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ASIA/BANGLADESH - Papa Francesco scoprirà i bengalesi: “semplici, poveri, ma forti”

Dacca - “La visita del Santo Padre è l'occasione per mostrare al mondo la ricchezza del Bangladesh, dove comunità diverse per confessione religiosa e tradizioni sociali e culturali riescono a convivere”. È quanto sostiene in un colloquio con l'Agenzia Fides p. Kamal Corraya, incaricato dai vescovi come responsabile del Comitato per i mass-media allestito per la visita di Papa Bergoglio, che arriverà nella capitale Dacca giovedì 30 novembre nel primo pomeriggio, dopo il viaggio in Myanmar. Originario della città di Gazipur, dove è particolarmente significativa la presenza dei cattolici, p. Corraya sta nella struttura che ospita la Chiesa del Santo Rosario di Dacca, “la prima cattedrale istituita in Bangladesh”, nota, un edificio risalente al 1677, più volte restaurato, che ospita anche le lapidi dei missionari portoghesi. La mattina di sabato 2 dicembre, dopo aver visitato l'adiacente Casa Madre Teresa di Tejgon, in questa cattedrale Papa Bergoglio incontrerà “circa duemila tra sacerdoti, religiosi, consacrati, seminaristi e novizie", prima della visita al cimitero parrocchiale e dell'incontro con i giovani al Collegio Notre Dame. “Al Collegio ci saranno diecimila studenti provenienti da ogni angolo del paese, di ogni cultura e religione: è questa la ricchezza del Bangladesh – osserva il sacerdote – la sua diversità, la capacità di saper convivere nonostante le difficoltà”. “Il Santo Padre, con il suo messaggio di pace e armonia, ci aiuterà a far conoscere meglio il ricchissimo patrimonio culturale del nostro paese, di cui siamo orgogliosi, ma che viene spesso offuscato dagli stereotipi su povertà, estremismo, disastri ambientali", spiega p. Corraya mentre alcuni operai finiscono di sistemare la pavimentazione e altri curano le aiuole. “Sono lavori che facciamo per accoglierlo nel modo migliore. La Chiesa ne finanzia solo una parte. Il resto viene da tante donazioni private. Tra i sostenitori ci sono anche diversi musulmani: nella comunità islamica sono tanti a riconoscere il ruolo della Chiesa, soprattutto nel campo dell'istruzione. E ancora di più quelli che apprezzano il messaggio del Papa". In Bangladesh, i cattolici rappresentano una esigua minoranza: sono circa 370.000 secondo le stime governative, su una popolazione di quasi 170 milioni di persone. “Il Santo Padre ha cominciato a farsi conoscere e apprezzare di più dopo la strage al Rana Plaza”, l'edificio che ospitava aziende tessili crollato nel 2013, causando la morte di più di mille persone. In quell'occasione, ricorda p. Corraya, “Papa Francesco ha condannato chi sfrutta i 'nuovi schiavi', riferendosi ai lavoratori, e questo ha colpito molto la gente, che l'ha sentito vicino”. Anche in un paese a maggioranza islamica, c’è consonanza tra le parole del Papa e i sentimenti della popolazione: “Il messaggio del Papa è un messaggio accessibile a tutti. Semplice, ma forte. Noi bengalesi siamo così. Semplici, poveri, ma forti. Perché sappiamo gioire con il poco che abbiamo. È una felicità spesso incomprensibile a chi viene dai paesi ricchi. Ma c'è, è nostra. E con la visita di Papa Francesco riusciremo a consolidarla e a farla conoscere al mondo”.

AMERICA/ECUADOR - “Un appello urgente per la conversione ecologica”. Incontro Latinoamericano e dei Caraibi sull’Ecologia Integrale

Quito - “Laudato si’, è una chiamata urgente per credenti e non credenti. Una chiamata a tutte le persone che abitano questo pianeta. Un appello urgente per una conversione ecologica, che coinvolge tutti gli aspetti della vita degli esseri umani, per vivere in armonia con gli altri esseri del Pianeta”. È quanto affermato da Mons. Pedro Barreto, arcivescovo di Huancayo-Perù e vicepresidente della Red Eclesial Panamazónica , nella conferenza di apertura dell'Incontro Latinoamericano e dei Caraibi di Ecologia Integrale: Discepoli - Missionari custodi della creazione', iniziato ieri, 24 novembre, e che si concluderà lunedì 27 a Quito, Ecuador, organizzato da Dejusol , Cáritas Ecuador, Clar, Repam e Iglesia y Minería.Durante questi quattro giorni di incontro, circa 120 persone provenienti da tutta l'America Latina, seguendo l'enciclica "Laudato si’”, faranno il punto della situazione nel continente dalla prospettiva dell’ecologia integrale. A tal proposito, Maurizio Lopez, segretario esecutivo del Repam, una delle organizzazioni che ha promosso l'incontro, ha dichiarato all’Agenzia Fides: “Fino ad ora l’Enciclica è stata utilizzata principalmente da ambienti non ecclesiali, ma a livello ecclesiale sentiamo che c'è un enorme bisogno di assumere ciò che il testo del Papa ci dice, di studiarne le categorie e soprattutto metterla in pratica”. La “Laudato si’” – ha aggiunto – “rompe con tutta questa visione frammentata di risposte riguardo alla realtà socio-ambientale, e noi cercheremo di portarla su considerazioni concrete partendo da una prospettiva pastorale”. Ha dunque spiegato come si svilupperanno le sessioni: “Avremo diversi livelli di discussione concettuale, parleremo di esperienze metodologiche concrete, terremo seminari e condivideremo testimonianze di vita per cercare di trovare percorsi specifici di pastorale concreta dell'ecologia integrale, perché è essenziale per il futuro della Chiesa”, ha sottolineato Lopez.L’incontro affronterà questioni quali: inquinamento e crisi del cambiamento climatico, disastri ambientali, biodiversità, estrazione mineraria, qualità della vita umana e povertà, crisi alimentare, consumismo sfrenato, cambiamenti urgenti dell'attuale sistema di produzione, ecc.“Ci siamo incontrati vescovi, sacerdoti, suore, laici, persone di tutti i paesi con impegni diversi, per riflettere insieme sulla questione dell’ecologia integrale - ha commentato all’Agenzia Fides in apertura dell’incontro il padre Dario Bossi, provinciale dei missionari comboniani in Brasile, coordinatore della rete Iglesia y Minería -. Questo è un momento importante per dimostrare che l’estrazione mineraria è anche un'urgenza per le chiese. Infatti, dobbiamo sostenere le comunità e mostrare che esistono modi alternativi e che è molto necessario schierarsi contro le aggressioni delle compagnie minerarie”, ha aggiunto p. Bossi informando anche dell’imminente presentazione di un’Esortazione pastorale preparata dai Vescovi dell'America Latina attraverso il Consiglio Episcopale Latinoamericano, CELAM. Si tratta di “un documento molto importante su cui dovremo riflettere nei prossimi mesi e che parla di come va applicata la “Laudato si’” in America Latina, soprattutto relativamente alla questione delle miniere e in tutte le chiese del continente”, ha concluso P. Bossi. .

AFRICA/KENYA - “Insegnamento sociale della Chiesa per tutti gli studenti cattolici”, raccomanda l’AMECEA

Nairobi - “Dal nostro incontro è emersa la raccomandazione che l’AMECEA introduca un curriculum universitario sull'insegnamento sociale della Chiesa per tutti gli studenti cattolici”, dice all'Agenzia Fides p. Emmanuel Chimombo al termine dell'incontro dei Coordinatori pastorali delle Conferenze Episcopali che fanno parte dell’Association of Member Episcopal Conferences in Eastern Africa .P. Chimombo, coordinatore pastorale dell’AMECEA, spiega a Fides: "Vorremmo che gli studenti nelle università cattoliche della nostra regione prendessero coscienza dell'insegnamento sociale della Chiesa, accanto alle loro attività accademiche e professionali"."Durante il nostro incontro, i coordinatori pastorali dei paesi membri dell'AMECEA hanno anche raccomandato di stabilire un curriculum comune di educazione religiosa a livello secondario e universitario", continua p. Chimombo.L'incontro di due giorni, che si è concluso a Nairobi il 22 novembre, ha riunito i coordinatori pastorali di Kenya, Uganda, Tanzania, Zambia, Malawi, Etiopia ed Eritrea; solo il Sudan e il Sud Sudan non erano rappresentati."La situazione politica nel nostro Paese ha reso difficile per i nostri cittadini vivere la nostra fede poiché non è una democrazia", ha detto a Fides Suor Lettemehhet Tzeggay Reda dei Comboniani , Coordinatrice Pastorale della Conferenza Episcopale dell'Eritrea , che descrive la persecuzione della Chiesa nel suo Paese, che include la distruzione di proprietà ecclesiastiche da parte del governo.La riunione di Nairobi ha infine raccomandato all'AMECEA di istituire uffici di collegamento parlamentare con la Comunità dell'Africa orientale e con quelli dei rispettivi Paesi. DBO - L.M.)

AFRICA/GHANA - “Siamo preoccupati per i gruppi armati violenti e la giustizia fai da te” denunciano i Vescovi

Accra - La famiglia è stata al centro dell'Assemblea plenaria annuale della Conferenza Episcopale del Ghana , ma i Vescovi hanno affrontato altre tematiche importanti relative alla vita del Paese.Nel suo comunicato finale la Conferenza episcopale ha espresso inquietudine per il fenomeno delle guardie agricole, dei gruppi di vigilantes politici e dei pastori nomadi armati. Secondo i Vescovi questi gruppi sono impiegati da alcuni ghaniani per proteggere le loro proprietà, ma finiscono per terrorizzare altri contadini che hanno interessi diversi nella stessa proprietà. Vi sono inoltre gruppi di vigilantes creati da alcuni politicanti che li usano per i loro fini politici. I Vescovi hanno elogiato il governo per aver esortato le forze di sicurezza di fermare le attività violente delle guardie agricole, dei gruppi di vigilantes politici e dei pastori nomadi, ma ora chiedono interventi concreti dopo le parole.Un altro fenomeno che desta preoccupazione sono i frequenti linciaggi da parte della folla di criminali. Si tratta, secondo i Vescovi, “di un segno di una società impaziente che non ha fiducia e rispetto per il giusto processo, lo stato di diritto e la dignità della vita umana”. I Vescovi ritengono che occorre un'educazione radicale che riconosca la sacralità di ogni vita umana, che va rispettata dal momento del concepimento fino alla morte naturale.“L'abuso sessuale in qualsiasi forma è inaccettabile, ma l'abuso sessuale contro i minori non è solo malvagio e criminale, costituisce pure una grave accusa nei confronti della società” affermano i Vescovi.Tra gli altri argomenti affrontati dai Vescovi vi sono la corruzione, il fenomeno dei minatori illegali d’oro che stanno provocando danni enormi ai fiumi e alle falde acquifere per lo sversamento di arsenico, mercurio e cianuro usati per estrarre il metallo preziosoI Vescovi hanno infine rivolto un appello al presidente del Ghana attraverso il ministero degli affari esteri e l'integrazione regionale per intervenire con urgenza per garantire la sicurezza dei ghaniani lungo i confini del Ghana e del Togo, al centro di una disputa soprattutto nel settore marittimo dove sono stati scoperti giacimenti di petrolio, contesi dai due Stati.

AMERICA/PANAMA - Casa Esperanza insieme alle autorità governative per eradicare il lavoro minorile

Panama – Uno studio recente dell’ Istituto Nazionale di Statistica e Censimento della Repubblica di Panama, ha reso noto che, ad agosto 2016, erano 23 mila 855 i bambini, bambine e adolescenti lavoratori. “Rispetto al 2014 e 2015 si è verificato un calo, infatti erano 26 mila 710 i minori lavoratori,”, ha dichiarato la responsabile esecutiva di Casa Esperanza, ong istituita con il proposito di offrire opportunità di sviluppo ai minori che vivono in condizioni di povertà, soprattutto quelli che portano reddito nelle famiglie. “Nonostante questi risultati positivi, tra gli altri sono ancora tanti i piccoli impegnati nelle piantagioni di caffè in alcune zone del distretto di Renacimiento, a Chiriquí. Inoltre, la provincia di Veraguas è la principale esportatrice di lavoro minorile domestico verso la capitale. Tuttavia, questi dati non sono verificabili perché non ci sono denunce e non possiamo intervenire. Per questo abbiamo chiesto l’intervento del Ministero del Lavoro e Sviluppo”, ha aggiunto la responsabile. “E’ necessario prendere iniziative rapide per eliminare il fenomeno e fare programmi per il futuro di questi bambini. Attraverso il Consiglio della Concertazione Nazionale, sono stati trattati temi come la povertà, la crescita e l’istituzionalizzazione, con proposte affinchè il governo possa pogettare piani di lavoro”.Ogni anno, Casa Esperanza riesce a riscattare tra 1000 e 1500 minori lavoratori e offrono servizi educativi ad oltre 7000 beneficiari.Riguardo al fenomeno, è intervenuto anche l’arcivescovo di Panama mons. José Domingo Ulloa, agostiniano, O.S.A. In occasione dell’incontro con i vescovi cattolici della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, riuniti nel centenario della sua creazione lunedì 13 novembre a Baltimora, mons. Ulloa ha detto: “Siamo tutti testimoni della vulnerabilità dei giovani del nostro Paese. Molti giovani sono vittime di esclusione povertà, traffico di droga, bande criminali, tratta di esseri umani, in breve, sono privi di amore della stessa società e persino dei propri genitori”.

ASIA/MYANMAR - Fedeli da tutto il paese a Yangon per la visita del Papa, che porterà “speranza e riconciliazione”

Yangon – “Ci saranno fedeli da tutto il paese a Yangon. L’atmosfera è molto buona, c’è grande entusiasmo per l’arrivo di Papa Francesco: per la prima volta un Papa sarà in Birmania. Solo dallo stato di Kachin verranno oltre 5.000 cattolici, e molti altri da tutti gli altri stati birmani. Vi saranno anche persone che vivono nei campi profughi. C’è grande fermento. Speriamo solo non venga la pioggia a complicare l’organizzazione e la sistemazione della gente che parteciperà alla messa del Papa”: lo dice all’Agenzia Fides Joseph Kung Za Hmung, laico cattolico, fondatore della Ong birmana “Community Agency for Rural Development” e del servizio cattolico di mass-media e web “Gloria Tv”, descrivendo l’atmosfera che si respira nell’ex capitale, alla vigilia dell’arrivo di Papa Francesco.Il Santo Padre arriverà a Yangon il 27 novembre e volerà a Nay Pyi Taw, capitale amministrativa del Myanmar, dove il giorno dopo incontrerà le autorità politiche e la società civile. Poi tornerà a Yangon per gli incontri pastorali e anche per quello con i leader buddisti.Joseph Kung Za Hmung rileva che “la gente aspetta Francesco con grande gioia e benevolenza. Fedeli di tutte le religioni lo apprezzano e lo rispettano, soprattutto i buddisti. Non abbiamo visto, finora, alcun segnale negativo da parte di quei gruppi estremisti che potrebbero indire manifestazioni ostili a Francesco. Abbiamo registrato però delle parole ostili sui social media, dove alcuni accusano il Papa di aver preso le parti dei musulmani rohingya. Questo è ancora un tasto dolente e una questione piuttosto scottante nell’opinione pubblica”In ogni caso, conclude Kung, “i giovani da tutto il Myanmar si stano riversando a Yangon per la messa del 29 novembre e per quella loro dedicata, del 30 novembre: sarà un tripudio. Credo ci saranno anche fedeli buddisti che vogliono partecipare e condividere questo evento. Il Papa lascerà una traccia di riconciliazione e di speranza all’intera nazione”.

AFRICA - Veglia per la pace in Sud Sudan: “Le parole di Papa Francesco incoraggiano la nostra missione”

Città del Vaticano - “Siamo contenti per le parole del Santo Padre e per il grande numero di fedeli che hanno partecipato al momento di preghiera” dice all’Agenzia Fides Suor Yudith Pereira Rico, della Congregazione delle Religiose di Gesù-Maria, Associate Executive Director di Solidarity with South Sudan, commentando la veglia di preghiera presieduta da Papa Francesco per la pace nel mondo e in particolare nel Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo, tenutasi ieri all'Altare della Cattedra nella Basilica Vaticana .“Una cerimonia semplice alla quale hanno partecipato sacerdoti, religiosi e religiose, laici e famiglie intere. Siamo veramente contenti” dice Suor Yudith. “Papa Francesco ha pronunciato un discorso concreto e incisivo come è il suo stile. Per noi sono state parole importantissime che ci incoraggiano a proseguire nella nostra missione” dice la religiosa. “Stasera, con la preghiera, vogliamo gettare semi di pace nella terra del Sud Sudan e della Repubblica Democratica del Congo, e in ogni terra ferita dalla guerra” ha detto il Santo Padre. “Nel Sud Sudan avevo già deciso di compiere una visita, ma non è stato possibile. Sappiamo però che la preghiera è più importante, perché è più potente: la preghiera opera con la forza di Dio, al quale nulla è impossibile. Per questo ringrazio di cuore quanti hanno progettato questa veglia e si sono impegnati per realizzarla” ha affermato Papa Francesco. Egli ha auspicato: “Il Signore Risorto abbatta i muri dell’inimicizia che oggi dividono i fratelli, specialmente nel Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo. Soccorra le donne vittime di violenza nelle zone di guerra e in ogni parte del mondo. Salvi i bambini che soffrono a causa di conflitti a cui sono estranei, ma che rubano loro l’infanzia e a volte anche la vita”. “Quanta ipocrisia nel tacere o negare le stragi di donne e bambini! Qui la guerra mostra il suo volto più orribile” ha denunciato Papa Francesco. “Anche le popolazioni del Sud Sudan e della Repubblica Democratica del Congo si sono sentite incoraggiate da questa iniziative. Sia nella RDC sia in Sud Sudan le rispettive Conferenze Episcopali avevano organizzato dei momenti di preghiera concomitanti con quello tenuto in Vaticano” ricorda Suor Yudith. “La cosa più importante è il fatto che le popolazione dei due Paesi si sono sentite incoraggiate dalla preghiera e dalla solidarietà di così tante persone di altre parti del mondo” sottolinea la religiosa.La prossima iniziativa di Solidarity with South Sudan è la tavola rotonda che si terrà il 18 gennaio all’Università Urbaniana. “In quell’occasione vogliamo avanzare delle proposte di pace concrete” dice la religiosa. “Mostreremo delle testimonianze, registrate questa estate, di esempi di pace in Sud Sudan e nella RDC. Vi parteciperanno alcuni degli operatori pastorali impegnati in progetti di pace nei due Paesi, oltre ai Presidenti delle due Conferenze Episcopali. La domanda alla quale vogliamo rispondere è come possiamo fare la pace? Speriamo di riuscire ad avere delle risposte concrete” conclude Suor Yudith.

ASIA/INDIA - Vescovi del Gujarat: "Nelle elezioni è in gioco il tessuto laico e democratico del paese"

Gandhinagar – Le imminenti elezioni legislative nello stato del Gujarat “influenzeranno il futuro del nostro paese. Siamo consapevoli che è in gioco il tessuto laico e democratico del nostro paese dove i diritti umani vengono violati e i diritti costituzionali calpestati. Ci sono episodi in cui le chiese vengono attaccate, il personale ecclesiastico, fedeli o istituzioni colpiti. C’è un crescente senso di insicurezza tra le minoranze. Le forze nazionaliste sono sul punto di conquistare il paese. I risultati elettorali dell’Assemblea statale del Gujarat possono fare la differenza”: è quanto afferma, in un messaggio pervenuto all'Agenzia Fides, Mons. Thomas Ignatius Macwan, Arcivescovo di Gandhinagar, nello stato del Gujarat, che, a nome dei Vescovi dello stato, ha invitato tutti i fedeli a pregare per le elezioni che si terranno a dicembre nello stato indiano.“I risultati di queste elezioni sono significativi e avranno ripercussioni e risonanza in tutta la nostra amata nazione”. rileva mons. Macwan nel messaggio diramato a tutte le comunità. “I Vescovi dello Stato del Gujarat vi invitano ad organizzare liturgie e preghiere nelle vostre parrocchie e conventi, auspicando che le persone che verranno elette possano rimanere fedeli alla nostra Costituzione indiana e rispettare ogni essere umano, senza alcun tipo di discriminazione”. La lettera invita a recitare il Rosario a livello individuale, comunitario, familiare e parrocchiale. "La recita del Rosario si è dimostrata più volte una vera arma protettiva" si legge nel testo.L’Arcivescovo ha ricordato numerosi episodi storici che possono testimoniare la forza del Rosario, affermando che "la preghiera salverà il nostro paese" e ricordando che "il Signore Gesù, mentre era nel giardino del Getsemani, ha chiesto ai suoi discepoli di vegliare e pregare. Prendiamo sul serio il suo consiglio”, nota.Anche il Vescovo Theodore Mascarenhas, Segretario generale della Conferenza Episcopale Indiana, ha invitato a "fare affidamento su nostro Signore Gesù e a chiedere il suo aiuto, affidandosi a Maria come un grande sostegno".La Commissione Elettorale del Gujarat ha fissato il 9 e il 14 dicembre le date per le elezioni nello Stato di origine del Primo Ministro indiano Narendra Modi. Il suo partito, il Bharatiya Janata Party , governa il Gujarat dal 1989. Nella prima fase verranno aggiudicati 89 seggi mentre nella seconda 93. Il conteggio dei voti avverrà il 18 dicembre prossimo. Il BJP attualmente governa in 18 stati dei 29 presenti in India.

AFRICA/EGITTO - Per il Patriarca copto possibile intervento chirurgico alla schiena. Sospese le catechesi patriarcali pubbliche del mercoledì

Il Cairo – Le fonti ufficiali della Chiesa copta ortodossa hanno annunciato che sono sospesi a tempo indeterminato gli incontri pubblici di preghiera e catechesi tenuti ogni mercoledì pomeriggio dal Patriarca Tawadros presso la cattedrale copta del Cairo. Stavolta, la sospensione delle catechesi patriarcali è dovuta a motivi di salute: i crescenti dolori alla schiena – hanno riferito le fonti ufficiali copte – hanno costretto il Patriarca a sottoporsi a cure mediche all'estero. Media egiziani riferiscono che Papa Tawadros si è sottoposto già giovedì 23 novembre a esami medici preliminari in una struttura sanitaria tedesca, prima di sottoporsi ai trattamenti richiesti per curare la sua patologia, che potrebbero includere anche un'operazione alla spina dorsale, visto l'aumento dei dolori alla schiena che tormentano da tempo il Primate della Chiesa copta.Le catechesi del mercoledì pomeriggio in cattedrale rappresentano ormai un appuntamento tradizionale del ministero del Patriarca copto ortodosso, che Papa Tawadros ha ripreso in continuità con il suo predecessore Shenuda III. .

AFRICA/ZIMBABWE - Mnangagwa è Presidente ad interim; elezioni presidenziali a settembre 2018

Harare - Emmerson Mnangagwa è divenuto oggi, 24 novembre, il nuovo Presidente ad interim dello Zimbabwe. L’ex Vice Presidente è succeduto al “padre della patria”, Robert Mugabe, che ha rassegnato le dimissioni il 21 novembre dopo una lunga trattativa con la leadership del suo partito, lo ZANU-PF, e l’esercito che aveva preso il controllo dei punti chiavi della capitale Harare e del resto del Paese.Alla cerimonia di giuramento hanno assistito i Capi di Stato e di governo e ministri degli Stati dell’Africa australe, come Sudafrica, Mozambico, Zambia, Angola, Namibia, Botswana e Malawi,Mnangagwa, che ha 75 anni ed è soprannominato “il coccodrillo” per la sua destrezza, rimarrà in carica fino a quando non verranno indette nuove elezioni, previste nel settembre del 2018.Lo Zimbabwe volta così pagina dopo il lungo regno di Mugabe che ha guidato il Paese dal 1980, anno della sua indipendenza. Il Paese dovrà ricostruire la sua economia dopo decenni di riforme economiche varate dall’ex Presidente che hanno colpito severamente il settore agricolo. Mnangagwa dovrà quindi guidare lo Zimbabwe alle elezioni presidenziali appoggiandosi all’apparato del partito ZANU-PF e a quello dell’esercito il cui intervento è stato decisivo nell’imprimere la svolta di questi ultimi giorni. I militari, a dispetto delle condizioni economiche generali del Paese, hanno beneficiato di una certa larghezza di fondi come dimostrato dallo sfoggio fatto dei veicoli militari, in ottimo stato, che sono stati impiegati per prendere il controllo della capitale. È quindi probabile che rimarranno un attore fondamentale nel delicato processo di transizione che dovrebbe concludersi con le elezioni del settembre 2018.Secondo quanto annunciato dall’ufficio delle Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale dello Zimbabwe, i Vescovi locali hanno elaborato una dichiarazione che verrà pubblicata domenica 26 novembre nella quale ringraziano il popolo dello Zimbabwe per la transizione pacifica, senza spargimento di sangue.

AMERICA/MESSICO - Preghiera per la pace a Baja California Sur: 900 morti in tre anni

Baja California Sur – Pregare per la pace e per le famiglie vittime della violenza: questa l’intenzione che ha riunito ieri sera, 23 novembre, nella parrocchia San Martin di La Paz, almeno un centinaio di sacerdoti, provenienti dai cinque comuni e più di 300 persone, per una celebrazione guidata dal Vescovo della diocesi di La Paz en la Baja California Sur , Mons. Miguel Ángel Alba Díaz.Durante la celebrazione eucaristica, il Vescovo non ha tenuto l’omelia, ma ha invitato a restare in silenzio mentre su uno schermo venivano proiettate alcune immagini con il numero delle persone uccise negli ultimi tre anni: “2014-2017, vittime della furia della barbarie umana a Baja California Sur, circa 900 uccisi". Nella preghiera dei fedeli si è pregato per le famiglie "vittime della violenza", per coloro che hanno perso la vita in questo contesto, "per tutti gli innocenti che sono morti per la violenza e per i circa 900 morti nella nostra zona”, “perché regni la pace". Alla fine il Vescovo ha invitato tutti i presenti a seguirlo in silenzio per una processione intorno al tempio con le candele accese.Il motivo principale di questa celebrazione è stato il terribile omicidio del difensore civico statale, Silvestre De la Toba Camacho. Il Vescovo ha detto che non avrebbe rilasciato ulteriori dichiarazioni al riguardo perché la società è stanca di "discorsi sterili" e ha chiesto che il problema venga risolto dalla radice. La notte di lunedì 20 novembre, Silvestre De la Toba Camacho, presidente della Commissione statale per i diritti umani nella Baja California Sur , nel nord-ovest del paese, è stato ucciso da un gruppo di sicari mentre era in strada, al centro della città, insieme alla sua famiglia. Anche il figlio Fernando è morto mentre sua moglie e sua figlia sono rimaste gravemente ferite. Anche se in passato ci sono stati attacchi contro i difensori dei diritti umani, è la prima volta dalla creazione della figura del difensore civico, nel 1990, che viene assassinato un responsabile istituzionale per la protezione delle garanzie individuali. La Commissione nazionale per i diritti umani ha condannato il crimine e ha ordinato alle autorità di provvedere misure precauzionali per proteggere la famiglia della vittima. Da due anni Baja California Sur subisce un'intensa ondata di violenza a causa della disputa interna tra gruppi criminali per controllare la zona e il cartello di Sinaloa, uno dei più potenti al mondo per il traffico di droga.

ASIA/TURCHIA - Si aggrava la crisi delle scuole delle minoranze religiose. Adesso sono soltanto 24

Istanbul . Le 24 scuole appartenenti a Fondazioni e enti legati alle minoranze cristiane presenti in Turchia stanno vivendo di nuovo una fase critica, che mette a rischio la loro stessa sopravvivenza. L'inizio del nuovo anno scolastico ha fatto registrare per molte di esse un calo del numero degli studenti iscritti, che potrebbe spingere alcuni di quegli istituti scolastici verso la chiusura. A denunciarlo è Toros Alcan, presidente della Fondazione della scuola armena Sur Hac Tibrevank e rappresentante delle Fondazioni delle minoranze in seno alla Assemblea delle Fondazioni turche. In alcune dichiarazioni, riprese dalla stampa turca, Alcan ha indicato tra i fattori determinanti della crisi delle scuole delle minoranze la legislazione che equipara tali istituti scolastici a quelli privati, riducendo notevolmente le forme di sostegno statale a cui possono accedere. Alcan ha ricordato che le scuole legate alle minoranze operano senza fini di lucro, i loro diritti sono garantiti nel Trattato di Losanna, e il loro statuto non può essere omologato a quello delle scuole private. Negli ultimi anni dell'Impero ottomano, le scuole appartenenti alle comunità minoritarie nel territorio dell'odierna Turchia erano 6437. Il loro numero scese drasticamente a 138 nei primi anni seguiti alla fondazione della Repubblica turca, quando la politica nazionalista del Comitato Unione e Progresso, mirante a costruire e imporre il modello unico del «cittadino turco», iniziò a ispirare la politica di espulsione dei gruppi minoritari. La mentalità nazionalista vedeva anche le scuole delle minoranze come fattori di ostacolo a tale processo di omologazione. In anni recenti, e precisamente tra il 2014 e il 2015 , si era registrata una sensibile crescita nel numero delle scuole appartenenti a Fondazioni e enti legati alle comunità cristiane presenti in Turchia e autorizzate a ricevere sostegno finanziario dallo Stato. In quell'anno scolastico, le scuole appartenenti a Fondazioni legate a diverse comunità cristiane erano diventate 55. Di esse, 36 appartenevano alla comunità armena, 18 alla comunità greca e una scuola materna apparteneva alla comunità siro-ortodossa. Già un anno dopo, il numero delle scuole legate alle minoranze cristiane aveva subito un brusco calo, attestandosi all'attuale quota di 24 istituti scolastici. Le difficoltà hanno provocato la chiusura soprattutto di scuole legate alla piccola minoranza greco-ortodossa. Già allora – riferivano fonti locali consultate dall'Agenzia Fides - l'avvocato turco Nurcan Kaya, Coordinatore del Gruppo dei diritti delle minoranze, sottolineava l'urgenza di definire un quadro normativo che precisi i diritti e i doveri di tali istituti scolastici, chiarendo i meccanismi di finanziamento statale ed eliminando l'obbligo di cittadinanza turca per gli allievi . .

ASIA/GIORDANIA - La Caritas giordana dona 10mila dinari per gli aiuti ai Rohingya musulmani

Amman – La Caritas di Giordania ha stanziato una somma di 10mila dinari giordani come donazione per sostenere programmi di soccorso umanitario a favore dei musulmani Rohingya del Myanmar. Il contributo di Caritas Jordan confluirà nei fondi raccolti dalla campagna a sostegno dei Rohingya lanciata dalla Jordan Hashemite Charity Organization , in collaborazione con associazioni professionali giordane e organizzazioni della società civile. La notizia della donazione è stata ufficializzata martedì 21 novembre, in occasione di un incontro a cui hanno preso parte, tra gli altri, il Vescovo William Shomali , il direttore di Caritas Jordan, Wael Suleiman, e Ayman Mufleh, segretario generale della Jordan Hashemite Charity Organization. .

ASIA/PAKISTAN - Buone relazioni tra religioni per costruire pace e armonia sociale: l'impegno della Chiesa

Karachi - La Chiesa cattolica in Pakistan promuove con convinzione il dialogo interreligioso e le buone relazioni tra credenti di comunità diverse, nella certezza che questo approccio contribuisce all'armonia, al benessere della società, alla pace: come appreso da Fides, è questo l'approccio dell'Arcivescovo Joseph Coutts, che guida la comunità cattolica di Karachi. Le varie e diverse iniziative di dialogo incontrano la comunità islamica e le altre religioni: ad esempio, durante il mese del digiuno islamico del Ramadan, l'Arcivescovo ha organizzato una cena di “Iftar” per i suoi amici musulmani. L’arcidiocesi ha promosso anche un'iniziativa per celebrare il 200° compleanno di Hazrat Bah'u'llh, il fondatore della fede Baha'i, in una serata cui hanno preso parte membri varie religioni come musulmani, indù, cristiani, sikh e fede baha'i.Kashif Javed Anthony, Coordinatore della Commmissione “Giustizia e pace”, ha commentato a Fides: “Questa iniziativa rafforza i legami con persone di altre religioni. Siamo, prima di tutto, esseri umani e poi seguaci delle rispettive fedi”. Fr. Shahzad Arshad, prete cattolico di Karachi, conferma a Fides: “Noi cristiani in Pakistan stiamo seguendo il comandamento di nostro Signore Gesù Cristo: l'amore al prossimo. La Chiesa porta l'amore di Dio a ogni essere umano”, ha detto, incoraggiando le comunità cristiane.Tra i tanti presenti, Farhad Mashriqui, rappresentante della comunità baha'i, ha ringraziato la Chiesa cattolica, assicurando pieno sostegno della sua comunità per promuovere l'armonia interreligiosa.Tra gli altri esempi di dialogo e feconda amicizia, diversi leader cristiani si sono uniti alla comunità sikh per celebrare il 549° compleanno di Guru Nanak in un tempio sikh a Karachi. Atif Sharif, un giovane membro di “Jesus Youth Pakistan”, presente al meeting, ha detto Fides: “Essere cattolici per noi significa coltivare l’unità con i nostri fratelli e sorelle di altre fedi”. Anche la Caritas promuove l'armonia interreligiosa: a Karachi il lavoro sociale è condotto in special modo da giovani cristiani in collaborazione con giovani di altre religioni, nota a Fides Mansha Noor, Segretario esecutivo della Caritas Karachi.

ASIA/IRAQ - Cristiani e yazidi destinatari privilegiati dei fondi USA per i programmi umanitari dell'ONU

New York – Gli Stati Uniti confermano l'intenzione di indirizzare verso cristiani, yazidi e altri gruppi religiosi minoritari presenti in Iraq, una parte dei fondi finora stanziati dall'Amministrazione USA per i programmi di sviluppo organizzati e gestiti dalle agenzie legate alla Organizzazione delle Nazioni Unite. La conferma è arrivata dall'Ambasciatrice Nikki Haley, Rappresentante permanente degli USA presso le Nazioni Unite, che martedì 21 novembre ha esposto l'intenzione programmatica USA in un incontro avuto con António Guterres, Segretario generale dell'ONU. L'Ambasciatrice Haley ha spiegato a Guterres che l'attuale Amministrazione USA perseguirà l'annunciato intento di riservare una parte dei propri contributi a favore dei programmi di sviluppo ONU per assistere in via prioritaria quelle comunità, “specialmente yazidi e cristiani in Iraq”, che hanno sofferto violenze da parte dello Stato Islamico . Haley ha anche sollecitato Guterres a dare priorità – nel suo ruolo di Segretario generale ONU - al sostegno a favore delle minoranze religiose perseguitate. Guterres – riferisce un resoconto dell'incontro diffuso dall'ufficio di rappresentanza USA presso l'ONU - ha apprezzato l'opportunità di collaborare con l'Ambasciatrice Haley su questa priorità”. Di recente, il Vice Presidente USA Mike Pence aveva preannunciato l'intenzione dell'Amministrazione USA di gestire direttamente finanziamenti e aiuti a favore dei cristiani in Medio Oriente, collaborando con organizzazioni religiose e senza più passare attraverso gli organismi ONU. Lo aveva fatto lo scorso 25 ottobre , intervenendo alla cena di solidarietà annuale per i cristiani in Medio Oriente, promossa a Washington dall'organizzazione USA In Defense of Christians. "Non ci affideremo più solo alle Nazioni Unite per aiutare i cristiani perseguitati e le minoranze” aveva detto Pence in quell'occasione, riferendo che le agenzie federali "lavoreranno fianco a fianco con gruppi di fede e organizzazioni private per aiutare coloro che sono perseguitati per la loro fede". "Mentre i gruppi d'ispirazione religiosa con provata competenza e radici profonde in quelle comunità sono più che desiderosi di aiutare” aveva rimarcato il Vice Presidente USA, “le Nazioni Unite troppo spesso ignorano le loro richieste di finanziamento”. In una recente intervista, il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako ha fatto notare che “negli ultimi anni in Medio Oriente i cristiani hanno sofferto ingiustizie, violenze e terrorismo. Ma questo è accaduto anche agli altri loro fratelli iracheni musulmani, e a quelli di altre fedi religiose. Non bisogna separare i cristiani dagli altri, perché in quel modo si alimenta la mentalità settaria”. .

AFRICA - Preghiera con il Papa per il Sud Sudan e il Congo: “La speranza della pace è possibile”

Roma - “Con questa iniziativa vogliamo far sì che i sud-sudanesi e i congolesi sappiano che vi sono persone al di fuori dei loro due Paesi che si interessano e che pregano per loro” dice all’Agenzia Fides Suor Yudith Pereira Rico, della Congregazione delle Religiose di Gesù-Maria, Associate Executive Director di "Solidarity with South Sudan", che spiega lo scopo della preghiera per la pace in Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo, prevista oggi, 23 novembre, alle 17,30 all'Altare della Cattedra nella Basilica Vaticana.“La popolazione di questi due martoriati Paesi si sente infatti abbandonata da tutti. Quindi vogliamo ridare speranza e dignità a queste popolazioni. Che poi ci sia il Papa che dica loro “voi siete importanti per la Chiesa universale” è un forte messaggio di speranza e di incoraggiamento” dice Suor Yudith.Molto spesso nell’opinione pubblica prevale lo scoraggiamento se non l’indifferenza di fronte a guerre come quella in Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo che sembrano endemiche e senza soluzione. Chiediamo allora a Suor Yudith da dove può venire la speranza in queste situazioni. “Dalla mia esperienza posso dire di ricevere la speranza proprio dai sud-sudanesi: Ogni volta che mi reco in Sud Sudan ricevo la loro speranza sulla possibilità della pace. Vi sono semi di speranza in Sud Sudan come nella RDC, le donne e i giovani e le diverse realtà della società civile che sono impegnate nella pacificazione. Sono tanti movimenti che nascono dal basso, che vogliono un futuro migliore per il loro Paese. E a queste persone noi vogliamo dare voce” conclude la religiosa.In concomitanza con la preghiera che si tiene nella Basilica Vaticana, il Cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, Arcivescovo di Kinshasa, ha invitato le parrocchie della capitale della Repubblica Democratico del Congo a unirsi in preghiera con il Santo Padre per la pace nella RDC e nel Sud Sudan.Anche la Chiesa in Sud Sudan si unirà in preghiera nello stesso momento. “Preghiamo con il Santo Padre per ottenere la grazia di vedere ogni essere umano come figlio di Dio, senza distinzioni di tribù, appartenenza regionale, razza, lingua o cultura” scrive Sua Ecc. Mons. Barani Eduardo Hiiboro Kussala, Vescovo di Tombura-Yambio e Presidente della Conferenza Episcopale del Sud Sudan, in un messaggio inviato all’Agenzia Fides. “Con Papa Francesco preghiamo per le nostre comunità, le nostre diocesi, e affinché Dio ci doni quattro Vescovi per le diocesi vacanti di Malakal, Torit, Rumbek, Wau” aggiunge Mons. Kussala.Mons. Kussala sottolinea che “durante l’Assemblea plenaria annuale dei Vescovi del Sudan e del Sud Sudan tenutasi a Kit, Juba, abbiamo deciso di riunire le nostre Conferenze Episcopali in un unico organismo. “Questa decisione sottolinea il nostro ruolo di Vescovi che lavorano insieme per promuovere la missione della Chiesa, ma anche per sostenere la costruzione della Pace e lo sviluppo umano nelle nostre due nazioni e altrove”.Oltre alla preghiera di oggi, Solidarity with South Sudan organizzerà una tavola rotonda dal titolo “Aiutiamoci a costruire la pace“ che si terrà il 18 gennaio 2018 alle 16:00 presso l’Università Urbaniana a Roma.

AMERICA/BRASILE - “Tra quelli che la società scarta, Dio diventa più visibile”: l'esperienza di un missionario in Amazzonia

Cucuí - "La missione rafforza la nostra vita di cristiani, ci permette di essere presenti tra la gente, scoprire in loro il segno di Dio". Lo afferma all’Agenzia Fides padre Luis Miguel Modino, missionario spagnolo Fidei donum a Cucui, diocesi di São Gabriel da Cachoeira, stato di Amazonas, in Brasile, dove accompagna la vita dei popoli indigeni sparsi lungo i fiumi Negro e Xié. “Quando questa missione si svolge nelle periferie del mondo - spiega p. Modino - si scopre che in mezzo a quelli che la società scarta Dio diventa più visibile".Padre Modino è stato ordinato sacerdote nella diocesi di Madrid quasi vent'anni fa, nel 2006 è stato inviato come missionario nella diocesi di Ruy Barbosa, a Bahia, in Brasile, dove ha lavorato fino al 2016. È attualmente parroco nella diocesi di São Gabriel da Cachoeira, una delle più grandi del Brasile, situata nel cuore dell'Amazzonia, che ha un'estensione di 293 mila chilometri quadrati e oltre il 90% della popolazione indigena."I popoli indigene in Brasile soffrono per le politiche pubbliche contrarie, che si traducono in servizi di base di scarsa qualità e in una costante minaccia ai diritti garantiti dalla Costituzione del paese” spiega a Fides padre Modino, che è anche giornalista e grande conoscitore della situazione nella zona. "Al momento accompagno le comunità indigene della regione che si trova al confine tra Brasile, Colombia e Venezuela, dove sto scoprendo che la fraternità è lo strumento che aiuta a superare le difficoltà e a ridurre i problemi" dice il missionario."Sento davvero di essere più evangelizzato che evangelizzatore, perché coloro che hanno meno conoscenze teoriche delle cose di Dio sono maestri in quella che consideriamo l'esperienza cristiana", dice il sacerdote commentando la sua esperienza missionaria. "La dimensione comunitaria, essenziale per il cristiano, è la base della vita quotidiana degli indigeni e un buon apprendimento per coloro che, arrivati dall'esterno, vivono insieme e imparano da loro".

AFRICA/ETIOPIA - Donne malate di Aids: l'assistenza dei missionari

Addis Abeba – “Finalmente è arrivato l’autobus che avevamo chiesto per trasportare le donne malate di Aids o che ospitiamo nella nostra casa Galilea”. Lo racconta a Fides padre Christopher Hartley, missionario spagnolo che dal 2008 vive a Gode, tra Etiopia e Somalia. “Abbiamo sempre avuto bisogno di un mezzo di trasporto adeguato per portare mattina e sera donne sieropositive e malate insieme ai loro figli piccoli nella casa della nostra missione costruita grazie al "Proyecto Tamara" avviato a Gode nel 2015 per assistere queste donne e i loro figli ”, continua il missionario.“Durante la costruzione dell’edificio della missione - spiega - la Chiesa si è sempre fatta vedere presente nella comunità locale recandosi in visita alla popolazione. Spesso andavamo a trovare gli ammalati e così abbiamo deciso di rispondere alle necessità di quanti non hanno niente e nessuno che si occupi dei loro fabbisogni basilari. Giocando con i bambini e parlando con le loro mamme siamo riusciti ad entrare in contatto con i membri della comunità più vulnerabile e abbiamo subito iniziato a portare bambine e donne malate all’ospedale locale”, .“Inoltre - continua p. Christopher - essendo la maggior parte affette da Aids abbiamo iniziato a portarle all’Ospedale Regionale per le cure. Da quel momento, l’ospedale ha richiesto la nostra collaborazione per identificare i malati sieropositivi che avevano lasciato le cure. Ne è risultato un memorandum d’intesa tra la Chiesa e l’Ospedale Regionale, con il sostegno del nostro Vicario Apostolico, Mons. Angelo Pagano, frate cappuccino” aggiunge il missionario.“Molte delle donne che abbiamo contattato lavorano nei postriboli di Gode come cameriere, donne delle pulizie, prostitute. Spesso hanno meno di 25 anni, figli piccoli e senza alcun mezzo di sussistenza se non quello che guadagnano nel postribolo sotto l’autorità della ‘matrona’ della casa. Non si prostituiscono per scelta ma per estrema necessità. Pensano di non avere altra scelta e non considerano affatto il pericolo di Aids e altre malattie.”Il missionario prosegue: “Abbiamo deciso di acquistare l’autobus perché nella zona non esiste un servizio di trasporti e gli abitanti possono raggiungere la missione solo a bordo di moto-taxi molto costosi. Il nostro autobus ci darà ora la possibilità di portare alla casa Galilea un maggior numero di donne e bambini in qualunque momento rendendo tutto più efficiente. Inoltre, permetterà al personale coinvolto di essere presente con le donne e i bambini che assistono alla formazione e all’asilo. Allo stesso modo ci permetterà di avviare la scuola primaria per i figli più grandi e anche per quelli che vivono troppo lontano dalle scuole della città. Accompagniamo le donne e i loro bambini all’ospedale o alla clinica medica, agli appuntamenti per il trattamento HIV, sosteniamo i costi di tutte le analisi mediche di cui hanno bisogno perché diversamente non potrebbero permettersele".A causa delle grandi distanze i bambini non possono andare a scuola né disporre di assistenza medica: per questo missionari e volontari programmano di aprire due classi di educazione Infantile , come complemento alle "classi di manualità" già iniziate con le donne. "L’obiettivo è servire tra 50-60 bambini e bambine, alcuni dei quali figli delle donne che frequentano i corsi di manualità mentre altri appartengono alle comunità limitrofe", conclude il sacerdote.

AMERICA/NICARAGUA - Massacro dei contadini: i cattolici chiedono un chiarimento

Managua – “L'esercito deve chiarire subito questa situazione, deve salvare il proprio onore. Se non è stato nessuno di loro deve dire chi è stato, ma questa situazione si deve chiarire al più presto possibile”: sono le parole di Mons. Silvio Fonseca, vicario episcopale per la famiglia, la vita e l’infanzia dell'Arcidiocesi di Managua, riguardo all’orribile crimine del 2 novembre. Sei contadini sono stati uccisi, di cui due minorenni, presso la località San Pablo 22, comune di La Cruz de Rio Grande, nel Caribe Sud del Nicaragua.“L'esercito corre un grave pericolo, se non chiarisce questo episodio, può essere definito un esercito di assassini", ha aggiunto mons. Fonseca in una video intervista inviata a Fides e diffusa da La Prensa nella sua edizione digitale.Il sacerdote ha sottolineato che altre istituzioni statali, come la Polizia nazionale, la Corte suprema di giustizia e la Procura della Repubblica, dovrebbero chiedere chiarimenti sul tragico evento avvenuto. “Ci sono due aspetti seri: prima il crimine, che grida al cielo, e poi il silenzio, non solo dall'esercito ma anche delle altre istituzioni statali che dovrebbero essere immediatamente pronte a chiarire il crimine. Questo genera preoccupazione nel paese, perché significa che siamo insicuri" ha proseguito il vicario. Mons. Fonseca ha insistito sul fatto che l'istituzione militare dovrebbe chiarire come, perché e quali fossero le circostanze in cui è avvenuto il massacro.Ieri, durante una conferenza stampa, la presidente del Centro per i diritti umani del Nicaragua , Vilma Núñez, accompagnata dalla madre dei ragazzi uccisi, Lea Valle Aguirre, a cui hanno ucciso anche il marito, ha annunciato che presenterà il caso alla CIDH . I ragazzi, uno di 16 anni e suo fratello di 12, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco.Secondo informazioni raccolte da Fides, l'esercito del Nicaragua ha comunicato la settimana scorsa che sei presunti criminali sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con un gruppo di soldati. Le forze armate avevano identificato il presunto leader della banda come Rafael Dávila Pérez, un nicaraguense che, secondo l'Esercito, "era implicato nel traffico, nella coltivazione e commercializzazione della marijuana, e in altri crimini, come abigeato, furto, omicidio, estorsione". Nello scontro, è stato detto, non ci sono stati feriti fra i militari. Il fatto ha provocato molta tensione nell’opinione pubblica e forti critiche sulla stampa locale.

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Zimbabwe: addio al “Vecchio elefante”, l’auspicio è la democrazia

Robert Mugabe, il “Vecchio Elefante” dello Zimbabwe, ha lasciato il potere. Ha governato per 37 lunghissimi anni e, se fosse stato per lui, si sarebbe ricandidato nel 2018 e avrebbe governato ancora. Quanto? Non si sa perché Robert Mugabe ha 93 anni, una salute non più solida come un tempo e molti avversari. Non è quindi un caso che un golpe organizzato dai militari abbia messo fine alla sua lunga carriera di uomo politico spregiudicato, vanesio e violento. Lui stesso in passato si è paragonato a Hitler e, come il führer vedeva negli ebrei il nemico ancestrale della razza ariana, per Mugabe «l’unico bianco affidabile è quello morto». Un razzismo, nato nel clima della battaglia anticoloniale. «Sono l’Hitler di questi tempi - ha detto -. Questo Hitler ha un solo obiettivo: giustizia per il suo popolo, sovranità per il suo popolo, riconoscimento dell’indipendenza del suo popolo e dei suoi diritti sulle sue risorse. Se questo è Hitler, che io sia Hitler dieci volte». Mugabe lascia un paese in ginocchio dal punto di vista sociale, economico e politico. Che futuro avrà ora lo Zimbabwe? Per comprendere al meglio le dinamiche del presente, bisogna fare un salto nel passato. Link correlati :Continua a leggere la news anlysis su Omnis Terra

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