Latest News from Fides News Agency

ASIA/SIRIA - Le Chiese cattoliche di Aleppo verso il Sinodo “interrituale”.Il Vescovo Khazen: ascolteremo insieme ciò che ci chiede lo Spirito Santo

Aleppo – Un tempo sinodale di preghiera, riflessione e condivisione, per chiedere allo Spirito Santo quale è il cammino da seguire in questo tempo segnato dalle ferite della guerra. E' questa l'occasione che le sei Chiese cattoliche radicate ad Aleppo hanno deciso di vivere insieme, mettendo in cantiere un “Sinodo interrituale”, che vedrà il coinvolgimento dei Pastori e delle sei comunità cattoliche di rito diverso presenti nella città martire siriana. La preparazione del Sinodo è ancora alla fase embrionale, non è stata nemmeno decisa la data di inizio e la durata. Ma di certo si svilupperà per almeno un anno, sarà un tempo prolungato scandito da incontri, liturgie, meditazioni. Ed è già chiaro l'intento di questo tempo speciale: “Dopo tutto quello che è accaduto nella nostra città durante gli anni di conflitto - riferisce all'Agenzia Fides il Vescovo Georges Abou Khazen OFM, Vicario apostolico di Aleppo per i cattolici di rito latino – vogliamo vedere insieme cosa lo Spirito vuole da noi e dalle nostre comunità, nel tempo che abbiamo davanti”. Sarà un tempo utile per risanare le ferite, e chiedere di guarire dalle fragilità e dall'indebolimento che le comunità hanno subito a causa della guerra. Il Vescovo Khazen riporta all'Agenzia Fides anche le attese e i sentimenti con cui gli abitanti di Aleppo guardano ai recenti incontri tra leader politici regionali che potranno avere riflessi notevoli sul futuro assetto della Siria: “Noi” riconosce il Vescovo francescano “non sappiamo di cosa hanno parlato. Ma tutti sperano che si consolidi davvero una pace duratura, e che si possa iniziare a ricostruire il Paese”. .

AFRICA/ZIMBABWE - Il dopo Mugabe: “La popolazione desidera la democrazia e un netto miglioramento dell’economia”

Harare -“La gioia popolare è esplosa alla notizia delle dimissioni di Robert Mugabe” dice all’Agenzia Fides Fratel Alfonce Kugwa, Coordinatore Nazionale della Commissione per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale dello Zimbabwe, dove ieri, 21 novembre, il 93enne presidente Robert Mugaba ha rassegnato le dimissioni, dopo giorni di duro confronto con la direzione del suo partito, lo ZANU-PF, e l’esercito che aveva preso il controllo dei punti chiavi della capitale, Harare. “È stato uno sviluppo inaspettato, si temeva infatti che l’ex Presidente resistesse ancora alla pressioni per farlo dimettere” dice Fratel Alfonce.Il 24 novembre Emmerson Mnangagwa, il Vice Presidente dimissionato da Mugabe all’inizio del mese, giurerà come nuovo Capo dello Stato ad interim, ha annunciato oggi il Presidente del Parlamento, Jacob Mudenda.Lo Zimbabwe volta così pagina, ma al momento è ancora presto per capire quale direzione prenderà la sua storia. Fratel Alfonce sottolinea che la popolazione anela a migliorare le condizioni economiche e ad accedere ad una vera democrazia. “Per il futuro ci aspettiamo un netto miglioramento delle condizioni economiche del Paese e una maggiore stabilità politica, con la popolazione che possa fare esperienza di una vera democrazia” dice. “Nell’immediato auspichiamo la fine del clima di violenza e di terrore. La gente viveva nella paura” continua il Coordinatore Nazionale della Comunicazioni Sociali dei Vescovi. “Tutti hanno la speranza che il nuovo sistema politico che andrà a formarsi nell’era post Mugabe porti vere opportunità di sviluppo, soprattutto per le giovani generazioni” conclude.La cattiva gestione economica del regime di Mugabe degli ultimi 20 anni ha distrutto il sistema agricolo nazionale, uno dei più prosperi dell’Africa australe, costringendo milioni di cittadini ad emigrare in Sudafrica o in località più lontane.

ASIA/SRI LANKA - Nomina del Vescovo di Mannar

Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco, in data odierna, ha nominato Vescovo di Mannar Sua Ecc. Mons. Fidelia Lionel Emmanuel Fernando, finora Ausiliare dell’arcidiocesi di Colombo.

AMERICA/REP. DOMINICANA - Profonda fede del popolo, pochi sacerdoti; al via gli "Universitari missionari"

Santo Domingo – “Nella diocesi di Santo Domingo, dove ci sono 3,6 milioni di abitanti, c’è un sacerdote ogni 7.200 cattolici. La gente dominicana ‘reclama’ l'aiuto, l'ascolto e il conforto pastorale dei preti”, si legge in una nota inviata a Fides dalla Obra de Cooperación Sacerdotal Hispanoamericana che da circa 70 anni invia sacerdoti diocesani nel paese. “Serviamo migliaia di persone, con diverse esigenze. Molti sono ammalati, altri arrivano per esporci questioni di natura spirituale. Dobbiamo soddisfare i bisogni di tutti, confessare, ascoltare”, spiega padre Rodrigo Hernández, missionario madrileno da un anno a Santo Domingo come membro della OCSHA. Arrivato nella Casa de la Anunciación, casa madre della comunità carismatica Siervos de Cristo Vivo , p. Rodrigo racconta che nel paese si realizzano ritiri spirituali, corsi di evangelizzazione e di formazione, rivolti in special modo ai leader delle loro comunità. “Si tratta di una popolazione che esprime una fede profonda, che vive una esperienza reale della forza di Dio e ha desiderio di comunicarla, ma manca la formazione”, aggiunge p. Rodrigo.“L’infanzia e la gioventù sono la speranza di Santo Domingo, nonostante i tanti minori che vivono in condizioni di povertà estrema”, continua il missionario, citando il grande impegno dei religiosi mercedari nel loro dispensario verso i bambini di strada. Inoltre, Mons. Francisco Ozoria Acosta, Arcivescovo metropolita di Santo Domingo, ha invitato il missionario spagnolo a rappresentare le Pontificie Opere Missionarie diocesane e dedicarsi all’animazione missionaria. In collaborazione con il Vescovo ausiliare, Mons. Jesús Castro, infatti si sta avviando il gruppo degli "Universitari Missionari": ogni universitario cattolico deve ricevere la formazione adeguata per poter evangelizzare nel suo ambiente.Secondo le statistiche del PewForum, la Repubblica Dominicana è uno dei paesi dell’America dove i cattolici sono più disposti a "condividere la loro fede", cioè a parlare di fede con le persone con le quali vengono in contatto. Il 20% dei dominicani cattolici dichiarano di farlo almeno una volta alla settimana. Si tratta di una percentuale simile a quella di nicaraguensi , honduregni , panamensi , costaricensi , anche se inferiore a salvadoregni e guatemaltechi . Nella Repubblica Dominicana, l’86% della popolazione si dichiara cattolica .

AMERICA/ARGENTINA - “Accettare i nostri errori e progettare il futuro”: il Vescovo di Mar del Plata fra i detenuti

Mar del Plata – "La cosa più importante per il pastore è avere un gregge da accompagnare e curare, e voi siete il gruppo privilegiato del Pastore, è una gioia da condividere" ha detto Mons. Gabriel Antonio Mestre, nuovo Vescovo della diocesi di Mar del Plata, in Argentina, all'inizio della celebrazione eucaristica nel carcere Unidad Penitenciaria N. 15 de Batán, lunedì 20 novembre. Durante l'Eucaristia 22 detenuti hanno ricevuto la cresima e 5 il battesimo.Accompagnato da don Hernán Ángel David, cappellano del carcere, da suor Helena Kuc e dai membri della pastorale penitenziaria di Mar del Plata, che ogni giorno visitano i detenuti portando la parola di Gesù, Mons. Mestre è stato ricevuto dalle autorità carcerarie, dal capo del complesso della zona Est, Omar Herrera, dalla Segretaria del coordinamento, Claudia Díaz, e dal direttore dell'Unità 15, Pascual Lettieri."Il tempo è una delle cose più importanti che abbiamo nella vita, e bisogna usare bene il nostro tempo presente – ha detto il giovane Vescovo nell’omelia -. Tra passato, presente e futuro, ciò che vale la pena è il presente: il futuro si può progettare ma sempre dal presente, anche il passato lo si deve assumere ma sempre dal presente; il tempo presente è l'unica cosa che abbiamo nelle nostre mani. È positivo avere progetti e che li facciamo per il bene, per la gioia, per poter uscire, per affrontare cose nuove, ma tutto questo si gioca nel presente. Insieme a Dio siamo proprietari del presente, qualunque cosa sia accaduta nel passato, oggi siamo proprietari di questo tempo, dobbiamo assumerlo, perdonarci e perdonare, riconciliarci con gli altri e riconciliare noi stessi con il passato, affrontare il futuro. Dobbiamo avere grandi sogni e progetti, assumendo i nostri errori, tutti, non solo voi che siete qui, anche noi che siamo fuori dobbiamo accettare i nostri errori e il nostro presente".Dopo la celebrazione, informa la nota di Aica pervenuta a Fides, i detenuti hanno regalato al Vescovo un orologio realizzato nel laboratorio solidale del penitenziario. Gli orologi prodotti dai detenuti ormai sono conosciuti e apprezzati per la buona qualità, tanto che ricevono richieste da privati e da imprese. Mons. Gabriel Mestre ha quindi condiviso il pranzo con i detenuti e i membri della pastorale. Successivamente si è recato al Centro per la pastorale universitaria , dove gli hanno illustrato il lavoro svolto attraverso 19 corsi autogestiti, che consentono ai detenuti di essere formati, occupati e di crescere nella comunità. Qui ha benedetto e scoperto un murale in omaggio a Papa Francesco dipinto da uno dei detenuti. I detenuti hanno chiesto che questo spazio sia “istituzionalizzato”, in modo che possa continuare ad essere luogo di incontro e di socializzazione.In Argentina ci sono più di 205 carceri che accolgono circa 69 mila detenuti. Di questi 10.500 sono nelle 34 prigioni federali, mentre i 55 centri penali della grande Buenos Aires ne ospitano circa 31.000. Secondo i dati raccolti da Fides, desunti dall'ultima pubblicazione del Sistema Nazionale di Statistiche, il resto dei detenuti si trova nelle carceri che dipendono direttamente delle province.Del totale 65.418 sono uomini e 2.989 donne. Argentini 64.465 e stranieri 3.942. Il gruppo più numeroso di detenuti è composto da quelli fra 25 a 34 anni .Purtroppo, come in altri paesi, la violenza e la corruzione sono presenti in molti di questi centri, ma l’infaticabile lavoro della Chiesa attraverso la pastorale sociale e penitenziaria, riesce a dare un contributo significativo per il miglioramento della situazione nelle carceri.

AFRICA/CONGO RD - Oltre 50 manifestanti uccisi tra aprile e ottobre: la denuncia della Conferenza Episcopale

Kinshasa - Sono 56 le persone uccise durante manifestazioni e riunioni pubbliche nella Repubblica Democratica del Congo tra aprile e ottobre di quest’anno. Lo denuncia il rapporto “Monitoraggio delle manifestazioni e delle riunioni pubbliche” che è stato redatto da 200 osservatori per conto della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo .“Manifestazioni e riunioni pubbliche organizzate dall’opposizione politica, dalle organizzazioni della società civile e dai movimenti civici che non fanno parte del governo sono state soffocate, impedite, vietate e disperse dalla polizia con l’uso di gas lacrimogeni, e con il tiro di proiettili reali. Risulta dal rapporto che almeno 56 persone sono rimaste uccise, di cui 52 dalle pallottole, una dai gas lacrimogeni” ha dichiarato il 20 novembre a Kinshasa don Donatien Nshole, Segretario Generale della CENCO, presentando il rapporto ai politici e al clero.La CENCO denuncia una violazione dei diritti umani, in un Paese che si trova ancora nel Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. “Esiste un’ambiguità nella legge sulla organizzazione di manifestazioni e incontri pubblici, perché quelli organizzati da interlocutori del governo si sono sempre svolti in pace”, ha aggiunto il segretario generale della CENCO.Nello stesso periodo, sono stati registrati 355 arresti di manifestanti e organizzatori, e diversi atti di vandalismo: una sotto-stazione di polizia bruciata, un negozio di proprietà di un cittadino cinese saccheggiato, 4 jeep della polizia incendiate, e 3 poliziotti uccisi dai manifestanti.Lambert Mende, ministro della comunicazione e dei media, e portavoce del governo, ha reagito stigmatizzando la mancanza di identità delle vittime perché, secondo lui, le cifre da sole non aiutano il governo a intraprendere alcuna indagine. Mende accusa la CENCO di impegnarsi in una "Politica di discredito”.Eppure le violazioni citate dalla CENCO sono ben note. Il 15 novembre, la polizia ha arrestato Binja Happy Yalala, una ragazza di 15 anni, in una manifestazione pacifica a Idjwi, nell'est del Paese. La scorsa settimana le Nazioni Unite e in diversi Stati, tra cui Canada e Svizzera, hanno esortato le autorità congolesi a rispettare le libertà fondamentali, come previsto dalla Costituzione congolese, compresa la libertà di riunione e di manifestazione.

ASIA/KAZAKHSTAN - Accoglienza e dignità per bambini di strada e orfani: l’impegno della Chiesa

Kapchagay - “Agli inizi degli anni Novanta, dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, la popolazione del Kazakhstan è rimasta priva di garanzie sociali e assistenziali. Molti bambini sono finiti per strada o negli orfanotrofi, mentre alcuni non potevano permettersi di frequentare la scuola. Di fronte a tale situazione, abbiamo chiesto alla Madonna la grazia di poter accogliere, nel suo nome, queste creature indifese. Così, grazie all'impegno di molti, nell’ottobre del 2000, a Kapchagay sono nati i ‘Focolari’, case di accoglienza, preghiera e amore dove i bambini vengono accuditi”: a raccontarlo all’Agenzia Fides, in occasione della Giornata internazionale per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza , è p. Artur Zaras, prete polacco in missione da quattro anni nella parrocchia Beata Maria Vergine Signora dell’Eucarestia di Kapchagay, in Kazakhstan.“Accogliamo in 6 case 63 bambini di diverse età, nazionalità e religione. Quasi tutti provengono da famiglie distrutte dall’alcolismo, con genitori gravemente malati o disoccupati. Altri sono cresciuti nella steppa, senza alcuna istruzione. Ci occupiamo di nutrirli, portarli a scuola, acquistare abiti e giochi. Ogni settimana sono sottoposti a visite pediatriche”, racconta.Nello svolgere questo servizio, p. Artur può contare sull’aiuto di tre suore polacche dell’Immacolata Concezione, suor Vera, suor Samuela e suor Rita. “Inoltre, una volta alla settimana, si aggiungono a noi una suora francescana, suor Emilia, e una volontaria di nome Eva, entrambe provenienti da Almaty, che preparano i bambini ai sacramenti. C’è anche una coppia di ortodossi che cura l’educazione religiosa dei bambini di quella comunità”, spiega il missionario, aggiungendo che, “oltre all’infanzia e dell’adolescenza, ci si occupa anche di donne con i figli neonati e di anziani in stato di bisogno, ai quali forniano farmaci, spesso troppo costosi”. Situata a sud del Kazakistan, nella regione di Almaty, Kapchagay è una cittadina di fondazione sovietica, creata negli anni Settanta del secolo scorso sulle rive di un bacino idrico artificiale, ricavato da uno sbarramento sul fiume Ili. La popolazione, di circa 50.000 persone, è composta al 50% da comunità etniche asiatiche , mentre la restante parte è di origine europea . La comunità cattolica di Kapchagay è costituita soprattutto da discendenti dei polacchi deportati da Stalin nel 1936, che ancora oggi vivono secondo le tradizioni del paese di origine. I cattolici vivono a stretto contatto con fedeli di altre comunità religiose, tra i quali soprattutto russi ortodossi e protestanti coreani, ma anche musulmani: “Ci incontriamo e ci sediamo spesso allo stesso tavolo, con lo scopo di aiutare le persone a vivere secondo valori di fratellanza, per costruire la pace”, conclude p. Artur.

AFRICA/ZIMBABWE - Attesa per le dimissioni di Mugabe; i Vescovi: “dare priorità all’interesse della nazione”

Harare - Lo Zimbabwe vive con il fiato sospeso nell’attesa che il Presidente Robert Mugabe rassegni le dimissioni, richieste dalla leadership del suo stesso partito, ZANU-PF. “"Invito il Presidente Mugabe a tenere conto degli appelli lanciati dal popolo a favore delle sue dimissioni in modo che il Paese possa procedere e preservare la sua eredita politica” ha detto Emmerson Mnangagwa, il Vice Presidente che era stato dimesso dallo stesso Mugabe il 6 novembre. Il 15 novembre l’esercito ha preso il controllo dei principali palazzi del potere e dei punti strategici della capitale, Harare, ufficialmente “per proteggere Mugabe dai criminali che lo circondano e che stanno provocando sofferenze economiche e sociali”, un riferimento alla cerchia di potere creatasi intorno alla seconda moglie di Mugabe, Grace, e ai figli del Presidente.In questa situazione di confusione, i Vescovi hanno pubblicato, il 19 novembre, una dichiarazione nella quale incoraggiano “coloro che sono al centro di questi processi delicati a dare priorità all’interesse della nazione e a lavorare instancabilmente per una pacifica fine della crisi, al fine di accelerare il ritorno alla normalità e all'ordine costituzionale”. “Imploriamo gli opinion maker, i media e l'intera popolazione ad astenersi da comportamenti e affermazioni che aumentano la tensione, generano odio o infiammano le passioni” afferma il messaggio, inviato all’Agenzia Fides“Dobbiamo essere consapevoli del fatto che, oltre a coloro che stanno agendo e coloro che sono coinvolti nel delicato processo in corso, tutta la popolazione è preoccupata della situazione e del futuro del Paese” continua il messaggio. Dopo aver ricordato che la crisi attuale ha radici nella storia recente del Paese, i Vescovi sottolineano che “la normalizzazione sostenibile dello Zimbabwe può essere raggiunta solo attraverso un processo inclusivo e partecipativo di tutti in modo democratico”. “La nazione deve sviluppare una cultura di elezioni libere ed eque, di referendum e consultazioni” che rispettino tutte le componenti sociali del Paese.I Vescovi chiedono infine che “alle persone accusate di crimini sia sempre accordato un giusto processo e la protezione della legge e che i tribunali civili continuino ad esercitare il ruolo di arbitri indipendenti senza impedimenti, come previsto dalla Costituzione e come promesso dall’esercito”.Il messaggio conclude con l’invito alla preghiera personale e comunitaria per la nazione.

ASIA/TURCHIA - Aumentano nei media turchi “hate News” e incitamento all'odio. Nel mirino ebrei, armeni e siriani

Istanbul - Nei media turchi, cartacei e digitali, crescono a ritmi elevati le “hate News” e gli interventi che esprimono disprezzo e incitamento all'odio verso singole persone e gruppi umani identificati su base nazionale, etnica o religiosa. Tra i gruppi più colpiti ci sono gli ebrei, i siriani e gli armeni. Lo riferisce un rapporto diffuso dalla Fondazione Hrant Dink, che dal 2009 conduce indagini sulle espressioni di odio religioso e di razzismo che compaiono nei mezzi di comunicazione turchi. Secondo la Fondazione, che porta il nome del giornalista turco di origine armena assassinato nel 2007, nel periodo da maggio ad agosto 2017 sui media turchi sono apparsi 2466 discorsi di incitamento all'odio rivolti contro 48 gruppi diversi. Oltre a ebrei, siriani, e armeni, anche i greci in Turchia sono diventati bersaglio di “hate News”. Secondo quanto riportato dal giornale “Agos”, testata bilingue armena-turca pubblicata a Istanbul, il rapporto della Fondazione Hrant Dink fa notare che spesso su alcuni media turchi la parola “ebreo” viene utilizzata come un insulto. .

AFRICA/KENYA - Confermata la vittoria di Kenyatta: i Vescovi invitano alla nonviolenza

Nairobi - "Esortiamo i keniani ad abbracciare la pace e a resistere a qualsiasi tentativo di incitamento a intraprendere attività criminali", dichiarano i Vescovi keniani in una lettera inviata a Fides, firmata dal Presidente della Conferenza Episcopale del Kenya , Sua Ecc. Mons. Philip Anyolo, Vescovo di Homabay.Nella lettera, datata 20 novembre, i Vescovi invitano in particolare i giovani “a non lasciarsi manipolare dai politici a provocare violenza e distruggere le proprietà".Secondo quanto riportato dai quotidiani locali, in alcuni quartieri di Nairobi lo scorso fine settimana si sono verificati gravi incidenti. Almeno cinque persone sono state uccise, tre sono state colpite a morte con armi da taglio da una banda armata nella zona di Baba Dogo, una quarta, una guardia di sicurezza, è stata colpita mentre implorava la banda di non attaccare i residenti. Una quinta persona è stata trovata morta nel sobborgo di Mathare North di Nairobi, con ferite d’arma da taglio."Noi, Vescovi cattolici del Kenya, siamo rattristati dalle notizie che dei keniani hanno perso la vita in alcune zone di Nairobi e a Nyanza", afferma la dichiarazione."Siamo ugualmente rattristati nell'ascoltare e vedere la distruzione incontrollata di proprietà e delle imprese dei keniani come accaduto nel recente passato”. " Condanniamo tutti gli atti di violenza e gli omicidi commessi e porgiamo le nostre condoglianze alle famiglie che hanno perso i loro cari in queste circostanze poco chiare", afferma Mons. Anyolo.Il capo della polizia di Nairobi, Japheth Koome afferma che l’ondata di omicidi dello scorso sabato sono di natura criminale, respingendo l’asserzione che si è trattato di scontri etnici, come affermato dai residenti dei quartieri colpiti.I Vescovi lanciano un appello “ai politici e a tutti affinché lavorino per unificare il Paese ed evitare le politiche di divisione che portano all'animosità e alla violenza"."Invitiamo inoltre il governo e le sue agenzie di sicurezza a proteggere i keniani e le loro proprietà dai criminali, indipendentemente dalla loro appartenenza politica”.La situazione politica in Kenya è tesa dopo che ieri, 20 novembre, i sei giudici della Corte Suprema hanno confermato all'unanimità la rielezione del presidente Uhuru Kenyatta, nelle elezioni del 26 ottobre, ripetizione di quelle dell'8 agosto che la stessa Corte aveva annullato.Mentre i sostenitori della coalizione di governo hanno iniziato a cantare e ballare per celebrare la decisione della Corte Suprema, si sono verificati proteste di piazza e scontri tra giovani e la polizia in particolare nelle roccaforti dell'opposizione.Il capo dell'opposizione, Raila Odinga, ha affermato che i giudici della Corte Suprema hanno deliberato sotto costrizione ed ha affermato: “Noi non condanniamo la Corte, siamo solidali con essa”.

AFRICA/EGITTO - I singoli corpi dei “martiri di Libia” identificati grazie al DNA. Imminente la loro sepoltura

Minya – I resti mortali dei 21 martiri copti decapitati nel 2015 in Libia da tagliagole jihadisti legati al sedicente Stato Islamico potrebbero arrivare entro il fine settimana o all'inizio della prossima al Cairo, epr esser poi seppelliti nella chiesa già eretta in loro memoria nel villaggio di Al Our, presso Samalut, nella provincia egiziana di Minya. Secondo fonti ecclesiali citate da media egiziani, i risultati delle analisi del DNA dei corpi hanno permesso di identificare i singoli corpi dei 21 martiri, che agli inizi di ottobre erano stati ritrovati sepolti in una zona della costa libica presso la città di Sirte. Alcune settimane dopo le famiglie di quelli che ora nella Chiesa vengono chiamati i “martiri di Libia” avevano ricevuto dal Dipartimento di medicina legale l'invito a recarsi presso le strutture sanitarie di Minya per sottoporsi al test del DNA e permettere così di identificare i singoli corpi dei compagni di martirio. I familiari dei martiri – avevano riferito allora i media egiziani – avevano espresso gioia per l'avvio del procedimento che avrebbe permesso di identificare uno per uno i martiti, prima di essere sepolti nella la chiesa-sacrario già costruita in loro memoria. Venerdì 6 ottobre le autorità egiziane avevano ufficialmente confermato il ritrovamento dei resti dei 21 cristiani copti egiziani decapitati. I corpi erano stati rinvenuti con le mani legate dietro al schiena, vestiti con le stesse tute color arancione che indossavano nel macabro video filmato dai carnefici al momento della loro decapitazione. Anche le teste dei decapitati erano state ritrovate accanto ai corpi.Il video della decapitazione dei 21 copti egiziani fu diffuso sui website jihadisti nel febbraio 2015. Una settimana dopo la diffusione del filmato, nel quale si vedevano anche i cristiani copti sussurrare il nome di Cristo mentre venivano sgozzati, il Patriarca copto ortodosso Tawadros II decise di iscrivere le 21 vittime della strage nel Synaxarium, il libro dei martiri della Chiesa copta, stabilendo che la loro memoria fosse celebrata il 15 febbraio. .

AMERICA/PERÚ - Nuova vita a ragazzi orfani e abbandonati: la casa di accoglienza dove si recherà il Papa

Puerto Maldonado - Per dare un futuro a ragazzi e giovani delle popolazioni indigene in questa regione “è necessario un maggiore sostegno nell’ambito sociale, una forte volontà politica, la convinzione etica sul valore della vita, la ricerca di un equilibrio tra attività umana e rispetto della sua biodiversità”: queste alcune soluzioni proposte da padre Xavier Abex che potrebbero aiutare a cambiare la situazione a Puerto Maldonado, la città che Papa Francesco visiterà il 19 gennaio 2018, nel quadro del suo viaggio in Perù, dove incontrerà le popolazioni indigene che si trovano nelle regioni di Madre de Dios, Ucayali e Cusco. Il Papa visiterà anche l'ostello “El Principito” , fondato da padre Abex nel 1996.Padre Xavier Abex, nato in Svizzera 75 anni fa, è il fondatore dell'Associazione per la protezione dei bambini e degli adolescenti , che gestisce due case di accoglienza per 50 bambini e adolescenti in difficoltà, oltre ad essere il parroco della parrocchia di San Vicente. In una conversazione con l'Agenzia Fides illustra la situazione a Puerto Maldonado. I minori ospitati nei due centri di accoglienza dell'Associazione provengono da orfanotrofi, situazioni di abbandono o di pericolo per la loro integrità fisica o morale a causa di violenze familiari o molestie di ogni tipo. “Cerchiamo di assicurare un'istruzione superiore per alcuni di loro - spiega padre Xavier -. Tutti vanno negli istituti scolastici della città. Cerchiamo di rendere la loro vita simile a quella di una famiglia con tanti bambini”.Ricordando i primi momenti, al suo arrivo in Perù, p. Xavier dice a Fides: “Immaginavo che fosse un paese povero, ma non così disorganizzato e violento. Nell'Altiplano, a Macusani, a Puno trovai difficoltà ad abituarmi al freddo o al mondo Quetchua, perché non conoscevo bene le loro usanze e la loro lingua. E’ stata anche molto dura nella zona mineraria di Mazuko-Huaypethue. Non c'era nessun servizio pubblico, di nessun tipo, neanche le strade, le comunicazioni erano molto difficili”. Madre de Dios è una delle zone più violente del paese, con gravi problemi come l'estrazione mineraria, è la seconda regione con il più alto tasso di omicidi nel paese, dove la violenza familiare, psicologica, fisica e sessuale contro i minori purtroppo è frequente. “Oltre a tutto questo, si sta distruggendo il ciclo vitale dell’acqua per le attività estrattive incontrollate - prosegue p. Xavier -, ecco perché la Chiesa cattolica locale, attraverso la sua Commissione per la Pastorale Sociale e i Diritti Umani, sente il dovere profetico di lanciare un grande grido di allarme”. Secondo il sacerdote la situazione potrebbe cambiare attraverso “un maggiore sostegno nell’ambito sociale, una forte volontà politica e una convinzione etica sul valore della vita della popolazione, l’attuazione della Zonificación Ecológica Económica”. Quest’ultimo processo serve ad identificare le diverse alternative per un uso sostenibile del territorio, prendendo come base la valutazione delle sue potenzialità e limitazioni dal punto di vista fisico, biologico, sociale, economico e culturale. “Bisogna lavorare per raggiungere un equilibrio tra l'attività umana e il rispetto della biodiversità” sottolinea p. Xavier, che nei suoi oltre quarant'anni di lavoro nella regione non ha perso la speranza che la situazione possa migliorare, una speranza che si nutre di una profonda esperienza spirituale e della vicinanza alle persone e alle comunità in cui svolge il suo lavoro pastorale.

ASIA/KAZAKHSTAN - I poveri sono “il pane quotidiano”

Almaty - “Il contatto con i poveri qui è pane quotidiano. I poveri sono sempre con noi. In tutte le nostre chiese abbiamo letto il messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale dei Poveri, che sarà anche oggetto di studio e approfondimento dei vari gruppi Caritas”: lo racconta a Fides, fra Luca Baino OFM, frate minore impegnato nella città kazaka di Almaty.In Kazakhstan, la Chiesa cattolica è organizzata in quattro regioni apostoliche. I cattolici hanno dato vita a 21 piccoli centri sanitari di base gestiti grazie alla collaborazione di tutta la comunità cristiana ed accessibili a chiunque, senza distinzione di etnia o religione. Fra Baino spiega: “Spesso nelle nostre parrocchie, soprattutto nei villaggi lontani dalle grandi città, i parrocchiani fanno parte di quelle categorie di cui parla papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata dei Poveri”. Ma proprio lo stato di necessità, secondo il frate, rappresenta spesso il primo passo verso la Chiesa: “Se qualcuno, di qualsiasi credo religioso o non credente, si trova nel bisogno, sa di andare sul sicuro bussando alla porta della Chiesa cattolica. Siamo pronti anche per aiuti immediati, per piccole questioni o esigenze quotidiane, senza chiedere al povero che bussa a quale comunità religiosa appartenga. Da qui che parte un percorso di conoscenza che si apre all’opera della grazia di Dio e può trasformarsi in conversione”.Nella sua missione evangelica, la comunità cattolica in Kazakhstan promuove la dignità e i diritti umani, lo sviluppo sociale ed economico dei più svantaggiati in un paese che, dal punto di vista delle risorse naturali, risulta quello con la maggiore quantità di ricchezza pro capite al mondo. La ricchezza, però, non viene equamente redistribuita, notano gli analisti, per la diffusa corruzione e per una estrema frammentazione regionalistica. Nel suo sottosuolo kazako si trova il 60% delle risorse minerarie della ex Unione Sovietica: ferro, carbone petrolio, metano, metalli per l’elettronica, l’ingegneria nucleare e missilistica. Da quando il paese ha dichiarato l'indipendenza dall'Unione Sovietica, nel 1991, la ricchezza proveniente dai minerali ha fato sì che il reddito pro capite si sia quadruplicato, mentre la disoccupazione è scesa al 5%. E mentre in epoca sovietica circa la metà della popolazione viveva a un livello di sussistenza, oggi il tasso di povertà è inferiore al 5%. Nelle principali città come Almaty, Astana e Shymkent è impossibile ignorare il rapido aumento della ricchezza. Nel corso di circa 25 anni, il paese è passato da una situazione in cui metà della sua popolazione era molto povera a una in cui circa la metà appartiene al ceto medio. La sfida più importante oggi è ridurre le forti disparità tra una regione e l’altra, non solo in termini di reddito, ma anche in termini di accesso ai servizi pubblici, alla giustizia, alla salute, alla protezione e rispetto dei diritti umani. La rapida crescita economica, infatti, ha portato con sé una maggior vulnerabilità delle fasce più povere, soprattutto per l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità e di servizi come acqua potabile e servizi sociali. Tra i gruppi sociali che maggiormente rischiano una povertà cronica ci sono i disoccupati e i lavoratori autonomi, tra i quali soprattutto le donne.

ASIA/ INDIA - Il prezioso contributo delle università cattoliche alla nazione

Calcutta – Le università cattoliche in India offrono un valido e prezioso contributo per la costruzione del paese, garantendo un’istruzione di qualità a giovani di ogni religione, cultura, etnica: è quanto emerso dall’incontro nazionale sul “Futuro dell’istruzione superiore cristiana e transizioni contemporanee in India”, tenutosi nei giorni scorsi a Calcutta.La conferenza ha visto coinvolte cinque università cattoliche indiane: Assam Don Bosco University , Christ University , St Xavier University , St Xavier University , e St Joseph University . “Ci si è soffermati sull’odierno scenario educativo e sul crescente, sottile tentativo di ‘zaffernizzazione’ degli istutiti scolastici in India”, spiega a Fides il salesiano p. George Thadathil, uno dei presenti.Parlando della missione dell’istruzione cristiana in India, l’ex preside del St Stephen's College di Delhi, il dott. Valson Thampu, ha affermato che “gli istituti educativi cristiani esistono per fare la differenza nella società”. Due università, Don Bosco e Christ University, esistono da più di nove anni. Altre tre sono state aperte lo scorso anno e quest’anno. Gli studenti in tutte le cinque università Cattoliche sono 16,000 in tutto. Su 42,000 collegi in India, 500 sono Cattolici, circa l’1%. Nel paese ci sono in tutto 789 università tra pubbliche e private.L’incontro delle università cattoliche è stato l’occasione per condividere esperienze sull’istruzione superiore nel contesto dell’attuale fase di transizioni culturale e sociale. “La Chiesa cattolica in India è universalmente riconosciuta per le sue istituzioni educative e di formazione tecnica che, quando si sono dedicate al servizio di istruzione, lo hanno fatto secondo criteri di qualità ed eccellenza, contribuendo alla costruzione della nazione”, rileva all’Agenzia Fides il salesiano C. M. Paul, docente all’Assam Don Bosco University e organizzatore dell’evento. “Ho compiuto gli studi all’Assam Don Bosco University di Guwahati, fondata nel 2008 come prima università cattolica in India ed è stato un percorso formativo prezioso. Abbiamo organizzato l’incontro delle università cattoliche per migliorare sempre più il nostro servizio educativo, secondo i valori comuni alla nazione indiana, per dare il nostro apporto al bene comune”, concludeIn India, il sistema universitario è nato circa un secolo e mezzo fa con l’istituzione delle università a Calcutta, Madras, Bombay, Allahabad e Lahore tra il 1857 e il 1902, secondo il modello britannico Nel corso dei principali cambiamenti politici, economici e sociali, nel paese si sono verificati diversi cambiamenti del sistema educativo, compreso quello universitario, in particolare dopo l’indipendenza nel 1947. Allora molte università e college cattolici rinomati persero le loro posizioni fondamentali e solo pochi riuscirono a mantenere il loro status. Con i rapidi cambiamenti, si rese necessario identificare le qualità che distinguono l’istituzione di prim’ordine da una mediocre.Il numero degli iscritti al sistema di istruzione superiore indiano è passato da 7,42 milioni nel 1999-2000 a circa 9,7 milioni oggi, indicando una crescita annuale di quasi il 10%. Nell’ultimo decennio, c’è stato un aumento notevole del numero di college privati e di università. La percentuale degli studenti che desiderano entrare negli istituti di istruzione probabilmente aumenterà in modo significativo, e l’istruzione superiore continua ad espandersi, per lo più in modo non pianificato, senza adeguati livelli di controllo ed equilibrio. In tale cornice le università cattoliche sono una garanzia di qualità.

ASIA/LIBANO - Crisi politica, i capi delle Chiese fanno quadrato intorno a Aoun

Beirut – Nel delicato momento politico attraversato dal Libano dopo le dimissioni annunciate dal premier Saad Hariri il 4 novembre, mentre si trovava in Arabia saudita , i capi delle Chiese cristiane presenti nel Paese dei Cedri continuano a dare espliciti segnali di appoggio al Presidente Michel Aoun come garante dell'unità nazionale messa alla prova da nuovi venti di crisi. Nei giorni scorsi il Patriarca siro cattolico Ignatius Youssif III Younan ha reso pubblico il suo messaggio di appoggio e solidarietà al Presidente Aoun, in cui ha espresso anche apprezzamento per la saggezza e la competenza mostrata dal Presidente davanti a una crisi che poteva portare di nuovo la nazione verso il baratro. Le iniziative di Aoun – ha sottolineato il Patriarca siro cattolico nel suo messaggio – hanno “custodito la solidarietà nazionale e hanno impedito che la Patria scivolasse verso un destino sconosciuto”, fondando su un autentico principio di cittadinanza la salvaguardia della pace civile. “E' noto” riferisce all'Agenzia Fides il sacerdote maronita Rouphael Zgheib, direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Libano “che anche il Patriarca maronita Bechara Boutros Rai, prima di partire per il suo importante viaggio in Arabia Saudita, dove ha poi incontrato anche il Premier Hariri, si è recato in visita dal Presidente Aoun per confrontarsi con lui e mostrare la propria concordanza con la massima carica dello Stato. Si percepisce chiaramente che il Patriarca maronita appoggia Aoun in questa crisi. Ma l'appoggio a Aoun, in questa fase, arriva da tutto il Paese, sia dai cristiani che dai musulmani: appoggiano il Presidente e ritengono che la sua posizione saggia ha risparmiato tanti problemi al Libano”. Aoun non ha mai accolto le dimissioni annunciate da Hariri, il quale ha dichiarato l'intenzione di rientrare in Libano entro mercoledì prossimo. Nei giorni scorsi perfino i risultati di un sondaggio realizzato ad agosto – ben prima della nuova fase critica culminata con le dimissioni annunciate di Hariri – e presentati sul sito del Washington Institute for Near East Policy dall'analista David Pollock hanno attestato che circa la metà dei cristiani libanesi si riconoscono pienamente nella linea politica del Presidente maronita Michel Aoun, e nella sua attitudine a considerare il Partito sciita Hezbollah come un partner e un “attore positivo” nello scenario libanese, in questa fase della storia. .

ASIA/PAKISTAN - In memoria dei coniugi cristiani bruciati vivi: istruzione ai loro figli

Lahore - "Due vite innocenti sono state eliminate per il fanatismo presente nella nostra società; l'orrore di quel giorno sfortunato rimarrà nei nostri cuori e nelle nostre menti per gli anni a venire. Non solo hanno bruciato due preziose vite in quella fornace: hanno bruciato l'umanità, hanno bruciato gli insegnamenti dell'Islam e hanno bruciato il Pakistan di Ali Jinnah e nessun risarcimento monetario può espiare atti di violenza così estremi": lo dice all'Agenzia Fides Michelle Chaudhry, laica cattolica di Lahore, presidente della "Cecil & Iris Chaudhry Foundation" , Fondazione che si occupa dell'istruzione e della cura dei tre bambini orfani di Shama e Shahzad Masih, i due coniugi brutalmente torturati e bruciati vivi in una fornace di mattoni a Kot Radha Kishan il 4 novembre 2014: i due furono linciati da una folla di musulmani che li accusavano di blasfemia. Quell'incidente generò un'ondata di orrore non solo in Pakistan, ma nel mondo intero.Shama e Shahzad lasciarono tre bambini molto piccoli, terrorizzati e confusi. Il figlio maggiore, Suleiman, assistette al barbaro assassinio dei suoi genitori. Da allora, la Fondazione si è assunta la responsabilità di educare i tre bambini, iscrivendoli e scuola e sostenendo tutte le spese di istruzione e di assistenza: tasse scolastiche, lezioni private, libri, divise, zaini scolastici, spese extracurricolari, viaggi, cibo, cure mediche. La Fondazione garantisce anche un contributo finanziario mensile al nonno per qualsiasi necessità scolastica quotidiana.Michelle Chaudhry rileva a Fides: "Tre anni dopo la loro morte, ci dà immensa gioia e gratificazione spirituale vedere questi bambini felici, fiduciosi e che stanno facendo così bene nella vita. Siamo felici di essere coinvolti attivamente nelle loro vite e vederli crescere a livello personale e educativo. Grazie all'amore e alla cura ricevuta, sono ora ben inseriti a scuola. Partecipano attivamente alle attività di istruzione e a quelle extracurricolari".Chaudhry rimarca: "È responsabilità del governo garantire la sicurezza e la protezione di tutti i cittadini, indipendentemente dalla fede, dall'etnia o dalla cultura. Chiediamo oggi al governo del Pakistan di fare proprio questo, come è sancito dalla Costituzione del Pakistan". La Fondazione ringrazia tutti i sostenitori e, come organizzazione di ispirazione cattolica, indipendente e senza scopo di lucro, continua a impegnarsi per sradicare l'ingiustizia dalla società pakistana, difendendo i gruppi svantaggiati, vulnerabili ed emarginati all'interno della nazione.

AFRICA/GHANA - I (dis)valori contemporanei minacciano la famiglia: i Vescovi a Convegno sull’Amoris Laetitia

Accra - "Il fenomeno della maternità e paternità adolescenziali o single, in condizioni di povertà o quelle irresponsabili, le famiglia separate e i matrimoni a distanza che dividono le coppie, i parenti che favoriscono le decisioni in merito alla separazione e / o al divorzio, sono tutti aspetti delle attuali tendenze della famiglia in Ghana ", afferma Sua Ecc. Mons. Philip Naameh, Arcivescovo di Tamale, Presidente della Conferenza Episcopale del Ghana , all'apertura dell'Assemblea plenaria annuale, il 13 novembre, nella capitale della regione del Volta, Ho.Il tema della discussione riguarda l'assistenza pastorale alle famiglie, sulla base dall'esortazione apostolica post-sinodale di Papa Francesco, Amoris Laetitia. Il titolo dell’incontro è “La cura pastorale integrale per la famiglia alla luce dell’Amoris Laetitia”.Mons. Naameh ha espresso preoccupazione per il fatto che le stesse famiglia ghaniane vivono condizioni che sono in contrasto con l'immagine di famiglia ideale prevista dalla tradizione di fede e dalla morale della Chiesa. In particolare, il Presidente della GCBC lamenta l'uso negativo dei social media, sottolineando come i nuovi media sembrano governare le vite dei giovani e degli appartenenti alla classe media, spinti a fare esperienze secondo i dettami dei social media che veicolano tendenze non sempre positive.Sul matrimonio tradizionale, Mons. Naameh ha sottolineato che la questione del “prezzo della sposa”, è ormai sottratta al suo contesto tradizionale originario, e sembra essere sempre più monetarizzata ed esagerata."La spesa per sposarsi correttamente secondo le regole tradizionali è diventata, in alcuni casi, abbastanza onerosa per il giovane medio in Ghana che chiede la mano di una donna ", dice a Fides Mons. Naameh.Un’altra sfida è rappresentata dalle nuove tecniche riproduttive che anche in Ghana si stanno diffondendo. "C'è un aumento generale nell'uso della medicina ortodossa e delle relative tecnologie di riproduzione assistita nel rimediare alle sfide della fertilità tra le famiglie dell’élite urbane" dice il Presidente della GCBC, che aggiunge che la Chiesa è chiamata a considerare i dilemmi morali che le coppie cattoliche affrontano quando stanno davanti alla decisione di accettare o rifiutare l'uso di tali possibilità."Apprezzo il tema appropriato scelto dalla Conferenza episcopale del Ghana per la loro Assemblea plenaria, incentrata sulla cura pastorale integrale delle famiglie, che è davvero l'obiettivo del nuovo documento pionieristico di Papa Francesco," ha detto a Fides il Nunzio Apostolico in Ghana, Sua Ecc. Mons. Jean-Marie Speich.

ASIA/INDONESIA - I Vescovi: rafforzare la nazione sostenendo la Pancasila

Giacarta – Per rafforzare la nazione, la sua unità, la convivenza e l’armonia sociale, è importante che i fedeli cattolici indonesiani sostengano senza esitazioni la Pancasila, la carta fondamentale che è alla base della nazione: lo affermano i Vescovo cattolici indonesiani a conclusione dell’assemblea plenaria tenutasi a Giacarta dal 6 al 16 novembre. Come appreso da Fides, l’incontro era incentrato sul tema “Diventare una Chiesa rilevante e significativa: l'appello della Chiesa per purificare il mondo” e si è concluso con un messaggio in cui si invitano le comunità cattoliche indonesiane a dare un contributo specifico per rafforzare l’unità nazionale.Nel messaggio presentato dall’Arcivescovo Ignatius Suharyo, alla guida dell’arcidiocesi di Giacarta e dal segretario generale della Conferenza, Antonius Subianto Bunjamin OSC, Vescovo di Bandung, si afferma che “la Chiesa cattolica, parte integrante della nazione indonesiana, è coinvolta nel prendersi cura e nel determinare il futuro della nazione”. "Il ruolo principale della Chiesa nel costruire una nazione che segua i principi della Pancasila – si afferma nel testo pervenuto a Fides – sta nell’opera dei laici, mentre i Pastori sono invitati ad accompagnarli e a dare l'esempio”.Il messaggio prosegue: “La Chiesa cattolica deplora il fatto che la Pancasila è minata dal radicalismo e dal terrorismo, e l'unità nazionale è offesa da atteggiamenti intolleranti verso quanti professano fedi diverse dall’islam, mentre un certo approccio politico usa gruppi religiosi, etnici e sociali per i propri interessi, ignorando il bene comune e il principio fondamentale della dignità umana”.In tale cornice “i fedeli cattolici devono sinceramente continuare ad aprirsi e costruire il dialogo con persone di altre fedi per conoscersi, eliminare il sospetto e cancellare il fanatismo religioso”. Attraverso il dialogo, “il muro di separazione crolla e il popolo indonesiano può costruire ponti di amicizia e fratellanza”, recita il testo. La fraternità aggiungono i vescovi “si può rafforzare impegnandosi in attività di accoglienza reciproca e ospitalità durante le feste religiose, in attività sociali interreligiose, incontri di leader interreligiosi”.Anche i mass-media e i social media possono diventare “un mezzo per rafforzare la fraternità, proclamando e diffondendo gli insegnamenti dell'amore e dell'esperienza fraterna, nel rispetto delle differenze”.Il messaggio dei Vescovi giunge mentre nella nazione si prepara l'agenda politica del 2018, quando si terranno le elezioni amministrative in 171 regioni, e del 2019, quando sono previste le elezioni legislative e presidenziali. I Vescovi invitano tutti i parroci a prestare attenzione alla campagna elettorale, in cui si cercheranno di strumentalizzare questioni religiose, etniche e sociali.Il messaggio conclude: “La Chiesa invita tutti i fedeli a comprendere sempre più la Pancasila come fondamento dell'Indonesia, in modo che si possano sviluppare movimenti sociali all’insegna della convivenza e possiamo costruire l'unità nazionale sempre secondo la volontà di Dio”.All’assemblea dei Vescovi ha partecipato, appena giunto in Indonesia, anche il nuovo Nunzio Apostolico Vaticano in Indonesia, l'Arcivescovo Piero Pioppo

AFRICA/CENTRAFRICA - L’80% del paese in mano ai ribelli; un missionario: "Siamo lo stato più povero al mondo"

Bangui - “La guerra sembrava finita, ma purtroppo non è così o, almeno, non è dappertutto così”, scrive all’Agenzia Fides p. Federico Trinchero, carmelitano scalzo del monastero Nostra Signora del Carmelo a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana. “La situazione relativamente tranquilla di Bangui – dove comunque non sono mancati, anche recentemente, episodi di violenza – rischia di ingannare”, sottolinea il missionario. “Nelle zone interne del paese il quadro è ben diverso. Dal mese di maggio gruppi di ribelli – non sempre ben identificabili quanto ad origine e obiettivi – hanno provocato centinaia di morti, case bruciate e migliaia di profughi in diverse città e villaggi. Tale stato di cose si trascina ormai da troppo tempo. C’è come il rischio di abituarsi alla guerra, quasi fosse inevitabile”. “Due dati inequivocabili esprimono, più di ogni altra analisi, la situazione drammatica in cui si trova il Centrafrica” afferma p. Federico. “L’80% del territorio è, di fatto, ancora occupato, o comunque controllato, da gruppi di ribelli che dettano legge al posto dello Stato che fatica – e purtroppo quasi rinuncia – a far sentire la sua presenza”. “L’assenza dello Stato nelle zone lontane dalla capitale fu uno dei motivi che scatenarono la guerra nel 2013” ricorda il missionario. “Trascurarlo potrebbe non essere una buona strategia. L’elezione di un nuovo Presidente, la presenza massiccia dell’ONU, l’interesse e gli aiuti copiosi da parte della comunità internazionale, sembravano l’occasione propizia per voltare pagina, afferrare finalmente il treno dello sviluppo e provare ad essere uno Stato per davvero. Ma, almeno per ora, così non è stato. I risultati hanno deluso le attese. Non siamo riusciti a fare passi in avanti. Anzi, forse ne abbiamo fatti addirittura indietro” afferma p. Federico.“Il secondo dato è relativo alla povertà. Secondo l’ultimo rapporto dell’ONU il Centrafrica si colloca ormai al 188° posto su 188 paesi nell’Indice dello Sviluppo Umano”. “Siamo quindi il Paese più povero del mondo” rimarca p. Federico. “Il Centrafrica si trovava già in fondo alla classifica. Questi ultimi anni di guerra hanno consumato le poche risorse di cui disponeva. E anche se le classifiche sono sempre un po’ antipatiche – e piacciono soltanto quando si occupano i primi posti –, questo dato resta un indicatore più che eloquente della reale situazione del Paese”. “Davanti ad un quadro così desolante non mancano le ragioni per essere pessimisti, scoraggiarsi e arrendersi” dice il missionario. Ma da un punto così basso non si può che risalire. Ed è inutile continuare ad accusare un nemico, mai ben definito, o aspettare che qualcuno – quasi per magia – cambi la situazione perché ci siano le condizioni per iniziare a fare qualcosa”. “Forse è arrivato il momento di iniziare a fare qualcosa perché la situazione cambi. E la magia, o meglio, il miracolo, sarebbe che questo qualcosa lo facessero i Centrafricani stessi, in un grande, collettivo e attesissimo sussulto di amore per la propria patria” conclude p. Federico.

AMERICA/MESSICO - La guerra fra poveri continua: da 40 anni ci si uccide per un confine

San Cristobal – E' tuttora forte la violenza causata dal conflitto per la mancanza della definizione del confine fra i comuni di Chenalhó y Chalchihuián. Si sono infatti verificati ancora degli scontri con l’uso di armi da fuoco, fortunatamente in quest’ultima occasione non ci sono stati morti, ma solo una persona ferita e una casa bruciata: lo ha denunciato, dopo la celebrazione della messa nella domenica in cui la Chiesa universale ha celebrato la Giornata dei Poveri, l'Arcivescovo emerito di San Cristobal de las Casas, in Messico, Mons. Felipe Arismendi Esquivel. In una nota pervenuta a Fides, l'Arcivescovo segnala che gli stessi sacerdoti che lavorano nella zona gli hanno riferito degli sforzi fatti per fermare gli scontri, purtroppo senza esito. Mons. Esquivel sottolinea che continua ad insistere con la Segreteria di Governo dello stato per risolvere questo problema che dura ormai da 40 anni. Giovedì scorso, 16 novembre, diverse organizzazioni per la difesa dei diritti dei popoli del Chiapas hanno incontrato l'Inviata speciale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per i Diritti dei Popoli Indigeni, Victoria Tauli-Corpuz, che era arrivata per ascoltare le delegazioni locali. Mons. Arzmendi Esquivel, dopo l’incontro, ha ricordato che questa situazione deve essere risolta al più presto, perché sta diventando grave."Sappiamo che non è solo un problema locale, ma che è diventato un problema federale, perché prima lo doveva risolvere la Riforma Agraria, ma adesso dipende da altre istituzioni, sempre dello Stato, sono loro quindi che devono dare una soluzione alla vicenda" aveva detto già alla fine di ottobre l’Arcivescovo parlando alla stampa locale. In quella occasione aveva denunciato che gli scontri tra le popolazioni di questi due comuni avevano causato morti, feriti e la distruzione di diverse case.

Pages