Derniers flash de l'agence Fides

AMERICA/BRASILE - Due missionarie Comboniane morte in un incidente stradale

S. Antonio do Matupi – Le missionarie Comboniane suor Luisa Manuel, mozambicana di 47 anni, e suor Giuseppina Lupo, italiana di 37 anni, sono morte in Brasile in seguito ad un incidente stradale il 24 giugno intorno a mezzogiorno. Secondo il comunicato del Consiglio generale delle Comboiane, pervenuto a Fides, le due religiose facevano parte della Comunità di S. Antonio do Matupi, nella Diocesi di Humaità, dove stavano tornando dopo aver visitato alcune famiglie. Sulla strada transamazzonica hanno avuto un incidente con la macchina che è costato loro la vita. “Vi chiediamo di pregare insieme a noi per le famiglie delle due Sorelle, specialmente per i genitori, per le Sorelle presenti in Brasile e per suor Luisa e suor Giuseppina. Il Signore le abbracci per sempre nel suo Amore infinito” conclude il comunicato.

AFRICA/SUD SUDAN - La povertà è grave e dilagante, in giro ci sono sempre più armi e l’insicurezza aumenta

Padova – “Nei giorni scorsi Fao, Unicef e Wfp hanno dichiarato ufficialmente conclusa la carestia aperta nel febbraio scorso. Può darsi sia così, magari nella capitale Juba! Sicuramente non lo è a Yirol, Rumbek, Cueibet, Maper o in uno qualsiasi degli oltre 90 centri sanitari dove siamo impegnati, con i colleghi locali, a far fronte a una situazione ancora drammatica”. Così scrive d. Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm, che ieri sera è ripartito alla volta del Sud Sudan a soli 2 mesi dall’ultima missione sul posto. “Nelle aree rurali, specie al nord del paese, nell’ex stato dei Laghi e di Unity, si fa ancora tanta fatica a trovare cibo e alimenti – scrive d. Dante nella nota inviata a Fides -. Il pound sud-sudanese è ormai carta straccia, la povertà è grave e dilagante e in giro vedi sempre più armi e l’insicurezza aumenta. L’altro ieri una nostra auto, nella contea di Wulu , è stata attaccata. Non hanno toccato il nostro personale, cercavano dollari o alimenti. Ogni mezzo è buono pur di trovare cibo per la famiglia!”“In un contesto così abbiamo bisogno di essere uniti, compatti, sostenerci l’un l’altro – conclude il sacerdote -. Abbiamo molto personale, locale e internazionale, impegnato sul posto a dare assistenza alle tante mamme e bambini, le fasce più deboli e vulnerabili. Quando maggiore è la fatica, tanto più alta e limpida deve essere la consapevolezza della nostra missione. Dove la notte sembra prevalere è doveroso coltivare presenze e segni di speranza!”.

ASIA/CINA - Ancora viva la testimonianza di un giovane missionario olandese, ucciso a 31 anni per salvare gli sfollati cinesi

Yuan Qu – “Grazie a questo giovane missionario olandese che ha dedicato la sua vita alla Chiesa in Cina e all’evangelizzazione nel Paese, abbiamo potuto avere questo meraviglioso dono della fede in Cristo”: sono le parole di Mons. Peter Wu Jun Wei, Vescovo della diocesi di Yun Cheng nella provincia di Shan Xi, pronunciate durante la solenne commemorazione dei 110 anni della nascita del missionario francescano olandese padre Aemilianus Van Heel, OFM. Il missionario venne assassinato a 31 anni dagli invasori giapponesi perché difendeva ed accoglieva nella sua chiesa gli sfollati cinesi, cattolici e non cattolici, salvando così migliaia di persone che fuggivano dalle violenze dei giapponesi. Secondo le notizie raccolte dall’Agenzia Fides, durante la cerimonia del 17 giugno Mons. Wu ha inaugurato e benedetto la nuova lapide della tomba del missionario. La celebrazione si è svolta tre giorni prima della Giornata Internazionale dei Rifugiati, il 20 giugno. Diversi testimoni hanno ricordato l’eroico comportamento del missionario francescano con fatti toccanti ancora oggi. Secondo Mons. Wu “ha sacrificato la sua preziosa vita all’età di 31 anni per salvare i rifugiati, cattolici e no, dagli invasori giapponesi. Oggi i nostri frutti missionari si devono al suo sangue e al suo sudore. Come cristiani, ma soprattutto noi sacerdoti, religiosi e religiose, dobbiamo seguire le sue orme e quelle di tanti altri pionieri missionari per portare il Vangelo a tutti”. Una nuova lapide è stata posta proprio per mantenere vivo lo spirito di padre Aemilianus, di cui oggi c’è tanto bisogno: l'amore universale e la giustizia. Il Superiore provinciale olandese dei Francescani e l’ex Ambasciatore olandese in Cina, Roland Van den Berg, hanno inviato un telegramma di partecipazione.Padre Aemilianus Van Heel a Leiden, OFM, era nato a Leiden in Olanda, l'8 giugno 1907. Giunse in Cina come missionario nel 1933 e cominciò la sua missione nel villaggio di Shi Tou Ge Ta , a Yuanqu di Chang Zhi, nella provincia di Shan Xi. Era molto amato dagli abitanti, cattolici e non cattolici, parlava bene la lingua cinese, praticava la medicina, accoglieva gli orfani e amava la gente locale, tanto da prendere come nome cinese il più diffuso nel villaggio. In una parola “era sempre pronto a dare tutto per il suo gregge”. Durante l’invasione dell'esercito giapponese a Yuanqu, nel 1938, i militari bruciarono le case, uccisero, rapirono, violentarono e torturarono molte persone. Più di 2.000 donne e bambini si nascosero in chiesa, in cerca di rifugio, grazie al grande coraggio e alla generosità di padre Aemilianus. Il sacerdote aveva organizzato la sistemazione di tutti i rifugiati, alzando i muri di cinta del cortile della chiesa e ampliando la cantina. Affrontò poi i soldati giapponesi che continuavano a compiere violenze contro la popolazione, soprattutto le donne e le ragazze della scuola da lui gestita. Disse ai militari giapponesi: “Finché ci sono io, non porterete via nessuna delle donne o delle ragazze da qui”. I giapponesi lo uccisero brutalmente nella notte dell'8 ottobre 1938.

AMERICA/STATI UNITI - Azione legale per bloccare l'espulsione dagli USA dei caldei e degli altri immigrati iracheni

Detroit – Gli avvocati statunitensi impegnati nella tutela legale degli immigrati e collegati all'American Civil Liberties Union del Michigan provano a bloccare la potenziale espulsione dagli USA di 1400 immigrati iracheni, che potrebbero essere rispediti in Iraq in base alle nuove disposizioni in materia di immigrazione poste in atto dall'Amministrazione Trump. Con un ricorso depositato sabato 24 giugno presso la Corte federale di Detroit, gli avvocati hanno chiesto che le procedure di espulsione siano bloccate, e che al ricorso legale contro il reimpatrio forzato degli immigrati iracheni sia riconosciuto lo status di class action. La vicenda, come riferito dall'Agenzia Fides riguarda in maniera particolare 114 iracheni, in gran parte cristiani caldei, arrestati nell'area di Detroit dai poliziotti dell’Immigration and Customs Enforcement lo scorso 12 giugno. Si tratta per lo più di uomini residenti negli States da decenni. L'operazione fa seguito all'accordo tra Stati Uniti e Iraq, con cui il governo di Baghdad ha accettato di accogliere un certo numero di cittadini iracheni sottoposti all’ordine di espulsione, pur di essere tolto dalla lista nera delle nazioni colpite dal cosiddetto “muslim ban”, il bando voluto del Presidente Donald Trump per impedire l'accesso negli USA ai cittadini provenienti da sei Paesi a maggioranza musulmana considerati come potenziali “esportatori” di terroristi. Alcuni degli arrestati cristiani avevano avuto in passato problemi con la giustizia, elemento che secondo le forze di polizia giustificherebbe la decisione di sottoporli alla misura del reimpatrio forzato in Iraq. Nella giornata di giovedì 22 giugno, il giudice distrettuale Mark Goldsmith aveva sospeso per 14 giorni le procedure di espulsione, periodo durante il quale dovrà decidere se il suo tribunale è competente per deliberare in merito all'intera vicenda. Anche il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako è intervenuto sul caso: in una lettera al Vescovo caldeo Frank Kalabat, alla guida dell'Eparchia di San Tommaso Apostolo a Detroit, il Primate della Chiesa caldea ha espresso solidarietà e vicinanza alle famiglie degli iracheni colpiti dalle disposizioni di espulsione, e auspicato che il governo statunitense trovi adeguata soluzione all'emergenza umanitaria provocata dalle misure di allontanamento, rivolte anche contro padri di famiglia con figli piccoli .

ASIA/INDONESIA - I Vescovi accanto ai leader islamici per la fine del Ramadan: si parla di pace

Semarang – La pace e la convivenza interreligiosa in Indonesia: questo il tema centrale dell’incontro che il neo Arcivescovo Robertus Rubiyatmoko, alla guida della comunità cattolica di Semarang, a Giava centrale, ha avuto in occasione della festa musulmana di Id al-Fitr, momento conclusivo del mese sacro islamico di Ramadan. Come appreso da Fides, l’Arcivescovo ha visitato i leader religiosi e civili musulmani nella Grande Moschea di Java centrale. Accompagnato dal presidente della Commissione diocesana per gli affari ecumenici e interreligiosi, p. Budi Purnomo, Mons. Rubiyatmoko, dopo le preghiere dell’Id-al Fitr, è stato accolto dal vice governatore di Giava centrale, Heru Sudjatmoko e dal presidente della direzione della Grande Moschea, Hajj Noor Achmad. Il discorso si è subito focalizzato sull’urgenza che gli indonesiani, credenti di tutte le religioni, vivano in armonia e pace.L'Arcivescovo Rubiyatmoko ha trasmesso il messaggio di saluto e di auguri pubblicato dalla Santa Sede in occasione dell’Id-al- Fitr, intitolato “Cristiani e musulmani: prendersi cura della nostra casa comune”. L’Arcivescovo ha poi fatto visita al sindaco di Semarang, Hendrar Prihadi, e ad altri importanti funzionari pubblici come il Capo della polizia, e anche al collegio islamico “Mancoro Pesantren”.Come riferito a Fides, anche altri Vescovi indonesiani, come il Vescovo Hendricus Pidyarto Gunawan di Malang e il Vescovo Petrus Canisius Mandagi di Amboina hanno avuto riunioni amichevoli con leader religiosi musulmani in occasione della fine del Ramadan..A nome di tutti i fedeli cattolici indonesiani, l'Arcivescovo di Giacarta Ignazio Suharyo, Presidente della Conferenza episcopale dell'Indonesia, ha pubblicato un video di saluto per l’Id al-Fitr, diffuso dalle tv e dai social media, in cui porge sentiti auguri e auspica che “i cittadini indonesiani siano sempre uniti per costruire un paese all’insegna di armonia e pace”.L'Arcivescovo auspica che la festività sia occasione per “per promuovere un'Indonesia più giusta e prospera, nella stretta collaborazione tra tutti i cittadini, e nella comune volontà di impegnarsi per un futuro radioso della nostra nazione”.

VATICANO - Dichiarazione del Direttore della Sala stampa sul caso di Mons. Pietro Shao Zhumin

Città del Vaticano - In risposta alle domande di alcuni giornalisti sul caso di Mons. Pietro Shao Zhumin, Vescovo di Wenzhou , il Direttore della Sala stampa della Santa Sede, Greg Burke, oggi ha precisato quanto segue:“La Santa Sede segue con grave preoccupazione la situazione personale di Mons. Pietro Shao Zhumin, Vescovo di Wenzhou, forzatamente allontanato dalla sua sede episcopale ormai da tempo. La comunità cattolica diocesana e i familiari non hanno notizie né sui motivi del suo allontanamento né sul luogo dov’egli è trattenuto. A riguardo, la Santa Sede, profondamente addolorata per questo e per altri simili episodi che purtroppo non facilitano cammini di intendimento, auspica che Mons. Pietro Shao Zhumin possa ritornare quanto prima in Diocesi e che gli sia garantito di svolgere serenamente il proprio ministero episcopale. Siamo tutti invitati a pregare per Mons. Shao Zhumin e per il cammino della Chiesa in Cina”.

AFRICA/CONGO RD - “Tutti chiediamo il rispetto dell’Accordo di San Silvestro” invitano i Vescovi

Kinshasa - “L’Accordo di San Silvestro è l’unica mappa stradale, basata solidamente sulla Costituzione, della quale dobbiamo esigere il rispetto e la sua applicazione da parte dei firmatari” affermano i Vescovi della Repubblica Democratica del Congo nel messaggio pubblicato al termine della loro Assemblea Plenaria.“I politici- denuncia il documento giunto all’Agenzia Fides – moltiplicano le iniziative per svuotare l’Accordo del suo contenuto, ipotecando così la tenuta di elezioni libere, democratiche e pacifiche”. L’Accordo firmato il 31 dicembre 2016, con la mediazione dei Vescovi, prevede la formazione di un governo di unione nazionale che porti la RDC alle elezioni generali entro il 2017. Il Presidente Joseph Kabila ha però dato vita ad un governo con solo una parte dell’opposizione . L’empasse politica sta avendo conseguenze disastrose sull’economia nazionale, denunciano i Vescovi: crollo della valuta nazionale e del tasso di crescita, disoccupazione e perdita del potere d’acquisto delle famiglie. I giovani disoccupati vanno ad ingrossare le file dei sempre più numerosi gruppi armati che gettano nel caos e nell’insicurezza vaste aree del Paese. Nel Gran Kasai la popolazione e la stessa Chiesa sono state duramente colpite dagli scontri militari . Secondo i Vescovi, 60.000 congolesi sono stati costretti a rifugiarsi in Angola per sfuggire alle violenze nel Gran Kasai.I Vescovi denunciano la presenza di gruppi armati stranieri nell’est del Paese. “ribelli della LRA, dell’ADF NALU , combattenti sud-sudanesi e altri ancora”.Si segnala la presenza di “mandriani” stranieri in diverse province e i Vescovi si chiedono se “questo fenomeno non faccia parte di un piano di balcanizzazione della RDC”.Anche le recenti evasioni di massa di banditi e guerriglieri dalle prigioni di Kinshasa, di Kasangulu, di Kalemie e di Beni, “rimangono per noi dei grandi punti interrogativi” affermano i Vescovi, lasciando intendere che le evasioni siano funzionali a gettare il caos nel PaeseNon cediamo alla paura e al fatalismo e prendiamo la situazione nelle nostre mani con metodi pacifici” invitano i Vescovi, proponendo in primo luogo di esigere la piena applicazione degli Accordi di San SilvestroIn occasione dell’anniversario dell’indipendenza nazionale, il 30 giugno, la Conferenza Episcopale invita le parrocchie congolesi e le persone di buona volontà ad una giornata di digiuno e preghiera per la Nazione, lanciando parimenti un’iniziativa di assistenza umanitaria per le popolazioni delle aree di guerra.

AFRICA/EGITTO - Al Azhar presenta un disegno di legge contro chi usa la religione per giustificare violenze e campagne di odio

Il Cairo – Gli studiosi dell'Università di al Azhar, principale centro teologico-accademico dell'islam sunnita, hanno sottoposto agli uffici della Presidenza della Repubblica egiziana il testo di una proposta di legge per contrastare le violenze e le propagande di odio settario giustificate in nome della religione. Lo ha riferito lo sheikh Ahmed al Tayyib, Grande Imam di al Azhar, specificando che il progetto di legge punta a riaffermare la totale incompatibilità tra la violenza giustificata con argomenti religiosi e la legge islamica. Il progetto di legge, approvato dagli studiosi di al Azhar e poi presentato alla fine della scorsa settimana ai collaboratori del Presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, punta a ridurre le manifestazioni di odio e di intolleranza promosse da gruppi estremisti e a riproporre il principio di cittadinanza come base di una convivenza pacifica e feconda tra connazionali appartenenti a diverse componenti religiose.Il Comitato che ha lavorato alla bozza del disegno di legge, guidato da Mohamed Abdel Salam - consulente giuridico del Grande Imam di al Azhar – era stato costituito lo scorso 13 maggio, ed era composto da cinque studiosi, specializzati in diversi settori giuridici. Nella stesura della bozza di legge, i membri del Comitato hanno tenuto conto di testi di riferimento universale come la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, oltre che della Costituzione egiziana e delle disposizioni di diritto penale vigenti in Egitto. Il disegno di legge evita di entrare nel dettaglio delle singole pene da infliggere a chi si rende responsabile di istigazione all'odio religioso e dei crimini ad esso collegati, che andranno specificate ad opera dell'autorità giudiziaria. L'iniziativa ha il palese obiettivo di esprimere una netta presa di distanze di al Azhar nei confronti di teorie e propagande che in seno alla comunità islamica giustificano l'odio e la violenza citando il Corano e facendo uso di argomenti religiosi. .

AMERICA/PARAGUAY - Appello di Mons. Medina: il governo ha abbandonato le vittime delle inondazioni

Asunción – Nel giorno della solennità del Sacro Cuore di Gesù, il 23 giugno, il Vescovo emerito della diocesi di San Juan Bautista de las Misiones , Mons. Mario Melanio Medina, ha celebrato la Messa nella scuola Salesianito, e ha esortato i giovani a pregare per il paese, perché "il nostro Paese è ipotecato dai potenti". La celebrazione si è svolta nei campi sportivi della scuola perché centinaia di persone hanno partecipato a questa festa, molto sentita dalla popolazione."Il nostro Paese è ipotecato dai potenti - ha detto durante l'omelia - da coloro che senza battere ciglio e senza dolore ci vendono, da coloro che cercano di fare in modo che in questo paese governino le imprese". Poi Mons. Medina ha ricordato i dipartimenti di Misiones e Ñeembucú, che stanno soffrendo le conseguenze delle inondazioni da mesi, sottolineando la mancanza di "coscienza nazionale". "C'è bisogno dell'intervento delle nostre autorità, con ogni mezzo, per non fare soffrire ancora di più queste persone" ha detto. Ma le parole del Vescovo sono state dure nella conclusione: "Ma questi potenti, credo che riescano a capire poco la situazione che stanno vivendo le vittime delle inondazioni, perché loro sono chiusi in quattro mura con l’aria condizionata e medici di lusso". Circa 35.000 persone sono state colpite dalle piogge continue cadute tra aprile e maggio, e dalle conseguenti inondazioni che hanno interessato il Dipartimento di Ñeembucú , dove 16 distretti sono ancora in una situazione molto grave.

ASIA/CINA - Mons. Giovanni Liu Shigong, instancabile nel servizio alla Chiesa e nella fedeltà al Signore

Jining - Il 9 giugno corrente è deceduto per malattia, all’età di 89 anni, S.E. Mons. Giovanni Liu Shigong, Vescovo di Jining nella Mongolia Interna . Il Presule, nato il 18 agosto 1928 a Wulannao , era entrato in seminario nel 1949 iniziando gli studi presso l’Istituto di Filosofia di Hohhot, che poco tempo dopo venne chiuso. Nel 1952 riprese la formazione nel seminario di Hohhot ed il 15 agosto 1956 fu ordinato sacerdote.Esercitò il suo ministero nella parrocchia di Guyingzi , fin quando in Cina furono vietate tutte le attività religiose. Allora egli fu costretto a dedicarsi ai lavori agricoli per assicurarsi il sostentamento. Durante la Rivoluzione Culturale venne sottoposto, per un certo periodo, ai lavori forzati. Nel 1984, dopo la liberalizzazione delle attività religiose, divenne parroco di Duyingzi e lavorò nelle quattro parrocchie dello Siziwangqi. Il 12 ottobre 1985 fu ordinato Vescovo per la diocesi di Jining. I fedeli e i sacerdoti hanno avuto sempre grande affetto e gratitudine per il suo impegno pastorale e per lo stile di vita esemplare. Fedele alla sua vocazione, egli aveva grande pietà ed è stato instancabile nel servizio alla Chiesa e nella fedeltà al Signore, sia nelle circostanze favorevoli sia in quelle avverse. La diocesi di Jining conta attualmente circa 65.000 fedeli, 29 sacerdoti, 12 suore della Congregazione diocesana del Rosario di Maria, 25 parrocchie e 40 luoghi di preghiera.I funerali del compianto Vescovo Liu Shigong sono stati celebrati il 15 giugno nella Cattedrale della Diocesi. Egli è stato poi sepolto nel cimitero cattolico di Huaershan.

AMERICA/CILE - Consegnato il “Piano Araucania”, per Mons. Vargas “è l'inizio di un percorso di vera giustizia"

Santiago – “Credo che quando il Capo dello Stato, per conto dello stato e del paese, chiede perdono pubblicamente ai popoli indigeni, e in modo particolare questa volta al popolo Mapuche, per le mancanze che ci sono state negli ultimi 150 anni, si tratti di un gesto e un segno deve essere valutato in tutta la sua grandezza, e che ha a che fare con la politica del riconoscimento". Con queste parole Sua Ecc. Mons. Héctor Vargas, Vescovo di Temuco, membro della Commissione per la causa Mapuche al tavolo di dialogo per l'Araucania, ha commentato l'intervento della Presidente del Cile, Michelle Bachelet, che il 23 giugno ha simbolicamente consegnato all’intero popolo cileno l'atteso "Piano per l'Araucanía", con cui si intende porre fine al conflitto storico tra lo Stato e il popolo Mapuche.Il Vescovo ha così commentato il gesto: “sappiamo che il governo ha lavorato alla relazione del comitato consultivo per quattro mesi, per arrivare, infine, alla risposta data venerdì 23 dalla Presidente. Manca ancora di conoscere il resto delle proposte, che non ha esposto nel suo messaggio perché sarebbe stato molto lungo farlo in dettaglio, comunque, dovremo andare a vederle per avere una idea completa. Ma un certo numero di questioni delicate affrontate, penso che rappresentino un progresso".Nella cerimonia della consegna del Piano, la Presidente ha chiesto "perdono al popolo Mapuche per gli errori e orrori commessi o tollerati dallo Stato nel suo rapporto con loro o le loro comunità".Secondo la nota inviata a Fides da una fonte locale, le misure di questo Piano mirano al riconoscimento costituzionale del popolo Mapuche, allo sviluppo produttivo e all'ampliamento dei programmi di risarcimenti per le vittime della violenza. Su quest’ultimo punto la Presidente ha detto nel suo discorso: "Riconosco il dolore e le perdite che hanno colpito tutte le vittime della violenza rurale nella regione in quei momenti in cui non siamo riusciti, come Stato, ad assicurare la pace e a proteggere la loro integrità". Mons. Vargas, conclude la nota, ha detto alla fine: "mancava un gesto del genere, questo può essere molto incoraggiante per tutti noi, è l'inizio di un percorso di vera giustizia". Il Tavolo di dialogo, guidato da Mons. Vargas , è stato fondamentale in questa riuscita .

VATICANO - Papa Francesco: “Non esiste la missione cristiana all’insegna della tranquillità!”

Città del Vaticano – “Non esiste la missione cristiana all’insegna della tranquillità! Le difficoltà e le tribolazioni fanno parte dell’opera di evangelizzazione” ha ricordato il Santo Padre Francesco prima di recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in piazza San Pietro ieri, domenica 25 giugno. Prendendo spunto dal Vangelo del giorno , in cui il Signore prepara i discepoli ad affrontare le prove e le persecuzioni che incontreranno nella loro missione, il Papa ha sottolineato che “Andare in missione non è fare turismo”. “L’invio in missione da parte di Gesù non garantisce ai discepoli il successo – ha spiegato il Papa -, così come non li mette al riparo da fallimenti e sofferenze. Essi devono mettere in conto sia la possibilità del rifiuto, sia quella della persecuzione. Questo spaventa un po’, ma è la verità. Il discepolo è chiamato a conformare la propria vita a Cristo, che è stato perseguitato dagli uomini, ha conosciuto il rifiuto, l’abbandono e la morte in croce… Dobbiamo considerare queste difficoltà come la possibilità per essere ancora più missionari e per crescere in quella fiducia verso Dio, nostro Padre, che non abbandona i suoi figli nell’ora della tempesta. Nelle difficoltà della testimonianza cristiana nel mondo, non siamo mai dimenticati, ma sempre assistiti dalla sollecitudine premurosa del Padre”.Quindi il Papa ha proseguito: Anche ai nostri giorni la persecuzione contro i cristiani è presente. Noi preghiamo per i nostri fratelli e sorelle che sono perseguitati, e lodiamo Dio perché, nonostante ciò, continuano a testimoniare con coraggio e fedeltà la loro fede. Il loro esempio ci aiuta a non esitare nel prendere posizione in favore di Cristo, testimoniandolo coraggiosamente nelle situazioni di ogni giorno, anche in contesti apparentemente tranquilli… il Signore, anche nel nostro tempo, ci manda come sentinelle in mezzo a gente che non vuole essere svegliata dal torpore mondano, che ignora le parole di Verità del Vangelo, costruendosi delle proprie effimere verità. E se noi andiamo o viviamo in questi contesti e diciamo le Parole del Vangelo, questo dà fastidio e ci guarderanno non bene. Ma in tutto questo il Signore continua a dirci, come diceva ai discepoli del suo tempo: “Non abbiate paura!”.”

AFRICA/KENYA - I Vescovi chiedono “elezioni pacifiche e credibili per leader integri”

Nairobi - “Mentre le elezioni generali si avvicinano, vi ricordiamo, fratelli e sorelle, che i principi della democrazia, il rispetto della vita umana e quello reciproco, e il ruolo della Commissione Elettorale Indipendente, sono elementi vitali per la preservazione della pace, prima, durante e dopo le elezioni”: così scrivono i Vescovi del Kenya nella loro Lettera pastorale intitolata “Elezioni pacifiche e credibili per leader integri”.Ad agosto gli elettori keniani sono chiamati ad eleggere il Presidente e a rinnovare il Parlamento. Nella loro Lettera, pervenuta all’Agenzia Fides, i Vescovi esortano i keniani a resistere alla strumentalizzazione del tribalismo a fini politici, a rigettare le violenze e i discorsi incitanti all’odio e a scegliere leader che siano moralmente integri e che difendano i valori della vita e della famiglia.Notando che i cattolici sono presenti in tutti i partiti dello schieramento politico, i Vescovi ribadiscono di non volere offrire indicazioni elettorali, ma solo i criteri in base ai quali gli elettori possono esercitare la loro libera scelta di voto.La Lettera si sofferma sulla piaga della corruzione, “diventata un fardello pesante sull’economia, sulla sicurezza alimentare, l’educazione, il settore sanitario, il governo, la sicurezza, l’impiego e l’accesso alle necessità di base di gran parte dei keniani”. Le autorità hanno arrestato alcuni funzionari corrotti ed hanno recuperato alcune somme sottratte alla collettività ma, secondo i Vescovi, “queste azioni apatiche non portano frutti. La tolleranza della corruzione e il lasciare i cosiddetti “intoccabili” liberi di depredare il denaro dei contribuenti, dimostra quanto sisno deboli le istituzioni e le leadership nella lotta contro la corruzione”.

OCEANIA/AUSTRALIA - La provincia dei Gesuiti disinveste dal combustibile fossile

Canberra - Il superiore provinciale dei Gesuiti dell'Australia, p. Brian McCoy, S.J., si è impegnato, a nome dei gesuiti australiani, a disinvestire dal combustibile fossile. "Alla luce del nostro impegno per la riconciliazione con la creazione, crediamo che il disinvestimento sia un'opportunità etica, preziosa e d'impatto da prendere in considerazione, non solo per la Provincia australiana ma per tutte le imprese australiane" ha affermato il P. McCoy in una dichiarazione pervenuta a Fides, che ha rilasciato in occasione della Giornata mondiale dell'ambiente. P. McCoy ha detto che la Provincia collaborerà a stretto contatto con i suoi amministratori esterni allo sviluppo di strategie di disinvestimento dal combustibile fossile o da industrie più importanti, come specificato nel Rapporto di marzo dell'Istituto Australiano “Climate proofing your investment: Moving funds out of fossil fuels” .

AMERICA/ARGENTINA - Il punto sulla Missione continentale permanente nel Cono sur

Buenos Aires – Si è appena concluso a Buenos Aires, l’Incontro sulla Missione continentale permanente nei paesi del Cono sur: Argentina, Cile, Uruguay, parte del Paraguay e le regioni meridionali del Brasile. L’obiettivo era accompagnare il cammino missionario della Chiesa impegnata nella Missione continentale, nell’orizzonte del Pontificato di Papa Francesco e con lo scopo di iniziare una nuova fase che abbia come protagonisti principali i giovani.Organizzato dalla Segreteria generale del CELAM e dai suoi Dipartimenti di Missione e Spiritualità, delle Vocazioni e dei Ministeri, l’incontro si è svolto dal 20 al 22 giugno, alla presenza del Segretario generale del CELAM, Mons. Juan Espinoza, di Vescovi dei diversi paesi e dai Direttori nazionali delle Pontificie Opere Missionarie.Secondo le notizie pervenute all’Agenzia Fides, la prima giornata è stata dedicata ad una valutazione della Missione continentale da Aparecida ad oggi. I gruppi di lavoro hanno analizzato le dimensioni dell’animazione, della formazione e della cooperazione missionaria. Si è constatata la diversità dei percorsi nei singoli paesi e, in generale, la crescita della sensibilizzazione dell’importanza della missione come parte essenziale di ogni attività pastorale. Sono seguite le riflessioni di Mons. Raúl Biord, Vescovo di La Guaira , su "La missione paradigmatica e programmatica nella vita della Chiesa", e di Fr. Estêvão Raschietti sulla "Formazione missionaria nei seminari, le Università, le Case dei religiosi e i Centri di formazione pastorale dei laici”. I Direttori nazionali delle Pontificie Opere Missionarie hanno quindi illustrato il quadro delle attività missionarie e dei progetti che vengono portati avanti. Mons. Mario Antonio Cargnello, Arcivescovo di Salta, ha presentato la storia dell'evangelizzazione in Argentina.Nel terzo e ultimo giorno dell’incontro sono state sviluppate una serie di linee missionarie per la regione ed è stato redatto un messaggio finale con le conclusioni della riunione che sarà pubblicato a breve. Tra queste indicazioni ci sono: la partecipazione al Congresso Missionario Americano, che si terrà in Bolivia nel 2018; considerare la dimensione della testimonianza per la missione; incoraggiare la formazione missionaria dei seminaristi e dei religiosi; promuovere le occasioni di formazione già esistenti nel continente e un corso online attraverso il CELAM. E’ prevista anche la pubblicazione di un manuale di missiologia per i seminaristi che è in fase di redazione. Si vuole anche diffondere l'esperienza delle "Chiese sorelle" in Brasile, per la cooperazione missionaria tra le diocesi di varie regioni. I paesi membri si sono impegnati a portare avanti la preparazione del Mese Missionario straordinario indetto da Papa Francesco per l’ottobre 2019.E' stato infine valutato come molto positivo questo incontro delle Pontificie Opere Missionarie e dei Dipartimenti specifici del CELAM, per cui se ne promuoverà la continuità per lavorare in una comunione sempre maggiore.

AFRICA/BENIN - Nuova missione degli Orionini in Benin, al confine tra Niger e Nigeria

Malanville - Prenderà il via a settembre a Malanville, città del Benin al confine con il Niger e con la Nigeria, la nuova missione dell'Opera Don Orione in Africa. Malanville è situata nel dipartimento di Alibori, nel nord est del Benin, e conta circa 120.900 abitanti . È conosciuta come centro di scambi commerciali ed è sede di un grande mercato. La popolazione è estremamente eterogenea, con una grande comunità musulmana , seguita da religioni locali e dal cattolicesimo . Nonostante le differenze questi gruppi vivono fianco a fianco in pace.Secondo le informazioni inviate all’Agenzia Fides, la Congregazione orionina è presente in Africa in sei nazioni con circa 200 religiosi. La Provincia religiosa è in piena espansione, e conta un buon numero di religiosi, così da consentire l’apertura di nuove missioni.“Il luogo che ha attirato la nostra attenzione e che facilita la prima installazione in Benin – racconta il Direttore della Provincia africana dell'Opera Don Orione, p. Basile Aka - è la parrocchia ‘Notre Dame du Sacré Cœur’ di Malanville, dove ci sono le strutture per dare inizio all’opera missionaria orionina: la chiesa parrocchiale, l'ufficio, la canonica, la scuola cattolica. Tutto questo fu costruito da uno spagnolo, tornato al suo Paese a causa dell'età. Attualmente lì non ci sono sacerdoti. Il Vicario generale, parroco di un'altra parrocchia deve fare ogni fine settimana più di 200 km per garantire la messa della domenica". Malanville fa parte della diocesi di Kandi, affidata al Vescovo mons. Clet Feliho, conta 11 parrocchie, 18 sacerdoti di cui 3 religiosi, 17 istituti religiosi femminili e 2 maschili.

ASIA/PAKISTAN - L’Arcivescovo Shaw: “Un Ramadan di dialogo e di pace”

Lahore – “Abbiamo vissuto nel periodo del Ramadan un movimento e una campagna interreligiosa di pace, in cui abbiamo piantato alberi di ulivo davanti a chiese cristiane, moschee, madrase, scuole cattoliche e istituti islamici. E’ stata una iniziativa significativa e molto visibile, in cui persone e leader religiosi cristiani e musulmani hanno dato prova di voler lavorare insieme per la convivenza e la pace in Pakistan. Siamo felici che il mese sacro del Ramadan sia stato caratterizzo da questo comune sforzo e desiderio di pace”: lo dice all’Agenzia Fides l’Arcivescovo Sebastian Shaw, che guida l’arcidiocesi di Lahore ed è presidente della Commissione per il Dialogo interreligioso e l’ecumenismo, in seno alla Conferenza Episcopale cattolica del Pakistan. L’Arcivescovo nota a Fides che “il dialogo interreligioso è un sentiero che continueremo a percorrere con convinzione, nonostante le difficoltà e l’esistenza di gruppi radicali o violenti che intendono seminare odio interreligioso”.Alla fine del Ramadan, la festa dell’Id-al Fitr sarà caratterizzata da momenti conviviali organizzati dai leader islamici pakistani, nelle diverse diocesi del Pakistan, cui parteciperanno i cristiani, in segno di solidarietà, condivisione della festa e di "buon vicinato". Tali incontri nel tempo del Ramadan hanno rappresentato l'occasione per mostrare che “il Vangelo insegna a rispondere al male con il bene”, nota l'Arcivescovo, come dimostra un recente episodio: dopo la tragica morte dell’operaio cristiano Irfan Masih , morto perché un medico musulmano si è rifiutato di toccarlo e di curarlo dicendo che era “impuro”, l’associazione che riunisce gli operatori ecologici del Pakistan ha organizzato in una chiesa di Lahore una cena di Iftar , in segno di amicizia e solidarietà con i fedeli musulmani: “Un segno per mostrare la volontà di essere in armonia, nonostante alcuni episodi dolorosi e negativi” nota l’Arcivescovo. “In nome del nostro fratello Irfan Masih, invitiamo tutte le comunità religiose a riunirsi in nome della comune umanità. Siamo uomini e donne creati da Dio nella nostra amata patria. Le nostre religioni ci insegnano ad amare. Camminiamo insieme”, hanno detto i leader cristiani organizzatori dell’evento, invocando il “principio dell'inclusività” e l'unità.Simili iniziative si sono tenute anche nella diocesi di Faisalabad, dove la Commissione diocesana per il dialogo interreligioso ha organizzato nei giorni scorsi una “cena di iftar”, ospitando numerosi leader religiosi musulmani “per rafforzare le relazioni di pace e di armonia tra musulmani e cristiani”. In quest’ occasione p. Nisar Barkat ha letto il Messaggio di auguri di Papa Francesco per il Ramadan.

ASIA/IRAQ - Il Patriarca caldeo: “tristezza e preoccupazione” per la vicenda dei cristiani iracheni che il governo USA vuole espellere

Baghdad - La Chiesa caldea segue da vicino, “con tristezza e preoccupazione”, gli sviluppi della misure giudiziarie con cui gli Stati Uniti d'America si apprestano a allontanare dai propri confini 114 iracheni, in gran parte cristiani caldei, arrestati e colpiti dalla disposizione di espulsione, nel quadro delle nuove misure messe in atto dall'amministrazione Trump per contrastare i flussi migratori provenienti da Paesi del Medio Oriente, considerati a rischio di infiltrazione terroristica.I sentimenti del Patriarcato sono espressi in una lettera che il Patriarca Louis Raphael ha inviato al Vescovo caldeo Frank Kalabat, alla guida dell'Eparchia di San Tommaso Apostolo a Detroit, il Patriarca esprime solidarietà e vicinanza alle famiglie degli iracheni colpiti dalle disposizioni di espulsione, e auspica che il governo statunitense trovi adeguata soluzione all'emergenza umanitaria provocata dalle misure di allontanamento, rivolte anche contro padri di famiglia con figli piccoli, che vivono del lavoro svolto negli USA. Il Patriarca fa notare che molti degli iracheni sottoposti a misure di allontanamento vivevano negli USA da molto tempo, e non possono essere in alcun modo sospettati di rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale statunitense. Nella lettera patriarcale, si riferisce anche che il governo di Baghdad ha dichiarato la propria impossibilità a interferire su quella che rappresenta una “decisione sovrana” di un altro Paese. La vicenda – aggiunge il Patriarca nella sua lettera – può comunque aiutare tutti a cogliere l'importanza di possedere documenti legali che garantiscano il proprio status dal punto di vista giuridico, sottraendo i singoli e le famiglie a ritorsioni e discriminazioni. I cristiani caldei di origine irachena colpiti da disposizioni di espulsione sono stati arrestati a Detroit dai poliziotti dell’Immigration and Customs Enforcement lo scorso 12 giugno. Si tratta per lo più di uomini residenti negli States da decenni. L'operazione fa seguito all'accordo tra Stati Uniti e Iraq, con cui il governo di Baghdad ha accettato di accogliere un certo numero di cittadini iracheni sottoposti all’ordine di espulsione, pur di essere tolto dalla lista nera delle nazioni colpite dal cosiddetto “muslim ban”, il bando voluto del Presidente Donald Trump per impedire l'accesso negli USA ai cittadini provenienti da sei Paesi a maggioranza musulmana considerati come potenziali “esportatori” di terroristi. Alcuni degli arrestati cristiani avevano avuto in passato problemi con la giustizia, elemento che secondo le forze di polizia giustificherebbero la decisione di sottoporli alla misura del reimpatrio forzato in Iraq. Nella giornata di giovedì 22 giugno, il giudice distrettuale Mark Goldsmith ha sospeso per 14 giorni le procedure di espulsione, durante il quale dovrà decidere se il suo tribunale è competente per deliberare in merito all'intera vicenda. .

AMERICA/ANTILLE - Nomina del Vescovo di St. George’s in Grenada

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco ha nominato oggi Vescovo della diocesi di St. George’s in Grenada il Rev.do Clyde Martin Harvey, del clero di Port of Spain, Parroco e Vicario Episcopale del Clero.Il Rev.do Clyde Martin Harvey è nato a Trinidad e Tobago, nelle Antille, il 9 novembre 1948. Ha frequentato le scuole primarie e secondarie nel quartiere di Belmont. Dopo aver scoperto la vocazione sacerdotale, ha seguito l’iter formativo filosofico e teologico nel Seminario Regionale di St. John Maria Vianney and Uganda Martyrs, in Trinidad e Tobago. È stato ordinato sacerdote il 27 giugno 1976.Dopo l’ordinazione sacerdotale ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: dal 1976: Docente di Filosofia, Arcidiocesi di Port of Spain; 1976-1979: Formatore e Vice-Rettore del Seminario Regionale di St. John Maria Vianney and Uganda Martyrs; 1979-1985: Parroco a Morvant e Laventille; 1985: Breve corso di specializzazione all’Università di Lancaster, in Inghilterra; 1985-1988: Studi Superiori nella Graduate School of Theology dell’Università di Berkeley, California; 1988-1996: Parroco a Maloney; 1997-2007: Parroco a San Fernando; 2007-2016: Parroco a Gonzales e Holy Rosary; dal 2011: Vicario Episcopale per il Clero.La Diocesi di St. George’s, eretta nel 1956, comprende l’intero territorio di Grenada e delle Isole Grenadine meridionali , conta oggi una popolazione di 104.000 abitanti, quasi totalmente di etnia Afro-Caraibica. I cattolici sono 40.000 , ma sono in diminuzione. La Diocesi è divisa in 21 parrocchie, 5 delle quali amministrate da un Diacono permanente o da un laico. Ci sono 25 sacerdoti, 14 dei quali religiosi, 7 diaconi permanenti, 5 fratelli religiosi e 34 religiose.

AFRICA/CENTRAFRICA - Violenti scontri a Bria, nell’est del Paese

Bangui - “Purtroppo la situazione in Centrafrica si sta deteriorando nonostante gli accordi di pace firmati il 19 giugno a Roma” riferiscono all’Agenzia Fides fonti missionarie, che per motivi di sicurezza non citiamo, da Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana. “A Bangui la situazione è calma. A destare allarme sono gli scontri in altre aree del Paese. In particolare a Bria, dove i morti sono 40, forse addirittura 100”.Bria, nell’est del Paese, è una città strategica per il controllo delle risorse minerarie dell’area, specie quelle diamantifere. Secondo notizie di agenzia gli scontri nascono da una divisione interna al Front Populaire pour la Renaissance de la Centrafrique , uno dei diversi gruppi armati nati dall’ex alleanza ribelle Seleka. La FPRC ha però negato di esservi implicata e ha invece accusato gli anti balaka di aver assalito la città, dove diverse persone hanno cercato rifugio nella parrocchia cattolica. Il 19 giugno, grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio, 13 gruppi ribelli centrafricani e il governo di Bangui avevano firmato un accordo per il cessate il fuoco immediato. Il problema è che non esiste una forza in grado di farli rispettare. La Missione ONU in Centrafrica che ha dispiegato 10.000 uomini nel Paese, non riesce a controllare tutto il territorio. La MINUSCA inoltre è piagata da scandali come quelli di violenze e abusi sessuali da parte di alcuni suoi appartenenti. Tutto questo ha fatto sì che la popolazione locale ha perso fiducia nei “Caschi Blu”, rendendo più difficile la via per la pacificazione del Paese.

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