Derniers flash de l'agence Fides

AMERICA/NICARAGUA - Preoccupazione dei Vescovi per la violenza contro i diritti dei cittadini

Managua – I Vescovi del Nicaragua condannano la violenta repressione del governo contro i contadini, il 29 e il 30 novembre , che sono stati aggrediti dalle forze anti-sommossa della polizia in Nuova Guinea e in altre località lungo la via che porta a Managua, per evitare che raggiungessero la capitale per partecipare alla marcia in difesa della loro terra, minacciata di sfratto per la costruzione del canale interoceanico."Sia come Chiesa che come Conferenza Episcopale siamo vicini al popolo e siamo coerenti in questo. Non siamo accanto ai potenti, ma vicino alla nostra gente" ha detto Sua Ecc. Mons. Jorge Solórzano, portavoce e Segretario generale della Conferenza Episcopale Nicaraguense . Parlando con alcuni giornalisti ha anche espresso la preoccupazione dei Vescovi per l'ondata di violenza da parte del governo contro i diritti dei cittadini."Questo non è normale, stanno superando il limite. Il popolo deve essere coraggioso, dobbiamo sempre cercare di difendere i diritti e noi siamo con loro... Abbiamo chiesto in diverse occasioni il dialogo, le libere elezioni, ma non ci ha mai ascoltato. Adesso gli chiediamo calma, di non reprimere il popolo" ha esortato Mons. Solórzano.Secondo la nota inviata a Fides, il Segretario generale della CEN ha detto che si sta pensando alla pubblicazione di un documento sull’ondata di violenza che si registra nel paese, e che i Vescovi sono stati invitati ad incontrare Luis Almagro, Segretario generale dell'Organizzazione degli Stati Americani , che si trova in visita nel paese.Dopo gli scontri risultano molti contadini feriti, mentre una gran parte di loro non è riuscita ad arrivare nella capitale per l’intervento violento della polizia. La tensione rimane alta anche perché oggi, giovedì 1 dicembre, è in programma una manifestazione contro il sistema elettorale organizzata dai gruppi politici dell'opposizione e dai movimenti sociali del paese.

AFRICA/EGITTO - Il Parlamento egiziano potrebbe discutere una risoluzione di condanna del Genocidio armeno

Il Cairo – In Egitto prosegue l'iter per sottoporre al voto del Parlamento una risoluzione di condanna del Genocidio armeno. Una bozza di risoluzione – riferiscono fonti armene, citando Armen Mazlumian, presidente del Comitato nazionale armeno in Egitto – ha ottenuto l'appoggio di 337 parlamentari, e verrà presentata alla presidenza dell'assemblea parlamentare per essere sottoposta ai passaggi procedurali previsti per arrivare al voto in aula. A dare inizio al processo per la presentazione di una risoluzione parlamentare è stato un intervento in Parlamento del deputato indipendente Mostafa Bakri, che lo scorso luglio aveva chiesto al governo e all'assemblea parlamentare egiziani di riconoscere la natura genocidiaria dei massacri anti-armeni in Anatolia, iniziati il 24 aprile 1915 con il rastrellamento e l'uccisione di alcune centinaia di intellettuali della comunità armena di Istanbul. Nel 2015, in occasione del centenario del Genocidio armeno, anche in Egitto a quelle tragiche vicende sono stati dedicati diversi libri e alcune trasmissioni televisive. Commemorazioni del Genocidio armeno in occasione del centenario sono state organizzate presso il Parlamento siriano e presso quello iraniano. Ma l'Egitto potrebbe essere il primo Paese a maggioranza islamica a discutere una risoluzione parlamentare di condanna degli stermini anti-armeni di più di un secolo fa. Le possibilità che il Parlamento egiziano si pronunci su tale vicenda storica sembrano favorite dal deterioramento dei rapporti tra Turchia e Egitto, seguiti alla deposizione del Presidente egiziano islamista Mohamed Morsi, anche se negli ultimi tempi da Ankara sono stati inviati segnali distensivi nei confronti dell'attuale leadership egiziana. .

AMERICA/NICARAGUA - Ancora proteste per il canale interoceanico: la polizia respinge i manifestanti

Managua – La polizia ha respinto con proiettili di gomma e gas centinaia di contadini provenienti del sud del Nicaragua che cercavano di raggiungere la capitale questa notte per partecipare ad una manifestazione di opposizione alla costruzione del canale interoceanico. Lo hanno segnalato i leader dei movimenti contadini. "Ci sono molti feriti" ha detto ai giornalisti, senza specificare il numero, l'avvocato Monica Lopez, a capo della fondazione Popol Nah, che sostiene la lotta dei contadini che verrebbero sfrattati dalle loro terre per la costruzione del canale.Mons. Silvio Baez, Vescovo ausiliare di Managua, nel messaggio inviato a Fides chiede "libertà per la manifestazione dei contadini" e allega anche il messaggio della leader contadina Francisca Ramírez che ricorda l'articolo 54 della costituzione politica sul diritto alla mobilitazione.I manifestanti sono arrivati con un convoglio di camion dalla Nuova Guinea, circa 300 km a sud est di Managua. La Nuova Guinea è una zona di montagna nel centro del paese, dove dovrebbe passare il canale interoceanico di 278 chilometri, la cui costruzione il governo ha affidato alla società cinese HKND.

AFRICA/SUDAFRICA - I Vescovi indicono un triduo di preghiera per le vittime degli abusi sessuali

Johannesburg - “Chiediamo perdono per noi stessi e per il nostro clero per non avere fatto abbastanza nel riconoscere il dolore e il trauma fisico, emotivo e psicologico sofferto dalle tante vittime di abusi sessuali per mano di membri della famiglia, della società in generale e all'interno della nostra Chiesa” scrivono i Vescovi della Southern African Catholic Bishops’ Conference nel loro messaggio in risposta all’appello lanciato da Papa Francesco di pregare per le vittime degli abusi sessuali.Nel messaggio si comunica l’indizione di un triduo di preghiera e di digiuno che inizierà la sera di venerdì 2 dicembre e si concluderà con la celebrazione della Messa della II Domenica di Avvento, il 4 dicembre.I Vescovi riconoscono “i propri errori sulle questioni degli abusi sessuali, soprattutto quando non siamo riusciti ad ascoltare il grido di coloro che hanno subito soprusi all'interno delle strutture della Chiesa e per la nostra incapacità di entrare in empatia con il loro dolore”.“Vogliamo lavorare - prosegue il comunicato - con tutte le strutture della società e soprattutto con i nostri sacerdoti, il personale e gli operatori ecclesiali, nella creazione di un ambiente sicuro per i bambini e le persone vulnerabili e nel soddisfare le esigenze della giustizia nel correggere i crimini e gli errori del passato in materia di abusi sessuali”.“Ci impegniamo a seguire le disposizioni dei nostri protocolli ecclesiali in caso d’indagine di abuso sessuale all'interno delle nostre strutture e di attenerci alla legge del Paese in cui sono stati commessi i crimini” concludono i Vescovi.

ASIA/PAKISTAN - A rilento il processo per l'omicidio di Shahbaz Bhatti

Islamabad - La Corte militare anti-terrorismo di Islamabad ha emesso un mandato di comparizione coatta per sette testimoni che non si sono presentati alla sbarra nel processo per l'omicidio del ministro cattolico Shahbaz Bhatti, ucciso il 4 marzo 2011 a Islamabad. I testimoni dovranno presentarsi davanti al giudice nella prossima udienza fissata il 7 dicembre. “Sono passati oltre cinque anni e la giustizia pakistana procede a rilento: gli assassini del ministro cattolico non sono stati assicurati alla giustizia” nota una fonte di Fides. Noto difensore dei diritti umani in Pakistan, Bhatti fu brutalmente assassinato a Islamabad, colpito da otto proiettili, mentre si trovava sulla sua auto, nei pressi della sua abitazione. A rivendicare l'omicidio fu il gruppo terroristico Tehrik-e-Taliban Pakistan che lasciò sul luogo del delitto un volantino che lo definiva “un infedele cristiano”. “Dopo l'uccisione di Bhatti – notano le fonti di Fides a Islamabad – la leadership politica in Pakistan non sta facendo sufficienti passi per chiedere alle autorità di polizia e alla magistratura di assicurare i suoi assassini alla giustizia”. I cristiani in Pakistan temono l’impunità per i killer. Nel 2014 un altro tribunale – prima che il caso fosse trasferito, nel 2015 davanti a una corte militare – aveva liberato su cauzione Umer Abdullah, il principale imputato nel caso di omicidio dell'ex ministro federale. Abdullah, reo confesso per l'omicidio Bhatti, è accusato anche di aver ucciso nel 2013 il procuratore Chaudary Zulfiqar, che era pubblico ministero nel caso di un altro omicidio celebre, quello della leader Benazir Bhutto. Colpito alle spalle dalla guardia del corpo del magistrato, Abdullah è ora paralitico ed è stato rilasciato su cauzione per motivi medici.Tra gli altri sospettati, arrestati per l’omicidio Bhatti, Zia-ul-Rehman è stato assolto a maggio 2012 per mancanza di prove. Ad agosto 2013 Hammad Adil e Muhammad Tanveer, altri due militanti del gruppo “Tehreek-e-Taliban”, sono stati arrestati dalla polizia per il tentato attacco contro una moschea sciita e, nel corso dell'indagine, Adil ha confessato di aver organizzato e compiuto l'omicidio di Shahbaz Bhatti, con l' aiuto di Muhammad Tanveer e Umer Abdullah. Secondo quanto dichiarato agli inquirenti, Adil avrebbe sorvegliato l'abitazione del ministro e predisposto il piano, mentre Tanveer avrebbe procurato i fucili AK-47 e altre armi usate nell'agguato, in cui sono stati sparati, in tutto, 25 colpi sull'auto di Bhatti.

AFRICA/MOZAMBICO - Il conflitto latente con la RENAMO ha finora causato 5.000 sfollati interni e 2.500 rifugiati in Malawi

Maputo - Sono 5.000 gli sfollati nel Mozambico centrale a causa del conflitto politico e militare che vede opposto il principale partito dell’opposizione, la RANAMO e il governo del FRELIMO. A questi si aggiungono i 2.500 rifugiati nel vicino Malawi, secondo gli ultimi dati dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati .La RENAMO è l’ex movimento di guerriglia che ha combattuto nella guerra civile del 1976-1992. Dopo gli accordi di pace di Roma la RENAMO si è trasformato in un partito d’opposizione, ma ha preso le armi nel 2013 per sfidare il FRELIMO che è al potere dall'indipendenza, nel 1975.I ribelli commettono attacchi sulle strade principali e, talvolta, nei villaggi, soprattutto nel centro del Paese, e accusano l'esercito di voler assassinare il loro leader, Afonso Dhlakama, che si nasconde nella sua roccaforte sulla montagna di Gorongosa dall’ottobre 2015.La crisi politica e militare si è trasformata in un conflitto latente, con un picco di tensione all'inizio del 2016, nonostante la ripresa a fine maggio dei negoziati tra RENAMO e governo.

ASIA/TURCHIA - Parlamentare armena presenta un'interrogazione sulle espulsioni di pastori evangelici

Ankara - La parlamentare di origine armena Selina Ozuzun Dogan, appartenente al Partito Popolare repubblicano , ha rivolto al ministro degli interni turco Süleyman Soylu una interrogazione parlamentare sulle autentiche ragioni che, dopo il fallito golpe del 15 luglio, hanno portato ai provvedimenti di espulsione di alcuni pastori delle comunità evangeliche residenti da lungo tempo in Turchia. Tra di loro figurano Ryan Keating, prima residente a Ankara, e Patrick Jansen, che risiedeva a Gaziantep, ambedue espulsi a causa di "attività contrarie alla sicurezza nazionale". Per lo stesso motivo è stato emesso il decreto di espulsione a carico di Andrew Craig Brunson, responsabile della chiesa protestante di Smirne , e di sua moglie Lyn Norine. La coppia, da metà ottobre, risulta in stato di fermo presso il centro espulsione di Harmandali. Secondo la parlamentare del CHP, il governo turco espelle i pastori evangelici di nazionalità statunitense come misura rdi ritorsione per la mancata estradizione di Fethullah Gülen, il predicatore islamico espatriato negli USA dal 1999 e accusato dalla Turchia di essere l'ispiratore del fallito colpo di Stato del 15 luglio. Nell'interrogazione rivolta al ministro dell'interno turco, Selina Ozuzun Dogan ha chiesto di chiarire quali sarebbero le “attività in contrasto con la sicurezza nazionale” con cui vengono motivate le espulsioni dei pastori evangelici. .

ASIA/HONG KONG - Famiglia e matrimonio fondamento della società: lettera pastorale di Avvento del Card.Tong

Hong Kong – “Insieme facciamo sì che la famiglia e il matrimonio cristiano siano il punto di partenza per l’esercizio di una carità operosa” esorta il Card. John Tong Hon, Vescovo della diocesi di Hong Kong, nella sua lettera pastorale per l’Avvento 2016 firmata il 20 novembre, solennità di Cristo Re. Il Cardinale invita a dare più tempo, più amore, più misericordia e perdono alla famiglia, promuovendo la preghiera e l’educazione dei figli per affrontare le sfide sociali di oggi, come il divario tra ricchi e poveri, i conflitti e le contraddizioni, il peso della vita stessa, perché tutti possano godere della vita familiare, dove crescere mentalmente, spiritualmente e fisicamente. “Così saremo degni dell’arrivo del Salvatore!” ricorda il Vescovo di Hong Kong. Nella lettera, ricevuta dall’Agenzia Fides, il Cardinale ripercorre l’Anno Santo della Misericordia appena trascorso, elencando le celebrazioni e le tante iniziative ad Hong Kong. Gran parte della pastorale diocesana è stata dedicata soprattutto alla famiglia, al matrimonio cristiano, alla difesa della vita, alla vita nel grembo materno…. “Negli ultimi 20 anni – scrive il Cardinale -, i fedeli della nostra diocesi si sono resi conto dell’importanza della vita familiare. Io stesso ho condiviso la nostra pastorale matrimoniale e familiare durante il Sinodo speciale dei Vescovi”. Sono stati creati diversi gruppi, ognuno con un tipo specifico di pastorale: per i giovani, per i fidanzati, per le famiglie, “mobilitando le coppie dei fedeli con una solida esperienza di vita matrimoniale”. Dopo la celebrazione del Sinodo sulla famiglia, nella pastorale diocesana è stata data particolare attenzione ai divorziati, accompagnandoli con misericordia nel loro cammino di fede. Il Vescovo di Hong Kong sottolinea ripetutamente nella sua lettera che “la famiglia e il matrimonio sono il fondamento della società”, e la fede aiuta la famiglia ad affrontare le sfide, mentre “l’approfondimento della fede fortifica il legame tra famiglia e matrimonio”.

OCEANIA/PAPUA NUOVA GUINEA - Cinquant’anni di Vangelo a Lae

Lae – Cinquant’anni fa il Vangelo ha messo radici a Lae, capoluogo della provincia di Morobe. Come appreso da Fides, fedeli cattolici, altri cristiani e di altre religioni hanno celebrato l’anniversario in una solenne cerimonia in cui il Nunzio Apostolico in Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, l’arcivescovo Kurian Matthew Vayalunkal, in compagnia di vescovi e sacerdoti, ha celebrato la santa messa per invocare la benedizione del Signore sulla diocesi e ringraziare i missionari per i frutti del loro lavoro nella provincia di Morobe.“Siamo qui riuniti – ha detto all’assemblea riunitasi nei giorni scorsi nella scuola di Santa Maria – per ricordare il 50 ° anniversario della nostra diocesi di Lae. E’ l'occasione giusta per ricordare la storia della Chiesa nel nostro paese. Ci rallegriamo, diamo lode a Dio, e andiamo avanti”.Il vescovo Christian Blouin, alla guida della comunità di Lae, ha ringraziato i “quattro missionari pionieri della diocesi di Lae: p. Anthony Mulderink, uno dei quattro, è qui presente per assistere a questa celebrazione. Vogliamo cogliere l'occasione per ringraziare lui e i suoi confratelli, missionari di Mariannhill”, estendendo poi la gratitudine a tutte le persone di buona volontà, in loco e oltremare. Nei primi anni dell’attività missionaria, non c’erano i moderni mezzi di trasporto o di comunicazione, e “i sacerdoti e le suore hanno affrontato grandi difficoltà”, ha detto.Il vicario generale della diocesi, p. Arnold Schmitt, ha rimarcato: “Il lavoro principale dei primi missionari è stato l'educazione e la formazione delle famiglie cattoliche. Abbiamo continuato a farlo e lo svolgiamo ancora oggi, leggendo i segni dei tempi. Per esempio, ha aggiunto, il numero crescente di ragazzi di strada oggi è preoccupante e stiamo cercando di trovare il modo di affrontare questa e molte altre nuove sfide”.La nascita della comunità cattolica nella provincia di Morobe risale al tempo della corsa all'oro, nel 1927. Tuttavia la circoscrizione ecclesiastica di Lae fu creata da Papa Giovanni XXIII con l’erezione del primo Vicariato apostolico il 18 giugno 1959, affidato alla congregazione dei missionari di Mariannhill, divenuto poi diocesi nel 1966. Oggi la diocesi di Lae conta 35mila battezzati, raggruppati in 16 parrocchie, guidati da 14 preti mentre 28 sono le scuole cattoliche al servizio della popolazione nel territorio diocesano.

AMERICA/ARGENTINA - Un sacerdote e un giornale contro la droga che distrugge i giovani

Cordoba – Padre Mariano Oberlin guida, insieme ai genitori dei ragazzi che hanno avuto seri problemi con la droga, una lotta costante contro questo flagello che colpisce molto duramente la città di Cordoba e il quartiere in cui opera. Dal 2010 è parroco della parrocchia Crucifixión del Señor, nel quartiere Müller, conosciuto come "inferno" per i molti giovani che cadono nella dipendenza della droga e che sopravvivono per strada.Nel primo mese dal suo arrivo in parrocchia morirono 3 giovani a causa della droga. Così, con l’aiuto delle istituzioni provinciali e nazionali, ha costruito una casa molto povera dove oggi vivono 10 ragazzi e altri 10 sono ospiti temporanei, una scuola e due laboratori per imparare un mestiere.Secondo la nota inviata a Fides dal quotidiano di Cordoba "La Voz", il sacerdote conta su pochissime risorse per mantenere questa attività, tra cui lo stesso giornale che insieme al sacerdote denuncia costantemente la situazione d'emergenza dovuta alla mancanza di supporto delle autorità sanitarie e del governo.La droga si spaccia ormai a cielo aperto, ed è quasi normale vedere ragazzi seminudi e dimagriti vagare per le strade o appoggiarsi ai muri delle case perché non hanno più forza né salute. Questo mese 2 ragazzi sono stati portati al pronto soccorso e, dopo molto poco, trasferiti alla casa di padre Mariano. Per le strade, segnala uno studio di "La Voz", si può trovare il "PACO" , pillole, marijuana, cocaina, alcol e altre sostanze stupefacenti.E’ ormai nota la crescita del consumo di droga fra i giovanissimi e la diffusione della droga in tutto il territorio argentino . Un anno fa la Conferenza Episcopale Argentina ha pubblicato il documento "No al traffico di droga, Sì ad una vita piena", in cui chiedeva di riconoscere la droga come "una tragedia nazionale" .

AMERICA/HAITI - “Ogni volta che salviamo una vita umana diamo senso e salviamo la nostra stessa vita” dice un missionario Camilliano

Jérémie - Dopo il passaggio, all’inizio di ottobre, dell’uragano Matthew sull’isola di Haiti, e in particolare sulla cittadina di Jérémie, per far fronte all’emergenza alimentare e sanitaria, prosegue la raccolta e l’invio dei generi alimentari e farmaci. Lo racconta a Fides padre Antonio Menegon, MI, che insieme a p. Massimo Miraglio, che opera nella missione camilliana di Jérémie, ha pianificato interventi importanti per dare risposte concrete alla popolazione così duramente colpita. Tra queste c’è il ripristino delle cliniche mobili per dare soccorso alle popolazioni dell’entroterra che sono le più colpite, mediante una prima fase di distribuzione farmaci e vaccini e una seconda fase di mantenimento delle attività. E’ prevista anche la costruzione di villaggi per dare una casa alle famiglie a cui l’uragano ha portato via tutto e la ricostruzione di un ricovero per anziani, andato distrutto. “Fondamentale - continua il missionario - la ricerca e la costruzione di pozzi per l’acqua potabile, il ripristino di quanto distrutto dall’uragano nella nostra missione.” “Tanti sono i bambini che non ce l’hanno fatta e sono morti durante la furia dell’uragano, tanti altri moriranno a causa del colera per mancanza di acqua potabile; la loro vita ci appartiene, sono nostri figli. Il bene che facciamo loro lo facciamo innanzi tutto a noi stessi, perché ogni volta che salviamo anche solo una vita umana diamo senso e salviamo la nostra stessa vita”.

ASIA/TURCHIA - Niente processo per gli autori delle minacce al giornale armeno Agos

Istanbul – Sono stati rilasciati e non verranno sottoposti a nessun processo i due militanti di un'organizzazione ultranazionalista turca risponsabili di minacce e intimidazioni nei confronti del giornale Agos, settimanale armeno bilingue pubbicato a Istanbul. Lo riferisce lo stesso Agos, nell'ultimo numero pubblicato, confermando che le autorità giudiziarie turche hanno disposto il rilascio dei due responsabili delle intimidazioni perchè le parole e i gesti attribuiti ai due “non rappresentano una vera minaccia”. I militanti ultra-nazionalisti, secondo quanto confermato dall'attuale direttore di Agos, Yetvart Danzikyan, avevano deposto una corona funebre di fiori neri davanti alla redazione del giornale, e avevano pronunciato la frase"Siamo in grado di venire in qualsiasi momento, durante la notte". Le stesse identiche parole – ha fatto notare Danzikyan - erano state pronunciate da ignoti provocatori contro il giornalista di origini armene Hrant Dink, il direttore di Agos che di lì a poco, il 19 gennaio del 2007, fu assassinato fuori dalla sede del giornale. .

AMERICA/VENEZUELA - Ancora nessuna risposta alla Caritas Venezuela sulle medicine ferme alla dogana

Caracas – Ancora nessuna risposta da parte delle autorità alla Caritas Venezuela sulle medicine inviate dall’estero per assistere i casi urgenti della popolazione. La direttrice della Caritas Venezuela, Yaneth Marquez, ha detto ieri a Union Radio, che ad agosto era arrivato un carico di medicine provenienti dal Cile per venire incontro all'enorme domanda della popolazione. "Siamo andati al Sistema di regolamento doganale e di Tasse di frontiera -Seniat- a chiedere di consigliarci per avere le autorizzazioni appropriate. Prima che arrivasse il carico avevano già fatto tutte le pratiche al Ministero della Salute, inviando anche delle lettere all'ufficio dell'Economia e al Vice Presidente della Repubblica dicendo che stava arrivando questo carico, le caratteristiche dei farmaci e perfino dei contenitori per accelerare i permessi per le procedure".Marquez ha aggiunto che il Ministero della Sanità aveva promesso alla Caritas che avrebbe ottenuto i permessi, ma non ha mai avuto una risposta. "La Chiesa è molto preoccupata perché la situazione peggiora e la domanda si moltiplica, mentre le procedure della Seniat stanno diventando complicate, e abbiamo bisogno di un permesso" ha aggiunto.Nel frattempo Feliciano Reyna, Presidente dell'Associazione Azione Solidarietà, ong che lavora nel paese dal 1995, ritiene che se il governo non riconosce la gravità della crisi, sarà molto difficile che gli aiuti internazionali arrivino lì dove sono necessari. "Sappiamo che la Caritas diventa il principale alleato a cui chiunque può pensare per aiutare il Venezuela" ha concluso.

AFRICA/CONGO RD - Milioni di bambini orfani a causa dei conflitti e dello sfruttamento

Goma – Dal 1994 a Goma si continuano a registrare bambini orfani, vittime della violenza che imperversa nel Paese. La denuncia arriva a Fides dal centro “En Avant Les Enfants” INUKA. Secondo INUKA, oltre 4 milioni di bambini hanno perso almeno uno dei genitori negli ultimi venti anni, vittime silenziose dei continui cicli di violenza. Questi poveri perseguitati fanno parte degli oltre 26 milioni di orfani che vivono in Africa centrale e occidentale. Crescono tra gravi conflitti alimentati da ragioni etniche o dalla lotta per lo sfruttamento di minerali preziosi. Ad alimentare il fenomeno ci sono anche la violenza e lo sfollamento forzato delle persone che impedisce a milioni di piccoli di crescere in un ambiente familiare normale. Molti orfani sono costretti a guadagnarsi da vivere, e spesso a prendersi cura dei rispettivi fratelli. Alcuni vengono reclutati da organizzazioni armate o sono vittime dello sfruttamento sessuale.

AFRICA/CONGO RD - L’opposizione apre alla mediazione dei Vescovi e fa importanti concessioni alla maggioranza

Kinshasa - “Incoraggiamo i passi intrapresi dalla CENCO per aprire la strada al vero dialogo tra i figli e le figlie del Paese per evitare il peggio” ha affermato Jean-Marc Kabund, Segretario Generale dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale , che fa parte del Raggruppamento delle Forze politiche e sociali acquisite al cambiamento .I Vescovi stanno cercando di mediare tra “Le Rassemblement” e i firmatari dell’accordo del 18 ottobre, ovvero la maggioranza del Presidente Joseph Kabila e una parte dell’opposizione . L’obiettivo è quello di arrivare ad una sintesi delle posizioni di entrambe le parti. “Quale possa essere questa sintesi rimane ancora un’incognita. Probabilmente sarà il frutto di un ‘compromesso’ in cui ciascuna delle due parti dovrà cedere qualcosa per ottenere qualcos’altro” afferma una nota inviata all’Agenzia Fides dalla “Rete Pace per il Congo”.L’accordo del 18 ottobre prevede la creazione di un governo di unità nazionale guidato da un Primo Ministro proveniente dall’opposizione che ha partecipato al dialogo, con la missione prioritaria di organizzare le elezioni presidenziali entro la fine del mese di aprile 2018. In esecuzione dell’accordo Kabila ha nominato il deputato dell’opposizione Samy Badibanga .“Ci si può chiedere se la nomina di Badibanga possa contribuire alla formulazione di questa sintesi di compromesso. In effetti Samy Badibanga è membro dell’opposizione che ha partecipato al dialogo e, nello stesso tempo, è membro di un partito, l’UDPS, che fa parte del Raggruppamento. Egli potrebbe dunque essere l’anello di congiunzione tra le due parti” afferma la nota.La questione principale rimane il futuro politico di Kabila. Nonostante la Costituzione preveda che non possa ricandidarsi per un terzo mandato, il mancato rispetto della scadenza elettorale per l’elezione di un nuovo Capo dello Stato, viene imputato dall’opposizione ad un tentativo di Kabila di modificare la Carta Costituzionale per cercare di ottenere il terzo mandato.Secondo la stampa congolese “Le Rassemblement” ha fatto importanti concessioni, tra cui l’accettazione di un periodo di coabitazione con Kabila durante la transizione che dovrà condurre ad elezioni trasparenti, senza però la partecipazione del Presidente uscente.

AFRICA/EGITTO - Jihadisti egiziani accusati di coinvolgimento nella strage dei copti trucidati in Libia

Il Cairo – La giustizia egiziana ha accusato alcuni connazionali ritenuti in contatto con i jihadisti dell'auto-proclamato Stato Islamico di essere coinvolti nella strage di 21 egiziani copti trucidati in territorio libico nell'inverno 2015 . Gli accusati fanno parte di un gruppo di 20 egiziani già sotto processo con l'imputazione di aver operato per creare una “cellula” terrorista egiziana affiliata al Daesh nel governatorato di Matruh, e di esser passati nei campi d'addestramento militare gestiti dai jihadisti in Libia. L'aggiunta della nuova accusa appare significativa per la motivazione che il Pubblico Ministero ipotizza all'origine dell'orrendo eccidio perpetrato su una spiaggia libica: i 21 cristiani copti – sl legge nella motivazione dell'accusa, riportata dalla stampa egiziana – sarebbero stati trucidati “per indurre l'esercito a intervenire militarmente” nel conflitto contro le milizie jihadiste affiliate a Daesh che controllavano parte del territorio libico. In effetti, all'alba del 16 gennaio 2015, a poche ore dalla diffusione online del macabro video dell'esecuizone dei 21 copti, aerei dell'esercito egiziano avevano attaccato e bombardato postazioni dei jihadisti in Libia, soprattutto nell'area di Derna. “La vendetta per il sangue degli egiziani – era scritto in un comunicato diffuso delle forze armate egiziane in merito ai raid compiuti in territorio libico - è un diritto assoluto e sarà applicato”. L'Egitto – si leggeva nel testo – rivendica il diritto di difendere la propria sicurezza e stabilità dagli atti criminali compiuti da “elementi e formazioni terroriste all'interno e all'esterno del Paese”. I 21 copti trucidati erano stati rapiti in Libia all'inizio di gennaio 2015. “Il video che ritrae la loro esecuzione - riferì dopo il massacro all'Agenzia Fides Anba Antonios Aziz Mina, Vescovo copto cattolico di Guizeh - è stato costruito come un'agghiacciante messinscena cinematografica, con l'intento di spargere terrore. Eppure, in quel prodotto diabolico della finzione e dell'orrore sanguinario, si vede che alcuni dei martiri, nel momento della loro barbara esecuzione, ripetono ‘Signore Gesù Cristo’. Il nome di Gesù è stata l'ultima parola affiorata sulle loro labbra. Come nella passione dei primi martiri, si sono affidati a Colui che poco dopo li avrebbe accolti. E così hanno celebrato la loro vittoria, la vittoria che nessun carnefice potrà loro togliere. Quel nome sussurrato nell'ultimo istante è stato come il sigillo del loro martirio”. .

EUROPA/SPAGNA - Da 10 anni una mano tesa alle donne costrette alla prostituzione

Siviglia – "Al Alba", il centro di accoglienza e sostegno per le donne che si trova a Siviglia, compie dieci anni, durante i quali ha accolto 2.107 donne. Il centro lavora secondo gli scopi che portarono alla fondazione delle Suore Oblate del Santissimo Redentore: dare un riparo alle donne che erano state spinte alla prostituzione come mezzo di sussistenza e reinserirle nella società. Ancora oggi sono numerose le donne vittime di prostituzione forzata, del traffico di esseri umani e delle situazioni di disuguaglianza e di esclusione sociale. In questo centro vengono aiutate a recuperare in primo luogo la loro dignità, formandole all’autonomia, all'indipendenza e all'occupazione, dando loro fiducia e speranza, oltre che alternative concrete.Il centro "Al Alba" è stato inaugurato il 21 dicembre 2006 da un gruppo di donne spagnole e latino-americane. "Nel corso degli anni non è cambiato il suo profilo, ma l'origine delle donne: adesso la maggior parte sono nigeriane, ma vengono anche dall’Europa orientale, dall’America Latina e dalla stessa Spagna" dice la superiora, nella nota pervenuta a Fides. Il suo lavoro si svolge con quattro fasi di intervento: il primo passo è la formazione, con l'insegnamento dello spagnolo, più lo svolgimento di lavori sociali e la manutenzione della casa. Il secondo è la consapevolezza, "allora riescono ad andare a scuola, nei collegi, o all’università, ad incontri con gli assistenti sociali".Il terzo intervento avviene nei luoghi dove si esercita la prostituzione: due squadre si avvicinano alle donne per tentare un approccio, entrare in contatto.... Il quarto è un "intervento socio-educativo con i bambini, offrendo alle donne uno spazio per assistere i loro bambini, in modo particolare i bambini più piccoli in età scolare ".

AFRICA/CENTRAFRICA - Un anno fa la visita di Papa Francesco, l’11 dicembre Messa presieduta dal Card. Nzapalainga

Bangui - “C’è veramente un prima e un dopo la visita di Papa Francesco” dicono all’Agenzia Fides fonti della Chiesa nella Repubblica Centrafricana ad un anno dalla visita di Papa Francesco, dal 29 al 30 novembre 2015 .“Nonostante le difficoltà che stiamo attraversando, la gente ringrazia ancora per l’amore che il Santo Padre ha dimostrato e continua a dimostrare nei confronti di questo Paese. Le stesse elezioni pacifiche che hanno permesso l’elezione del nuovo Presidente sono considerate come un dono di questa visita. La nomina a Cardinale dell’Arcivescovo di Bangui, Mons. Dieudonné Nzapalainga, è vista come un’attenzione in più del Santo Padre nei confronti del Paese”.In ricordo dell’evento, l’11 dicembre è prevista una Messa di ringraziamento presieduta dal neo Cardinale Nzapalainga.

ASIA/SRI LANKA - L'apostolato è orientato alla riconciliazione nazionale

Colombo - La Chiesa cattolica in Sri Lanka sostiene i "passi di riconciliazione" avviati dal governo azionale dopo la guerra civile: lo ha detto a Fides il Vescovo Harold Anthony Perera, che guida la diocesi di Kurunegala, ed è presidente della Commissione nazionale "Giustizia, pace e sviluppo umano". Il Vescovo ha ricordato che il paese "ha vissuto una guerra civile lunga e amara" , iniziata nel 1983, derivante da tensioni etniche fra la maggioranza singalese e la minoranza tamil, stanziata nel nord-est dell'isola.Dopo oltre 25 anni di violenza, il conflitto si è concluso nel maggio 2009, quando le forze governative hanno conquistato l'ultima zona controllata dai ribelli delle Tigri Tamil . A sette anni dalla fine del conflitto, recriminazioni su abusi da entrambe le parti continuano.Il governo del presidente Maithripala Sirisena, salito al potere nel 2015, "ha messo in atto sforzi concertati per la riconciliazione nazionale", ha detto il Vescovo Perera, aggiungendo che questo processo ha "il pieno sostegno della Chiesa"."Cooperiamo con il governo in questo processo di riconciliazione per il bene comune della nazione" ha detto a Fides mons. Perera.Il paese ha una popolazione di 21,2 milioni di abitanti, a maggioranza buddisti . I cristiani sono circa il 6%, mentre indù e musulmani sono altre minoranze religiose.La Chiesa cattolica in Sri Lanka, rileva il presidente, "è doppiamente benedetta perché noi abbiamo battezzati che appartengono sia alla comunità singalese, sia alle comunità tamil". Dato questa presenza di fedeli singalesi e tamil, la comunità cattolica può essere "un elemento catalizzatore di armonia, pace, riconciliazione e fratellanza in una società pluralista" rimarca La Commissione nazionale per la giustizia, la pace e lo sviluppo umano della Conferenza episcopale dello Sri Lanka ha avviato numerose iniziative innovative per contribuire alla riconciliazione. Tutto l'apostolato, nel complesso, che include attività come istruzione, sanità, sviluppo sociale e altre attività pastorali "è orientato alla riconciliazione del paese", aggiunge il Vescovo.Le misure di riconciliazione adottate dal governo rappresentano "una strada giusta", anche se "è un processo che richiede tempo per dare frutti concreti e risultati a lungo termine" prosegue. La Chiesa è fiduciosa: "A lungo andare, il paese saprà riassaporare il gusto della pace e della riconciliazione, che aprirebbe la strada a uno sviluppo integrato e sostenibile della popolazione”, nel paese, nota, "vi sono molte persone di buona volontà che attraversano i confini di religione o differenze etniche e costruiscono ponti: questo intensifica il processo di pace e riconciliazione e costruisce il bene comune del paese. La Chiesa si impegna a svolgere il suo ruolo in modo costruttivo" conclude .

EUROPA/ITALIA - Don Andrea Santoro: uomo, credente, pastore e testimone del Vangelo

Roma – “Quanto è accaduto quel 5 febbraio di dieci anni fa nella chiesa di Trabzon ha commosso e ferito ben al di là dei confini della Diocesi di Roma e del Vicariato di Anatolia in Turchia, ma è una ferita da cui sta germogliando bene spirituale per molti, come ha ricordato anche Papa Francesco nel corso di una udienza generale. Su questi segni dello Spirito la Chiesa di Roma è chiamata a interrogarsi e riflettere, ma ciascuno di noi deve alimentare la fiammella accesa nel cuore dal Signore anche grazie al sacrificio di don Andrea”. Sono le parole del Card. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, durante la Celebrazione Eucaristica che ha presieduto ieri nella Basilica di Santa Croce di Gerusalemme a Roma, a conclusione delle iniziative indette nel X anniversario della morte di don Andrea.Don Andrea Santoro, parroco e poi sacerdote Fidei donum della Diocesi di Roma, venne ucciso a Trabzon il 5 febbraio 2006 mentre era raccolto in preghiera nella chiesa di Sancta Maria Kilisesi, che gli era stata affidata. Nel 2003 aveva fondato l’Associazione “Finestra per il Medio Oriente”: un gruppo dedicato allo studio, alla preghiera ed al dialogo per far incontrare il mondo occidentale ed il Medio Oriente .Il Card. Sandri ha sottolineato nella sua omelia che don Andrea “ha saputo accendere il fuoco della Parola di Dio e della carità nelle comunità che ha guidato, ma ha voluto ripercorrere a ritroso la via delle scintille apostoliche che ci hanno portato il Vangelo, recandosi lui stesso, come sacerdote fidei donum di questa Diocesi, in Oriente. Gli appuntamenti che sono stati organizzati in collaborazione col Vicariato di Roma in questo anno ci hanno consentito di mettere a fuoco i tratti salienti del suo profilo di uomo, credente, pastore e testimone del Vangelo”.In questi dieci anni trascorsi dalla sua morte violenta, molti hanno voluto conoscere e approfondire la sua figura e la sua spiritualità, “ma ciò che colpisce – ha sottolineato il Cardinale - è come anche persone che non avevano mai avuto nulla a che fare con lui si sono avvicinate, o qualcuno, come sacerdote, ha voluto ripercorrerne i passi verso Oriente”.

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