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AMERICA/BRASILE - Amazzonia: un atlante visualizza conflitti e tensioni in 338 comuni

Brasilia – Sono 338 i comuni dell’Amazzonia che vivono situazioni di conflitto per la terra. Nello stato di Acre la metà dei comuni, 11, ne è coinvolto. Lo stato ha vissuto una dura lotta contro la deforestazione e l'appropriazione delle terre da parte di occupanti abusivi e di speculatori, soprattutto negli anni 70. Nello stato di Amapá, che gode di una posizione geografica privilegiata, di un clima e un terreno favorevole per la coltivazione del grano, tutti i 16 comuni sono toccati da situazioni di conflitto. In generale, nel 2014, il numero dei conflitti per la terra in Brasile ammontava al 43,3% del totale. Tali dati mostrano l'esigenza di una vasta riforma della terra, che sarebbe il modo più veloce e radicale per eliminare la fame, la povertà e le disuguaglianze esistenti nel paese.La situazione è stata visualizzata, principalmente attraverso le mappe, dall’Atlante dei conflitti in Amazzonia, appena pubblicato, che ha preso in esame i conflitti presenti nei nove Stati che compongono l'Amazzonia: Acre, Amapá, Amazonas, Tocantins, Pará, Rondônia, Roraima e parti del stato del Mato Grosso e Maranhao. L’iniziativa è nata dalla collaborazione tra la Commissione pastorale della terra , la Commissione per l'Amazzonia e la Rete ecclesiale Pan-amazzonica , organizzazioni collegate alla Conferenza episcopale del Brasile . Lo studio registra lo scenario di scontri che aggravano la questione agraria, identifica le sfide per la vita quotidiana della popolazione locale, e l’impegno della CPT contro le violazioni dei diritti umani, tra gli altri crimini e saccheggi della regione.Durante la presentazione dell’Atlante, nella sede del Centro Culturale Missionario, a Brasilia, il Segretario generale della CNBB, l'Arcivescovo Leonardo Steiner, ha affermato che l'Atlante risveglia in tutti "verità profonde sull'Amazzonia", e aiuta a costruire una nuova mentalità verso l'Amazzonia, specialmente in materia di aiuto. Quindi ha richiamato l'attenzione sul fatto che l'Atlante è stato lanciato in un momento "molto importante per il Brasile", in particolare per la revoca del decreto che mirava ad aprire la Riserva Nazionale di Rame e Associati , nella foresta amazzonica, all'esplorazione mineraria .Darlene Braga, rappresentante della CPT in Amazzonia, ha sottolinato che l'Atlante darà visibilità, a livello nazionale e internazionale, a quello che succede in Amazzonia, mentre Cleber César Buzzatto, del Consiglio Indigenista Missionario , ha invitato le autorità statali ad adottare misure urgenti per la protezione di questi territori, “altrimenti ci sarà il genocidio di questi popoli".

ASIA/PAKISTAN - Minoranze religiose sotto tiro: urge abrogare la legge sulla blasfemia

Lahore – Il cristiano Washaal Masih e il suo collega Bhola Ram, di religione indù, due umili lavoratori, impiegati come operatori ecologici nella città di Behawalnagar, nel Sud del Punjab pakistano, sono stati arrestati per blasfemia, con la presunta accusa di aver bruciato pagine del Corano. Come conferma a Fides l’organizzazione cristiana “Legal Evangelical Association Development” , che fornisce assistenza legale gratuita alle minoranze religiose in Pakistan, i due lavoravano come addetti alle pulizie nell’Ospedale Civile di Behawalnagar, dove sarebbe stata commessa la blasfemia. Il denunciante è un poliziotto che afferma di aver ricevuto una telefonata da un giornalista locale: questi lo ha informato che i due, nel bruciare alcuni documenti, avrebbero dato fuoco anche ad alcune pagine contenenti versetti coranici. L'incidente è avvenuto il 27 settembre 2017. Il poliziotto è giunto sul posto e ha visto una grande folla che gli ha fornito dettagli sull’episodio. L’agente ha dunque condotto i due agli arresti e registrato la denuncia ufficiale. “La legge sulla blasfemia è una questione molto delicata: come in questo caso, basta l’affermazione di due presunti testimoni per essere accusati. Ma non vi sono altre prove documentali. Le minoranze religiose vivono in costante paura e spesso nascondono la loro fede per evitare accuse di blasfemia”, nota a Fides l’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill, responsabile dell’organizzazione “Lead”.Lead ha diffuso un appello pubblico chiedendo l’abrogazione della legge: “Abusare di questa legge è diventata pratica comune al fine di risolvere le controversie personali. In un caso recente, il cristiano Nadeem James è stato coinvolto in un caso di blasfemia, come vendetta perché aveva sposato una ragazza musulmana, ed è stato condannato a morte. E’ tempo di rimettere mano a questa legge iniqua”, afferma la nota di Lead, inviata a Fides. Negli ultimi 12 anni, nota l’organizzazione, “la situazione si è deteriorata per le minoranze religiose in Pakistan”. Lead elenca le ragioni principali per cui urge abolire la legge sulla blasfemia in Pakistan: è incompatibile con i diritti umani fondamentali; mette in pericolo la sicurezza dei cittadini di ogni fede religiosa; calpesta le garanzie civili basilari per quanto riguarda l’arresto e la detenzione, nonché il diritto a un processo equo; viola il diritto alla libertà di fede, di religione e di espressione; distrugge lo stato di diritto e il principio di uguaglianza; istiga i musulmani ad attaccare le minoranze religiose e i loro insediamenti, minando la convivenza interreligiosa nella società pakistana; è prevalentemente utilizzata per risolvere controversie personali.“Inoltre in molti casi un cittadino, anche se solo imputato di blasfemia, è facile vittima di una esecuzione extragiudiziale per mano dei islamici radicali” nota “Lead”, ricordando tanti episodi, nella storia recente del Pakistan, in cui interi quartieri cristiani sono stati attaccati solo per presunte accusa di blasfemia a un singolo cristiano. Questi attacchi, si rileva, sono rimasti impuniti.

ASIA/LIBANO Il Patriarca maronita e il capo di Hezbollah: i profughi siriani devono tornare in Siria

Beirut – La presenza dei profughi siriani in Libano sta creando una situazione insostenibile, che può essere affrontata solo favorendo in tutti i modi il ritorno dei rifugiati siriani al proprio Paese. Lo ha detto sabato 30 settembre il Patriarca maronita Béchara Boutros Rai, durante una visita pastorale da lui realizzata a Zahle, nella valle della Beqa', in un'area dove intorno all'alta presenza di sfollati siriani stanno crescendo tensioni sociali e casi di conflitto tra rifugiati e popolazione locale. "Il territorio della Siria” ha ribadito il Primate della Chiesa maronita “è più grande di quello del Libano, e per organizzare il rientro dei rifugiati non possiamo stare ad aspettare le iniziative dello Stato siriano, perché loro seguono la propria agenda politica". Quasi nelle stesse ore, considerazioni analoghe sono state espresse anche da Hassan Nasrallah, capo del partito sciita Hezbollah. “E' tempo ri ritornare in Siria” ha detto Nasrallah ill 30 settembre, riferendosi ai profughi siriani, e aggiungendo che è nell'interesse degli stessi rifugiati siriani “ritornare a casa e partecipare alla ricostruzione del paese”). .

AFRICA/BOTSWANA - Elevazione a Diocesi del Vicariato apostolico di Francistown e nomina del primo Vescovo

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco, in data odierna, ha elevato a Diocesi il Vicariato apostolico di Francistown , con la medesima denominazione e configurazione territoriale, rendendola suffraganea della sede metropolitana di Pretoria, in Sud Africa. Il Santo Padreha nominato primo Vescovo della Diocesi di Francistown Sua Ecc. Mons. Franklyn Atese Nubuasah, S.V.D., attuale Vicario apostolico della medesima sede.La nuova Diocesi di Francistown è una delle due Circoscrizioni ecclesiastiche del Botswana. Si estende su tutto il centro settentrionale del Paese, ricoprendo una superficie di 472.995 kmq., ossia circa due terzi dell’intero territorio . Ha una popolazione di 1.200.000 abitanti, 17.000 dei quali cattolici , distribuiti in 17 parrocchie. I sacerdoti sono 26, le religiose 28 appartenenti a 6 diverse Congregazioni, e 1 fratello religioso.

ASIA/TURCHIA - Erdogan agli USA: liberiamo il pastore evangelico Brunson se in cambio ci consegnate Fetullah Gulen

Ankara – Il Presidente turco Recep Tayyp Erdogan è disposto a liberare il pastore evangelico USA Andrew Craig Brunson - detenuto in Turchia da un anno e accusato di complicità con intrighi internazionali anti-turchi – se in cambio le autorità statunitensi consegneranno alla Turchia Fetullah Gulen, il predicatore islamico turco, esule negli USA dal 1999, considerato dal governo di Ankara come ispiratore e regista del fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016. La proposta dello scambio è stata prefigurata dallo stesso Erdogan durante un incontro con membri delle forze di polizia turchi svoltosi il 28 settembre presso il palazzo presidenziale di Ankara. In quell'occasione, Erdogan ha collegato esplicitamente la possibile liberazione del pastore evangelico alla richiesta di estradizione di Gulen che la Turchia ha rivolto agli USA dopo il fallito golpe. La sollecitazione di Erdogan non è stata presa in considerazione dall'Amministrazione USA: durante il briefing quotidiano con la stampa dello stesso 28 settembre, la portavoce del Dipartimento di Stato USA, Heather Nauert, ha definito impraticabile lo scambio prospettato dal Presidente turco, aggiungendo che gli USA continueranno a operare per favorire il rilascio di Brunson, perché il pastore evangelico “è imprigionato ingiustamente in Turchia, e noi vorremmo vederlo tornare a casa”. Andrew Brunson, già responsabile della chiesa evangelica della Resurrezione a Izmir , era stato convocato dall'ufficio turco dell'immigrazione nell'ottobre 2016, insieme alla moglie, Lyn Norine. Alla coppia era stato inizialmente comunicato l'obbligo di lasciare il Paese, giustificando tale misura con l'accusa vaga di aver ricevuto fondi dall'estero per finanziare iniziative missionarie e di aver messo a rischio la sicurezza del Paese con le loro attività. Successivamente la stampa turca ha riferito che per il pastore evangelico il decreto di espulsione si era trasformato in arresto, dopo che un testimone segreto lo aveva accusato di appartenere al cosiddetto FETO . In carcere, Brunson aveva ricevuto le visite di alti esponenti dell'ambasciata USA in Turchia, e anche il Presidente USA Donald Trump aveva richiesto la liberazione del pastore evangelico durante l'incontro avuto lo scorso maggio alla Casa Bianca con il Presidente turco Erdogan. Lo scorso agosto, dopo l'intervento di Trump, Brunson era stato stato accusato di crimini ancora più gravi di quelli a lui attribuiti in passato, ed era stato trasferito in un carcere di massima sicurezza dove sono detenuti alcuni accusati di essere tra i massimi responsabili del fallito golpe del 2016. .

AFRICA/CAMERUN - La Chiesa: “no all’indipendenza delle regioni anglofone, sì alla decentralizzazione amministrativa”

Yaoundé - Sono almeno sette le persone uccise in diversi scontri tra dimostranti separatisti e forze di sicurezze nelle regione anglofone del Camerun, dove ieri, domenica 1° ottobre, è stata dichiarata simbolicamente l’indipendenza di quella che è stata chiamata l’Ambazonia. Gli scontri si sono avuti sia nel sud-ovest che nel nord-ovest del Paese, dove il governo ha decretato il coprifuoco ed ha dispiegato quasi mille agenti delle forze di sicurezza. I separatisti hanno scelto la date del 1° ottobre in ricordo dell’indipendenza dell’area anglofona dal Regno Unito, avvenuta nel 1961. La parte francofona era divenuta indipendente dalla Francia nel 1960. Un referendum aveva poi stabilito la creazione di un unico Stato bilingue .Alla vigilia delle dimostrazioni , la Commissione Episcopale “Giustizia e Pace” ha pubblicato un comunicato nel quale si esprime l’indignazione della Chiesa “per la persistenza della crisi anglofona, l’ampiezza del movimento del 22 settembre 2017 e il progetto di proclamazione dell’indipendenza delle regioni del nord-ovest e del sud-ovest”. “Giustizia e Pace” rinnova l’appello della Chiesa “a tutti i protagonisti della crisi, a cercare la pace attraverso il dialogo alla luce della verità”.Il comunicato critica il governo per non avere saputo gestire la crisi e lo invita “a riconoscere i limiti e gli errori nell’applicazione del processo di costruzione nazionale” e ad avviare la decentralizzazione amministrativa.Le proteste dei secessionisti sono originate dalla richiesta degli abitanti delle regioni anglofone di usare l’inglese nell’insegnamento e nelle attività amministrative, e di adottare il sistema della Common Law di origine britannica al posto del diritto fondato sul codice di stampo francese. Sottolineando che non è compito della Chiesa definire la forma dello Stato, “Giustizia e Pace” chiede che sia applicata la decentralizzazione, inscritta nella Costituzione, in modo da venire incontro alle richieste delle regioni anglofone.

ASIA/FILIPPINE - I Gesuiti: non si può costruire una nazione sui cadaveri

Manila – “Non possiamo costruire una nazione sui cadaveri del popolo filippino. Non si può combattere il male con pistole e pallottole”: lo affermano i Gesuiti delle Filippine in un accorato appello diffuso in tutte le diocesi, chiese, scuole e istituti dove i religiosi sono presenti. Nel testo, inviato all’Agenzia Fides, i membri della Compagnia di Gesù si uniscono alle molteplici voci della comunità cattolica filippina che hanno deplorato la campagna di esecuzioni extragiudiziali in corso nel paese, condotta come mezzo della “guerra contro la droga” lanciata dal Presidente Rodrigo Duterte.Nel comunicato, firmato dal Provinciale Antonio Moreno, intitolato "Unirsi nella potenza dello Spirito", si condivide il richiamo lanciato dal Cardinale Luis Antonio Tagle “alla coscienza di quanti producono e vendono droghe illegali” e “alla coscienza di quanti uccidono anche gli innocenti”: i Gesuiti chiedono di fermare le attività criminali e l’eliminazione indiscriminata di vite umane.“Concordiamo sul fatto che la minaccia di droghe illegali è reale e distruttiva. L'imperativo di sconfiggere questo male – rileva il testo dei Gesuiti – non appartiene solo al presidente, alla Polizia e al governo. Appartiene a tutti noi. Il male che attacca l'uomo con il potere del demonio, dovrebbe unirci, non dividerci. Dobbiamo unirci, coordinare e permettere al bene di allearsi con il bene; dobbiamo combattere insieme questo nemico”. I religiosi notano poi che “la minaccia delle droghe non è solo un problema politico o penale. È il male che attacca l'umanità, trasforma gli esseri umani in zombie, i poliziotti in assassini, i criminali in signori e i poveri nelle vittime”, citando tra i vari omicidi di giovani innocenti quello del giovane cattolico Kian de los Santos. “Non possiamo combattere il male solo con pistole e proiettili. Questo male va combattuto con l'intuizione, la cooperazione, l'astuzia, l'uso illuminato del potere politico ed economico, il sacrificio, la preghiera e la grazia di Dio”, affermano.Con questo spirito i Gesuiti nelle Filippine accolgono e rilanciano l'invito ad avviare un “un dialogo multisettoriale”, che accolga le forze buone dell’amministrazione statale, delle forze di sicurezza, della società civile, delle Chiese “per comprendere la situazione in profondità” e capire che “il nemico di questa guerra non sono i diritti umani, ma la mancanza di impegno nei confronti dei diritti umani”. “Non possiamo combattere per gli esseri umani negando i loro diritti” spiegano. Per contrastare i cartelli internazionali della droga e i loro traffici “non si devono uccidere i poveri, che sono le vittime”. Per costruire una società sana e libera dalla droga, urge “una collaborazione paziente e multisettoriale di buone persone che collaborano con persone buone. Non possiamo costruire la nazione filippina sui cadaveri del popolo filippino”, afferma solennemente il comunicato inviato a Fides.La strada da seguire è “vincere il male con il bene”: “Se vogliamo essere solidali con tutte le vittime dell'ingiustizia – nota la Compagnia di Gesù – dobbiamo andare oltre le espressioni di oltraggio e passare all'azione costruttiva. Occorre insegnare ai giovani, nelle nostre famiglie, nelle scuole e nelle nostre comunità, quanto male generino le droghe; occorre coinvolgerli perché superino le cattive abitudini e si impegnino nel bene”. I religiosi auspicano maggiore impegno nella riabilitazione per aiutare i tossicodipendenti a uscire dalla droga e un training per le forze di sicurezza sulla tutela dei diritti dei cittadini. “Bisogna lavorare insieme, Chiesa, governo e società civile, per sconfiggere veramente il male della droga nelle Filippine”, conclude il testo. Secondo le recenti stime delle Ong, la “guerra alla droga” lanciata dal presidente Rodrigo Duterte circa un anno fa ha fatto almeno 14mila uccisioni di cui 3.800 ammesse dalla polizia, con migliaia di esecuzioni extragiudiziali che restano impunite.

AMERICA/PORTO RICO - “Solo l’unione fa la forza”: appello dell’Arcivescovo di San Juan per la rinascita del paese travolto dagli uragani

San Juan – “Puerto Rico è demolito ma non annientato”, riferisce a Fides Mons. Roberto O. González Nieves, OFM, Arcivescovo di San Juan de Puerto Rico, Presidente della Conferenza Episcopale di Puerto Rico . L’Arcivescovo, insieme a Mons. Eusebio Ramos Morales, Vescovo di Caguas, Amministratore apostolico di Fajardo-Humacao, Segretario della CEP, ha firmato la Lettera pastorale della Conferenza Episcopale portoricana in occasione del passaggio degli uragani Irma e Maria, che nel mese di settembre hanno travolto il paese insieme alle altre isole caraibiche . Nella Lettera pastorale, inviata a Fides, Mons Nieves esprime tutto il suo dolore “nel vedere tanta sofferenza nei volti Mumani del nostro popolo”, oltre ad esprimere solidarietà anche alla popolazione messicana martoriata dal terremoto. “La ferita che ci unisce sia motivo di unità e rinascita” afferma l’Arcivescovo. Il testo prosegue: “E’ una ferita che condividiamo anche con tutte le popolazioni di Caraibi e Stati Uniti colpite dagli uragani Harvey, Irma, Katia e Maria. Da giorni abbiamo iniziato a ricevere messaggi di solidarietà da parte di tanti fratelli e sorelle di tutto il mondo. Attraverso i canali ufficiali, i mezzi di comunicazione, le parrocchie e con l’ausilio di tanta gente, sono iniziati ad emergere i dati sulla devastazione e la distruzione del nostro arcipelago portoricano, in particolare la perdita di vite umane, gli ingenti danni riportati dalle nostre case, chiese, scuole, colture, animali, e così via. Questi dati gradualmente ci rendono consapevoli, che la nostra vita non sarà più come prima.” Rivolto alla popolazione portoricana, il Presidente della Conferenza Episcopale esorta a non abbattersi e a non cedere alla disperazione e al caos provocati dalla serie di eventi catastrofici che si vanno ad aggiungere alla crisi economica nella quale è coinvolto il Paese: “Uniti a Cristo, la nostra vita può dare molti frutti, evitando il pessimismo e incoraggiando la speranza”, afferma.Nel suo invito alla rinascita e alla ricostruzione del Paese, l’Arcivescovo spiega che “la rinascita richiede un impegno per la nostra terra: siamo suoi amministratori e non suoi depredatori. Le nostre case, scuole, chiese, strade e proprietà sono seriamente danneggiati. Anche le chiese dei nostri fratelli e sorelle della comunità ecumenica, le sinagoghe dei nostri fratelli ebrei, così come le moschee dei musulmani che vivono a Puerto Rico. Non permettiamo che il nostro coraggio svanisca dando spazio all’egoismo e alla violenza. Solo l’unione fa la forza”. “Dobbiamo riscoprire la perla dei mari, dobbiamo camminare insieme aiutandoci gli uni gli altri per fare in modo che la bellezza del nostro Paese, le sue montagne, fiumi, mari e città, tornino presto a brillare. Desideriamo invitare tutti ad un gesto di carità verso i più colpiti attraverso una colletta che si terrà nelle nostre diocesi, oltre che a livello nazionale attraverso Cáritas Puerto Rico” conclude Mons. Nieves.L’isola più piccola delle Grandi Antille è in stato di piena emergenza. I 3,4 milioni di abitanti sono alle prese con continui black-out e manca il carburante per far funzionare i generatori di energia. I danni alle abitazioni e alle infrastrutture sono enormi, con interi centri abitati praticamente rasi al suolo e strade interrotte o completamente inagibili. Grossi problemi dovuti alla carenza di energia elettrica si riscontrano negli ospedali. Moltissime farmacie sono chiuse per i danni strutturali riportati, mancano medicine e beni di prima necessità.

AMERICA/COLOMBIA - Iniziato il cessate il fuoco bilaterale tra Governo e ELN, la Chiesa protagonista nel cammino per la pace

Bogotà – “Aiutare a trovare la via che assicura la pace, una pace solida e completa, questo è lo scopo della nostra partecipazione ai dialoghi” ha affermato Sua Ecc. Mons. Juan Carlos Barreto, Vescovo della diocesi di Quibdo e membro della Commissione della Chiesa cattolica per il dialogo fra governo colombiano e gruppo di guerriglia ELN . Mons. Barreto si è così espresso alla fine dell'incontro, svoltosi a Bogotà, degli operatori di riconciliazione e di pace promosso dalla Commissione per la Conciliazione Nazionale, alla quale appartengono i Vescovi delle diocesi il cui territorio si trova nelle zone di conflitto. "La Colombia cerca la pace per poter dare alle comunità della zona una prospettiva nuova, una speranza di pace e costruire un mondo diverso da quello che per anni hanno avuto" ha ribadito Mons. Barreto.E' iniziato alla mezzanotte del primo ottobre il cessate il fuoco bilaterale tra il Governo colombiano e l'ELN, concordato per tre mesi, fino al 9 gennaio, ma con la prospettiva di essere esteso in base alle valutazioni della Commissione per la sorveglianza, la verifica e la prevenzione. Tale Commissione è composta da una delegazione delle Nazioni Unite, dai 20 Vescovi delle diocesi coinvolte, nonché dai generali dell'esercito e della polizia, dai membri del governo e dai guerriglieri. La sorveglianza sul rispetto del cessate il fuoco bilaterale sarà fatta nei 33 comuni in cui è presente l'Eln. La notizia è fondamentale per tutti quei settori sociali che vogliono la pace con profonde riforme democratiche. Inoltre i negoziati con l’ELN a Quito potrebbero essere più rapidi di quelli de L'Avana, data l'esperienza già acquisita nel processo con le FARC . Già esiste quindi un terreno esplorato che consente all'ELN di assumere molti degli impegni concordati con la FARC.La Chiesa cattolica, protagonista al tavolo del dialogo, presenta una organizzazione ben strutturata anche a livello locale. Secondo quanto ha detto Mons. Barreto, in ognuna delle 20 diocesi coinvolte, i Vescovi possono costituire una Commissione con persone preparate per questo compito. Ci sono 3 livelli di verifica, ha poi spiegato: uno a livello nazionale, presieduto dal Presidente della Conferenza Episcopale, il secondo a livello regionale e il terzo in ogni diocesi.

AFRICA/CAMERUN - Dopo il Kurdistan e la Catalogna anche in Africa lo spettro del secessionismo: forti tensioni nelle aree anglofone del Camerun

Yaoundé - Si apre un nuovo fronte separatista, questa volta in Africa, dopo il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno e quello sull’indipendenza della Catalogna, annunciato per domani, domenica 1°ottobre. Sempre domani, la parte anglofona del Camerun , ha indetto una giornata di mobilitazione popolare, in coincidenza dell’anniversario dell’indipendenza di questa parte del Paese dalla Gran Bretagna, per protestare contro le politiche delle autorità centrali di Yaoundé, che discriminerebbero l’uso della lingua inglese e del diritto di origine anglosassone , a beneficio del francese e del diritto fondato sul codice di stampo francese .Le autorità hanno imposto il divieto di riunione superiore a 4 persone, la chiusura degli esercizi commerciali e limitazioni alla libertà di circolazione per i prossimi tre giorni, ed hanno inviato rinforzi militari e di polizia.La radice della crisi deriva dalla divisione tra Francia e Gran Bretagna dell’allora colonia germanica dopo la prima guerra mondiale. La parte francofona divenne indipendente nel 1960, mentre quella anglofona nel 1961. Quest’ultima con un referendum stabilì di unirsi al Camerun francofono.La protesta sta assumendo sempre più il tono di una richiesta di secessione dal resto del Paese. Nella vicina Nigeria, nel frattempo, è riemerso il movimento per l’indipendenza del Biafra, la regione del sud-est, ricca di petrolio, protagonista di un tentativo secessionista, che ha portato alla drammatica guerra del 1966-1970.

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Myanmar: anche i rohingya sono esseri umani

La crisi che riguarda la popolazione di etnia rohingya, nello stato birmano di Rakhine, interroga i governi delle nazioni dell'area e la comunità internazionale: l'esodo verso il Bangladesh è di crescenti proporzioni e l'urgenza di assistenza umanitaria si fa sempre più forte. Che fine faranno i Rohingya? Quali misure adottare? Mentre si attende la visita di Papa Francesco in Myanmar e Bangladesh un criterio resta imprescindibile: la dignità di ogni essere umano.Link correlati :Continua a leggere la news analysis su Omnis Terra

AFRICA/UGANDA - Tensioni in Parlamento per la mozione che mira a cancellare il limite d’età per la candidatura presidenziale

Kampala -Verso la cancellazione del limite d’età per presentarsi alle elezioni presidenziali in Uganda. Dopo una rissa tra con i rappresentanti dell’opposizione, il 28 settembre la maggioranza parlamentare ha votato a favore di una mozione che apre la strada alla modifica della norma della Costituzione che stabilisce che i candidati alla Presidenza devono avere un’età minima di 35 anni e massima di 75.Togliere il limite superiore permetterà al Presidente Yoweri Museveni, al potere dal 1986, e che ha 73 anni, di ripresentarsi ad un sesto mandato consecutivo nel 2021. Museveni nel 2005 ha ottenuto che il Parlamento votasse un modifica costituzionale che ha rimosso il limite ai mandati presidenziali, che gli ha permesso di correre per un terzo, quarto e quinto mandato consecutivo.La proposta di togliere il limite d’età ha suscitato forti proteste nel Paese. I leader religiosi dell’Uganda, in una dichiarazione, giunta all’Agenzia Fides, del Consiglio interreligioso dell'Uganda hanno chiesto un referendum per consentire ai cittadini di decidere sulla questione della soppressione del limite di età presidenziale nella Costituzione.Parlando durante una conferenza stampa tenutasi il 18 settembre 2017 presso la sede di IRCU a Kampala, i leader religiosi hanno dichiarato che l'attuale dibattito sulla rimozione del limite di età presidenziale non è una questione di parte che riguarda solo i politici e i deputati del Parlamento."Come leader religiosi riteniamo che la questione del limite di età non è un problema di parte che viene monopolizzato dal Movimento Nazionale Resistente e dai politici dell'opposizione. La questione è di carattere nazionale e il dibattito dovrebbe essere esteso ai popoli dell'Uganda, in quanto sono i soli custodi del potere costituzionale di determinare il destino della nostra nazione. Il "potere popolare" è inequivocabilmente loro concesso nell'articolo 1 della Costituzione ", ha detto Sheikh Shaban Mubajje, presidente dell'IRCU e Mufti dell'Uganda.La dichiarazione dei leader religiosi è stata firmata per la parte cattolica da Sua Ecc. Mons. Cyprian Kizito Lwanga, Arcivescovo di Kampala.

ASIA/INDIA - Salvare le figlie femmine. Non considerarle un peso ma un vantaggio!

Chennai – Il feticidio femminile è un problema a livello nazionale oltre che un male sociale. L’aborto selettivo e l’aumento del numero di infanticidi femminili sono diventati un grave problema sociale in diverse parti dell’India. I casi di feticidi femminile stanno rapidamente aumentando nell’India urbana trascendendo tutte le barriere di casta, classe e comunità e anche il divario nord-sud. L’Associazione Medica Indiana stima che ogni anno vengano abortiti cinque milioni di feti femminili. “Il dato più allarmante è che l’aborto selettivo prevale anche tra i ceti sociali più alti. È sconvolgente che la brama di avere un figlio maschio renda le persone talmente crudeli da indurle ad uccidere i bambini non ancora nati” ha dichiarato a Fides suor Devadoss Joseph Margaret medico delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Le suore salesiane di San Giovanni Bosco o figlie di Maria Ausiliatrice ricoprono il dottorato , l’insegnamento teologico nel Teologato salesiano di Chennai, nel Dipartimento per gli studi cristiani nell’Università di Madras come facoltà di ospite. “Un’altra forma di omicidio femminile consiste nell’infanticidio intenzionale di una bambina entro il primo anno di età. Se la piccola sopravvive al feticidio viene abbandonata o gettata tra i rifiuti o nelle discariche. A volte, vengono bruciate vive o avvelenate, altre sono uccise applicando veleno sul seno della madre. Vengono vendute, assassinate, torturate e picchiate. Tutta questa malvagità è dovuta all’estremo desiderio di avere un figlio maschio tra alcune fasce della nostra società che nega il diritto delle figlie femmine a nascere in questo mondo", ha aggiunto Sr. Margaret. Le bambine vivono anche a rischio di minacce di genere, prive di istruzione, soggette a lavoro minorile, matrimonio infantile e forzato, violenza di genere e vessazone. Nei matrimoni infantili, mentre il ragazzo continua la sua formazione, la ragazza viene privata del suo diritto all’istruzione e all’occupazione. Alcune persone ritengono che la nascita di una bambina possa ridurre il loro stato sociale nella società. Quelli che vivono in condizioni di povertà estrema credono spesso che la fanciulla causerebbe più difficoltà economiche alla famiglia.E’ responsabilità di tutti prendersi cura delle bambine e dare loro ogni opportunità per avere successo nella vita. ‘Salviamo le bambine, Educhiamo le bambine’ è una delle iniziative sociali portate avanti in India non solo per combattere il feticidio e l’infanticidio femminile ma anche per promuovere il benessere integrale delle ragazze. Questa iniziativa è sostenuta attivamente dal Governo, dalle associazioni di attivisti a favore dei diritti umani e dalle ong. L’obiettivo è tutelare, salvaguardare, sostenere e educare le bambine. “Per fermare il feticidio e l’infanticidio femminile, liberare le bambine vessate e promuovere i loro benefici generali, dobbiamo innanzitutto fermare i test di selezione sessuale. In secondo luogo, dobbiamo creare un ambiente in cui ogni bambino non ancora nato sia accolto senza alcun pregiudizio di genere. In terzo luogo, dobbiamo ricordare che nessuna società può prosperare nel suo complesso quando la metà di essa viene costantemente trattata in modo inferiore all’altra metà. Quarto, qualunque legge stabilita non servirà a nulla se noi, come società, continuiamo a negare alle figlie femmine la dignità, la libertà e le opportunità che appartengono loro. Soprattutto bisogna considerarle come un patrimonio” ha dichiarato suor Margaret.

EUROPA/ITALIA - “Fermiamola. La cecità può uccidere”: XVII Giornata Mondiale della Vista

Milano – Salvare dalla cecità 2,5 milioni di persone attraverso 37 progetti in Africa, Asia e America Latina: uomini, donne e bambini che rischiano di diventare ciechi. Questo è l’obiettivo della campagna “Fermiamola. La cecità può uccidere” promossa da CBM Italia - Missioni Cristiane per i Ciechi nel Mondo Onlus, in occasione della Giornata Mondiale della vista, che si celebra il 12 ottobre.Secondo lo studio ‘La cecità nel mondo’, pubblicato dalla Rivista Lancet, il numero delle persone cieche nel mondo è diminuito, attualmente sono 36 milioni. Tuttavia, non manca il monito sempre dal medesimo studio della rivista anglosassone: pur se in calo, il numero di persone cieche potrebbe triplicare entro il 2050, arrivando a 115 milioni. La previsione si basa sul tasso di invecchiamento della popolazione mondiale, in quanto la cecità aumenta con l'età.Lo studio riporta i risultati di un’analisi realizzata dal gruppo di esperti internazionali Vision Loss Expert Group , condotta dal 1990 al 2015, dalla quale emergono 253 milioni di persone con disabilità visive, di cui 36 milioni di persone cieche, 217 milioni di persone con disturbi visivi gravi o moderati. L’89% delle persone con disabilità visive vive nei Paesi del Sud del mondo. Inoltre, il 55% delle persone con problemi alla vista sono donne. Nella nota inviata da CBM Italia a Fides, Massimo Maggio, Direttore della onlus, ha commentato così: “I dati di Lancet sottolineano la necessità di continuare il nostro impegno contro la cecità. La cecità infatti si può fermare - l’80% delle cause che portano alla cecità sono prevenibili- e per farlo è necessario continuare il nostro lavoro insieme ai partner locali e ai Governi”. CBM è infatti impegnata in prima linea nella cura e prevenzione della cecità nel Sud del mondo attraverso diverse campagne e raccolte fondi.Nei Paesi poveri del mondo, un bambino cieco rischia la vita in ogni momento perché è vittima di incidenti domestici, maltrattamenti, viene abbandonato dalla famiglia e dalla comunità . Link correlati :Info

ASIA/SIRIA - Un cristiano diventa Presidente del parlamento siriano

Damasco – Si chiama Hamoudeh Sabbagh ed ha 59 anni il primo cristiano eletto Presidente dell'Assemblea del Popolo dagli anni Quaranta del secolo scorso. Nell'elezione, avvenuta giovedì 28 settembre, si sono espressi a favore di Sabbagh 193 dei 252 parlamentari votanti. Sabbagh ha compiuto studi giuridici, appartiene al partito governativo Baarh e in passato ha ricoperto il ruolo di vice-governatore della Provincia di Hassakè. L'unico cristiano eletto prima di lui alla guida del Parlamento siriano è stato Fares Khoury, che occupò quella carica due volte durante il protettorato francese e una terza volta dopo la proclamazione d'indipendenza della Repubblica araba di Siria. Sabbagh prende il posto di Hadiyeh Khalaf Abbas, rimossa lo scorso luglio con voto unanime dei deputati che la accusavano di comportamenti non democratici. Hadiyeh Khalaf Abbas era stata la prima donna ad essere eletta - per acclamazione - presidente dell’Assemblea del Popolo, nel giugno 2016. .

ASIA/MYANMAR - In Parlamento la nuova legge contro i “discorsi di odio”: un passo avanti

Yangon – Il Ministero degli Affari religiosi e della cultura del Myanmar ha presentato al Parlamento il progetto di legge contro i “discorsi di odio”. Il provvedimento sarà discusso nell’assise e sottoposto ai legislatori per eventuali modifiche. Come appreso da Fides, il testo definisce e riconosce le cosiddette “parole di odio” e stabilisce alcune punizioni per individui o gruppi che se ne fanno promotori. Una bozza di legge era stata elaborata già un anno fa e discussa in vari gruppi interreligiosi della società civile birmana, per cercare di fermare quanti diffondono o incitano all’odio e alla violenza in discorsi pubblici e sul web, o promuovono diffamazione e calunnia.Secondo gli osservatori, uno dei fenomeni che ha generato l’esigenza di un simile provvedimento è la presenza di gruppi buddisti estremisti che hanno innalzato la tensione interreligiosa nella società birmana. Joseph Kung Za Hmung, laico cattolico di Yangon, fondatore della Ong cattolica “Community Agency for Rural Development”, che opera in concerto con la Caritas birmana, e preside dell’Istituto Educativo cattolico “San Giuseppe” a Yangon, dichiara a Fides: “La legge si rende necessaria per la presenza nel paese di monaci buddisti estremisti che promuovono apertamente odio e violenza, invece che compassione e misericordia. In un paese come il nostro, a larga maggioranza buddista, questi possono avere il loro seguito e nuocere alla convivenza tra religioni. Per questo il ministero sta provando a fermarli con mezzi legali. La legge sarebbe un passo avanti, ma è pur vero che a volte ci vorrebbero vere proprie misure anti-terrorismo per bloccare violenze indiscriminate contro gruppi etnici o religiosi minoritari”.Esponenti della società civile ci tengono ad affermare la necessità di preservare, comunque, la libertà di espressione nel paese: “La legge potrebbe ampliare il potere di censura del governo e in tal caso sarebbe profondamente errata e non servirebbe a prevenire i conflitti. È necessario in Myanmar un nuovo approccio per costruire il rispetto, il pluralismo e la diversità e urge aprire uno spazio di dialogo nella società: questo ha veramente il potenziale per prevenire violenze e discriminazioni”, afferma una nota dell’Ong "Articolo 19" che opera a livello internazionale per tutelare la libertà di espressione.La legge presentata in Parlamento è stata subito collegata all’attuale tragica situazione della minoranza musulmana dei rohingya, nello stato birmano di Rakhine. Nell'agosto scorso, la Commissione indipendente nominata da Aung San Suu Kyi, e guidata dall'ex Segretario generale dell’Onu Kofi Annan, ha pubblicato la sua relazione finale sulla situazione nello Stato di Rakhine, presentando raccomandazioni per migliorare i rapporti tra le comunità musulmane e buddiste.La Commissione invita il governo del Myanmar a combattere attivamente “il linguaggio dell'odio”, anche attraverso un “quadro giuridico robusto”. Tuttavia, oltre all'azione legislativa, richiede di “favorire la tolleranza attraverso l'educazione civica, attività culturali e di sensibilizzazione, per eliminare la disinformazione sulla religione”. Nella comunità cattolica birmana il 2017 è stato proclamato “Anno della pace” e i Vescovi hanno chiesto ai fedeli in tutte le diocesi di pregare e fare opera di sensibilizzazione per ottenere la pace nella nazione. In questo quadro si promuovono seminari e conferenze sul tema della riconciliazione e della convivenza interreligiosa nel paese, contribuendo a rimarcare la necessità di fermare la diffusione di odio e violenza nella società birmana.

AFRICA/LIBIA - Procuratore libico: sappiamo dove sono sepolti i martiri copti sgozzati dai jihadisti

Tripoli – Il Procuratore generale libico Al Sadiq al Sour ha riferito in una conferenza stampa da lui tenuta giovedì 28 settembre, che è stato individuato il luogo dove si trovano i resti mortali dei 21 cristiani copti sgozzati dai jihadisti del sedicente Stato Islamico nel 2015. Secondo quanto riferito dallo stesso Procuratore, sono già iniziate le operazioni di scavo nell'area in cui si troverebbe la fossa comune. Il possibile ritrovamento di quel che resta dei corpi delle vittime è legato all'arresto di un uomo accusato di aver preso parte a quella strage, rivendicata dai jihadisti con la diffusione in rete di un macabro video che ritraeva le fasi della decapitazione collettiva. Il Procuratore Al-Sadiq al-Sour ha anche indicato una spiaggia adiacente a un hotel della città di Sirte come il luogo in cui sarebbe stata consumata la strage, e ha aggiunto che sarebbe stato individuato anche l'operatore che filmò le scene poi montate nel video. La notizia del possibile ritrovamento dei corpi dei 21 copti è subito rimbalzata in Egitto, suscitando grande emozione soprattutto nelle comunità copte della regione di Minya, da dove provenivano gran parte delle vittime della strage. I familiari delle vittime hanno subito contattato il ministero degli esteri egiziano per trovare conferme alle notizie diffuse dai media, e hanno chiesto che i resti mortali dei loro congiunti, già celebrati come martiri, tornino presto in Patria, per essere sepolti presso le chiese e le cappelle che sono state già dedicate al loro nome. I 21 copti egiziani erano stati rapiti in Libia all'inizio di gennaio 2015. Il video della loro decapitazione fu messo in rete dai siti jihadisti il 15 febbraio. Ad appena una settimana dal loro barbaro eccidio, il Patriarca copto ortodosso Tawadros II decise di iscrivere i 21 martiri sgozzati dal sedicente Stato islamico in Libia nel Synaxarium, il libro dei martiri della Chiesa copta, stabilendo che la loro memoria fosse celebrata proprio il 15 febbraio. “Il video che ritrae la loro esecuzione - riferì dopo il massacro all'Agenzia Fides Anba Antonios Aziz Mina, Vescovo copto cattolico emerito di Guizeh - è stato costruito come un'agghiacciante messinscena cinematografica, con l'intento di spargere terrore. Eppure, in quel prodotto diabolico della finzione e dell'orrore sanguinario, si vede che alcuni dei martiri, nel momento della loro barbara esecuzione, ripetono ‘Signore Gesù Cristo’. Il nome di Gesù è stata l'ultima parola affiorata sulle loro labbra. Come nella passione dei primi martiri, si sono affidati a Colui che poco dopo li avrebbe accolti. E così hanno celebrato la loro vittoria, la vittoria che nessun carnefice potrà loro togliere. Quel nome sussurrato nell'ultimo istante è stato come il sigillo del loro martirio”. .

AFRICA/NIGERIA - Rapito un altro sacerdote nel sud della Nigeria

Abuja - Rapito un altro prete cattolico nel sud della Nigeria. Si tratta di don Lawrence Adorolo, parroco della chiesa di San Benedetto di Okpella, nello Stato di Edo. “Don Adorolo era sulla via di ritorno da Auchi alla sua parrocchia, la chiesa di San Benedetto, a Okpella, quando è stato rapito da sconosciuti armati nei pressi di Okpella verso le sei della sera di mercoledì 27 settembre” ha dichiarato Sua Ecc. Mons. Gabriel Dunia, Vescovo di Auchi.Nel condannare il rapimento del sacerdote, definito un “atto abominevole”, il Vescovo ha rivelato che “i rapitori si sono fatti vivi per chiedere un riscatto alla Chiesa” La Chiesa non paga riscatti” ha ribadito Mons. Dunia, confermando la linea adottata da tempo dalla Conferenza Episcopale Nigeriana di respingere ogni richiesta di riscatto da parte dei sequestratori di sacerdoti e religiosi. “La diocesi chiede il rilascio incondizionato del prete. Celebreremo una Messa per pregare il Signore per la sua liberazione senza condizioni” ha concluso il Vescovo.Qualche giorno fa uomini armati hanno rapito il direttore del parco naturale di Ogba di Benin City, la capitale dello Stato di Edo, uccidendo tre poliziotti.Secondo quanto appreso da Fides solo quest’anno sono stati rapiti almeno tre sacerdoti nel sud della Nigeria. P. Samuel Okwuidegbe, gesuita, era stato prelevato da sconosciuti il 18 aprile sulla strada che collega Benin City a Onitsha e poi liberato il 22 aprile . Il 18 giugno un blitz della polizia ha liberato p. Charles Nwachukwu, della diocesi di Okigwe, nello Stato di Imo che era stato rapito da 5 banditi armati il 16 giugno . L’episodio più drammatico è quello del 1° settembre con il rapimento e l’uccisione di p. Cyriacus Onunkwo nello Stato di Imo, il suo corpo verrà ritrovato 2 settembre nei pressi del villaggio di Omuma . Da due anni non si hanno notizie di p. Gabriel Oyaka, religioso nigeriano spiritano , rapito il 7 settembre 2015 nello Stato di Kogi .

AMERICA/HAITI - Riparte il dialogo per lo sviluppo socioeconomico, anche i Vescovi incontrano il presidente

Port au Prince – Dopo solo sette mesi da quando ha assunto la carica di Presidente della Repubblica di Haiti, Jovenel Moïse si trova ad affrontare una situazione che lo mette alla prova. La popolazione infatti non accetta il bilancio per l'esercizio finanziario proposto per il 2017-2018, che entrerà in vigore dal 1° ottobre. La legge sulle finanze è stata già pubblicata sul quotidiano ufficiale Le Moniteur e per il momento quindi non c'è possibilità di tornare indietro. Per contrastare la crescente inquietudine sociale che porterà a una situazione di forte tensione, Jovenel Moïse vuole rinnovare il dialogo "permanente" con i "principali settori della società haitiana".Dopo aver incontrato il 26 settembre i rappresentanti dei poteri dello stato, che avevano raccolto domande e richieste di magistrati, giudici ed impiegati della pubblica amministrazione, mercoledì 27 settembre, il Capo dello Stato si è incontrato con la Conferenza Episcopale di Haiti.Secondo un comunicato della segreteria della Presidenza della repubblica, i principale temi della discussione sono stati quelli legati all'attuale situazione socio-politica del paese, e i percorsi di collaborazione per facilitare un clima favorevole allo sviluppo socioeconomico di Haiti.Il Presidente Moïse "è molto soddisfatto del livello delle discussioni" si legge nel comunicato, e ha preso atto delle raccomandazioni della Conferenza Episcopale prosegue il testo, senza comunque scendere nei dettagli. Il Capo dello Stato "intende continuare in modo costante le consultazioni con le principali istituzioni su cui si fonda la nostra nazione, per raggiungere la coesione necessaria per guidare il paese verso un buon porto" conclude la dichiarazione.Ad Haiti, il paese più sofferto e povero di tutta l’America, la Chiesa cattolica gode di una buona fiducia fra la popolazione ed è presente in modo costante in ogni situazione di necessità, non solo dinanzi alle terribili catastrofi naturali. La situazione politica e sociale del paese viene da un periodo complesso e travagliato , dove la voce della Chiesa ha evitato in molte occasioni scontri violenti fra i cittadini, a causa della cattiva gestione dei processi elettorali .Il Card. Chibly Langlois, Vescovo di Les Cayes, il giorno del giuramento del neo Presidente aveva detto: "I problemi del paese sono molti e richiedono la collaborazione di tutti per affrontarli. Il ruolo dello Stato è di impegnarsi per il popolo, garantendo nel contempo lo stato di diritto".

VATICANO - Nomine a Propaganda Fide

Città del Vaticano - Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ha annunciato oggi ad officiali e personale della Congregazione e delle Pontificie Opere Missionarie, le seguenti nomine. Il Santo Padre ha nominato Nunzio Apostolico in Grecia Sua Ecc. Mons. Savio Hon Tai-Fai, S.D.B., Arcivescovo tit. di Sila, finora Segretario della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli.Il Santo Padre ha nominato Sotto-segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli il Rev.do P. Ryszard Szmydki, O.M.I., finora Segretario Generale della Pontificia Opera Missionaria della Propagazione della Fede.Il Rev.do P. Ted Nowak, O.M.I., officiale del Dicastero Missionario, è stato nominato Segretario generale pro tempore della Pontificia Opera Missionaria della Propagazione della Fede.La Rev.da Suor Roberta Tremarelli, delle Ancelle Missionarie del Santissimo Sacramento è stata nominata Segretaria generale della Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria. La Rev.da Suor Iolanda Plominska, delle Suore Missionarie di San Pietro Claver, è stata nominata Direttrice del Collegio Mater Ecclesiae di Castelgandolfo. E’ stata data inoltre notizia della nomina del Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana: il prof. Leonardo Sileo O.F.M., Ordinario di Storia della Filosofia Medievale.

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