Derniers flash de l'agence Fides

ASIA/PAKISTAN - Cristiano pakistano condannato al carcere a vita per blasfemia

Lahore - Il cristiano Zafar Bhatti, falsamente accusato di blasfemia nel 2012 e processato, è stato condannato all'ergastolo da un tribunale di Rawalpindi. Lo apprende l'Agenzia Fides da fonti locali. Bhatti era stato accusato in base all'articolo 295 "c" del Codice Penale e condannato per l'invio di messaggi di testo partiti dal suo telefono cellulare, che contenevano vilipendio verso l'Islam. Il cristiano negava le accuse e ha spiegato al giudice che la scheda telefonica incriminata non era stata attivata da lui. Nel 2012 Zafar Bhatti era stato arrestato e portato in un carcere di Rawalpindi. Considerando le minacce alla sua vita, il processo a suo carico si è svolto nel carcere. L'ultima udienza si è tenuta il 24 aprile e il 3 maggio il giudice ha emesso la condanna a vita. Secondo avvocati cristiani consultati da Fides, i tribunali pakistani di frequente hanno condannato alla pena capitale quanti sono accusati di violare l'articolo 295 "c" ma, date le deboli prove contro Bhatti, questi è stato condannato all'ergastolo.Come riferito a Fides, l'Ong CLAAS , che fornisce assistenza legale gratuita a Bhatti, ha deciso di ricorrere in appello contro la decisione del tribunale, presentando un'istanza al tribunale di Lahore. Gli avvocati cristiani che hanno difeso Bhatti sono stati minacciati, da qui l'esigenza di spostare il procedimento a Lahore, dove vive anche la famiglia dell'uomo. Secondo gli avvocati, Bhatti meritava l'assoluzione per insufficienza di prove ma è stato condannato “a causa della pressione degli islamisti”.Nasir Saeed, responsabile dell’Ong CLAAS afferma a Fides: "I giudici del tribunale continuano a emettere con leggerezza sentenze di condanna, in casi di persone accusate di blasfemia, rinviando la responsabilità ai tribunali di ordine superiore, senza comprendere come la loro decisione influisca pesantemente sulla vita degli accusati e delle loro famiglie. Passeranno alcuni anni prima che il suo caso sarà esaminato dall'Alta Corte, e fino a quel momento lui e la sua famiglia continueranno a soffrire ingiustamente”. “La legge sulla blasfemia in Pakistan - osserva - viene continuamente strumentalizzata e usata per vendicarsi in controversie personali”. Di recente l'Assemblea nazionale del Pakistan ha approvato una risoluzione che chiede misure per impedire tali abusi e l'introduzione di alcuni strumenti di tutela. Tuttavia tali richieste hanno incontrato forte opposizione in movimenti e partiti islamici.

AMERICA/REP. DOMINICANA - Povertà e violenza domestica: prime cause del matrimonio minorile che coinvolge 1 bambina su 3

Santo Domingo – “Plan Internacional República Dominicana”, organizzazione che promuove i diritti dell’infanzia, ha presentato di recente il suo ultimo studio dal titolo: “Caratterizzazione del matrimonio forzato di bambine e adolescenti nelle provincie di Azua, Barahona, Pedernales, Elías Piña e San Juan”. Lo studio dimostra che il matrimonio minorile non è il frutto di decisioni sconsiderate dei piccoli, ma di forze strutturali come la povertà e la violenza domestica. Sia la Repubblica Dominicana che il Nicaragua occupano il primo posto in America Latina e Caraibi per bambine e adolescenti sposate. Secondo le informazioni inviate a Fides, il 37% risultano sposate prima di aver compiuto 18 anni e 1 adolescente su 5, dai 15 ai 19 anni, risulta sposata con un uomo più grande di 10 anni. La ong spiega che, nel Paese, il matrimonio infantile viene associato alla violenza che subiscono bambine e adolescenti nelle loro famiglie, alla pressione per una gravidanza non voluta, alla violenza nei rapporti di coppia con uomini adulti e all’idea che il matrimonio sia una strada che permetterà loro di emanciparsi. Lo studio dimostra inoltre che il matrimonio infantile nella Repubblica Dominicana è un problema complesso, nel quale influiscono molte variabili. Le ragazze riferiscono che nonostante nelle scuole ci siano lezioni sul tema, queste non sono frequenti e fanno riferimento solo alla riproduzione e non alla sessualità, alla violenza o ai rapporti. Non hanno spazi dove poter discutere su questi temi senza paura, senso di colpa e pregiudizio.

ASIA/INDIA - In Orissa una nuova casa delle Missionarie della carità

Bhubaneswar - Le missionarie della carità aprono una nuova casa nello stato di Orissa, in India orientale. Come appreso dall’Agenzia Fides, la nuova comunità delle religiose di Madre Teresa è ubicata nel noto distretto di Kandhamal, che fu teatro della violenza anticristiana nel 2008. Così l’arcivescovo John Barwa, alla guida dell'arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar riferisce all'Agenzia Fides: “È stato un sogno cullato a lungo, quello i aprire una comunità religiosa femminile nella parrocchia di San Antonio di Padova a Salimaguchha, nel distretto di Kandhamal. Ora, dopo diversi contatti, Dio ci ha ascoltato e le Missionarie della Carità hanno accettato di aprire una casa in quel luogo”.La cerimonia di apertura, con la benedizione della comunità, è prevista per il 13 maggio 2017, nel giorno della festa della Madonna di Fatima. “Vorrei ringraziare suor Prema, Superiore generale delle Missionarie della Carità, e Sr. Olivet, Superiora regionale in Orissa, per aver accolto il nostro invito a collaborare nel ministero pastorale a Kandhamal”, prosegue l’arcivescovo, ricordando che sarà la terza comunità delle Missionarie della carità in quel distretto. Gli altri due conventi si trovano nella parrocchia di St. Sebastian a Saramuli e Maria, e nella parrocchia della Madre di Dio a Sukananda, altre due località di Kandhamal. Interpellata da Fides, suor Olivet piega: “Siamo lieti di aprire la nostra nuova casa in questo distretto. La gente ha bisogno del nostro servizio. Siamo impegnate a lavorare per i poveri e a portare il seme del Regno di Dio in questa parte del mondo. Con la grazia e la misericordia di Dio, faremo del nostro meglio per stare vicine alla popolazione locale, curando i più poveri, operando per il bene comune, rafforzando la fede in Dio, promuovendo la pace e l'armonia nella regione”.La casa delle missionarie sarà “una luce di Vangelo” in un contesto ancora segnato da sofferenza e disagio, ingiustizia, povertà ed emarginazione. La violenza anti-cristiana nel 2007 e soprattutto nel 2008 ha fatto oltre cento vittime e creato 56.000 senza tetto. Diverse chiese e istituzioni cristiane a Kandhamal furono danneggiate.

AMERICA/BRASILE - Assemblea dei Vescovi: “Urgente riprendere il cammino dell'etica per ricostruire il tessuto sociale”

Brasilia – I Vescovi del Brasile, quasi al termine della loro 55a Assemblea generale celebrata ad Aparecida, che si concluderà il 5 maggio, hanno emesso una nota ufficiale sul momento storico che il Brasile sta vivendo negli ultimi tempi. Il 4 maggio la Presidenza della Conferenza Episcopale ha tracciato un bilancio dei lavori e presentato la nota ai giornalisti.L'Arcivescovo di Brasilia e Presidente della CNBB, il Card. Sergio da Rocha, ha sottolineato che l'Assemblea va al di là dei testi e dei documenti pubblicati: "E' un periodo di tempo tra noi Vescovi di condivisione, preghiera, riflessione e studio". Ha ricordato anche due aspetti fondamentali: il tema centrale dell'Assemblea, "Iniziazione alla Vita Cristiana", sul quale si sta preparando un documento, e il progetto "Pensare il Brasile", che quest'anno riflette sulla pubblica istruzione nel paese e nel cui ambito ricade il messaggio ai lavoratori e alle lavoratrici del Brasile, in occasione della loro festa, il primo maggio.La nota inviata a Fides sottolinea che il Brasile è "un Paese smarrito, con attori pubblici e privati che ignorano l'etica e senza principi morali, base indispensabile di una nazione che si vuole giusta e fraterna". Nel testo i Vescovi avvertono: "E' urgente riprendere il cammino dell'etica come una condizione indispensabile perché il Brasile riesca a ricostruire il suo tessuto sociale. Solo allora la società sarà in grado di combattere i suoi mali più evidenti: la violenza contro la persona e la vita, contro la famiglia, il traffico di droga e altre attività illecite, l'uso eccessivo della forza di polizia, la corruzione, l'evasione fiscale, l’appropriazione indebita di proprietà pubblica, l'abuso di potere economico e politico, la manipolazione dei mezzi di comunicazione, i reati ambientali".

EUROPA/SVIZZERA - Conferma del Direttore nazionale delle POM, Martin Brunner-Artho

Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 15 dicembre 2016 ha confermato nell’incarico di Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Svizzera per un altro quinquennio , il diacono permanente Martin Brunner-Artho, della diocesi di Basilea .

VATICANO - Riconosciute le virtù eroiche del Card. Francesco Saverio Nguyên Van Thuân

Città del Vaticano – Nell’udienza concessa questa mattina al Card. Angelo Amato, S.D.B., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il Santo Padre Francesco ha autorizzato la Congregazione a promulgare diversi Decreti, tra cui quello riguardante “le virtù eroiche del Servo di Dio Francesco Saverio Nguyên Van Thuân, Cardinale di Santa Romana Chiesa”.Nato il 17 aprile 1928 a Huê, in Vietnam, Van Thuân venne ordinato sacerdote l'11 giugno 1953. Nominato da Paolo VI arcivescovo titolare di Vadesi e Coadiutore di Saigon il 24 aprile 1975, dopo pochi mesi, con l’avvento del regime comunista fu arrestato e messo in carcere. Ha vissuto in prigione per 13 anni, fino al 21 novembre 1988, senza giudizio né sentenza, trascorrendone 9 in isolamento. Nel lungo isolamento ad Hanoi, sorvegliato da due guardie, aveva raccolto tutti i pezzetti di carta trovati, realizzando un’agendina sulla quale aveva riportato più di 300 frasi del Vangelo, celebrando l’Eucaristia sul palmo della mano e creando anche delle piccole comunità cristiane. Liberato il 21 novembre 1988, con la nomina ad Arcivescovo coadiutore di Saigon, il 24 novembre 1994, fu nominato vice presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, per divenirne poi Presidente nel 1998. In questa carica rimase fino al 2002, quando morì per un tumore.

ASIA/MYANMAR - Nell’Anno della pace, relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Myanmar

Città del Vaticano – Nel 2017, che la Chiesa birmana ha dichiarato “Anno della Pace”, “la Santa Sede e la Repubblica dell’Unione del Myanmar hanno deciso di comune accordo di stabilire relazioni diplomatiche”, come riferisce una nota della Sala Stampa della Santa Sede. La decisione è giunta dopo l’incontro avvenuto in Vaticano oggi, 4 magigo, tra Papa Francesco e la leader Aung San Suu Kyi, Consigliere di Stato e ministro degli esteri birmano.Interpellato dall’Agenzia Fides sulla situazione attuale del paese, il vescovo John Hsane Hgyi, che guida la diocesi di Pathein, afferma: “Siamo felici per questa decisione, per l’evoluzione positiva e per i passi avanti verso il cambiamento. Si respira una certa fiducia nella gente. Bisogna considerare che l’attuale esecutivo è al potere solo da un anno e, per vedere cambiamenti in questioni complesse, occorre tempo Ringraziamo anche la leader Aung San Suu Kyi per il suo impegno. La gente ha fiducia in lei e c’è tanta gente di buona volontà che sta lavorando per il bene comune del paese”.Sulle questioni prioritarie, il vescovo osserva: “Una delle sfide principali è risolvere i conflitti con le minoranze etniche: stanno infatti proseguendo i combattimenti tra l’esercito e i gruppi ribelli. Il 24 maggio a Yangon si terrà un incontro nazionale per la firma di un cessate-il-fuoco generale. Speriamo tutti i diversi gruppi etnici possano aderire e che sia un reale passo verso la pacificazione nazionale. Tutti i popoli del Myanamr e tutte le religioni desiderano la pace: oggi la nazione ha bisogno di uno sforzo da parte di tutti per voltare pagina e raggiungere il sospirato bene della pace”. Anche sulla delicata questione dei musulmani rohingya, nel Sud del paese, “ la Chiesa cattolica esprime la massima solidarietà per le loro sofferenze e auspica soluzioni che rispettino la dignità e i diritti umani, secondo criteri di pace e giustizia”, nota il vescovo. Mons. John Hsane Hgyi aggiunge: “Come conferenza episcopale cattolica del Myanmar abbiamo proclamato il 2017 ‘Anno della pace’ e abbiamo chiesto ai fedeli in tutte le diocesi di pregare in modo speciale, digiunare, fare sacrifici e sensibilizzare per ottenere la pace nella nazione. Stiamo intanto promuovendo seminari e conferenze sul tema della riconciliazione in diverse diocesi e continueremo per tutto l’anno, anche cercando la collaborazione di altri leader religiosi”.Tra i punti cruciali, secondo mons. John Hsane Hgyi, “uno riguarda la Costituzione: infatti oggi abbiamo ancora i militari a capo di alcuni dicasteri governativi e, finchè non si cambia la Carta fondamentale, questa situazione resta un ostacolo sul cammino della autentica pace”.Un’altra sfida è “combattere la povertà e lavorare seriamente per lo sviluppo economico, che fiorisce in un contesto nazionale pacificato e fecondo per il benessere di tutti”. “Passi avanti ne notiamo e continuiamo a guardare il futuro con speranza”, conclude il vescovo Hsane Hgyi.

ASIA/LIBANO - Il Patriarca maronita Rai: porto al Papa l'invito dei Patriarchi e dei Vescovi cattolici a visitare il Libano

Beirut – Il Patriarca maronita Bechara Boutros Rai ha riferito che in occasione della sua corrente permanenza a Roma trasmetterà a Papa Francesco un invito ufficiale a visitare il Libano, a nome di tutti i Patriarchi e i Vescovi cattolici presenti nel Paese dei Cedri. L'intenzione di consegnare al Papa l'invito è stata comunicata dal Patriarca Rai ai giornalisti libanesi che mercoledì 3 maggio gli hanno rivolto alcune domande all'aeroporto di Beirut, mentre il Primate della Chiesa maronita si apprestava a partire per Roma, dove prende parte in questi giorni alla plenaria della Segreteria vaticana per la comunicazione. Nel giugno 2016, davanti al sacerdote maronita Rouphael Zgheib, Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie del Libano, che gli chiedeva quando avrebbe compiuto una visita apostolica in quel Paese del Medio Oriente, Papa Francesco si smarcò con una contro-domanda: “E voi libanesi” replicò il Vescovo di Roma “quando eleggerete il vostro Presidente?”. La vacatio della carica presidenziale nel Paese dei cedri è durata quasi due anni e mezzo, e i protocolli diplomatici vaticani escludono viaggi papali in nazioni bloccate da una simile paralisi istituzionale. Ma adesso quell’argomento usato da Papa Francesco non vale più. Da lunedì 31 ottobre 2016, il Libano ha scelto come nuovo Presidente l’ex generale Michel Aoun, cristiano maronita. Il Presidente Aoun è stato ricevuto da Papa Francesco in Vaticano lo scorso 16 marzo. Dopo l'incontro con il Vescovo di Roma, Aoun ha scritto sul suo account twitter che il Papa gli aveva espresso la volontà di visitare il Libano, assicurando la sua costante preghiera per quel Paese. .

ASIA/IRAQ - Il Patriarca caldeo: in Egitto il Papa ha aperto le porte. Speriamo che anche i musulmani approfittino del suo appoggio

Baghdad – “Papa Francesco, coi discorsi e coi gesti del suo viaggio in Egitto, ha aperto tante porte: con l'islam, con le autorità politiche, tra i cristiani. Speriamo che adesso anche i musulmani colgano l'occasione, e approfittino di questo sostegno offerto loro dalla Chiesa”. Così il Patriarca caldeo Louis Raphael I Sako suggerisce qual'è la strada per far fiorire possibili sviluppi positivi dalla visita apostolica compiuta da Papa Francesco in Egitto, il 28 e 29 aprile scorsi. In quei giorni, anche il Primate della Chiesa caldea era presente al Cairo, essendo stato invitato alla Conferenza per la Pace organizzata dall'Università sunnita di Al Azhar, che ha avuto il suo apice proprio con l'intervento di Papa Francesco. “Sono rimasto in Egitto anche nei giorni successivi” confida il Patriarca Louis Raphael all'Agenzia Fides “e ho potuto registrare la grande impressione lasciata dalla visita del Papa in tutto il Paese. Tutti erano stupiti, si accorgevano che era successa una cosa nuova. Erano contenti i cristiani, e certo la visita del Papa è stato un grande conforto per tutti i battezzati del Medio Oriente. Erano contenti anche i musulmani, perchè il Papa ha fatto passi e gesti che non si sognavano, come quando ha abbracciato a lungo il Grande Imam Ahmed al Tayyib, e lo ha chiamato 'fratello' ”. La visita del Papa – fa notare il Primate della Chiesa caldea – va sottratta alle letture retoriche che si soffermano a celebrarla per qualche giorno, magari attribuendole effetti magici, senza farsi davvero chiamare in causa dai suggerimenti per il cammino futuro disseminati dal Successore di Pietro nei discorsi e negli incontri delle sue giornate egiziane: “Adesso” insiste il patriarca “tutte le porte sono aperte. Siamo tutti chiamati a far sì che non si richiudano. Il Papa ha fatto discorsi profetici, senza recriminare e condannare nessuno, mostrando a tutti la strada che abbiamo davanti, da percorrere insieme. Anche le Chiese del Medio Oriente, e soprattutto i loro pastori, in questo momento storico, sono chiamati a non rinchiudersi negli automatismi della solita routine, e a proporsi come una presenza profetica, al servizio della riconciliazione, delle riforme, dei diritti condivisi di cittadinanza e della carità, nei nostri Paesi dilaniati dalla violenza e dal fanatismo settario. Il Papa, quello che doveva fare lo ha fatto. Ora tocca anche a noi tutti, cristiani e musulmani del Medio Oriente, fare la nostra parte”. .

AMERICA/PORTO RICO - Avviato il processo di fallimento, misura per proteggere la popolazione e i servizi

San Juan – Il governatore dI Porto Rico, Ricardo Rosselló, ha chiesto al Consiglio di sorveglianza di avviare il processo di fallimento del Titolo III degli accordi stabiliti. Il Consiglio ha presentato ufficialmente la messa in fallimento dopo la richiesta del governatore .Eric LeCompte, direttore esecutivo del Jubilee USA Network, ha inviato a Fides il commento seguente: "Il governatore e il comitato di supervisione hanno fatto un passo importante per proteggere la gente di Porto Rico e i servizi essenziali sull'isola. Porto Rico ha bisogno di questa protezione fallimentare. Questo processo di fallimento è vitale in modo che Porto Rico possa ricevere un alleggerimento del debito che è stato promesso. Il processo del Titolo III può riportare il debito a livelli sostenibili, proteggere le comunità vulnerabili e promuovere la trasparenza".La Chiesa cattolica ha proposto delle iniziative per affrontare e risolvere questa grave situazione . Porto Rico deve ai suoi creditori 73 miliardi di dollari. Nella popolazione portoricana, che per il 45% vive in condizione di povertà, crescono i timori per i possibili effetti a catena del caos economico, a partire dal prevedibile crollo dei servizi, a partire da quelli sanitari.

ASIA/YEMEN - Gli assalti a ospedali e centri sanitari colpiscono soprattutto i bambini

Sana’a - I continui assalti ad ospedali e centri di salute dello Yemen continuano ad aggravare in particolare il benessere di bambine e bambini. La denuncia, pervenuta a Fides, arriva dalla società civile che nel rapporto di Watchlist descrive in dettaglio una serie di attacchi sistematici contro strutture mediche e denuncia l’accesso ristretto all’assistenza. Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa, tra marzo 2015 e marzo di quest’anno ci sono stati almeno 160 attacchi contro centri di salute e il loro personale, da intimidazioni e bombardamenti fino a limitazioni all’accesso alla somministrazione dei farmaci. L’accesso limitato alle cure salvavita ha aggravato i problemi sanitari nel Paese. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari , oltre la metà della popolazione dello Yemen, compresi 8,1 milioni di bambine e bambini, non hanno accesso all’assistenza medica, un aumento di oltre il 70% rispetto all’inizio del conflitto a marzo del 2015. Nel mese di novembre 2016, c’era un letto di ospedale ogni 1.600 persone e circa il 50% delle strutture sanitarie non erano operative. L’interruzione dei programmi di vaccinazione ha aumentato il rischio di malattie evitabili come poliomielite e morbillo. Secondo l’Unicef, in Yemen muore per malattie evitabili un bambino ogni 10 minuti.Il Paese è in procinto di dichiarare lo stato di carestia per 14 milioni di persone che soffrono di insicurezza alimentare. Inoltre, circa il 70% della popolazione ha bisogno di qualsiasi tipo di assistenza umanitaria.

AMERICA/VENEZUELA - La popolazione muore di fame, Caritas Caracas risponde con le “pentole solidali”

Caracas – L'Arcidiocesi di Caracas continua con l'iniziativa "Olla solidaria" . Il programma, chiamato anche "Pentole Comunitarie", è promosso dalla Caritas Venezuela e, malgrado le difficoltà nel reperire le risorse per preparare i pasti, riesce a dar da mangiare a un consistente gruppo di persone molto povere .Nella nota inviata a Fides dall'Arcidiocesi, il diacono Virgilio Cartagena, direttore della Caritas Caracas, riferisce alcune attività a favore dei più bisognosi in questi ultimi giorni. Infatti "pentola solidale" si è svolta a Campo Rico, quartiere periferico di Caracas, dove i destinatari dell'attività sono stati gli anziani, di cui nessuno si occupa, come segnala padre Antonio Castro, della Parrocchia San Juan Evangelista. L’iniziativa è stata sostenuta da alunni e genitori della scuola parrocchiale Corazón de María, che hanno accolto e servito più di 80 persone, per lo più anziani. Nel quartiere José Félix Ribas de Petare, padre Luis Chaparro, degli Operai Diocesani, ha accolto insieme ai volontari, circa 250 persone. Nella Parrocchia Santa Rita de Nuevo Día “pentola solidale” ha servito i poveri del quartiere Carretera Vieja Caracas-La Guaira, grazie al lavoro organizzato dalle Suore Oblate.Virgilio Cartagena ha messo in rilievo che questa "non è la soluzione definitiva al problema della fame, però in questo momento aiuta migliaia di persone". L'iniziativa era partita a Barquisimeto con padre Jesús Martínez, parroco della parrocchia di San Francisco de Asís.La drammatica situazione del paese viene denunciata non solo dalla Chiesa: "Mentre il governo spende milioni di dollari per le armi, ci sono centinaia di persone che cercano da mangiare nella spazzatura" ha detto il consigliere comunale di Caracas, Fernando Albán Caracas.

AFRICA/TOGO - “La frustrazione della società civile è una bomba che rischia d’esplodere” avvertono i Vescovi

Lomé - “La frustrazione della società civile togolese è una bomba a scoppio ritardato pronta ad esplodere alla prima occasione” avvertono i Vescovi del Togo nel loro messaggio pasquale. “Riconosciamolo: dietro l’apparenza di pace e di tranquillità il Togo è malato: i suoi figli e figlie sono sempre più delusi: non sanno più quale cammino intraprendere per uscire dalla situazione attuale e arrivare alla pace: il loro avvenire sembra bloccato”.Il Togo vive una situazione politica e istituzionale difficile laddove la vita economica e sociale offre poche prospettive ai giovani mentre il Paese ha celebrato il 27 aprile il suo 57esimo anniversario dell’indipendenza nazionale.I Vescovi sottolineano che il principio dell’alternanza politica “ancor prima che un valore democratico è soprattutto un’esigenza d’ordine naturale”. Nel 2005 dopo la morte di Gnassingbé Eyadema, che aveva guidato il Paese per 38 anni, è succeduto suo figlio Faure Gnassingbé, che da 12 anni regge le sorti del Paese. I Vescovi si dichiarano contrari ad un’estensione del numero dei mandati presidenziali, come sta avvenendo in altri Paesi africani, ad esempio il Burundi.La mancanza di una chiara alternanza genera frustrazione tanto più che lo Stato si è dimostrato incapace di offrire una vera giustizia sociale ridistribuendo la ricchezza del Paese. “La radice del male togolese” scrivono i Vescovi è “l’inversione della funzione pubblica”: invece di proteggere i poveri, lo Stato favorisce i ricchi che non fanno altro che accrescere i loro beni. “Lo scandalo non è che vi sono ricchi e poveri: lo scandalo è nel fatto che le istituzioni, che dovrebbero instaurare un minimo d’equilibrio, si rinchiudono nell’indifferenza o scelgono il campo dei ricchi e vi si trincerano”.Nel Paese ferve il dibattito sulle riforme costituzionali. La Conferenza Episcopale invita i politici a non perdere questa occasione per adottare le riforme attese dalla popolazione, in particolare la limitazione del mandato presidenziale e il modo dell’elezione del Presidente.

EUROPA/ITALIA - Due miliardi di bambini, bambine e donne vivono in Paesi con forme gravi o gravissime di esclusione

Roma - Un bambino su 3 vive in Paesi con forme gravi o gravissime di esclusione, E’ quanto emerso dalla presentazione, avvenuta ieri a Roma, del nuovo WeWorld Index. Si tratta di uno strumento nato per misurare l’inclusione di bambine, bambini, adolescenti e donne nel mondo. Curato dalla ong WeWorld, che si occupa di difendere i diritti di bambini, bambine e donne a rischio in Italia e nel Sud del Mondo, il WeWorld Index 2017 riporta che in 102 Paesi soffrono di ogni forma di esclusione insufficiente, grave o gravissima bambini, bambine, adolescenti e donne. Si tratta del 38% dei bambini e delle donne del mondo, circa 2 miliardi di persone, che vivono in Paesi in cui vi sono forme gravi o gravissime di esclusione. Secondo la nota inviata all’Agenzia Fides, tra il 2016 e il 2017 il fenomeno è aumentato di 22 milioni. Se non si interviene subito, entro il 2030 con il ritmo attuale, le donne e la popolazione under 18 che vivono in Paesi in cui vi sono forme gravi o gravissime di esclusione aumenterà di 286 milioni , un numero pari alla popolazione dell’intera Europa occidentale.

EUROPA/SVIZZERA - Scalabrini-Fest 2017: formazione e incontro per un cambiamento di sguardo sulle migrazioni

Solothurn - In tante zone del mondo si costruiscono muri contro i migranti e i rifugiati e molti perdono la vita alle frontiere dei paesi che potrebbero accoglierli. Eppure la comunità internazionale riconosce sempre più l’apporto che le migrazioni danno allo sviluppo sia delle comunità di partenza sia di quelle di arrivo. In questo contesto è stata celebrata, dal 28 al 30 aprile, al Centro Internazionale di Formazione “G.B. Scalabrini”, sede centrale delle Missionarie secolari scalabriniane a Solothurn, la Scalabrini-Fest di Primavera. A questa edizione, che aveva per titolo “Gente che va… apre la strada. Verso uno sviluppo sostenibile e integrale per tutti”, hanno preso parte circa 340 persone originarie di 39 paesi. Come riferisce all’Agenzia Fides Luisa Deponti, il Forum durante la Scalabrini-Fest ha dato spazio a voci e prospettive diverse. Johan Ketelers, dal 2004 al 2016 Segretario Generale dell’International Catholic Migration Commission con sede a Ginevra, ha considerato l’orizzonte globale con le sue luci e le sue ombre evidenziando che “Lo sviluppo è un processo in atto che coinvolge tutta l’umanità. È necessario elaborare politiche migratorie efficaci. L’emigrazione deve diventare una scelta e non una costrizione: un processo di vita, dignità umana e crescita che contribuisce allo sviluppo. Si tratta di una responsabilità condivisa che include tutte le nazioni, le popolazioni locali e i migranti stessi. Non possiamo considerare le migrazioni solo come i sintomi di una crisi, ma come un’opportunità”.Karin e Serge Agbodjan-Prince, lei austriaca e lui togolese, sposati e genitori di tre figli, hanno presentato la loro esperienza di vita: l’aspetto della crescita della persona e delle sue relazioni all’interno della loro famiglia e nei diversi ambienti culturali in cui hanno vissuto in Europa e in Africa. L’incontro con la diversità è per loro una grande possibilità di crescita personale, che non è rimasta, però, chiusa tra quattro mura. Il terzo intervento al Forum è stato della missionaria secolare scalabriniana Agnese Varsalona, teologa, che ha sottolineato: “Proprio i migranti e i rifugiati, che hanno lasciato tutto alle loro spalle, riportano l’attenzione su ciò che è più importante nella vita di ogni persona: le relazioni con gli altri, la vera patria in cui ovunque possiamo ritrovarci”. L’autentico sviluppo è, dunque, un processo di umanizzazione, che trova la sua via e meta in Gesù Cristo, il quale ha vissuto pienamente l’umanità secondo il progetto del Padre.Il tema è stato ulteriormente approfondito nei gruppi di scambio, nei workshop, attraverso la celebrazione dell’Eucaristia, con un concerto con giovani artisti di vari paesi e nel pellegrinaggio al santuario di Einsiedeln.

ASIA/SIRIA - Il Patriarca siro ortodosso si riconcilia con quattro Vescovi che lo avevano accusato di “tradire la fede”

Damasco – Il Patriarca Mor Ignatius Aprem II, Primate della Chiesa siro-ortodossa, ha perdonato quattro dei sei Vescovi Metropoliti della sua Chiesa che nel febbraio scorso gli avevano rivolto accuse di carattere dottrinale. L'atto patriarcale, manifestato attraverso una dichiarazione diffusa il 29 aprile scorso dal Patriarcato di Antiochia dei siro-ortodossi, segna formalmente la fine dei pubblici contrasti intra-ecclesiali che negli ultimi mesi avevano travagliato la vita della Chiesa siro-ortodossa. Nel testo patriarcale, pervenuto all'Agenzia Fides, il Patriarca riafferma il suo ruolo di “Successore di Pietro” e di custode dell'unità della Chiesa siro-ortodossa, riferendo di aver ricevuto nei giorni scorsi la lettera in cui i quattro Metropoliti perdonati porgevano le proprie scuse al Patriarca per le affermazioni e i giudizi offensivi che gli avevano riservato. I sei Metropoliti entrati in conflitto con il Patriarca avevano diffuso l’8 febbraio una dichiarazione in cui sostenevano che il Primate della Chiesa siro-ortodossa non meritava più il titolo di «defensor fidei», visto che a loro giudizio aveva seminato dubbi e sospetti nel cuore dei credenti, con dichiarazioni e gesti «contrari agli insegnamenti di Gesù Cristo, secondo il suo Santo Vangelo». Tra i gesti imputati al Patriarca come “tradimento della fede” c'era anche quello di aver riservato pubblicamente gesti di riverenza nei confronti del Corano . A metà marzo , il Sinodo dei Vescovi siro ortodossi aveva invece disposto la sospensione a divinis degli altri due Vescovi Metropoliti che avevano sottoscritto la dichiarazione contro il Patriarca, mentre i quattro poi perdonati erano stati sollecitati a sottoscrivere, entro il trenta aprile, la lettera di scuse e di pentimento per le scelte compiute in passato, considerate laceranti per la comunione ecclesiale. I due Metropoliti sospesi a divinis a metà marzo sono Severius Hazail Soumi, Vicario patriarcale in Belgio e Francia, e Eustatius Matta Roham. Quest'ultimo, un tempo alla guida dell'arcieparchia siriana di Jazirah e dell'Eufrate, era espatriato in Europa già alla fine del 2012, e non aveva fatto più ritorno nel suo Paese dilaniato dalla guerra. Prima del Natale 2013, un commando di uomini incappucciati aveva fatto irruzione nella sede metropolitana di Qamishli e aveva messo in scena una plateale azione di ricusazione del Prelato, doverosamente filmata e diffusa su youtube. I membri della squadra lessero un comunicato in cui si presentavano come portavoce del “popolo cristiano” e accusarono l'Arcivescovo di essere fuggito mentre la sua gente era sottoposta a sofferenze e minacce. .

AFRICA/KENYA - I Vescovi denunciano: “I politici sprecano le scarse risorse disponibili per comprare voti mentre la siccità uccide”

Nairobi - “L’incapacità dimostrata dalla maggior parte dei partiti politici di condurre elezioni primarie pulite e trasparenti dimostra la fragilità del sistema politico keniano alla vigilia delle elezioni generali di agosto”. Lo affermano i Vescovi del Kenya, in una dichiarazione giunta all’Agenzia Fides, nella quale esprimono forti preoccupazioni per il clima di tensione che colpisce il Paese.I Vescovi notano che le elezioni primarie condotte dai singoli partiti per scegliere i candidati da presentare alle elezioni di agosto sono state caratterizzate da manipolazioni, tensioni e violenze. “Abbiamo dei partiti politici che non sono in grado di gestire in modo organizzato e pacifico la democrazia interna” afferma il comunicato. Una situazione che lascia presagire che le elezioni di agosto potrebbero essere turbate da disordini e violenze. Timori condivisi dagli investitori internazionali e dai turisti stranieri che stanno disertando il Kenya, notano i Vescovi.Nonostante l’appello alla preghiera per elezioni libere e trasparenti lanciato dalla Conferenza Episcopale durante il periodo quaresimale , sta emergendo dunque il lato peggiore della politica keniota: corruzione, manipolazione del tribalismo e delle etnie, ricorso allo squadrismo violento reclutando i giovani disoccupati. Il tutto mentre il Kenya deve far fronte alla peggiore crisi alimentare causata dalla siccità degli ultimi decenni. “È una sciagura che gli stessi leader, che si suppone siano impegnati nel far fronte alla siccità, sono gli stessi che sprecano le scarse risorse disponibili per comprare voti. La cultura dell’avidità e dell’egocentrismo sta aggravando una situazione già difficile. I keniani sono spinti sull’orlo della disperazione” denunciano i Vescovi.

AMERICA/CILE - Proposta della Chiesa sull’autonomia del popolo Mapuche, questione aperta nel paese

Santiago – “Accettare le verità essenziali del fallimento delle trattative Stato - Popolo Mapuche, con l'obbligo di negoziare la pace, senza paura della diversità nazionale e dell’autonomia": questa è la proposta della Commissione “Giustizia e Pace” della Conferenza Episcopale cilena, fatta alla Commissione consultiva presidenziale per l'Araucanía.Tale proposta era stata presentata già nell’ottobre 2016 al Tavolo di dialogo per l'Araucania, ma era stata scartata, come ha ricordato il Vescovo della diocesi di Temuco, Mons. Héctor Vargas, alla guida della Commissione. Oggi viene riproposta e resa pubblica in quanto ritenuta ancora attuale alla luce dei nuovi dialoghi per risolvere la vicenda storica del popolo Mapuche. Pochi ma importanti eventi hanno risvegliato nell'opinione pubblica la “Questione Araucania e popolo Mapuche”: il censimento della popolazione nell'Araucania, la Lettera pubblica del Consiglio di tutte le terre Mapuche alla presidente del Cile, la consegna di più di 500 titoli di proprietà di terra a più di 500 famiglie mapuche nella zona.La Lettera del Consiglio di tutte le terre Mapuche sottolinea che "fare un censimento non significa attuare politiche pubbliche per il popolo Mapuche", e ricorda che altri censimenti fatti in precedenza sono serviti solo a manipolare i dati archiviati dallo Stato per evitare qualsiasi possibile indennizzo alla popolazione Mapuche. Comunque la Lettera ribadisce la disponibilità al dialogo con il governo delle organizzazioni Mapuche.La stampa nazionale, come informa la nota pervenuta a Fides da una fonte locale, ha sottolineato l'importanza del ruolo della Chiesa cattolica per l’incontro fra Autorità del governo e Rappresentanti Mapuche. Riguardo alla proposta della Chiesa sull'autonomia del popolo Mapuche, l'ex governatore dell'Araucania, Francisco Huenchumilla, ha sottolineato che "la voce della Chiesa è molto potente, perché mette l'accento su un punto molto delicato per il paese. Si tratta di una questione controversa, ma non dobbiamo avere paura di discutere, nessuno vuole buttare via un pezzo di paese. Noi vogliamo rafforzare l'unità pur riconoscendo la diversità".

ASIA/INDIA - Forum cristiano al governo: urge proteggere i luoghi di culto e la vita delle minoranze

New Delhi - Urge proteggere la vita, la sicurezza personale e i luoghi di culto della comunità cristiana indiana: lo afferma un rapporto intitolato “Minoranze ai margini: libertà di religione e comunità cristiana in India”, elaborato da una rete di organizzazioni della società civile, congregazioni, Ong e presentato alle Nazioni Unite. Tra gli enti presenti nel forum che ha redatto il testo, ci sono: Franciscans International, VIVAT International, Congregazione di San Giuseppe, Pax Romana, Suore della Federazione di Carità, Società di medicina cattolica missionaria e altri partner. Le ong puntano a sensibilizzare il Consiglio Onu per i diritti umani in vista della revisione periodica che riguarda l'India, prevista per maggio 2017. La “revisione periodica” è un meccanismo del Consiglio Onu per i diritti umani che mira a monitorare la situazione dei diritti umani per ognuno dei 193 stati membri delle Nazioni Unite.Come appreso da Fides, il Forum dei gruppi cristiani ha elaborato il rapporto dopo una serie di consultazioni svolte in varie parti del paese. Il documento si concentra sullo stato della libertà religiosa di cui gode la comunità cristiana in India. Tra i redattori vi sono i due cattolici p. Ajaya Kumar Singh, prete e attivista per i diritti umani in Orissa, e John Dayal, giornalista.“Il governo indiano dovrebbe garantire che la vita, la sicurezza e i luoghi di culto della comunità cristiana siano protetti dagli attacchi ed eventuali aggressori siano perseguiti secondo il diritto penale” afferma il rapporto, auspicando “un'azione legale rigorosa” nei confronti di tutti coloro che alimentano discorsi di odio con l'intento di incoraggiare violenze contro la comunità cristiana.Il rapporto smentisce la presunte attività di proselitismo o la crescita esponenziale dei cristiani in India. Secondo il Censimento effettuato in India nel 2011, gli indù rappresentano il 79,8% , i musulmani 14,23% , i cristiani 2,3% , i sikh 1,72% , i buddisti lo 0,7% , i jainisti 0,37% , mentre altri culti minori, come parsi ed ebrei, costituiscono lo 0,6% su una popolazione complessiva di oltre1,2 miliardi di persone. I dati - rileva il rapporto - mostrano che non c'è stata alcuna modifica significativa delle proporzioni della comunità cristiana all'interno della popolazione indiana, rispetto al precedente censimento del 2001. Stati con vaste comunità cristiane sono Meghalaya, Mizoram, Nagaland, Goa, Kerala, Jharkand, Chhattisgarh, Odisha, Isole Andamane e Nicobare Islands, anche se fedeli cristiani vivono in quasi tutti gli stati dell'India. La comunità cristiana in India non è omogenea e i suoi membri appartengono a varie confessioni religiose. Molte comunità tribali e indigene, chiamate "adivasi", originariamente animiste, si sono poi convertite al cristianesimo, così come i dalit, anche per fuggire dall'oppressivo e discriminatorio sistema castale tipico dell'induismo. Nel contesto attuale, la popolazione cristiana indiana è composta in gran parte da dalit e cristiani tribali.Il rapporto riferisce anche dell'attuale contesto politico in India, delle vulnerabilità delle minoranze religiose, dello status dei cristiani tribali e dalit, della condizione delle donne cristiane, delle cerimonie di "Ghar Wapsi" e delle leggi anti-conversione. Il testo presenta una serie di raccomandazioni che il Consiglio Onu esaminerà e potrà girare al governo indiano.

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