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ASIA/GIAPPONE - “C’è bisogno del Vangelo in Giappone?”

Tokyo – “Una domanda resta scolpita nella nostra mente e nel nostro cuore. Una domanda che ci ha lasciato provocatoriamente il Cardinale Fernando Filoni, nel corso della sua visita pastorale: c’è bisogno del Vangelo in Giappone? Dove e come evangelizzare? E’ la sfida che resta per la nostra Chiesa, in primis per noi Vescovi”: lo dice all’Agenzia Fides il Vescovo Isao Kikuchi, missionario Verbita, alla guida della diocesi di Niigata e Presidente della Caritas nipponica, ricordando i giorni della visita pastorale appena conclusa dal Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli in terra nipponica.Il Vescovo ricorda: “Il Cardinale ha incontro molti fedeli, preti, seminaristi, religiosi, vescovi. La sua presenza e le sue parole costituiscono un reale, concreto incoraggiamento per tutti noi . Ci interpellano a seminare e testimoniare il Vangelo nella nostra società di oggi”.Mons. Kikuchi ricorda un momento particolarmente significativo della visita, legato all’attualità: “Il Cardinale ha visitato Hiroshima e anche quella parte della città che ancora oggi, 60 anni dopo il disastro, è vuota perché allora fu fortemente contaminata. Il Card. Filoni ha ricordato l’importanza del bene supremo della pace, per cui occorre pregare e agire. Oggi dobbiamo scongiurare in ogni modo un nuovo conflitto nucleare in Asia orientale” nota. Il tema centrale che ha attraversato ogni momento della visita è stato quello dell’evangelizzazione: “Tocca a noi – ricorda il Vescovo – annunciare e testimoniare la gioia del Vangelo all’uomo di oggi. La grazia di Cristo ci sostiene e ci guida in questo cammino. Ne parleremo diffusamente in un prossimo incontro organizzato nel mese di ottobre, il mese missionario, a Tokyo, dalla Commissione per la nuova evangelizzazione, nella Conferenza episcopale. Saranno presenti delegati da ogni diocesi e rappresentanti laici. Come Vescovi, in rappresentanza di tutta la comunità cattolica nipponica, avvertiamo forte l’impulso a rimettere al centro del nostro agire pastorale il tema della missione. L’amore di Cristo di spinge verso l’umanità ferita del nostro tempo. Il piccolo gregge dei cattolici giapponesi, in ascolto della volontà di Dio, è pronto a offrire al paese la sua umile testimonianza evangelica”.

AFRICA/EGITTO - La Chiesa copta annuncia una conferenza sull'omosessualità. Il Patriarca Tawadros: il matrimonio può essere solo eterosessuale

Il Cairo – Il Patriarca copto ortodosso Tawadros II ribadisce l'indisponibilità della Chiesa copta a legittimare in qualsiasi forma unioni coniugali tra appartenenti allo stesso sesso, mentre ambienti copti annunciano una prossima conferenza sul tema dell'omosessualità. Ieri, nella tradizionale catechesi del mercoledì, il Primate della Chiesa copta ortodossa ha ripetuto posizioni già espresse in precedenza sulla questione dell'omosessualità, dichiarandosi preoccupato di una possibile diffusione della tendenza a considerare le unioni omosessuali come opzioni da mettere sullo stesso piano dei matrimoni tra uomo e donna. In aggiunta, si è diffusa sui siti legati alla Chiesa copta la notizia di una prossima conferenza sul tema dell'omosessualità da realizzarsi sotto il patrocinio del Patriarcato, che vedrebbe la partecipazione come “esperto” padre Ibrahim Riad e proporrebbe anche corsi per le famiglie di giovani che manifestano tendenze omosessuali. Già ai tempi del Patriarca Shenuda III, scomparso nel marzo 2012, la Chiesa copta aveva marcato la propria distanza critica dalle posizioni di alcune compagini ecclesiali occidentali che avevano con diverse sfumature e gradi manifestato la propria accettazione delle unioni omosessuali. Papa Tawadros aveva espresso il proprio pensiero sull'omosessualità in occasione del suo recente viaggio in Australia. In quell'occasione, il Patriarca copto aveva ribadito che secondo la Sacra Scrittura, Dio creò l'uomo e la donna, e l'unico matrimonio possibile è quello tra l'uomo e la donna. Per questo – aveva aggiunto Tawadros - il matrimonio tra persone dello stesso sesso è “inaccettabile” per la fede cristiana e “viene considerato peccato. E' peccato”. La considerazioni sulla questione dei matrimoni gay erano state espresse dal Patriarca copto nel corso di una conferenza stampa improvvisata svoltasi all'aeroporto di Sidney il 29 agosto, all'inizio della visita patriarcale di 10 giorni in terra australiana. .

AFRICA/KENYA - “Si rischia il collasso economico e il conflitto aperto se le forze politiche non dialogano”: l’allarme dei Vescovi

Nairobi - “Maggioranza e opposizione ascoltino l’appello al dialogo lanciato dalla Commissione Elettorale Indipendente affinché le elezioni del 26 ottobre siano libere, corrette e credibili” affermano i Vescovi del Kenya in una dichiarazione inviata all’Agenzia Fides nella quale esprimono “la loro profonda preoccupazione per lo Stato della nostra nazione”.La IEBC è però al centro delle polemiche perché accusata di essere parziale dal cartello dell’opposizione, NASA , il cui candidato, Raila Odinga, era arrivato secondo nelle elezioni presidenziali dell’8 agosto, poi annullate dalla Corte Suprema dopo che l’opposizione aveva presentato ricorso, citando brogli relativi al sistema elettronico di votazione . Le nuove elezioni, programmate in un primo momento il 17 ottobre, sono state poi spostate al 26 ottobre a causa di problemi organizzativi della IEBC. Il 26 settembre la polizia ha disperso circa 300 manifestanti dell’opposizione di fronte alla sede della IEBC che chiedevano le dimissioni dei suoi dirigenti.A sua volta il Presidente uscente Uhuru Kenyatta, che aveva vinto le elezioni poi annullate, accusa la Corte Suprema di aver commesso un “colpo di Stato” con la sua sentenza. Nelle motivazioni della sentenza, la Corte accusa la IEBC di aver proclamato i risultati del voto sulla base di dati non corretti e che il “sistema informatico è stato infiltrato e compromesso, di modo tale che le informazioni contenutevi sono state modificate”.In questa clima di forte tensione politica-istituzionale, i Vescovi sottolineano “che se non si persegue la via del dialogo e del confronto reciproco e non si concordano insieme i passi necessari per la stabilità e la gestione effettiva, diventa reale il rischio di precipitare nel conflitto aperto e nel collasso economico, e questo deve essere evitato ad ogni costo”.I Vescovi si appellano al Presidente Uhuru Kenyatta “ad emergere come simbolo dell'unità nazionale e a offrire la leadership necessaria in questo momento”. La dichiarazione invita maggioranza e opposizione a lavorare per il bene comune nella speranza che “questo grido proveniente dai nostri cuori sia ascoltato in buona fede, e che ci fermi un momento per capire che siamo tutti vincitori quando ci siede intorno al tavolo a parlare”.“Invitiamo tutti i keniani e le persone di buona volontà a evitare le manifestazioni violente, i discorsi incendiarie e le minacce che possono solo aumentare la tensione intorno alle elezioni. Continuiamo a pregare per il nostro Paese per avere elezioni pacifiche e credibili” conclude il messaggio.

AMERICA/VENEZUELA - Crisi economica e sociale: minori, giovani e anziani per le strade a cercare cibo tra i rifiuti

Caracas - La lunga crisi economica e sociale che sta attraversando il Venezuela e la grande difficoltà a reperire generi alimentari stanno avendo un impatto preoccupante su bambini e famiglie che vivono in situazioni di maggiore vulnerabilità. “La situazione è davvero drammatica, non solo bambini, anche giovani e anziani vagano per la città alla ricerca di cibo. Li vedi frugare tra i sacchetti della spazzatura per rimediare qualcosa, nei fast food che chiedono alla gente un po' di quello che mangiano, oppure all’ingresso dei panifici in attesa che le persone che comprano il pane possano darne un po’ anche a loro. E’ realmente una situazione raccapricciante” racconta a Fides Carlos Nieto Palma, avvocato venezuelano esperto in diritti umani.In un recente Rapporto della Caritas Venezuela emergono cifre allarmanti sulla povertà e denutrizione che colpiscono i minori nel paese. Secondo lo studio - effettuato con stime che vanno da aprile ad agosto 2017 in 32 parrocchie di Caracas e degli Stati di Miranda, Vargas e Zulia - “il 14,5% dei bambini esaminati soffre di denutrizione moderata e severa; il 21% ne soffre in grado lieve, mentre il 32,5 % è a rischio denutrizione”. I dati riportano ancora che il 68% dei piccoli “ha un deficit nutrizionale o rischia di averlo”. Nel 71 % delle famiglie contattate è stato riscontrato un deterioramento della qualità dell’alimentazione, il 64% ha detto di vivere una penuria di cibo e il 63% ha affermato di comprare i generi alimentari da rivenditori definiti ‘bachaqueros’ a causa della penuria di prodotti nei supermercati.E’ recente la denuncia fatta dal direttore dell’associazione civile Red de Casas Don Bosco: sebbene siano passati diversi mesi dalla richiesta inviata all’Istituto Statale Autonomo Consejo Nacional de Derechos de Niños, Niñas y Adolescentes perché sia sviluppato un piano nazionale per la tutela dei diritti dei minori in situazione di rischio, questo piano ancora non esiste. La stessa organizzazione assiste e ospita più di 1.300 minori nelle dieci case che si trovano a Lima, Arequipa, Huancayo, Ayacucho e Cusco.

AMERICA/STATI UNITI - Aperta nelle diocesi la campagna "Share the Journey", accogliere i migranti che “troppo spesso ci sembrano invisibili”

Washington – La campagna mondiale a sostegno degli sfollati è iniziata ieri, 27 settembre. Lo stesso giorno, diversi Vescovi in tutti gli Stati Uniti si sono uniti a Papa Francesco mentre lanciava in piazza San Pietro la campagna biennale "Share the Journey", organizzando eventi e sostenendo i migranti e i rifugiati nelle loro diocesi, in quanto la campagna mira a sensibilizzare sulla loro situazione in tutto il mondo.La Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti , la Catholic Relief Services e la Catholic Charities USA stanno sponsorizzando la campagna negli Stati Uniti. Sia CRS, che lavora in più di 100 paesi in tutto il mondo, che CCUSA, l'agenzia nazionale della Chiesa cattolica, sono membri della Caritas Internationalis, l’organizzazione mondiale della carità che è lo sponsor generale mondiale della campagna. "Il Santo Padre vuole che noi lo sentiamo personalmente", dice suor Donna Markham, OP, Presidente e Amministratore Delegato di Catholic Charities USA. "Ognuno di noi deve lavorare per incontrare i migranti ei rifugiati che ci circondano. Troppo spesso ci sembrano invisibili. Dobbiamo sentire le loro storie, condividere letteralmente i loro viaggi e vederli come nostri fratelli e sorelle".Da Seattle a Miami, i Vescovi stanno celebrando messe, veglie di preghiera ed eventi con i migranti e i rifugiati. Due diocesi in Florida illustrano il sostegno che la Chiesa cattolica sta prestando alla campagna. La Basilica dell'Immacolata Concezione a Jacksonville, nella diocesi di Saint Augustine, sta lavorando per invitare rifugiati e migranti ad una Messa particolare dove saranno accolti per condividere le loro storie di vita.A Venice, la diocesi ha lanciato una mostra fotografica e una presentazione del tema, insieme a un video su una giovane donna, figlia di lavoratori migranti, che è ora Direttrice del Programma per le Associazioni Cattoliche Guadalupe Social Services di Immokalee, FL. La campagna invita inoltre i governi e le organizzazioni internazionali ad assumersi la responsabilità di curare i migranti forzati, la maggior parte dei quali fuggono da disastri, guerra, fame, violenza."Alla CRS lavoriamo con gli sfollati interni e con i rifugiati di tutto il mondo", afferma il presidente della CRS, Sean Callahan. "Sappiamo innanzitutto che questi sono vittime innocenti, che dovrebbero essere trattate con rispetto e dignità, che sono le persone che la Bibbia ci chiama ad amare. Ascoltando l'invito di Papa Francesco a condividere il loro cammino, tutti possiamo capire".

AFRICA/EGITTO - Chiesa copta: le istituzioni pubbliche aiutino a correggere le erronee concezioni religiose sulla procreazione

Il Cairo - Le istituzioni statali devono contribuire a contrastare e correggere alcune concezioni fallaci relative alla riproduzione che pretendono di fondarsi su argomenti di carattere religioso, e anche per questo trovano seguito tra la popolazione. E questo l'auspicio esposto in un intervento pubblico da padre Paulos Sorour, incaricato dei rapporti tra la Chiesa copta ortodossa e il Parlamento. La Chiesa copta ortodossa – ha aggiunto il sacerdote – ha già da molti anni indicato la paternità e maternità responsabile come criteri da seguire per favorire un armonico sviluppo della società e soprattutto la piena realizzazione delle potenzialità di affetto e cura reciproca insite nel percorso di ogni famiglia benedetta dalla nascita dei figli. Per più di un quarto di secolo, a partire dalla fine degli anni '70, la media del numero di bambini partoriti dalle donne egiziane era scesa a 3, in linea con la tendenza alla diminuzione della fertilità in gran parte dell'Africa settentrionale. Negli ultimi sei o sette anni, il tasso in Egitto, paese più popoloso del mondo arabo, ha cominciato a risalire fino a a 3,5 figli per ogni donna. Negli ultimi anni, alcuni predicatori islamici hanno emesso fatwa che vietavano ogni forma di controllo della riproduzione. Ma secondo studiosi come Gamal Serour, direttore del centro internazionale islamico di studi sulla popolazione presso l'Università di al Azhar, tali disposizioni non hanno avuto risonanza ed effetti sensibili sulla popolazione egiziana. .

ASIA/INDIA - Promozione della salute nei villaggi rurali, non “proselitismo”

Gumla – Le Figlie di Sant’Anna, suore cattoliche presenti nello stato indiano di Jharkhand, sono in prima linea per l’assistenza sanitaria a persone che ne sono del tutto prive, specialmente nelle aree rurali. Ma spesso la loro opera, come quella di altre congregazioni o associazioni cristiane impegnate nel sociale e nell’assistenza a poveri ed emarginati, viene però definita da gruppi radicali induisti, “proselitismo tramite lavoro sociale”. Le religiose vanno avanti nella loro missione, anche se, dopo la recente approvazione della nuova “Legge sulla libertà religiosa” in Jharkhand, che di fatto limita le conversioni religiose, formulare accuse ai cristiani è divenuto più facile e gli episodi di violenza ingiustificata vanno crescendo.La popolazione della provincia di Gumla, nello stato del Jharkhand, dove operano le Figlie di Sant’Anna, conta più di 5 milioni di abitanti, la maggior parte di origine tribale. Qui mancano adeguate strutture mediche e non c’è informazione sulle cause delle malattie più comuni, che spesso vengono considerate “una punizione divina”. Il costo dei trattamenti medici è molto elevato. “Per far fronte a questa situazione, abbiamo messo a punto un progetto di formazione per levatrici e operatori sanitari e di educazione sanitaria per la maternità e la prima infanzia”, racconta, in una nota pervenuta a Fides, suor Sushmita Kujur, delle Figlie di Sant’Anna, referente del progetto. “Il progetto – continua la suora - si estende in tre distretti, Simdega, Garwa e Latehar, circa ottanta chilometri su entrambi i versanti di Gumla. Per ognuno abbiamo individuato alcuni centri medici dove abbiamo scelto un referente per l’area maternità che, supportato dal responsabile del progetto, coordinerà e supervisionerà il programma di salute rivolto a un totale di 75 villaggi, alcuni raggiungibili solo attraverso strade sterrate. Saranno i villaggi a scegliere i propri ‘promotori di salute’, un uomo e una donna, che riceveranno una formazione in igiene e salute della madre e del bambino, nutrizione, conoscenza delle malattie comuni. Formeremo anche due levatrici per villaggio e promuoveremo seminari e incontri per creare consapevolezza sulla salute della madre e del bambino”, conclude suor Sushmita. Obiettivo del progetto è ridurre il tasso di mortalità materna e infantile, migliorare lo stato di salute di donne e bambini, offrire cure domiciliari per le donne incinte e i neonati, assistenza sicura al parto, riduzione del numero di bambini nati sotto peso, promozione della medicina naturale per le malattie stagionali comuni oltre che riduzione del numero di morti dovute a malattie facilmente curabili. L’esperienza delle Figlie di Sant’Anna rappresenta un esempio dell’instancabile impegno sociale dei cristiani nello stato di Jharkhand, dove i battezzati rappresentano il 4,3% della popolazione totale.

AFRICA/CONGO RD - “La Chiesa è sotto attacco” denuncia il Presidente della Conferenza Episcopale ricordando i preti rapiti

Kinshasa - “I preti non sono impegnati in politica. Se ci sono stati appelli da parte di alcuni agenti pastorali, è nel quadro dell’impegno civile, del rispetto di valori come la giustizia, la pace e la riconciliazione” ha affermato Sua Ecc. Mons. Marcel Utembi Tapa, Arcivescovo di Kisangani e Presidente della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo , denunciando in una conferenza stampa a Bruxelles, i rapimenti di sacerdoti nell’est della Repubblica Democratica del Congo.“Abbiamo denunciato gli attacchi contro la Chiesa e soprattutto il rapimento dei servitori di Dio” ha sottolineato Mons. Utembi Tapa. “Continuiamo a invitare gli uni e gli altri a ritornare alla ragione, e far tornare i sacerdoti rapiti perché possano riprendere la loro attività pastorale”.I rapimenti denunciati da Mons. Utembi Tapa sono avvenuti nel Territorio di Beni, nella Provincia del Nord Kivu. Nella notte tra il 16 e il 17 luglio di quest’anno, don Pierre Akilimali e don Charles Kipasa sono stati prelevati da sconosciuti nella parrocchia di Notre-Dame des Anges di Bunyuka, nella diocesi Beni-Butembo . Di loro non si hanno notizie, così come dei tre padri assunzionisti, Jean-Pierre Ndulani, Anselme Wasikundi ed Edmond Bamutute, rapiti nella loro parrocchia di Notre-Dame des Pauvres di Mbau, a 22 km da Beni nell’ottobre 2012 .La zona dove sono avvenuti i rapimenti vive da decenni una condizione di forte insicurezza per la presenza di diversi gruppi armati, la maggior parte dei quali dediti allo sfruttamento illegale delle enormi risorse naturali locali . Di recente si sono aggiunte le tensioni politiche che riguardano l’intero Paese a causa dello stallo politico istituzionale causato dal mancato svolgimento delle elezioni presidenziali e politiche che dovevano tenersi entro dicembre dell’anno scorso. La Chiesa ha mediato l’accordo di San Silvestro che prevedeva lo svolgimento della elezioni presidenziali entro il 2017 che però è stato disatteso. Alcune forze politiche potrebbero aver visto nel tentativo di mediazione dei Vescovi, un’interferenza nella vita politica nazionale, provocando rappresaglie contro il personale e i beni ecclesiastici. Una tesi che sembra essere condivisa da Mons. Utembi Tapa, il quale ha affermato che i rapitori sono “evidentemente i nemici della Chiesa cattolica, coloro che non vogliono che le cose cambino e coloro che trovano che il loro interesse è minacciato da certe prese di posizione della Chiesa”. Ma la Chiesa, ha concluso il Presidente della CENCO, non fa altro che “predicare la giustizia, la pace, il rispetto del buon governo, nel quadro della sua dottrina sociale”.

ASIA/PAKISTAN - Si converte dall’islam al cristianesimo: una donna e la sua famiglia rischiano la vita

Lahore – Una donna pakistana del Punjab che ha scelto di convertirsi dall’islam al cristianesimo è stata minacciata di morte e costretta a fuggire dalla sua casa, per rifugiarsi in un luogo segreto e vivere nel nascondimento con tutta la sua famiglia. Come racconta a Fides l’avvocato pakistano cristiano Sardar Mushtaq Gill, che difende i diritti dei cristiani in Pakistan, gruppi estremisti si stavano organizzando per giustiziare la donna “apostata” e l’intera famiglia, composta dal marito, Emmanuel Ghulam Masih, e due figli piccoli. La donna è incinta del terzo figlio. Le minacce sono arrivate in primis dalla famiglia musulmana della donna, che aveva sposato il cristiano Emmanuel Ghulam Masih. I familiari hanno iniziato a parlare con la famiglia di Masih, e a minacciare perché convincessero la donna a tornare all’islam. I coniugi cristiani si sono rivolti all’avvocato Gill che, notando il rischio di violenza indiscriminata e perfino di un’esecuzione extragiudiziale, ha preferito aiutare i due a trovare un nuovo alloggio e a nascondersi. Interpellato da Fides, l’avvocato Gill ha detto: “Lo Stato dovrebbe proteggere e salvare queste persone che esercitano la loro libertà di coscienza. Questo è un caso di intolleranza e di violenza. Se lo stato non garantirà loro adeguata sicurezza, è difficile che i due potranno sopravvivere. Il matrimonio è un sacramento tra due persone e dovrebbe essere accettato dalla famiglia musulmana della donna. Così come la sua libera scelta di convertirsi alla fede cristiana”.Il Pakistan non prevede a livello costituzionale il reato di “apostasia”, ma lo contempla per la blasfemia. L’apostasia – che è reato penale, punibile con la morte in paesi come Afghanistan, Iran, Malaysia, Maldive, Mauritania, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Emirati Arabi e Yemen – è però punita secondo la legge islamica, davanti ai tribunali federali della Sharia.Nel 2007 alcuni partiti religiosi in Pakistan proposero un disegno di legge che puniva il reato di apostasia con la pena di morte per i maschi e con l’ergastolo per le donne, ma non riuscì a passare in Parlamento.Vi sono in Pakistan numerosi casi di omicidi extragiudiziali di “apostati”: in un caso analogo a quello segnalato oggi dall’avvocato Gill, nel 2015 i coniugi di Lahore Aleem Masih, 28 anni, e Nadia Din Meo, 23enne, sono stati uccisi a sangue freddo perché la donna, musulmana, si era convertita al cristianesimo dopo il matrimonio. Come riferiscono a Fides alcuni preti pakistani, vi sono i casi di “cripto-cristiani”, persone convertite in segreto alla fede in Cristo. P. Mario Rodrigues, Direttore della Pastorale giovanile a Karachi, racconta a Fides: “Mi capitano storie di giovani musulmani che intendono convertirsi al cristianesimo in Pakistan; ma se lo facessero apertamente, ogni musulmano potrebbe sentirsi in diritto di ucciderli. Per questo i casi di conversione dall’islam al cristianesimo sono molto rari e alcuni si convertono in segreto. Quando la grazia di Dio illumina un cuore e la scelta si compie, può iniziare un vero calvario. Allora solo Cristo può dare la forza per affrontare le prove e sofferenze che si prospettano”.

ASIA/IRAQ - Il Governatore Nawfal al Akoub: più di 1400 famiglie cristiane sono già tornate nella Piana di Ninive

Mosul – Sono già più di 1400 le famiglie cristiane che hanno fatto ritorno alle proprie case e ai propri villaggi sparsi nella Piana di Ninive, da loro abbandonati precipitosamente nell'estate 2014 davanti all'avanzata delle milizie jihadiste dell'autoproclamato Stato Islamico . E' questa la cifra fornita da Nawfal al Akoub, attuale governatore della Provincia di Ninive, che in alcune dichiarazioni rilanciate dalla stampa locale ha annunciato per le prossime settimane un ulteriore, consistente incremento di questo flusso di ritorno. La gran parte dei nuclei familiari coinvolti in tale contro-esodo – ha spiegato il governatore – avevano trovato rifugio nel Kurdistan iracheno, e il loro rientro procede in parallelo con il ripristino delle abitazioni e delle reti dei servizi elettrici e idraulici nelle cittadine e nei villaggi da dove erano stati costretti a fuggire. Le notizie su un consistente rientro di cristiani nella Piana di Ninive vengono indirettamente confermate anche dalle disposizioni sulla sospensione dei programmi di accoglienza abitativa che fin dal 2014 erano stati posti in essere nel Kurdistan iracheno dall'arcidiocesi caldea di Erbil, per soccorrere gli sfollati provenienti dalle aree cadute sotto il controllo del sedicente Stato islamico. La sospensione dei programmi emergenziali di soccorso è iniziata già a luglio, e adesso cominciano a essere pubblicati dati che danno la misura della consistente operazione di soccorso messa in atto da strutture e istituzioni ecclesiali. I responsabili dei comitati e dei programmi di accoglienza – riportano la testata online ankawa.com – riferiscono di aver sostenuto finanziariamente il primo soccorso e la sistemazione di 2.423 nuclei familiari. Per programmi di assistenza abitativa, sanitaria e alimentare, durati 27 mesi, sono stati spesi almeno 11 milioni di dollari, e tutte le erogazioni di denaro a favore delle singole famiglie risultano adeguatamente rendicontate. I responsabili del comitato di accoglienza e soccorso indicano i Cavalieri di Colombo e la Conferenza episcopale italiana tra i principali sostenitori dei programmi messi in atto per soccorrere i profughi cristiani provenienti dalla Piana di Ninive. .

AMERICA/CILE - Questione Mapuche: scontri e arresti della polizia davanti alla Cattedrale di Concepcion

Concepcion – Almeno 30 persone sono state arrestate dopo una protesta alle porte della Cattedrale di Concepcion, nel sud del Cile, a favore di quattro attivisti Mapuche che sono in sciopero della fame da 111 giorni in un carcere cileno. I manifestanti volevano irrompere in chiesa per portare la manifestazione all'interno del tempio, che è stato occupato da un piccolo gruppo di familiari dei Prigionieri Politici Mapuche , da giovedì 21 settembre .I manifestanti si erano accampati lunedì 25 settembre davanti alla Cattedrale e avevano disteso diverse lenzuola all'ingresso del tempio in segno di solidarietà con Benito, Pablo e Ariel Trangol, e con Alfredo Tralcal, che sono in cattive condizioni di salute, rifiutando di ricevere cibo. I quattro Mapuche sono accusati di aver dato fuoco ad una chiesa evangelica nel sud del Cile nel giugno 2016, e saranno processati secondo la legge antiterrorismo. La situazione è degenerata perché dopo circa 110 giorni di sciopero della fame, solo mercoledì 20 settembre sono stati portati in ospedale, mentre uno dei funzionari dell’Araucania ha commentato alla stampa locale che sarebbe un "pessimo segnale" ritirare le accuse di atti di terrorismo.La nota pervenuta a Fides informa che, l'Arcivescovo di Concepción, Mons. Fernando Chomalí, ha detto ai giornalisti di non aver chiesto né lo sfratto delle persone che erano all'interno della Cattedrale, né dei manifestanti fuori della chiesa, nonostante queste bloccassero il passaggio dei fedeli. Tuttavia i Carabineros sono intervenuti con getti d'acqua e gas lacrimogeni e hanno arrestato circa 30 persone.Nel frattempo Mons. Héctor Vargas, Vescovo di Temuco, che siede al tavolo di dialogo fra governo e delegati del Popolo Mapuche , si è incontrato ieri con i familiari degli scioperanti esprimendo la sua disponibilità a portare le proposte fino alla presidente Bachelet. Mons. Vargas aveva commentato positivamente l'intervento della Presidente del Cile, Michelle Bachelet, quando il 23 giugno aveva simbolicamente consegnato all’intero popolo cileno l'atteso "Piano per l'Araucanía", con cui si intende porre fine al conflitto storico tra lo Stato e il popolo Mapuche .

ASIA/MYANMAR - Il Card. Bo: “Un cammino di guarigione per il Myanmar”

Yangone – “I recenti tristi e tragici eventi nel nostro paese che colpiscono migliaia di musulmani, indù e altri hanno portato qui l'attenzione preoccupata del mondo. L'avvio della violenza e la risposta aggressiva sono deplorevoli. Avvertiamo grande compassione verso migliaia di musulmani, indù, e popolazioni di etnia rakhine, mro e molti altri, che sono sfollati. Questa è una tragedia che non dovrebbe avvenire. Sosteniamo fortemente che risposte aggressive senza politiche integrate per costruire la pace a lungo termine sono controproducenti”: lo dichiara il Cardinale Charles Maung Bo in un comunicato inviato all’Agenzia Fides, intervenendo sulla crisi dei rifugiati rohingya, nell'Ovest del Myanmar, che occupa le cronache internazionali . A due mesi dall’arrivo di Papa Francesco in Myanmar , il Cardinale esprime l’auspicio di un “futuro di guarigione” per le ferite che affliggono il paese.Nel testo del comunicato inviato a Fides, il Card. Bo condivide “la preoccupazione espressa da Aung San Suu Kyi, nel suo recente discorso all’Onu, per tutte le forme di violenza” e, rilevando gli attacchi da lei subiti da parte della stampa occidentale, nota che “stigmatizzare la sua risposta è controproducente”. Il Cardinale, infatti ricorda a tutti “le difficili circostanze in cui Aung San Suu Kyi ha assunto un ruolo nel governo, le molteplici sfide umanitarie che il suo governo ha dovuto affrontare in breve tempo, il ruolo dei militari imposto dalla Costituzione in materia di sicurezza”.Il Porporato accoglie e condivide i temi sollevati a proposito dei diritti delle popolazioni che vivono nello stato Rakhine, del ritorno dei rifugiati, del loro sviluppo e promozione sociale, notando con favore che Aung San Suu Kyi “ha costituito una apposita Commissione di lavoro per attuare le raccomandazioni della Commissione Kofi Annan”: iniziativa meritevole di apprezzamento e collaborazione della comunità internazionale.“Tutti noi dobbiamo passare da un passato ferito a un futuro di guarigione. Lasciate che la lezione del passato illumini il nostro futuro. La pace basata sulla giustizia è possibile, la pace è l'unica strada possibile”, conclude il testo.Nella recente Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Myanmar ha respinto ogni accusa di “pulizia etnica”, a un mese dallo scoppio della violenza che ha costretto circa 400mila musulmani rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh. Secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, la situazione della popolazione musulmana non è migliorata ed è urgente l’assistenza umanitaria.

ASIA/IRAQ - Critiche di militanti all'Amministrazione Trump: aiuta i Rohingya musulmani e non i cristiani iracheni

Erbil – Il Dipartimento di Stato USA mostra rapidità e concretezza quando si tratta di stanziare fondi destinati ai Rohingya, la minoranza musulmana colpita da violenze e discriminazioni in Myanmar, ma appare lento e riluttante quando si tratta di mettere in atto le indicazioni del Congresso sulla necessità di sostenere anche a livello finanziario cristiani, yazidi e altre minoranze che in Iraq hanno subito persecuzione da parte dei jihadisti dell'autoproclamato Stato Islamico . Sono questi gli argomenti utilizzati da attivisti e militanti statunitensi per chiedere all'attuale amministrazione USA di dar seguito sul piano dei fatti all'intenzione tante volte sbandierata di soccorrere le sofferenti comunità cristiane mediorientali.Giovedì 21 settembre, il Dipartimento di Stato USA ha reso nota la decisione di fornire un pacchetto di aiuti umanitari destinati ai Rohingya, per un ammontare di 32 milioni di dollari. Il giorno prima, il Segretario di Stato USA Rex Tillerson, in un colloquio con la leader birmana Aung San Suu Kyi, aveva esortato il governo e la milizia birmani ad "affrontare le accuse profondamente preoccupanti degli abusi e delle violazioni dei diritti umani".L'interessamento dell'attuale amministrazione USA per la vicenda dei Rohingya è subito stato ripreso in chiave critica da singoli militanti e gruppi USA impegnati nelle campagne a sostegno dei cristiani in Medio Oriente. Secondo tali critiche, la sollecitudine mostrata nei confronti dei Rohingya contrasta con la lentezza mostrata dallo stesso Dipartimento di Stato nel disporre la modalità di utilizzo di fondi già assegnati dal Congresso USA a cristiani, yazidi e altre minoranze colpite in Iraq dalle violenze jihadiste. Sulla questione è intervenuto, tra gli altri, anche lo statunitense Stephen Rasche, consigliere generale dell'arcidiocesi caldea di Erbil, Il collaboratore statunitense dell'Arcivescovo caldeo Bashar Warda - riferisce la testata online USA “The Washington Free Beacon” - ha elogiato la prontezza mostrata dall'Amministrazione USA nel soccorrere i Rohingya, ma ha espresso anche preoccupazione per il fatto che il governo degli Stati Uniti ha finora assicurato "poco o nessun aiuto" alle comunità cristiane irachene, chiedendo a agenzie e organismi governativi statunitensi di mettersi immediatamente in moto per soccorrere “cristiani, yazidi e altre minoranze religiose vittime di genocidio in Iraq”. .

AFRICA/GHANA - “Cercate i valori cristiani e non lasciatevi sedurre dal secolarismo” dice il Presidente del Parlamento al Sinodo dei giovani

Accra - "Nel nostro Paese oggi, c'è una crescente enfasi sulla prosperità, soprattutto tra i giovani. La società dice fondamentalmente: quanto più siete ricchi, meglio è. Questo è piuttosto vero se vivi secondo lo standard della società secolare” ha sottolineato il Presidente del Parlamento del Ghana, l’ On. Joseph Osei-Owusu, nel suo intervento letto al primo sinodo del Ghana sulla gioventù e la vocazione.L’On. Osei-Owusu ha aggiunto che la qualità della vita dell'uomo non è determinata esclusivamente dalla quantità di ricchezza che raccoglie, ma piuttosto dall'onestà e dall'integrità con cui vive la sua vita.Nel suo discorso lo speaker del Parlamento ha invitato i giovani credenti ad essere un esempio per i loro compagni, in tutti gli aspetti della vita, ricordando che i giovani cristiani si devono confrontare con una serie di sfide tra cui la disoccupazione, che spinge molti ragazzi a commettere reati come rapine a mano armata, frodi su internet , la prostituzione e la pornografia.L’On. Osei-Owusu ha aggiunto che lo sforzo del governo per promuovere l'imprenditoria tra i giovani è il modo più sicuro di aiutarli e di sviluppare la nazione. Riconoscendo il fatto che esistono un gran numero di diplomati disoccupati, l’On. Osei-Owusu ha sottolineato che occorre promuovere l’imprenditorialità tra i giovani per creare posti di lavoro.Il Presidente del Parlamento ha osservato che i giovani cristiani siano esposti fin dai primi anni di vita a programmi televisivi, film, social media e internet che non sono allineati con i valori morali cristiani, ponendo un’ulteriore sfida all’evangelizzazione. Il Sinodo ha per tema "125 anni di missione cattolica a Accra: rinnovare il nostro impegno verso l'evangelizzazione" ed ha visto la partecipazione di 70 giovani. Il Sinodo è stato organizzato in vista della 15a Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi che ha per tema "I giovani, la Fede e il Discernimento vocazionale" che sarà celebrato in Vaticano nell’ottobre 2018.

ASIA/TURCHIA - Un centro culturale intitolato a Mesrob II, il Patriarca armeno reso inabile da una malattia incurabile

Istanbul – Un Centro culturale intitolato a Mesrob Mutafyan, Patriarca armeno apostolico di Costantinopoli, è stato inaugurato in una chiesa armena di Istanbul. All'inaugurazione, avvenuta mercoledì 20 settembre, hanno preso parte anche il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, insieme al Rabbino Capo di Istanbul Isak Haleva e a Hayati Yazici, ministro turco per il commercio e le dogane. All'evento era presente anche la madre del Patriarca, Mari Mutafyan, visibilmente commossa. A dare rilievo all'evento, e a spiegare anche l'alto livello dei presenti all'inaugurazione, concorre certo la vicenda personale del Patriarca Mesrob e gli effetti che essa sta indirettamente provocando sulla condizione della Chiesa armena in Turchia. Mutafyan era stato eletto Patriarca armeno apostolico di Costantinopoli nel 1998, all'età di soli 42 anni. Giovane e determinato, si era presto profilato come uno tra i più intraprendenti tra i capi delle Chiese d'Oriente. Ma il morbo di Alzheimer lo ha reso inabile nel 2008. Da allora, i complicati regolamenti di ascendenza ottomana che regolano l'elezione del Patriarca armeno e le divisioni interne al Patriarcato, hanno di fatto impedito di nominare un successore. Anche negli ultimi mesi, come riferito dall'Agenzia Fides , il processo avviato per l'elezione del nuovo Patriarca armeno di Costantinopoli sta vivendo una nuova fase di stallo, dovuta secondo alcuni osservatori al silenzioso boicottaggio da parte delle istituzioni turche, ma di certo collegata anche alle perduranti divisioni che si registrano all'interno della comunità armena.

AFRICA/TOGO - Sokodè sotto assedio: la “nonviolenza attiva” per contribuire alla pace

Sokodé – “Stiamo attraversando momenti difficili, ieri la nostra cittadina di Sokodé era assediata dall’esercito; ognuno di noi deve contribuire per immettere aria nuova nel Paese”: lo dice a Fides padre Silvano Galli, della Società delle Missioni Africane . “Un processo di trasformazione sociale non-violento, affinchè regnino la giustizia e la pace per uno sviluppo umano e sociale integrale, rientra tra gli obiettivi della ‘Rete Shalom di Trasformazione del Conflitto e della Riconciliazione’ . Tutti, Missionari d’Africa, membri di Rest-Cor, della Commissione ‘Justice, Peace, and Integrity of Creation’ , persone di buona volontà, non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla situazione qui in Togo” aggiunge in un messaggio inviato a Fides p. Michel Savadogo, SMA,Direttore esecutivo della rete “Rest-Cor”, nell’appello inviato a Fides, p. Michel Savadogo invita alla non violenza attiva tutti coloro che vivono nel Paese: “Occorre abbracciare la forza dell’amore e del rispetto della non-violenza”, scrive nel messaggio rivolto ai sostenitori e agli oppositori dell’attuale sistema, alle forze dell’ordine, agli organi di stampa, alla gioventù togolese.“Bisogna superare il proprio ego per salvare l’onore e passare dal potere distruttivo e dal potere economico al potere dell’amore e del rispetto per tutti i figli del Togo. Non trasformate le armi che vi sono state affidate per la difesa del popolo utilizzandole contro lo stesso popolo”, si legge nel messaggio. Riferito agli organi di stampa è l’invito a “trattare in modo professionale le informazioni raccolte direttamente sul campo e a divulgarle con responsabilità nell'amore e nel rispetto di tutte le sensibilità. Agli avversari del sistema attuale chiediamo una non-violenza attiva che sia la voce della gente. Sarebbe auspicabile evitare di rimanere in una polemica inutile. E’ opportuno rafforzare i ruoli di tutti i togolesi, membri o meno del sistema in atto, perché il Paese per crescere ha bisogno del contributo di tutti i suoi figli. La non violenza è la carta vincente, il fallimento sarà alle porte se si cede alla violenza”. Rivolgendosi, poi ai giovani togolesi, il documento invita a “lanciare la sfida della non violenza davanti alla comunità internazionale, dimostrando che possiamo ottenere cambiamenti positivi in modo pacifico. Non permettiamo di essere manipolati verso la violenza perché alla fine delle violenze saremo tutti vittime e perdenti e il nostro caro paese rimarrà abbandonato.” E ancora si legge: “funzionerà la non violenza attiva? La risposta è sì se i togolesi lo vorranno, perché tutti adotteranno la non violenza nella gestione della crisi, contrapponendo al discorso di odio tra partiti e gruppi etnici, discorsi di unità intorno alla causa del popolo”.“Il principio è: capisco, amo e rispondo come compagno togolese anche se non sono d’accordo con lui. Il potere dell’amore che noi tutti abbiamo e che utilizziamo meno è l’arma dei forti. La violenza e l’odio sono le armi dei deboli. L’arma dei potenti è l’amore, che può perdonare e trasformarsi in modo positivo e non violento. Tutti noi togolesi dobbiamo essere forti in questo periodo di crisi nel quale è evidente che qualcosa è sbagliato e deve cambiare. Dio ha già benedetto il Togo, che Egli dia a tutti i figli e le figlie del Paese la grazia di aprirsi al suo dono di non violenza attiva e di pace” conclude il responsabile della rete “Rest-Cor”.In Togo in questi giorni si sta consumando un duro scontro tra opposizione e governo. L’opposizione protesta contro il presidente Faure Gnassingbè, rampollo dell’ex presidente al quale è succeduto grazie ad elezioni che le opposizioni definiscono "truccate". L’opposizione vorrebbe interrompere questa dinastia e chiede una riforma costituzionale che preveda il ripristino dei limiti al mandato presidenziale. I manifestanti che da giorni scendono in piazza vogliono il ritorno in vigore della costituzione del 1992.

AMERICA/COLOMBIA - Appello del Vescovo di Arauca all’ELN: “rendere credibile il processo di pace”

Arauca – “Voglio fare questo appello a tutti, dobbiamo rendere credibile il processo di pace, dobbiamo far sentire alla gente che tutto questo è vero, che il percorso che è stato intrapreso è vero, che facciamo sul serio”: con queste parole Mons. Jaime Muñoz Pedroza, Vescovo della diocesi di Arauca, si è rivolto alla comunità regionale e all’intera comunità colombiana il 24 settembre. La richiesta di un più deciso impegno per la pace è stata fatta dal Vescovo commentando l’escalation di violenza vissuta nel fine settimana dal dipartimento di Arauca e in vista di un cessate il fuoco definitivo tra il governo e l'ELN nei prossimi giorni.Mons. Jaime Muñoz Pedroza fa parte del gruppo che siede al tavolo dei colloqui a Quito, Ecuador, dove si dialoga sulla pace definitiva fra ELN e governo colombiano. "Spero che questo inizio del cessate il fuoco e della fine delle ostilità sia un primo passo, forse per ora è un piccolo passo, magari molto piccolo, ma se sono molti, viene fatto un percorso, una strada e così si può raggiungere un obiettivo definitivo", ha ribadito Mons. Muñoz Pedroza a Radio Caracol."Le situazioni che vediamo da sempre devono cambiare, dobbiamo rispettare la vita di tutti, la vita di ogni essere umano, come Paolo VI ha detto, dobbiamo amare la vita di tutti, ogni uomo è responsabile della vita di tutti" ha messo ancora in evidenza il Vescovo di Arauca.Durante il fine settimana, nel dipartimento di Arauca, due giovani sono stati uccisi, una pattuglia di polizia è stata attaccata con armi da fuoco e esplosivi e il subcomandante della stazione è stato ferito, inoltre due poliziotti sono stati feriti in un agguato omicida. Tutte questi azioni, secondo le autorità di polizia, sono attribuite alla guerriglia dell'ELN.Il Vescovo di Arauca ha sempre chiesto segni chiari di pace da parte dell'ELN in questo momento particolare del processo di pace . Mons. Jaime Muñoz Pedroza appartiene al gruppo scelto dalla Conferenza Episcopale Colombiana per seguire i colloqui di pace fra governo e ELN, dal momento che fin dall'inizio l'ELN aveva chiesto l'accompagnamento della Chiesa . La diocesi di Arauca, insieme ad altre, è stata scenario di molti episodi di guerriglia da parte dell’ELN per lungo tempo.

ASIA/PAKISTAN - Ad Asia Bibi la nomination per il Premio Sacharov 2017: riflettori sulla legge di blasfemia

Lahore - Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia e in carcere dal 2009, ha ricevuto la nomination per l'edizione 2017 del prestigioso “Premio Sacharov, per la libertà di pensiero”, conferito dall'Unione Europea. Il Premio è un'iniziativa del Parlamento europeo e viene assegnato a individui o gruppi distintisi per la difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Tra i candidati di quest'anno, oltre ad Asia Bibi, vi sono: Aura Lolita Chavez Ixcaquic, difensore dei diritti umani provenienti dal Guatemala; Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag, co-presidenti del Partito democratico popolare pro-curdo in Turchia; gruppi e individui che rappresentano l'opposizione democratica in Venezuela; Dawit Isaak, drammaturgo svedese-eritreo, arrestato nel 2001 dalle autorità eritree; Pierre Claver Mbonospa, attivista per i diritti umani in Burundi.Peter Van Dalen, membro dello “European Conservatives and Reformists Group" nel Parlamento Europeo, che ha proposto la candidatura di Asia Bibi, ha spiegato che “il caso di Asia è di importanza simbolica per altri che hanno soffrono per la libertà di religione o di espressione”. “In lei si vede la situazione di tutta la comunità cristiana. Il suo caso è tragicamente indicativo dell'insicurezza di tutte le minoranze, quando si tratta del rispetto dei loro diritti umani fondamentali”, nota in un commento inviato a Fides Kaleem Dean, intellettuale e analista pakistano. “Se ottenesse il Premio Sakharov, Asia Bibi avrebbe riceverebbe 50.000 euro. Eppure qui è in gioco qualcosa che vale più del denaro : è in gioco il riconoscimento della libertà di religione in Pakistan”, prosegue.“Il governo – dichiara – sta mettendo la testa nella sabbia, per non sentire le grida angosciate delle comunità religiose minoritarie”. Soprattutto il suo caso tira in ballo è la famigerata "legge di blasfemia”: “Le accuse di blasfemia sono uno strumento di quella che è diventata l'oppressione statale contro le minoranze. I governanti dovrebbero avere il coraggio e la visione di riformare la legge di blasfemia”, conclude Dean. “Il primo ministro pakistano Shahid Khaqan Abbasi, partecipando in questi giorni alla 72ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha vigliaccamente rifiutato di parlare della legge di blasfemia in Pakistan, dicendo solo che il Parlamento pachistano e l' organo responsabile della modifica delle leggi”, rileva a Fides Nasir Saeed, direttore dell'Ong CLAAS “Centre for Legal Aid, Assistance and Settlement”, impegnata per la difesa delle minoranze religiose in Pakistan. “Da anni – prosegue Saeed – tale questione è tabù e anche il Primo Ministro del Pakistan ha paura di fare commenti. Il ruolo di Primo Ministro è anche quello di garantire che le leggi non siano abusate, ma purtroppo queste legge di blasfemia viene regolarmente sfruttata come strumento di vendetta per perseguire persone innocenti. Negli ultimi anni l'abuso della legge sulla blasfemia è aumentato. Ora è considerato un modo semplice, veloce e poco costoso per risolvere controversie private e punire i propri avversari”.“La legge sulla blasfemia – conclude Saeed – non è conforme agli standard internazionali per i diritti umani. E il su abuso genera ulteriori violazioni del diritto internazionale. Il governo del Pakistan non affronta una questione così importante, sebbene sia questione di vita e di morte”.Il direttore di CLAAS ricorda che esistono rapporti su un gran numero di casi di blasfemia basati su false accuse e sull'assenza di indagini giudiziarie: “Per questo invitiamo il Primo Ministro Abbasi a mettere la questione sull'agenda del suo governo e a portarla in Parlamento”, conclude.

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Africa: povertà e scarsa conoscenza della religione favoriscono l’estremismo islamico

Sono 33.000 le persone uccise in Africa tra il 2011 e il 2016 da gruppi armati la cui ideologia si fonda sull’estremismo religioso. Lo afferma un rapporto dell’UNDP intitolato Journey to Extremism, basato su interviste a 718 persone, delle quali 495 hanno fatto parte o addirittura in pochi casi ancora facevano ancora parte di organizzazioni estremiste, avendovi aderito di loro spontanea volontà. Altri 78 intervistati sono invece stati costretti con la forza ad arruolarsi. Infine 145 intervistati sono persone “neutre”.Le interviste sono state effettuate in Camerun, Kenya, Niger, Nigeria, Somalia e Sudan. Secondo il rapporto la radicalizzazione degli individui può avere molteplici cause, spesso concomitanti: sentimento di emarginazione sociale ed etnica; anafalbetismo e disoccupazione ; influenza di predicatori estremisti che fanno leva sulla scarsa conoscenza dei giovani dei veri precetti della loro religione; impatto delle politiche repressive del governo, che invece di risolvere il problema li aggrava.Paradossalmente la crescita economica registrata in alcuni Paesi africani, come ad esempio la Nigeria, ha esacerbato la divisione tra un centro relativamente prospero e le aree periferiche lasciate in condizioni indigenti Link correlati :Continua a leggere la news analysis su Omnis Terra

ASIA/GIAPPONE - Il Cardinale Filoni: la “falsa identificazione” tra cristianesimo e cultura europea può ostacolare la propagazione della fede

Tokyo - “Uno dei maggiori ostacoli alla propagazione della fede in Giappone sembra essere la falsa identificazione tra cristianesimo e cultura europea”. E' questa una delle considerazioni espresse dal Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, nell'incontro avuto a Tokyo con i Vescovi giapponesi, nel primo pomeriggio di lunedì 25 settembre. Ai rappresentanti del'episcopato giapponese, il Cardinale Prefetto del Dicastero missionario ha riproposto anche il misterioso vincolo tra la vicenda storica del cattolicesimo giapponese e le esperienze di persecuzione e martirio che ne hanno segnato gli inizi. Nel XVI secolo – ha ricordato il Cardinale - i primi missionari che arrivarono in Giappone “trovarono una terra fertile per l’annuncio del Vangelo. Nonostante le persecuzioni intraprese da Toyotomi Hideyoshi, il numero dei cattolici era assai cresciuto ”. E dopo le persecuzioni, proprio l'esperienza dei cosiddetti “cristiani nascosti” , che furono custoditi nella fede per oltre un secolo, senza sacerdoti e senza contatti col resto della cristianità – rappresenta una “testimonianza straordinaria” di ciò che permette di perseverare nella sequela di Cristo, anche in condizioni difficili: “Come nella preghiera di Abramo, che implorava Dio di non passare oltre la sua tenda, ma di fermarsi” ha notato il porporato, “così anche i «cristiani nascosti» del Giappone elevavano a Dio una sincera invocazione di non abbandonare l’opera iniziata”. Dopo aver ricordato gli ostacoli che possono derivare da una fuorviante identificazione tra cristianesimo e cultura europea, il Prefetto di Propaganda Fide ha ammesso che “forse dovremmo riscoprire la forza dell’evangelizzazione iniziale, aggiornandola con l’esperienza e la conoscenza attuale”. E ha aggiunto anche che nell’era della globalizzazione, dei confini che si riducono, dei viaggi facilitati, non si può pensare di impedire o limitare “la presenza dei missionari non giapponesi”. Nel contempo, “bisogna puntare su una evangelizzazione, più forte e partecipata, degli stessi giapponesi: vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, laici, famiglie, associazioni, ecc.  I missionari possono integrare, ma non sostituire”. Quello avuto a Tokyo coi Vescovi giapponesi è l'incontro conclusivo della visita pastorale del Cardinal Filoni in Giappone, iniziata lo scorso 17 settembre. Nel pomeriggio di domenica 24 settembre, durante l'incontro con sacerdoti, religiose, religiosi e laici di Tokyo, il Cardinale Prefetto di Propaganda Fide ha ricordato tre “pericoli” da cui si deve guardare chi è coinvolto nell'opera apostolica: “ il «settarismo» , il «proselitismo» e l’«ideologismo» . Evangelizzazione – ha aggiunto il Cardinale Filoni “è incontro personale con Cristo, ed avviene per l’annuncio del Vangelo e per contatto, ossia attraverso la testimonianza umile e generosa, che suscita nell’altro l’interesse sul perché tu credi e ti comporti in modo diverso”. .

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