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ASIA/PAKISTAN - I Vescovi: “Stop all’intolleranza a scuola; giustizia per la famiglia di Sharon Masih”

Lahore – “Il governo del Pakistan sembra più interessato alle infrastrutture delle scuole e alla sicurezza degli edifici anziché all'aspetto qualitativo del sistema educativo. Viviamo in una società in cui tra gli studenti si diffondono odio, discriminazione, bullismo, intolleranza verso casta, credo, religione e status sociale”: con tali parole, inviate all’Agenzia Fides, i Vescovi del Pakistan, attraverso la Commissione nazionale “Giustizia e Pace”, condannano “il tragico incidente che ha scioccato la nazione”, riferendosi al caso di Sharon Masih, ragazzo cristiano di 17 anni, studente di scuola superiore, ucciso dai suoi compagni il 30 agosto 2017 .Ammesso alla scuola pubblica M.C. High School a Burewala, nei primi giorni di scuola è stato vittima di bullismo e vessazioni dei compagni di classe, che lo hanno pestato fino alla morte. “Nella classe di 70 studenti – notano i Vescovi – era l'unico cristiano” e questo elemento di fede ha pesato nell’essere preso di mira dai compagni, che gli avevano chiesto anche di convertirsi all'islam.In una dichiarazione inviata a Fides, firmata dal Vescovo Joseph Arshad, presidente della Commissione nazionale “Giustizia e Pace” , e dal direttore esecutivo della stessa Commissione, p. Emmanuel Yousaf, si legge: “Questo episodio può sembrare una banale lite tra adolescenti, ma in realtà è stato causata dall'intolleranza, dalla discriminazione e dall'atteggiamento disumano verso le minoranze e le comunità emarginate. Esprimiamo profonda preoccupazione per il livello di estrema negligenza dalle autorità scolastiche”.Il testo prosegue: “Sharon Masih era un ragazzo che cercava di migliorarsi attraverso l’istruzione. Era responsabilità degli insegnanti controllare ed evitare incidenti di discriminazione in classe. Esortiamo il governo del Punjab a prendere adeguati provvedimenti. Gli insegnanti dovrebbero comprendere ed essere attenti nei confronti degli studenti soprattutto quando uno di loro subisce abusi o violenze a causa della sua fede. Tuttavia, purtroppo, nel caso di Sharoon abbiamo visto che non esisteva alcun valore umano tra gli stessi studenti”. D’altro canto, nota p. Emmanuel Yousaf “quegli studenti musulmani che hanno condotto Sharon in ospedale sono veramente un segno di speranza e un vero esempio degli insegnamenti di Dio e dell'umanità”. P. Emmanuel Yousaf chiede con forza al governo del Punjab, e in particolare al Dipartimento per l'istruzione, di “esaminare seriamente gli episodi di intolleranza nelle istituzioni educative”: “Abbiamo bisogno di riforme del curriculum scolastico per promuovere una società tollerante e pacifica; e gli insegnanti devono essere adeguatamente formati per affrontare questioni di intolleranza che affliggono la nostra società oggi”. I Vescovi del Pakistan chiedono “giustizia per la famiglia di Sharon Masih” e “misure forti in modo che tali incidenti tragici non accadano più in futuro”. La Commissione “Giustizia e pace” fornisce assistenza giuridica alla famiglia della vittima, e “continuerà la sua lotta per il rispetto e la dignità umana nella nostra società”. Link correlati :Adolescente cristiano non abbraccia l'islam: ucciso a scuola (Fides 2/9/2017)

AFRICA/KENYA - “La Commissione Elettorale assicuri un voto credibile” chiedono le principali confessioni religiose keniane

Nairobi - "La Commissione Elettorale indipendente dovrebbe concentrarsi sulle prossime elezioni assicurandosi in primo luogo di mettere in ordine la propria casa. Non guidare con lo sguardo rivolto allo specchietto posteriore. Non devi aspettare la sentenza della Corte Suprema perché già conosci quali sono le tue mancanze”, ha dichiarato il dottor Francis Kuria, direttore esecutivo del Consiglio interreligioso del Kenya , parlando ad un forum pubblico sulle elezioni presidenziali del 17 ottobre. Queste elezioni sono state indette dopo che la Corte Suprema ha invalidate quelle che si sono tenute l’8 agosto, vinte dal Presidente uscente Uhuru Kenyatta .Il direttore esecutivo dell’IRC è quindi intervenuto nel dibattito in corso in Kenya sulle presunte mancanze della Commissione Elettorale Indipendente nel gestire le elezioni dell’8 agosto, denunciate dal cartello dell’opposizione, NASA , il cui candidato, Raila Odinga, aveva presentato il ricorso alla Corte Suprema che ha determinato l’annullamento del voto.È soprattutto il sistema di votazione elettronica gestito dalla IEBC al centro delle polemiche. La NASA afferma infatti che ignoti avrebbero manipolato i risultati intervenendo sul sistema. La Corte Suprema non ha ancora pubblicato le motivazioni della sentenza di annullamento della votazione, ed è quindi prematuro speculare su eventuali mancanza della IEBC. Questa però è sollecitata da più parti a rivedere le proprie procedure. “La IEBC questa volta deve mostrare ai keniani che sta lavorando in modo diverso, e deve migliorare i propri sistemi e infrastrutture in modo che gli elettori possano credere ai risultati” ha sottolineato il direttore esecutivo dell’IRC. Questi ha sottolineato che i leader religiosi continueranno a dialogare con i funzionari della IEBC per assicurare che i keniani possano godere di elezioni libere, giuste e credibili.Odinga ha chiesto un rimpasto della IEBC e una revisione del sistema elettronico di votazione. Una posizione ribadita nel suo discorso al forum, dal Chief Executive Officer della NASA, Norman Magaya, che ha dichiarato che la coalizione non parteciperà alla votazione di ottobre se non verranno apportate modifiche al segretariato della IEBC.Al Consiglio interreligioso del Kenya aderisce, oltre alla Conferenza Episcopale del Kenya, il National Council of Churches of Kenya, l’ Evangelical Alliance of Kenya, l’ Organization of African Instituted Churches Kenya, la Seventh Day Adventist Church, il Supreme Council of Kenyan Muslims, il National Muslim Leaders Forum, l’ Hindu Council of Kenya e la Shia Ithna-Asheri Muslim Association.

AMERICA/CILE - “Condividiamo il viaggio della vita con tutti”: Rancagua e l’impegno per i migranti

Rancagua - Negli ultimi anni si calcola che siano arrivati in Cile più di mezzo milione di migranti, per lo più provenienti dai paesi dell’America. Diverse migliaia sono arrivati nella regione di O’Higgins, al centro del paese, che ha per capitale Rancagua. In molti casi si tratta di migranti costretti da conflitti politici, disastri naturali, persecuzioni, violenza, povertà estrema, condizioni di vita indegne… “Dobbiamo accoglierli, integrarli e arricchirci della loro cultura, proprio come loro riceveranno la nostra” ha sottolineato il Vescovo di Rancagua, Alejandro Goic, celebrando nella Cattedrale della diocesi la Messa per la Giornata del Migrante, a cui hanno preso parte i rappresentanti dei diversi gruppi nazionali che per diversi motivi attualmente vivono nella regione. E’ stata una occasione di preghiera, di gioia e di condivisione dei diversi costumi. Da quattro anni la diocesi cilena di Rancagua ha creato una équipe diocesana per la pastorale dei migranti, formata da un sacerdote, una religiosa e da un gruppo di laici, tra cui alcuni immigrati, che sta elaborando un progetto pastorale per dare una risposta migliore a questa nuova realtà. Attualmente li sta aiutando in tutte le procedure necessarie per l'inserimento nel paese secondo le leggi vigenti, come ha spiegato il Vescovo. “Stiamo anche promuovendo azioni pastorali per coloro che professano la nostra fede cattolica, cercando di integrarli nelle comunità, perché a loro volta condividano la ricchezza della propria esperienza spirituale” ha proseguito Mons. Goic, sottolineando che questa è una grande sfida, che la Chiesa assume con serietà e profondità.Il documento “Dov’è tuo fratello?” appena pubblicato dalla diocesi di Roncagua, propone una articolata riflessione sulla pastorale dei migranti. Nell’introduzione, dal titolo “Compartiendo el viaje”, lo stesso tema della campagna che verrà lanciata da Caritas internationalis il 27 settembre, il Vescovo di Rancagua invita tutta la comunità e tutte le persone di buona volontà della sua diocesi ad accogliere e integrare questi fratelli, seguendo le parole di Papa Francesco. “Condividiamo il viaggio della vita con tutti – scrive Mons. Goic -. La Chiesa è chiamata ad esercitare l’ospitalità di Dio ai migranti. È Cristo che abbracciamo nel volto dei fratelli di altri paesi che vengono nel nostro paese, e in particolare nella nostra regione”.Nel documento, articolato secondo il criterio “vedere,giudicare,agire”, si sottolinea tra l’altro che la migrazione non è un fenomeno nuovo, né in Cile né nel mondo. Il fenomeno della migrazione verso il Cile è comunque andato crescendo: dal 1982 al 2014 . La forte crescita comunque non può essere definita “una sorte di invasione di stranieri nel paese”. Secondo dati ufficiali, la cifra attuale di migranti non supera il 2,7% della popolazione cilena. Il 75% degli stranieri residenti proviene da paesi del continente americano.“Prendere seriamente in considerazione la mobilità umana non è altro che prendere seriamente in considerazione noi stessi – è scritto nella conclusione -. In tempi di intelligenza artificiale, di reti sociali e di relazioni passeggere, costruire ponti piuttosto che erigere muri è forse l'unica cosa checi permette di continuare ad esistere come Umanità”.

ASIA/SIRIA - L’Arcivescovo Marayati: “La guerra si combatte con il perdono”

Munster - "La guerra non si combatte con la guerra, ma con il dialogo, con il perdono, con la riconciliazione e con la volontà di cominciare una nuova vita camminando su strade di pace": lo ha detto l'Arcivescovo armeno cattolico di Aleppo, Butros Marayati, all’incontro internazionale “Strade di Pace” organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio a Munster, in Germania. Come appreso da Fides, Marayati, che guida la comunità armena della città di Aleppo, luogo simbolo del lungo conflitto siriano, ha ricordato gli altri due Vescovi di Aleppo, il siro-ortodosso Mar Gregorios Yohanna Ibrahim e il greco ortodosso Paul Yazigi, rapiti il 22 aprile 2013, rinnovando un appello per la loro liberazione: "Aleppo attende il ritorno dei suoi vescovi e sacerdoti rapiti, aspetta la fine della guerra, spera e confida nel Signore" ha detto. Ricordando l’immane sofferenza di bambini, donne e dei profughi che attendono la pace, l’Arcivescovo Marayati ha concluso: "Da tutti loro sale il grido 'mai più la guerra', perché la guerra è sempre un’inutile strage".I due Vescovi metropoliti di Aleppo furono rapiti nell'area compresa tra la metropoli siriana e il confine con la Turchia. L'auto su cui viaggiavano i due Vescovi fu bloccata dal gruppo dei rapitori e l'autista fu freddato con un colpo alla testa. Da allora, nessun gruppo ha rivendicato il sequestro. Intorno al caso sono state fatte filtrare a più riprese indiscrezioni rivelatesi infondate. A oltre quattro anni dal sequestro, non vi sono notizie certe sulla sorte dei due. Nei mesi scorsi, in un messaggio congiunto, due Patriarchi di Antiochia, il greco ortodosso Yohanna X e il siro ortodosso Mar Ignatios Aphrem II, avevano richiamato la comunità internazionale a far memoria dei due Metropoliti rapiti e ad adottare sforzi adeguati per ottenerne il rilascio.

ASIA/INDIA - Un gesuita: "L'India sia unita a difesa del pluralismo, contro le forze violente emergenti”

Bangalore – “L'omicidio premeditato di Gauri Lankesh è un oltraggio senza precedenti alla nazione e provoca rabbia, shock e tristezza. Gauri rappresentava il meglio di un'India libera e senza paura, che rispetta i diritti dei suoi cittadini, che celebra il pluralismo e soprattutto difende i valori più alti della democrazia. Gauri aveva il coraggio di denunciare le forze estremiste indù del Sangh Parivar, riteneva iniquo il sistema delle caste, lottava per l'emancipazione delle donne, per i poveri e per emarginati, contro ogni ingiustizia”: lo dice all'Agenzia Fides il gesuita indiano p. Cedric Prakash, attualmente impegnato nel Jesuit Refugee Service, riferendosi all'assassinio della giornalista e attivista indiana Gauri Lankesh, uccisa la notte del 5 settembre a Bangalore da sicari non identificati. La donna era nota per le sue posizioni critiche verso il nazionalismo ed estremismo indù.P. Prakash rileva che, nonostante la grave perdita, “non tutto è perduto”: “L'omicidio di Gauri ha suscitato grande sdegno nella società e ha riunito donne e uomini di ogni comunità, religione e classe sociale, che hanno indetto cortei, manifestazioni e incontri pubblici in molte importanti città indiane. Il 12 settembre oltre 50.000 persone si sono radunate a Bangalore in una manifestazione per protestare contro l'uccisione di Gauri, inneggiando ‘Lunga vita a Gauri’. Questa unità visibile e loquace deve continuare”. L'assassinio di Gauri, nota il gesuita, dimostra che i violenti che l'hanno eliminata, “sono vigliacchi, dato che, nell'anonimato, hanno ucciso una donna disarmata; hanno forza e denaro per eliminare chiunque non accetti la loro agenda fascista; hanno paura della verità, di persone rette e coraggiose come Gauri; cercano alibi e fomentano la divisione nella società; disprezzano i diritti e le libertà garantite nella Costituzione dell'India”. Inoltre p. Prakash ricorda “il trolling e il veleno che ha inondato Gauri nei social media, da parte dei sostenitori del Primo Ministro Narendra Modi”.P. Prakash conclude: “Gauri credeva nella Costituzione dell’India e difendeva appassionatamente i diritti dei cittadini indiani. Anche se l'hanno uccisa, lo spirito di Gauri non morirà. Il più grande omaggio che si può offrire a questa donna coraggiosa è assicurarsi che la sua eredità non muoia mai e che si farà di tutto per proteggere la democrazia e il pluralismo nel nostro amato paese".

ASIA/INDIA - Libero il Salesiano rapito “grazie a Dio e all’impegno di Papa Francesco”

New Dehli – “Esprimiamo prima di tutto profonda gratitudine a Dio per la felice conclusione di questa vicenda. Bisogna poi ringraziare l’azione del governo indiano, che ha messo in campo ogni sforzo per la liberazione di p. Tom Uzhunnalil, il salesiano indiano rapito oltre un anno fa in Yemen. E bisogna ringraziare anche l’impegno personale di Papa Francesco, che ha speso tutta la sua influenza. P. Tom è libero e ora è in viaggio proprio verso il Vaticano”: lo dichiara all’Agenzia Fides il Vescovo Thedore Mascarenhas, Segretario Generale della Conferenza Episcopale dell’India, confermando la notizia del rilascio di p. Tom Uzhunnalil, il salesiano rapito il 4 marzo 2016 ad Aden, nell’attacco in cui morirono 16 persone, tra cui 4 religiose delle Missionarie della Carità.Il Vescovo dice a Fides: “E’ stata una vicenda difficilissima da gestire e molto delicata. Solo la Provvidenza di Dio e la sua benedizione hanno potuto condurre a un esito felice. Milioni di persone hanno pregato nel mondo per la liberazione di p. Tom e oggi possiamo dire a tutti: questa è la forza della preghiera”.Il Segretario Generale esprime poi “profonda gratitudine al Vescovo Paul Hinder, Vicario apostolico dell’Arabia meridionale, sotto la cui giurisdizione si trova lo Yemen: ci siamo tenuti in costante contatto e non ha mai perso la speranza del rilascio; diciamo grazie anche al presidente della nostra Conferenza episcopale, il Cardinale Baselios Cleemis Thottunkal che, in ogni incontro e occasione, ha sempre ricordato al Primo Ministro dell’India l’urgenza di fare il possibile per riportare p. Tom a casa sano e salvo”. La Chiesa indiana non manca di esprimere “immensa gratitudine al Primo Ministro Narendra Modi e a Srimati Sushma Swaraj, Ministro degli Affari Esteri, per aver lavorato instancabilmente e con perseveranza per ottenere il rilascio di Fr. Tom Uzhunnalil. In diversi incontri, il Ministro degli Esteri ci ha assicurato che il governo avrebbe fatto tutto il possibile per liberarlo, e così è stato”.“Non possiamo dimenticare – conclude il Vescovo Mascarenhas – il Rettore Maggiore e il Provinciale salesiano della Provincia di Bangalore, per la loro pazienza e per la loro profonda fede .Ora preghiamo per la completa ripresa di P. Tom, certo che potrà riprendere il suo ministero sacerdotale e pastorale, dedicandosi a Dio e al suo popolo. Il suo rilascio dà davvero un'immensa gioia a tutta la Chiesa in India”.

ASIA/INDIA - Tutela di bambine abusate: l’esperienza dell’Ong Suraksha

Belagavi – Salvare bambine e ragazze vendute per il mercato del sesso, la tratta, prostituzione, matrimonio infantile: con questo spirito agisce nello stato indiano del Karnataka l’organizzazione Suraksha , Ong impegnata per il recupero, la riabilitazione e lo sviluppo e il reinserimento sociale delle vittime di abusi sessuali. Come appreso da Fides, il progetto dell'associazione è nato ed è oggi portato avanti da due suore cattoliche, suor Pushpalata e suor Lourd Joseph, che spesso, a causa della loro opera di recupero delle ragazze, sono state minacciate da organizzazioni criminali che gestiscono la tratta delle bambine. Come conferma a Fides il sacerdote locale p. Nathanaele Cruz, “si tratta di un’opera meritoria e per questo le religiose rischiano quotidianamente la vita, in quanto vanno a contrastare l’azione di criminali che agiscono indisturbati e sfruttano le ragazze per i loro loschi traffici”. Molte delle ragazze salvate ora studiano in scuole e università o frequentano corsi di formazione professionale per inserirsi nella società. Il Rapporto Annuale 2015-2016 di Suraksha, inviato a Fides, racconta l’assistenza offerta a 21.674 bambine delle aree rurali dei distretti di Belagavi, Bengaluru e Kalburgi, nel Karnataka. Oltre 45mila sono le persone assistite in cinque comunità, del distretto di Belagavi, crocevia del traffico di esseri umani verso Goa, Mumbai, Bengaluru, Pune, Hyderabad, Delhi e Calcutta. Per questa “centralità” del distretto di Belatavi, la Ong ha deciso di concentrare gli sforzi in questa zona di frontiera dove le comunità locali a volte, in nome della cultura o della religione, favoriscono la tratta di esseri umani o pratiche come i matrimoni infantili. Ulteriore discriminazione tra la popolazione di queste aree è evidente nel settore dell’istruzione. Infatti il 63% della popolazione è analfabeta, l’alfabetizzazione delle donne è enormemente bassa. Poiché queste persone sono soggette a varie forme di schiavitù, l’Ong Suraksha le inserisce in programmi di prevenzione e sensibilizzazione sui diritti previsti e sostenuti dal governo.

ASIA/PAKISTAN - Le Chiese in Pakistan: solidarietà ai musulmani rohingya in Myanmar e tregua immediata

Lahore – Forte condanna degli attacchi subiti dal popolo dei rohingya in Myanmar, e piena solidarietà e vicinanza a quella popolazione musulmana: è quanto esprime una dichiarazione firmata dal presidente della Conferenza episcopale Cattolica del Pakistan, l’Arcivescovo Joseph Coutts, e dal presidente della Commissione nazionale “Giustizia e pace” , il Vescovo Joseph Arshad. Nel testo, inviato all’Agenzia Fides, i Vescovi pakistani sollecitano la leader Aung San Suu Kyi ad essere “faro della pace e garantire i diritti delle persone rohingya” e si appellano al governo democratico del Myanmar perché “cessi immediatamente tutte le operazioni militari nello stato Rakhine”.Il comunicato giunto a Fides esorta inoltre la comunità internazionale e il governo del Pakistan ad “avviare un dialogo con l’esecutivo del Myanmar per difendere i diritti umani dei rohingya e consentire alle organizzazioni umanitarie di accedere e portare aiuti alle comunità colpite”.I Vescovi pakistani rimarcano il sostegno ai valori della coesistenza e della tolleranza e assicurano ai musulmani rohingya “intense preghiere per la loro sicurezza e benessere, sperando che si possa trovare al più presto una soluzione pacifica”.Il testo ricorda che in Asia, in molti casi, le minoranze etniche e religiose sono vittime di oppressione e persecuzione, ed esprime preoccupazione per gli oltre 300mila rohingya fuggiti dalla zona di conflitto e rifugiatisi in Bangladesh: “Almeno 20.000 persone, tra le quali donne e bambini, sono insediate in un territorio montuoso senza cibo e acqua” si rileva, invitando a provvedere immediatamente alla necessaria assistenza umanitaria. Anche il Vescovo pakistano Humphrey Peter Sarfaraz, a capo della “Church of Pakistan” , ha condannato “il brutale genocidio della comunità musulmana dei rohingya in Myanmar” e ha chiesto che “i musulmani oppressi possano ottenere la nazionalità”. Il governo birmano “non difende la causa dei diritti umani e non ha il diritto di trattare i musulmani come animali e umiliarli”, ha aggiunto. “Tutti i credenti devono sollevare la loro voce per l'umanità, in difesa di questo popolo innocente”, ha concluso, lanciando un appello ai cristiani e musulmani in tutto il mondo.

AMERICA/BRASILE - Congresso missionario: corruzione, mancanza di etica, devastazione ambientale interpellano una "Chiesa in uscita"

Recife – “Il 4° Congresso Missionario Nazionale è stato l'incontro di sorelle e fratelli che hanno condiviso la loro fede, le loro lotte, le loro angosce, i loro sogni, le loro speranze. Durante questo tempo abbiamo sentito agire in noi lo Spirito Santo, protagonista della missione, rafforzando la nostra convinzione che essere missionari è una grazia e una responsabilità”. Così si esprime il Messaggio finale del 4° Congresso Missionario Nazionale del Brasile, che si è concluso domenica 10 settembre a Recife, con oltre 700 partecipanti di tutte le zone del Brasile, riuniti dal 7 settembre. L’evento è stato organizzato dalle POM del Brasile, dalla Commissione episcopale per l’animazione missionaria e dall’arcidiocesi di Olinda-Recife, sul tema “La gioia del Vangelo, per una Chiesa in uscita”.“L'esempio di martiri e profeti come Dom Helder Câmara, ci ha aiutato a guardare al Brasile, immerso in una profonda crisi che colpisce noi e tanti fratelli e sorelle impoveriti, esclusi e scartati” è scritto nel messaggio, che denuncia il rafforzamento delle politiche neoliberiste che restringono i diritti e peggiorano la situazione dei lavoratori, dei popoli indigeni, dei pescatori e di coloro che vivono in altre periferie geografiche ed esistenziali. Le riforme del lavoro, della previdenza, della politica e dell'istruzione, come la ripresa delle privatizzazioni, dimostrano che il governo e il Congresso Nazionale hanno voltato le spalle alla gente. Inoltre si evidenzia la corruzione e la mancanza di etica, della classe politica e di altri settori della società, che hanno portato al disincanto e alla disperazione i brasiliani. “Ci indigna la devastazione dell'Amazzonia, il degrado della natura e la violenza che spezza la vita delle leadership” prosegue il testo, che ribadisce: “Questa realtà, lungi dallo scoraggiarci, ci impone una vigorosa azione missionaria, trasformatrice, portatrice di libertà”.Alla luce della Parola di Dio, dei documenti della Chiesa e delle parole e dei gesti di Papa Francesco, “autentico profeta missionario che ci anima nel cammino”, “siamo provocati a uscire da noi stessi, a lasciare la nostra terra, a toglierci i sandali per ‘percorrere’ il terreno sacro dell'altro, come ospiti, qui e oltre le frontiere”. “Nella missione, siamo incoraggiati dalla testimonianza e dal profetismo di tante donne e uomini che hanno trovato la loro gioia nel Vangelo e lo hanno condiviso con i prediletti di Dio nel dono radicale della loro vita”.Si ribadisce inoltre che il missionario non porta un suo messaggio, ma quello dell’amore di Dio, ed è autentico “se cammina con altri missionari, superando la tentazione del monopolio della Buona Novella, riconoscendo la ricchezza dell'unità nella diversità e superando i limiti stretti della Chiesa particolare per lanciarsi nel mondo”. L’ultima parte presenta alcuni impegni, primo tra tutti quello “affinché i bambini, gli adolescenti e i giovani siano protagonisti della missione, ovunque essi siano”. Quindi “riaffermiamo la vocazione dei cristiani laici e laiche come soggetti in missione. Confermiamo la testimonianza dei consacrati e delle consacrate, dei seminaristi, dei ministri ordinati - diaconi, sacerdoti e vescovi - che assumano sempre più la missione come risposta alla chiamata di Dio. Guidati dalla Santa Trinità, viviamo questa nostra vocazione nella sinodalità e nella comunione, impegnati come Chiesa in uscita che promuove l’incontro e proclama la gioia del Vangelo a tutti”.Il missionario non può prescindere dall’atteggiamento dell’ascolto. L’indispensabile formazione missionaria nutre la spiritualità, crea la cultura della missione e contribuisce a far sì che tutti i battezzati assumano la loro vocazione missionaria. Quindi, ovunque ci troveremo, potremo ripetere quanto è inciso nei nostri cuori: "Tutto con la missione, nulla senza missione".

AFRICA/NIGERIA - Arrestati gli assassini di p. Onunkwo, il sacerdote nigeriano rapito e ucciso il 1° settembre

Abuja - Arrestati i presunti assassini di p. Cyriacus Onunkwo, il sacerdote nigeriano rapito e ucciso il 1° settembre a Orlu, la seconda città dello Stato di Imo, nel sud-est della Nigeria .La polizia ha arrestato sei membri di una banda dedita alle rapine stradali, guidata da un ex caporale della polizia, Jude Madu. I criminali avrebbero confessato di essere responsabili del rapimento di p. Onunkwo, al fine di estorcere denaro alla famiglia e alla Chiesa. Il sacerdote sarebbe però morto soffocato, perché i criminali hanno tappato la bocca e il naso del malcapitato sacerdote con del cellophane.Dalla ricostruzione della polizia, nel tardo pomeriggio del 1° settembre l’auto di p. Onunkwo era stata bloccata nei pressi del Banana Junction, ad Amaifeke, da alcuni uomini armati che lo hanno poi rapito. Il sacerdote, che svolgeva il suo servizio a Orlu, si stava recando nel suo villaggio natale, Osina, per partecipare al funerale del padre, morto il 28 agosto. Il corpo del sacerdote, che era stato rinvenuto il 2 settembre nei pressi del villaggio di Omuma, non presentava ferite e, in un primo momento, si era ipotizzato che il sacerdote fosse stato strangolato. Ora invece, secondo il racconto dei rapitori, è emersa l’ipotesi della morte accidentale.Negli ultimi anni, in Nigeria, specie negli Stati meridionali, sono aumentati i rapimenti a scopo estorsivo di preti e religiosi in genere lungo le arterie che collegano una città all’altra. La maggior parte di loro vengono liberati dopo pochi giorni, ma da quasi due anni non si hanno notizie di p. Gabriel Oyaka, religioso nigeriano spiritano , rapito il 7 settembre 2015 nello Stato di Kogi . La Conferenza Episcopale della Nigeria ha vietato il pagamento di qualsiasi riscatto nel caso del rapimento di sacerdoti e religiosi/e.

AFRICA/ZAMBIA - I Vescovi: “Il diffondersi dei sex party segno del decadimento morale di diversi adolescenti”

Lusaka - “La Chiesa cattolica è preoccupata per il decadimento morale che ha inghiottito diversi ragazzi e ragazze, come dimostrato dai giovani coinvolti in attività immorali, come orge a base di alcool e sesso, a Lusaka e a Livingstone” afferma p. Winfield Kunda, Direttore della Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale dello Zambia in una dichiarazione sulla scoperta, il 3 settembre, di un “sex party” in un’abitazione nei pressi di Lusaka al quale hanno partecipato circa 70 adolescenti di età compresa tra i 13 e i 18 anni.Si tratta dell’ultimo di una serie di episodi simili accaduti di recente nella capitale, Lusaka, e a Livingstone. “La diffusione di questi atti se non viene interrotta completamente e fermata, rischia di far esplodere la situazione. Lascia ognuno di noi sconcertati su quale genere di famiglia questi ragazzi potranno realizzare in futuro e di conseguenza su quello che diverrà la nostra nazione” continua p. Kunda.Oltre al rischio di gravidanze prematrimoniali, questo genere di atti accresce quello della diffusione dell’HIV/AIDS, sottolinea il portavoce della Conferenza Episcopale. “I ragazzi che sono stati colti a commettere sesso di gruppo, non dovrebbero essere lasciati soli e dovrebbero invece venire consigliati sui pericoli di tali atti, avvertendoli che il futuro dello Zambia dipende da loro. I genitori non dovrebbero cercare di proteggerli ad ogni costo, ma devono essere pronti a lasciare che i loro figli siano instradati sul giusto cammino, aiutandoli nella formazione morale dei loro figli” conclude p. Kunda.

AMERICA/COLOMBIA - “Non fate resistenza alla riconciliazione”: la consegna del Papa ai colombiani

Bogotà – “Facciamo il primo passo” è stato il motto del viaggio apostolico in Colombia di Papa Francesco, appena concluso, a sostegno del processo di riconciliazione in corso nel Paese sconvolto da oltre 50 anni di guerra, e su questo tema è tornato a più riprese. “La riconciliazione non è una parola che dobbiamo considerare astratta. Riconciliarsi è aprire una porta a tutte e a ciascuna delle persone che hanno vissuto la drammatica realtà del conflitto” ha sottolineato il Papa durante la Messa che ha presieduto l’8 settembre a Villavicencio. “Quando le vittime vincono la comprensibile tentazione della vendetta, diventano i protagonisti più credibili dei processi di costruzione della pace. Bisogna che alcuni abbiano il coraggio di fare il primo passo in questa direzione, senza aspettare che lo facciano gli altri. Basta una persona buona perché ci sia speranza! E ognuno di noi può essere questa persona!”Tuttavia riconciliarsi “non significa disconoscere o dissimulare le differenze e i conflitti. Non è legittimare le ingiustizie personali o strutturali, il ricorso alla riconciliazione concreta non può servire per adattarsi a situazioni di ingiustizia” ha evidenziato il Papa, specifidando che “ogni sforzo di pace senza un impegno sincero di riconciliazione sarà sempre un fallimento”. Nel corso della Messa, il Papa ha beatificato i colombiani Mons. Jesús Emilio Jaramillo Monsalve, Vescovo di Arauca, e il sacerdote Pedro María Ramírez Ramos, martire di Armero, definendoli “espressione di un popolo che vuole uscire dal pantano della violenza e del rancore”.Nel grande “Incontro per la Riconciliazione Nazionale”, sempre a Villavicencio, lo stesso giorno, con i rappresentanti delle vittime della violenza, militari e agenti di polizia, ex guerriglieri, riuniti ai piedi del Crocifisso di Bojayá, che il 2 maggio 2002 “assistette al massacro di decine di persone rifugiate nella sua chiesa”, il Papa ha sottolineato: “Questa immagine ha un forte valore simbolico e spirituale. Guardandola contempliamo non solo ciò che accadde quel giorno, ma anche tanto dolore, tanta morte, tante vite spezzate e tanto sangue versato nella Colombia degli ultimi decenni. Vedere Cristo così, mutilato e ferito, ci interpella… ci mostra ancora una volta che è venuto a soffrire per il suo popolo e con il suo popolo; e anche ad insegnarci che l’odio non ha l’ultima parola, che l’amore è più forte della morte e della violenza. Ci insegna a trasformare il dolore in fonte di vita e risurrezione, affinché insieme a Lui e con Lui impariamo la forza del perdono, la grandezza dell’amore”. Riferendosi alle testimonianze ascoltate poco prima, “storie di sofferenza e di amarezza, ma anche, e soprattutto, storie di amore e di perdono che ci parlano di vita e di speranza”, Papa Francesco ha esortato i colombiani: “non abbiate paura di chiedere e di offrire il perdono. Non fate resistenza alla riconciliazione che vi fa avvicinare, ritrovare come fratelli e superare le inimicizie. E’ ora di sanare ferite, di gettare ponti, di limare differenze. E’ l’ora di spegnere gli odi, rinunciare alle vendette e aprirsi alla convivenza basata sulla giustizia, sulla verità e sulla creazione di un’autentica cultura dell’incontro fraterno”. Un invito ad “andare all’essenziale, rinnovarsi e coinvolgersi”, è stato lanciato dal Papa durante la Messa all’Aeroporto “Enrique Olaya Herrera” di Medellín, il 9 settembre. Andare all’essenziale “è andare in profondità, a ciò che conta e ha valore per la vita. Gesù insegna che la relazione con Dio non può essere un freddo attaccamento a norme e leggi, né tantomeno un compiere certi atti esteriori che non portano a un cambiamento reale di vita”. Quindi ha incoraggiato a non temere il rinnovamento, in quanto “la Chiesa è sempre in rinnovamento”, per rispondere meglio alla chiamata del Signore. “E in Colombia ci sono tante situazioni che chiedono ai discepoli lo stile di vita di Gesù, particolarmente l’amore tradotto in atti di nonviolenza, di riconciliazione e di pace”. “Oggi a noi è chiesto di crescere in audacia, in un coraggio evangelico che scaturisce dal sapere che sono molti quelli che hanno fame, hanno fame di Dio, fame di dignità, perché sono stati spogliati” e Gesù chiede a noi, come fece coi suoi discepoli, di “mangiare il pane di Dio, mangiare l’amore di Dio, mangiare il pane che ci aiuta a sopravvivere”. Infine ha rivolto un appello alla Chiesa in Colombia, chiamata “a impegnarsi con maggiore audacia nella formazione di discepoli missionari,. Discepoli missionari che sanno vedere, senza miopie ereditarie; che esaminano la realtà secondo gli occhi e il cuore di Gesù, e da lì la giudicano. E che rischiano, che agiscono, che si impegnano”.L’ultima grande celebrazione eucaristica è stata presieduta dal Papa domenica 10 settembre nell’Area portuale del Contecar . Come ha ricordato nell’omelia, da 32 anni, Cartagena de Indias è in Colombia la sede dei diritti umani, perché qui “grazie al gruppo missionario formato dai sacerdoti gesuiti Pedro Claver y Corberó, Alonso de Sandoval e il fratello Nicolás González, accompagnati da molti figli della città di Cartegena de Indias nel secolo XVII, nacque la preoccupazione per alleviare la situazione degli oppressi dell’epoca, essenzialmente quella degli schiavi, per i quali reclamarono il rispetto e la libertà”.Ispirandosi alla Parola di Dio della liturgia del giorno, il Papa ha ricordato: “In questi giorni ho sentito tante testimonianze di persone che sono andate incontro a coloro che avevano fatto loro del male. Ferite terribili che ho potuto contemplare nei loro stessi corpi; perdite irreparabili che ancora fanno piangere, e tuttavia queste persone sono andate, hanno fatto il primo passo su una strada diversa da quelle già percorse”. Non bastano i quadri normativi e gli accordi istituzionali tra gruppi politici o economici per garantire la pace senza un incontro personale tra le parti che provochi la nascita di una vera “cultura di pace”. “Nessun processo collettivo ci dispensa dalla sfida di incontrarci, di spiegarci, di perdonare – ha messo in guardia il Papa -. Le ferite profonde della storia esigono necessariamente istanze dove si faccia giustizia, dove sia possibile alle vittime conoscere la verità, il danno sia debitamente riparato e si agisca con chiarezza per evitare che si ripetano tali crimini. Ma tutto ciò ci lascia ancora sulla soglia delle esigenze cristiane. A noi cristiani è richiesto di generare ‘a partire dal basso’ un cambiamento culturale: alla cultura della morte, della violenza, rispondere con la cultura della vita e dell’incontro… Nell’incontro tra di noi riscopriamo i nostri diritti, ricreiamo la vita perché torni ad essere autenticamente umana”.

ASIA/FILIPPINE - I leader cattolici: non si può governare il paese con gli omicidi

Manila - "Nella cosiddetta crociata contro la droga lanciata dal presidente Duterte, le uccisioni extragiudiziali continuano con il ritmo di circa mille al mese. A essere colpiti sono soprattutto i poveri. Per comprendere la gravità del fenomeno, basti pensare che sotto la dittatura di Marcos, uno dei periodi più bui della storia nazionale, se ne contavano 250 l'anno. Abbiamo un presidente serial killer e lo stato sta diventando uno stato-killer. Come cristiani non possiamo restare indifferenti": è l'allarme lanciato all'Agenzia Fides dal gesuita filippino Albert Alejo, antropologo e docente all'Ateneo di Manila University, impegnato con un gruppo di religiosi di altre congregazioni e di laici cattolici a sensibilizzare le coscienze per porre fine alla campagna di omicidi e di violazioni dei diritti umani che attraversa la nazione sotto la presidenza di Rodrigo Duterte. "C'è un disprezzo totale della vita umana, c'è l'impunità per chi commette delitti, c'è la distruzione delle regole elementari dello stato di diritto e della democrazia: possiamo restare in silenzio o ignorare questa situazione?", si chiede il gesuita, interpellato dall'Agenzia Fides. Il persistere della violenza perpetrata dalla polizia e da squadroni di vigilantes che eliminano piccoli spacciatori e tossicodipendenti ha generato di recente nuove reazioni dei Vescovi filippini. Il Cardinale Luis Antonio Tagle, Arcivescovo di Manila, ha dichiarato nei giorni scorsi che "il paese non può essere governato dalla violenza". "Con dolore e orrore si continuano a ricevere notizie quotidiane di omicidi, in gran parte vittime di sospetti spacciatori di droga o tossicodipendenti", ha rilevato. "Non possiamo permettere che la distruzione della vita diventi un fatto ordinario. Non si può governare la nazione con gli omicidi, questo non è umano", ha detto Tagle, mentre nella nazione si diffondono notizie su nuove indagini che vedono membri della polizia segretamente coinvolti nelle uccisioni extragiudiziali.Il Cardinale ha invitato a un " cambiamento di cuore" e a riscoprire "l'inclinazione a fare il bene e ad amare il prossimo" e ha chiesto ai sacerdoti di mostrare solidarietà e vicinanza alle famiglie delle vittime, afflitte dal dolore. Per questo in molte diocesi filippine, inclusa Manila, alle 8 di ogni sera le campane delle chiese suonano per cinque minuti, invitando i fedeli a ricordare le vittime degli omicidi extragiudiziali e a pregare per loro.Senza negare la presenza del problema della diffusione e del traffico di droga nella nazione, la Chiesa filippina ritiene ingiusti e inadeguati i mezzi per combattere il fenomeno. Per questo alla fine di agosto una speciale conferenza ha riunito vescovi, rappresenti del governo, autorità di polizia, leader di organizzazioni non governative con l'obiettivo di sviluppare una partnership tra i diversi settori della società e del governo, e avviare una proficua collaborazione per combattere la droga in modo diverso. "Spero che questo tipo di dialogo possa continuare a diversi livelli", ha detto il Cardinale.

AMERICA/VENEZUELA - Programma umanitario di Caritas Venezuela per contrastare la fame e la denutrizione

Caracas - “Pentole Solidali” è una delle iniziative avviate da Caritas Venezuela per contrastare il deficit alimentare nelle fasce più povere degli abitanti del Paese, in particolare tra i bambini, gli adulti e i malati. Il programma è stato ufficialmente avviato nel mese di febbraio 2017, con la Campagna “Compartir” che la Conferenza Episcopale Venezuelana realizza tutti gli anni all’inizio del tempo di Quaresima. L’iniziativa rappresenta la risposta immediata della Chiesa alla denutrizione infantile, specialmente tra i piccoli con meno di 5 anni di età. I Vescovi, si legge nella nota inviata a Fides, sono consapevoli del fatto che il Programma non sarà sufficiente a risolvere il problema della fame in Venezuela se lo Stato non prende piena coscienza di questo dramma e, di conseguenza, permette un canale umanitario per l’ingresso di generi alimentari e medicine. L’iniziativa della Caritas, con il motto: “Pentole comunitarie… resta ancora molto da fare”, ha iniziato a prendere piede in molte chiese e centri comunitari del Paese. Tuttavia, rimane sempre più difficile ottenere alimenti nutrienti per preparare i pasti e soddisfare la domanda sempre crescente.Una di queste esperienze delle “Pentole comunitarie” si svolge nella Parrocchia Universitaria “Epifanía del Señor” dell’Arcidiocesi di Caracas, portata avanti dal sacerdote gesuita Raúl Herrera insieme a molti fedeli laici. “Per i commensali è chiaro che questo pasto quotidiano non risolve il problema di fondo, ma può solo mitigare la fame”, ha spiegato uno dei collaboratori del sacerdote. “Ogni giorno, come è successo domenica scorsa, assistiamo oltre 200 persone alle quali vengono dati oltre 5 mila litri di zuppa con carne, pollo e verdure. Li serviamo a tavola, dando la priorità agli anziani e ai bambini, assicurandoci comunque che tutti abbiano da mangiare”, ha aggiunto.Secondo la coordinatrice del programma SAMAN di Caritas Venezuela, al 31 luglio scorso è stato registrato un aumento del tasso di denutrizione grave tra i bambini con meno di 5 anni di età. Inoltre, lo stesso studio rivela che il 60% dei 486 bambini con meno di 5 anni pesati e misurati da Caritas, ha deficit nutrizionali.

ASIA/INDIA - “Urge alzare la voce di fronte al dilagare dell’estremismo indù”: lettera aperta ai leader cristiani

New Delhi – “Noi, come cristiani indiani, siamo preoccupati per la svolta che vediamo in atto nel nostro paese che, da democrazia pluralista, si sta quasi trasformando in una sorta di regno dominato da una ideologia induista. C'è un disegno sistematico per minare la Costituzione democratica. Le istituzioni sembrano spesso fiancheggiare i gruppi radicali. Quelle che sono le vittime diventano persone sotto accusa, i processi sono controllati e prevale una narrazione basata sulla propria identità religiose e castale. I media sembrano silenziosi, per autocensura, costretti dallo stato, o spinti da interessi aziendali. Nel paese si assiste all’erosione di principi come libertà e uguaglianza, mentre si afferma una nuova cultura coercitiva, che sta distruggendo la società”: lo afferma una lettera aperta - pervenuta all’Agenzia Fides - indirizzata ai capi delle Chiese e ad altri leader cristiani, firmata da 101 noti attivisti e intellettuali cristiani, tra i quali educatori, attivisti, avvocati, giornalisti, teologi, filosofi, accademici, Pastori. Il sorgere spontaneo in molte città del movimento pubblico #NotInMyName mostra “il comune sentire indiano contro l’ideologia dell’odio” e invita tutti a non tacere, afferma il testo, mentre la società è ancora scossa dal recente omicidio della giornalista Gauri Lankesh, nota voce critica contro le politiche dei nazionalisti indù. La lettera rileva “il doppio binario del governo”: da un lato si dice in prima linea nella sfida globale del terrorismo internazionale, ma poi “minimizza l’impatto di quei movimenti nazionalisti e violenti che attaccano soprattutto i deboli e gli emarginati. Le vittime, infatti, sono soprattutto dalit, tribali e le minoranze religiose”.Il numero di atti violenti contro i soli cristiani negli ultimi tre anni – nota il testo – tocca quota 600, mentre “crescono boicottaggio e discriminazione sociale che incidono sul diritto alla vita, al cibo e al sostentamento”. Il National Crime Records Bureau ha documentato 47.064 atti di violenza nei confronti dei dalits nel 2014, mentre anche la violenza contro i musulmani sta raggiungendo un picco allarmante.La lettera nota con preoccupazione che “l'odio viene propagato anche da deputati del Parlamento e talvolta da ministri del governo, che rappresentano la cornice istituzionale di questa violenza”. “E inevitabilmente, forse in modo deliberato, tali questioni distolgono l'attenzione dai problemi reali della gente e dalle politiche economiche che incidono negativamente su lavoratori, agricoltori e giovani”. Secondo gli autori della lettera, “la politica attuale è contro ogni fondamentale principio umano e costituzionale di uguaglianza e dignità e non preserva il bene comune”.Gli estensori della missiva ricordano che “la comunità cristiana ha una lodevole eredità di tradizione profetica, di difesa della giustizia, dei diritti umani, degli oppressi e degli emarginati, ed è dunque chiamata a schierarsi apertamente a sostegno della verità, a protestare contro le violazioni di tali principi”.“I cristiani sono il sale della terra…oppure sono diventati tiepidi?” si legge nel testo. “Le Chiese devono agire prima che sia troppo tardi. Come cittadini e come cristiani, è tempo di stare accanto alle vittime per essere la voce dei poveri e degli emarginati; è tempo di collaborare con la società civile per diffondere la verità; è tempo di intraprendere iniziative per prevenire un'ulteriore erosione dei nostri valori umani e costituzionali. Per questo invitiamo umilmente tutti i leader cristiani e i capi delle Chiese a riflettere e a guidare la comunità cristiana in India sul cammino della verità, dell'amore e della giustizia”, conclude la lettera.

ASIA/INDIA - “Non si può tacere di fronte al dilagare dell’estremismo indù”: lettera aperta ai leader cristiani

New Delhi – “Noi, come cristiani indiani, siamo preoccupati per la svolta che vediamo in atto nel nostro paese che, da democrazia pluralista, si sta quasi trasformando in una sorta di regno dominato da una ideologia induista. C'è un disegno sistematico per minare la Costituzione democratica. Le istituzioni sembrano spesso fiancheggiare i gruppi radicali. Quelle che sono le vittime diventano persone sotto accusa, i processi sono controllati e prevale una narrazione basata sulla propria identità religiose e castale. I media sembrano silenziosi, per autocensura, costretti dallo stato, o spinti da interessi aziendali. Nel paese si assiste all’erosione di principi come libertà e uguaglianza, mentre si afferma una nuova cultura coercitiva, sta distruggendo la società”: lo afferma una lettera aperta - pervenuta all’Agenzia Fides - indirizzata ai capi delle Chiese e ad altri leader cristiani, firmata da 101 noti attivisti e intellettuali cristiani, tra i quali educatori, attivisti, avvocati, giornalisti, teologi, filosofi, accademici, Pastori. Il sorgere spontaneo in molte città del movimento pubblico #NotInMyName mostra “il comune sentire indiano contro l’ideologia dell’odio” e invita tutti a non tacere, afferma il testo, mentre la società è ancora scossa dal recente omicidio della giornalista Gauri Lankesh, nota voce critica contro le politiche dei nazionalisti indù. La lettera rileva “il doppio binario del governo”: da un lato si dice in prima linea nella sfida globale del terrorismo internazionale, ma poi “minimizza l’impatto di qui movimenti nazionalisti e violenti che attaccano soprattutto i deboli e gli emarginati. Le vittime, infatti, sono soprattutto dalit, tribali e le minoranze religiose”.Il numero di atti violenti contro i soli cristiani negli ultimi tre anni – nota il testo – tocca quota 600, mentre “crescono boicottaggio e discriminazione sociale che incidono sul diritto alla vita, al cibo e al sostentamento”. Il National Crime Records Bureau ha documentato 47.064 atti di violenza nei confronti dei dalits nel 2014, mentre anche la violenza contro i musulmani sta raggiungendo un picco allarmante.La lettera nota con preoccupazione che “l'odio viene propagato anche da deputati del Parlamento e talvolta da ministri del governo, che rappresentano la cornice istituzionale di questa violenza”. “E inevitabilmente, forse in modo deliberato, tali questioni distolgono l'attenzione dai problemi reali della gente e dalle politiche economiche che incidono negativamente su lavoratori, agricoltori e giovani”. Secondo gli autori della lettera, “la politica attuale è contro ogni fondamentale principio umano e costituzionale di uguaglianza e dignità e non preserva il bene comune”.Gli estensori della missiva ricordano che “la comunità cristiana ha una lodevole eredità di tradizione profetica, di difesa della giustizia, dei diritti umani, degli oppressi e degli emarginati, ed è dunque chiamata a schierarsi apertamente a sostegno della verità, protestare contro le violazioni di tali principi”.“I cristiani sono il sale della terra…oppure sono diventati tiepidi?” si legge nel testo. “Le Chiese devono agire prima che sia troppo tardi. Come cittadini e come cristiani, è tempo di stare accanto alle vittime per essere la voce dei poveri e degli emarginati; è tempo di collaborare con la società civile per diffondere la verità; è tempo di intraprendere iniziative per prevenire un'ulteriore erosione dei nostri valori umani e costituzionali. Per questo invitiamo umilmente tutti i leader cristiani e i capi delle Chiese a riflettere e guidare la comunità cristiana in India sul cammino della verità, dell'amore e della giustizia”, conclude la lettera.

ASIA / INDIA - Un’alleanza basata sulla fede per contrastare la violenza sui bambini

Ranchi – E’ nato nello stato indiano di Jharkhand un “Gruppo di azione nazionale contro la violenza sui bambini”. L'organizzazione è parte di un network già presente in diversi paesi dell'Asia meridionale e svilupperà collegamenti con altre associazioni dell'Asia meridionale impegnate contro la violenza su donne e bambini. Il gruppo è composto da agenzie ONU, associazioni, leader interreligiosi, Ong, organizzazioni della società civile. Molti leader e comunità cristiane e cattoliche indiane hanno aderito al gruppo che intende far crescere la consapevolezza di diritti e responsabilità di ogni cittadino e costruire una società libera dalla violenza sui bambini.“L'India ha nella sua agenda nazionale l’impegno per eliminare ogni tipo di discriminazione, esclusione e sfruttamento dei bambini: speriamo che queste iniziative generino maggiore consapevolezza nella società”, spiega all'Agenzia Fides Sr. Sophia Baxla, di Patna, che ha aderito al gruppo. In particolare le comunità cristiane riflettono sul ruolo che possono ricoprire i leader e le comunità religiose per contribuire a porre fine alla violenza nei confronti dei bambini. “Uno degli obiettivi è “fare rete” e costituire un'alleanza nazionale tra le comunità di diverse fedi, per prevenire e la violenza sui minori. Si tratta di promuovere un approccio coordinato, contribuendo così a rafforzare i sistemi di protezione statali, nazionali e comunitari a tutti i livelli”, dice a Fides Manbendra Nath Mondal, presidente dell'organizzazione in Asia meridionale. “Un'alleanza basata sulla fede può essere preziosa per sensibilizzare le coscienze e generare un consenso a livello di massa”, rileva.“Le nostre tradizioni di fede assumono una visione olistica della vita di un bambino e cercano quindi di promuovere tutti i diritti del bambino nel contesto della sua famiglia, della comunità e del più ampio contesto sociale, economico e politico. Dobbiamo far sì che i bambini possano godere di questi diritti, in particolare istruzione, protezione, salute, sviluppo sociale”, aggiunge Saryu Rai, ministro del governo dello stato di Gujarat.Le comunità religiose sono la parte più grande e organizzata della società civile in tutto il territorio e i leader religiosi hanno notevole influenza sociale: per questo un'alleanza tra comunità religiose può essere molto efficace per generare un cambiamento.

AMERICA/ARGENTINA - Il Cura Brochero ispira i sacerdoti di oggi

Brochero – Lo spirito, il servizio e la missione del Cura Brochero – il prete santo, canonizzato il 16 ottobre 2016 da Papa Francesco – sono un tesoro a cui attingere per la missione dei sacerdoti argentini oggi: lo affermano circa 600 sacerdoti e vescovi provenienti da tutto il paese, riunitisi nei giorni scorsi nella città di Villa Cura Brochero. I preti hanno riempito la città per l'ottavo Incontro nazionale del clero per riflettere sul servizio e sulla missione del Cura Brochero e trovare in lui una fonte di ispirazione per il loro ministero sacerdotale e pastorale.“Abbiamo condiviso tre giorni intensi”, racconta a Fides il Vescovo Sergio Buenanueva, alla guida della diocesi di San Francisco, e uno degli organizzatori dell'incontro che ha registrato un numero record di partecipanti questo anno. “Dopo essere stati qui, a Brochero, sentendo la presenza del prete santo e il suo modo di vivere il Vangelo, ripartiamo con una rinnovata gioia di essere sacerdoti per il nostro popolo”, ha detto Mons. Buenanueva. “Non era un assemblea, ma una riflessione congiunta su diversi aspetti che riguardano il nostro ministero: lo facciamo ogni tre anni ed è un’esperienza molto motivante per tutti”, ha spiegato mons. Santiago Olivera, Vescovo emerito della diocesi di Cruz del Eje e titolare attuale della sede castrense.Fra quanti hanno guidato i momenti di riflessione, c'era il gesuita Angel Rossi, profondo conoscitore della spiritualità Brocheriana. La testimonianza di una donna è stato uno dei momenti più sentiti: Maria Silvia Fiorentino, attuale superiore della Congregazione delle Suore Serve del Cuore di Gesù, ha parlato della storia di Catalina de Maria Rodríguez, che il prossimo 25 novembre sarà beatificata a Cordoba.

AFRICA/SUD SUDAN - “In Sud Sudan c’è un conflitto etnico ma soprattutto politico e di potere”, afferma un missionario

Juba - “È troppo semplice descrivere il conflitto nel Sud Sudan come esclusivamente etnico. La lotta per il potere, la corruzione, la pessima gestione della leadership militare, politica, delle risorse e la mancanza di libertà di base, sono situazioni reali che complicano fortemente il conflitto” scrive a Fides p. Daniele Moschetti, missionario comboniano che ha prestato servizio per sei lunghi anni in Sud Sudan, Paese sconvolto da una drammatica guerra civile scoppiata nel dicembre 2013. “Le divisioni etniche sono rimaste una caratteristica costante della società sud sudanese per molti decenni. In passato, hanno indebolito la lotta per la liberazione e questo, è un fattore importante all’interno dell'attuale guerra civile. La ricca diversità etnica di questo bellissimo Paese dovrebbe essere causa di celebrazione, non di sofferenza” sottolinea il missionario. P. Daniele mette un risalto le violenze subite dai civili, specie donne e bambini, riportando alcune testimonianze come quella di Mary, 23 anni, madre di cinque figli, che dice: “Il solo modo di essere al sicuro per donne e ragazze è quello di essere morte. Non c’è modo di esserlo fino a quando sei viva. È brutto da dire, ma la situazione è questa…”.Anche i Comboniani hanno visto alcune delle loro missioni distrutte come quella di LominKajoKeji, nella provincia dell’Equatoria. “Caduta nelle mani dei ribelli prima e dei governativi poi. Saccheggiata e totalmente distrutta; una delle migliori missioni organizzate della nostra provincia sud sudanese e, collocata in quella che era la zona più fertile e pacifica degli ultimi anni ora messa a ferro e fuoco” commenta p. Daniela. “I nostri confratelli e sorelle comboniane hanno deciso di seguire la gente che si è trasferita in massa nei campi di rifugiati in Uganda. La vita là è veramente dura, non ci sono i servizi necessari per poter vivere ma nemmeno per sopravvivere. Quando si hanno milioni di rifugiati da gestire, il problema umanitario è grande per tutti. La speranza non è morta, continua a vivere dentro queste persone che lottano quotidianamente per sopravvivere con la voglia di riscatto e di ritornare un giorno alla loro terra”.P. Daniele Moschetti ha appena pubblicato un libro sul dramma sud-sudanese, basato sulla sua esperienza di missionario nel Paese.

AMERICA/COLOMBIA - Papa Francesco: la Chiesa diventa missionaria solo perchè segue l'attrattiva di Gesù

Bogotà – Ciò che muove la Chiesa alla missione “non è l’entusiasmo che infiamma il cuore generoso del missionario”, ma è piuttosto “la compagnia di Gesù mediante il suo Spirito. Se non partiamo con Lui in missione, ben presto perderemo la strada, rischiando di confondere le nostre vane necessità con la sua causa”. Così Papa Francesco, nel corso del viaggio apostolico che sta realizzando in Colombia, ha trovato il modo di riproporre parole efficaci sulla “chiamata divina” del discepolato missionario che riguarda tutti i battezzati, Lo ha fatto giovedì 7 settembre. nel discorso da lui rivolto a Bogotà ai membri del comitato direttivo del Consiglio episcopale dell'America Latina . Pur facendo espliciti riferimenti alla realtà delle Chiese latinoamericane, il Vescovo di Roma ha riproposto i tratti propri che connotano il dinamismo missionario a ogni latitudine, e lo distinguono da ogni forma di proselitismo ideologico, culturale o religioso. In missione per seguire CristoIl discepolato missionario – ha suggerito Papa Francesco - non nasce come sforzo e prestazione delle strutture ecclesiali, ma si configura come un “ 'permanente uscire' con Gesù per conoscere come e dove vive il Maestro. E mentre usciamo in sua compagnia conosciamo la volontà del Padre, che sempre ci attende. Solo una Chiesa Sposa, Madre, Serva, che ha rinunciato alla pretesa di controllare quello che non è opera sua ma di Dio, può rimanere con Gesù anche quando il suo nido e il suo rifugio è la croce”. Per questo “Ciò che rende permanente la missione non è l’entusiasmo che infiamma il cuore generoso del missionario, benché sempre necessario; piuttosto è la compagnia di Gesù mediante il suo Spirito. Se non partiamo con Lui in missione” ha insistito Papa Bergoglio “ben presto perderemo la strada, rischiando di confondere le nostre vane necessità con la sua causa. Se la ragione del nostro andare non è Lui, sarà facile scoraggiarsi in mezzo alla fatica del cammino, o di fronte alla resistenza dei destinatari della missione, o davanti ai mutevoli scenari delle circostanze che segnano la storia, o per la stanchezza dei piedi dovuta all’insidioso logorio provocato dal “nemico”. Non fa parte della missione cedere allo scoraggiamento, quando forse, passato l’entusiasmo degli inizi, arriva il momento in cui toccare la carne di Cristo diventa molto duro”. L'unica cosa necessariaPer questo – ha suggerito il Successore di Pietro – la possibilità di rigenerare le forze per la missione non riposa nelle metodologie messe in campo dagli apparati ecclesiali, ma piuttosto nel ritornare sempre a fare esperienza della carità di Cristo: “All’inizio di tutto” ha ricordato Papa Francesco “c’è sempre l’incontro con Cristo vivo richiede che i discepoli coltivino la familiarità con Lui; diversamente il volto del Signore si offusca, la missione perde forza, la conversione pastorale retrocede”. Pertanto “pregare e coltivare il rapporto con Lui è l’attività più improrogabile della nostra missione pastorale. Ai suoi discepoli entusiasti della missione compiuta, Gesù disse: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto» . Noi abbiamo ancora più bisogno di questo “stare soli con il Signore” per ritrovare il cuore della missione della Chiesa in America Latina nelle attuali circostanze”. Proprio questa dipendenza costante del dinamismo missionario dalla grazia di Cristo – ha ripetuto il Papa – suggerisce che conviene “porre la missione di Gesù nel cuore della Chiesa stessa, trasformandola in criterio per misurare l’efficacia delle strutture, i risultati del lavoro, la fecondità dei ministri e la gioia che essi sono capaci di suscitare. Perché senza gioia non si attira nessuno”.La “concretezza” della Chiesa in stato di missioneSolo così ci si libera anche dalle caricature riduttive della missione: quelle che il Papa ha definito come le “tentazioni, ancora presenti, della ideologizzazione del messaggio evangelico, del funzionalismo ecclesiale e del clericalismo”, che riducono il Vangelo a un programma al servizio di uno gnosticismo di moda, a un progetto di ascesa sociale o a una visione della Chiesa come burocrazia che si autopromuove”, o come “un’organizzazione diretta, con moderni criteri aziendali, da una casta clericale”.Tra le altre cose, Papa Francesco ha anche indicato il tratto della “concretezza” come indizio di un autentico dinamismo missionario: “Il Vangelo” ha detto il Vescovo di Roma “è sempre concreto, mai un esercizio di sterili speculazioni. Conosciamo bene la ricorrente tentazione di perdersi nel bizantinismo dei 'dottori della legge', di domandarsi fino a che punto si può arrivare senza perdere il controllo del proprio territorio delimitato o del presunto potere che i limiti garantiscono”. Il Vangelo – ha fatto notare Papa Bergoglio parla di Gesù che, uscito dal Padre, percorre con i suoi i campi e i villaggi di Galilea: “Mentre cammina, incontra; quando incontra, si avvicina; quando si avvicina, parla; quando parla, tocca col suo potere; quando tocca, cura e salva. Condurre al Padre coloro che incontra è la meta del suo permanente uscire, sul quale dobbiamo riflettere continuamente. La Chiesa deve riappropriarsi dei verbi che il Verbo di Dio coniuga nella sua missione divina. Uscire per incontrare, senza passare oltre; chinarsi senza noncuranza; toccare senza paura. Si tratta di mettersi giorno per giorno nel lavoro sul campo, lì dove vive il Popolo di Dio che vi è stato affidato”. .

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