Latest News from Fides News Agency

AFRICA/NIGERIA - I Vescovi tedeschi denunciano le persecuzioni dei cristiani in Nigeria

Berlino - “La Conferenza episcopale tedesca è solidale con i cristiani perseguitati in tutto il mondo” ha dichiarato il 28 novembre, a Berlino, Sua Ecc. Mons. Ludwig Schick, Arcivescovo di Bamberg, responsabile per le missioni della Conferenza Episcopale di Germania, nel presentare un opuscolo sulle attività a favore dei cristiani perseguitati in Nigeria. La pubblicazione fa parte dell’iniziativa “Solidarietà con i cristiani perseguitati e oppressi nel nostro tempo”.Mons. Schick ha spiegato che, specialmente nel nord della Nigeria, i cristiani soffrono gli effetti della violenza islamista, per gli attacchi a luoghi di culto, i rapimenti e le violenze brutali da parte del gruppo Boko Haram. Dal 2009, circa 20.000 persone sono state uccise dalla setta islamista. Mons. Schick, che lo scorso aprile ha visitato la Nigeria, ha sottolineato il ruolo positivo giocato in questo contesto dagli sforzi di pace interconfessionali. Grazie all'impegno congiunto della Chiesa e dei dignitari musulmani locali, in alcune regioni si è raggiunto un clima di pace. Il Presidente di Missio Aachen, don Klaus Matthias Krämer, ha sottolineato che una coesistenza religiosa pacifica richiede un impegno determinato, anche di fronte ad amare battute d'arresto. La coesistenza include la libertà dell'individuo di professare e praticare la propria fede, così come di potere sceglierla liberamente. I Vescovi tedeschi hanno avviato nel 2003 la loro opera di sensibilizzazione sulla situazione dei cristiani minacciati, con pubblicazioni e incontri pubblici sulle condizioni a volte drammatiche nelle quali vivono le comunità cristiane perseguitate in diverse parti del mondo.

AMERICA/EL SALVADOR - Evangelizzare sotto la guida di Mons. Oscar Romero

San Salvador – Valutare il lavoro pastorale di ogni nazione e proporre nuovi obiettivi per il prossimo anno: questo lo scopo dell’incontro del Segretariato Episcopale dell'America Centrale , formato dai Vescovi dell'America centrale, che sono riuniti a El Salvador dal 27 novembre al 1° dicembre. La riunione annuale celebra quest’anno i 75 anni dell’ istituzione ecclesiale e la chiusura del Centenario della nascita del Beato Óscar Romero. Secondo le informazioni inviate all’Agenzia Fides, la Messa di apertura della riunione annuale del SEDAC è stata presieduta dall'Arcivescovo di Panama, Mons. José Domingo Ulloa Mendieta, O.S.A. , presso il Seminario maggiore di San José de la Montaña. Martedì 28, secondo giorno di lavoro, è iniziato con la Messa presieduta dal Card. Óscar Maradiaga, Arcivescovo di Tegucigalpa-Honduras. Le sessioni di questo giorno sono state dedicate ai giovani dell'America centrale. Oggi, 29 novembre, la celebrazione eucaristica è presieduta da Mons. José Luis Escobar, Arcivescovo di San Salvador e Presidente del SEDAC, nella cattedrale metropolitana. Al termine della Messa è prevista la lettura di un messaggio dei partecipanti ai lavori del SEDAC.Giovedì 30 si svolgerà il pellegrinaggio a Ciudad Barrios, città natale del Beato Romero, dove la Messa sarà presieduta dal Card. Gregorio Rosa Chávez, Segretario del SEDAC. Data l'importanza di questo evento, è assicurata la copertura mediatica in diretta di radio e televisione.L’America Centrale sta vivendo un momento storico per diversi motivi: si vede apparire una democrazia più forte che riesce a denunciare la corruzione a tutti i livelli; cresce la consapevolezza del dovere di rispettare l'ambiente, per fermare i fenomeni climatici che hanno lasciato morti e danni materiali; si vive una grande solidarietà nell’accoglienza dei migranti provenienti dai paesi vicini o lontani; si riconosce il ruolo della Chiesa cattolica che segue l'esempio di Papa Francesco nel rispetto dei diritti umani e nell'assistenza fraterna ai più poveri. I Vescovi centroamericani riaffermano ogni giorno il loro impegno verso i più piccoli per celebrare in modo coerente il Centenario del Beato Oscar Romero.

OCEANIA/PAPUA NUOVA GUINEA - L’impegno delle suore per combattere l’analfabetismo

Bereina - In Papua Nuova Guinea l’analfabetismo è dilagante, la mortalità infantile è molto alta, così come l’incidenza dell’AIDS. Da quando, qualche anno fa, le suore della Fraternità Canavis Gesù Buon Pastore, una congregazione di consacrate laiche sorta nel 2000 proprio intorno al carisma di educare mente e cuore delle giovani generazioni, sono arrivate in questo remoto angolo di mondo hanno subito colto la grande necessità di educazione di questo popolo.“Mi sembrava di essere stata catapultata indietro di qualche secolo” racconta suor Caterina Gasparotto in una nota pervenuta a Fides. “Nei villaggi la gente viveva ancora in maniera primitiva. La Papua è una terra abbandonata e povera. L'istruzione, i bisogni primari dell’igiene personale e la capacità di relazionarsi senza violenza, purtroppo sempre presente nella vita di tutti i giorni, sono state le nostre priorità” continua la suora. E’ nel villaggio di Bereina, una missione nel cuore della foresta, che le suore hanno avviato alcune attività educative, riuscendo a costruire una scuola elementare che oggi accoglie numerosi bambini. Dopo aver costruito la scuola hanno avviato una tipografia per la produzione di testi. Così racconta suor Caterina: “Quando abbiamo cominciato non avevamo nulla, facevamo lezione ai bimbi sotto gli alberi. Poi con l’aiuto di alcuni giovani abbiamo costruito una piccola scuola elementare. Ma qui le scuole non hanno libri né quaderni; i pochi testi disponibili sono importati dall’Australia e hanno costi altissimi, impossibili da sostenere per le famiglie degli studenti. Così abbiamo pensato di produrli e stamparli da noi. Abbiamo imparato come realizzare un libro e ci siamo procurate seghetti, presse, colla, cartoncini. Il lavoro è stato impegnativo e lungo, ma il risultato sorprendente”.La diocesi di Bereina conta 17 parrocchie, 20 sacerdoti, 38 religiosi laici, 4 seminaristi e 2890 battezzati.

ASIA/MYANMAR - Papa Francesco alla Chiesa birmana: voi portate a tutti l'amore “irresistibile” di Cristo

Yangon – Gesù ci ha donato la sua sapienza divina non “con lunghi discorsi o mediante grandi dimostrazioni di potere politico e terreno, ma dando la sua vita sulla croce”. Dalla croce viene anche “la guarigione”, perché sulla croce “Gesù ha offerto le sue ferite al Padre per noi, le ferite mediante le quali noi siamo guariti”. Grazie al dono dell'Eucaristia, anche noi possiamo “trovare riposo nelle sue ferite, e là essere purificati da tutti i nostri peccati”. E chi assapora “il balsamo risanante della misericordia del Padre”, grazie alla forza “irresistibile” dello Spirito Santo, può anche “portarlo agli altri, per ungere ogni ferita e ogni memoria dolorosa”. Con queste parole Papa Francesco è tornato a delineare ancora una volta la sorgente e il dinamismo proprio della missione apostolica a cui è chiamata la Chiesa. Lo ha fatto la mattina di oggi, mercoledì 29 novembre, nell'omelia della prima liturgia eucaristica celebrata in pubblico durante la visita apostolica che sta compiendo in Myanmar. Dal palco allestito al Kayaikkasan Ground, l’area di 60 ettari nel cuore di Yangon, il Papa ha confermato nella fede i più di 150mila fedeli birmani accorsi da tutto il Paese per partecipare alla Messa con il Successore di Pietro. “Posso testimoniare “ ha detto Papa Francesco “che la Chiesa qui è viva, che Cristo è vivo e è qui con voi”. Il Vescovo di Roma ha voluto ricordare che anche “attraverso il lodevole lavoro del Catholic Karuna Myanmar e della generosa assistenza fornita dalle Pontificie Opere Missionarie, la Chiesa in questo Paese sta aiutando un gran numero di uomini, donne e bambini, senza distinzioni di religione o di provenienza etnica”. Riferendosi alle violenze e ai conflitti che hanno tormentato il cammino recente del Paese, Papa Francesco ha richiamato anche la tentazione “di rispondere a queste lesioni con una sapienza mondana”, quella di chi pensa che “la cura possa venire dalla rabbia e dalla vendetta”. Invece – ha rimarcato Papa Bergoglio - il cammino di chi segue Gesù è radicalmente differente: “Quando l’odio e il rifiuto lo condussero alla passione e alla morte, Egli rispose con il perdono e la compassione. Nel Vangelo di oggi, il Signore ci dice che, come Lui, anche noi possiamo incontrare rifiuto e ostacoli, ma che tuttavia Egli ci donerà una sapienza alla quale nessuno può resistere. Egli parla dello Spirito Santo, per mezzo del quale l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori”. Con il dono dello Spirito – ha aggiunto Papa Francesco – Gesù può rendere ciascuno di noi un “segno della sua sapienza, che trionfa sulla sapienza di questo mondo, e della sua misericordia, che dà sollievo anche alle ferite più dolorose”. In questo modo – ha suggerito Papa Francesco – lo Spirito Santo conduce la Chiesa a abbracciare la sua vocazione missionaria, connotando anche le forme con cui si esprime l'opera apostolica: “la Chiesa in Myanmar” ha detto Papa Francesco, suggerendo i modi e le vie con cui si comunica l'annuncio del Vangelo “sta già facendo molto per portare il balsamo risanante della misericordia di Dio agli altri, specialmente ai più bisognosi. Vi sono chiari segni che, anche con mezzi assai limitati, molte comunità proclamano il Vangelo ad altre minoranze tribali, senza mai forzare o costringere, ma sempre invitando e accogliendo”. Papa Francesco ha incoraggiato i cristiani del Myanmar a “continuare a condividere con gli altri la sapienza inestimabile che avete ricevuto, l’amore di Dio che sgorga dal cuore di Gesù”, nella certezza che Gesù stesso “vuole donare questa sapienza in abbondanza”, e che il desiderio di spargere semi di guarigione e riconciliazione nella società del Myanmar darà frutto, perchè Cristo stesso ci ha detto che “il suo amore rivelato sulla croce è, in definitiva, irresistibile”. .

ASIA/MYANMAR - Papa Francesco alla Chiesa birmana: voi portate a tutti l'amore “irresistibile” di Cristo, che può guarire ogni ferita

Yangon – Gesù ci ha donato la sua sapienza divina non “con lunghi discorsi o mediante grandi dimostrazioni di potere politico e terreno, ma dando la sua vita sulla croce”. Dalla croce viene anche “la guarigione”, perché sulla croce “Gesù ha offerto le sue ferite al Padre per noi, le ferite mediante le quali noi siamo guariti”. Grazie al dono dell'Eucaristia, anche noi possiamo “trovare riposo nelle sue ferite, e là essere purificati da tutti i nostri peccati”. E chi assapora “il balsamo risanante della misericordia del Padre”, grazie alla forza “irresistibile” dello Spirito Santo, può anche “portarlo agli altri, per ungere ogni ferita e ogni memoria dolorosa”. Con queste parole Papa Francesco è tornato a delineare ancora una volta la sorgente e il dinamismo proprio della missione apostolica a cui è chiamata la Chiesa. Lo ha fatto la mattina di oggi, mercoledì 29 novembre, nell'omelia della prima liturgia eucaristica celebrata in pubblico durante la visita apostolica che sta compiendo in Myanmar. Dal palco allestito al Kayaikkasan Ground, l’area di 60 ettari nel cuore di Yangon, il Papa ha confermato nella fede i più di 150mila fedeli birmani accorsi da tutto il Paese per partecipare alla Messa con il Successore di Pietro. “Posso testimoniare “ ha detto Papa Francesco “che la Chiesa qui è viva, che Cristo è vivo e è qui con voi”. Il Vescovo di Roma ha voluto ricordare che anche “attraverso il lodevole lavoro del Catholic Karuna Myanmar e della generosa assistenza fornita dalle Pontificie Opere Missionarie, la Chiesa in questo Paese sta aiutando un gran numero di uomini, donne e bambini, senza distinzioni di religione o di provenienza etnica”. Riferendosi alle violenze e ai conflitti che hanno tormentato il cammino recente del Paese, Papa Francesco ha richiamato anche la tentazione “di rispondere a queste lesioni con una sapienza mondana”, quella di chi pensa che “la cura possa venire dalla rabbia e dalla vendetta”. Invece – ha rimarcato Papa Bergoglio - il cammino di chi segue Gesù è radicalmente differente: “Quando l’odio e il rifiuto lo condussero alla passione e alla morte, Egli rispose con il perdono e la compassione. Nel Vangelo di oggi, il Signore ci dice che, come Lui, anche noi possiamo incontrare rifiuto e ostacoli, ma che tuttavia Egli ci donerà una sapienza alla quale nessuno può resistere. Egli parla dello Spirito Santo, per mezzo del quale l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori”. Con il dono dello Spirito – ha aggiunto Papa Francesco – Gesù può rendere ciascuno di noi un “segno della sua sapienza, che trionfa sulla sapienza di questo mondo, e della sua misericordia, che dà sollievo anche alle ferite più dolorose”. In questo modo – ha suggerito Papa Francesco – lo Spirito Santo conduce la Chiesa a abbracciare la sua vocazione missionaria, connotando anche le forme con cui si esprime l'opera apostolica: “la Chiesa in Myanmar” ha detto Papa Francesco, suggerendo i modi e le vie con cui si comunica l'annuncio del Vangelo “sta già facendo molto per portare il balsamo risanante della misericordia di Dio agli altri, specialmente ai più bisognosi. Vi sono chiari segni che, anche con mezzi assai limitati, molte comunità proclamano il Vangelo ad altre minoranze tribali, senza mai forzare o costringere, ma sempre invitando e accogliendo”. Papa Francesco ha incoraggiato i cristiani del Myanmar a “continuare a condividere con gli altri la sapienza inestimabile che avete ricevuto, l’amore di Dio che sgorga dal cuore di Gesù”, nella certezza che Gesù stesso “vuole donare questa sapienza in abbondanza”, e che il desiderio di spargere semi di guarigione e riconciliazione nella società del Myanmar darà frutto, perchè Cristo stesso ci ha detto che “il suo amore rivelato sulla croce è, in definitiva, irresistibile”. .

ASIA/MYANMAR - Pellegrini da tutto il Sudest asiatico alla messa del Papa

Yangon - “Siamo felici di essere vicini a Papa Francesco durante il suo viaggio apostolico in Birmania e preghiamo intensamente perché questo viaggio possa costituire un momento speciale e l'avvio di una era duratura di pace e riconciliazione per la Birmania”: lo dichiara all'Agenzia Fides il Vescovo Olivier Schmitthaeusler, Vicario apostolico di Phnom Penh, in Cambogia, annunciando che “la Chiesa cambogiana, per incontrare il Papa, ha organizzato un pellegrinaggio di quattro giorni a Yangon: saremo 126 cambogiani a partecipare all'Eucaristia che il Santo Padre presiede nella città, tra i quali 10 seminaristi, 3 sacerdoti cambogiani, 4 sacerdoti missionari e 10 suore”. La delegazione cambogiana è una delle tante giunte in Myanmar da altri paesi del Sudest asiatico come Filippine, Vietnam e Thailandia: si prevedono oltre 200mila pellegrini per la messa solenne che Papa Bergoglio celebra al Kyaikkasan Ground. “Non mancheranno fedeli buddisti e musulmani”, assicura all'Agenzia Fides p. Mariano Soe Naing, responsabile delle comunicazioni nella Conferenza episcopale del Myanmar. E la maggioranza dei presenti "sono fedeli birmani di varie etnie, riversatisi nell'antica capitale da tutto il paese", rileva il portavoce dei vescovi. Molti di loro appartengono all'Azione Cattolica birmana: nei giorni scorsi la responsabile del coordinamento interdiocesano di Azione Cattolica, Lei Lei Win, si è occupata di organizzare l’accoglienza di quanti sono arrivati nella capitale per partecipare alla celebrazione con il Pontefice. Come appreso da Fides, l’Azione Cattolica del Myanmar si è costituita negli anni ’60 grazie all’azione pastorale dei missionari del Pime e, in particolare, di mons. Giovanbattista Gobbato, e attualmente comprende rappresentanti di cinque diocesi: Taunggyi, Pekhon, Loikaw, Taungngu e Yangon. Una delle attività principali promosse dall’Ac birmana è un’esperienza di promozione umana: i membri più giovani dell’associazione si recano nei villaggi remoti per svolgere attività di educazione sanitaria, istruzione e animazione per i più piccoli. Sono i cosiddetti "zetaman", ovvero "piccoli evangelizzatori", figure caratteristiche della Chiesa cattolica in Myanmar: giovani volontari che raggiungono i villaggi isolati, in zone impervie, nelle aree rurali e montuose e arrivano laddove sacerdoti e religiosi non riescono. Condividono per alcuni giorni la vita della comunità, trascorrono molto tempo con i bambini, in uno stile di presenza fatto di amore e amicizia. Poi, se viene loro richiesto, danno testimonianza della loro fede, raccontano chi sono e come l’incontro con Gesù ha cambiato la loro vita.“La visita del Santo Padre – afferma Lei Lei Win – ci riempie di gioia. E' un segno di vicinanza importantissimo per una piccola comunità come la nostra. Ancora di più, dopo l’incontro con Papa Francesco, si rafforza il nostro impegno per una testimonianza di pace e di convivenza armoniosa con tutte le religioni e le etnie del nostro meraviglioso paese”.

ASIA/MYANMAR - Dalle religioni un prezioso contributo per la pace: con la preghiera delle monache di clausura

Yangon - Il dialogo interreligioso è una realtà avviata e funzionante in Myanmar e vi sono buone relazioni tra leader delle diverse comunità di fede. “Questi fattori promuovono attivamene l'armonia sociale e la pace, con un impatto concreto sulle dinamiche sociali di riconciliazione tra gruppi etnici e religiosi diversi”, spiega all'Agenzia Fides Luigi De Salvia, Segretario generale di “Religions for Peace” , organizzazione internazionale ampiamente radicata e sviluppata in Myanmar, promotrice del dialogo interreligioso come strumento per disinnescare conflittualità e costruire giustizia e pace nel mondo. Commentando le prime giornate di Papa Francesco in Birmania, dopo l'incontro privato con i leader religiosi e quello tra il Papa e il Consiglio supremo buddista del “Sangha”, De Salvia racconta: “In Birmania la sezione di Religions for Peace ha un consiglio di presidenti che include Sitagu Sayadaw, l'influente leader buddista che il Papa ha incontrato, il Cardinale Charles Bo, un mufti islamico e un leader induista: l'iniziativa interreligiosa è dunque sostenuta dalle maggiori comunità di fede nel paese e contribuisce a realizzare programmi di dialogo e reciproca conoscenza, ma anche progetti comuni di assistenza sociale, che aiutano a sviluppare armonia e collaborazione tra fedeli birmani di tutte le religioni”.Il Segretario di RfP, che ha più volte incontrato i rappresentanti birmani, spiega che "nella questione relativa ai musulmani rohingya si è molto strumentalizzato l'elemento religioso, agitando lo spettro dell'islam politico. E la presenza di un gruppo armato musulmano, ancorché di recente costituzione, su cui si teme abbia messo gli occhi la rete del terrorismo internazionale, certo contribuisce a sollevare nei birmani la difesa dell'identità culturale e della religione maggioritaria, il buddismo. A questa dinamica di difesa identitaria si può ricondurre l'azione di alcuni monaci buddisti nazionalisti come Ashin Wirathu, che hanno contribuito a suscitare nella popolazione sentimenti anti-islamici. Va detto che non sono estranei in questa vicenda fattori e ragioni di natura politica ed economica, che hanno reso molto delicato e difficile il ruolo e la posizione di Aun San Suu Kyi. E' la dinamica della relazione, sempre difficile e asimmetrica, tra maggioranza e minoranza, che si ritrova anche in altri contesti”, osserva De Salvia. In ogni caso “la forza del dialogo e delle buone relazioni tra i leader religiosi è una componente fondamentale, riconosciuta da tutti, anche dalla politica, per promuovere con efficacia la riconciliazione nazionale, che la presenza di Papa Francesco può aiutare a costruire”, nota. Questa riconciliazione, che è “il bene più grande”, conclude De Salvia, “oggi in Birmania è appoggiata e sostenuta spiritualmente dalle monache benedettine di clausura del monastero di Santa Cecilia, a Roma: su proposta di Religions for Peace, le claustrali, all'inizio di ogni mese lunare , pregano in modo specifico per la pace, l'armonia e la riconciliazione in Myanmar; e in questi giorni lo hanno fatto in modo speciale per sostenere la missione di Papa Francesco, che affidano continuamente all'Altissimo, perché ogni suo passo sia guidato dalla grazia di Dio. La loro preghiera e la loro vita è oggi la conferma del profondo legame tra clausura e missione”.

ASIA/MYANMAR - Papa Francesco alle autorità birmane: guarire le ferite del Paese è una “priorità politica”

Nay Pyi Daw - Il popolo del Myanmar «ha molto sofferto e tuttora soffre, a causa di conflitti interni e di ostilità che sono durate troppo a lungo e hanno creato profonde divisioni». La «guarigione di queste ferite si impone come una priorità politica e spirituale fondamentale» di questa fase della sua storia. E «nel grande lavoro della riconciliazione e dell’integrazione nazionale, le comunità religiose del Myanmar hanno un ruolo privilegiato da svolgere». E’ questa la prospettiva costruttiva, di impegno condiviso per il bene comune, che Papa Francesco ha indicato alle istituzioni e all’intero popolo del Myanmar nel primo discorso pubblico del suo viaggio in terra birmana, pronunciato nel grande auditorium dell’International Convention Centre, nella nuova capitale del Paese, Nay Pyi Taw, davanti alle autorità del governo, ai rappresentanti della società civile e ai membri del corpo diplomatico. Papa Francesco ha espresso apprezzamento «per gli sforzi del Governo» nell’affrontare la sfida della pace e della riconciliazione. Senza citare esplicitamente le vicende dolorose della minoranza musulmana dei Rohingya, il Vescovo di Roma ha ricordato che il processo di pacificazione nazionale «può avanzare solo attraverso l’impegno per la giustizia e il rispetto dei diritti umani», e che un’autentica integrazione va «fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità».Nella sala affollata dai rappresentanti della leadership birmana, a rivolgere a Papa Francesco l’indirizzo di saluto era stata il Premio Nobel Aung San Suu Kyi, Consigliere nazionale e ministro degli esteri della Birmania, che ha anche ricordato la propria formazione giovanile ricevuta in un collegio cattolico a Yangon. Papa Francesco ha ricordato che la prima intenzione del suo viaggio in Myanmar è quella di «pregare con la piccola ma fervente comunità cattolica della nazione, per confermarla nella fede e incoraggiarla nella fatica di contribuire al bene del Paese». Ai Pastori e ai fedeli della Chiesa cattolica, il Papa ha suggerito di testimoniare «il proprio messaggio di riconciliazione e fraternità attraverso opere caritative e umanitarie, di cui tutta la società possa beneficiare». Il Successore di Pietro ha anche fatto cenno alla recente istituzione di formali relazioni diplomatiche tra Myanmar e Santa Sede. «Vorrei vedere questa decisione» ha detto il Papa «come segno dell’impegno della nazione a perseguire il dialogo e la cooperazione costruttiva all’interno della più grande comunità internazionale, come anche a rinnovare il tessuto della società civile».Alle autorità birmane, Papa Francesco ha anche indicato la creazione delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo come «base per gli sforzi della comunità internazionale di promuovere in tutto il mondo la giustizia, la pace e lo sviluppo umano e per risolvere i conflitti mediante il dialogo e non con l’uso della forza».Nel processo di riconciliazione in atto nel Paese, Papa Francesco ha sottolineato che le religioni «possono svolgere un ruolo significativo nella guarigione delle ferite emotive, spirituali e psicologiche di quanti hanno sofferto negli anni di conflitto». Le diverse comunità religiose « possono aiutare ad estirpare le cause del conflitto, costruire ponti di dialogo, ricercare la giustizia ed essere voce profetica per quanti soffrono». Per questo – ha riconosciuto il Papa - «è un grande segno di speranza che i leader delle varie tradizioni religiose di questo Paese si stiano impegnando a lavorare insieme, con spirito di armonia e rispetto reciproco, per la pace, per soccorrere i poveri e per educare agli autentici valori religiosi e umani». Guardando al futuro, Papa Francesco ha anche sottolineato che le speranze del Paese vanno affidate soprattutto ai giovani, che «sono un dono da amare e incoraggiare, un investimento che produrrà una ricca rendita solo a fronte di reali opportunità di lavoro e di una buona istruzione». Questo è un requisito urgente di giustizia tra le generazioni». Agenzia Fides 28/11/2017). Link correlati :Il testo integrale del Santo Padre, in diverse lingue Il testo integrale della Signora Aung_San_Suu_Kyi

ASIA/MYANMAR - “Effetto Francesco”: il governo annuncia una conferenza sulle minoranze etniche

Naypyidaw - Il governo birmano ha annunciato la terza sessione della Conferenza sulla pace con le minoranze etniche, denominata "Conferenza di Panglong" per l'ultima settimana di gennaio: l'iniziativa di continuare un percorso di incontro e negoziato con i gruppi etnici armati, con i quali l'esercito birmano combatte da oltre 60 anni, è stata concordata e annunciata in concomitanza con la visita di Papa Francesco nel paese. Nello stesso giorno Papa Francesco, arrivato in Myanmar, ha incontrato il potente capo dell'esercito del Myanmar, l'anziano generale Min Aung Hlaing nella residenza dell'Arcivescovo di Yangon. Il leader militare, afferma una nota diramata sul web, ha detto al Pontefice che "non ci sono discriminazioni religiose ed etniche nel paese". Il governo birmano ha firmato un accordo di cessate il fuoco con otto organizzazioni armate, espressione dei gruppi etnici, anche grazie all'impegno del Consigliere di stato Aung San Suu Kyi, promotrice della Conferenza di pace con le minoranze etniche.Gli argomenti che saranno discussi nell'incontro di gennaio includono alcuni aspetti e passi avanti del dialogo politico a livello nazionale con i gruppi appartenenti, tra gli altri, alle minoranze Shan, e anche dei gruppi musulmani presenti nello stato Rakhine, quell'Arakan Liberation Party che accetta di dialogare col governo e che costituisce una rappresentanza del popolo rohingya. Nelle scorse settimane, l'Onu ha accusato i militari di "pulizia etnica" nella campagna scatenata contro il popolo Rohingya. Il fine della Conferenza è trovare un accordo quadro che funzioni per tutte le minoranze armate e avviare così una pace stabile nel paese.La notizia della Conferenza è stata accolta con favore nella società civile birmana e nelle comunità cattoliche. L'organizzazione internazionale di ispirazione cristiana “Christian Solidarity Worldwide” afferma in una nota inviata a Fides: “Chiediamo al governo del Myanmar di consentire accesso alle organizzazioni internazionali di aiuto umanitario nello stato Rakhine, e di porre fine alle gravi violazioni dei diritti umani negli stati del Kachin e del Shan, contrastando seriamente la campagna di nazionalismo religioso, intolleranza e odio che si registra in tutto il paese".

AMERICA/PANAMA - Legislazioni discriminatorie e violenza verso le donne

Panamá - In America Latina e Caraibi le donne, per legge, non possono ereditare terreni, accedere a determinati lavori, come quelli nelle miniere, o non possono dare la nazionalità ai propri figli. Nonostante la recente ratifica della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne “nel 2017, esiste ancora una legislazione che discrimina il genere femminile, che impedisce alle donne l’esercizio di alcuni diritti in particolare civili e politici”. E’ quanto emerge da una dichiarazione della direttrice esecutiva dell’Equipe Latinoamericana di Giustizia e Genere pervenuta a Fides.“Attualmente, la maggior parte degli ostacoli sono stati superati anche se persistono elementi discriminatori sia nell’ambito della legislazione politica che nella normativa che regola la vita familiare, la vita sociale e quella lavorativa. Il diritto al voto - aggiunge -, ad essere elette per incarichi pubblici, all’istruzione, al lavoro e altri diritti erano negati alle donne. Nell’ordine sociale gli uomini dominavano il settore pubblico e le donne rimanevano relegate al mondo privato, anche se all’interno del privato non avevano le stesse condizioni di uguaglianza degli uomini”.In collaborazione con l’Ente delle Nazioni Unite per l'uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne , l’ELA ha realizzato uno studio per identificare a livello regionale quelle leggi che discriminano le donne.“La prima cosa da fare è identificare le leggi che esplicitamente, e indirettamente, stanno discriminando le donne, per riformarle e migliorarle. Le leggi, come base normativa delle nostre società, costruiscono anche il modo in cui vediamo il mondo, e se alcune di queste sono discriminatorie, dobbiamo attaccare il problema alla radice, fino a quando non si ottiene il pieno esercizio dei diritti delle donne e società egualitarie in base ai loro regolamenti” ha dichiarato la direttrice regionale di UN Women per America e Caraibi.In occasione della recente Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, è emerso che, nonostante gli sforzi e i progressi compiuti, ci sono ancora donne e ragazze vittime di violenza, discriminazione ed esclusione.Inoltre, secondo i dati ufficiali, il 2015 è stato uno degli anni più violenti contro il genere femminile che si ricordino a Panama: le denunce per violenza sono aumentate dal 18,5 % al 20,51 e i femminicidi hanno raggiunto la cifra record di 28 donne assassinate per mano dei loro partner.

AFRICA/CONGO RD - I Vescovi: “Il Presidente Kabila prometta di non presentarsi alle elezioni del 2018”

Kinshasa - Il Presidente Joseph Kabila deve prendere l’impegno formale di non presentarsi alle elezioni presidenziali del 23 dicembre 2018, chiedono i Vescovi della Repubblica Democratica del Congo nel messaggio pubblicato al termine della loro Assemblea straordinaria dedicata alla grave crisi politica che sconvolge il Paese.“Auspichiamo che si prenda coscienza che il popolo è il sovrano principale, che si faccia rispettare il calendario elettorale e che la popolazione manifesti nella non violenza anche di fronte a qualsiasi mancanza” afferma il messaggio, giunto all’Agenzia Fides.“Senza giudicare le sue intenzioni”, i Vescovi esortano il Presidente Kabila “a rassicurare la nazione, dichiarando che non si candiderà alla sua successione e che veglierà affinché le elezioni si svolgano nel migliore dei modi”. Le elezioni dovevano tenersi nel dicembre 2016 quando era scaduto il secondo e ultimo mandato di Kabila. Il rinvio delle elezioni era stato interpretato dall’opposizione come parte di una manovra del Presidente uscente volta a modificare la Costituzione per permettergli di presentarsi alle urne per ottenere un terzo mandato.I Vescovi constatano che “ci ritroviamo oggi di fronte ad una situazione identica a quella dell’anno scorso” che era terminato con l’Accordo di San Silvestro raggiunto grazie alla loro mediazione, dopo settimane di laboriose trattative. L’Accordo, firmato il 31 dicembre 2016, prevedeva la formazione di un governo di unione nazionale che portasse la RDC alle elezioni generali entro il 2017. Il Presidente Joseph Kabila ha però dato vita ad un governo con solo una parte dell’opposizione , mentre la Commissione Elettorale Indipendente in un primo momento aveva dichiarato che le elezioni presidenziali si potevano tenere solo nella primavera del 2019 , per poi annunciare che si terranno il 23 dicembre 2018 . Prendendo atto della nuova data delle elezioni, i Vescovi affermano di “essere profondamente delusi di ritrovarsi nello stesso contesto di tensioni della fine del 2016”. “Il popolo non tollererà che questo si ripeta nel 2018” concludono.

AFRICA/CONGO RD - “Il Presidente Kabila prometta di non presentarsi alle elezioni del 2018” chiedono i Vescovi

Kinshasa - Il Presidente Joseph Kabila deve prendere l’impegno formale di non presentarsi alle elezioni presidenziali del 23 dicembre 2018, chiedono i Vescovi della Repubblica Democratica del Congo nel messaggio pubblicato al termine della loro Assemblea straordinaria dedicata alla grave crisi politica che sconvolge il Paese.“Auspichiamo che si prenda coscienza che il popolo è il sovrano principale, che si faccia rispettare il calendario elettorale e che la popolazione manifesti nella non violenza anche di fronte a qualsiasi mancanza” afferma il messaggio, giunto all’Agenzia Fides. “Senza giudicare le sue intenzioni”, i Vescovi esortano il Presidente Kabila “ a rassicurare la nazione, dichiarando che non si candiderà alla sua successione e che veglierà affinché le elezioni si svolgano nel migliore dei modi”. Le elezioni dovevano tenersi nel dicembre 2016 quando era scaduto il secondo e ultimo mandato di Kabila. Il rinvio delle elezioni era stato interpretato dall’opposizione come parte di una manovra del Presidente uscente volta a modificare la Costituzione per permettergli di presentarsi alle urne per ottenere un terzo mandato.I Vescovi constatano che “ci ritroviamo oggi di fronte ad una situazione identica a quella dell’anno scorso” che era terminato con l’accordo di San Silvestro raggiunto grazie alla loro mediazione, dopo settimane di laboriose trattative. L’Accordo firmato il 31 dicembre 2016 prevede la formazione di un governo di unione nazionale che porti la RDC alle elezioni generali entro il 2017. Il Presidente Joseph Kabila ha però dato vita ad un governo con solo una parte dell’opposizione , mentre la Commissione Elettorale Indipendente in un primo momento aveva dichiarato che le elezioni presidenziali si potevano tenere solo nella primavera del 2019 , per poi annunciare che si terranno il 23 dicembre 2018 . Prendendo atto della nuova data delle elezioni, i Vescovi affermano di “essere profondamente delusi di ritrovarsi nello stesso contesto di tensioni della fine del 2016”. “Il popolo non tollererà che questo si ripeta nel 2018” concludono.

AFRICA/BURUNDI - Povertà e malnutrizione attanagliano la gente: l'impegno di solidarietà dei Saveriani

Bujumbura - “Attualmente in Burundi il problema della povertà è drammatico: c’è fame, manca da mangiare, i prezzi sono alle stelle e la gente fa fatica ad avere il necessario. Le famiglie, solitamente di 6 persone, non riescono a coprire le spese di scuola, malattia, tasse scolastiche e credo sia difficile per loro avere un pasto al giorno”. Padre Mario Pulcini, provinciale dei Saveriani a Bujumbura, racconta all'Agenzia Fides la situazione in cui versa la maggior parte della popolazione nel piccolo paese africano. Nella parrocchia San Guido Maria Conforti, nel quartiere Kamenge, a nord della capitale, padre Mario e altri 4 Saveriani operano da oltre 20 anni con la collaborazione di 5 congregazioni religiose. “Questa è una ‘parrocchia missionaria’ - dice -, il nostro carisma è proprio quello dell’annuncio e anche della vicinanza, soprattutto ai deboli, ai poveri, agli abbandonati. Cerchiamo di capire quali sono i loro bisogni e di aiutarli il più possibile”. In occasione della prima Giornata mondiale dei Poveri istituita da Papa Francesco, nella parrocchia di Kamenge sono stati organizzate iniziative di vicinanza a persone in difficoltà: “I nostri confratelli fanno visita periodicamente ai tanti ammalati del quartiere, portando loro, oltre ai i sacramenti, anche cibo, beni di prima necessità e medicine”. I missionari garantiscono anche cure gratuite agli ammalati grazie al vicino dispensario gestito dalle suore dello Spirito santo. “Un segno di vicinanza per questa gente- continua il missionario- è un mettere in pratica l’insegnamento che ci ha dato Papa Francesco con il Messaggio per la Giornata dei Poveri. Il Pontefice ha risvegliato lo nostro spirito di sensibilità e solidarietà verso i poveri”. Il Burundi è uno dei paesi più poveri e densamente abitati del pianeta. I dati Onu sull’Indice di sviluppo umano lo collocano tra ultimi posti nella classifica mondiale: il 65% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e oltre e 4 milioni mezzo di persone soffrono di insicurezza alimentare. Carestia e cambiamenti climatici hanno reso ancora più instabile l’economia, prevalentemente agricola. P. Pulcini conferma che la situazione è peggiorata a causa della malnutrizione che affligge soprattutto anziani e bambini, le categorie più vulnerabili dal punto di vista fisico, e sottolinea che in molti si ammalano di malaria. Ma anche gli stessi poveri sono pronti alla solidarietà: “La nostra gente – conclude - è molto sensibile: il poco che ha lo offre perché possiamo donarlo per chi ha più bisogno”.

EUROPA/SPAGNA - Una risposta concreta ai senza fissa dimora: l'impegno di Caritas Burgos

Burgos – “Siamo persone. Abbiamo diritti. Nessuno senza casa”: è questo il tema della campagna nazionale della Caritas spagnola, dedicata alle persone senza fissa dimora. Fernando García Cadiñanos, delegato di Caritas Burgos - attiva nel settore da 25 anni - durante la presentazione della campagna, la scorsa settimana, ne ha ricordato i tre obiettivi: “Il primo obiettivo è dare visibilità alla realtà di tante persone che non hanno dimora. Il secondo obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica affinché non volga lo sguardo dall’altra parte; il terzo è lavorare con proposte concrete affinché le differenti organizzazioni o associazioni della città si impegnino nel cambiare la vita di queste persone senza casa”.In una conversazione con l’Agenzia Fides, David Polo, responsabile del programma “Personas sin Hogar” di Caritas Burgos, ha spiegato il servizio a queste persone: “Forniamo aiuto a chi si trova in situazioni di grave esclusione sociale, in particolare dal punto di vista tecnico e professionale. Queste persone senza fissa dimora si rivolgono a Caritas perché qui trovano, oltre al calore umano, all’ascolto e all’accoglienza fraterna, anche una risposta concreta alle loro problematiche di salute, sociali, familiari”.Illustrando lo spirito degli interventi, Polo dice: "Cerchiamo di non perdere di vista la prospettiva evangelica: quando una persona si siede di fronte a noi cerchiamo di fare il possibile, agendo in un'ottica di solidarietà, di incontro, di misericordia”.Polo racconta all’Agenzia Fides che domenica scorsa si è organizzato un incontro di giovani della città di Burgos, ragazzi e ragazze sui 12 anni, “per sensibilizzarli verso questa realtà delle persone senza fissa dimora, anche da una prospettiva di fede”.In Spagna, attualmente, si stima che ci siano circa 40.000 persone che vivono per strada. Caritas Burgos ha dato assistenza quest’anno, da gennaio a settembre, a un totale di 1143 persone, il 59% erano spagnolo e il 41% stranieri.

ASIA/INDIA - Il Papa non visita l'India: delusione nella comunità cattolica

New Delhi - Nella Chiesa cattolica indiana circola delusione per il fatto che il viaggio di Papa Francesco in Asia , che tocca Myanmar e Bangladesh, non includa l'India. I leader della cattolici indiani sono rimasti in contatto fino a poco tempo fa con il governo per portare il Papa in un paese in cui, su oltre un miliardo di abitanti, i cattolici costituiscono il terzo gruppo numerico, con circa 28 milioni di seguaci, ma senza ottenere il risultato sperato.Il Vescovo Theodore Mascarenhas, Segretario generale della Conferenza episcopale indiana , ha dichiarato a Fides: “Con cuore pesante abbiamo ricevuto il notizia che il Santo Padre non può visitare l'India. La visita sarebbe stata motivo di gioia e prestigio per l'intero paese agli occhi del mondo. Il Papa visita due paesi più piccoli e non l'India: come indiano, questo mi dispiace molto”La precedente visita papale nel subcontinente avvenne nel gennaio 2015, quando papa Francesco visitò lo Sri Lanka per la canonizzazione del sacerdote nato in India Joseph Vaz. Le consultazioni per un viaggio papale erano iniziate un anno fa, quando Papa Francesco, nell'ottobre 2016, dichiarò , sull'aereo papale di ritorno dal viaggio in Azerbaigian, che avrebbe “quasi certamente” visitato l'India e il Bangladesh l'anno successivo.Secondo il protocollo, una visita papale è una “visita di stato” è il capo di stato deve mandare un invito in Vaticano chiedendo di ospitare il Papa. Arcivescovi e cardinali avevano formato delegazioni per incontrare il presidente Pranab Mukherjee e l'Ufficio del Primo Ministro, ma non hanno ottenuto un impegno precido da nessuno dei due uffici.Il Vescovo Mascarenhas ha detto: "Mentre nel paese si registra un clima piuttosto teo, tra linciaggi e omicidi che spesso colpiscono dalit, minoranze religiose, donne, il Papa sarebbe venuto come messaggero di Pace, portando un balsamo alle persone più deboli e vulnerabili di fronte alle forze dell'odio. Siamo davvero delusi per la mancata visita di Papa Francesco”. E ha aggiunto: “Il Primo ministro e il ministro degli Esteri non hanno mai detto 'no' a una visita papale, ma hanno ribadito che la stanno prendendo in considerazione. Speriamo proseguano i colloqui tra governo e Santa Sede: sarebbe un orgoglio per per tutti gli indiani”.

ASIA/IRAQ - Il Congresso USA approva il progetto di legge che autorizza anche aiuti per “milizie cristiane” in Medio Oriente

Washington – D'ora in poi gli Stati Uniti potrebbero convogliare aiuti diretti a milizie e gruppi armati di auto-difesa organizzati da cristiani nelle aree mediorientali, a cominciare dalla Piana di Ninive. La notizia è stata diffusa e enfatizzata da Clarion Project , organizzazione lobbistica con sede a Washington, finanziata con donazioni di decine di milioni di dollari, che ha come propria “mission” specifica la sensibilizzazione dell'opinione pubblica globale intorno ai “pericoli dell'estremismo islamico”. Secondo quanto riportato da Clarion Project, il Congresso USA ha votato un emendamento al National Defense Authorization Act 2018 nel quale si richiama il governo iracheno a garantire che munizioni e equipaggiamenti di difesa siano forniti a gruppi sunniti, curdi e cristiani, compresi i gruppi minoritari della Piana di Ninive", e si aggiunge che d'ora in poi anche gli gli Stati Uniti, per via diretta, " fornirebbero armi, addestramento, e attrezzature adeguate agli elementi sottoposti al Consiglio della Piana di Ninive". Clarion Project riferisce anche che lo stesso disegno di legge approvato dal Congresso USA prevede per il 2018 uno stanziamento di 1,3 miliardi di dollari per aiuti militari all'esercito iracheno, alle milizie Peshmerga della Regione autonoma del Kurdistan iracheno e anche alle milizie locali organizzate su base etnico-religiosa. Clarion Project rivendica di aver contribuito con le proprie attività di lobbying all'approvazione dell'ekmendamento inserito nel progetto di legge, che ora sarà sottoposto alla firma del Presidente Donald Trump. Lo scorso 21 nivembre l'Ambasciatrice Nikki Haley, Rappresentante permanente degli USA presso le Nazioni Unite, in un incontro con António Guterres, Segretario generale dell'ONU, aveva confermato l'intenzione dell'Amministrazione USA di indirizzare verso cristiani, yazidi e altri gruppi religiosi minoritari presenti in Iraq una quota parte dei fondi finora stanziati dagli Stati Uniti per i programmi di sviluppo organizzati e gestiti dalle agenzie legate alla Organizzazione delle Nazioni Unite. Tale intenzione era stata preannunciata dal Vice Presidente USA Mike Pence lo scorso 25 ottobre , nel suo intervento alla cena di solidarietà annuale per i cristiani in Medio Oriente, promossa a Washington dall'organizzazione USA In Defense of Christians. "Non ci affideremo più solo alle Nazioni Unite per aiutare i cristiani perseguitati e le minoranze” aveva detto Pence in quell'occasione, riferendo che le agenzie federali "lavoreranno fianco a fianco con gruppi di fede e organizzazioni private per aiutare coloro che sono perseguitati per la loro fede". In una recente intervista, il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako ha fatto notare che “negli ultimi anni in Medio Oriente i cristiani hanno sofferto ingiustizie, violenze e terrorismo. Ma questo è accaduto anche agli altri loro fratelli iracheni musulmani, e a quelli di altre fedi religiose. Non bisogna separare i cristiani dagli altri, perché in quel modo si alimenta la mentalità settaria”. .

AFRICA - I Vescovi statunitensi lanciano un fondo di solidarietà per la Chiesa in Africa

Washington - “L’Africa deve far fronte a barriere sociali ed economiche derivanti dal debito enorme, epidemie, povertà estrema, e disordini politici. Nonostante queste sfide, la Chiesa in Africa è quasi triplicata come numero di fedeli negli ultimi 30 anni. Tuttavia, è difficile per la Chiesa sostenere la sua crescita e mantenere un essenziale impegno pastorale” afferma la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti nel presentare il Fondo di Solidarietà per la Chiesa in Africa.Si tratta di un’iniziativa “fondata sui principi dell’appello lanciato da San Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Post-Sinodale Ecclesia in Africa e della messa in pratica della dichiarazione “Un appello di Solidarietà con l’Africa” dei Vescovi degli Stati Uniti”. Il Fondo fornisce sovvenzioni per finanziare progetti pastorali tra cui programmi di sensibilizzazione e d’evangelizzazione, scuole, e formazione per il clero e i ministri laici. La nostra solidarietà è necessaria per aiutare la Chiesa "sale della Terra" in Africa a realizzare il suo potenziale come “luce del mondo” afferma il comunicato pervenuto all’Agenzia Fides.Uno dei progetti finanziati attraverso una sovvenzione del Fondo di solidarietà per la Chiesa in Africa , è il Centro Naomi di Kisantu, nella Repubblica Democratica del Congo, per fornire formazione professionale ed educazione religiosa ai giovani migranti e alle madri analfabete. Kisantu ha un'alta popolazione di migranti e rifugiati di guerra provenienti da Paesi confinanti, e così il centro lavora per creare opportunità per giovani madri e migranti indifesi, con programmi di alfabetizzazione e di sviluppo che offrano la speranza di una vita dignitosa. Con il finanziamento aggiuntivo da parte dell'SFCA, il Centro Naomi offrirà corsi di alfabetizzazione, cucito e di “Life Skills” per rafforzare l'autostima e l'esperienza lavorativa per 140 donne.Nonostante il vasto numero di preziose risorse naturali, la Repubblica Democratica del Congo è uno dei Paesi più poveri del mondo. Molti non hanno accesso ad acqua potabile, a strutture sanitarie adeguate, a servizi sociali di base, come l'istruzione o l'assistenza sanitaria. Il tasso di analfabetismo nel paese è alto e colpisce soprattutto le donne. Inoltre, molti migranti e rifugiati di guerra immigrano nella RDC, mettendo a dura prova risorse già scarse.

AMERICA/NICARAGUA - Il Card. Brenes chiede la sepoltura cristiana per i ragazzi uccisi negli scontri del 2 novembre

Managua – Il Card. Leopoldo Brenes, Arcivescovo di Managua, ha chiesto al Comando Generale dell'Esercito del Nicaragua di consegnare a Lea Valle i corpi dei suoi due ragazzi, di 16 e 12 anni, rimasti uccisi il 2 novembre in una azione militare a San Pablo 22, comunità nel comune di La Cruz di Rio Grande , la cui dinamica è ancora da chiarire del tutto e che è costata la vita a 6 contadini. Secondo la nota inviata all'Agenzia Fides da La Prensa, il Card. Brenes, dopo la messa celebrata ieri, domenica 26 novembre, nella Cattedrale metropolitana di Managua, ha detto ai fedeli presenti: "Sarebbe un bel gesto del Comando dell'esercito, consegnare quei due corpi alla mamma, così potrebbe sentire la consolazione spirituale di aver seppellito i suoi due figli e, in seguito, potrà visitarli al cimitero ed innalzare una preghiera al Signore” ha aggiunto il Card. Brenes, sottolineando i sentimenti che accompagnano la sepoltura cristiana.Su questo stesso argomento, il Vescovo della diocesi di Matagalpa, Mons. Rolando Álvarez Lagos, facendosi portavoce di "un grido che si alza da tutta la nazione", ha chiesto al governo e ai militari di spiegare come i due minori siano morti in un presunto scontro con l'esercito. Dopo aver concluso la messa per l’ordinazione di un sacerdote nella Cattedrale di San Pietro Apostolo, a Matagalpa, il 24 novembre, Mons. Alvarez Lagos ha detto: "tutti i nicaraguensi sono in attesa della spiegazione e della risposta del Governo" sulla morte di questi ragazzi. “Abbiamo sentito che c’erano persone contrarie al governo e armate, abbiamo sentito che c'è stato un combattimento, ma non abbiamo capito come i due ragazzi siano morti" ha ribadito il Vescovo.Anche il Vescovo ausiliare di Managua, Mons. Silvio Báez, e il Vicario Silvio Fonseca, si sono pronunciati su questo crimine. "Chiediamo risposte all'esercito riguardo ai nicaraguensi uccisi a La Cruz de Río Grande. Perché hanno sparato? Come si spiega che ci sono due ragazzi tra i morti? Perché sono stati sepolti in una fossa comune?" ha scritto Mons. Baez nel suo account Twitter. Mentre Mons. Silvio Fonseca, Vicario per la vita, la famiglia e l’infanzia dell'Arcidiocesi di Managua, ha detto che l'esercito è in "grave pericolo" di essere definito "un esercito assassino" se non chiarisce questo tragico fatto.

ASIA/MYANMAR - I profughi Kachin donano a Papa Francesco un pastorale in legno: un auspicio di pace

Yangon - Papa Francesco durante la sua visita apostolica in Mynamar userà un pastorale di legno realizzato artigianalmente e donatogli dai rifugiati cattolici della minoranza etnica Kachin, che ora si trovano nel campo profughi della città di Winemaw, nello stato Kachin, con popolazione a maggioranza cristiana, nella parte settentrionale del Myanmar. Lo rivela a Fides Joseph Myat Soe, laico cattolico attivo dalla regione di Kachin, spiegando che i fedeli Kachin si trovano ora nel campo profughi di Winemaw a causa della guerra civile tra l'esercito birmano e i gruppi armati Kachin, in uno dei diversi conflitti a sfondo etnico che si registrano nel paese, composto, a livello sociale, dalla maggioranza bamar e da 135 minoranze etnico linguistiche Come informa Myat Soe, i profughi Kachin offrono questo pastorale di legno al Santo Padre "come auspicio per riportare la pace nello stato Kachin, dato che non sarà possibile per loro partecipare alla Messa a Yangon, a causa dello stato di indigenza in cui versano". Il vescovo ausiliare di Yangon, John Saw Han, conferma a Fides che “nonostante la guerra civile in corso, e nonostante i problemi economici, circa cinquemila cattolici Kachin saranno a Yangon per incontrare e pregare con il Santo Padre per la pace nella loro regione”. I giovani Kachin, in particolare faranno di tutto perchè "considerano questa un'opportunità irripetibile per vedere il Papa e pregare con lui", nota il vescovo La guerra civile tra il Kachin Independent Army e le truppe governative dura dal 1965; nel 2010 è stato negoziato un cessate il fuoco, violato nel 2015. La guerra ha costretto centinaia di migliaia di Kachin , a fuggire e trovare riparo nei campi profughi. La Chiesa cattolica locale li sta sostenendo: nella diocesi di Myitkyina vi sono oltre 8mila sfollati che non possono rientrare nei loro villaggi per la violenza che prosegue. La Caritas li assiste, cercando anche di predisporre per loro anche la possibilità di coltivare la terra, perchè essi stessi possano contribuire al loro sostentamento.I vescovi birmani lo scorso anno denunciarono che “più di 150.000 persone languono nei campi profughi, ridotte alla condizione di sfollati e in attesa di aiuti internazionali”, deplorando “una guerra cronica ha prodotto solo perdenti, cioè le persone innocenti abbandonate nei campi, mentre le loro terre sono disseminate di ordigni, il traffico di esseri umani imperversa, la droga è una condanna a morte per i giovani kachin, le risorse naturali come le miniere di giada sono saccheggiate. Questa è la causa principale del conflitto”, osservarono.Nell’area si nutrivano speranze di pace dopo la conferenza sulla riconciliazione con le minoranze etniche, organizzata dal governo birmano a settembre 2016, ma quella conferenza non ha avuto un reale impatto sulla realtà dei Kachin, mentre la presenza militare nello stato resta invasivaCi sono quattro vescovi cattolici della regione dei Kachin, conosciuta come "terra dei gioielli" per il sottosuolo ricco di oro e giada. Due sono le diocesi cattoliche dello stato , mentre circa 70 sono i sacerdoti che assistono 70.000 fedeli cattolici nel complesso.Il Santo Padre arriva a Yangon, ex capitale del Myanmar il 27 novembre, e volerà a Nay Pyi Taw, capitale amministrativa del Myanmar, dove il 28 incontra le autorità politiche e la società civile.

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Il Myanmar accoglie il Papa e fa "un salto di fede"

Negli ultimi mesi il Myanmar è sotto i riflettori di tutto il mondo per due motivi: primo, l’annuncio della visita di Papa Francesco ; secondo la crisi dei Rohingya nello Stato di Rakhine.Il Myanmar si affaccia sul Golfo del Bengala e sul mar delle Andamane e confina da ovest a est con Bangladesh, India, Cina, Laos e Thailandia. Popolazione e storia di questo paese vedono un glorioso miscuglio di coloni e invasori provenienti in particolare da India, Thailandia e Cina. Tra il 1824 e il 1886 la Gran Bretagna conquistò la Birmania e la incorporò nell’impero coloniale britannico. Il paese ha raggiunto l’indipendenza nel 1948. Da allora lo stato è rimasto sotto un regime militare oppressivo dal 1962 al 2011. Nello stesso anno, i militari hanno riconosciuto un governo a maggioranza civile. Nel 2015 la “National League for Democracy”, guidata da Aung San Suu Kyi, ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento, formando un governo e a marzo del 2016. La strada per raggiungere la democrazia non è stata priva di ostacoli e difficoltà, tuttavia è rimasta sempre una speranza e un’aspirazione per i circa 52 milioni di persone.Il Cardinale Charles Maung Bo, che guida la comunità di Yangon, auspica: “Lasciamo che il popolo del Myanmar costruisca insieme il proprio futuro, fatto di progresso sostenibile, pace e prosperità con spirito democratico. Il governo, i gruppi della società civile e le Chiese devono credere e collaborare per lo sviluppo del Myanmar” Link correlati :Continua a leggere la news anlaysis su Omnis Terra

Pages