Derniers flash de l'agence Fides

ASIA/IRAQ - Si allarga il confronto tra i cristiani sul futuro della Piana di Ninive.Patriarca caldeo:ne parli solo chi ci vive

Mosul – Tra i cristiani iracheni crescono le discussioni e anche le divisioni intorno alla futura sistemazione politico- amministrativa della cosiddetta Piana di Ninive, regione da poco sottratta all'occupazione jihadista dell'auto-proclamato Stato Islamico, considerata un'area di radicamento tradizionale delle comunità cristiane della Mesopotamia. Ma a giudizio del Patriarca caldeo Louis Raphael Sako, il diritto a decidere del futuro della Piana di Ninive va riservato sostanzialmente “alle persone indigene di quella regione, verificando se esistono anche partiti politici che davvero le rappresentano nelle loro aspirazioni”. Così il Primate della Chiesa caldea è intervenuto nuovamente su una questione che continua ad alimentare confronti accesi in seno a sigle politiche e organizzazioni che si contendono la rappresentanza politica delle sempre più esigue comunità cristiane presenti in Iraq. In un messaggio condiviso anche dagli altri Vescovi caldei, il Patriarca Sako ha manifestato apprezzamento per i consigli e l'interessamento manifestato per il futuro della Piana di Ninive da quanti hanno lasciato il Paese da molti anni e vivono nelle comunità caldee in diaspora, ma ha affermato con fermezza che costoro non possono pretendere di avere un ruolo determinante su tale questione, perché “sono lontani dalla situazione presente” e dalle reali preoccupazioni adesso condivise dagli abitanti di quell'area. Se c'è da ridisegnare la mappa della Piana di Ninive – ha rimarcato il Patriarca nel suo intervento, diffuso dai media del Patriarcato e pervenuto all'Agenzia Fides - gli abitanti cristiani di quell'area devono riconfigurarla insieme ai loro conterranei musulmani e delle altre comunità religiose, senza farsi condizionare da “agende elaborate all'estero o da interessi meschini”. Il Primate della Chiesa caldea ha anche rinnovato l'invito a “rimanere realisti, dopo tutto quello che si è sofferto” considerando paradossale che la discussione sul futuro assetto politico-amministrativo della Piana di Ninive avvenga senza tener conto della preoccupante situazione di fatto in cui si trova la gran parte dei cristiani di quella regione, le cui case sono state demolite o danneggiate durante l'occupazione jihadista e le operazioni militari che ne hanno determinato la fine. La necessità di discutere insieme per trovare una posizione condivisa, confrontandosi sia con il governo centrale di Baghdad che con i governi locali e regionali, compreso quello della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, secondo il Patriarca Sako non esclude a priori la possibilità di chiedere forme di tutela internazionale sull'area, che rassicurino le popolazioni rese incerte e timorose da quanto hanno dovuto subire negli ultimi anni. Il messaggio diffuso dal Patriarca caldeo segue di pochi giorni la Conferenza sul futuro dei cristiani in Iraq organizzata a Bruxelles, presso la sede del Parlamento Europeo, su iniziativa del parlamentare europeo Lars Adaktusson, esponente del Partito cristiano democratico svedese. Alla Conferenza hanno preso parte diverse sigle e organizzazioni politiche animate da militanti cristiani iracheni, insieme a due Patriarchi delle Chiese d'Oriente presenti in Iraq, il siro ortodosso Ignatius Aphrem II e il siro cattolico Ignatius Youssif III Younan. Altri Partiti che rivendicano la rappresentanza politica delle comunità cristiane irachene, come l'Assyrian Democratic Movement, hanno invece boicottato l'evento. “Tutti i partiti presenti” ha dichiarato Adaktusson alla fine della Conferenza “hanno sottoscritto un documento finale di importanza storica. Essi adesso concordano sul fatto che la Piana di Ninive, nell'Iraq settentrionale, debba diventare una provincia con un livello di auto-governo entro il quadro della Costituzione irachena. Nel lungo periodo, il proposito perseguito è quello che l'area diventi una provincia con un livello ancor più elevato di autonomia”. Un altro episodio aiuta a cogliere interessi e giochi politici che si stanno muovendo intorno al futuro assetto politico-amministrativo delle regioni del nord-Iraq liberate da Daesh: nei giorni scorsi, l'Arcivescovo caldeo di Kirkuk, il domenicano Yousif Thomas Mirkis, ha reso una visita di cortesia alla sede locale del Partito Democratico del Kurdistan, in occasione della fine del Ramadan, e subito i media locali curdi hanno riferito che in tale frangente l'Arcivescovo caldeo aveva espresso il suo favore per il referendum indipendentista convocato dal governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, in programma il prossimo 25 settembre. Lo stesso Arcivescovo ha dovuto diffondere una dichiarazione di smentita, riferendo che durante l'incontro con i membri del Partito democratico del Kurdistan non erano state trattate in nessun modo questioni di carattere politico. .

ASIA/INDIA - Attacchi mirati contro le minoranze musulmane: preoccupa il clima di intolleranza nella società

New Dehli – “Gli attacchi contro le minoranze sembrano divenuti la norma. In tutta l'India, numerosi musulmani sono stati attaccati da folle, spesso istigate da messaggi su WhatsApp, che accusano i musulmani di uccidere i bovini, animali sacri per gli indù, e consumarne la carne. Mohammad Akhlaq stava riposando quando una folla ha fatto irruzione in casa sua a Delhi e lo ha linciato. Nei giorni scorsi il 17enne musulmano Junaid è stato aggredito, accoltellato e lasciato morire dissanguato in una stazione ferroviaria. Anche questo senza alcun motivo apparente. La situazione è preoccupante”: lo dice all’Agenzia Fides Ramesh Menon, navigato giornalista e analista di Delhi, in passato condirettore di “India Today”.Il giornalista esprime il suo sconcerto: “Non si può assistere a uccisioni mirate di musulmani in nome di un precetto religioso, come se fosse una cosa normale. Le alte autorità politiche dovrebbero dire che questo non è ammissibile e che i colpevoli saranno puniti severamente, ma ci sono voluti dei giorni e forti proteste popolari nella capitale prima che un ministro dell'Unione condannasse ufficialmente l'uccisione”. Spiega Menon: “Questa non è l'India che vogliamo. Questa non è la politica che milioni di persone hanno scelto quando hanno votato il Baratiya Janata Party, sotto la guida del Primo ministro Narendra Modi. Ha promesso che il paese avrebbe compiuto un balzo in avanti economicamente, stroncando l'inflazione e creando posti di lavoro, sradicando la corruzione. Ci ha fatto sognare una nuova India, dicendo che era giunto il momento di cambiare. Ma è questo il cambiamento che volevamo?”L’omicidio di Junaid ora “viene derubricato a incidente che accade una tantum, niente di così grave” prosegue. “A dire il vero, ,ci sono stati una serie di omicidi di innocenti, soprattutto di indiani musulmani, legati alla macellazione dei bovini o con altri pretesti. Tutti impuniti. I musulmani indiani oggi vivono nella paura”. Uccisioni extra giudiziali in nome della protezione delle vacche continuano a verificarsi in Uttar Pradesh, Jammu e Kashmir, Rajasthan, Jharkhand, Haryana, Madhya Pradesh e Assam. Menon osserva: “È una realtà che deve preoccupare tutti noi. Dove sta andando la società? Una religione può giustificare un omicidio? L’induismo è sopravvissuto per secoli grazie ai suoi punti di forza come la sua profonda filosofia olistica, non come religione radicale. La tolleranza era il suo fulcro. Il linciaggio di un ragazzo innocente musulmano deve scuotere le coscienze o tali crimini si verificheranno ancora”, conclude.Nei giorni scorsi 65 ex alti funzionari statali in pensione hanno diffuso una petizione pubblica per denunciare il crescente autoritarismo del governo del Bharatiya Janata Party di Narendra Modi e l’intolleranza religiosa diffusa nella società, soprattutto a scapito dei musulmani. La lettera richiama le istituzioni a garantire "imparzialità, neutralità e impegno a favore della Costituzione”, riportando con preoccupazione il clima di violenza settaria che si vive nella società indiana. Tra i fenomeni citati, quello dei cosiddetti “vigilantes” che intendono assicurare la protezione dei bovini, che commettono abusi, violenze, omicidi "nella massima impunità o con la complicità degli apparati dello stato”.

AMERICA/BRASILE - Card. Da Rocha: “La corruzione uccide! Gli interessi di mercato non sono motivi per sacrificare il popolo!”

Brasilia – Non è la prima volta che i Vescovi del Brasile mettono in guardia sulle riforme economiche del governo, ma il Presidente della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile , il Card. Sergio da Rocha, è stato particolarmente diretto: "Gli interessi di mercato non sono motivi per sacrificare il popolo!" ha detto.In una breve intervista alla stampa locale rilasciata il 2 luglio, il Presidente della CNBB, Cardinale Arcivescovo di Brasilia, ha spiegato che la CNBB sta discutendo sulla crisi brasiliana: “La crisi politica non deve continuare! La CNBB non si pronuncia sulla situazione del Presidente Michel Temer, seguendo la tradizione di non commentare i governi e i partiti in modo diretto, ma stiamo seguendo da vicino gli sviluppi della crisi e le alternative”.“La crisi politica si è aggravata dalle denunce contro il presidente - ha ribadito il Cardinale - e non si può accettare che il gruppo di governo continui frettolosamente ad ignorare tutto, a far finta di niente, per giustificare la votazione di progetti o dare come pretesto che il paese deve andare avanti. Dobbiamo ricordare che la corruzione uccide, perché la mancanza di risorse nega alla popolazione la salute, l’educazione, l’alimentazione e il lavoro”.Le dichiarazioni del Card. da Rocha sono espresse proprio quando il senato, questa settimana, deve discutere e votare la legge sulla riforma del lavoro, e l’opinione pubblica continua a fare pressione per il caso di corruzione che ha coinvolto lo stesso presidente Michel Temer. L’attuale presidente del Brasile spinse per l'impeachment contro Dilma Rousseff, ma ora lui stesso potrebbe esserne colpito.Il Brasile, che viene da una forte recessione economica, ha dovuto affrontare due scandali internazionali: Petrobras e Odebrecht, che hanno provocato la destituzione di Dilma Roussef. Ancora una volta la corruzione coinvolge la governance del paese. Secondo la stampa internazionale, questa crisi legata alla corruzione non sembra avere una via d’uscita senza gravi conseguenze, in quanto se Temer lascia potrebbe essere disposto a parlare di ciò che è successo in Brasile nel corso degli ultimi decenni.

AMERICA/CILE - Povertà, discriminazione, matrimoni infantili tra le piaghe dell’America latina

Santiago del Chile – La percentuale di adolescenti incinte in Cile è più alta nella popolazione afrodiscendente e indigena. Ad aggravare il fenomeno influisce anche la componente etno-razziale. I dati sono stati resi noti dai rappresentanti della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi nel corso dell’incontro Every Woman, Every Child, organizzato a Santiago con l’obiettivo di cercare una strategia globale sanitaria per donne, bambini e giovani latinoamericani per il periodo 2016-2030. Secondo le informazioni pervenute a Fides, in America Latina attualmente circa 75 milioni di persone sono indigenti e 185 milioni vivono in condizioni di povertà. Questa condizione di precarietà colpisce prevalentemente le donne, il 40% della popolazione più povera, principalmente perchè non hanno un reddito proprio. Tra bambini e adolescenti, il 42,5% vive in condizioni di povertà e il 20,8% in condizioni di povertà estrema dalla nascita fino ai 14 anni di età. Un altro fattore di disuguaglianza e discriminazione che coinvolge le donne è rappresentato dalla mortalità materna, che arriva a 529 mila casi all’anno nel mondo. Di questi, il 99% si registra nei Paesi più poveri, per complicazioni associate alla gravidanza e al parto, alla violenza intra-familiare e a quella sociale. Il matrimonio infantile e precoce in America latina e Caraibi riguarda il 4 % delle donne che si sposano prima dei 15 anni di età e un quarto della popolazione che si accoppia prima dei 18 anni. Le autorità locali sono anche preoccupate per il lavoro minorile che vede coinvolti tanti minori in queste condizioni in Paesi come Brasile, Messico e Perù, e alte percentuali in altri come Haiti, Bolivia e Paraguay. Occorrono politiche universali sanitarie, concentrate su infanzia, adolescenza e donne, come programmi nazionali di educazione e mezzi per superare la povertà.

AFRICA/GHANA - I laici devono intensificare il loro apporto alle attività pastorali e assistenziali della Chiesa

Accra – I laici del Ghana dovrebbero intensificare il loro coinvolgimento nelle attività pastorali della Chiesa aiutando i sacerdoti a dare un adeguato sostegno spirituale ai fedeli e a tutte le persone che ne hanno bisogno. La richiesta è venuta da p. Simon Kofi Appiah, docente all'università di Cape Coast, durante il Seminario estivo per i Laici dell’arcidiocesi di Accra, che ha visto riuniti oltre 400 partecipanti di tutte le parrocchie. Secondo le informazioni pervenute a Fides dall’agenzia Canaa, p. Appiah, responsabile della Settimana di studio per i Laici, ha affermato che i laici potrebbero esplorare modi diversi per promuovere la presa di coscienza dei propri doveri nelle comunità. Ha esortato quindi i laici a partecipare ai programmi di formazione per comprendere l’importanza del loro ruolo nel ministero pastorale della Chiesa.Un maggiore impegno dei laici deve portare anche ad una maggiore sensibilità verso i bisogni dei deboli, degli ammalati, di quanti sono soli e di coloro che conducono la loro vita al margine delle società, informandone i Consigli pastorali e i sacerdoti.Al Seminario, organizzato per lanciare la Settimana diocesana dei Laici, è intervenuto come relatore anche Augustine Acheampong Otoo, laico impegnato nella parrocchia di St. Martha a Kasoa, il quale ha invitato i laici ad amarsi gli uni gli altri e a farsi carico dei bisognosi nella Chiesa e nella società, per portare consolazione a molti e collaborare con i sacerdoti, senza comunque sostituirli. Ha anche chiesto l'unità degli obiettivi da perseguire tra la gerarchia della Chiesa e i fedeli laici, garantendo il rispetto reciproco.

AFRICA/ETIOPIA - “Ferma il contagio”: campagna di lotta al tracoma

Addis Abeba – Nel mondo ci sono 2 milioni di persone non vedenti a causa del tracoma, un’infezione degli occhi che si diffonde in condizioni igieniche precarie attraverso il contatto, basta un bacio o una carezza. In Etiopia su 91 milioni di persone, circa 1 milione è cieco e 4 milioni sono ipovedenti. Nella Regione Amhara, 1 bambino su 2 se non curato rischia di diventare cieco. Per fermare questa malattia subdola e dolorosa, da oltre tre anni CBM Italia Onlus lavora, nel Paese africano, al fianco dell’Organizzazione Mondiale della Sanità applicando la strategia SAFE . Secondo la nota inviata a Fides, SAFE è articolata in 4 fasi: trattamento medico chirurgico della trichiasi, distribuzione di antibiotici per curare l’infezione, educazione alla corretta pulizia e igiene del viso e del corpo, miglioramento delle condizioni igienico-ambientali. CBM Italia, inoltre, ha appena lanciato la campagna “Ferma il contagio”. Tra i nuovi obiettivi quello di curare 13.500 persone, distribuire antibiotici ad almeno 450 mila persone a rischio di contagio, costruire 150 nuovi pozzi e sistemi idrici per dare una fonte di acqua pulita a 90 mila persone e sensibilizzarne 67.500 sulle pratiche igieniche.

AMERICA/COLOMBIA - I Vescovi rinnovano l’appello per la liberazione di suor Gloria, coinvolti 4 paesi

Bogotà – Dopo aver appreso del video in cui appare la religiosa colombiana suor Gloria Cecilia Narváez, rapita da Al Qaeda in Mali, il 7 febbraio scorso , il Presidente della Conferenza Episcopale della Colombia, Sua Ecc. Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, si è rallegrato perché la suora è viva, e ha detto che la Chiesa colombiana farà una richiesta alle organizzazioni internazionali per arrivare al suo rilascio al più presto."La nostra Assemblea dei Vescovi, che inizia lunedì 3 luglio, sarà per noi l'occasione per effettuare un appello internazionale a tutti gli organismi e a coloro che hanno rapito la suora. Si tratta di una religiosa e anche di una colombiana, quindi speriamo che dal lato della diplomazia si riesca ad ottenere qualcosa" ha detto Mons. Castro Quiroga intervistato da Radio Blu. Il Presule ha osservato che i paesi coinvolti per il rilascio della religiosa sono quattro: Francia, Spagna, Mali e Colombia.La nota pervenuta a Fides informa anche che la Congregazione delle Suore Francescane di Maria Immacolata, comunità a cui appartiene suor Gloria Cecilia, ha chiesto un pronto intervento del governo nazionale colombiano per intensificare le ricerche della religiosa.Suor Gloria è stata rapita la sera del 7 febbraio a Koutiala, nel sud del Mali, in una zona considerata tranquilla, non ancora toccata dall’insicurezza che colpisce altre zone del paese. Intorno alle 21 un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella parrocchia di Karangasso, sequestrando la suora e fuggendo con l’autovettura della parrocchia, portando via denaro e computer. Al momento del rapimento gli uomini che prelevarono la suora dichiararono di essere jihadisti.

ASIA - Il Cardinale D’Rozario: “Donne, famiglie e giovani in Asia: testimoni del Vangelo”

Dacca – “Le donne e le famiglie in Asia testimoniano il Vangelo nonostante le molte sfide e difficoltà”: lo dice a Fides il Cardinale Patrick D'Rozario, CSC, Arcivescovo di Dacca e Presidente dell'Ufficio per il laicato e la famiglia, in seno alla Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia . “Nei paesi asiatici come Bangladesh, Cambogia, India, Malesia, Corea del Sud, Singapore, ci sono famiglie e donne che, nella loro vita quotidiana, subiscono minacce e abusi, ma che rendono una eroica testimonianza al Vangelo. E vi sono giovani che sono alla ricerca del senso della vita e che raccontano la loro gioia, avendolo trovato in Cristo” afferma il Cardinale.“Le piccole comunità cristiane di laici fanno molto bene e costituiscono un valido aiuto a livello pastorale. Siamo fiduciosi di vedere l’ispirazione e l’azione dello Spirito Santo far fiorire le comunità cristiane in Asia”, spiega.Come appreso da Fides, nel recente incontro dei delegati della FABC impegnati a lavorare sul tema della famiglia, si è presa come punto di riferimento l’esortazione di Papa Francesco “Amoris Laetitia”.“L’Ufficio per il laicato e la famiglia, in seno alla FABC, sta cercando di promuovere un tipo di lavoro svolto in ampia collaborazione tra esperti in diverse nazioni asiatiche, per essere più efficace. Il primo workshop, tenutosi in Vietnam, ha cercato di esplorare le nuove opportunità per i fedeli e di pensare alla preparazione della prossima assemblea generale. Uno sguardo particolare lo si è rivolto al prossimo Sinodo sulla gioventù, che si terrà in Vaticano nell’autunno 2018, e che sarà occasione per gettare un ponte tra i giovani asiatici e la Chiesa istituzionale, in modo che possiamo ascoltare e imparare”, ha detto. Il Card. D’Rozario ha ricordato l’importante appuntamento della Giornata della Gioventù Asiatica, che si terrà nella prima settimana di agosto 2017 a Yogyakarta, in Indonesia. “L’obiettivo specifico è accompagnare i giovani asiatici a riflettere e a condividere le loro esperienze di fede, vissute in Chiese locali culturalmente diverse, nel contesto di un continente multiculturale e, naturalmente, quello di promuovere il coinvolgimento dei giovani nell’opera di evangelizzazione della Chiesa, in modo che possano condividere i valori del Regno di Dio ed essere testimoni gioiosi del Vangelo, operando per la giustizia sociale e la pace nelle rispettive nazioni”.“Quello che vogliamo condividere – conclude – è la convinzione che vivere il Vangelo nel contesto dell’Asia significa avere il cuore aperto verso tutti, per comunicare un messaggio di fede, speranza e amore a ogni giovane asiatico. Con l’aiuto dello Spirito Santo, e secondo la volontà di Dio, siamo chiamati a costruire un mondo fraterno, che sia casa per ogni creatura”, conclude.

AFRICA/NIGER - “Il matrimonio non è un gioco da bambini”: nel Paese il 60% di spose bambine

Niamey – Ogni 7 secondi, in qualche parte del mondo, si sposa una bambina con meno di 15 anni di età. Il Niger è uno dei paesi dove si registra il maggior tasso di matrimoni di bambine nella fascia di età compresa tra 15 e 19 anni. Secondo il rapporto “Infanzia Rubata”, di Save the Children, si tratta del 60%. Ogni anno, circa 15 milioni di bambini in più si sposano prima dei 18 anni di età, attualmente circa 40 milioni di adolescenti tra 15 e 19 anni risultano sposati o convivono. Quattro milioni si sposano prima di aver compiuto 15 anni. Nel caso del Niger la differenza tra nascere nella capitale o nelle zone più svantaggiate del Paese segna il futuro delle bambine. Così, a Niamey, una bambina su 3 a 18 anni è già sposata. Con il programma “Il matrimonio non è un gioco da bambini” la ong vuole offrire alle bambine di 10 località nella regione di Maradi, un ambiente nel quale poter decidere quando e con chi desiderano sposarsi, oltre ad avere nozioni igienico sanitarie. Negli ultimi 30 anni sono stati fatti numerosi progressi per la tutela dei diritti e della vita dei bambini in Niger e in tutta l’Africa Occidentale. Dal 1990 il tasso di mortalità infantile si è ridotto della metà anche se resta ancora molto da fare nel settore del matrimonio infantile. Le cause del fenomeno hanno a che vedere con credenze religiose e culturali, oltre che con le condizioni di vita in questo Paese tra i più poveri del mondo.

ASIA/IRAQ - Patriarca caldeo: Paesi occidentali hanno incoraggiato l'emigrazione dei cristiani

Baghdad – La vicenda più dolorosa che ha colpito le comunità cristiane irachene negli ultimi anni è stata loro fuga di massa da Mosul e dalla Piana di Ninive, avvenuta quando interi villaggi sono stati evacuati in una notte davanti all'avanzata dei miliziani jihadisti dell'autoproclamato Stato Islamico , e molti gruppi familiari “sono stati incoraggiati a emigrare dai Paesi occidentali”. Lo ricorda il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako in una lettera diffusa in occasione della Festa di San Tommaso Apostolo , nella quale invita vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli caldei a rafforzare la comprensione teologica della Chiesa e della sua missione nelle “circostanze difficili” che segnano il momento presente. La lettera del Patriarca, diffusa dai canali ufficiali del Patriarcato caldeo e pervenuta all'Agenzia Fides, contiene un forte appello all'unità rivolto a tutti, nella consapevolezza che la Chiesa non è costituita solo dal Patriarca, dai vescovi e dal clero, ma abbraccia tutti i fedeli e chiama in causa le responsabilità di ognuno di loro. In particolare, il Primate della Chiesa caldea si rivolge a tutti i politici caldei e alle loro organizzazioni, invitandoli a uscire dal proprio individualismo litigioso e a unire le forze per contribuire insieme alla pace e alla ricostruzione nazionale. Adesso, dopo la liberazione delle regioni che per tre anni erano state sotto il controllo di Daesh – ha sottolineato il Patriarca Sako nella parte finale della lettera – l'obiettivo primario è quello di “rimanere e lavorare per il nostro Paese”, contribuendo generosamente alla campagne messe in atto per favorire il ritorno degli espatriati e degli sfollati alle proprie terre e alle proprie case. .

AMERICA/MESSICO - Mons. Moreno Barrón: “Assurdo pensare che un muro sia segno di progresso”

Baja California – Quando è stato nominato Arcivescovo di Tijuana, Baja California Norte in Messico, non avrebbe mai pensato di dover affrontare il problema della migrazione così da vicino, ma adesso, come afferma, "è diventato la mia priorità ogni giorno".Mons. Francisco Moreno Barrón, Arcivescovo di Tijuana dal 16 giugno 2016, in una lunga intervista pubblicata oggi sul sito abc.es e pervenuta a Fides, dichiara: "Come governo e come popolo messicano, dobbiamo creare nuove fonti di lavoro, guardare oltre gli Stati Uniti, fare accordi anche con altri paesi. Il Messico è un paese ricco di risorse e mano d'opera, dobbiamo promuovere questo e non dipendere da ciò che dice Trump".L'intervista, pubblicata nel primo anniversario del suo incarico nella zona, sottolinea il cambio di scenario per Mons. Moreno: "Venire a Tijuana è stato un notevole cambiamento, perché è un'arcidiocesi con molti abitanti, circa tre milioni. Ma soprattutto Tijuana è molto speciale perché è il più grande confine del mondo. In effetti ogni giorno vi transitano 170.000 persone. La attraversano 50.000 veicoli e 10.000 camion di merci. Sono rimasto colpito e sorpreso perché ho incontrato persone di tutte le città del Messico e ci sono sempre di più persone provenienti da altri paesi".Riguardo al "muro di Trump", l’Arcivescovo ha detto: "Credo che l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno oggi sia avere più muri. Ormai alcuni sono caduti nel corso della storia ed è assurdo che in questi tempi un muro sia un segno di progresso. Ciò che è urgente è costruire ponti di relazioni, ponti di comunicazione, ponti di fraternità e di pace tra gli individui ed i popoli. Gli Stati Uniti vivono una situazione difficile perché stanno prendendo decisioni che riguardano molti popoli, tra cui il popolo messicano, in particolare per il tema dell'immigrazione"."Voglio riconoscere – afferma in conclusione -, il grande lavoro svolto dalla Chiesa in questa zona, in particolare nel campo dell'evangelizzazione, ma anche nella cura pastorale dei migranti. Ci sono qui diverse congregazioni religiose distintesi per il loro amore e la vicinanza ai migranti, Scalabriniani, Suore Francescane de la Paz, Missionarie della Carità, per citarne alcuni. Ma a me impressiona come la gente di Tijuana abbia un cuore generoso, perché anche la gente comune dalla sua povertà, sa condividere ciò che ha".

AFRICA/SUD SUDAN - Il dramma delle Internal Displaced People, in gran parte mamme e bambini, ragazze giovani, spesso vedove

Nyal – “Da Juba in aereo fino a Rumbek, ex stato dei Laghi, e da qui in elicottero per 40 minuti, fino a Nyal, nel sud dell’ex stato di Unity. In auto non si può andare, troppo pericoloso”. Continua il viaggio di don Dante Carraro in sud Sudan . “È l’area di confine tra le forze governative e i ribelli, e la guerriglia è quotidiana” racconta a Fides il sacerdote, che è direttore della ong Medici con l’Africa-Cuamm. “Sul posto vivono circa 70 mila persone, poverissime e senza assistenza sanitaria. Negli ultimi due anni molti si sono rifugiati a Nyal per scappare dal dramma della guerra, fatto di scontri e abusi. Vengono chiamati IDP e sono in gran parte mamme e bambini, ragazze giovani, spesso vedove che hanno subìto violenze e umiliazioni, con a seguito 3-4 bambini piccoli. Vivono nascoste nelle immense paludi che costeggiano il Nilo, in baracche di fortuna, coperte da bianchi teli di nailon forniti dalle organizzazioni umanitarie”. “Alcune di queste – continua don Dante - le abbiamo raggiunte dopo un’ora di canoa. Drammatico toccare con mano la vita di queste giovani povere mamme. Abbandonate, affamate e senza alcuna cura sanitaria”. È qui che il Cuamm, assieme al personale locale, si sta concentrando per garantire cibo, vaccinazioni e farmaci essenziali. È un grosso lavoro logistico/sanitario perché si tratta di zone davvero difficili: non esistono strade, solo immensi e infiniti acquitrini.

AMERICA/COLOMBIA - Anche suor Gloria Cecilia nel video diffuso da Al Qaeda con i rapiti in Mali

Bogotà – Il Ministero degli Affari Esteri della Colombia ha informato di aver ricevuto la prova che suor Gloria Cecilia Narvaez Argoty, la missionaria colombiana rapita l'8 febbraio nel villaggio di Karangasso, in Mali , è viva. Nel comunicato, pervenuto all’Agenzia Fides, si ripudia questo atto e si condannano coloro che detengono con la forza la religiosa, appartenente all'Ordine delle Suore Francescane. Il Ministero degli Esteri quindi lancia "un appello alla comunità internazionale e alle Nazioni Unite per fornire tutto il supporto e la cooperazione necessari” per liberare la religiosa, e ricorda che attraverso l'ambasciata colombiana in Ghana, si sta lavorando per raggiungere questo obiettivo.Secondo dati di agenzia, sabato primo luglio, il gruppo Al Qaeda del Mali, attraverso la rete cifrata Telegram, ha pubblicato un video dove appare la suora colombiana ed altri cinque ostaggi stranieri, rapiti dalla rete jihadista. Si tratta della prima rivendicazione ufficiale da parte di Al Qaeda. Il video di 16 minuti e 50 secondi mostra ognuno dei rapiti, compresa la suora che viene identificata come Gloria Cecilia Narváez. Nel video oltre alla religiosa colombiana, appaiono la francese Sophie Petronin, il sudafricano Stephen McGowan, l'australiano Elliot Kenneth Arthur, il rumeno Iulian Ghergut e la svizzera Beatrice Stockly, rapiti prima della religiosa. “Non sono iniziati autentici negoziati per salvarli” dice lo speaker del video, il quale cita il neoeletto Presidente francese, Emmanuel Macron, affermando che Sophie Petronin "è fiduciosa che il nuovo presidente della Francia venga a salvarla".Il Presidente Macron è stato ieri in Mali per un incontro con i Capi di Stato dei cinque paesi della regione africana del Sahel, per concordare la costituzione di una nuova forza multinazionale di 5.000 uomini per affrontare gli estremisti. Negli ultimi anni i ripetuti attacchi con morti e feriti in paesi precedentemente considerati sicuri hanno messo in allarme la comunità internazionale.

AMERICA/COLOMBIA - "Ora più che mai l'unione fa la forza": il saluto di Mons. Epalza a Buenaventura

Buenaventura – "Porto nella mia mente e nel cuore l'affetto della gente di Buenaventura e Vi dico che ora più che mai l'unione fa la forza. Questo è il mio messaggio: di continuare con quella tenacia, resistenza e l'impegno che avete mostrato durante le manifestazioni", sono le parole di Mons. Héctor Epalza Quintero, P.S.S. al conoscere la notizia della nomina del nuovo vescovo che Papa Francisco ha nominato per la diocesi di Buenaventura . Monsignor Epalza aveva presentato le sue dimissioni due anni fa, ma solo il 29 giugno il Vaticano le ha accettate .Mons. Epalza è riuscito a mostrare a tutta la Colombia la situazione di violenza che per anni ha vissuto la regione , egli si è distinto per stare vicino ai più deboli e emarginati, a non tacere dinanzi l’ingiustizia e denunciare sempre la mancanza di sicurezza che ha provocato spostamenti forzati di molte famiglie della zona.Mons. Epalza ha sempre domandato di “Risolvere il problema della violenza con un investimento sociale”, una soluzione alla violenza che ha terrificato la popolazione, perché a Buenaventura continuano le estorsioni, minacce, scontri, e ci sono dei luoghi che sono vietati perfino alla polizia.La comunità ha sempre riconosciuto il contributo di Mons. Epalza, in modo particolare nella lotta contro le bande criminali che oltre a fomentare terrore sequestravano giovani per loro scopo criminale .Per la comunità di Buenaventura, Mons. Epalza rimarrà sempre come quel pastore che molto direttamente, a sorpresa nel mezzo di una celebrazione, si è rivolto al presidente della Colombia in visita a Buenaventura, e gli ha chiesto aiuto per la popolazione denunciando in dettaglio la situazione che vive il popolo .L’ultimo intervento pubblico del vescovo è stato per fermare la violenza del vandalismo scatenato dopo le proteste per la mancanza di servizi da parte del governo centrale, l'ospedale chiuso e l'insicurezza della popolazione erano i punti principali delle manifestazioni che dal 15 maggio hanno portato lavoratori e cittadini per le strade della città fino a venerdì 19, quando si è scatenato un vandalismo senza precedenti .

ASIA/LIBANO - Un'Università cattolica libanese si interroga sul concetto di “cittadinanza” nell'islam

Beirut – Un convegno ospitato oggi, sabato 1à luglio, dall'Università Notre Dame de Louaïzé, approfondisce la questione cruciale della compatibilità tra i principi di cittadinanza e pluralismo e l'organizzazione sociale e politica dei Paesi a maggioranza musulmana che riconoscono la legge islamica come fonte dei prorpi ordinamenti costituzionale. L'iniziativa ospitata dall'Ateneo cattolico libanese situato nel Governatorato del Monte Libano, al centro del Paese dei Cedri, e realizzata con il patrocinio del Patriarcato maronita, riprende le questioni chiave affrontate nel grande convegno sui temi della cittadinanza e del pluralismo organizzato tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo dall'Università cairota di Al Azhar, massimo centro accademico-teologico dell'islam sunnita. Alla conferenza ospitata dall'Università Notre Dame de Louaïzé prendono parte rappresentanti delle comunità islamiche e cristiane libanesi, insieme allo Sheikh Abbas Shuman, vice del Grande Imam di Al Azhar. Tra i relatori figura anche Rabab Sadr, sorella dell'imam Moussa Sadr. Alla fine del convegno, un comitato proverà a stendere una “Dichiarazione di Louaïzé”, elaborata tenendo presente la situazione libanese, come contributo alla convivenza pacifica tra cristiani e islamici all'interno di uno stesso Stato fondato sui principi di cittadinanza e di piena uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. La cosidetta “Dichiarazione di Al Azhar”, diffusa alla fine del citato convegno sulla cittadinanza e il pluralismo organizzato dall'Università sunnita situata al Cairo, aveva affermato tra l'altro che la nozione di cittadinanza “è ben radicata nell'islam”, e che una sua prima formulazione figura “nella Costituzione di Medina e nei patti e documenti del Profeta che ne sono seguiti, e che reglamentano i rapporti tra musulmani e non musulmani”. Quindi – deduceva la Dichiarazione di al Azhar - “il concetto di cittadinanza non è una soluzione importata, ma una attualizzazione del primo esrcizio musulmano del potere da parte del Profeta, nella prima società musulmana. Questa prassi non implicava alcuna discriminazione o esclusione verso qualsiasi sezione della società dell'epoca, ma prefigurava l'esercizio di politiche basate sulla pluralità delle religioni, delle razze e degli strati sociali”, tendenti a garantire la piena condivisione degli stessi diritti e doveri tra musulmani e non musulmani. .

ASIA/FILIPPINE - Un anno di presidenza Duterte: un disastro per i diritti umani

Manila - Nel primo anno di presidenza nelle Filippine, Rodrigo Duterte e la sua amministrazione “sono stati responsabili di una vasta gamma di violazioni dei diritti umani, intimidazioni e arresti di personalità critiche, instaurando un clima privo di legge”. Lo afferma una nota di Amnesty International ricordando che il 30 giugno 2016 il Rodrigo Duterete ha assunto ufficialmente i poteri di presidente. Amnesty cita “la violenta campagna governativa contro la droga che ha causato migliaia di esecuzioni extragiudiziali, persino più di quante se ne contarono durante il regime omicida di Ferdinando Marcos dal 1972 al 1981”.“Duterte - recita la nota di Amnesty inviata a Fides - è salito al potere con la promessa di porre fine alla criminalità. Invece, migliaia di persone sono state uccise da, o per conto di una polizia che agisce al di fuori della legge, su ordine di un presidente che non ha mostrato altro che disprezzo per i diritti umani e per coloro che li difendono”.“La violenta campagna di Duterte ha trasformato il paese in un luogo ancora più pericoloso, ha compromesso lo stato di diritto e consegnato al suo ideatore la fama di leader colpevole della morte di migliaia di suoi cittadini”, ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per il Sudest Asiatico e il PacificoA febbraio 2017, Amnesty International aveva pubblicato un rapporto in cui denunciava come la polizia si fosse trasformata in un'impresa criminale, uccidendo persone per lo più povere sospettate di consumare o vendere droga, assoldando sicari, impossessandosi dei beni delle persone uccise, collocando false prove sui loro cadaveri e rimanendo del tutto impunita. “Il governo di Duterte evita a ogni livello di assumersi le responsabilità. Non ci sono indagini credibili a livello nazionale e non c'è collaborazione col Relatore speciale Onu”, ha sottolineato Gomez.La medesima posizione viene espressa da "Human Rights Watch" /HRW) che rileva come il presidente Rodrigo Duterte abbia “scatenato una calamità per diritti umani nelle nel suo primo anno in carica”. HRW nota “un brusco calo nel rispetto dei diritti fondamentali” e ricorda che le forze di sicurezza e “uomini armati non identificati” hanno ucciso almeno 7.000 tossicodipendenti sospetti a partire dal 1 ° luglio 2016, mentre l'amministrazione Duterte “ha respinto tutti gli appelli nazionali e internazionali per accertare gli abusi”. “Duterte si è insediato promettendo di proteggere l'ordine pubblico e i diritti umani, e ha passato invece il suo primo anno in carica come un istigatore turbolento di una campagna di uccisioni illegali” afferma Phelim Kine, vice direttore per l'Asia di HRW che, tramite indagini sul campo, ha confermato il tentativo di “dare una parvenza di legalità a esecuzioni extragiudiziali che possono equivalere a crimini contro l'umanità”. Le Ong rilevano “il disprezzo del governo di Duterte per il diritto internazionale” anche nel tentativo di reintrodurre la pena di morte per i reati di droga e invitano il Senato delle Filippine a respingere questo tentativo. L’Ong filippina “Karapatan” ricorda inoltre l'uccisione extragiudiziale di 64 attivisti per i diritti umani diritti e critica l'imposizione della legge marziale sull'intera isola di MIndanao, che sta legittimando le forze militari a mettere in atto metodi repressivi, torture e abusi dei diritti umani, denunciati anche alla Corte Suprema.

AMERICA/VENEZUELA - Cardinale Urosa: “Basta violenza, si potrebbe parlare di guerra di un governo contro il popolo"

Caracas – "Si potrebbe parlare di guerra di un governo contro il popolo", così il Cardinale Urosa condanna la repressione violenta compiuta dalle forze di sicurezza dello Stato e da gruppi paramilitari contro i manifestanti che nei tre mesi scorsi sono scesi in strada per protestare contro le politiche del governo. Negli scontri, sono state uccise più di 90 persone."Noi vescovi chiediamo al governo nazionale di riconsiderare la situazione, di deporre l'atteggiamento di voler impiantare in Venezuela un sistema totalitario militarista-marxista; e, naturalmente, chiediamo di desistere dall'utilizzare risorse legali per smantellare lo stato. Tutto ciò è riprovevole e intollerabile e non è ciò che desidera la maggior parte del popolo venezuelano": sono le parole pronunciate dal Cardinale Urosa Savino il 29 giugno nella Chiesa Nuestra Señora della Candelaria di Caracas, dopo la celebrazione di San Pietro e San Paolo.Il Cardinale, pur sottolineando di parlare a titolo personale, ha detto però che questo è anche il parere della Conferenza Episcopale.Il presidente del venezuela Nicolás Maduro ha convocato un'Assemblea Costituente Nazionale, che ha fissato elezioni per il 30 luglio; la Chiesa venezuelana ha mostrato pubblicamente il suo rifiuto perché crede che la popolazione non voglia cambiare la Costituzione. Ciò che serve, ha detto più volte la gerarchia cattolica, è cibo, sicurezza pubblica, elezioni libere e democratiche e il rispetto della legge.

ASIA/LAOS - Con il Cardinale Ling, la comunità cattolica in Laos “ha pari dignità”

Città del Vaticano – “E’ un evento storico: con l'elevazione del Vescovo laotiano Louis-Marie Ling a Cardinale, i fedeli laotiani avvertono di avere pari dignità con le altre Chiese asiatiche con coorti di santi. Questo è un legittimo motivo di orgoglio. Ricordiamo che l'11 dicembre 2016 sono stati beatificati a Vientiane i 17 martiri del Laos. Il primo nome dell'elenco è padre Joseph Tien, giovane prete laotiano, diventato un modello e punto di riferimento per i fedeli di ieri e di oggi. Dopo di lui altri cinque laotiani hanno scelto di rinunciare alla loro vita per la loro fede. La loro beatificazione, nel centro della capitale Vientiane, è stata un evento unico per la Chiesa cattolica del Laos. E ora la nomina a Cardinale di Louis-Marie Ling è un passo nella stessa direzione. Ora le comunità cattoliche del Laos sono sicure di avere un posto nel cuore e nella mente del Papa. Non sono più cattolici “di secondo piano” e nessuno può trattarli come “figli adottivi”. La loro voce e la loro esperienza è centrale nel cristianesimo oggi”: lo dice alll'Agenzia Fides p. Roland Jaques, missionario degli Oblati di Maria Immacolata, Postulatore della Causa di Beatificazione di 15 tra i 17 martiri laotiani. Interpellato da Fides, p. Jaques esprime speranza per la piccola Chiesa in Laos: “I cattolici in Laos vivono ancora la loro fede in circostanze disagiate. I beati martiri offrono loro un esempio vivo di cosa significa essere credenti in un ambiente che a volte può essere ostile alla loro presenza. E sono certi che, nella persona del nuovo Cardinale, avranno un avvocato, un protettore, un consolatore”.“La maggior parte dei fedeli cattolici del Laos – prosegue il Postulatore – appartiene a minoranze etniche. In passato, queste persone erano sicuramente ‘cittadini di serie B’. Il Vescovo Ling appartiene alla minoranza di khmou, considerata la più bassa nella scala sociale. Il suo essere onorato come Cardinale di Santa Romana Chiesa è un grande dono per l'autostima di tutte le minoranze. Nessuno può disprezzarle, ora”.Anche nei rapporti con le autorità civili, la presenza del Cardinale sarà importante, nota p. Jaques: “Quando il governo del Laos ha concesso ufficialmente il permesso per la beatificazione dei martiri laotiani, ha segnalato la buona volontà di cooperazione, indicandolo come occasione per creare solidarietà, comprensione reciproca e aiuto reciproco, e come opportunità per mantenere buone relazioni con le agenzie governative. Ora il Cardinale Louis-Marie Ling avrà la volontà e la forza di condurre tutti i membri del popolo di Dio in Laos in questo a volte arduo percorso di cooperazione. Egli potrà parlare anche di libertà religiosa e diritti umani. Le sue origini etniche e la sua storia personale non dovrebbero essere più un ostacolo. Sono fiducioso che il governo lo considererà come un valido portavoce per la Chiesa cattolica”.

AMERICA/COLOMBIA - Dimissioni del Vescovo di Buenaventura e nomina del successore

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco ha accettato oggi la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Buenaventura , presentata da S.E. Mons Héctor Epalza Quintero, P.S.S. Il Papa ha nominato Vescovo della Diocesi di Buenaventura, il sac. Rubén Darío Jaramillo Montoya, finora Parroco e Rettore dell’Università Cattolica di Pereira.Il nuovo Vescovo è nato il 15 agosto 1966 a Santa Rosa de Cabal , nella Diocesi di Pereira. È entrato nel Seminario Maggiore María Inmaculada della Diocesi di Pereira, per gli studi di Filosofia e Teologia . Ha frequentato l’Università Cattolica di Pereira , dove si è licenziato in Educación Religiosa. Successivamente, ha ottenuto una specializzazione in Gerencia de Instituciones de Educación Superior all’Università di Santo Tomás, a Bogotá. È stato ordinato sacerdote il 4 ottobre 1992 e incardinato nella Diocesi di Pereira.Dopo l’Ordinazione sacerdotale ha ricoperto i seguenti incarichi:1993: Vicario parrocchiale a Santuario, Risaralda; 1993-1995: Vicario parrocchiale a Apía, Risaralda; 1995-1997: Parroco a Villa Santana, Pereira; 1997-1999: Direttore del Segretariato diocesano per la Pastorale sociale; 2000-2006: Direttore della Caritas diocesana; 2007-2009: Rettore dell’Universidad Católica Popular di Risalda; 2009-2010: Rettore del Collegio Baltasar Álvarez Restrepo; 2010-2011: Parroco a Santa Teresita del Niño Jesús, Dosquebradas; 2011-2014: Economo della Diocesi di Pereira; dal 2014:2016 Rettore del Seminario Maggiore María Inmaculada di Pereira. dal 2017 Parroco di San Martin de Porres, Pereira. Attualmente è Rettore incaricato de la Universidad Católica di Pereira.La Diocesi di Buenaventura , ha una superficie di 6.297 kmq e una popolazione di 407.675 abitanti, di cui 306.000 sono cattolici. Vi lavorano 38 sacerdoti , 15 fratelli religiosi, 12 religiose. Ci sono 6 seminaristi maggiori.

ASIA/IRAQ - I due Patriarchi siri alla conferenza di Bruxelles sul futuro dei cristiani in Iraq. Forfait della Chiesa assira d'Oriente

Bruxelles – Due Patriarchi delle Chiese d'Oriente, il siro ortodosso Ignatius Aphrem II e il siro cattolico Ignatius Youssif III Younan hanno preso parte ai lavori della Conferenza sul futuro dei cristiani in Iraq organizzata a Bruxelles, presso la sede del Parlamento Europeo, su iniziativa del parlamentare europeo Lars Adaktusson, esponente del Partito cristiano democratico svedese. "Lo scopo di questa conferenza” aveva dichiarato Adaktusson per lanciare l'iniziativa “è il ritorno della popolazione nella Piana di Ninive, e io invito tutti i caldei, i siri e gli assiri a unirsi per assicurare che il loro popolo possa tornare a casa”. Ai lavori della Conferenza, che si concludono nella giornata di oggi, venerdì 30 giugno, non hanno invece preso parte rappresentanti della Chiesa caldea né della Chiesa assira d'Oriente. Il Patriarcato caldeo, come ha già riferito l'agenzia Fides , aveva spiegato in una nota - diffusa la scorsa settimana – le ragioni della mancata adesione all'iniziativa europea, ricordando, tra l'altro, che “il futuro dei cristiani è legato al futuro di tutto il popolo iracheno”, del quale i cristiani iracheni sono parte integrante, e giudicando quindi inopportune iniziative organizzate presso istituzioni politiche occidentali che esprimono attenzione e appoggio in forma esclusiva alle comunità cristiane presenti in Iraq. Se Paesi e istituzioni occidentali vogliono aiutare i cristiani in Iraq – si leggeva in quella nota – possono farlo sostenendo la lotta al terrorismo e la ricostruzione del Paese, così da favorire anche i profughi cristiani che vogliono tornare alle proprie terre d'origine. Il Patriarcato caldeo aveva richiamato anche le tante sigle e micro-formazioni politiche cristiane locali a farsi carico delle proprie responsabilità, evitando di inseguire ipotesi politiche fantasiose e irrealizzabili. Nella giornata di giovedì 29 giugno, alcuni media legati alla comunità cristiana assira hanno riferito che anche la Chiesa assira d'Oriente ha deciso di non inviare nessun rappresentante alla conferenza di Bruxelles. Secondo le fonti citate da Assyria TV, il Patriarcato assiro ha giudicato l'iniziativa ospitata dal Parlamento Europeo come troppo sbilanciata a favore dei disegni politici indipendentisti perseguiti dai leader curdi della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, intenzionati a allargare la propria influenza sulla Piana di Ninive.Nel suo intervento, il Patriarca siro ortodsso Ignatius Aphrem II ha dichiarato che i cristiani in Medio Oriente vogliono solo vivere in pace insieme ai loro connazionali, e ha invocato il sostegno internazionale a favore della ricostruzione e del ritorno dei rifugiati alle proprie terre d'origine, sia in Iraq che in Siria, ma non ha fatto alcun riferimento alla necessità di mobilitare forze di protezione internazionali a favore del reinsediamento delle comunità cristiane nelle proprie aree di radicamento storico. Già all'inizio di maggio, come documentato dall'Agenzia Fides il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako aveva diffuso una lettera in cui suggeriva ai cristiani di non chiudersi in trincea e di non farsi abbagliare da proposte irrealiste e intempestive. In quell'occasione, il Patriarca sembrava alludere in particolare alle ipotesi – rilanciate anche di recente da politici cristiani iracheni – di istituire nel nord dell'Iraq aree protette riservate alle minoranze etnico-religiose – comprese quelle cristiane – dotandole di autonomia amministrativa o addirittura sottoponendole a garanzie e sistemi di protezione internazionali. .

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