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Le notizie dell'Agenzia Fides
Updated: 16 min 48 sec ago

ASIA/MEDIO ORIENTE - Segretario generale ONU: occorre favorire il rimpatrio dei cristiani fuggiti da Iraq e Siria

21 June 2018
Mosca – Il cristianesimo è “parte integrante” della cultura mediorientale, e occorre “assicurare il ritorno dei cristiani e dei membri di altre minoranze religiose” allontanatisi dai propri Paesi d'origine a causa di situazioni di violenza e persecuzione, garantendo in particolare la stabilizzazione della situazione politica in Iraq e Siria. Lo ha dichiarato Antònio Guterres, Segretario generale dell'ONU, in occasione del colloquio avuto mercoledì 20 giugno a Mosca con il Patriarca Kirill, Primate della Chiesa ortodossa russa. Guterres – riferiscono fonti e agenzia russe – ha espresso parole di apprezzamento per l'impegno profuso dal Patriarcato di Mosca nel dialogo interreligioso, e pur ribadendo il giudizio generalmente condiviso su regimi mediorientali come quello siriano, ha ammesso che quei regimi, a modo loro, sotto certi aspetti rappresentavano un fattore di protezione per le minoranze religiose. Durante la sua visita a Mosca, il Segretari generale dell'ONU ha incontrato anche il Presidente russo Vladimir Putin e il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. .

AMERICA/MESSICO - Mons. Rangel Mendoza: “Il dialogo funziona, c’è meno violenza a Chilpancingo”

21 June 2018
Chilpancingo – Il dialogo con i gruppi criminali ha funzionato per ridurre la violenza nella zona di Chilapa, come hanno funzionato i progetti per la costruzione della pace, ha dichiarato Mons. Salvador Rangel Mendoza, O.F.M., Vescovo della diocesi di Chilpancingo-Chilapa, secondo le informazioni inviate all’Agenzia Fides.Durante una conferenza stampa svoltasi ieri sulle iniziative della Chiesa per la costruzione della pace, il Presule ha commentato che, almeno nella sua diocesi, la violenza contro i candidati alle prossime elezioni è diminuita, come risultato del dialogo avuto con gruppi criminali. “Ho incontrato queste persone perché gli stessi candidati mi hanno chiesto di parlare con loro, in modo da poter svolgere la loro campagna elettorale. Posso dire che qui nella diocesi il dialogo ha funzionato. All'inizio hanno ucciso due candidati a Chilapa, uno del PRI e un altro del PRD, ma per motivi diversi dalla campagna elettorale, quindi penso che fino ad ora tutto sta funzionando” ha detto il Vescovo.“Abbiamo raggiunto accordi su molte cose parlando direttamente con i capi, ho avuto l'opportunità di avvicinarmi e ora ho avuto la possibilità di proporre un progetto di pace per due regioni parlando con questi ‘gentiluomini’ e con un rappresentante della federazione" ha detto in un messaggio inviato a Fides Mons. Rangel Mendoza. Il Vescovo precisa di essere a favore dell'amnistia, ma in modo "ristretto", e ha fatto riferimento al caso dei contadini che, in assenza di occupazione e di opportunità, seminano il papavero , un'attività non lecita in cui fin da piccoli vengono coinvolti i bambini, senza conoscere la gravità del fatto.A marzo del 2017, il Vescovo era stato segnalato per avere incontrato, contravvenendo alla legge, elementi della criminalità . “Le autorità non hanno cercato il dialogo con la criminalità - ha detto Mons. Rangel - anche se il governo conosce e sa bene chi sono e dove sono queste persone, ma non ci sarà la volontà di farlo finché rimangono in disparte, con la legge in mano. Per quanto siano cattivi, dobbiamo ascoltare i loro argomenti" aveva detto il Vescovo.

ASIA/TIMOR EST - L'impegno missionario dei Gesuiti per un'istruzione di qualità

21 June 2018
Dili - I Gesuiti a Timor Est sono impegnati per garantire e promuovere un'istruzione di qualità nella società. Con questo intento hanno avviato l'istituto di formazione "São João de Brito ", che opera per la formazione di docenti, insegnanti, leader sociali.Come appreso da Fides, una delle necessità individuate, infatti, è quella di insegnanti qualificati che accompagnino la crescita dei giovani. L'Istituto de Brito è nato proprio per rispondere a questa esigenza, e per contribuire ad aiutare la nazione ad affrontare questo problema. I Gesuiti sperano di "formare nuove generazioni di insegnanti con competenze professionali e, d'altro canto, con un profondo fondamento etico", ha spiegato a Fides don Joaquim Sarmento SJ, a capo della comunità della Compagnia di Gesù a di Timor Est.Lo scorso 30 aprile è iniziato il nuovo anno accademico. Rivolgendosi agli studenti, p.Sarmento disse: "Qui si sviluppa non solo la vostra intelligenza ma anche il vostro desiderio di servire la futura generazione del paese. Avrete un'istruzione di qualità in questa scuola, quindi sfruttate al massimo questa opportunità".Il governo di Timor Est ha inviato gli insegnanti impiegati nelle scuole pubbliche all'Istituto dei Gesuiti per rafforzare e perfezionare le loro competenze. La professoressa Marie Emmitt, australiana, da lungo tempo consulente per il Jesuit Education Project, ha detto che l'Istituto "sta rispondendo bene alla missione e alla visione del Progetto educativo per cui è nato: sarà una grande istituzione".Timor Est ha raggiunto l'indipendenza nel 2002, dopo secoli di presenza coloniale e dopo violenze gravi, specialmente dopo il 1999. Come risultato di questi conflitti, il paese è stato quasi distrutto e ha perso forza lavoro qualificata in tutti i settori, compresa l'istruzione. Per una reale indipendenza è essenziale ricostruire le infrastrutture per tutti i settori, e soprattutto, preparare tecnici e professionisti che possano garantire l'autonomia della società e la sovranità dello stato. In questo contesto, l'educazione gioca un ruolo chiave. Il governo di Timor Est ha cercato diverse strade per potenziare l'istruzione nazionale, uno dei quali è il training di docenti. Negli ultimi anni, il governo di Timor ha investito in fondamentali aspetti del settore dell'istruzione, come la ricostruzione di infrastrutture educative e il miglioramento del sistema educativo.Timor Est è uno dei paesi meno sviluppati del mondo. In termini di sviluppo umano, secondo il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite l'indice della nazione , è classificato al 133 posto su 188 paesi in tutto il mondo.

AFRICA/CENTRAFRICA - Vi sono interessi economici potenti che vogliano lasciare il Centrafrica nel caos

21 June 2018
Bangui - “I problemi di sicurezza nella nostra area sono concentrati nella zona di confine con il Camerun soprattutto a causa dell’arrivo di popolazioni nomadi Peuls, che sono protette dai ribelli Seleka” dice all’Agenzia Fides p. Aurelio Gazzera, missionario carmelitano, parroco a Bozoum, nel nord-ovest della Repubblica Centrafricana.I Peuls sono per lo più allevatori che si muovono con le loro mandrie alla ricerca di pascoli e di fonti d’acqua, e si scontrano di volta in volta con le popolazioni sedentarie ed agricole che incontrano nel loro percorso. “È la storia di Caino e Abele, vecchia quanto il mondo” dice p. Aurelio, ma che si intreccia con la modernità degli investimenti finanziari. I Peuls, originari della Nigeria, si sono sempre occupati dell’allevamento, distribuendosi lungo la fascia sahariana da Ovest ad Est, dal Mali fino all’Etiopia. “Quello che è cambiato - spiega p. Aurelio - è che diversi uomini forti africani, capi di Stato e di governo, generali, imprenditori, investono parte delle loro fortune in migliaia di capi di bestiame che danno in affidamento ai Peuls. Quindi dietro a questi spostamenti massicci di mandrie effettuate dai Peuls, vi sono forti interessi economici. I territori dove lo Stato è molto debole o del tutto assente, come in Centrafrica, sono le mete privilegiate da parte dei gestori Peuls di queste immense mandrie. C’è quindi l’interesse da parte di personaggi africani influenti che certe zone del continente rimangano terre di nessuno dove permettere alle proprie mandrie di pascolare in totale dispregio delle esigenze delle popolazioni locali” dice il missionario.“Per il resto, nella nostra area prevale la calma. Le aree più calde del Paese rimangono quelle di Bambari e Bria dove diverse bande nate dalla ribellione Seleka e dai loro avversari, gli anti Balaka, si contendono il controllo di miniere di diamanti o più semplicemente di check point stradali dai quali estorcere denaro. Anche loro non hanno certo interesse a ristabilire lo Stato e l’ordine” conclude p. Aurelio.

ASIA/BANGLADESH - Nomina del Rettore del Seminario maggiore interdiocesano “Holy Spirit” di Dhaka

21 June 2018
Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 12 aprile 2018, ha nominato Rettore del Seminario maggiore interdiocesano “Holy Spirit” nell’arcidiocesi di Dhaka, il rev. Patrick Simon Gomes del clero dell’arcidiocesi di Dhaka.Il nuovo Rettore è nato il 9 gennaio 1966 ed è stato ordinato sacerdote il 3 gennaio 1996 per l’arcidiocesi di Dhaka. Si è formato presso lo stesso Seminario di cui ora è nominato Rettore. Ha conseguito la licenza in Sacra Scrittura presso la Pontificia Università Urbaniana . Tra gli incarichi ricoperti: è stato Viceparroco in comunità diverse; Rettore del St. John M. Vianney Intermediate Seminary; Segretario e coordinatore della Commissione episcopale per i giovani; Coordinatore dell’ufficio per la pastorale giovanile della FABC; Prefetto agli studi al St. Joseph’s Degree Seminary a Ramna e nel Seminario “Holy Spirit” di Dhaka, dove insegna Sacra Scrittura dal 2006. E’ anche Segretario particolare dell’Arcivescovo di Dhaka.

AFRICA/NIGERIA - Nomina del Rettore del Seminario interdiocesano “All Saints” di Ekpoma

21 June 2018
Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, il 15 febbraio 2018 ha nominato Rettore del Seminario interdiocesano “All Saints” ad Ekpoma, il rev. Matthew Ovabor Ihensekhien, del clero diocesano di Uromi.

ASIA/TERRA SANTA - Un “Consiglio economico” per la gestione finanziaria del Patriarcato latino di Gerusalemme

20 June 2018
Gerusalemme – L'Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa ofm, Amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, ha istituito un Consiglio economico come organismo consultivo incaricato di coadiuvare il Patriarcato nella gestione delle questioni finanziarie, economiche e amministrative. Il Consiglio, che sarà chiamato a riunirsi in seduta plenaria più volte all'anno, sarà costituito, oltre che dal Patriarca e dall'economo del Patriarcato, anche da sei membri laici , tutti esperti del settore economico-finanziario. Dell'organismo farà parte anche Issa Hijazin, sacerdote del Patriarcato latino e docente di Sacra Scrittura presso il Patriarcato latino di Gerusalemme. “In realtà - riferisce all'Agenzia Fides don Issa Hijazin – io non mi intendo di questioni economiche. Quando ha chiesto all'Amministratore apostolico quale dovrebbe essere il mio ruolo del Consiglio, lui mi ha detto che dovrò semplicemente aiutare gli altri membri a non dimenticare mai che la Chiesa ha una natura sui generis, che non si tratta di una società economica con fini di lucro, e che quindi anche le questioni economiche vanno affrontate con una logica e uno spirito diversi da quanto accade nelle multinazionali o nelle imprese finanziarie”. Secondo il Decreto di istituzione, i cui dettagli sono stati diffusi dal sito web abouna.org, il Consiglio sarà articolato in due sotto-consigli – uno per la Giordania e uno per Israele e Palestina – e avrà tra le sue principali funzioni la revisione e la discussione del budget annuale preparato dall'economo e dagli uffici amministrativi del Patriarcato, la consulenza riguardo alle nomine negli uffici amministrativi e alle questioni economico-finanziarie di maggior peso , oltre al monitoraggio dei progetti finanziati dal patriarcato e la revisione dei bilanci degli istituti scolastici. Per prevenire la possibilità di commistioni tra la gestione delle risorse del Patriarcato e interessi individuali o familiari, il decreto di istituzione stabilisce che i congiunti del Patriarca o di chi fa le sue veci non potranno far parte del Consiglio economico, fino al quarto grado di parentela.Nella Lettera rivolta a tutti i membri del Patriarcato latino all'inizio della quaresima del 2017 , l'Arcivescovo Pizzaballa aveva scritto tra l'altro che nel recente passato “sono stati fatti degli errori che hanno ferito la vita del Patriarcato, finanziariamente ed amministrativamente, soprattutto riguardanti l’Università Americana di Madaba. Abbiamo sbagliato in alcuni ambiti importanti, forse non concentrandoci abbastanza sulla nostra primaria missione: predicare il Vangelo e dedicarci alle attività pastorali”. La vicenda a cui faceva riferimento l'Arcivescovo Pizzaballa nella lettera citata è quella della Università americana di Madaba , l'Ateneo affiliato al Patriarcato latino di Gerusalemme di cui Papa Benedetto benedì la prima pietra il 9 maggio 2009, e che fu inaugurata il 30 maggio 2013 alla presenza di Re Abdallah II. Alla fine del 2014, la Santa Sede era dovuta intervenire per farsi carico di problemi amministrativi e finanziari che avevano segnato la costruzione e l'avvio di quell'istituzione accademica. .

AFRICA/REPUBBLICA CENTRAFRICANA - Le milizie imperversano: attaccate anche le Ong e le truppe Onu

20 June 2018
Bangui - A Bambari la situazione è drammatica. La popolazione è in balia delle milizie. Mancano acqua, cibo, medicine. I bambini non riescono a frequentare le scuole. È questo il quadro tracciato dal team del Jesuit Refugee Service della situazione della seconda città della Repubblica centrafricana, a nord di Bangui, da mesi centro di scontri. “A Bambari - spiega Aurora Mela operatrice del JRS - c’è un mix di combattenti. Gli Anti Balaka sono posizionati sulla riva sinistra del fiume, gli ex Seleka su quella destra. I due gruppi generano poi bande criminali che sfruttano il caos per arricchirsi con i saccheggi”. Quando le fazioni si scontrano, la popolazione è costretta a fuggire cercando rifugio. Queste fughe causano perdite umane, stress e lasciano le case vuote . Per gli operatori umanitari è molto complicato portare avanti programmi che abbiano una certa continuità, anche perché loro stessi e le loro strutture sono oggetto di esazioni, saccheggi, minacce.Almeno un terzo delle Ong presenti ha lasciato la città. Altre hanno ridotto il personale al minimo. La maggior parte delle Ong internazionali si sono raggruppate in un solo luogo per poter meglio organizzare la propria sicurezza. “Il JRS - osserva Jean François Alain Ospital, direttore del JRS nella nazione - è stato pesantemente attaccato e saccheggiato nei primi giorni del conflitto. La nostra base è stata saccheggiata completamente e non abbiamo più la possibilità materiale di inviare il personale sul luogo, anche a causa della situazione di insicurezza che continua. Abbiamo quindi dovuto riorganizzare le attività attorno a una strategia di controllo a distanza, pilotata a partire de Bangui”.Anche la Chiesa cattolica lavora tra molte difficoltà. “Buona parte dei religiosi sono rimasti sul luogo, ma continuando a ricevere minacce” continua Jean François Alain Ospital. “Una comunità di suore è rimasta e continua a gestire una scuola. I responsabili della diocesi sono rimasti, continuando le attività alla scuola Michel Maitre. La Caritas diocesana continua le azioni umanitarie , servizi di acqua , igiene e latrine . Ecac continua le attività educative. Durante i momenti di crisi, il Vescovo è rimasto a Barbari”.Di fronte a queste tensioni, i caschi blu dell’Onu, dopo un’iniziale immobilità, sono passati all’azione, riconquistando alcuni quartieri. Una parte della città di Bambari è stata liberata, ma le pattuglie Onu sono spesso attaccate dai gruppi armati.

AFRICA/REPUBBICA CENTRAFRICANA - Le milizie imperversano: attaccate anche le Ong e le truppe Onu

20 June 2018
Bangui - A Bambari la situazione è drammatica. La popolazione è in balia delle milizie. Mancano acqua, cibo, medicine. I bambini non riescono a frequentare le scuole. È questo il quadro tracciato dal team del Jesuit Refugee Service della situazione della seconda città della Repubblica centrafricana, a nord di Bangui, da mesi centro di scontri. “A Bambari - spiega Aurora Mela operatrice del JRS - c’è un mix di combattenti. Gli Anti Balaka sono posizionati sulla riva sinistra del fiume, gli ex Seleka su quella destra. I due gruppi generano poi bande criminali che sfruttano il caos per arricchirsi con i saccheggi”. Quando le fazioni si scontrano, la popolazione è costretta a fuggire cercando rifugio. Queste fughe causano perdite umane, stress e lasciano le case vuote . Per gli operatori umanitari è molto complicato portare avanti programmi che abbiano una certa continuità, anche perché loro stessi e le loro strutture sono oggetto di esazioni, saccheggi, minacce.Almeno un terzo delle Ong presenti ha lasciato la città. Altre hanno ridotto il personale al minimo. La maggior parte delle Ong internazionali si sono raggruppate in un solo luogo per poter meglio organizzare la propria sicurezza. “Il JRS - osserva Jean François Alain Ospital, direttore del JRS nella nazione - è stato pesantemente attaccato e saccheggiato nei primi giorni del conflitto. La nostra base è stata saccheggiata completamente e non abbiamo più la possibilità materiale di inviare il personale sul luogo, anche a causa della situazione di insicurezza che continua. Abbiamo quindi dovuto riorganizzare le attività attorno a una strategia di controllo a distanza, pilotata a partire de Bangui”.Anche la Chiesa cattolica lavora tra molte difficoltà. “Buona parte dei religiosi sono rimasti sul luogo, ma continuando a ricevere minacce” continua Jean François Alain Ospital. “Una comunità di suore è rimasta e continua a gestire una scuola. I responsabili della diocesi sono rimasti, continuando le attività alla scuola Michel Maitre. La Caritas diocesana continua le azioni umanitarie , servizi di acqua , igiene e latrine . Ecac continua le attività educative. Durante i momenti di crisi, il Vescovo è rimasto a Barbari”.Di fronte a queste tensioni, i caschi blu dell’Onu, dopo un’iniziale immobilità, sono passati all’azione, riconquistando alcuni quartieri. Una parte della città di Bambari è stata liberata, ma le pattuglie Onu sono spesso attaccate dai gruppi armati.

AMERICA/NICARAGUA - Nuovamente sospeso il dialogo nazionale, Mons. Báez: “Non si può continuare ad uccidere”

20 June 2018
Managua – “Questo governo deve dimostrare volontà politica. Non è un gioco, è una cosa seria per il futuro del Nicaragua. Non si può continuare ad uccidere le persone” ha affermato Mons. Silvio Báez, Vescovo ausiliare di Managua, annunciando che ieri, martedì 19 giugno, non si sarebbe aperto il tavolo del Dialogo Nazionale, come programmato. La nuova sospensione durerà fino a quando il governo di Ortega non presenterà a tutti i membri del Dialogo le prove di aver invitato ufficialmente gli organismi internazionali che si occupano dei diritti umani, come concordato nell'ultima sessione .“La plenaria del Dialogo nazionale è sospesa, se queste organizzazioni non mostrano l'invito che il governo ha inviato loro" ha scritto a Fides Mons. Báez, che fa parte della Commissione di mediazione della Chiesa cattolica che partecipa a questo dialogo tra Alleanza Civica ed esecutivo.Ieri almeno cinque morti e più di settanta feriti sono il risultato degli scontri con cui la polizia antisommossa e i paramilitari, che poco prima avevano attaccato il vicino comune di Ticuantepe, hanno preso la città di Masaya, a est della capitale del Nicaragua.Il Card. Leopoldo Brenes, Arcivescovo di Managua, dopo essere stato informato della situazione direttamente dai parroci di Masaya, attraverso un comunicato ha chiesto al governo e alla polizia di fermare gli attacchi contro la popolazione. Attraverso i social media Mons. Báez ha insistito sul fatto che il regime del presidente Daniel Ortega deve fermare la repressione a Masaya.

AFRICA/SUD SUDAN - Incontro tra Kiir e Machar ad Addis Abeba: speranze per mettere fine alla guerra civile?

20 June 2018
Juba - I due protagonisti di una delle più drammatiche e dimenticate guerre civili in corso nel mondo, quella del Sud Sudan, si incontrano ad Addis Abeba oggi, 20 giugno. Il Presidente sud-sudanese Salva Kiir, e l’ex Vice Presidente Riek Machar si sono dati appuntamento nella capitale dell’Etiopia, per cercare di trovare un’intesa per porre fine al conflitto civile esploso nel dicembre 2013, che ha provocato almeno due milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi, Uganda in particolare, e più di quattro altri milioni di sfollati interni. L’incontro, che avviene nel giorno nel quale si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, è il primo da quando nel luglio 2016 un precedente accordo per porre fine alle ostilità è fallito, dando vita ad un nuovo ciclo di combattimenti.Il Sud Sudan è diventato indipendente dal Sudan nel 2011. Ma dopo oltre quattro anni di guerra civile, il governo di Juba è alla bancarotta e l'iperinflazione - che ha raggiunto il picco del 500 per cento nel 2016, decrescendo fino al 155 per cento nel 2017 - ha fatto impennare i prezzi. La sterlina sud sudanese è crollata. La produzione di petrolio - da cui il Sud Sudan riceve il 98% delle sue entrate - è crollata a circa 120.000 barili al giorno da un picco di 350.000, secondo la Banca Mondiale.Juba, che ha ereditato tre quarti delle ex riserve petrolifere del Sudan, dipende dalle infrastrutture petrolifere del vicino settentrionale - raffinerie e condotte - per le sue esportazioni. Il conflitto ha inoltre pesantemente bloccato la produzione agricola, che a sua volta ha provocato una grave crisi alimentare. Nel 2017 il Sud Sudan ha attraversato quattro mesi di carestia, che hanno colpito circa 100.000 persone. Quest’anno, secondo le Nazioni Unite, sette milioni di sud sudanesi, più della metà della popolazione, avranno bisogno di aiuti alimentari.

ASIA/PAKISTAN - Le minoranze religiose: necessari leader politici che si prendano cura dei diritti umani

20 June 2018
Karachi – “Dobbiamo cercare leader politici disposti a prendersi cura dei nostri diritti, delle sfide, dei problemi, dello sviluppo delle nostra comunità e che lavorino per fornire protezione, tutela e promozione integrale delle minoranze”: lo ha detto il cattolico Peter Jacob, Direttore del “Centro per la giustizia sociale”, in occasione di un Seminario tenutosi di recente a Karachi sul tema “Elezioni 2018 e diritti delle minoranze religiose”, in vista delle elezioni politiche previste in Pakistan a luglio 2018.Come appreso da Fides, oltre 80 persone tra sacerdoti, leader politici, assistenti sociali, attivisti per i diritti umani, hanno partecipato all’incontro co-organizzato dalla Commissione nazionale “Giustizia e pace” della Conferenza episcopale cattolica .Jacob ha rilevato: “Le nostre aree cristiane non sono ancora sviluppate. I problemi sono ancora gli stessi da decenni. Dovremmo esprimere un voto ai candidati e ai partiti politici che si occupino realmente dei problemi dei diritti delle minoranze”. I partecipanti hanno sottolineato le sfide che le minoranze si trovano ad affrontare nelle rispettive regioni: indifferenza dei governi, carenza di acqua, problemi di pulizia e igiene, abusi dei diritti fondamentali, paura di essere accusati ingiustamente in base alle leggi sulla blasfemia.Riaz Nawab, assistente sociale, ha evidenziato le questioni riguardanti le assemblee legislative: "I membri selezionati per occupare i posti riservati alle minoranze in Parlamento non sono utili per la comunità. Non visitano le aree delle minoranze. Scelti dai partiti politici, lavorano solo per loro”.I presenti hanno chiesto maggiore partecipazione delle minoranze religiose al processo elettorale e un impegno significativo dei candidati a farsi carico delle questioni in sospeso.Jaipal Chabbria, un politico indù, ha detto a Fides: "Se non sono considerato un cittadino del Pakistan perché sono indù, questa è discriminazione. Tutti noi dovremmo essere trattati allo stesso modo, non come minoranze cristiane, indù o di altra religione”.Si è anche discusso della attuazione della sentenza della Corte Suprema del 19 giugno 2014 sulle minoranze religiose e, tra le proposte emerse, si è chiesto di costituire una Commissione nazionale autonoma che esamini le questioni relative alle minoranze religiose. Per promuovere la tolleranza religiosa e la coesione nazionale, il Seminario ha indicato alcuni punti essenziali: riesaminare la bozza del curriculum scolastico e universitario e della politica di istruzione 2017 per eliminare la discriminazione sulla base della religione; istituire un organismo di regolamentazione per l'attuazione completa della quota del 5% dell'occupazione nei posti di lavoro pubblici riservata alle minoranze religiose; istituire commissioni a livello federale e provinciale per assicurare il rispetto e l'applicazione dell'ordinanza della Corte suprema del 19 giugno 2014, sulla promozione della pace e sull’urgenza di costruire una cultura di tolleranza religiosa e sociale.

AMERICA/STATI UNITI - I Vescovi: sì a una legge sull’immigrazione, no agli impatti negativi su famiglie e vulnerabili

20 June 2018
Washington – “Mentre vogliamo davvero una soluzione legislativa per i Dreamer, non possiamo, in buona fede, approvare grandi cambiamenti strutturali al sistema dell’immigrazione che hanno un impatto negativo sulle famiglie e sui vulnerabili, come quelli contenuti in questa legislazione. Auspichiamo che ci sia l’opportunità di dialogare con i legislatori e discutere le possibili opportunità per ulteriori compromessi, in particolare per quanto riguarda gli effetti sulle famiglie e sui più vulnerabili". E’ quanto ha scritto Mons. Joe S. Vásquez, Vescovo di Austin, in Texas, Presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale americana , nella lettera che ha inviato a tutti i membri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, riguardo a due leggi sull'immigrazione che dovrebbero essere discusse questa settimana dal Parlamento.I cosiddetti “Dreamer” sono circa 800.000 immigrati portati negli Stati Uniti quando erano bambini da genitori clandestini, per tutelare i quali Barack Obama aveva istituito il programma Daca , programma sospeso dall’amministrazione Trump. Mons. Vasquez aveva scritto una prima lettera già nel gennaio scorso, opponendosi al disegno di legge H.R. 4760, anch’esso in discussione questa settimana, che prevede la riduzione dei visti per i lavoratori del settore agricolo, la riduzione dei visti di ricongiungimento familiare, i finanziamenti per edificare il muro di confine con il Messico e l’aumento degli agenti impiegati nel Dipartimento di sicurezza.Nella sua lettera di ieri, pervenuta all’Agenzia Fides, Mons. Vásquez precisa: “I miei fratelli Vescovi e io apprezziamo lo sforzo dei Rappresentanti di trovare una soluzione legislativa per i Dreamer, portando misure sull’immigrazione alla Camera dei Rappresentanti. Crediamo che tale legislazione debba essere bipartisan, offrire ai Dreamer un percorso verso la cittadinanza, essere a favore della famiglia, proteggere i vulnerabili ed essere rispettosi della dignità umana per quanto riguarda la sicurezza e il rafforzamento delle frontiere”. Intanto hanno fatto scalpore in tutto il mondo i video con i pianti dei bambini stranieri, divisi dai genitori e rinchiusi in centri di detenzione, in seguito alle nuove norme sulla stretta all'immigrazione, conseguenza della “tolleranza zero”, al confine messicano. Il tema è ampiamente dibattuto a tutti i livelli, come testimonia anche l’iniziativa della United Methodist Church, che condanna il Procuratore generale Jeff Sessions per la politica del governo Trump di separare le famiglie di immigrati privi di documenti al confine meridionale degli Stati Uniti. La lettera, firmata da 640 fedeli, sacerdoti e dirigenti della chiesa metodista, afferma: “Ai sensi del paragrafo 2702.3 dello United Methodist Discipline Book 2016, accusiamo Jefferson Beauregard Sessions, Procuratore generale degli Stati Uniti di crimini riguardanti abusi sui minori, immoralità, discriminazione razziale e diffusione di dottrine contrarie agli standard della dottrina della Chiesa metodista unita". Nella lettera si afferma che "mentre altri individui del governo federale sono coinvolti in ognuno di questi esempi", Jeff Sessions, per essere un metodista, si trova “in una posizione pubblica tremendamente potente" della quale i firmatari si sentono responsabili: "abbiamo un obbligo etico di parlare con coraggio quando uno dei nostri membri è coinvolto nel causare danni significativi".

ASIA/ISRAELE - Capi cristiani a Netanyahu: il governo punta ancora a confiscare le proprietà ecclesiastiche

19 June 2018
Gerusalemme – Il disegno di legge israeliano che mira alla confisca di proprietà ecclesiastiche in Israele non è stato bloccato o archiviato: tale disegno di legge, che prosegue il suo iter verso l'approvazione, si configura come “un attacco sistematico e senza precedenti contro i cristiani di Terra Santa”, capace di violare “i diritti più elementari” e minare “il delicato tessuto di relazioni” costruito lungo decenni tra le comunità cristiane locali e lo Stato ebraico. Lo scrivono i Capi cristiani responsabili della gestione condivisa del Santo Sepolcro in una lettera inviata a Benjamin Netanyahu, in cui chiedono al premier israeliano di “agire in modo rapido e deciso per bloccare il disegno di legge la cui promozione unilaterale costringerà le Chiese a rispondere allo stesso modo”. La missiva porta le firme di Theophilos III – Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme –, Nurhan Manougian - Patriarca armeno apostolico di Gerusalemme – e di padre Francesco Patton ofm, Custode di Terra Santa.La lettera dei tre capi cristiani sembra far riaffiorare la controversia con il governo israeliano che a fine febbraio spinse le Chiese locali a utilizzare come forma di protesta la “serrata” del Santo Sepolcro, rimasto chiuso da domenica 25 a martedì 27 febbraio. A quel tempo, il disegno di legge che aveva provocato la reazione dei capi cristiani puntava a garantire al governo israeliano la possibilità di confiscare quelle proprietà immobiliari ecclesiastiche che in passato erano state cedute in affitto per lunghi periodi – fino a 99 anni – al Fondo Ebraico Nazionale, e che in tempi recenti gli stessi soggetti ecclesiali, per far fronte ai propri debiti, avrebbero venduto a grandi gruppi immobiliari privati. Il Parlamento israeliano stava lavorando da tempo a tale progetto di legge, che autorizzando l'esproprio di tali terre da parte dello Stato d'Israele, puntava a sottrarre tali proprietà a possibili contese legali, per tutelare i proprietari di case e immobili costruiti nel frattempo su quelle terre. A febbraio, i responsabili delle Chiese locali avevano sospeso le proteste dopo che il governo israeliano aveva promesso di avviare un negoziato con i soggetti ecclesiali interessati in merito alla controversa questione. Adesso i tre firmatari della lettera a Netanyahu riferiscono di aver appreso dei media che il disegno di legge da loro contestato non è stato archiviato, e sta per essere sottoposto al Comitato ministeriale in vista della futura approvazione. Alle preoccupazione dei capi ecclesiali ha risposto sui media israeliani la parlamentare israeliana Rachel Azaria, responsabile del progetto di legge. Secondo Azaria, il disegno di legge punta solo a proteggere i residenti che vivono in case costruite sui terreni appartenenti alle Chiese, sottraendo tali immobili a possibili speculazioni. La parlamentare ha anche sottolineato che la nuova bozza del disegno di legge intende offrire garanzie generali di tutela dei piccoli proprietari di case sorte su terreni potenzialmente soggetti a contese legali, senza contenere riferimenti specifici alle proprietà ecclesiastiche.

AMERICA/BRASILE - “La vita è fatta di incontri”: no alla criminalizzazione di migranti e rifugiati

19 June 2018
Brasilia – L'obiettivo della 33a Settimana nazionale del Migrante, che si celebra in tutto il Brasile dal 17 al 24 giugno, è quello di promuovere “la cultura dell'incontro”, “facendo crescere spazi e opportunità per gli immigrati e le comunità locali di incontrarsi, dialogare e agire": a sottolinearlo è Mons. José Luiz Ferreira Sales, Vescovo di Pesqueira e referente del Settore pastorale della mobilità umana della Conferenza Episcopale Brasiliana . Secondo le informazioni diffuse dalla CNBB, pervenute all’Agenzia Fides, diverse comunità e parrocchie di tutto il paese hanno organizzato attività per aprire la Settimana, che ha per tema “La vita è fatta di incontri” e come slogan “Braccia aperte senza paura di accogliere". L’Arcivescovo di Brasilia, il Card. Sergio da Rocha, che è anche Presidente della CNBB, ha presieduto la celebrazione di apertura nella Cattedrale metropolitana, con una rappresentanza di migranti e rifugiati che hanno partecipato attivamente alla liturgia. Nell’omelia ha ricordato che la capitale del Brasile è stata costruita da migranti e ha richiamato il reiterato appello di Papa Francesco sulla necessità di una accoglienza fraterna dei migranti, in particolare dei rifugiati.Caritas Brasile nei giorni precedenti, dal 12 al 14 giugno, aveva promosso un seminario internazionale su “Migrazione e rifugiati – Strade per una cultura dell’incontro”, sotto la guida del Card. Luis Antonio Tagle, Presidente di Caritas Internationalis, cui hanno preso parte migranti e rifugiati provenienti da vari Paesi di Africa, Europa, Asia e America Latina, operatori pastorali, organizzazioni ecclesiali, istituzioni della società civile, organizzazioni internazionali e di governo.Nel documento conclusivo, pervenuto a Fides, si sottolinea in primo luogo che “la presenza di migranti e rifugiati tra noi è una preziosa opportunità per sviluppare la nostra intelligenza culturale delle relazioni interreligiose, fondamentale per la nostra maturazione come umanità e comunità che crede che siamo figli e figlie di Dio”. Si ricorda poi che in Brasile, “un paese costituito e costruito storicamente anche dalla partecipazione degli immigrati, la cultura dell'incontro si forma giorno dopo giorno nelle relazioni interpersonali, nella routine del lavoro, nella condivisione tra vicini e nella solidarietà con il fratello e la sorella, per capire la cultura dell'altro e per essere ponti di solidarietà e di integrazione”.I partecipanti al Seminario, consapevoli delle caratteristiche del contesto migratorio globale e regionale, che richiede “un lavoro articolato, agile e tempestivo di tutte le organizzazioni ”, invitano le comunità religiose, i gruppi e le organizzazioni a promuovere esperienze interculturali “nelle varie forme di accoglienza dei fratelli e delle sorelle migranti e rifugiati, con creatività nel promuovere la loro effettiva e piena integrazione nella vita della comunità”.I firmatari del documento finale denunciano “la criminalizzazione delle migrazioni, la xenofobia, il razzismo, il linguaggio discriminatorio con stereotipi e pregiudizi, gli allarmismi infondati, l'uso e la diffusione di disinformazione sulle questioni relative alla migrazione e ai rifugiati, e tutte le violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati, tra cui la tratta di persone e il lavoro analogo alla schiavitù”. Convinti del potenziale personale e comunitario di migranti e rifugiati, scommettono “sul loro protagonismo creativo e corresponsabile nella costruzione di relazioni e di esperienze interculturali di solidarietà nelle comunità, con una presenza e un contributo positivo”, e li incoraggiano “a credere in sé stessi, nella loro fede e nel suo potere di trasformazione e di organizzazione nel perseguire i loro sogni e progetti di vita”. E’ infine urgente che gli stati, le Chiese e la società civile continuino a promuovere “riflessioni interculturali e interreligiose sul fenomeno migratorio nella regione Latinoamericana, realizzando analisi dei contesti che permettano di comprendere e affrontare cause e tendenze, e di progettare risposte coordinate tra tutti”.

AMERICA/ECUADOR - “La violenza è il frutto dell'albero dell’ingiustizia”: allarme del Vescovo di Esmeraldas per la situazione dei giovani

19 June 2018
Esmeraldas – Sarebbe ora di pensare seriamente a ciò che accade nel paese, in particolare alla situazione di violenza che aumenta nella zona nord, proprio alla frontiera, dove molti giovani sono vittime di questo scontro armato in un territorio di guerra: è l’opinione allarmata del Vescovo della diocesi di Esmeraldas e Presidente della Conferenza Episcopale, Mons. Eugenio Arellano."La violenza è un frutto che viene dell'albero dell’ingiustizia - ha detto il Presule domenica 17 giugno -, nessun altro albero dà quel frutto, e la violenza che stiamo raccogliendo alla nostra frontiera nord nasce dall’ingiustizia e dall’abbandono a cui è stato lasciata da molti governi quella parte del nostro popolo chiamato Pueblo Negro, hanno sofferto l'abbandono più terribile!Quanti giovani di Esmeraldas, di San Lorenzo, di Mataje, vorrebbero avere le possibilità economiche di quanti vivono nella zona del Huacho, per poter aiutare la propria famiglia! Proprio perché non ne hanno, le devono cercare nella violenza della guerriglia offerta loro dal narcotraffico, non abbiamo saputo offrirgli nient’altro! Abbiamo sempre pensato che sono negritos, parte del folklore. Quanti giovani hanno voluto tentare, ma trovano le porte chiuse. Ci sono alcuni che dopo anni e anni di studio e sacrificio, perfino dopo l'università, devono cedere alla corruzione per avere un qualsiasi posto di lavoro! E noi stiamo zitti, lo sappiamo tutti! E questo fa diventare anche noi complici di questa grande ingiustizia sociale! Ci sono bravi ragazzi che forse sono i primi laureati della propria famiglia, e dopo anni senza lavoro, devono pagare cifre alte per poter lavorare in una impresa pubblica a Esmeraldas! E noi continuiamo a rimanere in silenzio. Questa è l'ingiustizia che pesa sul povero popolo di Esmerladas. Tutto questo fa crescere l'impunità, il peccato. Dobbiamo fare qualcosa!” ha concluso Mons. Arellano, secondo il testo pervenuto a Fides.Ieri, 18 giugno, il Presidente equatoriano Lenin Moreno, ha avvertito che le forze di sicurezza del suo paese "non permetteranno ai gruppi armati irregolari della Colombia di attaccare la sovranità dell'Ecuador con azioni al confine tra le due nazioni, come quelle accadute nelle ultime settimane".Il Presidente ha fatto riferimento agli attacchi armati e con esplosivi e perfino al rapimento di civili alla frontiera con la Colombia, che hanno causato 7 morti e circa 40 feriti. Secondo una fonte locale, questi azioni sono state attribuite al fronte "Oliver Sinisterra", composto da dissidenti del gruppo di guerriglia ormai estinto delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia .Il Presidente Moreno ha detto: "nell'Ecuador di oggi, nessun nostro cittadino deve vivere con la paura, solo i criminali devono temere, quelli che spaventano la popolazione, perché li perseguiremo senza tregua, senza riposo, non dubitate di questo". Il Presidente ha fatto queste dichiarazioni durante una cerimonia militare nella provincia di Esmeraldas, dove il governo ha presentato la sua politica di difesa, sicurezza e sviluppo per il confine settentrionale.

ASIA/FILIPPINE - Revocata l'espulsione: l'australiana suor Patricia Fox potrà continuare la sua opera missionaria

19 June 2018
Manila - Il Ministero della Giustizia del governo filippino, con un provvedimento emanato il 18 giugno, ha accolto il ricorso e annullato l'ordine dell'Ufficio per l'Immigrazione che aveva cancellato il visto di permanenza nelle Filippine alla missionaria australiana suor Patricia Fox, dell'ordine delle Suore di Nostra Signora di Sion. Come appreso da Fides, la religiosa 71enne, che si occupa dei poveri soprattutto nelle aree rurali da 27 anni, ha accolto con gioia la notizia, insieme a tutta la sua congregazione e alla comunità cattolica. Il suo visto per motivi pastorali è stato rinnovato e potrà restare nel paese. Interpellata dall'Agenzia Fides, la religiosa ha detto: "Continuerò a donare la mia vita per le popolazioni indigene, per i poveri nelle aree urbane e per gli agricoltori oppressi. Continuerò l'opera missionaria poiché questa è la mia vita, è la mia missione". Suor Patricia prosegue: "Vivo il mio impegno come urgenza di portare il Vangelo e come mandato della Chiesa, che mi invia in missione nelle periferie".Il 25 aprile, su richiesta del Presidente filippino Rodrigo Duterte, l'Ufficio per l'immigrazione aveva revocato il visto missionario a suor Fox, ordinandole di lasciare il paese entro un mese per il suo presunto coinvolgimento in "attivismo politico". La religiosa ha presentato ricorso al Ministero della Giustizia e le era stato concesso di rimanere nel paese in attesa di un pronunciamento sul suo caso.Tra le accuse presentate contro la religiosa c'erano alcune foto - scattate durante una sua visita a un carcere nelle Filippine meridionali - che la ritraevano con uno striscione che recitava "Stop agli omicidi dei contadini". La suora era anche coinvolta in una indagine sugli abusi dei diritti umani commessi contro agricoltori e popolazioni tribali nelle Filippine meridionali.Vescovi, leader ecclesiali, sacerdoti, suore, assistenti sociali e attivisti per i diritti umani, avevano espresso solidarietà a suor Fox, invitando il governo a rinnovarle il visto di permanenza. Suor Elenita Belardo, coordinatrice nazionale dei "Missionari rurali" nelle Filippine, ha espresso gioia e soddisfazione per la decisione del Ministero, "soprattutto da parte di tutti quei poveri che la religiosa aiuta e accompagna".

AFRICA/SUDAFRICA - Forte condanna dei Vescovi per l’assalto ad una moschea: è il secondo in un mese

19 June 2018
Johannesburg - Forte condanna della Chiesa in Sudafrica per l’assalto alla moschea di Malmesbury, una cittadina che si trova 65 km a nord di Città del Capo, avvenuto il 14 giugno. “A nome dei Vescovi cattolici dell'Africa australe e della Chiesa cattolica, desideriamo esprimere il nostro profondo shock e l'orrore per le atrocità alla moschea di Malmesbury” afferma un comunicato giunto all’Agenzia Fides a firma di Sua Ecc. Mons. Stephen Brislin, Arcivescovo di Città del Capo e Presidente della Southern African Catholic Bishops’ Conference . “Presentiamo le condoglianze alle famiglie di coloro che hanno perso la vita in questo brutale attacco e preghiamo affinché l'Onnipotente dia loro conforto e consolazione. Preghiamo inoltre perché la comunità della moschea di Malmesbury, sconvolta per la violazione di questo luogo sacro, riceva forza e conforto”.L’assalto è stato commesso da un uomo armato di coltello che è penetrato nella moschea nella prime ore del mattino del 14 giugno. L’aggressore ha colpito quattro persone, delle quali due, tra cui l’imam di 74 anni, sono decedute, per poi essere ucciso dalla polizia. Questo è il secondo attacco in un mese ad una moschea sudafricana. Il 10 maggio, poco dopo la preghiera di mezzogiorno, tre uomini armati con pistole e coltelli erano entrati nella moschea dell'Imam Hussein a Verulam, Durban, e dopo aver accoltellato tre persone, hanno dato fuoco al locale . L’iman era rimasto ucciso, mentre le altre due persone sono state ferite.“È passato un mese dall'attacco alla Moschea a Verulam e incoraggiamo i servizi di polizia a continuare a lavorare instancabilmente per portare i colpevoli di fronte alla giustizia” rimarca Mons. Brislin. “Anche se le circostanze dell'attacco di Malmesbury sembrano essere diverse da quelle di Verulam, tuttavia, si deve fare un'indagine minuziosa sulla motivazione di entrambi gli attacchi”. Il Presidente della SACBC conclude lanciando un appello perché questi episodi non siano strumentalizzati per gettare il Paese nel caos attizzando violenze confessionali. “Non permetteremo a coloro che hanno motivazioni sinistre di mettere una fede contro un'altra, né di esacerbare le tensioni all'interno dei gruppi religiosi. Facciamo appello a tutti i sudafricani affinché esprimano il loro rispetto incondizionato per la vita umana e il loro impegno a lavorare per la pace”.

AFRICA/SUDAFRICA - Forte condanna dei Vescovi per il l’assalto ad una moschea: è il secondo in un mese

19 June 2018
Johannesburg - Forte condanna della Chiesa in Sudafrica per l’assalto alla moschea di Malmesbury, una cittadina che si trova 65 km a nord di Città del Capo, avvenuto il 14 giugno. “A nome dei Vescovi cattolici dell'Africa australe e della Chiesa cattolica, desideriamo esprimere il nostro profondo shock e l'orrore per le atrocità alla moschea di Malmesbury” afferma un comunicato giunto all’Agenzia Fides a firma di Sua Ecc. Mons. Stephen Brislin, Arcivescovo di Città del Capo e Presidente della Southern African Catholic Bishops’ Conference . “Presentiamo le condoglianze alle famiglie di coloro che hanno perso la vita in questo brutale attacco e preghiamo affinché l'Onnipotente dia loro conforto e consolazione. Preghiamo inoltre perché la comunità della moschea di Malmesbury, sconvolta per la violazione di questo luogo sacro, riceva forza e conforto”.L’assalto è stato commesso da un uomo armato di coltello che è penetrato nella moschea nella prime ore del mattino del 14 giugno. L’aggressore ha colpito quattro persone, delle quali due, tra cui l’imam di 74 anni, sono decedute, per poi essere ucciso dalla polizia. Questo è il secondo attacco in un mese ad una moschea sudafricana. Il 10 maggio, poco dopo la preghiera di mezzogiorno, tre uomini armati con pistole e coltelli erano entrati nella moschea dell'Imam Hussein a Verulam, Durban, e dopo aver accoltellato tre persone, hanno dato fuoco al locale . L’iman era rimasto ucciso, mentre le altre due persone sono state ferite.“È passato un mese dall'attacco alla Moschea a Verulam e incoraggiamo i servizi di polizia a continuare a lavorare instancabilmente per portare i colpevoli di fronte alla giustizia” rimarca Mons. Brislin. “Anche se le circostanze dell'attacco di Malmesbury sembrano essere diverse da quelle di Verulam, tuttavia, si deve fare un'indagine minuziosa sulla motivazione di entrambi gli attacchi”. Il Presidente della SACBC conclude lanciando un appello perché questi episodi non siano strumentalizzati per gettare il Paese nel caos attizzando violenze confessionali. “Non permetteremo a coloro che hanno motivazioni sinistre di mettere una fede contro un'altra, né di esacerbare le tensioni all'interno dei gruppi religiosi. Facciamo appello a tutti i sudafricani affinché esprimano il loro rispetto incondizionato per la vita umana e il loro impegno a lavorare per la pace”.

ASIA/FILIPPINE - I Vescovi: niente armi ai sacerdoti

19 June 2018
Manila - Un sacerdote è un "Buon Pastore", pronto a donare la vita per il suo gregge; è uomo mite, pacifico e non violento. Per questo, nonostante gli omicidi di tre sacerdoti negli ultimi sei mesi, essi non devono possedere nè portare armi, da usare per legittima difesa: lo affermano i Vescovi filippini, mentre circolano allarmanti notizie su alcuni preti filippini che, temendo per la loro vita, si sono dotati di armi. L'Arcivescovo di Davao, Romulo Valles, presidente della Conferenza episcopale delle Filippine , ha ufficialmente respinto l'idea di un "clero armato" che detenga legalmente armi da fuoco. "Siamo uomini di Dio, uomini di Chiesa, ed è parte del nostro ministero affrontare i pericoli, affrontare anche la morte, se Dio vuole", ha detto.Anche il vicepresidente della Conferenza Episcopale, il Vescovo Pablo Virgilio David, della diocesi di Kalookan, ha respinto l'idea che i preti possano portare armi da fuoco, anche solo per eventuale autodifesa. "I sacerdoti che desiderano avere armi da fuoco come autodifesa possono prendere in considerazione l'idea di lasciare il sacerdozio e unirsi all'esercito o alla polizia", ha detto Mons. David, dicendosi "deluso" da quanti nel clero hanno prospettato questa soluzione.Come appreso da Fides, almeno quattro sacerdoti della diocesi di San Pablo, nella provincia meridionale di Laguna, hanno iniziato ad armarsi per autodifesa.Il Direttore generale della Polizia nazionale filippina, Oscar Albayalde, ha detto che i sacerdoti, in quanto cittadini del paese, possono detenere pistole come auto-protezione - diritto costituzionalmente sancito - a condizione che richiedano formale licenza alle autorità competenti. Secondo il dirigente "potrebbero avere una sensazione di maggiore sicurezza, portando armi da fuoco, legalmente autorizzate". P. Jerome Secillano, Segretario esecutivo dell'ufficio affari pubblici dell'Episcopato filippino, ha ribadito la posizione della Chiesa secondo cui i preti e gli operatori pastorali non sono armati.I sacerdoti filippini uccisi negli ultimi mesi sono: p. Richmond Nilo, 44 ​​anni, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco mentre si preparava per una messa il 10 giugno nella città di Zaragoza, nella provincia di Nueva Ecija; p. Mark Ventura, 37 anni, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco dopo aver celebrato la messa nella città di Gattaran, provincia di Cagayan, il 29 aprile; p. Marcelito Paez, 72 anni, è stato ucciso il 5 dicembre 2017 a Jaen, in Nueva Ecija. Solo ferito e tuttora sotto cure p. Rey Urmeneta, 64 anni, ex cappellano della polizia, colpito il 6 giugno scorso nella città di Calamba, a sud di Manila.

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