende lasciare un segno tangibile di solidarietà: i tre enti promotori hanno infatti selezionato altrettanti progetti promossi da missionari nel mondo, a cui verranno devolute le offerte raccolte nel corso dell’evento.

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Kenya: la Chiesa cattolica tiene il paese unito

In una fase di crescenti tensioni politiche in Kenya, la Chiesa cattolica è una voce che contribuisce a disinnescare i rischi di polarizzazioni sociali e politiche e si sforza di mantenere il paese unito. “Oltre alle lettere pastorali che abbiamo scritto come Vescovi cattolici, stiamo cercando di coinvolgere i diversi partiti per porre fine all’impasse politica”, afferma Mons. Philip Anyolo, Vescovo di Homabay e Presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici del Kenya , in un'intervista esclusiva all’Agenzia Fides. “Con questo approccio devo dire che è la Chiesa che sta mantenendo il Paese unito, fornendo una voce diversa da quella dei politici", sottolinea. E annuncia per il 7 ottobre un incontro di preghiera per il futuro del paese che si tiene al Santuario mariano nazionale di Subukia, cui sono invitati tutti i principali partiti e attori politici della nazione Link correlati :Continua a leggere la News analysis su Omnis Terra

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Kenya: la Chiesa cattolica mantiene il paese unito

In una fase di crescenti tensioni politiche in Kenya, la Chiesa cattolica è una voce che contribuisce a disinnescare i rischi di polarizzazioni sociali e politiche e si sforza di mantenere il paese unito. “Oltre alle lettere pastorali che abbiamo scritto come Vescovi cattolici, stiamo cercando di coinvolgere i diversi partiti per porre fine all’impasse politica”, afferma Mons. Philip Anyolo, Vescovo di Homabay e Presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici del Kenya , in un'intervista esclusiva all’Agenzia Fides. “Con questo approccio devo dire che è la Chiesa che sta mantenendo il Paese unito, fornendo una voce diversa da quella dei politici", sottolinea. E annuncia per il 7 ottobre un incontro di preghiera per il futuro del paese che si tiene al Santuario mariano nazionale di Subukia, cui sono invitati tutti i principali partiti e attori politici della nazione Link correlati :Continua a leggere la News analysis su Omnis Terra

AMERICA/VENEZUELA - I Vescovi invitano al voto e indicono una Giornata di preghiera il 13 ottobre

Caracas – “La crisi che sta attraversando il paese è ancora lì, lontana dall’essere superata. In questo scenario sono state indette le elezioni per i governatori degli Stati. Si tratta di un processo elettorale di rango costituzionale che era stato rinviato arbitrariamente dalle attuali autorità del Consiglio elettorale nazionale, in quanto le elezioni avrebbero dovuto tenersi più di un anno fa. Di fronte alla situazione così tormentata nel paese, queste elezioni sono una luce sulla strada per coloro che non solo credono e difendono la democrazia come forma di governo, ma anche come vero cammino verso lo sviluppo integrale, oggi tanto necessario per il nostro popolo”. Inizia così la dichiarazione della Conferenza Episcopale del Venezuela pubblicata ieri, 6 ottobre e inviata all’Agenzia Fides.Intervenendo sulla crisi nazionale, l’episcopato venezuelano rileva: "È necessario tenere presente l'importanza di questo atto elettorale. La richiesta di queste elezioni è un diritto e un desiderio della grande maggioranza dei venezuelani. Dinanzi il progetto totalitario che l'Assemblea Nazionale Costituente intende imporre, ma non accettato dalla grande maggioranza dei cittadini venezuelani, le elezioni dei governatori dimostrano che ci sono ancora motivi di speranza. Rispondono all'urgenza di continuare a esigere che non venga imposto alcun modello che viola la dignità della persona umana, che viola i diritti dei cittadini, la stabilità politica e la pace sociale per tutti i venezuelani”."In questo senso e, a partire dal nostro ministero come Pastori del popolo di Dio in Venezuela, invitiamo tutti i cittadini a andare massicciamente nei centri elettorali in tutto il paese ed esprimere il proprio voto liberamente e senza condizioni della propria volontà, confermando la vocazione democratica. Il 15 ottobre, i venezuelani con diritto di voto, hanno un dovere nei confronti del paese, delle regioni e delle generazioni future. Non dobbiamo tirarci in dietro per diffidenza e scoraggiamento. Non partecipare al voto è condannare noi stessi e condannare le generazioni future a vivere nella mancanza di quanto è più elementare per una vita dignitosa e serena, come il cibo, i medicinali e la sicurezza personale e legale", si legge nel comunicato inviato a Fides.I Vescovi, poi, invitano i cittadini a non vendere la propria coscienza per qualche regalo o falsa promessa, e ai vincitori delle elezioni dicono: "Coloro che saranno eletti non dovranno agire come ‘ufficiali’ o ‘oppositori’, ma come servitori delle persone che devono governare, come leader che hanno l'impegno e la responsabilità di fare un governo nelle regioni con e per il popolo”.A conclusione del testo, si invitano tutti i parroci delle comunità ecclesiali ad indire una Giornata di Preghiera per il Venezuela il 13 ottobre, perchè l'esito delle prossime elezioni sia pacifico e orientato al bene comune. “Il Venezuela, con la benedizione della Madonna di Coromoto, deve diventare una nazione dove regni la giustizia, la libertà, la solidarietà e la fraternità”, conclude il testo firmato da tutte le autorità della Conferenza Episcopale. La situazione politica in Venezuela continua ad attraversare una crisi molto profonda. I Ministri degli esteri di 12 paesi americani, riuniti a Lima a metà agosto 2017, avevano giudicato come “molto positive” le nuove relazioni del governo venezuelano con l'opposizione, ma ritenevano che si dovrebbero sviluppare con il sostegno internazionale, in “buona fede”, con “obiettivi chiari” e “tempi determinati” . Il 5 ottobre scorso, in un comunicato, i governi di Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Messico, Panama, Paraguay e Perù hanno auspicato che le elezioni regionali che si terranno il 15 ottobre in Venezuela per eleggere governatori, si svolgano nel pieno rispetto della Costituzione e della legge che regola i processi elettorali nel paese.

AFRICA/LIBIA - Autorità libiche confermano: ritrovati i corpi dei 21 martiri copti

Sirte – La Procura generale libica, nella serata di di venerdì 6 ottobre, ha ufficialmente confermato il ritrovamento dei corpi dei 21 cristiani copti egiziani decapitati nel 2015 da jihadisti legati allo Stato Islamico in una zona costiera presso la città di Sirte. Secondo quanto riferito dai canali di comunicazione della procura egiziana, i corpi sono stati ritrovati in un'area costiera alla periferia della città, con le mani legate dietro al schiena e vestiti con le stesse tute color arancione che indossavano nel macabro video filmato dai carnefici al momento della loro decapitazione. Anche le teste dei decapitati sono state ritrovate accanto ai corpi, e sono in corso le procedure per identificare le single vittime della strage della strage attraverso l'analisi del loro DNA. Alla fine di settembre il Procuratore generale libico al Sadiq al Sour aveva annunciato l'individuazione del sito in cui erano stati sepolti i resti mortaldei 21 cristiani copti sgozzati da jihadisti del sedicente Stato Islamico . L'identificazione del luogo di sepoltura dei corpi delle vittime era stata collegata dallo stesso Procuratore all'arresto di un uomo accusato di aver preso parte a quella strage, rivendicata dai jihadisti con la diffusione in rete di un macabro video che che ritraeva le fasi della decapitazione collettiva. Il Procuratore al-Sadiq al-Sour aveva anche dato notizia dell'identificazione dell'operatore che aveva filmato le scene della strage confluite nel video. La notizia del possibile ritrovamento dei corpi dei 21 copti era subito rimbalzata in Egitto, suscitando grande emozione soprattutto nelle comunità copte della regione di Minya, da dove provenivano gran parte delle vittime della strage. Ma negli ultimi giorni , i familiari dei 21 copti sgozzati in Libia avevano rivolto al ministero degli esteri egiziano la richiesta urgente di avere conferma del ritrovamento dei resti mortali dei propri cari. Nel messaggio, ripreso dall'Agenzia Fides, le famiglie confermavano che la notizia del possibile ritrovamento dei corpi aveva suscitato in loro la speranza e la preghiera che i resti mortali dei martiri potessero presto “tornare in Egitto, alla loro Chiesa, e diventare una benedizione per tutto il Paese”. Ma lamentavano anche che nel passare dei giorni non fosse stata fornito dalle autorità libiche e da quelle egiziane nessun indizio certo del ritrovamento annunciato, mentre sui media dei due Paesi erano iniziate a circolare una girandola di supposizioni e indiscrezioni contraddittorie, comprese alcune che di fatto smentivano il precedente annuncio del Procuratore libicoIl video della decapitazione dei 21 copti egiziani fu diffuso sui website jihadisti nel febbraio 2015. Una settimana dopo la diffusione del filmato, nel quale si vedevano anche i cristiani copti sussurrare il nome di Cristo mentre venivano sgozzati, il Patriarca copto ortodosso Tawadros II decise di iscrivere le 21 vittime della strage nel Synaxarium, il libro dei martiri della Chiesa copta, stabilendo che la loro memoria fosse celebrata il 15 febbraio. .

AFRICA/EGITTO - Le famiglie dei “Martiri di Libia” chiedono al governo conferme sull'annunciato ritrovamento dei corpi dei loro congiunti

Minya – I familiari dei 21 copti sgozzati in Libia nel 2015 dai jihadisti affiliati al sedicente Stato Islamico . Nel messaggio, rilanciato dai media locali, i familiari delle vittime della strage esprimono il timore che qualcuno possa giocare con i sentimenti più intimi delle persone con il solo intento di lanciare annunci ad effetto e attirare l'attenzione mediatica, mortificando il desiderio dei familiari delle vittime di poter seppellire e onorare in modo degno i propri cari.Il 28 settembre, il Procuratore libico Al Sadiq, durante una conferenza stampa, aveva annunciato l'individuazione del luogo in cui erano stati seppelliti i resti mortali dei 21 cristiani copti sgozzati dai jihadisti nel febbraio 2015. Da quel momento – si legge nell'appello rivolto dai familiari dei martiri al governo - “tutti hanno cominciato a pregare chiedendo che i corpi dei martiri possano presto tornare in Egitto, alla loro Chiesa, e diventino una benedizione per tutto il Paese”. Ma da allora, non è stato fornito dalle autorità libiche e da quelle egiziane nessun indizio certo del ritrovamento annunciato. Sui media dei due Paesi sono iniziate a circolare una girandola di supposizioni e indiscrezioni contraddittorie, comprese alcune che di fatto smentivano l'annuncio dato dal Procuratore libico in conferenza stampa. I familiari dei martiri, nel loro appello, esprimono il sospetto di vedere i propri sentimenti più profondi offesi da giochi politici oscuri e spietati. Nel febbraio 2015 la strage dei 21 copti egiziani fu rivendicata dai jihadisti con la diffusione in rete di un macabro video che ritraeva le fasi della decapitazione collettiva. Ad appena una settimana dal loro barbaro eccidio, il Patriarca copto ortodosso Tawadros II decise di iscrivere i 21 martiri sgozzati dal sedicente Stato islamico in Libia nel Synaxarium, il libro dei martiri della Chiesa copta, stabilendo che la loro memoria fosse celebrata il 15 febbraio.

AFRICA/ZIMBABWE - Il Vice Presidente vittima di un avvelenamento. Sale la tensione. I Vescovi: “No alla violenza”

Harare - Sale la tensione nello Zimbabwe dopo l’annuncio che il Vice Presidente, Emmerson Mnangagwa, è stato avvelenato. Mnangagwa che si è ammalato ad agosto, è stato ricoverato in un ospedale in Sudafrica, dove i medici hanno stabilito che è stato vittima di un avvelenamento intenzionale, e non di un’intossicazione alimentare.Mnangagwa è il principale candidato alla successione del Presidente Robert Mugabe, che ha 93 anni. Il suo rivale all’interno del campo presidenziale è la First Lady, Grace Mugabe, che è anche la prima personalità sulla quale si sono concentrati i sospetti dell’avvelenamento.Le elezioni presidenziali sono previste nel 2018 e dovrebbero segnare la fine del lungo regno di Mugabe, al potere dal 1980. La battaglia non è solo tra il suo partito e l’opposizione, ma pure all’interno della compagine governativa.In vista delle elezioni del prossimo anno, i Vescovi cattolici hanno lanciato un appello perché “ognuno accetti l’altro nel rispetto delle diverse opinioni. Sappiamo che queste elezioni, come le altre, saranno contestate da persone con visioni politiche differenti. Questa non è una minaccia alla pace e alla democrazia ma al contrario è il suo vero sangue vitale”, purché ciò avvenga nel rispetto reciproco. “L’intolleranza reciproca blocca il progresso del Paese” scrivono i Vescovi nella loro Lettera pastorale, giunta all’Agenzia Fides .Nel documento si auspica che “nel periodo pre-elettorale tutti i partiti abbiano accesso ai media in modo che vi sia un dibattito pubblico sano sulle problematiche che ci riguardano oggi”.I Vescovi sottolineano inoltre che la Costituzione è lo scudo che protegge i cittadini dalla prevaricazione. “Ai tempi della guerra per la liberazione del Paese dal colonialismo, non avevamo la Costituzione a proteggerci e alcuni hanno imbracciato le armi. Ora abbiamo la Costituzione. Le armi non occorrono”.La Lettera pastorale auspica infine che il popolo sia messo in grado di scegliere leader che dimostrino le loro capacità “non con le parole, ma con i fatti e che lavorino realmente per il bene comune”.

AMERICA/ANTILLE - Ancora molto lenta la ripresa dopo il passaggio degli uragani

Port of Spain - La zona più colpita dal recente uragano Irma è quella che comprende le isole nord delle Antille . Le diocesi maggiormente colpite e danneggiate sono quella di Saint John’s-Basseterre che comprende le isole di Antigua e Barbuda, St. Kitts–Nevis, Montserrat, Anguilla e le British Virgin Islands, la parte nord della diocesi di Basse-Terre , la parte nord della diocesi di Willemstad , la Missione sui iuris di Turks e Caicos, l’Arcidiocesi di Nassau . “Ieri pomeriggio ho sentito al telefono mons. Llanos, Amministratore apostolico della Diocesi di Saint John’s-Basseterre, e di nuovo questa mattina, abbiamo parlato con il Vicario generale, p. Pierre Tevi-Benissan” ha detto a Fides p. J. Kaboré, Incaricato d’Affari della Nunziatura Apostolica di Port of Spain. “Il Vescovo Llanos è stato circa una settimana in giro tra le isole colpite, in particolare Tortola, Anguilla, Virgin Gorda, quasi completamente devastate, e ha condiviso la vita quotidiana con la gente del posto. Le chiese e le case parrocchiali sono gravemente danneggiate. Mons. Llanos ha chiesto che le Collette della domenica siano offerte per aiutare le vittime dell'uragano. Nel frattempo da Trinidad sono arrivati due grandi container con generi di prima necessità, cibo, medicine, ecc., e altri 5 più piccoli destinati a Tortola e Anguilla sono stati mandati da Antigua, St Kitts and Nevis. La popolazione sta cercando di sopravvivere, non servono solo aiuti materiali ed economici, ma anche consulenze, incoraggiamenti morali e spirituali, ed è per questo motivo che mons. Llanos, dopo essere stato lì, ha deciso di mandare un altro sacerdote a Tortola per dare coraggio e speranza. Anche padre Pierre Tevi-Benissan ha detto che presto si recherà sull’isola”, ha raccontato padre Kaboré.“Il 2 ottobre scorso, mons. Jason Gordon, Vescovo di Barbados e vice-Presidente dell’ AEC, è stato qui nella nostra nunziatura di Port of Spain per condividere la situazione” continua padre Kaboré. “L’ AEC è molto attiva e si sta muovendo in particolare verso Dominica che ha subito una vera devastazione dopo l’uragano Maria e dove sono già arrivati container provenienti da Trinidad. Inoltre, mons. Gabriel Malzaire, Vescovo di Roseau, Dominica, e Presidente dell’AEC, ha mandato un breve video nel quale si vede tutta la devastazione dell’isola, che da sola, senza l’aiuto dell’intera comunità internazionale, non può farcela a riprendersi. È anche in fase di attuazione un rapporto sulle strutture ecclesiastiche danneggiate . A Trinidad il Primo Ministro, Dr. Keith Rowley, ha lanciato un appello alla solidarietà in favore di Dominica, e ha anche chiesto – nonostante pareri contrastanti – di ammorbidire la politica sull’immigrazione e accogliere coloro che da Dominica vorrebbero cercare migliori condizioni di vita a Trinidad e Tobago”. “I giornali locali di oggi – continua padre Kaboré - hanno ampiamente riportato l'appoggio dell’Arcivescovo Joseph Harris per una politica di accoglienza. Mons. Harris si rivolge anche alla popolazione di Trinidad e Tobago invitandola ad ‘aprire le porte ai dominicani’. L’Arcivescovo ha ricordato che ‘se Dio è un Trini’, - detto popolare di Trinidad – ‘allora dobbiamo sapere che l’Amore Trinitario non può rimanere rinchiuso tra pochi, ma abbraccia tutti, in particolare tutti quanti hanno bisogno di aiuto, come in questo momento i Dominicani’.

ASIA/CINA - Mons. Paolo Xie Tingzhe, appassionato evangelizzatore e formatore dei futuri sacerdoti

Urumqi - Il 14 agosto scorso, alle ore 8.25, all’età di 86 anni, è deceduto nella città di Urumqi S.E. Mons. Paolo Xie Tingzhe, Vescovo/Prefetto Apostolico di Xinjiang-Urumqi, nello Xinjiang . Il Presule era nato il 2 gennaio 1931 nella città di Lanzhou, provincia di Gansu, da famiglia cattolica. Fin da piccolo aveva mostrato il desiderio di consacrarsi a Dio. Conclusa la scuola elementare, nel 1945 entrò nel seminario minore di Lanzhou e nel 1950 fu ammesso al seminario maggiore, dove rimase fino al 1958, quando esso venne chiuso per la «rivoluzione culturale». Nel 1961 fu arrestato e confinato, sino alla fine del 1979, in un campo di lavori forzati a Urumqi.Poco dopo il suo rilascio, nel febbraio 1980, quando aveva 49 anni, venne ordinato sacerdote per la diocesi di Fengxiang, nello Shaanxi, dal Vescovo Mons. Zhou Weidao. Gli anni di ministero sacerdotale lo videro impegnato con grande zelo nel lavoro di evangelizzazione, per lo sviluppo della Chiesa e per la formazione dei candidati al sacerdozio. Il 25 novembre 1991 venne ordinato Vescovo/Prefetto Apostolico di Xinjiang-Urumqi. Il Presule ha sempre dimostrato grande amore verso Dio e verso la Sede Apostolica, anche nei lunghi anni di confinamento, resistendo a compromessi e minacce. Egli ha svolto il ministero episcopale in un territorio prevalentemente musulmano, con le relative difficoltà. La Messa esequiale è stata celebrata il 16 agosto, seguita dall’inumazione delle ceneri nel cimitero di Dongshan. La Prefettura Apostolica di Xinjiang-Urumqi, già missione dei Padri Verbiti , conta 21 parrocchie, 23 sacerdoti diocesani, 2 comunità di religiose, 1 casa per anziani e circa 10.000 fedeli.

ASIA/CINA - La testimonianza di Mons. Silvestro Li Jiantang: 14 anni ai lavori forzati per la sua fede

Taiyuan - Il 13 agosto scorso, alle ore 17,50, è deceduto S.E. Mons. Silvestro Li Jiantang, Arcivescovo emerito di Taiyuan, nella provincia di Shanxi . Aveva quasi 93 anni ed è venuto a mancare nella residenza, in cui era ricoverato da tempo a causa delle sue condizioni di salute. Mons. Li era nato il 23 dicembre 1925 nel villaggio di Dongergou, nella provincia di Shanxi. Nel 1939 era entrato nel seminario minore di Sant’Antonio, nella diocesi di Yüci, nello Shanxi. Ordinato sacerdote il 16 marzo 1956, svolse il ministero pastorale come parroco di Nanjiaowufuying e successivamente nella sua parrocchia di origine. Per 14 anni, dal 1966 al 1980, fu costretto ai lavori forzati a causa della fede. Consacrato arcivescovo di Taiyuan il 18 dicembre 1994, ha svolto il ministero episcopale con grande zelo pastorale e fedeltà alla Sede Apostolica fino al 4 novembre 2013, data in cui ha rassegnato le proprie dimissioni. Il 24 novembre 2013 gli è succeduto nella guida pastorale, per coadiutoria, S.E. Mons. Paolo Meng Ningyou.Dal 1996 al 2008 Mons. Silvestro Li Jiantang ha fatto parte del Consiglio dei Governatori del Seminario dello Shanxi, di cui è stato anche Rettore dal 2000 al 2001. Egli, inoltre, ha fondato il seminario minore di Taiyuan e l’istituto religioso diocesano di Nostra Signora dei Sette Dolori. Il 17 agosto scorso, nella cattedrale di Taiyuan, si è svolta una solenne concelebrazione eucaristica in suffragio del Presule: successivamente, la salma è stata trasportata nel suo villaggio natale di Dongergou, per l’ultimo omaggio dei fedeli e per la Messa esequiale, celebrata il 19 agosto. Egli è stato poi sepolto nel cimitero diocesano, nel settore riservato ai sacerdoti. L’arcidiocesi di Taiyuan, già missione dei Frati Minori Francescani italiani, conta 25 parrocchie, 69 sacerdoti diocesani, 15 seminaristi, 3 comunità di religiose e circa 100.000 fedeli.

ASIA/PAKISTAN - La discriminazione delle minoranze religiose è “istituzionale”

Lahore – Il governo della regione pakistana del Sindh, nel Sud del Pakistan, ha emesso alla fine di settembre un bando di concorso pubblico per alcuni posti di lavoro nell'amministrazione delle forze di polizia. Tra i posti messi a concorso ve ne sono per il lavoro di addetto alla manutenzione, meccanico per autoveicoli, operaio e anche per il lavoro di “addetto alle pulizie”. Per quest’ultima occupazione si specifica: “Solo per non musulmani”. Si tratta di una discriminazione religiosa istituzionaliazzata.“Questa dicitura è una flagrante violazione dell'articolo 26 della Costituzione del Pakistan che, tra i diritti fondamentali, parla espressamente di ‘non discriminazione’ per l'accesso ai posti pubblici, nei confronti di tutti i cittadini”, nota a Fides Anjum James Paul, professore cattolico pakistano e presidente della “Pakistan Minorities Teachers’ Association” . Anjum James Paul è stato compagno di scuola di Shahbaz Bhatti, il ministro cattolico assassinato, e ne ha condiviso l'impegno per i diritti umani e per la promozione delle minoranze religiose nel paese. Oggi afferma a Fides: “E' una discriminazione di stato. E' un trattamento vergognoso riservato alle minoranze religiose. Secondo la Costituzione, tutti i cittadini hanno eguali diritti e doveri. E' tempo di porre fine a questa prassi discriminatoria in voga non solo nei rapporto sociali, ma anche nelle istituzioni e strutture statali. Il governo regionale del Sindh dovrebbe seguire anche la disposizione di riservare alle minoranze religiose il 5% dei posti statali disponibili, in ogni ordine e grado, ma non lo fa”, aggiunge il professore. Il tema della discriminazione delle minoranze religiose in Pakistan torna ciclicamente nel dibattito pubblico in occasione della “Giornata nazionale delle minoranze”, che si celebra nella nazione ogni 9 agosto. “I cittadini pakistani non musulmani sono costretti ad accettare posti di lavoro più umili, che vengono loro riservati, come addetti alle pulizia, barellieri, collaboratori domestici, spazzini, figli dell’antica concezione castale”, ha ricordato Samson Salamat, dell’organizzazione Rwadari Tehreek. Le minoranze religiose in Pakistan ricordano il noto discorso di Ali Jinnah, fondatore del Pakistan, che l'11 agosto 1947, davanti all'Assemblea Costituente dichiarò: “Siamo tutti cittadini uguali di uno Stato. Dovremmo mantenere questo principio davanti a noi come nostro ideale. Così si scoprirà che nel corso degli anni gli indù cesseranno di essere indù e i musulmani cesseranno di essere musulmani, non in senso religioso, perché questa è la fede personale di ogni individuo, ma nel senso politico come cittadini dello Stato”.Fin dalla nascita del Pakistan, nel 1947, le minoranze religiose furono concepite come “parte integrante della nazione” da Ali Jinnah, tanto che la loro presenza è simbolicamente riportata anche sulla bandiera nazionale, dove la parte verde rappresenta la maggioranza musulmana, mentre quella bianca indica le minoranze non musulmane. Oggi i forum della società civile chiedono al governo un pacchetto di riforme costituzionali per mettere fine alle discriminazioni e ai pregiudizi, garantendo un'effettiva partecipazione politica e rappresentanza alle minoranze religiose. Il Pakistan è caratterizzato da un pluralismo religioso, etnico e linguistico: i musulmani sono oltre il 90% su 180 milioni di abitanti, ma vi sono ahmadi, cristiani, bahai, buddisti, induisti, giainisti, ebrei, parsi e sikh. In generale, le minoranze rappresentano circa l’8% della popolazione.

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