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Le notizie dell'Agenzia Fides
Updated: 17 min 55 sec ago

AMERICA/BOLIVIA - Il contributo delle Università alla preparazione del V Congresso Missionario Americano

27 June 2018
Santa Cruz – Guidati dal tema "La missione dell'università cattolica, oggi", una quarantina di delegati universitari si sono riuniti ieri, 26 giugno, per il Pre-Congresso delle Università Cattoliche in vista del V Congresso Missionario Americano , nell'Arcidiocesi di Cochabamba. I rappresentanti delle due Università, l’Università Salesiana della Bolivia e l'Università cattolica Boliviana "San Pablo", si sono dati appuntamento nella Casa di Ritiri di Fatima, con lo scopo di "contribuire con nuove linee di riflessione, alla vocazione missionaria delle Università cattoliche in Bolivia, nel quadro delle funzioni fondamentali nell'istruzione superiore". Mons. Tito Solari, Arcivescovo emerito di Cochabamba, ha guidato questa iniziativa in preparazione al CAM V, presentando nella sua conferenza il tema: "La risposta delle università cattoliche al giovane studente universitario boliviano".Ormai tra pochi giorni, dal 10 al 14 luglio, con lo slogan "America in missione, il Vangelo è gioia", si terrà il V Congresso Missionario Americano , nella città di Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, il cui tema sarà: "La gioia del Vangelo, cuore della missione profetica, fonte di riconciliazione e comunione".Secondo fonti di Fides, questo sarà il X Congresso missionario americano. La lunga serie di incontri ha avuto inizio nel 1977 in Messico, e ogni 4 anni il congresso si tiene in paesi diversi. L'ultimo si è tenuto a Maracaibo, in Venezuela, nel 2013 .Nell’invito al V Congresso Missionario Americano si sottolinea che "la missione oggi ha bisogno che le nostre comunità rispondano con generosità, inventiva e ardore, al costante e instancabile appello di Papa Francesco, che ci chiede di essere promotori di un profondo processo di evangelizzazione nel nostro continente e nel mondo".La convocazione è firmata da Mons. Ricardo Centellas, Presidente della Conferenza Episcopale Boliviana; da Mons. Eugenio Scarpellini, Direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie della Bolivia; da Mons. Julio Maria Elías, Vescovo incaricato delle Missioni, e da Mons. Sergio Gualberti, Arcivescovo di Santa Cruz e Presidente del CAM V.

ASIA/TAIWAN - I Camilliani in Asia, per rimotivare lo spirito missionario

27 June 2018
Taipei - “Insieme in Asia per conoscere il passato, celebrare il presente, scrutare il futuro e per ri-motivare lo spirito missionario Camilliano”: questo il tema dell’incontro che ha visto riuniti a Taiwan, dal 18 al 23 giugno, i Superiori maggiori dei Camilliani presenti in 38 paesi dei cinque continenti, per una condivisione di esperienze e per conoscere più da vicino la realtà asiatica. I Camilliani sono presenti in nove paesi asiatici con opere e attività pastorali ispirate al carisma di San Camillo, che sono anche positivamente apprezzate dalle autorità locali dei vari paesi in cui operano.Secondo le informazioni inviate all’Agenzia Fides da p. Luigi Galvani, missionario camilliano, l’incontro di Taiwan ha offerto ai vari rappresentanti dell’Ordine l’opportunità di conoscere il lavoro missionario compiuto dai loro confratelli in 66 anni di presenza nel paese. Numerose sono le opere realizzate, tra cui l’ospedale St. Mary’s di Luodong, con più di 600 posti letti, tre case di riposo per anziani, un centro per 150 disabili mentali, una scuola per infermiere con più di tre mila studenti, un centro giovanile di danza, il servizio pastorale in una decina di parrocchie della montagna tra gli aborigeni.Durante i cinque giorni di incontro, i partecipanti hanno ricevuto la visita dell’Arcivescovo di Taipei, Mons. John Hung, il quale ha espresso al Superiore generale, p. Leo Pessini, l’apprezzamento e la riconoscenza della diocesi per il significativo impegno missionario dei Camilliani. I vostri missionari - ha detto l’Arcivescovo - sono stati uomini coraggiosi e innamorati del carisma del Fondatore lasciando veramente segni concreti di carità nel nostro paese. Molto significativa anche la visita del Vice Presidente di Taiwan, on. Francis Chen, in occasione della posa della prima pietra di un nuovo centro per malati di Alzaimer a Luodong, il quale ha espresso ammirazione per l’impegno sociale, caritativo e apostolico reso dei missionari Camilliani a Taiwan.Nei giorni precedenti l’incontro, particolarmente partecipato è stato l’estremo saluto dato dai Superiori maggiori dell’Ordine, con la presenza del Vice Presidente di Taiwan, Francis Chen, ad uno dei primi missionari italiani, padre Antonio Didonè, spentosi proprio in quei giorni. P. Antonio era medico pediatra, missionario a Taiwan per 58 anni. Migliaia sono stati i bambini da lui curati. Come direttore dell’ospedale per quasi trent’anni, a lui si deve il grande sviluppo del St. Mary, che da piccolo ospedale di 20 posti letto, trovato nel 1952 quando i Camilliani vi giunsero espulsi dalla grande Cina, ora può ospitare più di 600 malati. Al termine del loro incontro, i Superiori maggiori dell’Ordine Camilliano hanno espresso gioia e lode al Signore per i loro confratelli di Taiwan ricevendo, al tempo stesso, stimoli di nuovo entusiasmo missionario da portare nei loro paesi.

AMERICA/BRASILE - lndividualismo e perdita del senso comunitario: le difficoltà di un catechista indigeno in Amazzonia

27 June 2018
São Francisco - Una delle figure più importanti nel lavoro di evangelizzazione nelle comunità dell’Amazzonia è il catechista, incaricato di accompagnare la vita quotidiana, data l’esigua presenza dei sacerdoti. Come sottolinea all’Agenzia Fides José Valdeci Pereira Gonçalves, catechista della comunità di São Francisco, diocesi di São Gabriel da Cachoeira, "essere catechista vuol dire cercare di portare la nostra gente alla conoscenza della Parola di Dio, a costruire una comunità, aiutando le persone a capire come funziona la Chiesa, cosa vuole Dio".Non è facile svolgere questo servizio, spesso manca la formazione e la partecipazione delle famiglie non è molto alta. Per José Valdeci è necessario "portare la conoscenza della Parola di Dio di casa in casa, partendo da un piccolo brano della Parola, vedere come lo viviamo nella comunità, come Dio vuole che siamo più uniti e più impegnati nella Chiesa".Una delle sue preoccupazioni è l'affermarsi dell'individualismo, la perdita di una visione comunitaria. “Anni fa eravamo molto più uniti. Quando ero piccolo, se all'ora di pranzo qualcuno aveva pescato o cacciato molto, tutti si radunavano in quella casa per mangiare". Questo è andato perso, insiste José Valdeci parlando a Fides, "sin dagli anni '90, quando c'è stata una divisione nel momento in cui è cominciato ad arrivare il denaro, perché il denaro è la più grande illusione del mondo e questo ha portato alla separazione della comunità. Ognuno ha un po' di soldi e pensa di non aver più bisogno della comunità o della Chiesa. Abbiamo smesso di mangiare insieme, quando peschi tanto non lo dai a chi non ce l'ha, ma lo inizi a vendere, perché così ci guadagni i soldi. E prima non era così".“Dobbiamo lavorare con i giovani che stanno facendo un cammino di catechesi per recuperare quello che c'era prima: essere uniti, perché una comunità unita fa le cose molto velocemente" dice il catechista a Fides, che continua a sottolineare che questo riguarda “non solo la comunità, ma anche la famiglia”. “Se ci incontriamo per mangiare nello stesso piatto, ciò renderà la nostra comunità più unita in futuro. Ma se smettiamo di trasmettere questa esprienza, sicuramente le cose andranno anche peggio. Dobbiamo lavorare per riprenderci ciò che abbiamo già lasciato."

EUROPA/SPAGNA - Pubblicato il volume “La misión, futuro de la Iglesia, Missio ad-inter gentes”

27 June 2018
Madrid – Fino ad oggi quando si è parlato della "missione", le riflessioni si sono focalizzate sugli aspetti legati all’animazione e alla cooperazione missionaria. Ma era necessario che teologi e missionologi potessero condividere opinioni anche sui problemi che sono alla base della fede e della proclamazione del Vangelo.Nel 2017 il Centro Internazionale di Animazione Missionaria e la Pontificia Unione Missionaria , una delle quattro Pontificie Opere missionarie , hanno organizzato a Roma il primo seminario in spagnolo sul tema "Laicato e Missione" . Nel 2018 l'evento si è ripetuto, concentrandosi sulla missione "ad gentes", ed il frutto di queste riflessioni è raccolto nell’affermazione che la missione è l'origine, il fine e la vita della Chiesa. La missione di Gesù posta nel cuore della Chiesa diventa il criterio per valutare l'efficacia delle strutture pastorali, i risultati del suo lavoro apostolico, la fecondità dei suoi ministri e la gioia che siamo in grado di comunicare. La corretta articolazione della dinamica "annuncio-sacramento-testimonianza cristiana" nella missione ad Gentes, dovrebbe aiutare a rinnovarci e a riformare radicalmente l'intera vita e anche l'attività della Chiesa.Il volume “La misión, futuro de la Iglesia, Missio ad-inter gentes” di p. Fabrizio Meroni e don Anastasio Gil Garcia è stato pubblicato in lingua spagnola dalla casa editrice PPC come terza opera di riflessione teologica sulla missione della Collana Omnis Terra del Segretariato Internazionale della Pontificia Unione Missionaria e del CIAM in collaborazione con la direzione nazionale delle Obras Missionales Pontificias di Spagna .

EUROPA/ARMENIA - Fondi europei per stabilizzare i rifugiati armeni fuggiti dalla Siria

26 June 2018
Ereven - L'Unione europea si appresta a stanziare un contributo di 3 milioni di euro finalizzati a sostenere progetti per l'integraziooufyne e la stabilizzazione dei rifugiati armeni fuggiti dalla Siria che hanno trovato rifugio in Armenia. Il finanziamento – ha riferito a Armenpress Hoa-Binh Adjemian, capo della sezione per la cooperazione della delegazione dell'UE presente in Armenia – punterà soprattutto a alleviare i problemi affrontati dei rifugiati armeni siriani nella ricerca di una abitazione e di un lavoro. Le sovvenzioni – ha chiarito Adjemian – aiuteranno quei rifugiati a radicarsi in Armenia, uscendo dalle condizioni di precarietà in cui si trovano molti di loro, e accantonando per ora ogni ipotesi di favorire o pretendere il rimpatrio dei profughi armeni siriani.Una parte del contributo – ha aggiunto il funzionario armeno – servirà anche a promuovere piccole iniziative imprenditoriali messe in atto dai rifugiati siriani. Il finanziamento a favore dei rifugiati armeni siriani in Armenia dovrebbe essere disposto entro metà luglio. Attualmente l'Armenia ospita sul proprio territorio circa 22mila armeni siriani espatriati dall'inizio del conflitto siriano. Già all'inizio del 2014 l'organizzazione governativa armena Hayastan All-Armenian Fund aveva lanciato programmi di raccolta fondi anche presso le comunità armene della diaspora da destinare ai rifugiati siriani, con il coinvolgimento attivo del Catholicosato armeno apostolico di Cilicia. In contemporanea, anche la Camera degli avvocati della Repubblica armena aveva iniziato a offrire consulenze gratuite agli armeni provenienti dalla Siria, fornendo anche materiale informativo utile per affrontare i problemi giuridici che i profughi si trovano a affrontare. In Siria, prima delconflitto, i più di 100mila cristiani armeni – apostolici e ortodossi – rappresentavano una delle comunità armene più numerose del Medio Oriente. .

ASIA/ARMENIA - Fondi europei per stabilizzare i rifugiati armeni fuggiti dalla Siria

26 June 2018
Ereven - L'Unione europea si appresta a stanziare un contributo di 3 milioni di euro finalizzati a sostenere progetti per l'integraziooufyne e la stabilizzazione dei rifugiati armeni fuggiti dalla Siria che hanno trovato rifugio in Armenia. Il finanziamento – ha riferito a Armenpress Hoa-Binh Adjemian, capo della sezione per la cooperazione della delegazione dell'UE presente in Armenia – punterà soprattutto a alleviare i problemi affrontati dei rifugiati armeni siriani nella ricerca di una abitazione e di un lavoro. Le sovvenzioni – ha chiarito Adjemian – aiuteranno quei rifugiati a radicarsi in Armenia, uscendo dalle condizioni di precarietà in cui si trovano molti di loro, e accantonando per ora ogni ipotesi di favorire o pretendere il rimpatrio dei profughi armeni siriani.Una parte del contributo – ha aggiunto il funzionario armeno – servirà anche a promuovere piccole iniziative imprenditoriali messe in atto dai rifugiati siriani. Il finanziamento a favore dei rifugiati armeni siriani in Armenia dovrebbe essere disposto entro metà luglio. Attualmente l'Armenia ospita sul proprio territorio circa 22mila armeni siriani espatriati dall'inizio del conflitto siriano. Già all'inizio del 2014 l'organizzazione governativa armena Hayastan All-Armenian Fund aveva lanciato programmi di raccolta fondi anche presso le comunità armene della diaspora da destinare ai rifugiati siriani, con il coinvolgimento attivo del Catholicosato armeno apostolico di Cilicia. In contemporanea, anche la Camera degli avvocati della Repubblica armena aveva iniziato a offrire consulenze gratuite agli armeni provenienti dalla Siria, fornendo anche materiale informativo utile per affrontare i problemi giuridici che i profughi si trovano a affrontare. In Siria, prima delconflitto, i più di 100mila cristiani armeni – apostolici e ortodossi – rappresentavano una delle comunità armene più numerose del Medio Oriente. .

AMERICA - Scalabriniane: invece di politiche migratorie disumane cercare alternative adeguate rispettose della dignità

26 June 2018
Brasilia - “Noi Missionarie di San Carlo Borromeo/Scalabriniane con la missione di seguire i migranti e i rifugiati, preoccupate e impegnate ad accompagnare nel cammino e nei processi migratori i nostri fratelli e sorelle migranti e rifugiati nel mondo, ci uniamo alla voce delle Chiese, delle organizzazioni civili e delle organizzazioni internazionali di fronte alle politiche migratorie disumane che il presidente Trump e il suo governo hanno preso”. E’ quanto dichiarano in una nota pervenuta a Fides una serie di organizzazioni Scalabriniane operanti soprattutto in America Latina: l’Associazione delle suore Scalabriniane di Tegucigalpa ; l’Assmi, Associazione Scalabriniana di Servizio ai migranti di San José ; l’Smr, Servizio migranti e rifugiati di Città del Messico ; l'Associazione civica Padre Giuseppe Marchetti di Jalisco ; l’Ascala, Associazione Scalabriniana al servizio della mobilità umana di San Pedro de Macoris ; l’Associazione civica Madre Assunta di Tijuana ; la Missione Scalabriniana di Quito ; l’Imdh, l’Istituto dei diritti umani di Brasilia ; il Csem, Centro Scalabriniano di studi migratori di Brasilia ; l’Ascm, l’Associazione Scalabriniane con i migranti di Roma ; l’Assmi, Associazione Scalabriniane a servizio per/con i migranti di Roma e l’Associazione “Porta sul mondo” di Piacenza . “Hanno oltrepassato il tollerabile – aggiungono i firmatari - con l'uso di bambini e adolescenti migranti come moneta per attuare la ‘politica di tolleranza zero’ che ha raggiunto l'estremo, senza scrupoli, senza etica e senza morale. Se c'è qualcosa per cui oggi alziamo le nostre voci e ci uniamo a quelle di tutte le altre organizzazioni, Chiese, movimenti e organizzazioni internazionali che ci hanno preceduto con la loro denuncia, è perché chiediamo un rispetto umano, degno e che promuova il diritto superiore della tutela del bambino e dell'adolescente”.Nel documento si chiede l'unificazione delle famiglie; il rispetto del diritto internazionale e dei trattati internazionali che sostengono, proteggono e promuovono i diritti dei bambini e degli adolescenti; ai Paesi di origine si chiede di fermare il lassismo sulle politiche di sviluppo in modo che le persone non siano costrette a migrare nelle condizioni in cui oggi emigrano.“Esortiamo a considerare le cause che costringono a far fuggire disperatamente le famiglie con i loro bambini e adolescenti – prosegue la nota -, queste sono già traumatiche, aggiungendo inoltre le dure condizioni del viaggio. Invitiamo a cercare alternative umane e adeguate, per ordinare la migrazione considerando il contesto globale e non solo parziale e vantaggioso per il Paese in cui arrivano. Condanniamo gli arresti, le detenzioni, le criminalizzazioni e le deportazioni immediate che coinvolgono i bambini, perché questo li traumatizzerà per il resto della loro vita”.“Come Suore Missionarie Scalabriniane – si conclude la nota -, vi invitiamo a incontrare il Gesù di Nazareth che si fa Bambino e si presenta piccolo, vulnerabile, fragile e richiede da parte nostra, la cura, la protezione, l’affidamento, la protezione, la promozione e l'integrazione come pure raccomandato da Papa Francesco”.

AFRICA/COSTA D’AVORIO - I Vescovi: “speculazioni e urbanizzazione selvaggia tra le cause dell’alluvione mortale di Abidjan”

26 June 2018
Abidjan - Non sono solo i cambiamenti climatici a provocare tragedie umanitarie, ma ci sono pure responsabilità dell’uomo. È quanto afferma la Conferenza Episcopale ivoriana in una nota nella quale esprime le condoglianze per la ventina di vittime delle inondazioni che hanno colpito Abidjan, la notte tra il 18 e il 19 giugno . Dopo aver ringraziato le autorità e tutti coloro che hanno prestato soccorso alla popolazione colpita, i Vescovi sottolineano i rischi dell’urbanizzazione selvaggia, spesso alimentata dalla corruzione, in un tessuto urbano come quello di Abidjan che sorge su una laguna ed è attraversata da canali.“In una città tentacolare come Abidjan, che si sta sviluppando rapidamente e la cui urbanizzazione è galoppante, esiste il rischio di insediamenti non pianificati in violazione delle norme di sicurezza e della topografia naturale della città con i suoi specchi d'acqua” affermano i Vescovi. “È anche probabile che si siano verificate delle speculazioni edili nelle immediate vicinanze delle aree pericolose”.Il governo ivoriano ha annunciato lo sgombero degli abitanti delle zone a rischio di Abidjan. Il provvedimento è stato preso il 21 giugno al termine del Consiglio di Sicurezza Nazionale presieduto dal Presidente Alassane Ouattara. Secondo un comunicato letto alla televisione nazionale dal Ministro degli Interni Sidiki Diakite, il governo ha deciso la distruzione delle costruzioni realizzate nelle vie di drenaggio e l'espulsione delle persone che vivono nelle zone a rischio alluvionale.

ASIA/INDIA - Una scuola per 1300 alunni di Azimganj

26 June 2018
Azimganj - La cittadina di Azimganj, nel distretto di Murshidabad, è stata un importante snodo commerciale nel diciottesimo secolo, ospita molti templi giainisti che testimoniano i fasti dei tempi lontani. I salesiani sono arrivati in questa località nel 1966 e attualmente sono attivi nel campo dell’istruzione e delle attività parrocchiali e sociali. Tra le varie iniziative portate avanti sin dal 1966 i religiosi hanno aperto la scuola Don Bosco con classi elementari e medie. Frequentata da minori provenienti da contesti di grande miseria, accoglie bambini prevalentemente di origine tribale o appartenenti alle caste più basse e in contesti di totale privazione. In molti casi, sottolinea la nota inviata a Fides, sono nati da madri denutrite e sono stati bimbi denutriti, fattore che ha causato a tanti di loro ritardi cognitivi. Vivono in povere capanne senza corrente elettrica né servizi igienici. I genitori non riescono neanche a pagare le tasse scolastiche che ammontano ad un euro al mese. La maggior parte degli studenti appartiene all’etnia dei Santhal. I piccoli che frequentano la Don Bosco sono i primi della famiglia di provenienza ad andare a scuola, e questo scatena una serie di problematiche. Innanzitutto, nessuno è in grado di aiutarli a fare i compiti; in secondo luogo, sono molti i genitori che preferiscono indirizzarli verso il lavoro che spingerli a finire gli studi, perché non hanno gli strumenti per capire quanto sia importante l’istruzione per interrompere il circolo vizioso di ignoranza e sfruttamento in cui si sono trovati a nascere.I Figli di Don Bosco fanno il possibile per aiutare 1300 fra bimbi delle elementari e ragazzini che frequentano le medie. Hanno scarsi mezzi a disposizione, ma molto ingegno: per ovviare alla mancanza di lavagne, hanno dipinto le pareti di nero e ci scrivono sopra con il gesso; gli studenti seguono le lezioni seduti per terra, perché non hanno banchi. E’ sempre più impellente la necessità di acquistare cattedre e banchi, lavagne, scaffali e libri, attrezzature audiovisive per garantire un minimo di dignità a studenti e insegnanti e per spingere gli studenti più problematici a superare le difficoltà, soprattutto attraverso l’ausilio di libri e materiale audio-video che possono stimolarne l’apprendimento e la curiosità.

AMERICA/COLOMBIA - Tutti i Vescovi impegnati a guidare il popolo colombiano “sulla via della vera pace”

26 June 2018
Bogotá – “Il popolo colombiano è desideroso di pace, di tanta pace, ma non riusciamo ancora a trovare la strada giusta. Tutti i Vescovi della Colombia sono impegnati nello sforzo di guidare il nostro popolo sulla via della vera pace, che è la pace che Cristo ci promette, la pace del Vangelo”. Lo dichiara all’Agenzia Fides Mons. Mario de Jesus Álvarez Gómez, da febbraio Vescovo di Istmina – Tadó, che dal 2010 ricopre l’incarico di Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie . “Ci troviamo impegnati in questo grande sforzo, non certo facile – prosegue il Vescovo -. Molti sacerdoti che si adoperavano per questo scopo sono stati uccisi, molte comunità sono state sfollate e perseguitate a causa delle loro convinzioni religiose. Ma continuiamo, andiamo avanti, con la convinzione che solo con l’aiuto di Cristo e con il Vangelo possiamo uscire da questa situazione".Tra le zone geografiche che ancora soffrono la violenza e la mancanza della pace, il Vescovo cita il Catatumbo, la regione colombiana ubicata nel nordest, al confine con il Venezuela, che "è una polveriera da tempo, perché il gruppo ribelle dell’ELN fin dalle sue origini, nel 1964, si stabilì particolarmente lì. È una zona ricca, che condivide con il Venezuela la ricchezza del petrolio, così è stato terreno fertile per nutrire una grande violenza, una vera guerra. Anche in altre zone del paese, come la regione del Choco, nella parte occidentale, sulla costa del Pacifico – prosegue -, è presente questo gruppo di ribelli, che si sono uniti ad altre forme di violenza, in cui rientra anche il traffico di droga. Nel sud del paese, le aree tradizionalmente dominate dalle FARC ora soffrono una combinazione di lotte che anche in questo momento, nonostante la firma della pace, mantengono vivo un clima di violenza, di guerra, di insofferenza…".Nonostante queste sacche di violenza, “in tutti i luoghi, in modo forte, determinato, fiducioso e persino martiriale, la Chiesa è presente!” sottolinea Mons. Álvarez Gómez. “Questa è la Chiesa cattolica, l'unica presente in tutti i comuni, in tutte queste aree. Anche nei luoghi più poveri e bisognosi c'è un sacerdote, un religioso, un laico, impegnati in un'opera di evangelizzazione, esprimendo la presenza della Chiesa. Siamo lì per portare il Vangelo, testimoniando la riconciliazione, la pace e il perdono. E’ una grande speranza, e noi vogliamo esserlo fino in fondo”. Anche se nel suo cammino passato sono stati commessi degli errori, ricorda il Vescovo, la Chiesa cattolica è l’istituzione che gode ancora la maggior fiducia della gente, e questo la spinge ad essere presente in tutte le realtà, soprattutto le più povere e abbandonate, dove manca il necessario per vivere con dignità. “Quest'anno – conclude il Vescovo - stiamo celebrando in Colombia un anno dedicato alla riconciliazione, e stiamo invitando i colombiani a disarmare i cuori e ad entrare in un'atmosfera di riconciliazione e di pace, che apra la via allo sviluppo".

ASIA/PAKISTAN - L'Arcivescovo Shaw : "Il ruolo degli insegnanti è decisivo per la pace e la convivenza"

26 June 2018
Lahore - "Gli insegnanti di scuola svolgono un ruolo fondamentale per la promozione della pace in Pakistan; dobbiamo offrire loro l'opportunità di imparare di più e incoraggiarli a continuare a essere educatori di pace: E' oltremodo necessario, per avere una pace sostenibile e duratura nella società, accettarsi l'un l'altro e promuovere la tolleranza". Lo ha detto l'Arcivescovo di Lahore, Sebastian Francis Shaw, presidente della Commissione nazionale per il dialogo interreligioso e l'Ecumenismo , nella Conferenza episcopale cattolica del Pakistan, durante un seminario organizzato nei gorni scorsi a Lahore, intitolato "Gli insegnanti come educatori della pace".Come appreso da Fides, circa 40 insegnanti di 9 diverse scuole di Lahore hanno frequentato il seminario presso la St. Mary's School, a Lahore. Lo scopo principale di questo seminario era promuovere la pace e l'armonia nella società, introducendo la cultura della pace nelle scuole, nelle università e in altre istituzioni accademiche, come spiega a Fides p. Francis Nadeem, segretario esecutivo della NCIDE. Inoltre, l'obiettivo era anche quello di sviluppare la comprensione di valori umani comuni che favoriscono la tolleranza, la reciproca accettazione e la pacifica coesistenza.C'è stata una grande interazione e i partecipanti sono stati coinvolti attivamente in diverse attività per apprendere i concetti di educazione alla pace. Il primo giorno i presenti hanno discusso dell'educazione alla pace e della sua urgenza nel contesto attuale del Pakistan. L'educazione alla pace è stata descritta come un processo di promozione delle conoscenze, abilità e attitudini necessarie per realizzare cambiamenti comportamentali che consentano ai bambini, ai giovani e agli adulti di prevenire conflitti e violenza in casa, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Si è parlato di risoluzione pacifica dei conflitto e di come creare le condizioni favorevoli alla pace.I concetti di interconfessionalità, armonia e diversità sono emersi, poiché tutte le religioni enfatizzano la pace, la coesistenza, il rispetto, la tolleranza, si è detto. E' stato anche declinato il concetto di dialogo interreligioso e dei suoi quattro livelli: dialogo dello scambio teologico; dialogo dello scambio di esperienze religiose; dialogo di azione e dialogo dellavita quotidiana.Il seminario ha cercato di integrare l'educazione alla pace nelle varie materie del curriculum scolastico esistente. Anche il leader musulmano Maulana Muhammad Asim Makhdoom è stato invitato come ospite d'onore. Muhammad Asim Makhdoom ha apprezzato l'impegno della NCIDE per promuovere la pace attraverso l'istruzione e dotare gli insegnanti delle competenze necessarie. Ha anche affermato che in futuro gli insegnanti delle "madrase" e delle scuole private potranno partecipare insieme a simili seminari per promuovere la pace che, ha detto, dovrebbero essere organizzati simili in altre parti del paese.Padre Nadeem dice a Fides in conclusione: "Per eliminare tutte le forme di violenza nella società, è responsabilità primaria degli insegnanti proporre tali valori di pace agli studenti attraverso l'insegnamento del curriculum scolastici e coinvolgerli attivamente".

AMERICA/NICARAGUA - Non si arresta la violenza, il Card. Brenes in udienza dal Papa per informarlo della dolorosa situazione

26 June 2018
Managua – Sabato 30 giugno Papa Francesco riceverà in udienza il Cardinale Leopoldo José Brenes Solorzano, Arcivescovo di Managua, Presidente della Conferenza Episcopale del Nicaragua e della Commissione per il Dialogo Nazionale, insieme a Mons. Rolando José Álvarez Lagos, Vescovo di Matagalpa e membro della stessa Commissione. Il viaggio del Card. Brenes è motivato dalla sua presenza al Concistoro dei Cardinali convocato dal Santo Padre per la nomina dei nuovi Cardinali, ma nell’udienza privata informerà il Papa sulla "dolorosa e sofferta situazione che vivono i nicaraguensi", e sullo svolgimento del Dialogo proposto dalla Chiesa cattolica e sostenuto dalla fiducia della popolazione, come si legge nel comunicato inviato a Fides dalla Conferenza Episcopale del Nicaragua . "Durante la loro assenza - continua il testo del comunicato - Mons. Bosco Vivas Robelo, Vescovo della diocesi di León, assumerà la presidenza della Commissione per il Dialogo Nazionale".La vita del paese purtroppo ancora non è tornata alla normalità: si verificano episodi di repressione violenta contro la popolazione che mantiene le barricate in quasi tutte le città del paese, provocando 3 morti al giorno. Il Presidente Ortega non risponde alla richiesta dei Vescovi e del Tavolo di Dialogo di fermare questa violenza.Tramite i social network l’Agenzia Fides continua a ricevere notizie di questa terribile situazione: nell'ultima settimana si registra la morte violenta di giovani e perfino di bambini. Fermare la repressione è la prima condizione per continuare il Dialogo, e la seconda è indire le elezioni anticipate. Oggi, martedì 26 giugno, è previsto l'incontro dei membri del Tavolo di Dialogo con i rappresentanti degli organismi internazionali per la difesa dei Diritti Umani.

ASIA/CINA - Festa dei santi Pietro e Paolo:cattolici cinesi in pellegrinaggio al santuario dei martiri,per l’unità della Chiesa

26 June 2018
Pechino – Hanno raggiunto in pellegrinaggio il santuario dei martiri di Zhu Jia He, nella provincia cinese dell'He Bei, per chiedere con la preghiera ai Santi Apostoli Pietro e Paolo - la cui festa cade il prossimo 29 giugno - il dono dell'unità della Chiesa in Cina. Sono centinaia di cattolici della parrocchia dedicata a San Michele, situata a Hou Ba Jia, nel territorio dell'arcidiocesi di Pechino. Il loro pellegrinaggio era iniziato all'alba di sabato 23 giugno, ed è terminato domenica 24 giugno, festa di san Giovanni Battista. La lista di partecipanti – riferiscono fonti locali all'Agenzia Fides – ha visto nuove adesioni fino alle ultime ore, prima della partenza. Tutti hanno preso parte a questo gesto di devozione spirituale con la stessa intenzione: chiedere l'intercessione di San Pietro e San Paolo, perché nella Chiesa cattolica in Cina si risanino le divisioni e cresca la comunione tra tutti i battezzati. La parrocchia di Hou Ba Jia, costruita nel 2003 in un'area periferica di Pechino, ha una comunità parrocchiale giovane e vivace. Le attività pastorali e caritative – il catechismo, i corsi di formazione per i ragazzi, le ragazze, le giovani coppie e i fedeli più maturi, le novene, il rosario, il mese mariano, i campi estivi per i bambini, e anche i pellegrinaggi – vedono il coinvolgimento dei giovani seminaristi del contiguo seminario diocesano. L'invito a partecipare al pellegrinaggio e le modalità di iscrizione sono stati diffusi anche attraverso Wechat, il social media più utilizzato dai giovani cinesi. Il santuario dei martiri di Zhu Jia He, meta del pellegrinaggio, si trova presso la città di Jing Xian , nella Provincia di He Bei. Si tratta di un luogo caro alla memoria e alla devozione dei cattolici cinesi, per la testimonianza martiriale di fede e di amore a Cristo che lì è stata resa in particolare dai missionari gesuiti francesi San Leone Ignazio Mangin e San Paolo Denn, insieme a donne cinesi come Santa Maria Wu. Durante la persecuzione dei boxer, nel luglio del 1900, i due missionari avevano accolto migliaia di donne e bambini che cercavano di fuggire dalle violenze dei persecutori. Quando i boxer assalirono la chiesa a cannonate, il padre gesuita Mangin, dall'altare, e con crocifisso in mano, diede l'assoluzione dai peccati a tutti fedeli presenti, mentre loro pregavano in ginocchio. Quando i boxer fecero irruzione nella chiesa, Maria Wu fu uccisa mentre cercava di fare scudo col suo corpo a padre Mangin, che stava amministrando ai presenti le ostie consacrate. Poi i boxer trucidarono anche padre Mangin, padre Denn e tutti i fedeli presenti, prima di dare fuoco alla chiesa. Leon-Ignace Mangin e i 55 compagni martiri della strage di Zhu Jia He sono stati canonizzati da Giovanni Paolo II durante il Grande Giubileo del Duemila. Oggi, sul luogo del loro martirio, sorge una nuova chiesa, e alcune reliquie di quei santi martiri sono conservate nel museo comunale di Heng Shui .

ASIA/CINA - Festa dei santi Pietro e Paolo: cattolici cinesi in pellegrinaggio al santuario dei martiri, per invocare l’unità della Chiesa

26 June 2018
Pechino – Hanno raggiunto in pellegrinaggio il santuario dei martiri di Zhu Jia He, nella provincia cinese dell'He Bei, per chiedere con la preghiera ai Santi Apostoli Pietro e Paolo - la cui festa cade il prossimo 29 giugno - il dono dell'unità della Chiesa in Cina. Sono centinaia di cattolici della parrocchia dedicata a San Michele, situata a Hou Ba Jia, nel territorio dell'arcidiocesi di Pechino. Il loro pellegrinaggio era iniziato all'alba di sabato 23 giugno, ed è terminato domenica 24 giugno, frsta di san Giovanni Battista. La lista di partecipanti – riferiscono fonti locali all'Agenzia Fides – ha visto nuove adesioni fino alle ultime ore, prima della partenza. Tutti hanno preso parte a questo gesto di devozione spirituale con la stessa intenzione: chiedere l'intercessione di San Pietro e San Paolo, perche nella Chiesa cattolica in Cina si risanino le divisioni e cresca la comunione tra tutti i battezzati. La parrocchia di Hou Ba Jia, costruita nel 2003 in un'area periferica di Pechino, ha una comunità parrocchiale giovane e vivace. Le attività pastorali e caritative – il catechismo, i corsi di formazione per i ragazzi, le ragazze, le giovani coppie e i fedeli più maturi, le novene, il rosario, il mese mariano, i campi estivi per i bambini, e anche i pellegrinaggi – vedono il coinvolgimento dei giovani seminaristi del contiguo seminario diocesano. L'invito a partecipare al pellegrinaggio e le modalità di iscrizione sono stati diffusi anche attraverso Wechat, il social media più utilizzato dai giovani cinesi. Il santuario dei martiri di Zhu Jia He, meta del pellegrinaggio, si trova presso la città di Jing Xian , nella Provincia di He Bei. Si tratta di un luogo caro alla memoria e alla devozione dei cattolici cinesi, per la testimonianza martiriale di fede e di amore a Cristo che lì è stata resa in particolare dai missionari gesuiti francesi San Leone Ignazio Mangin e San Paolo Denn, insieme a donne cinesi come Santa Maria Wu. Durante la persecuzione dei boxer, nel luglio di 1900, i due missionari avevano accolto migliaia di donne e bambini che cercavano di fuggire dalle violenze dei persecutori. Quando i boxer assalirono la chiesa a cannonate, il padre gesuita Mangin, dall'altare, e con crocifisso in mano, diede l'assoluzione dai peccati a tutti fedeli presenti, mentre loro pregavano in ginocchio. Quando i boxer feceo irruzione nella chiesa, Maria Wu fu uccisa mentre cercava di fare scudo col suo corpo a padre Mangin, che stava amministrando ai presenti le ostie consacrate, Poi, i boxer trucidarono anche padre Mangin, padre Denn e tutti i fedeli presenti, prima di dare fuoco alla chiesa. Leon-Ignace Mangin e i 55 compagni martiri della strage di Zhu Jia He sono stati canonizzati da Giovanni Paolo II durante il Grande Giubileo del Duemila. Oggi, sul luogo del loro martirio, sorge una nuova chiesa, e alcune reliquie di quei santi martiri sono conservate nel museo comunale di Heng Shui .

ASIA/AFGHANISTAN - Suor Mariam: 50 anni di evangelizzazione silenziosa con le Piccole Sorelle di Gesù

25 June 2018
Roma - “Quando si è in missione in una terra come quella afghana, non si può evangelizzare in maniera tradizionale. L’unico modo per farlo è la vita. Nel corso degli anni ci sarebbe piaciuto farci portatrici del messaggio del Vangelo, ma potevamo farlo solo dando il buon esempio, provando a vivere correttamente come indicato nelle Sacre Scritture”. E’ la testimonianza rilasciata all’Agenzia Fides da Suor Mariam de Jesus, una delle Piccole Sorelle di Gesù con un trascorso di quasi 50 anni in Afghanistan.Le religiose dell’Istituto femminile fondato nel 1939 da Magdeleine de Jésus, seguendo la via tracciata da Charles de Foucauld, arrivarono a Kabul per la prima volta nel luglio 1954 e, dall’anno successivo, cominciarono a lavorare come infermiere presso l’ospedale governativo della Capitale. Racconta suor Mariam: “Il popolo afgano è famoso per la sua ospitalità. Siamo state accolte in maniera straordinaria e, durante i periodi più difficili della guerra, abbiamo avuto molti amici del posto pronti a correre dei rischi pure di aiutarci”.Le Piccole Sorelle, infatti, rimasero in territorio afgano sia durante l’occupazione russa del 1979, sia nel corso della guerra civile iniziata nel 1992, spostandosi da Kabul unicamente per lavorare nei campi dei rifugiati di Jalalabad. Suor Mariam spiega che, anche dopo l’arrivo dei talebani, nel 1996, scelsero di continuare a prestare il proprio servizio negli ospedali indossando il burqa per passare inosservate: “Quando mi chiedono se è stato difficile vivere con la guerra, rispondo che dipendeva dai giorni. A volte avevo molta paura, i proiettili mi passavano accanto. Ma durante tutti questi anni mi sono sentita forte perché Dio non mi ha mai abbandonata. Ho imparato a vivere giorno per giorno, e ogni minuto della mia vita in terra afgana è stato davvero vissuto, grazie alla protezione di Dio”. Suor Mariam è rientrata in Svizzera nel 2016, quando l’Istituto ha preso la decisione di interrompere la propria missione in Afghanistan per carenza di giovani vocazioni: “E’ stato molto difficile tornare a vivere in Occidente, perché lo stile di vita è molto diverso. A Kabul la gente condivide, mette il poco che ha a disposizione di tutti. La vita è un po’ più semplice e naturale: si mangia sempre insieme, ci si riunisce intorno alle rare televisioni, non ci si preoccupa di avere un telefono all’ultima moda. La gente vive la propria piccola vita e, per molti versi, è più felice di noi, nonostante la guerra”.L’Afghanistan, paese al 99% musulmano, ospita attualmente un’unica parrocchia, con sede all’interno dell’Ambasciata italiana a Kabul, frequentata da circa un centinaio di persone, quasi esclusivamente membri della comunità diplomatica internazionale. Nella Capitale sono operative l’organizzazione inter-congregazionale di religiose “Pro Bambini di Kabul” e le Suore di Madre Teresa di Calcutta. Nel paese, inoltre, sono state avviate opere sociali ed educative da parte dei gesuiti indiani del Jesuit Refugees Service ed altre organizzazioni di ispirazione cristiana.

ASIA/LIBANO - Presidente Aoun: la realtà libanese non va percepita in termini di “maggioranza” e “minoranze”

25 June 2018
Beirut – E' sbagliato ostinarsi ad interpretare la realtà etnica e religiosa libanese secondo le categorie di “maggioranza” e minoranza”: proprio tale usanza ha finito per privare alcune componenti della società libanese “dei loro diritti politici e dell'accesso ai pubblici uffici”. Lo ha riconosciuto il Presidente libanese Michel Aoun, facendo riferimento in particolare ai cristiani libanesi che appartengono a Chiese e comunità ecclesiali diverse da quella maronita. L'invito a superare i concetti di minoranza e maggioranza e a riconoscere la fisionomia plurale e allo stesso tempo unitaria della società libanese, è stato espresso dal Presidente Aoun in occasione della messa celebrata venerdì 22 giugno dal Patriarca siro ortodosso Mar Ignatios Aphrem II, nel contesto degli eventi organizzati per l'inaugurazione della nuova sede del Patriarcato siro ortodosso ad Atchaneh, nel Paese dei Cedri. Il Libano – ha ribadito il Capo di Stato libanese nel suo intervento – è stato, sin dagli albori della storia, una terra raggiunta da “popoli e gruppi religiosi in fuga dalle persecuzioni in cerca di rifugio”. Un destino che ha accomunato spesso cristiani appartenenti a diverse tradizioni teologiche e liturgiche. “I cristiani orientali” ha rimarcato Aoun “non sono intrusi su questa terra. Al contrario, è da qui che ha avuto inizio l'evangelizzazione di tutto il mondo”. Dopo massacri e persecuzioni subiti in passato – ha proseguito il Presidente libanese “Anche oggi i cristiani orientali continuano a essere vittime di violenze. Molti di loro si sono allontanati dalla loro patria. Una emorragia umana che deve cessare ". Agli eventi per la inaugurazione della nuova sede patriarcale della Chiesa siro ortodossa hanno preso parte una rappresentanza qualificata di Patriarchi e capi delle Chiese d'Oriente, compresi il Patriarca maronita Bechara Rai, il Patriarca greco-ortodosso di Antiochia Yohanna X Yazigi, il Patriarca greco-melchita Youssef Absi, il Catholicos armeno apostolico Aram I e il Patriarca copto ortodosso Tawadros II. .

AMERICA/ARGENTINA - Settimana Sociale: le politiche di aggiustamento non devono essere pagate dai poveri

25 June 2018
Mar del Plata – Si è conclusa ieri in Argentina la "Settimana Sociale 2018", incontro di formazione e riflessione organizzato dalla Commissione Episcopale per la Pastorale Sociale , che quest’anno ha avuto per tema "Democrazia: Una via di servizio ai poveri". Le iniziative si sono svolte dal 22 al 24 giugno, raggruppando un gran numero di partecipanti.Il documento conclusivo, letto dal Vescovo di Avellaneda-Lanus e membro del Cepas, Mons. Oscar Frassia, ricorda la responsabilità delle istituzioni democratiche "nelle politiche che promuovono l'inclusione, l'occupazione e la protezione". “La povertà dove essere al centro delle preoccupazioni della democrazia è stato sottolineato nel corso del dibattito, durante il quale è stato anche chiesto che le politiche di aggiustamento non devono essere praticate sui poveri" sostiene il testo finale.Vescovi, politici, sindacalisti, imprenditori e movimenti sociali hanno concordato sulla necessità di "una più equa distribuzione della ricchezza" e sull'applicazione di "nuovi standard etici sul sistema finanziario, alla luce del recente documento vaticano ‘Oeconomicae et pecuniariae quaestiones’ ”. "Come argentini, ed impegnati ognuno nel proprio posto, siamo chiamati a rafforzare la democrazia come l'unico modo per pagare il debito con i poveri e gli scartati del nostro paese" hanno concluso i partecipanti.Secondo fonti di Fides, l’evento sociale si è concluso in un momento di forte tensione fra movimenti sociali e governo. Proprio oggi infatti si svolge il “Paro General” nel paese: sindacati e lavoratori protestano per il continuo aumento del costo della vita in Argentina. Le misure economiche del governo hanno creato lo scontento e la protesta della popolazione, che ha visto salire il prezzo della benzina, del dollaro e dei principali beni di consumo familiare. Si prevede una manifestazione mai vista per il Presidente Macri, con lo sciopero dei trasporti al quale si uniscono le banche, le scuole e i principali centri di servizio che resteranno chiusi.

AFRICA/TOGO - Impegno della Chiesa per la promozione dei diritti umani, precondizione per la pace e lo sviluppo

25 June 2018
Lomè – In occasione della celebrazione dei 13 anni dalla sua istituzione, la Commissione episcopale Giustizia e Pace dell’Arcidiocesi di Lomé ha organizzato tre giornate "a porte aperte" per far conoscere e presentare meglio le attività svolte per la promozione dei diritti umani. Secondo le informazioni inviate all'Agenzia Fides, le celebrazioni prenderanno il via giovedì 28 e si concluderanno sabato 30 giugno 2018. La CEJP è una istituzione della Chiesa cattolica prevista dal Concilio Vaticano II ed è responsabile della promozione della giustizia sociale tra le nazioni di tutto il mondo. Tra gli obiettivi perseguiti prevalgono la dignità della persona umana, la giustizia sociale, i diritti umani, la pace, la riconciliazione, la convivenza e la salvaguardia del creato. La CEJP informa i fedeli e le comunità parrocchiali su questioni relative alle ingiustizie nell’ambito sociale con la speranza di ridurre le fonti di violazioni dei diritti umani. Il Consiglio ha una preferenza per i meno abbienti e si schiera con gli emarginati e gli esclusi, aiuta le vittime a recuperare i loro diritti. “Si tratta di contribuire all’avvento di un mondo più giusto e fraterno”, ha dichiarato padre Pierre Chanel Affognon, sacerdote togolese, direttore nazionale per l’insegnamento cattolico.“Sogniamo una società più giusta, in cui la persona umana, creata a immagine di Dio, riacquisti la sua dignità. Desideriamo una società in cui uomini, donne e bambini godano dei loro diritti basilari come precondizione per la pace e lo sviluppo” ha aggiunto il p. Affognon.Nel corso di questi 13 anni di attività nell’Arcidiocesi di Lomé, la CEJP ha informato, consigliato e sostenuto più di 500 vittime su vari temi, tra cui vedove, orfani, dispute sulla terra, recupero crediti, questioni familiari, paternità rinnegate, cura di bambini, detenuti, stupri, rapine, truffe, e altri procedimenti giudiziari. La prima diocesi togolese ad istituire la Commissione è stata quella di Daopang, nel 1987, altre diocesi hanno seguito l’esempio nel 2005, su richiesta esplicita dei Vescovi del Togo.

ASIA/COREA DEL SUD - Abrogare la pena di morte: il Card. Yeom dà il sostegno della Chiesa

25 June 2018
Seul - "Da anni non ci sono esecuzioni capitali in Corea. La Chiesa cattolica ha sempre ribadito il no alla pena di morte. E vede con favore l'iniziativa di parlamentari, cristiani e non, che hanno raccolto le firme per chiedere l'abolizione della pena capitale dalla legislazione coreana": lo dichiara all'Agenzia Fides il Cardinale Andrew Yeom Soo-jung, Arcivescovo di Seul, mentre la Commissione nazionale per i Diritti umani , organismo governativo, sta conducendo una campagna con l'obiettivo di abolire ufficialmente la legge sulla pena di morte."E' vero che nella società coreana c’è chi ancora la sostiene. Esiste la paura che eliminarla possa incoraggiare il crimine. La comunità cattolica, in questi anni, ha sempre testimoniato e incoraggiato il rispetto della vita e la logica del perdono, accompagnando anche i familiari delle vittime" ha detto il Cardinale in un colloquio con l’Agenzia Fides a Seul. L’obiettivo della abolizione, dicono gli osservatori, è a portata di mano, anche per l'atteggiamento favorevole del Presidente coreano, il cattolico Moon Jae-in. Il capo dell'ufficio politico della Commissione per i diritti umani, Shim Sang-don, ha dichiarato: "Stiamo lavorando per un annuncio da parte del Presidente Moon Jae-in sulla moratoria della pena di morte in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani di quest'anno". La moratoria sarebbe un passo avanti nel processo formale verso l'abolizione. E' stata avviata, intanto, una discussione in tal senso con il Ministero della Giustizia per stabilire i passi da compiere, ha aggiunto Shim, notando che "il Presidente Moon ha dato una risposta positiva in merito all'abolizione quando abbiamo sollevato la questione nel dicembre scorso".In Corea del Sud la pena capitale è in vigore per punire i crimini gravi. Ma lo stato non esegue una condanna a morte sui prigionieri nel braccio della morte dal dicembre 1997. Amnesty International considera i paesi che non eseguono una condanna per oltre 10 anni "abolizionisti di fatto".La Commissione per i Diritti umani ha mantenuto la sua posizione a sostegno dell'abrogazione della pena di morte, raccomandandola al Parlamento coreano nell'aprile 2005, e ha presentato una petizione alla Corte costituzionale nel luglio 2009. Ora la Commissione presenterà un progetto abolizionista, con particolare attenzione alle misure alternative. Attualmente ci sono 61 prigionieri, inclusi ufficiali militari, condannati e reclusi nel broccio della morte in Corea del Sud.

ASIA/COREA DEL SUD - Campagna per abrogare la pena di morte: il Card. Yeom dà il sostegno della Chiesa

25 June 2018
Seul - "Da anni non ci sono esecuzioni capitali in Corea. La Chiesa cattolica ha sempre ribadito il no alla pena di morte. E vede con favore l'iniziativa di parlamentari, cristiani e non, che hanno raccolto le firme per chiedere l'abolizione della pena capitale dalla legislazione coreana": lo dichiara all'Agenzia Fides il Cardinale Andrew Yeom Soo-jung, Arcivescovo di Seul, mentre la Commissione nazionale per i Diritti umani , organismo governativo, sta conducendo una campagna con l'obiettivo di abolire ufficialmente la legge sulla pena di morte."E' vero che nella società coreana c’è chi ancora la sostiene. Esiste la paura che eliminarla possa incoraggiare il crimine. La comunità cattolica, in questi anni, ha sempre testimoniato e incoraggiato il rispetto della vita e la logica del perdono, accompagnando anche i familiari delle vittime" ha detto il Cardinale in un colloquio con l’Agenzia Fides a Seul. L’obiettivo della abolizione, dicono gli osservatori, è a portata di mano, anche per l'atteggiamento favorevole del Presidente coreano, il cattolico Moon Jae-in. Il capo dell'ufficio politico della Commissione per i diritti umani, Shim Sang-don, ha dichiarato: "Stiamo lavorando per un annuncio da parte del Presidente Moon Jae-in sulla moratoria della pena di morte in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani di quest'anno". La moratoria sarebbe un passo avanti nel processo formale verso l'abolizione. E' stata avviata, intanto, una discussione in tal senso con il Ministero della Giustizia per stabilire i passi da compiere, ha aggiunto Shim, notando che "il Presidente Moon ha dato una risposta positiva in merito all'abolizione quando abbiamo sollevato la questione nel dicembre scorso".In Corea del Sud la pena capitale è in vigore per punire i crimini gravi. Ma lo stato non esegue una condanna a morte sui prigionieri nel braccio della morte dal dicembre 1997. Amnesty International considera i paesi che non eseguono una condanna per oltre 10 anni "abolizionisti di fatto".La Commissione per i Diritti umani ha mantenuto la sua posizione a sostegno dell'abrogazione della pena di morte, raccomandandola al Parlamento coreano nell'aprile 2005, e ha presentato una petizione alla Corte costituzionale nel luglio 2009. Ora la Commissione presenterà un progetto abolizionista, con particolare attenzione alle misure alternative. Attualmente ci sono 61 prigionieri, inclusi ufficiali militari, condannati e reclusi nel broccio della morte in Corea del Sud.

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